Contro il buio metallizzato del 2016: tre cartoline per San Silvestro

giuseppe

Dal profondo

Le vacanze di Natale sono un po’ così: ti svegli la mattina con un po’ di mal di testa ma non prendi nulla perché comunque è un mal di testa leggero, allora sonnecchi per un po’ nel letto ancora caldo, poi ti alzi di nuovo e mangi un biscotto. Poi sonnecchi un altro po’ sul divano, ti svegli canticchiando mentalmente un motivetto di cui non ricordi il titolo. Poi passi davanti alla libreria e spulci qualche libro, ne scegli uno e te lo porti sulla poltrona dove incominci a leggerne qualche riga ma smetti subito perché hai ancora in testa quel motivetto. Allora appoggi il libro sul bracciolo del divano e cerchi di fare mente locale per capire che diavolo di canzone stai canticchiando da quando ti sei svegliato. Niente! Non ti viene in mente. Fai un giro per la stanza camminando avanti e indietro ma non ti viene in mente nulla. Ogni ipotesi che fai la scarti subito dopo. Allora provi a pensare a tutt’altro sperando che per quegli strani processi mentali ti venga poi l’illuminazione. Ma ancora niente! Poi tua madre ti chiede cosa vorresti per pranzo e quando pensi a cosa ti andrebbe, ecco la folgorazione! È la sigla dei Simpsons che stai cantando da due ore mentre passavi al setaccio tutta la tua conoscenza musicale pensando a chissà quale oscuro gruppo new wave. Ti consoli dicendoti che pure i Sonic Youth hanno fatto una comparsata nei Simpson rifacendone alla loro maniera la sigla ma poi incroci lo sguardo sconsolato di tua madre e le dici “pastaefagioliconlecotiche”. Dopo pranzo sonnecchi di nuovo sul divano. Che belle le vacanze di natale. Sono le 4 pm. Ci sono obiezioni se torno a dormire adesso? (Giuseppe)

Sick Of It all-1995-paso

Sick Of It All dal 1995. Seri.

Correva l’anno 1995, precisamente il 6 giugno. Quella sera mi presentai al Velvet per assistere alla tappa riminese del tour che vedeva assieme H2o, Civ e Sick Of It All. I primi erano al loro primo effettivo tour nelle lande europee, e nel corso degli anni torneranno a visitarle parecchie volte, diventando un gruppo molto conosciuto in ambito hc. I Civ, anch’essi alla prima europea, erano nient’altro che i Gorilla Biscuits, senza Walter e nella loro ultima incarnazione (a parte Porcell). I Sick Of It All, bhè, se bazzicate un po’ la scena li avrete di sicuro sentiti nominare. Non nascondo che ero davvero felicissimo di potermi gustare tre act così importanti (almeno per me), a pochi chilometri da casa, ovvero Cesena. Tenete poi conto che all’epoca (ma pure oggi) sono un fan sfegatato di Gorilla Biscuits, Civ e naturalmente Sick Of It All. Il concerto scorre via che è un piacere, stage diving mosh, io me ne sto un po’ a lato (ho sempre odiato farmi male e soprattutto sudare, ahahah!), pezzi dei Gorilla Biscuits, eccetera. Se nonché, a un certo punto del set dei Sick Of It All me ne sto vicino al pit assieme a Diego (che ai tempi suonava la batteria nei Konfettura e poi sappiamo quasi tutti che musicista sopraffino sia ai giorni nostri) contento come una pasqua, perchè i SOIA stanno spaccando (e posso confermarlo, pure nel 2016, visto che continuo imperterrito ad andare a vederli). Bene, non so come non so perchè, mi arriva un bel pugno in pieno occhio destro. Nella foga, un punk vicino a me, aveva alzato troppo il braccio e mi aveva centrato in pieno. A botta calda, rimango un po’ interdetto, Diego se ne accorge subito e comincia a osservare il mio occhio. Fortunatamente, non successe nulla di grave. Il punk si scusa immediatamente, io gli dico che è tutto ok, e proseguiamo a gustarci il gruppo dei fratelli Koller. Da quella volta mi sono successi altri incidenti (tipo esser tirato giù dal palco durante un concerto dei 100demons in Belgio mentre scattavo foto, oppure una manata in faccia di recente a un concerto dei Mindset in Germania e tanto tanto altro) ma questo è quello che mi è rimasto più impresso. Ora il Velvet non esiste più, i Sick Of It All e gli H2o continuano a macinare chilometri su e giù per il mondo, i Civ si sono sciolti (ma hanno toccato il Rock Planet tempo fa per un tour reunion estemporaneo), in compenso sono tornati i Gorilla Biscuits (che ho visto un bel po’ di volte), ma soprattutto sono ancora qui, a quasi 38 anni suonati, che mi gingillo ancora con l’hardcore. Alla faccia di quelli che affermano che è solo una moda passeggera, ahahaha! (Marco Pasini)

Carlton dal 2014

Carlton vive e qui è in una foto dal suo annus faticosus: il 2014

Il 29 o il 16 dicembre 1966, va a capire, wiki dice una cosa Repubblica dice l’altra, la cover di Hey Joe di Jimi Hendrix entra nella classifica inglese. Da quel momento inizia la carriera del napoletano, come lo chiamava un mio amico di Avellino. Brevissima carriera: 4 anni, è morto nel 1970. Niente di meglio, immaginate cosa si sarebbe messo a fare pirullando con la chitarra nella vecchiaia. Hey Joe è di Billy Roberts, anche se alcuni l’attribuiscono a Chester William Powers, detto anche Dino Valenti, per darle quel non so che di italo rock che se si parla di Jimi, da quando il mio amico mi ha detto che è di Napoli, viene sempre buono. Di cover di Hey Joe ne sono state fatte una follia e di solito, nonostante la diversa paternità, si dice la cover di hey joe di jimi hendrix. Nel 1993 la cover di hey joe di jimi hendrix l’hanno fatta i Body Count. All’epoca sembrava riuscitissima: la voce di Ice T assomigliava molto a quella di Jimmi Bomba, e andava fortissimo in tutte le Feste dell’Unità. Se l’ascolti adesso è un tentativo di fare una roba tosta però rivista un po’ sui giri e gli assolacci di chitarra grugne che andavano per la fortissimo in quel momento. Ha di memorabile il video, che inizia col ragazzetto che scappa tra le case distrutte, non si capisce se si trasforma in un ballerino e anche della storia francamente non si capisce una sega. E ha di memorabile il chitarrista, uguale al cugino di Willie il Principe di Bel Air, Carlton. In sede di montaggio si è deciso di fare più volte campo-controcampo di Carlton con Jimi e con un bidello che fa le pulizie e talvolta tracanna con sguardo felino una boccia di whisky che nasconde nell’armadietto. Gli ambienti sono vari: il cortile di un ospedale, il corridoio di un ospedale, una stanza d’ospedale (e poche altre indefinite location che però non interessano a nessuno). A un certo punto uno muore, dei tipi si scambiano dei dollaroni e il bidello beve dall’armadietto. Poi alla fine Carlton, vestito sempre da rapper che smandrilla nella chitarra, lancia il suo assolo travolgente mentre passa una signora sulla sedia a rotelle e un prete si beve tutto il vino dell’ostia – individuiamo un tema principale: l’alcol. Qui l’ambiente è diverso: una chiesa di un ospedale. Ma i Body Count suonano per la maggior parte del tempo il quel cortile, che assomiglia tutto al cortile del Liceo in cui, in un torbido giugno, durante la festa di fine anno scolastico, ho avuto un dialogo che mi torna in mente ogni volta che sento Hey Joe dei Body Count. A quel tempo suonavo la batteria e non è che fossi scarso, però quel contro tempo alla fine della strofa di Hey Joe, che nella cover è molto più tamarrizzato rispetto all’originale, mi veniva una su venti. Qualche volta me la sono messa anche in cuffia e l’ho suonata in diretta, ed ero quasi ok, ma quando la davano alle feste dell’unità, con le mani in tasca, seguivo il ritmo con le ditine e non sempre azzeccavo le battute del rullante. Quel giorno, durante la festa di fine anno in cortile, il dj era uno patito di Jimi Hendrix, c’assomigliava pure, e andava matto per la cover dei Body Count. Quindi, a un certo punto l’ha messa su a tutto volume, come simbolo dei nostri tre mesi di libertà estiva. In quel momento stavo parlando con un’amica di vecchia data e una sua amica, che in seconda media era stata la mia morosina, mi aveva lasciato per telefono e io ero ancora un po’ risentito. Mentre la voce di Jimi T risuonava tra quei caseggiati grigio-bianchi, volevo fare lo sciolto e per aiutarmi mi infilai nella mia sfida: il rullante in tasca. Mentre beccavo le battute meno del solito, la mia ex mi chiese “Ma tu la sai suonare questa con la batteria?”, io risposi “Si” e lei mi guardò con approvazione. Che sia il 16 o il 29 dicembre 1966 il giorno in cui Jimi iniziò il cammino verso il paradiso delle rock star non mi frega, quello che volevo dire qui è che mi sentii il più figo della festa. Tanto che le risposi “Visto chi ti sei lasciata scappare?”, col pensiero, e andai a cercare la boccia di whisky nell’armadietto del bidello. (Trucco)

Il buio metallizzato l’ha inventato Maurizio Blatto.

4 racconti sul Velvet. Bambini che ballano, musica che non finisce, bere e una Fiat Regata.

Tre settimane fa ha chiuso il Velvet, con una festa lunga tre giorni. Ho chiesto ad alcuni amici di scrivere qualcosa.

Elio. Tre giorni per dire addio al Velvet a Sant’Aquilina, pochi? Troppi?
Due frasi mi sono girate in tesa durante quei giorni, la prima, una raccomandazione di Lucia: “non deve essere un funerale, ma un momento di festa in cui ognuno possa salutare a suo modo il Velvet e viverlo in tutti gli spazi portando magari anche i figli”. E si è lavorato perché fosse così, invitando artisti, spulciando gli archivi, aprendo gli spazi, lavorando sulle canzoni storiche da suonare per l’ultima volta in pista e riempendo le giornate di eventi.
Un lavoro collettivo e una partecipazione appassionata degli addetti ai lavori e degli artisti così come del pubblico. Si perché, per quanto sia, in quel posto si celano migliaia di storie e racconti e in molti hanno voluto riviverle per un’ultima volta, non importa se vissute sul palco o in pista, non importa se magari era da anni che non si metteva piede nel locale: c’era la consapevolezza che quelle quattro mura erano comunque lì a conservare gelosamente i ricordi, e qualcuno sicuramente stava vivendo e costruendo i suoi.
Ho visto tanti occhi lucidi guardare apparentemente nel vuoto e non credo di sbagliare se immagino che stessero fissando un particolare punto del locale legato a un particolare angolo delle propria memoria.
Mi sono emozionato vedendo ballare in pista i bambini la domenica pomeriggio… genitori che hanno voluto dare la possibilità ai propri figli di ballare come loro, almeno per una volta sul Velluto.
“La maggior parte delle persone che conosco le ho conosciute al Velvet”, questa è stata la seconda frase che mi girava in testa, l’ho sentita dire più volte, sin dalle prime riunioni organizzative. Amicizie che durano da anni, amicizie genuine, spesso anche storie d’amore. E allora capisci, oltre all’importanza culturale, l’enorme ruolo di catalizzatore, di mediatore, di facilitatore di relazioni che ha avuto il locale. Al Velvet non devi vestirti a modo, ti vesti come ti pare, al Velvet sei te stesso.
Io personalmente ho talmente tanti ricordi che se mi chiedono di tirarne fuori uno in particolare come aneddoto ho delle difficoltà.
Ho iniziato a frequentare il locale nel ’92, arrivando da Santarcangelo in motorino, trovando da subito un luogo in cui materializzare i miei interessi musicali, in cui condividere e scoprire cose nuove, interagire con tanta gente interessante e meravigliosa. Col tempo poi ho conosciuto Thomas e tutti i collaboratori che sono passati nelle varie stagioni fra Velvet e Slego. Poi passano gli anni e mi sono ritrovato dietro alla consolle ed è stato bello rivedere tante facce legate a quei primi ricordi, essere per l’ultima volta in quella consolle con i djs che da sbarbatello ammiravo e con i ragazzi con cui in questi anni ho condiviso tante serate… ed è stato indescrivibile l’entusiasmo che si sprigionava dalla pista, le canzoni gridate a squarciagola, il pogo, le lacrime, i sorrisi, gli sguardi, i volti, gli abbracci, i tanti abbracci, i tantissimi abbracci… abbiamo ballato, abbiamo fatto ballare. Tutto nel nome dell’unico grande Fun Selector THOMAS BALSAMINI.

Tommaso. La prima volta che entrai al Velvet era il 3 giugno 2001 e avevo 14 anni. L’occasione fu il Deconstruction Tour di quell’anno e ci tengo a citare tutta la line-up in ordine casuale: Pennywise, Bouncing Souls, Sick Of It All, Beatsteaks, Boysetsfire, Snuff, Avail, Catch 22, Persiana Jones, Suneatshours. A oggi, lo considero uno dei concerti più belli della mia vita, se non il più bello.

L’ultima volta che entrai al Velvet era il 22 maggio 2016 e avevo 29 anni. L’occasione fu l’addio al Velvet.

In mezzo sono passati 15 anni esatti, praticamente. E tanti come me in questi tre lustri hanno imparato il più delle cose della vita proprio lì, al Velvet. È giusto dire che quel locale ci ha visti crescere, come è giusto dire che noi abbiamo visto il Velvet invecchiare prima, lasciarci poi.

Ricordo quando mi travestii da Mago Oronzo per un carnevale, con le macchie di unto verissime. Ricordo i Buffalo ricevuti e chiamati ai miei sventurati amici (se non conoscete la pratica del Buffalo – vergognatevi – ma informatevi qui: www.facebook.com/IlClubDelBuffalo/info). Ricordo i tantissimi concerti visti, e quelli suonati con tutte le band che ho avuto, in sala grande e in sala piccola e perfino in Goldmine. E ricordo che il sabato sera se anche al Velvet non c’era nessun evento degno di nota, si diceva “andiamo in Goldmine, così non paghiamo l’ingresso e stiamo lì tutta la sera” e puntualmente ciò accadeva. Ricordo i dj set degli amici a cui potevi chiedere le canzoni che volevi, tanto prima o poi trovavano il modo di suonarle. Ricordo tante piccole cose, perfino minuscole, che messe insieme formano almeno 7-8 anni della mia vita, gli anni formativi, proprio quelli. Ci sono tantissime cose che non ricordo, che non riesco a ricordarmi nemmeno a mettermici d’impegno, non è difficile immaginare il perché.

In cuor mio pensavo che il Velvet dovesse già essere chiuso da un paio d’anni almeno. Perché alla fine ti fa male vedere un posto che era un esempio per tutta Italia (e per te, in primis) diventare la bruttissima copia di ciò che era. Le motivazioni sono tante, le giustificazioni pure, e per lo più sono sensate. Alle nuove generazioni non interessano più i concerti e i rock club, non tanto quanto interessavano alla mia generazione almeno. Forse è fisiologico, forse no, di sicuro è avvilente. Il fatto che a me e al mio gruppo di amici strani a cui piace organizzare concerti (Gruppo Urlaub, se ve lo steste domandando) sia stato chiesto di collaborare all’evento finale con un mini festival, in cui per giunta avrei avuto l’occasione di suonare con la mia più recente band, mi ha reso orgoglioso. Mi sembrava la degna conclusione di un cerchio perfetto in cui avrei finito nello stesso posto in cui avevo cominciato e avrei potuto dare il mio contributo e ringraziamento a un pezzo di storia della musica. Pensavo, allo stesso tempo, che fosse il giusto epilogo per un locale ormai stremato e per una storia ormai troppo stiracchiata per non concludersi.

Ma il 22 maggio 2016, mentre Capossela suonava l’ultima canzone del suo (interminabile) set sul palco grande, e lo staff era su quello stesso palco e in tutti i presenti cresceva la consapevolezza che quello era effettivamente l’ultimo momento di musica dal vivo al Velvet e che quelli erano gli ultimi attimi di un locale storico per più di una generazione e fondamentale per te stesso medesimo (me stesso medesimo), ecco, in quel momento mi son sentito vuoto, e spaesato, e clamorosamente sorpassato.

Perché in realtà al Velvet non ci andavamo più così tanto, ma ti dava sicurezza saperlo lì, arroccato sopra Santa Aquilina. Ora che non c’è più, manca qualcosa di molto importante. Non serve aggiungere altro.

Alessandro. Quando ho saputo che il Velvet avrebbe chiuso è stato come quando se ne va qualcuno con cui hai condiviso molto ma che non vedi da un pò. Ti assale quella strana malinconia degli addii, quel nodo che ti viene pensando alle cose che avresti voluto dire ma che non hai detto. È qualcosa che finisce, e hai l’impressione che non ti rimanga nulla anche se in realtà non è così; lentamente la mente riporta nelle orecchie e nel cuore le scalette dei concerti, le luci accecanti e i subwoofer dirompenti dell’elektrovelvet, il pogo senza forza di gravità e altre leggi della sala rock, i cocktail genuinamente carichi, i cessi fatiscenti e la pizza all’alba. La polvere del parcheggio, il tramonto al lago, Manuel Agnelli che canta accompagnato da Max Casacci, i Linea 77 che cantano ma non si capisce un cazzo perché l’acustica fa schifo e sono troppo impegnato a picchiarmi con altri 20 ubriachi almeno quanto me. I Prozac + , i Meganoidi e la sospensione per un infarto, Cosmo che dice che è una situazione di merda, la fila fuori per rientrare e i ventenni che sgomitano solo perché hanno visto che c’è gente ma non sanno dove stanno entrando, i poster, Alioscia e Godano, l’odore di sudore, collassare sulla scalinata e pensare che il Velvet non è stato solo un club, un locale, ma una grande famiglia, un insieme di persone unite da influenze musicali e culturali diverse che hanno vissuto quegli anni ’90 che sembrava dovessero finire subito e che invece non sono morti mai sulle colline di Rimini, dove per sempre suonerà la musica grunge, l’indie e il rock che ci hanno salvato dalla monotonia degli uffici e del posto fisso regalandoci un angolo di adolescenza infinita. Goodbye Velvet…

Giuseppe. Io e il Velvet ci siamo incontrati una notte buia e tempestosa di una primavera molto piovosa a cavallo di un anno sul finire del decennio più rock di sempre: gli anni Novanta.
Mi erano giunte voci che i Ramones avrebbero suonato a Rimini, al Velvet. Cosa che mi sembrava incredibile. I miei paladini che venivano a suonare a pochi km da casa mia.
Sicuramente era una bufala.
Non lo era.
Allora decisi di acquistare un biglietto e la sera del concerto mi sarei presentato all’entrata del locale per incontrare Joey e tutta la famiglia dei Ramone.
Non c’ero mai stato al Velvet. Non ero uno che girava molto e, all’epoca, nonostante i miei diciannove anni, passavo molto tempo in casa per i fatti miei a leggere o ad ascoltare musica. Internet neanche sapevo cosa fosse e i film li vedevo solo al cinema quando ci andavo, raramente, e solo per qualche retrospettiva di oscuri autori russi sottotitolati che venivano proiettati in un qualche cinema parrocchiale. Per il resto ascoltavo musica, tanta musica e i Ramones erano nell’Olimpo del rock.
Ora il problema era trovare i soldi, farsi dare la macchina e, per ultimo, capire dove fosse ‘sto Velvet.
Per un neo patentato non era semplice in un mondo senza navigatori satellitari e senza Google.
Chiesi lumi a un mio compagno di classe che mi era parso di capire bazzicasse il locale e allora mi appuntai su una pagina del diario tutte le sue indicazioni.
Avrei potuto chiedergli di andare insieme ma sul momento non ci pensai.
Qualche giorno dopo convinsi i miei a darmi i soldi e a prestarmi la macchina.
Allora acquistai un biglietto e la sera del concerto mi preparai per farmi trovare puntuale all’entrata del locale.
La sera dell’evento, rispettando la mia tabella di marcia, presi la vecchia Fiat di mia madre e partii alla volta del Velvet.
Avevo al mio fianco, sul sedile lato passeggero, la pagina del diario sulla quale avevo appuntato le indicazioni per arrivare al locale.
Presi l’autostrada per la prima volta in vita mia da quando avevo conseguito la patente e dopo una trentina di km arrivai all’uscita di Rimini Sud e, sempre seguendo alla lettera le indicazioni che mi ero fatto dare, continuai sulla superstrada in direzione di San Marino. Superai tre semafori e, dopo aver percorso qualche km, girai a destra in direzione “S. Aquilina” per proseguire sempre dritto sulla stessa strada per una distanza imprecisata. Le indicazioni non erano poi così precise.
Andavo pianissimo per paura di non vedere l’ingresso del locale. A un certo punto lungo la strada notai che era pieno di auto parcheggiate sul ciglio, cosa questa che mi fece supporre che forse ero arrivato.
Arrivai finalmente all’ingresso e mi trovai dentro al parcheggio del Velvet. Guidai a passo d’uomo passando davanti all’ingresso del locale, che era stato transennato. Era già presente una folla di ragazzi che osservai per bene per vedere se ci fosse stata qualche faccia nota e, sempre cercando di mantenermi calmo per evitare di toccare le altre macchine mentre cercavo parcheggio, riuscii a infilare la macchina, la Fiat Regata dell’83, fra una Panda e una Golf con la scritta Pink Floyd sulla fiancata. Sfigati! Per uscire dalla macchina dovetti trattenere il respiro perché lo sportello si apriva a malapena per farmi passare. Se fossi stato più grosso sarei dovuto uscire dal finestrino lasciandolo aperto e non mi sembrava il caso.
Mi diressi vero la folla che aspettava che si aprissero gli ingressi. Qualcuno ogni tanto intonava “Hey Ho, lets go!” e allora capii che ero nel posto giusto. Non mi sfuggiva proprio nulla.
C’era davvero un sacco di gente. Tutta la scena rock della zona sembrava essersi raccolta sulle colline riminesi per assistere all’evento. Per noi giovani rockettari cresciuti a punk rock non poteva esserci niente di meglio che assistere a un concerto di coloro che il punk lo avevano inventato.
Oltre a ragazzi come me non potei fare a meno di notare che c’erano anche persone molto più vecchie. Molti trentenni e sicuramente alcuni che avevano addirittura già raggiunto o superato i quaranta. La qual cosa non faceva che confermare l’importanza dei nostri beniamini.
Mi misi in fila e non mi restava che aspettare che ci facessero entrare. Mi piaceva essere lì. Capivo che c’era un mondo di ragazzi come me, alcuni molto colorati, specialmente le ragazze coi capelli rosa, altri meno, come i dark, con giubbotti di pelle nera e magliette slavate dei Ramones portate come trofei.
Il concerto fu molto bello. Non poteva essere diversamente. Bella musica, belle persone (non proprio tutte, a dir la verità, ma tant’è!). Mi resi conto che non conoscevo tutte le canzoni e mi ripromisi che, una volta adulto e pieno di soldi, mi sarei comprato tutti, ma proprio tutti, gli album dei Ramones.
Finito il concerto mi diressi tranquillamente verso la macchina e, schiacciandomi fra la Panda e la mia, riuscii a rientrare nell’abitacolo. Misi in moto e seguii la coda di macchine che usciva dal parcheggio. Mi ritrovai incolonnato praticamente fino all’imbocco dell’autostrada, cosa che, a essere sinceri, non mi dispiacque più di tanto perché mi aveva evitato di perdermi. Imboccata l’autostrada fu tutta discesa. Arrivai a Cesena e infine entrai in casa. Mio padre era ancora sul divano a guardare il filmissimo di retequattro. Girò solo la testa per chiedermi se era andato tutto bene e, tranquillizzato che non mi ero schiantato contro un albero, mi diede la buonanotte e tornò al suo film. Io mi rintanai in camera mia e mi infilai sotto le coperte.
La mattina dopo non ricordo cosa feci ma probabilmente non è più molto importante.

Poi gli anni passarono e io non tornai più al Velvet. Avevo giri diversi, amici nuovi, non stavo più chiuso in casa a passare i miei pomeriggi a leggere o ascoltare musica di artisti sempre molto alternativi. Ormai non ci pensavo più. I Ramones ormai non esistevano più, ma continuavano ovviamente a essere il più grande gruppo di sempre.
Fu così che, mentre ero preso dalle mie cose, mi arrivò notizie che il Velvet avrebbe chiuso.
“Ma com’è possibile?” mi domandai.
Diversamente da vent’anni prima, internet esisteva e ne approfittai per verificare se la notizia fosse fondata.
Con mio sommo disappunto notai che la notizia era fondata.
E mi dispiacque molto.
C’ero stato una volta sola e ci mancavo da vent’anni ma mi sentivo come se mi avessero detto della morte di un amico d’infanzia.

Fu forse come il 23 aprile 1985, quando la Coca-Cola Company annunciò di voler cambiare la ricetta della Coca-Cola per la prima volta dopo quasi cento anni.
Quando fu commercializzata la Coca-Cola con una nuova ricetta, si scatenò un putiferio: molti fecero provviste di Coca-Cola vecchia maniera che era rimasta nei magazzini e stiparono casse su casse di Coca-Cola in cantina, migliaia di telefonate e lettere di protesta sommersero l’azienda.
Fatto sta che improvvisamente tutti si misero a parlare della Coca-Cola rendendosi conto di come avesse avuto una certa importanza nella loro vita.
E pare che anche chi non fosse un bevitore abituale di Coca-Cola si sentisse defraudato dalla scomparsa della Coca-Cola della loro infanzia.
Dopo tutto questo putiferio la Coca-Cola Company ritornò sui suoi passi e annuncio che avrebbe continuato a produrre la bevanda classica, quella con la ricetta originale.

Probabilmente la chiusura del Velvet non ha scatenato lo stesso putiferio nel mondo ma nel mio piccolo, all’annuncio della chiusura, provai qualcosa di simile. Non ne  ero un frequentatore abituale ma, la consapevolezza che non ci sarebbe stato più mi rattristava. Mi toglievano qualcosa di importante.
Ero però anche consapevole che, diversamente da quello che successe con la formula della Coca Cola, non avrei potuto fare nulla per impedirne la chiusura ma di certo c’era una cosa che ancora avrei potuto fare, almeno per un’ultima volta: andare a ballare al Velvet.
Fu così che, una volta che la notizia si era sparsa, organizzai con degli amici un’ultima serata al Velvet. Il sabato sera ci ritrovammo  e partimmo alla volta di uno dei nostri locali preferiti per un’ultima notte rock.
Quando arrivammo fu tutto come se nulla fosse cambiato rispetto a vent’anni prima. Era proprio come lo avevo lasciato. Non c’erano più i Ramones ma c’ero io e in più c’erano i miei amici.
Mi sembrava che il tempo non fosse passato e forse era proprio così. Ci portiamo dentro tutto quello che siamo stati e a volte ce ne scordiamo. Una volta dentro al Velvet era come se si fosse ricreata l’atmosfera ormai perduta di quando andai a vedere i Ramones da solo con la vecchia fiat regata di mia madre. Il Velvet e il manifesto che annunciava il concerto dei Ramones di vent’anni prima, ancora appeso all’ingresso del locale, erano le mie madeleine. La memoria ci dà la possibilità di rivivere momenti passati che associamo a determinate sensazioni e quindi tutti quei momenti non erano persi ma erano ancora lì, pronti per essere riassaporati.
Ora ero lì e decisi che per un’ultima volta, nonostante fossero passati tutti quelli anni, avrei ballato la musica del Velvet.

E ballai.

Ieri è morto Thomas Balsamini

Quando andavo al Velvet entravano sempre in gioco due tipologie di chilometri.
C’erano prima di tutto i chilometri da fare per arrivare a Sant’Aquilina di Rimini da Cesena, all’inizio con le macchine dei più grandi poi anche con la mia. I più tradizionalisti prendevano la via Emilia e poi la Statale, i più scafati giravano a destra prima della tabaccheria Silvano a Santarcangelo, s’infognavano per le colline e arrivavano dall’altra parte, dall’alto. In questo modo, la prima cosa che vedevi del Velvet era il parcheggio, nell’altro modo erano il Velvet e i manifesti dei concerti. Nel primo modo a un certo punto arrivavi alla centrale elettrica, nel secondo vedevi un sacco di mignotte.
Il parcheggio del Velvet era un posto in cui incontravi sempre qualcuno, al sabato sera, a ogni ora, magari non lo vedevi subito perchè era steso dentro o di fianco o sotto una macchina, ma prima o poi lo vedevi. Arrivato nel piazzale di fronte all’ingresso ti mettevi in fila. Negli ultimi tempi, se avevi un amico in lista che aveva stampato anche per te la riduzione dal sito ti sentivi come il figlio di Al Capone, altrimenti ti attaccavi al cazzo e pagavi il prezzo intero. Nei primi tempi non c’era speranza, niente riduzione. E andare al Velvet era bello perchè ti dava alcune solide certezze: pagare un botto l’ingresso, mentire ai tuoi, attraversare la Romagna, fare le 6.
Poi c’erano i chilometri che facevo dentro. All’ingresso a sinistra o all’ingresso a destra e si parte. D’inverno il Velvet si trasferiva allo Slego di Viserbella, i chilometri calpestati erano gli stessi, solo che a volte mi incagliavo in un ammasso di corpi sudati. Poi lo Slego l’hanno demolito e allora i chilometri a piedi li contavo solo al Velvet, estate e inverno. Aspettando il momento giusto per fare il pit stop, quello giusto.
Il giro era più o meno ellittico, salvo deviazioni, e in loop. Ma non era un tour senza soste. Ce n’erano diverse: la sosta alla panchina sotto al tendone fumatori dove ho conosciuto almeno un paio di persone che ho sempre e solo visto al Velvet, anzi, sempre e solo sotto al tendone del Velvet; la sosta alla scalinata per prendersi due calci nei reni da quei ragazzi con il 48 di all-star che neanche mi vedevano perchè erano lucidi; la sosta dall’altro lato, alla finestra che dava sul lago; la sosta sulla salita davanti al cesso per avere sotto controllo tutto il locale; la sosta alla pista piccola, poi diventata piste piccole, da cui scappavo perchè le creste vicino ai caschetti mi confondevano le idee, anche se col senno di poi ho capito che erano un gran traguardo; la sosta al bar; la sosta al cesso.
Ogni tanto incontravo anche gli amici con cui avevo varcato i confini della Provincia per arrivare. Di solito se non volevo incontrare nessuno (crisi tardo adolescenziali) andavo in pista, e quando andavo in pista andavo solo per ballare, cercando di evitare, così a naso, il filotto Beautiful People-Tender-Il ballo di S. Vito. Il meglio, soprattutto per quelli che limonavano, era quando il dj segava come tronchi le canzoni passando dagli Starsailor ai Linkin Park. I dEUS li hanno segati pure dal vivo, due o tre volte, e poi ai Pavement gli è toccato suonare 3 ore. Però in quel caso il dj non c’entrava.

E quando facevo pit stop, quello giusto, sulla ringhiera, per guardare dall’alto quelli che si dimenavano, chi meglio chi peggio, mi posizionavo non lontano alla gabbia del dj. E di fianco alla gabbia, di solito sulla sinistra, intorno alle 2, compariva sempre una ragazza, sempre la stessa, che urlava “Thomas, cazzo, i dEEEEUUSSS”. E Balsamini rispondeva “Si, si” con la testa. E poi dava i Limp Bizkit.
Ecco, ieri è morto Thomas Balsamini, il primo dj di cui io abbia sentito la mancanza, smettendo, con gli anni, di fare quei chilometri.