[per assurdo] “Ho disegnato una svastica in centro a Bologna” 5 anni dopo

 

È una domanda che mi sono posto solo qualche giorno fa: e se Calcutta pubblicasse adesso “Gaetano”? È la sua canzone del 2015 che dice “Ho disegnato una svastica in centro a Bologna, ma era solo per litigare”. Aveva già suscitato polemiche all’epoca, perché insomma dire di aver disegnato una svastica, così a cazzo, su un muro di una città, non è che fosse così difficile pensare che avrebbe fatto arrabbiare qualcuno. È un simbolo non facile da gestire, quello. Ma che fosse una provocazione era ovvio: mi sembra chiaro che Calcutta non sia un fascista. Voglio dire, è uno che tre giorni prima aveva fatto un concerto dentro a un pakistano in via Mascarella. Non credo che nessuno gli abbia dato del fascista quando è uscita la canzone. O si? Non penso che il problema fosse quello. Il problema era la facilità con cui si usava la svastica per fare una gag, credo. E magari chi si è arrabbiato riconosceva anche la provocazione, che, però, può anche essere riconosciuta, ma non accettata. E ci sta, anche perché un cantante valuta quello che vuole scrivere, decide di scriverlo, perché a lui il concetto sembra chiaro, o perché ha proprio intenzione di suscitare polemica (penso sia il caso di Calcutta), e poi se ne prende la responsabilità. Trattare con superficialità un simbolo così violento non è facile. Secondo me a lui è riuscita bene e non c’era da arrabbiarsi perché era chiaro l’intento, ma capisco che possa aver dato fastidio.

Non è la prima volta che viene usata per provocare, la svastica, visto che Sid Vicious indossava pure la famosa maglietta. Però, mentre in quel caso è stato più difficile dimostrare che fosse una provocazione, perché il personaggio protagonista era leggermente meno lucido (e molto più pilotato), in questo caso era chiarissimo. Per il resto, è la stessa cosa. La provocazione di Calcutta non è come quella di Andy Warhol, per dire, che svuotava di significato l’immagine e serigrafafa anche Mao Tse Tung, ma esattamente come quella di Sid Vicious: il significato rimane ed è proprio quello che fa polemica. Cioè, si vuole fare una provocazione, per sostenere la quale si svuota di significato quel simbolo dichiarando (più o meno subito, più o meno chiaramente) che è una provocazione e non una presa di posizione politica, però senza quel significato il simbolo non sarebbe provocatorio e la provocazione non avrebbe senso. La differenza è che quel fesso di Sid Vicious (Malcolm McLaren) giocava anche sul mantenimento dell’ambiguità provocazione/posizione politica. Calcutta in questo senso non è ambiguo per niente (“ma era solo per litigare”).

Di provocazioni nell’arte usando la svastica o il nazismo si parla da tempo (lo fa un artista semi-giovane che ho conosciuto proprio adesso su internet: Marcus Harvey).

Da Repubblica.it del 2015:

Nella canzone Gaetano canti “fiamme nel campo rom, tua madre lo diceva non andare su YouPorn” e poi “ho fatto una svastica in centro a Bologna ma era solo per litigare”. Immagini forti.
“Mica è proprio vera la cosa della svastica, è solo che ero stressato dalle persone intorno a me, la mia ex ragazza, il suo volontariato, è un po’ una provocazione contro quel tipo di sinistra, quella di Latina”.

Esiste la sinistra a Latina?
“Ma sì, quella che c’ha i soldi, che vede Crozza, che pensa che la lotta politica e l’intrattenimento possano andare insieme. Quella che va alle presentazioni dei libri, alla mostra dei quadri della cugina esposti dentro un bar, quella delle signore ancora con la pelliccia. Quelli con la spocchia. Questa è l’unica frustrazione che mi è rimasta di Latina. Non mi piace la gente che si impegna per quella città, perché alla fine va bene come è. È un dormitorio? Va bene così. Non va bene vivere nell’illusione che tutto vada bene?”.

Piazzata in una canzone senza nessun riferimento al fatto personale, l’azione “ho disegnato una svastica” è interpretabile liberamente e questo la espone alle critiche, anche se subito dopo c’è “ma era solo per litigare”. La storia dell’ex fidanzata di Latina potrebbe essere anche una balla e questo annienta la giustificazione data nell’intervista. Insomma, c’erano tanti motivi per arrabbiarsi, ma anche per non farlo.

Adesso. Adesso il quadro politico e sociale è un po’ cambiato. Sono passati 4/5 anni e quella frase di Calcutta non la considera più nessuno, ma se la canzone fosse uscita adesso avrebbe potuto essere interpretata diversamente.

Adesso, incoraggiata dagli esponenti politici di destra che non nascondono simpatie nei confronti del fascismo e si comportano da fascisti, c’è gente che disegna stelle di David e scrive “Juden” sui muri e sulle porte delle case per segnalare che lì c’è un ebreo.

Le svastiche si vedono da sempre, sui muri o nelle manifestazioni dei fascisti in tutte le parti del mondo. Ma adesso in Italia, a Salvini, alla Meloni e ai loro seguaci piace alimentare l’odio per prendere più voti e siamo arrivati al punto in cui la stella di David è tornata a essere il segno per stigmatizzare gli ebrei, proprio come facevano i nazisti. Il numero di episodi di vandalismo nazifascista antisemita è aumentato. L’ennesimo, tra i tanti degli ultimi mesi in Italia, è quello della svastica disegnata sul monumento d’ingresso al Sacrario ai caduti della Brigata Cremona di Camerlona, vicino a Ravenna, due giorni fa. E altre svastiche e insulti li hanno disegnati sul monumento alla Memoria dei Caduti delle forze armate regolari nella guerra di Liberazione presso il ponte degli Allocchi, sempre a Ravenna.

Nel 2015 non c’erano così tante stelle di David disegnate sulle porte. Se “Gaetano” uscisse oggi, forse quella frase contenuta nella canzone potrebbe essere strumentalizzata, anche da giornalisti seri, tipo non so, Sallusti, che direbbe: “Calcutta cavalca e alimenta l’ondata di fascismo, non Salvini!”. Eccetera. Il che già significherebbe ammettere che c’è un nuovo fascismo, cosa per Sallusti è impensabile, ma comunque. Potrebbe succedere. Non è così assurdo. Da parte di Calcutta, ci vorrebbe più coraggio per fare uscire la canzone con quella frase proprio adesso, ma questo non lo renderebbe responsabile di quello che sta succedendo.

L’attualità può cambiare le possibilità di interpretare una canzone e l’attualità sarebbe la scusa per alcuni per trovare nuovi capri espiatori e allontanare l’attenzione dai veri responsabili. Solitamente pensiamo che le canzoni possano cambiare la società, o semplicemente cambiarci la vita. In questo caso è il contrario, cioè l’attualità potrebbe fornire spunti per leggere diversamente la canzone.

Meno assurdo Trucco, meno assurdo! Ma passiamo a ragionare su un piano meno assurdo, per togliere al discorso questa patina di irreale che non ha. Togliamo di mezzo lo slittamento temporale dell’uscita di “Gaetano” e lasciamo il mondo come sta, cioè manteniamo fermo il fatto che “Gaetano” è uscita nel 2015. Alla luce dei fatti recenti, Sallusti sarebbe lo stesso capace di dire “Calcutta ha anticipato 5 anni fa quello che sta succedendo, è responsabile. I cantanti dovrebbero stare attenti a quello che cantano, hanno una certa influenza sui fan che poi li imitano. E poi date la colpa a Salvini perché la gente disegna le stelle di David sulle porte. Questi cantanti hanno molta più influenza sulle persone rispetto ai politici!”. Naturalmente se ne sbatterebbe di tutto il discorso della provocazione e del “ma era solo per litigare”.

Basterebbe poi che qualcuno lo scrivesse su Facebook e diventerebbe virale e centinaia di persone inizierebbero a salvare Salvini, “che non è fascista, mette solo prima gli italiani”, e a offendere Calcutta. O (i fascisti) inizierebbero a dire “Ah ah ah, a pensarci bene inizia a piacermi questo Calcutta”. Feltri potrebbe dirlo, alla Zanzara. E Cruciani a ridere. Ah. ah. ah.

Me lo immagino domani Sallusti che si sveglia dalla crioconservazione, viene per caso a conoscenza, 5 anni dopo, di “Gaetano” e domenica titola il suo Giornale (carta e on line) “Calcutta inneggiò al fascismo e spinse a disegnare le stelle di David sui muri, altroché Salvini”. Anzi: “Calcutta inneggiò al fascismo e spinse a disegnare le selle di David sui muri, altoché Salvini”, visto che un refusino o due ce lo mettono sempre in home page. E farebbe ‘sto titolo per cercare di distogliere l’attenzione da altro, o dai veri responsabili, quelli che sostiene politicamente. Attribuire la colpa a Calcutta di questa cosa sarebbe un modo per non attribuirla ai politici. So che magari non succederà mai che qualcuno (non solo Sallusti, anche altri, e anche persone normali sui social) accusi Calcutta di questo, ma è un buon modo per vedere come sia facile farci distrarre dalla realtà e dalle cause vere delle cose, e come il giornalismo, che ci spinge a distrarci, sia così interessato a difendere una parte politica da arrivare a sostenere assurdità totali: individua le cause sbagliate di conseguenze gravi e molti gli credono. E Calcutta diventa il responsabile delle svastiche e delle stelle di David che degli stronzi stanno disegnando in giro per colpa di politici che usano la mentalità fascista, in cui credono, per tirare su voti.

Sul tema temporale, viene in mente il caso Junior Cally, Sanremo 2020. Ma non voglio parlare di Junior Cally su neuroni.

Indossare le magliette è ancora utile a far diventare famosi i gruppi che non conosce nessuno

 

A metà degli anni ‘90 la lentezza era la nuova sensazione. La chiamavano “Slowcore”. Lo Slowcore si contrapponeva al Grunge e i Low sono stati un punto di svolta in questo senso. S-Low. Ma sono passati altri 20 anni e ora mi è chiaro: non è vero che lo Slowcore è diverso Grunge per il fatto che ne azzera la violenza. Per “Grunge” intendo quello meno radiofonico, Green River, Mudhoney, Tad, i primi Soundgarden, i Nirvana che si rifacevano a quei suoni, roba al limite del metal, talvolta vicinissima ai Melvins, comunque sostanzialmente lo sfogo di gente malata.

Al contrario, nello Slowcore la violenza c’è, ma non esplode: implode. E soprattutto c’è la depressione, sempre. Sono questi i tratti comuni tra Grunge e Slowcore. La cosa bella è che i Galaxie 500, che forse hanno inventato lo Slowcore, e anche i Codeine, sono di New York. Quindi non solo dalla provincia può venire la depre, come già avevano dimostrato i Velvet Underground. Ma la depre della provincia è meno liscia, ha più elementi ruvidi, respingenti. È mancanza, è vuoto. Al contrario, quella della città è assuefazione. Non è solo il suono a fare la differenza, ma anche la sua materializzazione: la depre di provincia è una materia raccappricciante, quella della città mantiene sempre un suo splendore, che al massimo può essere decadente. Mai fare schifo. Questa potrebbe essere una differenza tra Grunge e Slowcore: le anime del grunge venivano soprattutto dalla provincia (Seattle è stata un aggregatore). Il gruppo Slowcore più Grunge che ci sia sono gli Idaho. O i Red House Painters? Gli Idaho sono di Los Angeles, città in cui è tutto città ma una buona parte di essa è isolata come la provincia e abitata da avanzi di galera dichiarati. I Red House Painters sono di San Francisco, una città molto accogliente e luminosa, per chi non è dropout. La risposta a questa mia ficcante domanda è quindi: Idaho. C’è vivere e morire a Los Angeles, non a San Francisco. Bisogna tenere in considerazione delle città in cui vivono gli artisti, perché le città sono le scatole in cui friggono queste bestie umane, più o meno disperate. Guardate Elliott Smith: sempre a Los Angeles, naturalmente.

Tornando a bomba, la lentezza è il rivolo che si è insinuato nel tempo e ha modificato gli stili a venire. Dopo essersi palesata alla fine degli anni ’80, la lentezza estenuante dello Slowcore è diventata incontenibile, un’epidemia che ha rallentato tutto. La SST è stata protagonista di questo cambiamento, portando l’hard core a diventare “post”.

Lo Slowcore è come un braciere che tiene caldo il nostro posto, in modo costante, diventando così una certezza, grazie a Codeine, Galaxie 500, Arab Strap (dalla Scozia, lo stesso flavour della provincia americana) e Low, che continuano a soffiare sulle braci perché continuiamo ad ascoltarli, e grazie ai semi sparsi nei nuovi gruppi, che riaccendono il fuoco.

Questi Taxidermists, che ho scoperto oggi perché ho visto su Instagram una foto del cantante degli Horse Jumper of Love con la loro maglietta, mischiano lentezza e tristezza e ne fanno il cuore del loro suono. In più, rallentano anche altri modelli degli anni ‘90. Le chitarre dei Pavement e le linee vocali dei Weezer, per esempio. Taxidermist sono la Rollins Band senza la cattiveria. Sono i Bedhead privi del desiderio di cullare chi ascolta. Vogliono solo complicandogli l’ascolto con una scrittura a volte non prevedibile. Come i Sonic Youth di Bad Moon Rising, senza il lato dark. Tutto sotteso a un’idea: la lentezza. È forse la lentezza uno dei tratti distintivi del tassidermista? Non credo. “Il tassidermista”, il nuovo film con quello degli Horse Jumper of Love. Tag line: se urli in una stanza piena di cani imbalsamati, nessuno di loro è il tuo migliore amico. Isolamento, solitudine. Questa è la sensazione che dà il disco dei Taxidermists (2015).

EE (il singolo del 2018, una canzone) è una specie di emo, è diverso dal disco. Suona più nitido, zero distorsioni grette. Suona come una canzone dei Talking Heads, o degli Housemartins senza gli Housemartins, cioè senza la stucchevolezza di quell’insopportabile suono nasale che dopo un po’ copre ogni cosa, anche le chitarre. Ed è tutto rallentato. E aggiunto di un modo di suonare chitarra e batteria che sembra riprendere i passaggi e gli stacchi dell’emo-core verso l’improvvisazione jazz, ma più imprecisa e semplificata nelle soluzioni. La strofa è più stile “Brand New Cadillac” dei Clash. Si scava nel passato e nelle rughe del tempo.

Tax Returns è il mini EP del 2019. Non dico Pavement della prima ora perchè non voglio dire ancora Pavement, e allora dico Built to Spill di There is Nothing Wrong with Love. La seconda traccia delle tre ricorda i ritmi di Entertainment dei Gang of Four, giusto in tempo per tornare a versare qualche lacrima. Poi tutto prende strade diverse e appare con evidenza che le canzoni sono buttate lì, strofa e ritornello e poco più. Tocca aspettare la terza canzone per avere la “long song” di tre minuti, in cui non manca qualche scivolone, che porta il suono e gli arrangiamenti a una rigidità eccessiva. Funziona tutto. Comunque l’EP rimane una veloce prova per dipingere un futuro. In generale, ogni cosa è più limpida, l’album era un baratro in cui i Taxidermists erano caduti (momentaneamente?) e quello che hanno fatto prima e dopo è più sereno. Tax Returns perde anche un po’ in lentezza. Speriamo che non fosse momentaneo, il baratro, speriamo che nel futuro ci si infilino di nuovo fino al collo.

L’ultima cosa dei Taxidermists è questa. La migliore è questa.

Camerette?

C’era un mio amico che aveva una camera da letto incasinatissima. Avere una cameretta incasinatissima voleva dire essere un ganzo, e anche un po’ artista. Sugli scaffali c’era di tutto. Libri in mezzo a dischi, dischi in mezzo a libri, libri in mezzo a cd, oggetti singolari che suggerivano passioni aveva solo lui. In effetti era una cameretta museo, un po’. Il mio amico cool era un poser ma questa cosa era tabù: era uno dei più grandi sboroni del nostro microcosmo e non si poteva dire niente. Io ero un po’ diffidente. In effetti, più che mio amico era amico di mio fratello, suo coetaneo. Loro erano più grandi e qualcuno di noi, che eravamo più piccoli, aveva una specie di venerazione. Una spinta all’imitazione. Una volta parlavo della cameretta dell’amico cool con un altro mio amico meno cool, ma più simpatico, della mia stessa età. Ci eravamo concentrati in particolare sul fatto che ci fossero libri in mezzo ai dischi, libri in mezzo ai cd eccetera. Un po’ di tempo dopo sono andato a casa del mio amico meno cool. La sua cameretta era cambiata totalmente. Prima era normale, c’erano i libri, i cd, qualche disco, tutto abbastanza in ordine. Adesso sullo scaffale c’era un libro, un disco, un cd, un libro, un disco, un cd, un libro, un disco, un cd. L’aveva presa alla lettera. Sul comodino c’era La Recherche di Proust. “Quella è per le fighe”. Comunque, anche se era un’imitazione, la cameretta del mio amico meno cool era più sincera di quella del mio amico cool. Il mio amico meno cool, per esempio, conosceva a memoria tutti i cd che aveva. Dubito che lo stesso valesse per l’amico cool.

Alla fine, c’è caso che le camerette a volte fossero una specie di immagine non reale di noi, come avremmo voluto essere. La sostanza magari era l’unica cosa vera, solo che non ci si accontentava della sostanza, bisognava darle un aspetto cool. Non lo si faceva per gli altri – perchè poi in camera non è che entrassero tante persone, ragazze ancor meno – ma per dare a se stessi quell’illusione.

Non so, stavo pensando a questa cosa in relazione a quello che si dice sempre, cioè che i giovani oggi si creano una vita finta sui social. Ma anche noi ce la creavamo in alcuni casi. Non era on line e disponibile per tutti, ma la nostra intenzione era la stessa: mostrare a chi ci veniva a trovare un noi che non esisteva. In effetti non c’è bisogno di parlare della cameretta per dimostrare che anche prima dei social esisteva questo tipo di atteggiamento superficiale, ma il fatto che toccasse anche le camerette mi sembra rilevante. Rilevante.. non esageriamo. Interessante. Perché le camerette vengono sempre raccontate come il posto vero per eccellenza, come il nostro mondo ma non era sempre cosi. Cioè, era così ma pure noi eravamo un po’ poser.

Anche la presenza molto frequente delle camerette, con i poster attaccati al muro e tutto, nelle serie TV (adesso come anni fa, da Sex Education fino a OC e anche prima, non mi ricordo se c’era qualcosa anche in Genitori in blue jeans o se era ambientato tutto di sotto) o su YouTube, dimostra che la cameretta è uno dei topoi più usati e indicativi, chiari e comunicativi del mondo interiore dei ragazzi. Spesso, nelle produzioni più attente, un poster sopra al letto è coerente con il carattere del personaggio e lo completa. Non mi ricordo quale serie fosse, o se fosse un film, ma a un certo punto in una cameretta si vede un poster degli UNSANE. Poi magari è stato il regista o lo scenografo che ce l’aveva, era un fan in botta e l’ha voluto mettere li, ma da quel momento il ragazzo che dormiva li ha iniziato a starmi simpatico. Per dire quanto una cameretta può influenzare l’opinione che abbiamo di una persona anche se non abbiamo prove che sia del tutto realistica o coerente con la persona stessa. Anche se è dentro un film ed è parte integrante di una messa in scena. Del resto io sono fiero portatore della sindrome della mia nonna, che si vestiva bene per vedere Mike Bongiorno a Lascia o raddoppia.

Però. In questi giorni sto finendo di guardare Sex Education, per esempio. Molti dei personaggi sono sedicenni, quindi camerette come se piovessero. Quella di Otis (il protagonista) è importante. Ma è anche bello il fatto che Maeve (LA ragazza della serie) sia un personaggio dalla personalità molto forte e molto ben definito anche se la sua cameretta non si vede mai. Non è necessario farci vedere la cameretta se vuoi descrivere bene un personaggio adolescente. L’assenza della cameretta, però, si nota.

E poi stavo pensando anche a come dovrei interpretare il fatto che la mia cameretta adesso è il divano. Non ridere. Aspetta che capiti anche a te a 40 anni.

C’è anche un’etichetta che sia chiama MiaCameretta Records. Il suo roster (non poster, roster) è imprevedibile. Big Cream, Pedalò, Human Colonies, Doormen, MahDoh!, Black Tail, In Generale Inverno, Tiger! Shit! Tiger! Tiger!, Flying Vaginas, Above the Tree. Ogni gruppo è diverso dall’altro e credo che pur prendendo il nome dalla concezione della cameretta come posto sacro e personalissimo, MiaCameretta ne mostri il lato più schizofrenico, quello che di noi ha sempre voglia di cambiare. Come se cambiassimo il king-poster (quello più importante, quello appeso sopra al cuscino del letto) con una certa frequenza, più volte in un anno, così da disorientare chi viene a trovarci. Rinunciando a voler dare un’immagine definita e definitiva di noi, ma mettendo in mostra che non abbiamo voglia di essere catalogati, e che non copiamo gli altri perché sono fighi. E facciamo quello che ci piace e pare. L’ultimo disco uscito per Mia Cameretta è Season Premiere dei Country Feedback e non ha niente a che vedere col passato dell’etichetta. Io stesso, dal mio divano, non avrei mai pensato che mi sarebbe piaciuto un disco così. Si cambia. Season Premiere è lezioso, in qualche modo, ma è pieno di idee e cambiamenti di stile. È bello, ascoltalo.

https://miacameretta.bandcamp.com/album/country-feedback-season-premiere