Calcio, musica e biscotti

biscotto 2004

Se prendiamo una settimana e la consideriamo un arco di tempo a cui dobbiamo dare per forza un significato, notiamo un sacco di cose in più che altrimenti non noteremmo. A volte succede che c’è una roba che ritorna e che, quando arrivi alla fine della settimana, ti fa dire questa è proprio stata la settimana del, non so, temperino. Direttamente o indirettamente, ce l’hai sempre tra i piedi. Questa settimana, per esempio, ho fatto colazione con i biscotti alla farina di riso che ha preparato la mia morosa. Alcuni erano lisci, altri per metà bagnati nel cioccolato fondente. Lunedì 13 l’Italia ha pareggiato con la Svezia e ha mancato la qualificazione ai mondiali. L’unica considerazione sensata che posso fare a proposito, oltre al fatto che quest’estate mi mancherà vedere le partite sotto al portico di Diego, è che alla Svezia la nazionale italiana è legata per alcune delle più clamorose cose brutte degli ultimi tempi. Anche se Ibrahimovic l’altro ieri ha detto che non è mai successo, agli europei del 2004 Svezia e Danimarca ci fecero il biscotto. Nelle prime due giornate del girone C, l’Italia aveva pareggiato con entrambe. Prima di Danimarca-Svezia e della nostra partita con la Bulgaria, svedesi e danesi erano primi con 4, noi terzi con 2 e i bulgari avevano 0 punti. Danimarca-Svezia finì 2-2, l’Italia vinse 2-1 con la Bulgaria ma fu eliminata lo stesso. La cosa è piaciuta in particolare modo ai tifosi svedesi, tanto che decisero di fare quello striscione famoso e che, lunedì scorso, hanno cantato biscotto-biscotto ai giocatori italiani all’uscita dello stadio. Erano 13 anni che aspettavano il momento giusto. Questa, a casa mia, è stata decisamente la settimana del biscotto, in Italia per tutti è stata la settimana del remember-biscotto. A volte siamo tutti sulla stessa barca.

Su Google ci sono un sacco di biscotti. Ci sono anche abbastanza, non troppi, nomi di gruppi con biscotti. Basta cercare “nomi band biscotti” e/o “band names biscuits” e vengono fuori Gorilla Biscuits, Limp Bizkit, The Lonely Biscuits, The Disco Biscuits, Maryland Cookies, Half man half biscuit, Petit Biscuit, Oreo Speedwagon. A proposito, fino alla settimana scorsa c’era un tubo nuovo di Oreo in cucina. Questa settimana, martedì mattina, era a metà. Io non sono stato, non so come si facciano a mangiare gli Oreo se ci sono i biscotti fatti in casa sul tavolo.

Uno dei gruppi italiani che mi ha più gasato negli ultimi tre anni, e che non ha biscotti nel nome, è Cayman the Animal, animali romani che fanno l’hard core punk con un’inventiva che averne la metà per fare un disco basta. Il loro ultimo è Apple Linder. All’inizio di quest’anno è uscito Rabid Dogs, il terzo album di Monsieur Gustavo Biscotti (e qui torniamo al punto), che assomiglia a Apple Linder, oppure no. Nel senso che Rabid Dogs è più lineare e Apple Linder invece ogni tanto spezza le strofe con schegge in nuove direzioni, tanto improvvise quanto brevi. Apple Linder ha più trovate. Quello che Rabid Dogs ha in comune con lui sono due parole: Hot Snakes. Quindi, se hai voglia di ascoltare un disco tipo Swami Records, questo è il bandcamp, altrimenti gira al largo.
Tra le etichette che hanno fatto Rabid Dogs c’è anche Antena Krzyku, polacca di fama mondiale che sul sito vende Bulldozer 12″ dei Big Black. Bulldozer con Rabid Dogs non non ha niente in comune sul lato wave più dark. Di sicuro però i due dischi hanno in comune quel cazzo di abbastanza lungo periodo tra anni 80 e 90 in cui Touch And Go e Homestead hanno gettato le basi, poi ereditate in parte anche dalla Swami Records, di quel suono tesissimo in generale ma con un sacco di declinazioni, di cui i Big Black hanno dato l’interpretazione più cattiva e da cui Monsieur Gustavo Biscotti ha preso lo slego più hc punk.
Monsieur Gustavo Biscotti ha suonato a Fano ieri in una serata organizzata da Sonatine Produzioni e se mi fosse venuto in mente prima di ieri che questa è stata la settimana del biscotto sarebbe stato meglio, perché adesso l’unica cosa che posso dire è “ci siete andati?” e non “andateci”. Comunque, a Fano, una volta c’ho visto PJ Harvey e se non sbaglio in centro c’era un forno in cui ho comprato dei biscotti buonissimi. Erano lingue di gatto. Va bene lo stesso come collegamento, anche se nella copertina del disco di Monsieur Gustavo Biscotti ci sono due cani?

Giochi senza frontiere: split QUI e ULTRAKELVIN

QUI - ULTRAKELVIN - Split LP

I QUI sono di Los Angeles. Hanno fatto uno split con gli Ultrakelvin mettendoci una sola canzone, ma di 22 minuti. Si chiama Fuck Outer Space ed è ispirata alla Los Angeles lisergica, al lato allucinato di Venice Beach. È una suite di cinque (almeno io ne ho individuate cinque) porzioni diverse in una traccia unica. Le differenze tra una e l’altra sono notevoli, viaggiare è un modo per spaziare, e gli stacchi sono sempre bruschi. Partiamo in allegria, con rumori tra i Sonic Youth, Glenn Branca e i film horror alla Dario Argento. Continuiamo allegorici, con voci sussurrate che si sovrappongono a un pianoforte con la stessa cadenza della musica di Eyes Wide Shut. Il climax sonoro della prima parte si raggiunge con i piatti della batteria che sbattono contro il loop di sottofondo. Dopo, parte un vero e proprio pezzato prog-jazz, almeno così sembra all’inizio, perché poi diventa più sottile e meno Tim Buckley, si assottiglia si assottiglia, fino alla terza porzione, che ci porta nel deserto di Sergio Leone ma accompagnandoci con un flauto perso nei boschi di Twin Peaks. Più voci umane introducono la quarta parte, dominata senza rivali da una batteria elettronica. Bisogna fidarsi dei QUI e lasciare che Fuck Outer Space prosegua per scoprire tutte le sfumature della fantasia. Tra la quarta e la quinta c’è un bridge noise. La quinta è un pianoforte, che prende il via con una voce e un flauto e si conclude con la melodia dei Beach Boys sulla frase finale, che è appunto “fuck outer space. È un racconto a capitoli, un flusso di coscienza con alcuni switch ( -> parola del mese) prestabiliti. Non è sempre incubo, ha anche attimi di apertura solare. Il viaggio tra le cinque canzoni in una è lisergico, ma non solo: è senza preferenze per una sonorità o l’altra, non solo acido ma anche pieno di squarci di riflessione lucida, comunque sempre molto distante da un qualsiasi “qui”, anche dalla Los Angeles lisergica. Da cui i QUI si allontanano nel corso dei 22 minuti, portandoci completamente altrove. Anzi, in molti altrovi.

Poi ci sono gli Ultrakelvin, con sei canzoni che in tutto durano un po’ dei QUI. Prosegue la follia ma con un taglio più deciso: più chitarre e più botte da orbi. Il genere si sposta verso il noise con un po’ di blues, in ricordo di Putiferio e Kelvin da cui gli Ultrakelvin hanno origine, con simpatia verso METZ e Pissed Jeans. Gli Ultrakelvin suonano per non darti un attimo di respiro, sia quando si allontanano un po’ (III – Hellzabomber), usando il metodo “ti circondo da lontano e limito sempre più il tuo orizzonte visivo e uditivo soffocandoti lentamente”, sia quando si avvicinano tanto e invadono il tuo spazio vitale (IV – Boneless Teethless), adottando il metodo “ti dò sempre sui denti”. Tutto finisce con i 9 infernali minuti di I – Ham Slam, fatta di rumore, scariche elettriche, lamenti di animali nelle grotte e qualcosa di circolare che si è incantato. Non ho idea di che cosa abbiano usato per farli ma questi sono i rumori che sento. La ri-esplosione finale di I – Ham Slam! si distingue per lo stacchetto conclusivo alla Shift (inaspettato). Chiude il noise, lo stop and go, l’incastro chitarra e batteria e il post hard core di VI – Dwarf in Reverse. Alla fine non ci capisco più un cazzo, ma sono contento.

Il disco si chiude con un “boh”, sull’ultima nota degli Ultrakelvin, riassuntivo di tutti i 42 minuti, o forse è un “beeuh” (con “eu” pronunciato alla francese). Qualunque cosa sia, è una grande idea secondo me, non perché non so cosa pensare ma perché non c’è modo migliore di un boh per definire questo split, che non è definito, che non dà limiti, confini e frontiere al desiderio di cambiare, da un momento all’altro, senza preavviso, sempre. È il migliore anti-noia del 2017, ogni volta che riparto da capo ad ascoltarlo trovo robe nuove. Prodotto da MacinaDischi – un’etichetta che fa cose che spaccano, da seguire sempre – e Antena Krzyku, streaming a questo link.

I Boss Hog live tra le fragole della Romagna

boss hog a gambettola

di Giuseppe Greco

I Boss Hog li conobbi nel 1995 quando pubblicarono il loro secondo album e fu subito amore, a partire dalla bellissima copertina verde e viola con un ritratto a china nera di Cristina Martinez, la cantante, con un ombrello in mano. Bellissima la copertina e bellissima lei. Ma questi sono particolari che in genere non contano. Comunque il disco era grandioso e suonato molto bene, un rock scarno ed essenziale con duetti vocali fra la Martinez e suo marito Jon Spencer, con tre o quattro pezzi che da soli giustificavano ampiamente l’acquisto.

Dopo ben cinque anni uscì il loro terzo album, con la raffinata Get It While You Wait, che mi portò a pensare che stessero dirigendosi verso altre direzioni rispetto ai primi due album, per ricercare una naturale evoluzione con l’età più matura. Invece l’esperienza dei Boss Hog si interruppe così. E niente, erano finiti gli anni novanta – quelli per intenderci dove capitava di accendere la televisione e vedere in heavy rotation su MTV gli Alice in Chains – e col passare degli anni poco alla volta mi dimenticai di loro. Poi, improvvisamente, nel 2016, sedici anni dopo l’ultimo album, ne pubblicano un altro e, non contenti, partono per un tour che, nel 2017, li porta a suonare a Gambettola, in una serra di fragole nella dolce campagna romagnola.

Si, va beh! Ovvio che non sono stati i Rolling Stones, ma da New York City a Gambettola non mi sembrava una gran carriera. Nel frattempo Jon Spencer non era stato comunque immobile e aveva portato avanti altri progetti musicali come i suoi Blues Explosion e gli Heavy Trash, ma comunque la consideravo un’esperienza ormai conclusa e superata che non aveva molto altro da dire. E non era mia intenzione andarli a vedere perché queste rimpatriate, fatte per tirare su qualche soldo, mi fanno tristezza – mi vengono in mente certi esponenti della scena garage degli anni ottanta finiti decenni dopo a suonare in qualche cantina davanti a un pubblico di studenti che neanche sa chi siano, se non che sono stati famosi anni addietro – ma poi, per una serie di circostanze, all’ultimo momento ho cambiato idea e mi ritrovo dentro una serra, a Gambettola, di fronte ai Boss Hog.

I quali, appena incominciano a suonare, mi catapultano nelle stesse atmosfere rockettare dei loro esordi facendomi ritrovare sommerso dalla stessa grinta e maestria tecnica che traspirava dai primi album. Devo ammettere che i miei pregiudizi mi avevano tratto in inganno. La loro musica, a mio giudizio scarna ed essenziale, si è mantenuta tale e vale la pena ascoltarli dal vivo. Alcuni pezzi, come la cover di I Idolize You con il duetto, che fu già di Ike e Tina Turner, fra Cristina e Jon, suonano ancora meglio che nella versione su album del 1995, che per i miei gusti era troppo lenta. Hanno suonato per quasi due ore, volate via in un attimo, per davvero, tanto che quando hanno salutato e sono andati via ho pensato che fosse una pausa. Ma questo forse era colpa anche delle due birre e di un amaro di troppo.

boss hog a gambettola

Dalle Breeders agli R. Ring: Kim ma soprattutto Kelley Deal

Da adolescente il mio locale preferito era il Vidia. Davano un sacco di musica toga e facevano i concerti che volevo vedere io. Al sabato sera, una delle riempipista era Cannonball. Quando partiva l’auuu-uu iniziale, il dance-floor iniziava a prendere una forma diversa. Si gonfiava lentamente quando attaccavano il basso e la batteria, si sformava con la chitarra e saltava per aria al ritornello. Sono passaggi brevissimi e l’ascesa di quella massa impossibile era per gradi inarrestabili. Dopo la prima esplosione naturalmente andava tutto a puttane, gente che continuava a saltare per sempre, in un tutt’uno ormonale che sarebbe continuato senza sosta fino a quando non sarebbe sopraggiunto lo svenimento. La durata della pila dipendeva dalla canzone successiva. Se era Smells Like Teen Spirit cambiava poco, se era Mean Machine rimanevano in pista quelli con le DC ai piedi. Cannonball gasava come Smells Like Teen Spirit e fu un successo enorme, non la loro miglior canzone, ma piaceva a tutti. Era dei Breeders, o dei The Breeders. In realtà io ho sempre detto le Breeders, perchè l’anima del gruppo erano due sorelle gemelle di Dayton, Ohio, di cui a quell’età non potevo far altro che innamorarmi. Erano carine, simpatiche, con un sorriso contagioso. Si vestivano nel modo giusto ma soprattutto suonavano canzoni che mi piacevano molto. Cannonball era nel loro secondo disco, Last Splash, che entrò in casa mia grazie a mio fratello. C’erano canzoni potenti e simpatiche allo stesso tempo e ascoltarlo era divertente. Meno simpatico ma più potente era il disco precedente, Pod. Quello l’ha prodotto Steve Albini e l’ho comprato io. È stato l’album delle Breeders più azzeccato per tanto tempo, fino a quando non è uscito Title TK, nove anni dopo Last Splash. Anche Title TK è prodotto da Steve Albini (un ritorno necessario) che insieme alle due sorelle ha vergato uno dei migliori dischi dei primi anni duemila, capace di sotterrare di vergogna tutta l’ondata newyorkese che in quel momento andava fortissimo. Nel 2002 mi sa che andavo a ballare soprattutto al Velvet. I riempipista erano un sacco ma quelli del momento erano Strokes, Interpol e anche Yeah Yeah Yeahs. La botta Last Splash era ovviamente passata e Title TK non era troppo ballabile. Ma fuori dalla pista le due gemelle di Dayton, Ohio, e il quattrocchi di Pasadena, California, avevano distrutto in tutto quei ragazzi di New York. Angolarità contro edonismo, vince la prima.

Le due gemelle erano Kim e Kelley Deal e hanno una storia figa.

Kim e Kelly Deal sono nate il 10 giugno 1961, Kelley 11 minuti prima. Kim ha un diploma in biologia e il suo primo impiego è stato in un laboratorio di biochimica. Nel 1985 ha sposato John Murphy, imprenditore aeronautico-militare, e si è trasferita a Boston, nel 1986. Dopo aver risposto a un annuncio del Boston Phoenix, diventa la bassista dei Pixies, pur non avendo mai suonato il basso in vita sua. Anche Kelley suonava il basso, quindi stava per entrare nei Pixies alla batteria. Ma decise andare in California, a lavorare come programmatrice di computer. Per le prime cose dei Pixies, Kim si fa chiamare Mrs. John Murphy, perché è simpatica. L’ep Come on Pilgrim è del 1987, il primo disco Surfer Rosa del 1988. Kim ha scritto solo Gigantic, a quattro mani con Black Francis. Però, la canta. Il resto più o meno si sa: nel 1993 i Pixies si sciolgono perché due galli in un pollaio non possono stare.
Quando erano piccole, Kelley e Kim avevano formato un gruppo. Si chiamavano The Breeders. Più avanti, nel 1990, poco prima che io iniziassi a frequentare il Vidia, Kim rinizia a suonare la chitarra e fa un gruppo con Tanya Donelly la chitarrista delle Throwing Muses, Josephine Wiggs al basso e Britt Walford, ex batterista degli Slint. La band recupera quel vecchio, The Breeders, e fa il primo disco, Pod. Nel 1993 esce Last Splash. Poco tempo prima Tanya Donnelly se n’era andata per formare i Belly. Al suo posto arriva Kelley, che al primo disco non aveva partecipato perché era molto impegnata col lavoro. Quella canzone, Cannonball, ha fatto il giro dell’universo. Scrive e produce tutto Kim, ma le Breeders sono Kim e Kelley, e io le guardavo con gli occhi a forma di cuore. Dopo il concerto al Lollapalooza del ’94, The Breeders si prendono una lunga pausa. Kelley, come Kim, si bucava, ma Kelley fu costretta a fermarsi per la riabilitazione. Niente Breeders senza Kelley. Al suo ritorno, otto anni dopo, nel 2002, le Breeders, formate dalle due sorelle più altri che non erano nella formazione originale, pubblicano Title TK, senza nessun dubbio il loro disco migliore. Nel 2008 esce Mountain Battles e nel 2009 l’ep Fate to Fatal.
In quegli otto anni, Kim ha formato The Amps, con cui ha registrato solo un disco nel 1995, Pacer. Si fa chiamare Tammy Ampersand, perché è simpatica. Ha fatto anche altre cose, tra le quali collaborare con Robert Pollard, Sonic Youth e For Carnation. Nel 2004 i Pixies si riunisco, fanno un tour mondiale e vendono un fracco di biglietti: per un totale di 14 milioni di dollari, si dice. Lo stesso anno esce Bam Thwok, la prima canzone inedita dei Pixies dal 1991, scritta e cantata da Kim Deal, e vende un botto anche quella. Fino alla fine del 2011 hanno continuato a suonare dal vivo. Nel 2013, Kim se ne va, sostituita da Kim Shattuck, dei The Muffs ed ex Pandoras.
E Kelley in quel periodo? Non è che non ha fatto niente perché si faceva. Tra il 1995 ed il 1997 è stata nei Kelley Deal 6000, che han pubblicato due dischi in tre anni di vita, Go to the Sugar Altar e Boom! Boom! Boom!, entrambi molto simili alle Breeders. Poi ha formato i The Last Hard Men con Sebastian Bach e Jimmy Chamberlin (il batterista degli Smashing Pumpkins), con i quali ha avuto anche il coraggio di fare un disco, nel ’98. Dopo Mountain Battles, Kelley ha passato molto tempo a fare a maglia e ha pubblicato un libro, Bags That Rock: Knitting on the Road with Kelley Deal. Nel 2014 ha fatto un ep con Torres e i Motel Beds. Dopo un po’ di featuring a caso, di cui uno anche coi Protomartyr, quest’anno è uscito il disco degli R. Ring, che sono lei e Mike Montgomery della Candyland Recording Studios e degli Ampline.
Poche settimane fa, le Breeders hanno pubblicato Wait In The Car (per 4AD, praticamente la loro etichetta da sempre), la prima canzone nuova a otto anni da Fate to Fatal, che mi era sembrato il canto del cigno. Invece Wait In The Car ha ancora un ritmo e una chitarra che ricordano i grandi momenti di Pod, il loro secondo disco migliore. Al momento sembrano essere composti da Jim MacPherson e Josephine Wiggs, oltre che dalle Deal. Sono in tour in Europa e in America. Wait In The Car è uscita in tre versioni: una all’inizio del tour, con una cover di Archangel’s Thunderbird di Amon Düül regitrata con Steve Albini a Chicago e che probabilmente sarà il miglior pezzo della covata nonostante Amon Düül. L’altra a fine ottobre con la cover di Gates of Steel dei Devo. La terza, con Joanne di Mike Nesmith’s, che uscirà.

Qualche settimana fa eravamo ad Alfonsine, a mangiare la pizza fatta in casa, a casa di amici. Nel tardo pomeriggio siamo andati a fare un giro al Parcobaleno, il parco cittadino, a vedere il graffito di Stinkfish. Eravamo io, la mia morosa, Simone, Diego e sua figlia Anita. In fondo al Parcobaleno c’è la casa di un contadino, che ha tanti animali, tra i quali qualche capretta e uno splendido cane. Non molto lontano dalla rete che separa il parco dal cortile del contadino, Anita ha trovato un sacco di ghiande per terra e ha urlato: “Queste le caprette le adorano!”. Ecco, sarà stato l’impasto della pizza che stava lievitando nel forno a casa di Diego, e la toppa PIZZA nel giubbotto di jeans sul retro del disco degli R. Ring, ma alla parola “adorano” ho scoperto che io adoro Kim Deal, ma la mia preferita è Kelley. Ci sono un sacco di personaggi che si riempiono la bocca della musica che è tutta la loro vita, invece Kelley Deal riporta tutto a una dimensione di normalità. La musica è la cosa che ti piace fare magari più di tutto il resto ma a volte va messa da parte, per forza o per altri motivi. Kelley non è entrata nei Pixies perché doveva fare il perito informatico, ha tardato l’ingresso nelle Breeders perché doveva lavorare, è andata in rehab, ha fatto un libro sulle borse fatte a mano. Non è la tossicodipendenza che la rende affascinante, anche Kim usa molte droghe. È come il suo essere una persona normale, con debolezze e altre priorità, influenza e cambia la sua vita da musicista. Kelley è la mia gemella preferita. Che, tra l’altro, quest’anno sta tornando, con The Breeders. Ma soprattutto che è tornata, con gli R. Ring.

Il disco degli R. Ring si chiama Ignite the Rest, il mio disco cucciolone del 2017. Cos’è un disco cucciolone? È un disco che fa lo stesso effetto del Cucciolone, che se lo mangiassi adesso mi riporterebbe indietro nel tempo ma imparei una barzelletta nuova, visto che non sono mai le stesse, un po’ perché non me le ricordo, un po’ perché è vero. Ignite the Rest ha i suoni del passato, le chitarre angolari dei Breeders e la tenerezza del folk fantasmagorico di Mark Linkous, ma anche qualcosa di nuovo, perché non è tutto inscatolato e predefinito. L’inizio è Breeders in pieno, con Cutter e Loud Underneath. E tutto il resto è diverso. Mi aspettavo un disco tutto carico come le due canzoni iniziali e invece poi arriva la sleppa più forte, passando per la mediazione decompressa di Singing Tower: 100 Dollar Heat. La mia canzone dell’autunno. Scritta con Nick Eddy e Chooch, dentro c’è un sacco di desolazione e violenza e chissà cos’altro che non so dire. Anche perché sarebbe abbastanza inutile, visto che il video su vimeo rende tutto quello che c’è nella canzone. Anche se potrebbe non sembrare, il video – girato durante il SXSW al Texas State Capitol building, che potrebbe essere anche una palestra, con poca gente intorno – rende benissimo il cuore del testo, che è una preghiera di rinascita dal fuoco e dal casino. Ma solo una preghiera, non una rinascita. Kelley la recita da lontano, non va al centro del casino, ma tenta di guidarlo da lì, dando a un non meglio precisato bandito ordini di rivoltare tutto, nella speranza che la preghiera si compia, con questo disco, che del resto si chiama dà fuoco a tutto il resto e dice “raise my heart, keep it close and ignite the rest”. E infatti, checcazzo, non chiamiamola preghiera, che sembra qualcosa di religioso e non lo è per niente. Piuttosto, potremmo chiamarlo desiderio, voglia, fotta, letteralmente, di dare fuoco a tutto e prendersi ciò che bisogna prendere. Non so a voi, ma a me suona come un voglio fare un disco con dentro quello che voglio io. E la Kelley Deal che ci troviamo dentro è effettivamente diversa da quella che conosciamo, si sente la radice ma ci sono vie di fuga evidenti. Come in Unwind e Flies che hanno gli sbalzi di cotenna e umore di Title TK, ma non solo. Sono ancora più adulti, danno soddisfazione sia che tu voglia ascoltarle sulla poltrona con le pantofole oppure davanti a un bancone con una birra a scuotere ardentemente il cervello e anche un po’ il culo. Fatta eccezione per Salt – che porta la poltrona direttamente sul bancone del bar, si espone di più al vivere la vita come se fosse solo Breeders, e ti espone al pubblico ludibrio con le pantofole – la dicotomia poltrona VS bancone del bar si può stendere come se fosse il tappeto di tutte le altre canzoni. Ed è capendo questa cosa che ho capito che è davvero il mio disco Cucciolone, perché accontenta ricordi, voglia di nuovo, voglia di un po’ di lentezza e chitarre al fulmicotone. You Will Buried Here è la canzone che vorrei avere in sottofondo per l’eternità, perché poi diventerebbe un incubo e suppurerebbe la sua punta di negatività. Ignite the Rest è un disco che dà molti input molto diversi l’uno dall’altro e al loro interno. Dentro a canzoni molto diverse l’una dall’altra, ci sono testi pieni di immagini tristi, che del momento compositivo felice rimangono il cuore, da una parte isolato, dall’altra indispensabile. Steam e SEE sembrano un omaggio a Sparklehorse, hanno le sue due caratteristiche fondamentali: una grande gioia compositiva e una resa cupissima. È questo il modo in cui Kelley Deal tira fuori la sua voglia di dare una direzione diversa a una carriera solista che avrebbe potuto continuare e concludersi replicando le Breeders e Kelley Deal 6000, dischi con Sebastian Bach o collaborazioni minori senza troppo significato. E invece ha fatto Ignite the Rest, un disco percorso da una vena di tristezza che contiene tutti gli anni passati e dimostra la capacità di scrivere canzoni diverse e personali, con l’aiuto di Mike Montgomery, che è perfettamente nelle corde di Kelley. Il bandito ha ascoltato la preghiera, o chiamiamola come vogliamo.

Ho letto una vecchia (2002) intervista sul Guardian dove a un certo punto c’è un simpatico sipario: <Are the twins competitive? “Are you kidding?” says Kim. “We’re sisters. I want Kelley to be as big as fucking Britney Spears so she can buy me a house. I keep telling her to get her kit off so we can sell more records, but she won’t do it.” Kelley sees things slightly differently. “Who is she kidding? Kim is competitive when she walks down the street. Of course we’re competitive: we’re sisters. And I keep telling her she doesn’t want to see me with my kit off>.

Secondo me ha ragione Kelley. A parte questo, le cose hanno sempre funzionato quando sono riuscite a suonare insieme. Voglio dire, si tratta di due donne che non hanno mai fatto segreto che quello che gli importava fare era suonare, non avere figli, ma continuare a lavorare, e che si drogavano molto, cosa che non mi è mai piaciuta, perché sono un bacchettone e perché mi sono rotto il cazzo di questi musicisti para-hippie che si drogano come matti, ma poi di fronte alle canzoni me ne dimenticavo. Insieme sono sempre riuscite a trovare la quadra, con Steve Albini ancora di più. Kim ha aspettato Kelley per le Breeders: senza lei non sono possibili, che sia chiaro. Detto questo, le due carriere separate sono cose diverse. Kim era nei Pixies che avevano un senso, anzi, i suoi abbandoni segnano la linea del senso dei Pixies, oltre alla quale qualsiasi significato andava perso. E i significati erano due, prima suonare canzoni belle e importanti, poi fare molti soldi. Come si fa, Kim è un gigante. Per Kelley è stato più un casino, ma adesso ha fatto il suo disco migliore fuori dalle Breeders. Adesso è diversa ed è lei. Bentornata. O, forse, ben arrivata.

ELM – DOG

Dog scatena un immaginario preciso, chiaro come un’accetta ficcata nel tronco di un albero, o nella testa di qualcuno. Quando spingi play gli Elm ti hanno già chiuso nel baule di un’Impala nera, legato mani e piedi, tappato la bocca con lo scotch da pacchi. Tra poco ti scaricano nella polvere di un’Interstate, ti danno l’ultimo carico di botte e ti lasciano lì per sempre, da solo con il nulla. Fino a quando, all’altezza di Mayhem, un loro amico che si fa chiamare Leatherface ti tira su da terra, ti porta in casa sua, chiude la porta e ti getta in pasto a gente invasata con l’inferno. Se riesci a scappare, all’altezza di Boogie, l’ultima cosa che senti sono i tuoi urli. Poi, fine. È stato breve (35 minuti), come un film slasher ambientato nell’America perduta, ma terrificante. E (incredibile il fascino della paura), quando è finito hai voglia di riascoltarlo. Se vuoi, riattacca Banister, ma sappi che inizierà tutto daccapo, perché Dog è un incubo circolare, come una sega elettrica.
Insieme, gli Elm e la Bronson Recordings nel 2016 hanno fatto uscire un ep in cassetta e quest’anno il disco nuovo, Dog. Dog riparte dalla stessa canzone che chiudeva l’ep, Banister, lo stesso dente della sega elettrica, strappato da una 2 kilowatt e piantato nelle gengive di una quattro kilowatt. E in effetti il disco prosegue il discorso dell’ep, sulla strada del noise dell’Amphetamine Reptile, schiacciando il piede sull’acceleratore del rock’n’roll ma riuscendo a mettere insieme ritmo (tipo Feedtime) e carneficina (tipo Hammerhead). Nell’ep, se c’era una qualche intenzione di far sbucare fuori un ritmo un minimo preso bene, veniva sommersa e soffocata totalmente dalle distorsioni. Nel disco, invece, gli Elm provano un po’ più di gusto per il ritmo, pure un po’ accattivante, ma hanno l’accortezza di non esagerare in questo senso e tutto quello che c’è rimane funzionale a sottolineare la carneficina delle distorsioni.
La loro violenza è legata a una tradizione noise precisa, la quale è a sua volta legata a un immaginario cinematografico di massacro irrazionale in cui Dog è a mollo del tutto. Il video di Mayhem, quando ho iniziato a scrivere questo post, non l’avevo ancora visto ma è la trasposizione in immagini di quello che ho scritto. Con un finale diverso. Rispetto alla morte, a me spaventa di più l’idea della ripetizione senza fine, un vero seme della follia, che lascia però sempre viva la speranza di fuggire. Gli Elm invece la fanno più corta: la violenza che finisce con la morte è la più definitiva, ti piazza sotto terra senza possibilità di ritorno. Ogni canzone di Dog va dritta come un fuso verso l’obiettivo: concludersi, lasciando dietro di sé una scia di bassi impastatissimi e batterie avvinghiatissime alla chitarra che ringhia. Gli Elm sono spietati nel portare a termine ogni giro e incisivi nel marcare il percorso che conduce alla fine. Sono tornati per darci di nuovo una lezione di quanto sia necessario essere dritti per poter raccontare bene certe nefandezze suonando noise.

Mark Kozelek con Ben Boye e Jim White. Una specie di appunti.

Vaffanculo, il disco nuovo di Kozelek con Ben Boye e Jim White è il disco dell’anno e come disco dell’anno gli faccio ‘sta cosa. Non che a nessuno freghi niente, però questo post che ho scritto non ha alcun senso. Nel senso che sono tutti paragrafi a sé, forse a volte neanche conclusivi, anche se avrei voluto lo fossero. Li ho buttati giù mentre ascoltavo il disco, o anche mentre non lo ascoltavo. Dicevo che è così bono e sexy che il discorso che lo riguarda non volevo fosse concluso in una recensione, ma che rimanesse aperto per cui adesso pubblico il post, ma nei prossimi giorni magari aggiungerò e/o cambierò paragrafi. Correrete tutti a leggerli immagino. Qualche mese fa ho scritto una cosa sulle recensioni liquide, migliaiardi di voi mi hanno chiesto di passare alla pratica dopo la teoria e allora ecco. Non per tutti i dischi dell’anno attacco ste pezze ma questo di Kozelek si presta da dio. Anche lui, se fosse Kanye West, aggiungerebbe pezzi alle canzoni e canzoni quando ha già pubblicato il disco. Lo ripubblicherebbe aggiornato perché potrebbe aggiungere parole e parole e chitarre e farebbe aggiungere spazzole e piatti e tutto quanto. Perché mi immagino questo disco, come anche quello prima, come una cosa finita ma perché a un certo punto ha detto “o bona raga, facciamo basta sennò non finiam più qui”. Tutti i dischi del mondo potenzialmente potrebbero esseri cosi ma questo è un fiume e si sente quando lo ascolti, te ne accorgi proprio. Almeno, io ho la sensazione che Kozelek dica quelle parole ma potrebbe dirne altre, magari con lo stesso significato, ma altre. La parte strumentale mi sembra più solida e vincolata anche se non sempre. Migliaia di dischi improvvisati o mezzi improvvisati che non hanno la struttura rigida strofa ritornello e che potrebbero durare all’infinito sono stati pubblicati nella storia della musica terrarum, ma non m’interessano quelli, al momento m’interessa questo. Mi immagino Kozelek come uno che se dovesse riscrivere lo stesso disco tra due mesi lo farebbe diverso per lo meno al 40%, perché sembra uno a cui il cervello va a mille. E rifatto, sto disco potrebbe pure fare cagare, quindi per ora mi sono divertito a scrivere cose su questo, com’è adesso, che non si sa mai che non gli venga davvero in mente di diventare il Kanye West del folk.

Sarà anche solo per piccole cose ma ogni volta che Mark Kozelek fa un disco riesce a metterci cose nuove. Questa volta fa il verso dell’aspiratore di saliva del dentista subito dopo un pianoforte che ricorda dritto per dritto quello di Eyes Wide Shot un attimo dopo aver nominato un sacco di personaggi, con velocità media, ma con tono importante, come se fosse il biografo ufficiale di tutti. Sarà che a un certo punto si mette a diire miao miao miao all’infinito, o Trump Trump Trump, ma crea dei suoni nuovi, a metà tra il beatbox e un giradischi incantato. Poi ci mette sotto una batteria jazzata o l’emo triste alla Red House Painters e il gioco è fatto: disco dell’annus domini 2017.

L’ossessione per Trump l’avrei anch’io se fossi un americano. È come quando avevamo l’ossessione per Berlusconi. Tutti parlavano male di lui, l’oposizione c’ha perso la credibilità nel tentativo di abbatterlo e lui, pochi giorni fa, ha fatto un’altra battuta sulla figa. Kozelek lo ripete spesso, in più canzoni, forse Trump durerà meno di Berlusconi (e adesso a Kozelek gliela sto tirando) e anche questa bambola voodoo avrebbe funzionato. Mmm, questa non si capisce molto (ndr).

Senza offesa, ma la sua calma e la sua fermezza mi ricordano quelle di Ed Kemper, il serial killer della seconda puntata di Mindhunter. A un certo punto, il tipo dell’FBI lo va a trovare in carcere e inizia a parlare con lui di tutto. Non si capisce se Kemper lo sta prenendo in giro oppure no, esattamente come Mark Kozelek dal vivo fino a qualche anno fa, tipo quella volta al Bronson. Lì era ancora cattivo. Nello stesso periodo trovava da dire con i War on Drugs e diceva cose. Poi è cambiato, è diventato più mansueto. E nel disco nuovo le sue invettive contro sono decise ma sembrano prive di astio fine a se stesso. Non dice cose belle, le dice come se non fosse affatto coinvolto, forse tutto è il frutto del suo free style. Con il free style arriva anche a creare momenti di dolore funesto, come quando si fa la conta dei morti, come un elenco puntato, che però va più a segno di molte altre celebrazioni. Non ho mai giudicato il dolore urlato, o preferito quello non urlato: ognuno lo esprime come gli viene, non sono io a dire come fare. Ma la voce di Kozelek è come quella di un confessore, non per forza un prete, che parla e tiene molto bassa la voce ma dice quei nomi e li verga nelle tue orecchie. Non urla, verga. Il basso profilo, per questo disco uscito un po’ in silenzio, è una specie di comune denominatore delle canzoni.

Me lo immagino, che si siede sulla sedia con i cuscini sdruciti, non di fronte al camino, che è troppo romantico, ma di fronte al tagliaerba (spento), e inizia a cazzeggiare con la chitarra. Non pensa a caso, però, e gli viene fuori una sporta di parole. Alla fine della serata, un po’ spazientito, pensa “e adesso cosa ci faccio io con tutti ‘sti testi?”. Cioè, immagino che sappia cosa farci: un album. Ma forse non lo sa da subito. Gira un po’ per la casa in tuta, con lo sguardo scazzato, si fa un caffè, gioca con il cane, ma non troppo. A un certo punto gli viene in mente cosa fare. Chiama Ben Boye e Jim White per farsi seguire mentre ripete e cambia quelle parole che gli giravano da prima in testa e ne inventa altre. L’umore è diverso da mezz’ora prima, e allora le cose vengono diverse ma i due ragazzi sotto la mandano, non c’è bisogno che li sgridi, poi sono lontani i tempi in cui sgridava gente. Alla fine, magari qualche giorno dopo, chiudono tutto, disco fatto, ciao. Lui lo riascolta, “è uguale a molte altre cose che ho fatto”. E torna a fare un po’ di concerti. Mentre fa i concerti ogni tanto si apparta e fa delle altre canzoni, che poi vanno a finire in un altro disco, simile o no. Ma che comunque è il disco dell’anno. Ultimamente è sempre andata così.

Per quanto sia un personaggio mai contento, la sua poetica è semplice. Le parole a volte sono tristi, a volte arrabbiate, a volte famigliari. Direi che non sono mai felici. Le uscite degli ultimi anni ci hanno abituato a un personaggio che dice cose, poi la volta dopo è tranquillo. Non ci stupiamo più se una sera a un concerto è stronzo. All’inizio era divertente. Adesso, se mai dovessi vederlo un’altra volta, spero che non faccia nessuna delle sue gag, né da buono né da cattivo, che non faccia il gigante. Vorrei che cantasse e suonasse, spogliandosi di tutto il personaggio che si è costruito. È così bravo a suonare e cantare, perché deve aggiungere cose inutili? Abbiamo le canzoni, la voce, delle batterie che vanno dai Red House Painters al jazz, giri di parole che resterei ad ascoltarle per mesi. Mark Kozelek with Ben Boye and Jim White un disco costruito benissimo, in bilico sempre tra improvvisazione e passaggi che sembrano piazzati lì dopo mille prove, e per questo dà l’impressione di essere pressoché perfetto. Ma senza darti la certezza che le cose stiano così. Direi che è sufficiente, cos’altro serva non so.

Gli piace il rap e ce ne mette sempre un pezzettino. Il suo più che un rap è uno che crede di rappare in realtà sta parlando. Comunque, il suo incedere è sempre significativo, sia che canti sia che rappi. Anche nel caso in cui il suo modo di cantare ti annoi a morte, c’è una punta di fastidio che si insinua.

Ho appena scoperto che Ben Boye suona nei Chivalrous Amoekons, che discogs definisce “un gruppo che suona canzoni dei The Mekons”, con Angel Olsen (uuuuuuuu) e Will Oldham. Come tastierista aveva suonato anche nei dischi di Sun Kil Moon, Bonnie Prince Billy e Ryley Walker. Jim White è il batterista dei Dirty Three.

Pensate che Mark Kozelek possa davvero essere un serial killer? Il mostro di Massillon? A parte quest’ipotesi impossibile, l’inizio di Topo Gigio dice “ieri sera abbiamo provato a vedere per la seconda volta Manchester by the sea e per la seconda volta di siamo addormentati”. Per quanto sia lontana l’ipotesi del serial killer, c’è comunque una cosa spaventosa nel modo di scrivere di kozelek: la sua capacità di entrare nell’intimità delle persone che ascoltano, di mettersi sul loro divano proprio, di dire cose famigliari e vicine agli aspetti più deludenti, o normali, della vita. Tipo provare a vedere un film e addormentarsi.

Blood test è una canzone french touch con Califone alla batteria. Kozelek parla stanco di Facebook, di Adam Sandler, di Twitter, gmail, e la base è sempre la stessa. E se altre volte la sua monotonia portava a fare un pisolino, questa volta ti induce a concentrarti sulle parole. Il suo modo di scrivere i testi impone attenzione perché parla di un sacco di cose una dopo l’altra, non c’è un tema, non c’è un’idea tranne l’idea di dire tutto, ogni parola è una sorpresa. E quando il modello rischia di non essere più interessante, al minuto 7, la canzone cambia, in pratica ne inizia un’altra, un rap con un organetto che lega la voce alla batteria. Abbiamo un Kozelek molto sveglio e attento a non distruggerci di roba pesante e musi lunghi. È interessato alla nostra attenzione, ci lavora su, gli frega qualcosa di noi.

Rifare tutto e rifarlo più ostile. Montana, un’anteprima del nuovo disco

Nel 2015 tre quarti della vecchia formazione si è dispersa, nel 2016 la loro storia è ripartita. Adesso i Montana sono tornati, accuditi e guidati da mani concrete. Arrivati in studio nella primavera di quest’anno con il carico di fatica spesa nel rifare tutto daccapo, l’hanno buttata tutta dentro ai microfoni. Hanno fatto la loro cosa, senza pugnette si dice dalle mie parti. Nessuna perdita di tempo: ricomporsi, scrivere e provare, registrare. Farlo bene, non fare in fretta ma arrivare dritti al punto. Correre, potenti e controllati. Il resto non conta. La costanza nelle gambe gli è rimasta dai tempi dell’hard core, la forza dall’era del metallo. In questo periodo di ricostruzione hanno urlato solo quando hanno registrato le voci, per il resto hanno fatto tutto mantenendo basso il profilo. E quando ho infilato negli auricolari il nuovo disco, è stata l’esplosione finale di una rinascita ottenuta senza disperdere energie all’esterno ma scaricandole tutte nel risultato finale.

Qualche giorno fa ho letto un’intervista ad Adam Granduciel dei War On Drugs che parlava della forza curativa della musica, in cui lui vede un processo utile a capire te stesso e il mondo. Io non ci credo. Una canzone deve dire come stanno le cose, punto. Chi la scrive non deve sperare di trovarci la cura ma un canale in cui parlarsi e parlare chiaramente. Non serve per guarire ma per capire. Chi la ascolta si deve aspettare di trovarci la verità. Niente di consolante, c’è sempre il risvolto ostile che non puoi non considerare. Per esempio, A Crow Looked At Me di Mount Eerie non c’entra nulla coi Montana ma è bellissimo perché parla della morte senza tante menate ed è molto reale. Biografico. I Montana sono sempre stati spaventosi da quanto sono diretti, nella musica e nei testi. Lo sono ancora di più nel disco nuovo, che non poteva essere diverso, visto che è il risultato di mesi di scornate testarde per ricomporre il gruppo.

È il disco migliore che abbiano fatto finora. La chitarra e la batteria non mollano un attimo, come sempre, ma questa volta hanno un suono più impastato, contrapposto a una scrittura lucidissima, come sempre, ma questa volta di più. Il suono mi ha ricordato la ruvidità di Legless Bull dei Governement Issue. Per altre cose invece il disco dei Montana gli è molto distante. Legless Bull ha molte parti di hard core, 10 minuti 10 canzoni. Praticamente 10 improvvisi schizzi di follia. I Montana mantengono le velocità e la foga del punk rock, raramente si scaricano con l’hard core, piuttosto allargano le chitarre e i ritmi verso il post hard core. Mancano totalmente di voci sboccate, per fortuna: vanno dritto in generale e vanno dritto anche lì, senza pugnette (appunto). Nessuno schizzo di follia, è tutto sotto controllo. Il controllo non porta rigidità, i giri del basso e la cassa della batteria che a volte intervengono con più evidenza a spezzare l’andamento delle canzoni sono i mezzi attraverso i quali le maglie dei dischi precedenti si sbrancano. Per colpire ancora di più, i Montana hanno detto ciao quasi del tutto ai passaggi rock’n’roll di Spergiuro (2015) e li hanno stretti nella morsa di un punk rock chitarra, basso e batteria, diretto e cinico ma capace di costruire dinamiche notevoli. I testi sono in linea, più franchi, fermi e reali di sempre. Non serve altro per dire le cose che bisogna dire.

Si chiama La stagione ostile, esce per Crapoulet Records, To Lose La Track e Sonatine Produzioni tra un mese spaccato in digitale, il 10 novembre in vinile. Ma qui puoi ascoltare subito Giudizio in anteprima assoluta mondiale.

Grant Hart (1961-2017), fine della speranza

Qualche mese fa ho visto Bob Mould dal vivo. Che concerto. Mentre ero lì pensavo chissà, magari prima o poi vedrò anche gli altri due sul palco con lui. Chissà com’è sapere che tutti quelli che ti stanno guardando lo vorrebbero. Chissà se in fondo in fondo lo desideravano anche loro, se c’hanno mai pensato davvero, se hanno mai pensato vaffanculo facciamolo, possiamo divertirci. E chissà com’è vivere le cose dal loro punto di vista, volergli un gran bene e allo stesso tempo avere dei contrasti con il tuo amico più grande sulla creatura che avete costruito insieme. Io lo guardavo dritto dritto Bob Mould, ma a queste domande non ho trovato risposta. Ma non importa, perché alla fine non l’hanno fatto. I motivi possono essere tanti, neanche 24 ore fa se n’è stampato uno a caratteri cubitali sullo schermo del mio cellulare. Grant Hart è morto, era ammalato da tempo. Si passa sopra a tutto, forse, ma a un cancro di sicuro no. Sembro uno che scrive un film dossier, ma è così. Alla fine è stato un cancro a porre fine al desiderio di vederli insieme. Ma perché poi volevo che si riunissero? Perchè anche se quello che ci hanno lasciato ha il valore della vita, sono ingordo e volevo ancora di più, perché era necessario alimentare quella speranza, perché volevo che fossero in grado di superare tutto e di passare sopra a tutte le brutture che si sono detti, perché a me sembravano esseri umani più grandi degli altri, esseri umani che hanno fatto gli Husker Du. E invece no, quelle difficoltà non le hanno mai superate. Sono umani anche loro, sono amici che litigano forte anche loro, sono uomini messi in ginocchio per sempre da un cancro fottuto. E proprio quando era arrivata un po’ di speranza in più, quando stavo aspettando che uscisse il cofanetto a novembre, che quell’uscita chissà poteva sognificare che ci sarebbe stato altro, è arrivata anche la fine di tutto. E chissà com’è per loro, per Bob Mould e Greg Norton, che hanno perso l’amico della vita. Ho una gran sensazione di vuoto, io, che vedo un dio schiantarsi. Pensa loro, che vedono finire per sempre la vita che hanno creato. Diverso, però quel vuoto adesso è definitivo per tutti. C’è quella frase di These Important Years che mi ha fatto molte volte capire, e ricapire di nuovo una volta che me l’ero dimenticato, quanto può essere amara la speranza: “If you don’t stop to smell the roses now, they might end up on you”. La sua morte ha spezzato un desiderio condiviso da tanti ma che forse è sempre stato vano. Prima di oggi speravo. Adesso non si può più. Non è un dubbio filosofico, è un dubbio su di loro, non so se sia meglio avere speranze che forse sono solo illusioni dettate dal cuore e poco altro, ma in cui credo molto, o sapere di non poter sperare più e chiusa lì. Davvero, non so.

Andare lontano per essere a casa. Athens Pop Fest 2017: 9-12 agosto, Athens GA

Kelley Deal

di Renato Angelo Taddei

Molti quando spiego che quest’estate sono stato negli USA in vacanza mi guardano con un misto di invidia e curiosità, fino a quando spiego loro che ho visitato solo Athens, una cittadina universitaria nel nord della Georgia, un meraviglioso scorcio di America reale nel bel mezzo del nulla. Non mi sembra il caso di stare a spiegare perché un appassionato di alt rock americano aneli di visitare Athens, se non lo intuite potete smettere di leggere questo articolo, presumo non vi interesserà.

Quando ho comprato i biglietti e prenotato l’hotel per la mia settimana di vacanze georgiana non sapevo che negli stessi giorni si sarebbe tenuto anche L’Athens Pop fest, manifestazione annuale che concentra in una manciata di giorni il meglio della scena indie locale e federale, tra giovani speranze e vecchie glorie. Quando ho scoperto la concomitanza tra la mia vacanza e il festival ovviamente sono impazzito di gioia, mi aspettavo un tripudio di emozioni, è stato ancora meglio.

Sono arrivato ad Atlanta il 9 agosto alle 5.30 di pomeriggio, a Festival purtroppo iniziato, e il mio Uber ha impiegato un’ora e mezza per portarmi ad Athens, quindi la parte pomeridiana del festival che si tiene al Little Kings l’ho persa bellamente, con mio enorme rammarico. Purtroppo avrò modo di scoprire di essermi perso il live del mio nuovo gruppo preferito.

Tra la doccia e la cena riesco a entrare al 40Watt Club, una delle tappe fondamentali del mio pellegrinaggio, meravigliosamente ammuffito e illuminato da lucine appese al soffitto, solo alle 21.30, in tempo per vedermi i Kleenex Girl Wonder, progetto solista di un freak del posto, venature pop su un impianto pop bislacco che ricorda Daniel Jhonston, e i Feather Trade, un orrendo gruppo new wave con i sinthoni, aberrante. Durante i concerti mi soffermo un po’ sul pubblico, piacevolmente colpito di vedere un parterre eterogeneo composto da persone di tutte le età, si va da vecchi appassionati a ragazzini giovanissimi. Vedo girare un gruppetto davvero giovane, scoprirò solo il giorno dopo che sono il futuro dell’indie rock americano. Il sonno comincia a farsi spazio nella mia felicità ed entusiasmo, ma mi costringo a suon di whisky a rimanere allo show, il mio stoicismo mi ha ampiamente ripagato quando sono saliti sul palco i The Veldt, gruppo newyorkese fondato nel 1989 ma che non avevo mai sentito nominare, shoegaze mixato al soul e cantato con l’anima e la voce nera del cuore, clamorosi, ma lo spettacolo è appena iniziato. Chiudono la serata gli Elf Power, gruppetto che ho sempre mal sopportato, sono carini, a casa loro fanno anche tenerezza, ma alle 01.45, dopo 30 minuti di set ho deciso di desistere visto che ero sveglio da 25 ore.

Il secondo giorno di festival inizia al Little Kings alle 14.00, ma io raggiungerò il locale solo alle 16.00. Il Kings è sulla Hancock Ave, quasi di fronte al National, uno dei ristoranti più carini di Athens (provate l’insalata di calamari) e a pochi passi dalla Creature Comfort, la miglior fabbrica di birra di Athens. Pieno di mobili usati, vecchi suppellettili e di barman sempre con il sorriso sulle labbra, il Kings colpisce per le lanterne cinesi appese al soffitto che rendono il tutto ancor più colorato e gaio. Il palco è posizionato appena alla sinistra dell’entrata accanto a grandi vetrate che consentono alla luce di penetrare e rendere speciali questi set pomeridiani. Iniziano le Heavenly Creatures piacevolissima indie pop band, composta da due ragazze e un ragazzo al basso. Un giorno cercherò di capire perché il 70% della musica alternative americana di vecchia scuola è appannaggio delle ragazze, evviva comunque. Nonostante il gruppo sia dell’Ohio si capisce che ad Athens si trova benissimo, consiglio di scaricare questo per averne la spiegazione. L’ambiente è perfetto per esaltare il lato catchy del loro pop, promosse a pieni voti, interessantissime. Seguono le Other Space, che proseguono il discorso musicale delle Heavenly Creatures raffinandone la scrittura e portandololo a un livello superiore e totalizzante, capolavori di alt-country al femminile snocciolati uno dietro l’altro, alcuni passaggi mi ricordano i Nirvana più pop e mi stendono. Alla fine del set sono svuotato, questi due gruppi mi hanno fatto ricordare perché amo tanto questo genere da farmi 8.000 km, ho quasi le lacrime agli occhi. Mi sento a casa.

Dopo una cena coi fiocchi – le mie vacanze hanno sempre anche un lato gourmet, sono molto goloso – mi trasferisco al Georgia Theater un’istituzione per la musica in Georgia. Il teatro è bellissimo e con un’acustica fantastica, volumi ottimi e ascolto perfetto da ogni punto. Arrivo in tempo per gli Antlered Aunt Lord, gruppo locale con un solo disco stampato ma con 10 anni di militanza ad Athens e dal numeroso seguito, fanno parte della schiera di gruppi che sono parte della comunità e che capisci subito quanto siano legati al territorio e quanto la città sia legata a loro, propongono un indie sbilenco di derivazione Modest Mouse e con un marcato accento wave, notevoli. Segue uno dei set più attesi, ancora ragazze, è il turno delle Waxahatchee, gruppo che su disco non mi entusiasma, visto che viene spinta più la componente pop classica, ma che dal vivo dimostra personalità e carattere, molto bello. Verso la mezzanotte la vera festa, metà della gente presente è qui per il primo concerto dopo moltissimi anni degli Apples in Stereo, che partono un po’ impacciati visto la loro lunga inattività, ma con il passare dei minuti e dei pezzi (che spaziano lungo tutta la loro carriera) il feeling tra di loro e con il pubblico cresce fino ad arrivare ad un vortice di emozioni difficilmente immaginabile, sul palco salgono amici e parenti: Il figlio di Robert Schneider, Max, i Big Fresh e il gruppo di ragazzetti che avevo visto la sera prima aggirarsi al 40Watt club (che scopro essere una band di sedicenni dal nome The Foresters e che hanno inciso il disco del 2017, William Curren Hart, si quello, e altri strumentisti che riempiono il palco in un crescendo di felicità e voglia di stare assieme. Lo so sembro Assante che racconta Woodstock, ma la sensazione era veramente quella. Sono le 2.00 e me ne vado a dormire contentissimo, la terza sarà la mia serata, ma la seconda è stata fantastica.

Il giorno tre posso finalmente dedicarlo unicamente al festival, quindi mi sposto al Little Kings abbastanza presto giusto per vedere i Growl, gruppo garage texano dalla forte grinta ma dal cavallo dei pantaloni discutibilmente troppo alto, gli Schande, gruppo inglese in trasferta dalle melodie killer puro alt rock ’90, chitarre taglienti e voce suadente della cantante, e i noiosissimi Tres Oui, direi che sta roba la possiamo relegare al 2006 e lasciarla negli annali alla voce “ci bastavano gli smiths”. Il set pomeridiano viene chiuso dai formidabili Big Fresh, con il loro pop jazz anni ’80. Un genere che è lontanissimo dai miei gusti ma che i dieci folli sul palco trasformano in una festa bellissima e colorata, cori, fiati, gente che balla e alle 18.00 sono già sbronzo. Mi mangio qualcosa al “World Famous” così da potermi ascoltare i due concerti solisti di Matt Harnish con il suo cantautorato country e soprattutto della bellissima Claire Cronin che con la sua fantastica voce mi risveglia dal torpore della troppa birra bevuta.

La serata al Georgia Theatre è subito di grande impatto con i Big Quiet, trio debitore dei R.E.M. degli esordi così come dei Pylon. Subito dopo sul palco sale Kelley Deal con il suo nuovo gruppo R.Ring che riporta subito alla mente il gruppo principale di Kelley, le canzoni sono eccezionali e su disco la parte elettrica prende il sopravvento su quella acustica che nel live la fa da padrone, ed è subito Breeders. Laetitia Sadier porta tutti a scuola con un set delicatissimo ed emotivo. La ex cantante degli Stereolab incanta tutti e il successivo set dei beniamini di casa, gli Eureka California senza infamia e senza lode, ci riporta con i piedi per terra, piedi che cominceranno a saltellare e a spingere il corpo verso gli altri con il set dei Superchunk che è il mio personale hit perché il più atteso, sono uno dei pochi gruppi “bigger than life” che mi mancavano, lacuna colmata, straordinari per intensità e spirito. Finisco la serata con troppi “fireball” in corpo e attacco pezze a tutti e faccio amicizia con Robert Schnaider, Mike Turner – l’organizzatore del festival – e Wiliam Curren Hart, scambio anche qualche parola con Kelley Deal e saluto emozionato Mike Mills, con il cuore che batte a mille me ne torno in hotel.

Sabato 11 agosto quarto giorno di festival arrivato al Little Kings mi sento ormai uno del posto, batto i cinque a musicisti, fotografi e altri normali partecipanti come se ci conoscessimo da sempre, the family. I set iniziano con Saline e il loro shoegaze aspro, dopo di loro delle ragazze indiavolate che fanno alzare la polvere dai tavoli con i loro pop/punk, uno spettacolo le Dump Him, seguono le Seafang e il loro rock pop ’80 e gli Scooterbabe, emo con una forte componente post rock che non si fa dispiacere.

Dopo cena arrivo al Georgia Theatre in tempo per i Lingua Franca, fantastico duo hip hop dove la fisicità va di pari passo con la fluidità testuale, una delle tante bellissime sorprese del festival, da approfondire assolutamente.

Altrettanto incisivo è il live delle Noon:30 con il loro soul – hip hop una vena scura incombente e minacciosa batteria, chitarra, loop e una voce profonda e che arriva diretta all’anima. La quarta giornata, come da programma è quella più lontana, teoricamente, dai miei gusti musicali, ma la carica dei gruppi sul palco e del pubblico in sala trasforma le emozioni di tutti in qualcosa di unico, qui potete vedere l’intero set del gruppo “provare per credere”.

Segue uno dei set che aspettavo di più. I Pylon Reenactment Society sono una cover band dei Pylon dove canta la cantante dei Pylon, Vanessa Briscoe Hay, che una decina di anni fa decise di rimettersi a cantare i pezzi del suo vecchio gruppo assieme a un alla star team di musicisti di Athens. Il risultato, seppur posticcio, è assolutamente gradevole, stando poi la portata storica dei Pylon.

Prima del main stage suonano i Tunabunny, gruppo gemello dei Antlered Aunt Lord (nel senso che ci sono proprio gli stessi musicisti che si scambiano gli strumenti) che colpiscono al cuore con il loro psych pop, gradevoli e coinvolgenti. Chiudono la serata e il festival le ESG, storica band newyorkese anticipatrice dell’hip hop, ritmi duri e circolari, basso e batteria no wave. A 40 anni dagli esordi perdono inevitabilmente la propria matrice sperimentale portando però a galla la natura danzereccia e più divertente. Nonostante l’età le signore tengono benissimo il palco e il percussionista riesce a coinvolgere a modo il pubblico che apprezza e si muove divertito.

Sono quasi le due di notte quando il Georgia Theatre chiude le porte, mi dirigo verso l’hotel con il groppo in gola e un solo obbiettivo in testa, tornarci l’anno prossimo.

Non consiglierei a nessuno di visitare Athens, non ha molto senso se non siete dei malati mentali cresciuti negli anni ’90 con il mito dei gruppi nati durante i corsi alla Università della Georgia, ma posso garantirvi che nel caso lo foste, beh l’esperienza diventa unica. La città è fondata sulla musica, è orgogliosa di esserlo e non fa nulla per rinnegarlo. Non ci sono preclusioni o differenze, nella stessa serata nei vari bar che arricchiscono le notti della downtown, puoi ascoltare la trap del momento e subito dopo un pezzo di Elliott Smith senza che nessuno percepisca come “strano” o innaturale il passaggio, è cultura musicale all’ennesima potenza, convivenza civile di mondi e musiche, un’esperienza difficile da spiegare, ma assolutamente meravigliosa da vivere.

Mi sto già organizzando per tornare l’anno prossimo, ogni tanto tornare a casa è necessario.

I Brutal Birthday

Anche se sono le due del pomeriggio di lunedì, facciamo finta che sia un giorno qualsiasi della settimana. Le sette del mattino. Sto guardando un po’ di siti in giro, ascoltando qualcosa di nuovo e ho appena scoperto i Brutal Birthday, che in realtà conosco da un sacco, esattamente tre giorni. Sono contento perché tra poco andrò in ufficio e vedrò i colleghi. No, sul serio, e poi con alcuni di loro ogni tanto parlo anche di musica. Oggi, per fargli un piacere, gli suggerirò i Brutal Birthday, il gruppo giusto per fargli saltare i nervi da subito.
Di base, i Brutal Birthday sono un rumore unico di fondo più uno che urla non parole ma dittonghi, come un cane umano senza pace. Come guardare un cane che si morde la coda e dice grrrr grrr all’infinito, dopo che ha scoperto di averla, la coda. Non sono cattivi, sono malvagi a modo loro, in particolare quando ammiccano e fingono di delineare una melodia ma alla fine una vera melodia non c’è, non c’è una vera crescita, c’è solo uno scalino all’inizio delle canzoni, poi si sale all’improvviso e per il resto è tutta insistenza a una densità così spigolosa e acuta da sfinire. Come i peggiori momenti del peggiore Lux Interior. Si può dire che siano noise punk ma poi dicendo così ti sfugge la loro parte dark, che non è scindibile da quella rock’n’roll, che però c’è solo qualche volta. Il loro suono è un insieme di cose diverse ma il risultato ha sempre uno stesso impatto, costante, come se una specie di massa ti assalisse ogni notte, nei momenti in cui sei totalmente di là e non puoi controllare niente, come se ‘sta massa la notte dopo ripartisse quasi da dove ti aveva abbandonato la notte precedente, non dall’inizio, non dal massimo ma dal momento in cui gli mancava un attimo per raggiungere il rumore più cieco, così, tanto per darti quel momento di calma inutile. Non è un incubo, non sono i Brutal Truth, è una specie di discorso malato con qualche linea vocale pop che t’illude, perché in realtà rimane sempre aperto e non trova le vie per concludersi. Rimane uguale a se stesso a lungo e finisce così, com’è. Lo stato di catalessi inizia con la batteria che parte con uno stile e una carica alla Steve Shelley. Di solito però dura poco, perché non c’era nessuno che avesse voglia di scrivere una sceneggiatura calibrata, con un crescendo eccetera. No, nessun crescendo, si entra subito nella chitarra e nel basso che ruzzolano da matti e si arriva subito al massimo del rumore, per tenerlo costante. Le chitarre e i bassi arrivano, non hanno cazzi di aspettare, e creano un rumore così ripetitivo da diventare una metafora della routine. E la routine può non essere accomodante. Buona giornata, colleghi.

I Brutal Birthday sono una superband in realtà: sono l’unione di membri di Hallelujah!, Stromboli, The Mountain Moon, Buzz Aldrin e His Clancyness. Dovrebbero secondo me mettere tutto solo su youtube e pubblicare solo robe dal vivo perché quella mi pare la loro dimensione. Buio, rumore e parole in sottofondo. Ricordano i Pissed Jeans e sono una via di mezzo tra il primo disco degli Unsane e i Wolf Eyes, ma qui sotto ci sono due video che rendono molto di più l’idea dei confronti.