Come lo vedi il Giappone?

Crew del Fecking Bahamas fest a Tokyo, pic dal fb dei DAGS!

Crew del Fecking Bahamas fest a Tokyo, pic dal fb dei DAGS!

Una volta quando vedevi le immagini di una band grossa che andava in tour in Giappone era tutto impressionante. Per esempio, i Guns and Roses ci sono andati per la prima volta nell’88, gli Oasis nel ’98. I Guns erano già delle superstar a quell’epoca, erano i re della musica da ascoltare e venivano presentati così: “Would you please welcome from Hollywood: Guns and Roses!“. Vero colonialismo. Come si legge nelle informazioni sotto al video del concerto a Tokyo, su YouTube: “Axl mentions how all the Japanese fans are following them all over Japan”. Praticamente, fedeli come dei cagnolini. Ma, immagino, anche gli Americani li seguivano in tour lungo tutta l’America.
Gli Oasis in tour in Giappone, invece, trovavano strano tutto quello che era giapponese: hanno ribadito il concetto anche recentemente nel loro omaggio a se stessi.
L’utilità del contributo all’intelligenza di queste band era zero. Se si pensa anche solo al successo dei manga in Occidente, o alle cose belle nate dall’unione di Occidente e Giappone, come i Deerhoof per esempio, è facile capire quanto si sbagliavano ad avere un atteggiamento di superiorità.
Cronologicamente in mezzo a questi due giganti del rock (ma formiche non laboriose dell’uso del cervello), e avanti dal punto di vista dell’attitudine, sono i Fugazi. Che vanno in Giappone per nel 1991 e questo è quello che c’è scritto sul sito della Dischord:

“From the available audio source, as well as from the video sources provided below, it is clear that the band is very appreciative to have made it to Japan, having spent a couple of great days there, strikingly pleased with the sights and sounds of Tokyo and the distractions the city has to offer (note that Guy praises the King Fucker Chicken performance in the incredible Yoyogi park and at one point enquires about the pachinko heads in the audience as well)”

Non sono i tempi a dettare il modo diverso di vedere il mondo. I Fugazi, appunto, vanno in Giappone per la prima volta a metà tra i Guns e gli Oasis. Il segreto per non far sembrare il Giappone una cosa strana (diversa, ok, ma non inferiore perché differente) era nell’atteggiamento di chi ci andava a suonare. Si tratta di gruppi diversi: i Guns e gli Oasis sono rock star, i Fugazi no, ok. Ma quello che m’interessa è proprio la proposta di due atteggiamenti all’opposto, già contenuti nella “poetica” delle band in questione e proprio per questo indicativi di un modo di vedere le cose. I Fugazi sono contenti di andare in Giappone. Essere là per gli Oasis era come essere in un posto di cui avere paura perché la gente si comporta in modo diverso rispetto all’inglese medio. Essere là per i Guns era come essere là per un re che va ai confini dell’Impero. I Fugazi hanno dimostrato di avere un po’ più di intelligenza umana. Non che il confronto sia mai stato necessario o richiesto, ma è interessante: persone con una sensibilità e una mentalità diverse poste di fronte alla stessa novità reagiscono in modo completamente diverso. Non è l’uomo a essere stronzo di suo, ma è il suo background socio-culturale che lo rende o non lo rende tale. Poi, è una questione di atteggiamento, che deriva dall’intelligenza, che a sua volta si sviluppa più o meno nell’ambiente in cui cresci e nel modo in cui l’affronti. Dall’esterno, vedevi gli Oasis e i Guns andare in Giappone, marcando le differenze – se non in negativo – comunque dall’alto, da una posizione che non poteva essere la tua: la lezione era pessima. Leggendo o vedendo dei Fugazi in Giappone, il loro è lo stesso atteggiamento che avrebbe avuto una persona normale curiosa e affascinata dal mondo lontano. O che hanno avuto i DAGS!.

Il Giappone 20 anni fa era molto più lontano di quanto non lo sia oggi: oggi, se un gruppo – piccolo, medio o grande che sia – va in Giappone, può raccontarlo in diretta su Facebook. Già in partenza è tutto più famigliare, quindi: alla base di tutto c’è il mezzo, che è nostro e facilita le cose rispetto a una volta. Gruppo grande o gruppo piccolo, a seconda di come usa il cervello chi ci sta dentro o eventualmente chi gli fa da social media strategist, le modalità di racconto saranno senz’altro diverse: anche il modo di raccontare il viaggio ha un valore.

I DAGS! sono andati in Giappone in novembre, per un tour di 6 date e l’hanno raccontato su Facebook. Le foto parlano da sole. Li ho seguiti da qua, nel senso che la cosa m’incuriosiva e mi piaceva l’idea che facessero una serie di concerti in Giappone, quindi sono stato in occhio a beccare le cose che condividevano su Facebook. Mi piaceva anche il fatto che pubblicassero le foto dei concerti ma non solo, anche quelle di quando erano in treno, in bus o nella stanza d’albergo. In un certo senso era un po’ come viaggiare con loro. Poi c’è quella foto che ho messo all’inizio dell’articolo. L’ho messa perché fa vedere anche chi altro c’era dietro l’organizzazione del tour, tra quelli che l’hanno organizzato da là. E non era l’unica foto che raffigurava i local che avevano partecipato. I DAGS! sono andati in Giappone grazie a un sacco di persone, e con un sacco di persone, e ce le hanno fatte vedere mentre erano là. Non è stato un tour figo solo perché loro sono andati in Giappone a suonare, ma anche per tutto quello che c’è stato intorno. Almeno così è sembrato, da qui.

Insieme a To Lose La track, poi, hanno pensato di anticipare la stampa della compilation che ogni anno TLLT fa uscire sempre per Natale, per portarla in Giappone e promuovere i gruppi. Tutti i gruppi del roster, non solo i DAGS!, più le anticipazioni delle uscite previste per il 2017. La puoi ascoltare qui.

La compilation inizia con We All Like Theories, Let’s Not Make Anything Ever Happen dei DAGS! Il pezzo ha una parte ritmica latin jazz e un basso insistente ma morbido. Come (quasi) sempre nei DAGS!. Insieme ai Leute, tengono in piedi benissimo il revival emo anche quando il revival è finito, con dischi suonati al meglio proprio nel momento in cui scendono nella cura dettaglio, come spesso il genere richiede.

Spy Dolphin dei Delta Sleep
Scilla dei Valerian Swing
Insieme a Three in One Gentleman Suit, i Valerian Swing e i Delta Sleep hanno cambiato la rotta di TLLT. Aurora (che contiene Scilla) dei Valerian Swing e Management dei Delta Sleep escono nel 2014, Notturno dei Three in One Gentleman Suit nel 2015 e TLLT passa dall’essere un’etichetta (per lo più, e sottolineo per lo più) orientata all’emo, al punk rock e al power rock a portare al centro dell’attenzione il math rock, influenzato da emo, screamo o post rock, ma comunque con un modo decisamente diverso di scrivere i pezzi. Che si riempiono di scale e diventano delle corse verso l’alto, in contrasto con i gruppi della “generazione” precedente, che sviluppavano in profondità le canzoni, dando al suono una potenza maggiore grazie anche all’uso della ripetizione. Nel 2016 i Delta Sleep hanno pubblicato Twin Galaxies, che contiene Spy Dolphin.

Tiger! Shit! Tiger! Tiger!, Weird Times
Questa è la prima anteprima della compilation: il disco nuovo dei Tiger! esce il 16 gennaio. Loro sono tra i gruppi della “vecchia” generazione TLLT, di quelli che con le chitarre scavano più in profondità. Solo loro, però, lo fanno chiamando in causa lo show gaze e i Male Bonding.

Riviera, Piscina
L’ultimo disco dei Riviera è ancora quello, ma si dice che tra poco ne uscirà un altro. Hanno fatto uno degli album più riusciti del 2014, nell’onda emo power singalong. I loro concerti a più di 2 anni dall’uscita dal disco sono ancora una grande festa, con gente che urla i testi e tenta in tutti i modi di farsi male.

Quasiviri, Gravidance
Gli inventori del mathrock di TLLT, nel 2012. Poi sono tornati nel 2014, con Super Human, che contiene Gravidance.

Three In One Gentleman Suit, Ashes
I Three In One Gentleman Suit hanno una lunga storia alle spalle, che arriva fino al 2003, quando esce Battlefields in an Autumn Scenario per Fooltribe. Dentro c’era già tutto quello che hanno adesso ma meno raffinato e, riascoltando, allora c’era meno tensione. Sono migliorati.

Gazebo Penguins, Difetto. Sono i capostipiti TLLT del farsi male ai concerti con l’emo power singalong. Li ho visti una decina di volte dal vivo, ho consumato i dischi, ho scritto alcune cose, ho comprato ripetute volte una loro maglietta, quando parte Difetto è come se fosse sempre non la prima ma la terza volta che ascolti una canzone, cioè quando inizia a entrarti dentro. Aspetto il disco nuovo, sono disposto ad aspettare lunghi anni, l’attesa ha un valore, così come il racconto del viaggio, ma alla fine deve essere soddisfatta. Sembra che io stia filosofeggiando, in realtà sto parlando dei Gazebo Penguins usando alcuni dei loro temi, alcuni dei quali presenti anche in Difetto: futuro, ricordi, attese.

San Diego Coletti dei Cayman The Animal. Il rigurgito punk anni 90 di TLLT del 2015, in mezzo a tutto quel rock MATH. Apple Linder è uno dei dischi che ho ascoltato di più l’anno scorso, pur essendo uscito in ottobre. Con le grafiche di Ratigher, uscito in cordata con Sonatine, Escape From Today e Mother Ship Records, che si sono spartiti a sorte la produzione del cd e del vinile, come si fa con i beni materiali.

Lags: Queen Bee. I Lags rappresentano il punto di arrivo delle correnti sviluppate dall’etichetta negli ultimi anni, unendo in Pilot (2016) emo screamo, punk rock, math rock e post hard core (i cui massimi rappresentanti di sempre in TLLT sono i Disquieted by che hanno fatto il disco nel 2012). Hanno pubblicato un ep acustico, dove vanno giù naturalmente meno pesi e fanno anche una cover delle nostre guide comportamentali all’estero, i Fugazi.

Marnero, Il Pendolo. La band più pesa di To Lose La Track. Su di loro avevo fatto anche un esperimento che non si è cagato nessun (questo) ma non fa niente.

Action Dead Mouse, Ginnastica nell’acqua. Sono entrati di recente, prima erano con Flying Kids, Fallo Dischi oppure da soli. Hanno una funzione importante all’interno del listone della compilation: uniscono il post hard core alla new wave anni 80, che tra cinque canzoni sarà rappresentata da Havah e Giona. Infatti con L’Amo (che conteneva Giona l’uomo) gli Action Dead Mouse avevano fatto uno split.

Labradors, All I Have Is My Heart. Diego ha eletto The Great Maybe tra i suoi dischi dell’anno.

Minnie’s. Voglio Scordarmi Di Me. Nei Minnie’s suona il basso Viole, che suona il basso (quello insistente ma morbido) anche nei DAGS!. Voglio Scordarmi Di Me è il mio pezzo preferito del loro ultimo ep, Lettere scambiate, dove vanno definitivamente oltre il punk rock puro, piuttosto proseguono la strada verso il punk rock cantautorale – iniziata solo in parte con Ortografia – e schizzano via dalla possibilità di qualsiasi attuale parallelismo con un altro gruppo TLLT.

Urali, Mary Anne (The Tailor)
Girless, Ernest
I due cantautori in inglese, amici nella vita. E in effetti anch’io sono loro amico, non come sono amici loro tra loro, ma un po’ si. Può l’amicizia influenzare il giudizio sul disco di un amico? No. Se il giudizio è negativo, puoi decidere se esprimerti o meno, ma il giudizio rimane quello. Il mio giudizio è positivo, quindi non ho problemi.
Quando ho sentito per la prima volta Ernest di Girless (di Girless&The Orphan) ho detto che era bella come le vele delle barche del porto canale di Cesenatico, perché il giorno prima avevo incontrato Girless a Cesenatico, di fronte al The Brews, il locale che il 28 aprile fa suonare Bob Nanna di Braid e Hey Mercedes, sul Porto Canale di Cesenatico. Adesso, visto che siamo dentro la compilation di Natale, Ernest è diventata bella come le vele delle barche illuminate per Natale, col presepe dentro, sul porto Canale di Cesenatico. Il disco uscirà nel 2017, quindi questa è la seconda anteprima della compilation.
Urali ha fatto un disco che è un affresco, a partire dalla copertina. Dentro ci sono i ritratti di alcuni personaggi, alcuni dei quali mi ricordano i primi piani di Thomas Ruff, per la loro fermezza nel descrivere lo stato delle cose ma anche per la loro capacità di lasciare in sospeso e interrompere, limitandola a un momento, la definizione del personaggio stesso.

Sappiamo chi sei, di Havah
Coerenza Tralalà, di Giona
Dopo Settimana, Havah ha fatto uscire Durante un assedio (2014) e ha virato la direzione di TLLT verso la new wave, rendendo ancor più traballante dopo l’incursione dei Disquieted By la base su cui si regge il mio “per lo più” iniziale. Più recentemente, Giona con Per tutti i giovani tristi (2015) ha spinto l’etichetta ancora verso la wave, differenziandosi molto da Havah, soprattuto nelle melodie, che sono più pop. Tutti e due i newavers hanno scritto testi bellissimi.

CRTVTR, A.M.
CRTVTR entrano nella To Lose La Track solo nel 2013 con Here it comes, Tramontane!, in cui suona anche Mike Watt dei Minutemen, così come suonava in We Need Time EP (2009). We Need Time EP musicalmente è di una vita fa: è più diretto, come la gioventù, che si va lentamente perdendo. Nel 2016 è uscito Streamo, sfumatura più ipnotica della corrente math rock. Più adulto.

To Lose La Track Goes To Japan si conclude con Ponti, S. degli Autunno, gruppo a me sconosciuto novità 2017 che inizia con le chitarre cattive alla Gazebo Penguins (ma con una distorsione dalle maglie più aperte), prosegue recuperando i Verme nella disperazione della voce e finisce per riprendere anche alcune spigolosità del math rock d’annata. Ma senza decidere se riempire lo spazio in altezza o in profondità. Vedremo.

“Un tour in Giappone non capita tutti i giorni” (cit. Luca Benni, capo di TLLT).

Mancarone CASO nella compilation. Se puoi sopportare questa cosa, ascoltala qui.

Contro il buio metallizzato del 2016: tre cartoline per San Silvestro

giuseppe

Dal profondo

Le vacanze di Natale sono un po’ così: ti svegli la mattina con un po’ di mal di testa ma non prendi nulla perché comunque è un mal di testa leggero, allora sonnecchi per un po’ nel letto ancora caldo, poi ti alzi di nuovo e mangi un biscotto. Poi sonnecchi un altro po’ sul divano, ti svegli canticchiando mentalmente un motivetto di cui non ricordi il titolo. Poi passi davanti alla libreria e spulci qualche libro, ne scegli uno e te lo porti sulla poltrona dove incominci a leggerne qualche riga ma smetti subito perché hai ancora in testa quel motivetto. Allora appoggi il libro sul bracciolo del divano e cerchi di fare mente locale per capire che diavolo di canzone stai canticchiando da quando ti sei svegliato. Niente! Non ti viene in mente. Fai un giro per la stanza camminando avanti e indietro ma non ti viene in mente nulla. Ogni ipotesi che fai la scarti subito dopo. Allora provi a pensare a tutt’altro sperando che per quegli strani processi mentali ti venga poi l’illuminazione. Ma ancora niente! Poi tua madre ti chiede cosa vorresti per pranzo e quando pensi a cosa ti andrebbe, ecco la folgorazione! È la sigla dei Simpsons che stai cantando da due ore mentre passavi al setaccio tutta la tua conoscenza musicale pensando a chissà quale oscuro gruppo new wave. Ti consoli dicendoti che pure i Sonic Youth hanno fatto una comparsata nei Simpson rifacendone alla loro maniera la sigla ma poi incroci lo sguardo sconsolato di tua madre e le dici “pastaefagioliconlecotiche”. Dopo pranzo sonnecchi di nuovo sul divano. Che belle le vacanze di natale. Sono le 4 pm. Ci sono obiezioni se torno a dormire adesso? (Giuseppe)

Sick Of It all-1995-paso

Sick Of It All dal 1995. Seri.

Correva l’anno 1995, precisamente il 6 giugno. Quella sera mi presentai al Velvet per assistere alla tappa riminese del tour che vedeva assieme H2o, Civ e Sick Of It All. I primi erano al loro primo effettivo tour nelle lande europee, e nel corso degli anni torneranno a visitarle parecchie volte, diventando un gruppo molto conosciuto in ambito hc. I Civ, anch’essi alla prima europea, erano nient’altro che i Gorilla Biscuits, senza Walter e nella loro ultima incarnazione (a parte Porcell). I Sick Of It All, bhè, se bazzicate un po’ la scena li avrete di sicuro sentiti nominare. Non nascondo che ero davvero felicissimo di potermi gustare tre act così importanti (almeno per me), a pochi chilometri da casa, ovvero Cesena. Tenete poi conto che all’epoca (ma pure oggi) sono un fan sfegatato di Gorilla Biscuits, Civ e naturalmente Sick Of It All. Il concerto scorre via che è un piacere, stage diving mosh, io me ne sto un po’ a lato (ho sempre odiato farmi male e soprattutto sudare, ahahah!), pezzi dei Gorilla Biscuits, eccetera. Se nonché, a un certo punto del set dei Sick Of It All me ne sto vicino al pit assieme a Diego (che ai tempi suonava la batteria nei Konfettura e poi sappiamo quasi tutti che musicista sopraffino sia ai giorni nostri) contento come una pasqua, perchè i SOIA stanno spaccando (e posso confermarlo, pure nel 2016, visto che continuo imperterrito ad andare a vederli). Bene, non so come non so perchè, mi arriva un bel pugno in pieno occhio destro. Nella foga, un punk vicino a me, aveva alzato troppo il braccio e mi aveva centrato in pieno. A botta calda, rimango un po’ interdetto, Diego se ne accorge subito e comincia a osservare il mio occhio. Fortunatamente, non successe nulla di grave. Il punk si scusa immediatamente, io gli dico che è tutto ok, e proseguiamo a gustarci il gruppo dei fratelli Koller. Da quella volta mi sono successi altri incidenti (tipo esser tirato giù dal palco durante un concerto dei 100demons in Belgio mentre scattavo foto, oppure una manata in faccia di recente a un concerto dei Mindset in Germania e tanto tanto altro) ma questo è quello che mi è rimasto più impresso. Ora il Velvet non esiste più, i Sick Of It All e gli H2o continuano a macinare chilometri su e giù per il mondo, i Civ si sono sciolti (ma hanno toccato il Rock Planet tempo fa per un tour reunion estemporaneo), in compenso sono tornati i Gorilla Biscuits (che ho visto un bel po’ di volte), ma soprattutto sono ancora qui, a quasi 38 anni suonati, che mi gingillo ancora con l’hardcore. Alla faccia di quelli che affermano che è solo una moda passeggera, ahahaha! (Marco Pasini)

Carlton dal 2014

Carlton vive e qui è in una foto dal suo annus faticosus: il 2014

Il 29 o il 16 dicembre 1966, va a capire, wiki dice una cosa Repubblica dice l’altra, la cover di Hey Joe di Jimi Hendrix entra nella classifica inglese. Da quel momento inizia la carriera del napoletano, come lo chiamava un mio amico di Avellino. Brevissima carriera: 4 anni, è morto nel 1970. Niente di meglio, immaginate cosa si sarebbe messo a fare pirullando con la chitarra nella vecchiaia. Hey Joe è di Billy Roberts, anche se alcuni l’attribuiscono a Chester William Powers, detto anche Dino Valenti, per darle quel non so che di italo rock che se si parla di Jimi, da quando il mio amico mi ha detto che è di Napoli, viene sempre buono. Di cover di Hey Joe ne sono state fatte una follia e di solito, nonostante la diversa paternità, si dice la cover di hey joe di jimi hendrix. Nel 1993 la cover di hey joe di jimi hendrix l’hanno fatta i Body Count. All’epoca sembrava riuscitissima: la voce di Ice T assomigliava molto a quella di Jimmi Bomba, e andava fortissimo in tutte le Feste dell’Unità. Se l’ascolti adesso è un tentativo di fare una roba tosta però rivista un po’ sui giri e gli assolacci di chitarra grugne che andavano per la fortissimo in quel momento. Ha di memorabile il video, che inizia col ragazzetto che scappa tra le case distrutte, non si capisce se si trasforma in un ballerino e anche della storia francamente non si capisce una sega. E ha di memorabile il chitarrista, uguale al cugino di Willie il Principe di Bel Air, Carlton. In sede di montaggio si è deciso di fare più volte campo-controcampo di Carlton con Jimi e con un bidello che fa le pulizie e talvolta tracanna con sguardo felino una boccia di whisky che nasconde nell’armadietto. Gli ambienti sono vari: il cortile di un ospedale, il corridoio di un ospedale, una stanza d’ospedale (e poche altre indefinite location che però non interessano a nessuno). A un certo punto uno muore, dei tipi si scambiano dei dollaroni e il bidello beve dall’armadietto. Poi alla fine Carlton, vestito sempre da rapper che smandrilla nella chitarra, lancia il suo assolo travolgente mentre passa una signora sulla sedia a rotelle e un prete si beve tutto il vino dell’ostia – individuiamo un tema principale: l’alcol. Qui l’ambiente è diverso: una chiesa di un ospedale. Ma i Body Count suonano per la maggior parte del tempo il quel cortile, che assomiglia tutto al cortile del Liceo in cui, in un torbido giugno, durante la festa di fine anno scolastico, ho avuto un dialogo che mi torna in mente ogni volta che sento Hey Joe dei Body Count. A quel tempo suonavo la batteria e non è che fossi scarso, però quel contro tempo alla fine della strofa di Hey Joe, che nella cover è molto più tamarrizzato rispetto all’originale, mi veniva una su venti. Qualche volta me la sono messa anche in cuffia e l’ho suonata in diretta, ed ero quasi ok, ma quando la davano alle feste dell’unità, con le mani in tasca, seguivo il ritmo con le ditine e non sempre azzeccavo le battute del rullante. Quel giorno, durante la festa di fine anno in cortile, il dj era uno patito di Jimi Hendrix, c’assomigliava pure, e andava matto per la cover dei Body Count. Quindi, a un certo punto l’ha messa su a tutto volume, come simbolo dei nostri tre mesi di libertà estiva. In quel momento stavo parlando con un’amica di vecchia data e una sua amica, che in seconda media era stata la mia morosina, mi aveva lasciato per telefono e io ero ancora un po’ risentito. Mentre la voce di Jimi T risuonava tra quei caseggiati grigio-bianchi, volevo fare lo sciolto e per aiutarmi mi infilai nella mia sfida: il rullante in tasca. Mentre beccavo le battute meno del solito, la mia ex mi chiese “Ma tu la sai suonare questa con la batteria?”, io risposi “Si” e lei mi guardò con approvazione. Che sia il 16 o il 29 dicembre 1966 il giorno in cui Jimi iniziò il cammino verso il paradiso delle rock star non mi frega, quello che volevo dire qui è che mi sentii il più figo della festa. Tanto che le risposi “Visto chi ti sei lasciata scappare?”, col pensiero, e andai a cercare la boccia di whisky nell’armadietto del bidello. (Trucco)

Il buio metallizzato l’ha inventato Maurizio Blatto.

3 dischi belli e 2 brutti, il 2016 riassunto più o meno

Come dice Napo, le Tartarughe Ninja ci hanno insegnato che da soli non si fa niente. Quindi, mentre di solito (non semprissimo) STO BLOGGHEEE’ MMIOOO, la classifica la faccio con gli altri. Ci daremmo tutti alla macchia se dovessimo ascoltare tutta la musica di un anno e, per evitare la redattorification dei boschi, anche le riviste e i siti seri pubblicano classifiche collettive. Unendo le forze, i punti di vista cambiano, si coprono e si scoprono più dischi.
I Turtles sono quattro e quest’anno di classificari ne abbiamo rimediati… quattro. Diego, che dice di aver ascoltato poca roba. Paso, che ascolta un sacco e scrive ancora di più ma quando fa la classifica è il blogger più grind della costa. Giuseppe, che nel 2016 non ha ascoltato niente del 2016. Io. Non volevamo di proposito riassumere l’anno più o meno. Al contrario, abbiamo cercato di farlo al nostro meglio. Però, quando ti metti a fare classifiche, entrano in gioco patologie/gusti che ti guidano nelle scelte dei dischi e nel modo in cui le motivi, tiri le conclusioni forzate di undici-dodici mesi – durante i quali non sempre sei riuscito ad ascoltare bene tutto quello che avresti voluto – o semplicemente apri una parentesi dentro a un quotidiano che di solito non comprende lo scrivere. Il risultato non poteva che essere, quindi, più o meno. In queste classifiche c’è tutto questo. C’è l’uomo di fronte alla musica. Neuroni è oltre la classifica, è le persone.

Sì e NO, cosa cambia dopo il 4 dicembre
di Diego AKA @thepulpit

diego_ok


Leute “9 song”
Esordio bomba dei giovani milanesi per noi orfani dei Crash of Rhinos e non solo. Ho fatto un nome ma ne potrei fare tanti altri in maniera altrettanto inutile, perché alla fine qua è tutto diverso e tutto giusto: il vocione, gli urletti, le chitarre scorticate, i passaggi bucolici e le esplosioni strappacamicia. Tutto fatto con la migliore vecchia attitudine emo, che a volte mi commuovo un po’. Dal vivo sono stati una conferma, ne voglio ancora.

American Football s/t
In questo anno bisesto il grande ritorno degli AF ed un nuovo album di Owen, come fai a non metterne uno in classifica. Siccome di Owen ho preferito il precedente la scelta è fatta. Non ho approfondito il parere dei puristi della prima ora, non mi sono fatto fregare dalle aspettative e mi sono limitato a gustare l’album in tutta la sua pienezza, innumerevoli volte. Io l’ho trovato bellissimo, regalatelo per Natale.

Labradors “The Great Maybe”

Seconda band italiana in classifica ed è tutto di guadagnato.  Il nuovo album di questo emo-power-trio (?) è energia pura che dirada le nebbie di questo periodo. L’album è un rullo compressore, pezzo dopo pezzo, difficile rimanere fermi sulla sedia senza far partire i coretti. C’è un bel pezzo intitolato a Jasmine e poi c’è Mario. No, dico, facile fare una bella canzone su Nina, Anita, Suzanne… ma su Mario? solo i Labradors possono. Non bastasse l’album, visti dal vivo all’Italian Party ed eletto miglior concerto 2016.

NO
Garrett Klahn s/t
Spero che il mio amico Garrett non legga mai questa roba, mi dispiacerebbe. Però dai, va bene che i Texas is the Reason si sono sciolti da un pezzo, va bene voltare pagina, ma qui siamo al limite dell’imbarazzo: le tastierine effettate, le chitarrine banali, la voce adagiata in un luogo confortevole tanto lontano da quello che ci ha fatto emozionare in passato. Vi faccio un esempio per capire. Garrett, di’ la verità, l’hai fatto per la figa.

Minor Victories s/t
Di questo album avevo sentito parlare molto bene da voci autorevoli. E invece no. Sarà che non ho mai sopportato il concetto di supergruppo, sarà che non ho mai sentito l’esigenza di questo shoegaze telefonato ed electro post tutto, faccio molta fatica ad arrivare a fine album. Manca l’amalgama tra quello che di buono poteva uscire da membri di Mogwai, Slowdive, Editors e neanche Kozelek salva la baracca. E per forza che manca, non si può creare un bel disco via email, almeno non per il tipo di musica che sento l’esigenza di ascoltare.

Anche il 2016 volge al termine, Giacomo mi ha chiesto di elencare tre dischi usciti nel corso dell’anno che mi sono piaciuti e due invece no
di Paso – forthekidsxxx.blogspot.it

paso

Ecco la lista:

3
Asphyx “Incoming Death”
Il ritorno degli olandesi Asphyx è l’ideale se volete affrontare l’inverno. Oscuro death metal venato di doom, una vera discesa all’inferno.

Darkthrone “Artic Thunder”
Come si fa a non amare Fenriz e Nocturno Culto? Il nuovo album dei Darkthrone è un viaggio tra la neve e i ghiacci norvegesi. Metal punk attack!

Cosa Nostra “Cani Sciolti”
Si può incidere un vinile di sole cover dei Nabat? Certo che si può. I bolognesi Cosa Nostra riadattano tutto in chiave hardcore senza alcuna remora.

+2
Metallica “Hardwired… To Self-Destruct”
È davvero ora di fare basta.

Metallica “Hardwired… To Self-Destruct”
È davvero ora di fare basta.

Un anno
di Trucco

washingtonUp
Big Cream “Creamy Tales” (ep)
È il disco indie rock anni ’90 di quest’anno. Suonerà come i suoi modelli ma lo fa in modo super scintillante. Creamy Tales è il risultato di un’ossessione per quel tipo di musica. Le ossessioni possono durare poco, oppure molto, ma lasciano il segno. Piccoli o grandi che siano, dopo un po’ di tempo, a voltarsi indietro, i segni che hanno lasciato c’è caso di vederli sulla parete più nascosta di casa. Non come le tacche nel fucile, ma come gli anni che passano, sulle pareti delle prigioni. Le ossessioni possono limitarti, ma hanno per forza anche un lato positivo: condurti alla conoscenza profonda delle cose su cui ti sei fissato. Ora, sto parlando di indie rock anni 90 e ho alzato un po’ troppo il tono della cosa ma, beh, c’è tantissima gente che è fissata con questa roba, io sono tra quelli, da qualche anno, e in qualche modo penso di poterla chiamare un’ossessione buona. L’ep dei Big Cream suona quella musica interpretandone bene le melodie e le distorsioni. Per questi motivi, è il mio disco dell’anno.

Mikky Blanco “Mikky”
Michael David Quattlebaum Jr. è nato in California nel 1986. Da piccolo vive coi nonni, perché sua mamma e suo babbo (ebreo afro-americano affetto da psicopatologie mentali) divorziano quando ha due anni. Da ragazzo, inizia l’Art Institute di Chicago ma lo molla presto perché, si, gli piace l’arte, ma non in quel modo lì. A 16 anni si trasforma ufficialmente in uno scappato di casa e si trasferisce a New York. Poco prima di partire aveva stalkerato via mail Vincent Gallo che gli aveva consigliato di non andarci, ma Quattlebaum non l’ha ascoltato, ha rubato i soldi ed è andato.
A NY, inizia la ricerca di se stesso. Parte dai tornei di go-go boy nei locali più cool, dove è l’unico che riesce a prendere 50$ a serata perché è l’unico che si spoglia completamente nudo. Non regge, e dopo qualche mese torna a casa, crolla psicologicamente e rimane lì per qualche anno. Nel 2008 ci riprova. Questa volta più caparbio, sempre alla ricerca del modo migliore per esprimere una personalità che nemmeno lui conosce. Lavora nel mondo delle gallerie d’arte come artsy-persona e scrive un libro dal titolo From the Silence of Duchamp to the Noise of Boys, seguendo le attitudini che gli sembrava di avere da sempre. Ma niente. Finalmente, nell’estate del 2012, Quattlebaum trova la sua anima drag queen e inizia a fare spettacoli nel cabaret downtown: nasce così Mikky Blanco, che in realtà è vestita come un oggetto d’arte contemporanea più che come una drag queen. “Mikky Blanco was this cosmic union in my mind” ha detto. Così, è fatta. Ma non bisogna mai fermarsi e dopo aver trovato l’identità personale, tocca a quella musicale.
Non sarà una cosa immediata neanche questa. Vanity Fair la definisce “hip hop new queen” ma lei pensa di essere piuttosto “un misto di cose incredibili provenienti dal riotgirrismo e dal ghetto”. Nel 2011, questo “misto di cose” la porta ad assumere un’altra identità ancora (dal nome No Fear) e a suonare industrial. Ma Mikky Blanco prende di nuovo il sopravvento e intraprende la strada dell’horror rap, che declinerà in modo diverso, un disco dopo l’altro: lei rappa sempre, le basi cambiano nel corso del tempo. Il primo ep (& the Mutant Angels, 2012) è una specie di flusso di coscienza accompagnato da ritmi tribali e da un trip hop pieno di venature che fanno di tutto tranne che costruire canzoni. Betty Rubble: The Initiation (2013) pesta con (un po’) più di decisione sui ritmi. Nel 2013, Mikky Blanco va anche in giro a suonare nelle metropolitane e si becca pure le botte. Ma non si ferma e arriva a fare il disco di quest’anno, Mikky, e concerti esplosivi come quello al Transmission IX. Mikky prosegue il discorso horror rap mettendoci dentro basi sempre più spinte e ritornelli veri e propri, in alcuni casi fatti di melodie molto belle. In uno di questi dice Tu hai masgica, su culo è sperrrme.
Spero che quello di Mikky non sia il Mikky Blanco definitivo e che nel prossimo album faccia altro ancora. O che magari Quattlebaum uccida Mikky Blanco e trovi un’altra faccia per definire al meglio la propria personalità. Per ora, Mikky è uno dei miei dischi preferiti del 2016. Il suo concerto, insieme a quello di Bob Mould, è stato il concerto dell’anno.

Waxahatchee “Early Recordings”

In primavera, mentre era in tour sulla West Coast, Waxahatchee si è ricordata all’improvviso di aver registrato cinque canzoni, più o meno nel 2011. Quando è tornata a casa le ha riascoltate. Panico. “The nostalgia I felt when re-hearing them was warm” ha detto.
Quando guardi le foto vecchie sei a rischio infarto ma in fondo ti piace? Ascolta gli Early Recordings di Waxahatchee, danno le stesse soddisfazioni, a lei, ma anche a te.

Down

Sad13 “Slugger”
Dopo Basement Queens con Lizzo e i remix in Foiled Again EP, Sadie Dupuis degli Speedy Ortiz ha fatto il suo disco di elettronica. Non basta però prendere le melodie degli Speedy Ortiz e metterci basi da principianti per uscirne vivi.

Pinegrove “Cardinal”
Ogni canzone di Cardinal dei Pinegrove è perfetta per stare dentro a Grey’s Anatomy. È come se i Gomez, di cui non sentivo la mancanza, avessero scelto di far parte del roster di Shonda Rhimes.

Sono in una fase di riscoperte di cose che mi ero perso per un motivo o un altro
di Giuseppe

greco

Cose belle
The Clean ‎”Compilation”
I Clean sono una band formata nel 1978 a Dunedin in Nuova Zelanda e sono un po’ come i Ramones perchè molti li citano ma come i Ramones non hanno mai davvero raggiunto un successo che invece hanno magari raggiunto altre band che a loro si rifacevano.
Il loro sound è sicuramente pop ma il modo con il quale viene prodotto oltre a una distribuzione che inizialmente si limitava soltanto alla cerchia degli amici li ha fatti entrare nel mito della scena indipendente neozelandese diventando un punto di riferimento per molti altri gruppi in giro per il mondo. Tant’è che nel 1998 a qualcuno venne in mente di realizzare un tributo dall’evocativo titolo God Save The Clean, A Tribute To The Clean nel quale band come Pavement e Guided By Voices rendono omaggio a questi oscuri menestrelli all’altro capo del mondo (letteralmente).
Il materiale prodotto nel primissimo periodo della loro comunque lunga esistenza venne raccolto inizialmente su una cassetta dall’emblematico titolo di Odditties che qualche anima pia più tardi raccolse in una compilation con l’altrettanto evocativo titolo di Compilation (Flying Nun, 1986).

Cakekitchen “Time Flowing Backwards”
Graeme Jefferies è una delle icone della scena alternativa neozelandese che dopo aver gettato lo scompiglio nella madre patria coi suoi This Kind of Punishment emigrò a Londra dove mise su una band con un basso e una batteria battezzandola Cakekitchen. Il primo album si intitola Time Flowing Backwards, venne pubblicato nel 1991 e ben rappresenta l’eclettismo del personaggio con un sound che nella tradizione di Dunedin rientra nel calderone dell’indie pop ma contemporaneamente ne straborda fuori per l’uso che ne fa delle chitarra e del basso miscelate con le tastiere. Come i Clean e i Bats, riescono a essere primordiali se non primitivi per il loro approccio molto Lo-Fi ma contemporaneamente molto raffinati, nonostante la tecnica di registrazione che rende a volte irriconoscibili i testi cantati. Ma vi serve capire quello che dicono? A me personalmente non tantissimo e tutt’ora canzoni come “Dave The Pimp” e “Witness to Your Secrets” per quanto grezze riescono a illuminare spesso le mie uggiose giornate. Se cercate una colonna sonora che potrebbe accompagnare lo spleen di un pomeriggio di pioggia passato a guardare le striscioline lasciate dalle gocce di pioggia sui vetri della finestra della vostra cameretta da eterni adolescenti questo disco fa per voi.

The Bats “Compiletely Bats”

I Bats sono una delle band fondamentali della scena neozelandese degli anni 80. Si formarono nel 1983 su iniziativa di Robert Scott reduce dei Clean, l’altra band fondamentale neozelandese.
Ce ne sono altre ma per iniziare queste due vanno benissimo.
Probabilmente hanno raggiunto vette di perfezione di quello che viene definito brutalmente pop, termine che aborro ma alla fine quello è. Solo che questo mi piace. Pubblicarono molti singoli ed EP prima di arrivare a pubblicare il primo lavoro lungo, nel 1987, dallo strano titolo di Daddy’s Highway. I singoli contengono alcune perle che permettono di carpire l’essenza della loro arte compostiva.
Compiletely Bats raccoglie il meglio di questi singoli come “Made Up In Blue”, “Trouble In This Town” e “Claudine”.

Cose brutte

C’è un oscuro personaggio che riesce a pubblicare tutto quello che crea. Ha una discografia che dal 1987 (anno di fondazione della band di cui è leader e compositore principale) ha composto e inciso centinaia di canzoni. Gli album come Guided by Voices hanno superato la ventina al pari di quelli usciti come solista, per non contare tutti i progetti collaterali con altri musicisti, ma dei quali è comunque sempre l’artefice principale, che comprendono altre decine di dischi.
La discografia di Pollard incute paura e timore reverenziale.
Ultimamente ha anche incominciato a raccogliere gli scarti in antologie che comprendono altre centinaia di canzoni (non sto scherzando). Pare che quasi duecento (200!) registrazioni del suo primo periodo creativo siano andate perse altrimenti le avrebbe sicuramente pubblicate.
Penso sinceramente che sia matto.
Ora, per quanto io sia aperto a ogni esperienza musicale, sopratutto le più oscure, da anni ogni tanto penso che forse Pollard abbia un po’ esagerato. Ogni disco contiene fino a venti pezzi, alcuni dei quali definire canzoni è forse esagerato. Secondo me sono brandelli di composizioni che gli altri musicisti semplicemente non pubblicano ma che lui nella sua megalomania pensa che possano interessare a qualcuno.
Tutto questo magazzino di frammenti musicali è talmente grande e vasto che le perle che crea, perle che esistono e sono tante, vi sono comunque disperse dentro e a volte non vengono notate. Qualcuno parla di un enorme talento sprecato da questa bulimia creativa. La sua produzione è sconfinata e non saprei neanche da dove incominciare.
Ecco, se proprio devo dire un disco che non mi è piaciuto, ne scelgo uno suo. Uno a caso perchè tanto ci si prende. Qua trovate la sua discografia, fate voi:
– Come Guided by Voices
– Come Robert Pollard.

PS: in mezzo ci troverete senz’altro delle gemme come “Get Under It” nell’album del 1996 Not In My Airforce, o “My Valuable Hunting Knife” tratta dal Tiger Bomb del 1995, ma sono come pagliuzze d’oro in un torrente di centinaia di canzoni.

Sull’altra cosa brutta ci sto ancora pensando

Hey, Capo. Possiamo scegliere il quarto posto?
Si dai.
Paso: Ulcerate, Shrines Of Paralisys – superbo death metal tecnico oltre ogni umana concezione
Trucco: Kate Tempest, Let Them Eat Chaos
Diego: Phill Reynolds, Love and Rage
Giuseppe: David Kilgour, Here Come the Cars (1991)

 

Buon 2017 a tutti.