DISCHI. Quella sporca dozzina 2020

Anno bruttissimo, ma anche anno bellissimo, comunque non ci sono cazzi che tengano: la classifica dei dischi più belli va fatta. Criptica o esplicita, sotto forma di lista o con i pipponi nel mezzo, ritrattabile o definitiva, scritta sulla pietra o con il limone, col tono da scazzato superiore o con l’entusiamo di un bambino di 10 anni di fronte a una fetta di torta, ma soprattutto che la leggano in molti o che non la legga nessuno, in un modo o nell’altro, comunque, va fatta, perchè è divertente. Quindi, ecco la mia. Io ne ho messi dodici, di dischi. Chiamatela Quella sporca dozzina 2020.

12. Sasha Tilotta, Crash at Corona. C’è stato un momento dell’anno in cui ascoltavo solo questo disco. Vivevo nella sua notte eterna, nelle melodie del suo pianoforte, pensavo di essere immerso in un crush senza fine, credevo nell’immortalità. Poi mi sono ripreso e ho fatto anche altro, ma è stata una parentesi bellissima e non potrò mai dimenticarla. Riascoltando ancora Crash at Corona quasi quasi ci ricasco, di sicuro è ancora un disco bellissimo che ti porta via in un’altra dimensione con pochi semplici tocchi di pianoforte e con primitive e caotiche melodie. Primitive nel senso che mi hanno reso un uomo primitivo, che prova un’emozione grande come se fosse la prima volta che si emoziona. Caotiche nel senso che mi hanno mandato nel caos. 

11. Coriky, Coriky. Ho un ricordo bello legato a questo disco. Guidavo sulla Ventimiglia Genova, nota anche come l’autostrada del diavolo del mattone, e l’ho messo su. La Fede si è addormentata all’istante, io mi sono goduto più di un giro di Coriky mentre ammiravo l’incredibile capacità dell’uomo di costruire palazzi ovunque. Pazzesco, pensavo, mentre guardavo di fronte a me l’Hotel più grande del mondo tra quelli costruiti in discesa. Pazzesco anche sto disco, però. Già mi piacevano molto i The Evens, qui sono sempre loro (Amy Farina e Ian MacKaye) e in più Joe Lally che suona il basso. Le canzoni sono noise, ballabili, cantilenanti, tutto. E cantano tutti. Un disco pazzesco, che non ha niente di nuovo, chiunque avesse provato a fare una roba del genere probabilmente avrebbe tirato fuori una cosa noiosissima ma Ian MacKaye anche questa volta ha superato le probabilità probabili.

10. Mint Mile, Ambertron. È il disco nuovo di Tim Midyett dei Silkworm. È bellissimo perchè mantiene la tristezza potente dei Silkworm ma li supera, avvicinandosi di più alla tradizione dei cantautori americani, con dei momenti così desolanti che ti si para davanti il deserto del Mojave e dei momenti così esaltanti che credi di essere su un tagadà. La personalità di Midyett e la sua grandiosa capacità di scrivere canzoni profonde come un pozzo rendono Ambertron un album dai toni non comuni, di una pesantezza non comune anche. Ma l’insieme di queste cose mi ha spaccato il cuore ripetutamente.

9. Jim Shorts, Late To The Feast. Questo è uno dei miei due dischi power pop di questo anno. Un disco così ci vorrebbe sempre, cazzo. È divertente, si balla, è potente, non molla un attimo e ogni canzone è un gioiellino. Come i migliori Built To Spill, fottutamente carichi e dannatamente tristi. L’ho ascoltato mentre facevo la pasta, mentre andavo al lavoro, mentre spazzavo, mentre stiravo, mentre facevo la file per fare il sierologico. È andato bene in ogni occasione. Dovrebbe sempre esserci un disco così, uno nuovo ogni anno, che ti inietta energia in corpo e ti fa fare tutto con un filo di gas, sia le cose belle, sia quelle brutte, sia quelle normali.

8. Flaming Lips, American Head. Potevo ascoltarlo sicuramente più volte, ma le volte che l’ho ascoltato mi sono bastate per capire che questa volta i Flaming Lips hanno fatto un bel disco. Dopo le delusioni (per me) di Oczy Mlody, 7 Skies H3 e The Terror, quest’anno l’album dei Flaming Lips è sicuramente tra i migliori degli ultimi 10 anni, dai tempi di Embryonic. E sono contento, sono contento da matti, perchè di base io amo i Flaming Lips, mi ricordano addirittura la prima volta che ho limonato con mia moglie.

7. X.Y.R., Pilgrimage. È un grande viaggio. Due canzoni da 20 minuti ciascuna, da ascoltare senza interruzioni, come Microphones ma completamente diverso. È elettronica, amici, quest’anno ho messo nella mia classifica anche un disco di elettronica, mi sento benissimo per questo. Ci sono state un sacco di uscite WARP fiche quest’anno (One Oh Trix Point Never, Lorenzo Senni e via dicendo) ma io no, ho voluto mettere i russi. Mi sono immerso grazie Pilgrimage nel suono russo contemporaneo dopo aver letto lo specialone di due mesi fa su Rumore (la rivista) e ho scoperto un mondo di musica severa, quadrata ma allo stesso tempo super stimolante e visionaria. L’ho ascoltato una volta ma è un disco eccezionale.

6. METZ, Atlas Vending. È un disco senza compromessi, noise non come quello smutandato senza vergogna dei Jesus Lizard ma comunque bello peso, il disco che vince nella categoria disco peso dell’anno. I METZ hanno trovato la loro normalità dopo quattro dischi e hanno tirato fuori canzoni talmente dritte che più dritte non si può. Mi piace Atlas Vending anche perchè la prima volta che l’ho sentito non mi aspettavo niente, ero seduto sulla sedia, e appena ha attaccato ho fatto un salto che neanche con Carpenter.

5. Naked Roommate, Do the Duvet. Questo disco è tutto: dal tamarro al delicatissimo. Da dub a post punk, mi piace il ritmo ma anche la maestrìa con cui lo controllano e lo tengono a bada perchè non superi la melodia all’interno della canzone in termini di importanza. È un disco russo con un’eleganza francese da questo punto di vista, e infatti loro sono californiani, non fa una piega. Però è incredibile come Do the Duvet dia la sensazione di una folla di persone in droga chimica che riempiono una stanza piccolissima e ti provocano una claustriofobia letale ma allo stesso tempo faccia apparire tutto sotto controllo e ti faccia venire voglia di fischiettare le melodie senza preoccupazione alcuna. Lo trovo un disco eccezionale per questo e l’ho ascoltato un sacco di volte, soprattutto in macchina.

4. Phoebe Bridgers, Punisher. Dolcezza, follia, malinconia. E alé. È fatta. All’inizio pensavo nooo non mi può piacere un disco così, cosa c’entro io con questa roba? Nooo. E invece l’ho ascoltato un sacco di volte e ogni volta che lo ascolto mi piace sempre di più. Quindi sta sicuramente tra i miei primi quattro dischi preferiti di quest’anno, con possibile passaggio al terzo posto, o al secondo, o al primo, se me lo richiedo tra uno o due giorni. Lei è quella che l’anno scorso aveva pubblicato il disco con Dylan Thomas, che mi era piaciuta un casino. Ma nel 2020 ha fatto il salto. Quelle di Punisher sono canzoni folk con chitarra, violino, batteria, pianoforte, e sicuramente altri strumenti che non ho sentito, ma soprattutto una forza evocativa assurda che mi ha catturato totalmente. Magnetica. Alcune volte pop, come in Kyoto, la maggior parte delle volte più calma, con un ritmo deciso ma quasi sempre sussurrato, alla fine del disco impazzisce e chiude tutto respirando come un animale. Mi piace un sacco.

3. Microphones, The Microphones in 2020. Questo è un fottuto album e Mount Eerie, o Phil Elverum, o Microphones, è un cazzo di stronzo che praticamente ogni anno da tre anni a questa parte inventa un disco che mi piace tantissimo affrontando temi tristissimi o adottando formule potenzialmente noiosissime, come un’unica canzone di 44 minuti. The Microphones in 2020 è un’unica canzone di tre quarti d’ora ma è la cosa più lontana dalla noia sulla faccia della terra. Chi altro sarebbe in grado di comporre un album simile? E sono arrabbiatissimo perchè un mese e mezzo fa ho avuto la fantastica idea di ordinare il libro fotografico del disco e non mi è arrivato per Natale ma il disco è così bello che glielo perdono. Ho nelle orecchie i suoi crescendo e le sue esplosioni all’infinito, come onde. Come quando dormivo nella casa vicino alla spiaggia, d’estate, e sentivo sempre il rumore del mare. Che figata eh? Molto romantica, troppo romantica, ma cosa ci posso fare. Del resto, se un disco ti fa un effetto simile, non è una cosa bella, è una cosa molto bella. Se mi arriva il libro scrivo a Phil Elverum queste parole: vaffanculo è in ritardissimo, vaffanculo ogni anno fai un disco bello, vaffanculo. Il libro si compone di una serie infinita di fotografie della vita di Elverum, cose sostanzialmente che hanno valore solo per lui. È normale. Come se le foto di me da piccolo con mia nonna ora deceduta potessero in qualche modo interessare a qualcun altro che non mi conosce. A me interessano le canzoni con cui PE parla della sua vita, non le foto del suo passato. Però io il libro l’ho voluto comprare lo stesso, per poterlo sfogliare ascoltando il disco. Che romantico, succederà una volta al massimo. Ma comunque non vedo l’ora che mi arrivi, il libro. Quindi, capite, ecco, ho sentimenti contrastanti nei confronti di questo volume. Del resto lui sa benissimo che se uno è disposto a spendere 50 euro in un libro che contiene delle fotografie inutili da sfogliare pensando al nulla, lui sa che quello è un suo fan e che il vaffanculo lo dice solo scherzando. Fanculo. Cazzo che bel disco.

2. OUT, Billie. Questo disco ha il miglior attacco degli ultimi 15 milioni di anni. La prima canzone è una bomba lenta e potentissima e tutto il resto dell’album non è da meno. E la maggior parte del lavoro lo fanno le chitarre, tengono il ritmo, crescono, si stoppano, riprendono il via, spingono, distruggono tutto, fanno da matti, con dei suoni pazzeschi. E la batteria? No, ma secondo me è un missile che non si può fermare. Billie è l’altro mio disco power pop di quest’anno e ancora di più di Late To The Feast di Jim Shorts dico che un disco così ci vorrebbe tutti gli anni, è curativo, mi spara via dai guai, mi culla perchè è la roba che mi piace da sempre, non desta dubbi, incertezze o perplessità, ma mi sputa anche in orbita perchè è esaltante. Facciamo pure finta che i dischi di chitarre siano solo quelli dei Fountaines D.C, gli Idles, ma intanto qua c’è della ciccia. È sottile la linea che separa essere la solita roba ed essere una figata ed essere la solita roba e ed essere una noia. Ma quando la solita roba viene così bene è una festa enorme. Come disse il cantante delle Cozze in concerto al Carisport di cesena “è tutto grasso che cola”.

1. Nana Grizol, South Somewhere Else. È il disco che ho ascoltato di più quest’anno, quindi lo metto in cima in cima alla classifica. Le canzoni già dai primi ascolti mi sono sembrate delle vere perle folk, ma con le chitarre emo, i ritmi punk e una penna eccezionale che dirige il tutto: Theo Hilton. I testi sono personali, drammatici (com’è essere gay e crescere ad Athens, Georgia, nel Sud degli Stati Uniti?) e allegri, malinconici e aggressivi allo stesso tempo. Esaltante. Mi esalto molto anche ad ascoltare Billie, come mi sembra di aver detto, ma come album dell’anno volete che non scelga un disco che è anche un tristone? Eh no, non si fa. Ecco perchè ho scelto South Somewhere Else, perchè un secondo prima mi fa venire quel magone che rimane lì per un po’ e solo il momento allegro che c’è dopo lo riesce a mandare via, e poi ritorna, il magone, e poi va via di nuovo. Così, mi piace questa roba, che fa fare un po’ di avanti e indietro a quel magone lì.

Menzione d’onore (fuori dozzina, perchè lo sto ascoltando in questo meomento per la prima volta): Tunes of Negations, Like the Stars Forever and Ever. Incastrato perfettamente tra le nostre manìe insuperabili (manìa del passato e manìa del futuro) e per questo perfettamente rappresentativo del presente. Viaggione.

Alé, e anche quest’anno è fatta. All’ennesimo live in streaming ormai ho un fior di scroto, mi manca molto la musica dal vivo, mi mancano alcuni locali che frequentavo non dico assiduamente ma quasi, ma anche quest’anno c’è stata tanta musica che mi è piaciuta, che ad ascoltarla mi ha divertito, commosso, intristito o causato qualsiasi alta reazione. Come del resto anche gli altri anni. Non è stato un anno diverso da quel punto di vista. È stato un anno senza concerti dal vivo e per supplire a questa mancanza forse ci siamo spaccati a furia di ascoltare roba, cioè abbiamo ascoltato tantissima musica in più e quindi ne abbiamo trovata di più che ci piace. Può essere una spiegazione a “è stato un anno in cui è uscita più musica bella rispetto agli altri or not”? Forse no, forse è una risposta scontata, ma secondo me è così. Tanto il prossimo anno si troverà un altro motivo per dire “quest’anno c’è stata più musica bella dell’anno scorso”. Ma in fondo è bello no? Sempre meglio dei cinghioni che dicono oh che noia quest’anno non mi è piaciuto niente. Detto questo, buon anno, e speriamo che nel 2021 esca ancora più musica bella, e così nel 2022, e nel 2023, fino al 2030, al ’40, al ’60, al 3000. Sempre di più.

Ciao

Microphones in 2020 (2)

È vero, Microphones in 2020 sta tutto nelle parole “now only” e “there’s no end”: si contraddicono ma riassumono la vita di Elverum. Qualcuno dice disco noioso. Lo è a tal punto che appena ho finito di ascoltarlo la prima volta, l’ho comprato. La contraddizione è ovunque.

È anche in questo disco, che racconta le cose più facili nella forma più difficile. Microphones in 2020 è un susseguirsi di ripetizioni, crescendo e decrescendo di intensità, in una traccia unica di 44 minuti, e richiede un ascolto continuato, per forza, per sapere tutta la storia devi arrivare in fondo, non ha senso farlo a pezzetti, nè nella fase di composizione nè in quella di ascolto. Non canzoni. Una canzone. Non s’interrompe mai. Pensaci, sei in grado di reggere? Devi ascoltarla tutta di filata, interrompere non ha senso. Elverum ha trovato la via per dirci tutto di se stesso, ce l’ha fatta, ma ci richiede uno sforzo in più del normale. Ha instaurato un rapporto speciale con la canzone. A Crowed Looked at Me e Now Only erano fatti di canzoni, di più canzoni, come il 99,9% dei dischi che vengono pubblicati. Lì descriveva come la vita l’ha colpito, nel senso di messo KO, parlava delle cose più dolorose e lo faceva con la forma dell’album tradizionale, per renderci l’ascolto meno doloroso, o per lo meno più facile, più canonico nella forma. Microphones in 2020 non ha bisogno di quella forma “normale”, perchè non è un disco doloroso, è un disco consapevole, che sa cosa è successo e (credo) lo accetta. È lo sguardo su tutta la vita dopo lo sguardo sugli anni più recenti, è l’ampliamento dell’orizzonte, lo sguardo allargato, punto di vista che si raggiunge solo in una fase avanzata del dolore. Che, forse, contempla l’accettazione. Quindi, la fase più tempestosa pare essere passata, Phil parla di sé, chi gli ha portato via ciò che racconta è il tempo, e non la morte, i testi sono più sereni e digeribili ma qualcosa di difficilmente affrontabile Elverum (da sempre uno che sperimenta senza paura di stracciare le palle a chi ascolta) ce lo deve mettere: ed ecco la canzone di 44 minuti. Elverum ribalta forma e significato rispetto a A Crowed Looked at Me e Now Only e rende Microphones in 2020 speciale, per l’approccio nei confronti della musica e del suo rapporto con le parole e per l’importanza che dà a entrambe. E più in generale per la sua particolare formula espressiva. 

Non è da tutti arrivare in fondo d’un fiato solo, non è facile. Ma se ce la fai, giri la boa e ne diventi schiavo, ti rendi addirittura conto che è necessaria una seconda volta, un secondo ascolto, e lì vuol dire che hai superato la prova, hai rotto il fiato e da quel momento in avanti ne vorrai sempre di più, entrerai nelle frasi e cercherai il loro significato, ti chiederai sarà così oppure cosà. E intanto la musica ti passerà attorno, con tutte le sue variazioni, i crescendo e le riprese. E avrai vinto la sfida con Elverum. Lui, dal canto suo, si sarà fatto ascoltare ancora meglio e la sua forma di album-una canzone da 44 minuti si sarà dimostrata la formula migliore per raccontarsi al mondo, seppur la più difficile.

Non ha nessun senso dare a un disco un voto in volgari e semplici cifre, sono d’accordissimo.

10 e lode.

Microphones in 2020 (1)

 

Tutti comprano dischi dall’America e se li fanno spedire, è normale, anch’io. Ma mentre gli altri lo fanno con una scioltezza direttamente proporzionale alle spese di spedizione, io mi preoccupo per il viaggio che fa il disco. Arriverà via mare? Penso. O sull’aereo? E se è sull’aereo, come reagisce alle turbolenze? Lo scatolone sobbalza. O cazzo! Il disco si rovina? Speriamo di no. Poi, quando arriva in Italia, dove approda? Livorno? Genova? Beh, dipende dalle volte, immagino. Napoli? Lo so, c’è il tracking, ma è affascinante porsi queste domande e non arrivare a nessuna conclusione.

Microphones in 2020 si adatta molto al viaggio in mare, sembra quasi fatto della stessa stoffa delle onde solcate dalla nave. Quel suo ritmo regolare dettato dai sussulti della chitarra. O quando entra la batteria: in quel momento la prua della nave le infrange, le onde. E via, onda dopo onda, Microphones in 2020 prosegue il suo viaggio verso me, con difficoltà ma senza esitazioni. Il viaggio in mare è come il viaggio percorso dall’autore, Phil Elverum, per arrivare fino a qui, fino a oggi, fino a Microphones in 2020, dopo due dischi sulla vita, su com’è trascorsa, su cosa è successo: A Crowed Looked at Me e Now Only

O è più adatto all’aereo? Forse. Le chitarre squarciano le nuvole e la batteria le rende ancora più tonde o le scuote, se sono piene d’acqua. Ancora, queste incredibili metafore significano che Phil Elverum è arrivato fino a qui dopo il dolore per la perdita della donna che amava e nonostante tutte le complicazioni che questa perdita ha comportato. E lo ha fatto con un sacco di musica, che l’ha guarito, a quanto pare, perchè oltre A Crowed Looked at Me e Now Only ha fatto anche Lost Wisdom pt. 2, la cui recensione simpaticissima trovate qui e con cui addirittura è tornato al passato per dargli un futuro, o per lo meno per dargli un presente. Il viaggio come dolore ma, alla fine, guarigione, per capire che il presente non è ieri, non è domani, ma è solo adesso. Via aereo o via nave, non importa. Comunque sia, Microphones in 2020 è arrivato e oggi è qui, davanti a me, a Gatteo Mare.

È un vinile. Ascoltato su bandcamp, Microphones in 2020 è un’unica traccia senza soluzione di continuità di 44 minuti e 44 secondi. Te la senti tutta d’un fiato, una volta, due, e arrivi a dieci che non te ne accorgi neanche. Il vinile è doppio, 4 lati (3 in realtà in questo caso, l’ultimo è silente), da girare. Se ti prende una botta di pigrizia rischi di contravvenire ai consigli di Henry Rollins sulla gestione e la conservazione del vinile. Se – mentre ti stai impigrendo perchè Phil Elverum ha appena raccontato di quella volta che contemplava la luna da giovane – ti appare il bicipite minaccioso di Henry Rollins, ti riprendi e giri il lato, ti accorgi che per quanto sia curata l’edizione, che sfuma da dio alla fine di ogni lato e riprende come se niente fosse nel lato successivo, si perde la magia dei 44 minuti ininterrotti, che è la modalità con cui Microphones in 2020 è stato pensato, come un unico, dilagante pezzo sulla vita, passato e presente infinito di Phil Elverum.

If there have to be words, they could just be “now only” and “there’s no end”

C’è una cosa però: le interruzioni danno respiro all’ascolto, tra una nuvola e una solitudine, un vuoto e una piovuta. E le interruzioni ricalcano e mostrano le tappe del viaggio che il disco ha fatto per arrivare a te. Prima senti le onde trasportarti, o l’aria soffiarti fredda sul collo (poco simpatica questa cosa ma è la vita), o le nuvole gonfiarsi, poi avverti la sosta sul pavimento del porto di chissà dove e magari senti anche i rumori, del porto. Che atmosfera. Le voci di sottofondo sono come tutte le difficoltà che hai dovuto passare. Poi riparti e finalmente arrivi all’ultimo postino, quello che ti consegnerà nelle mani del padrone, il quale ti aspetta da tempo e ha pagato un po’ di più, per te, e sarà il tuo presente infinito, perchè apparterrai per sempre a lui (a meno che non ti venda, ma io non sono uno di quelli che vende i dischi). Insomma, il viaggio di Microphones in 2020 ha la stessa durata della tua attesa e metaforicamente le stesse batoste che la vita ha riservato a Phil Elverum.

Io lo aspettavo, Microphones in 2020. Peccato che il postino non abbia aspettato per un cazzo, invece. L’ha scagliato contro il muro esterno di casa mia, lasciando che rimanesse lì, per ore. Ma si può? Neanche una volta ha suonato. Ero in casa. L’avrei accolto nelle mie mani, il nuovo Microphones, dopo giorni, settimane di viaggio e attesa.

Vabbè, fanculo il postino. Fortuna che il disco è in perfette condizioni, anche perchè è una delle edizioni più tamugne che io abbia mai avuto per le mani, cartoncino bello grosso. Ma quando l’ho visto lì, per terra, solo, accanto al muro, ho temuto. “Per te in effetti non sarà mica niente” gli ho detto “con tutto quello che avrai passato nei porti, l’ultimo schiaffone dopo che in vita tua ne hai ricevuti tanti, cosa vuoi che sia”. E non sapevo più se parlavo con Phil Elverum o con il disco. Aldilà di questo, io mi sono incazzato. È stato uno strappo. L’ultimo del viaggio, quello prima dell’ultimo atterraggio, l’atterraggio decisivo, sul mio giradischi Technics bello e accogliente.

E poi, dopo qualche minuto di ascolto, neanche mi sono accorto che avevo già girato il primo lato. Ah, che impareggiabile flusso di coscienza Microphones in 2020. Un disco, una canzone unica, un unico racconto che attraversa tutta la vita e arriva all’unico futuro possibile, senza illusioni, al netto del dolore affrontato, lavorando per la sola cosa che esiste di sicuro: il presente. Arrivato al lato 3, un attimo prima dell’ultima parola (“end”), ho perdonato il postino.

Che disco, ti mette in pace col mondo. Se davvero la vita fosse così, e non intervenissero mille cazzi che complicano tutto, anche dopo aver superato i momenti più difficili, e sapessimo affrontarli come si deve, sarebbe esattamente come Microphones in 2020. Non dico che le cose brutte non finiscano e che non bisogna tenere botta, ma per quanto (al 100%) i dischi aiutino a vivere, la vita non è un disco, e il pensiero di concretizzare il presente come unica cosa possibile, senza valutare ciò che è successo e ciò che accadrà, non è facile. Microphones in 2020 è un disco meraviglioso ma è difficile considerarlo un buon insegnamento per la vita. O forse mi sbaglio io e i dischi, oltre ad aiutare a vivere, sono la vita. Ci devo ancora arrivare. Il postino è reale, lo conosco, è già successo e la prossima volta farà la stessa cosa.