Quando niente è proibito: Cayman the Animal, Black Supplì

black supplì cayman

La mia ragazza ha una libreria in cui vende i dischi di alcune etichette indipendenti italiane. Qualche anno fa è iniziata una collaborazione anche con la Sonatine e in quell’occasione ho avuto per le mani per la prima volta l’EP dei Cayman the Animal Aquafelix, che fino ad allora avevo visto solo in foto. La differenza tra una fotografia e la realtà a volte può essere sorprendente. Il packaging era pazzesco, ma pazzesco nel senso di divertente, un cartonato con una chiusura di un genere mai visto, almeno io non l’avevo mai visto (non sono appassionato di scatole, anche se in casa ne abbiamo tante). E poi era di sicuro la prima confezione di un disco in 3D della storia: vedi la scatola e caschi nel mondo delle illustrazioni che ci sono sopra, quando ti ripigli la apri e trovi un sacco di roba vera. Quando ho aperto il disco successivo, Apple linder, ho scoperto che la copertina era un mega poster di un gigante che pisciava, a dimensioni 1:1, più incredibile di quello di Anna Falchi uscito su Max tanti anni fa. Ma la sfida più eccitante è stata l’ultimo disco, Black supplì (No Reason Records e Mother Ship): la copertina è un gratta e vinci. E, insensibili come la vita che avanza, i Cayman the Animal, quando gratti, scrivono “HAI PERSO” e ti sbattono in faccia l’inasprirsi dei tempi: una volta si usava scrivere “Non hai vinto”. Il risultato è un groppo in gola. E proprio con questo groppo in gola – provocato da un affronto violento e antiautoritario (gli stessi aggettivi, preceduti da un “talvolta”, che su wikipedia hanno usato per descrivere i disegni di Raymond Pettibon) nei confronti rispettivamente tuoi e dell’istituzione Gratta E Vinci – ho messo su il nuovo cd dei Cayman (sarà legale chiamarli così?).

Ma prima di tuffarsi dell’ascolto, c’è da chiedersi: chi è l’illustratore ufficiale dei Cayman the Animal? Ratigher, che con il suo tratto tremolante farebbe sentire instabile nel mondo anche Putin. Se dovessi cercare cosa c’entra lo stile di Raymond Pettibon (visto che prima è stato chiamato in causa) con quello di Ratigher direi niente. Però c’è tutta una storia dietro al rapporto tra illustratori e gruppi punk, diventata anche mainstream in Italia perché Zerocalcare ha ripetuto giusto qualche volta che all’inizio lui faceva le locandine per i concerti hard core. Insomma, non mi pare ci sia nessuna somiglianza tra il tratto di Pettibon e Ratigher ma di sicuro c’è tutto un mondo in comune e c’è anche una differenza: mentre Pettibon è, è stato, fu “talvolta” violento e antiautoritario, Ratigher lo è sempre, in particolare quando disegna le copertine per i Cayman. E il perfetto incontro tra la violenza del primo e la cattiveria dei secondi è quel HAI PERSO.

A proposito, c’è qualcuno che HA VINTO grattando Black supplì? No perché nel caso ci fosse secondo me non partirebbe con il piede giusto. Perché poi se, oltre a guardare le figure, alla fine vi tuffaste davvero nell’ascolto del disco, notereste, oltre al fatto che è un disco di musica pesa, anche che HAI PERSO era lì per prepararvi al mondo di pessimismo, introspezione e fastidio dei suoi testi. Se non credete che un gruppo che suona i concerti in romanesco possa essere anche introspettivo, vediamone alcuni. Per esempio, un verso dalla prima canzone dice “Destination cold black worms”. Vediamo anche tutti quelli della seconda, che si chiama The colors deniers club:

The other day I bumped into my former band
What happened is that I could not recognize myself
It sounded pretty good nothing’s forbidden
But how could I be so joyful if everything was black?
Next time I won’t try
For the umpteenth (“ennesimo”, ammetto di averlo cercato su wordreference, ndr) time
It will pass me by
Next time I won’t try
Let’s not even start

Sarà l’ultimo disco dei Cayman? Io spero di no, voglio che ne facciano almeno un altro con un disegno di Ratigher. Non pensiamoci. Piuttosto, in questa canzone c’è un insegnamento importante, a proposito di introspezione e capire se stessi: le cose che si fanno non devono essere fatte per creare la cosa più bella del mondo, ma per fare la cosa che vogliamo fare. Poi sarà la cosa migliore del mondo? Tanto meglio. Ma è più importante che sia venuta come la volevi tu. Come dice Simon Reynolds, la musica va ascoltata col cuore. Allo stesso modo, le canzoni vanno scritte col cuore e gli articoli sulle canzoni anche. Insomma, testi riflessivi e musica potente e veloce, come i Nirvana e gli Husker Du e il contrario dell’emo core, dove musica e testi hanno spesso la stessa intensità. Questo non è un disco emo.

Da piccolo mi chiamavano Presobene, oggi “talvolta” la mia ragazza mi chiama Raggio di sole. Quindi a me piacciono i testi dei Cayman the Animal. Che nella terza canzone dicono: “Would I ever be so mean just years ago? A sad black supplì”. Vi ricordo che l’aspetto del supplì nero è questo

real black suppli

Questo per dire che l’immaginario dietro al disco è tutt’altro che accomodante. In più, quello dei Cayman the Animal non è solo un supplì nero ma è anche triste. Siamo di fronte a un’immagine scoraggiante, definirsi un supplì nero e triste va oltre il punk, oltre il rock, è introspezione analitica, fisico-psicologica.

Parlando invece della musica, che mi sembra una parte importante di un disco, a me i Cayman the Animal ricordano tantissimo gli Hot Snakes ma a voler dire tutta la verità, rispetto ad Apple linder, in Black supplì sono meno Hot Snakes e più solo snakes, cioè proprio biscioni: rallentano, fanno i loro giri su se stessi e poi scattano e staccano, in generale sono più guardinghi e attenti a distaccarsi un po’ dai dischi precedenti. Continuiamo su quella strada, ragà, sembrano dire le parole The colors deniers club, siamo sempre noi ma non siamo sempre noi. Un insieme di cose positive e negative da un lato gli fa pensare “Next time I won’t try / Let’s not even start” dall’altro gli permette di cambiare passo dal punto di vista musicale. È il quarto disco insieme (c’era anche il primo, Too old to die young del 2011, e non considerando il demo di incomparabile bellezza, cit.), ok, potrebbe essere deleterio, ma c’è un tesoro da conservare vivo, e sta in “It sounded pretty good nothing’s forbidden”. Dal primo disco all’ultimo, pur all’interno del punk-rock, ogni volta c’è qualcosa di diverso: Too old to die young era un po’ crossover, Aquafelix noise e anche un po’ hard rock, Apple Linder più Hot Snakes (e secondo me è il migliore finora e – osservazione statistica – l’unico in cui non c’è una canzone che si chiama Here comes the end). Ma nessuno ingrana un’altra marcia. Black supplì invece lo fa: è più definito nei passaggi, più preciso. Magari non fa un passo verso (o per allontanarsi con decisione da) un tipo o l’altro di musica e prende un po’ di tutto dai dischi precedenti, ma dà più potenza, meno velocità e un’impostazione più tosta e resistente alla scrittura. Anche dopo un po’ di tempo, anche se si è accesa la spia del rischio ritualità, i Cayman hanno trovato la strada da percorrere al meglio, senza imporsi divieti, tanto che l’ultima canzone è post-punk (mai successo prima). Niente è proibito (ed è vietato farsi venire in mente Piero Pelù). Musica scritta seguendo un principio-base importantissimo: lasciare il punk rock libero di correre felice nei prati. E con frasi brevi, quasi appunti, concetti veloci e immediati, i testi rappresentano lo specchio della musica intesa così. In questo modo, ogni volta che escono con un disco, i Cayman the Animal non sono una sorpresa ma un inno alla libertà di fare le cose come vogliono. E questo funziona anche verso l’esterno, come una specie di generatore di stimoli inaspettati per gli ascoltatori.

Per esempio, la mia canzone preferita è Here comes the end part III che inizia come la Part II (che era in Aquafelix) ma va in tutt’altra direzione: mi ricorda tantissimo la sigla di Domenica Sprint anni ’80. (Aspettate, vale la pena riascoltarla, dal secondo 0:46:

)

E adesso sentite Here comes the end part III, sentitela tutta ma in particolare prestate attenzione a cosa succede dal minuto 1:44. A parte il cambio di tempo clamoroso e il modo di incrociarsi esaltante delle voci e delle chitarre, non ricorda tantissimo Domenica Sprint? È tutto un passato che ritorna, dove mio zio e mio babbo guardavano i goal e a me piaceva tantissimo farlo con loro. Adesso non posso più farlo con loro e non m’interessano tanto i goal ma quella canzone è stata parte delle mie domeniche ed è ancora lì, è un ricordo legato a una cosa che non m’interessa più ma è ancora forte ed evocativa. Questa può essere la forza del punk rock, talvolta: quelle volte in cui come i Cayman lo fai da un po’ di tempo, qualcosa (tu) è inevitabilmente cambiato, ma ci metti dentro la libertà e il vantaggio creativo di suonare con gli amisci.

E i testi delle altre canzoni come sono? Per leggerli comprate il cd, è bello anche fare il gratta e vinci, scoprire il disegno di Ratigher e vedere se siete gli unici in tutto il mondo a non avere perso.

Un titolo senza pretese: Spotify ha cambiato la visione del presente?

You Before Spotify

C’era una volta una libreria indipendente che comprò un treno di copie di un libro non facile da vendere. Cosa pensate voi dei padroni della libreria? Sbruffoni! Cosa ve la tirate?! Fate fatica a campare! Stronzi! E via dicendo, punti esclamativi a buffo. Però, fermate il rigurgito di onniscienza e riflettete almeno un secondo. Riassumete. Una libreria indipendente. Di solito ha una sua clientela, affezionata perché si fida, legata ai consigli di chi ci lavora, perché sono sempre giusti. Se questo tipo di clientela un giorno entra nella sua libreria preferita e trova una pila di Vacanze di Blexbolex cosa pensa? La stessa cosa che avete pensato voi? No, pensa: se ne hanno presi mille ci deve essere un motivo: dev’essere bellissimo! Lo porta alla cassa e lo compra.

Questo si chiama influenzare la domanda con l’offerta ed è il punto di partenza di questo post interessantissimo. Pensavo a un altro post, di circa un mese fa, di un mio amico, costretto ad ascoltare il disco della Michielin perché ne parlavano tutti. Qualcuno anche bene. Il tono del mio amico era scherzoso ma rispecchiava una realtà. Per essere sul pezzo, poter scrivere o anche solo parlare delle cose di cui tutti parlano, per essere letti o cagati in qualche modo, si finisce per ascoltare cose di cui altrimenti non ci fregherebbe un cazzo, oppure cose che per esempio 20 anni fa non ci saremmo neanche sognati. Ed è grazie, cari milioni di lettori, è grazie al download, al peer to peer e allo streaming che possiamo farle. Paghi o ti ciucci la pubblicità, aspetti che il torrent abbia finito, ma comunque hai la possibilità di ascoltare. E, alla fine, ci provi pure gusto ad ascoltare certe maranzate. Gente insospettabile che un tempo sentiva solo musica (facciamola corta con un aggettivo) alternativa, adesso è fan, o molto fan, o fan un casino, di Rihanna, Lady Gaga. O addirittura M.I.A. Va bene che ci si ammorbidisce con gli anni ma il punto non è questo. Il punto è che non dobbiamo fare grandi sforzi fisici o economici per sentirle ‘ste canzoni. Cioè, anche se mi piaceva Everybody (Backstreet’s Back) quando è uscita, stavo zitto e cagato, ballavo e cantavo dentro di me e mi limitavo a sentirla in radio o a godere guardando di nascosto nella cameretta il video su MTV. Di certo non compravo il cd, perché col cazzo che spendevo 15 mila lire per il singolo. Mi ricordo che qualcuno (non ricordo chi) mi regalò, appena uscito fresco di stampa, il singolo di In the end dei Linkin Park. A me sembrava una cosa assurda. Ricordo (quella sì) la disapprovazione nel volto di Diego, perché avere in casa un cd di roba “commerciale” era una bestemmia. Adesso non mi piace In the end ma mi piace tantissimo Million Reasons di Gaga e, a parte che tutti ascoltano tutto senza peli sulla lingua proprio, mi posso ascoltare quanto volte voglio tutto l’album di Gaga su Spotify, con un abbonamento che costa poco meno di quanto non costasse il singolo dei Backstreet. Lo pago una volta al mese, non one shot come il cd, OOOK, ma mi permette di ascoltare anche tutto il resto del mondo. Ai tempi avrei potuto ascoltare Take That, Backstreet Boys, NSync e Snoop Dog uno dietro l’altro senza dover comprare i cd e farmi scoprire. E se mi avessero followato? Avrei fatto un profilo sotto falso nome. Facile. Purtroppo, però, una volta non poteva succedere… SIGLA DELLA PUBBLICITÀ: adesso, invece, posso anche ascoltare tutto dappertutto, faccio un abbonamento decente alla rete mobile, è mensile anche questo ma vale la pena. FINE MESSAGGIO PROMOZIONALE. Mi rendo conto di aver scritto una serie di banalità imbarazzanti fin’ora ma mi servivano per arrivare a dire la cosa intelligente. E cioè: questo tipo di offerta ha modificato la domanda alla grande. Ah.. lo sapevate già? Va bo. Non ha fatto solo quello però. Se 20 anni fa più che ammettere che mi piaceva Back for Good dei Take That mi sarei fatto tatuare ROBBIE WILLIAMS sul petto, e avrei poi giocato in seguito con gli amici la carta del “si è sbagliato il tatuatore: io volevo scrivere Robin, lui ha scritto Robbie”, adesso difenderei la musica di – per dire – Rihanna a qualsiasi costo. E il fatto è che ci credo davvero. Non sono l’unico, eh, chiaro, e proprio perché non sono l’unico – tra quelli che una volta dichiaravano di ascoltare solo musica conosciuta al massimo da 100 persone – che darebbe sinceramente un braccio per aver un disco nuovo di Rihanna, qui, subito, ora, è chiaro che l’offerta di musica facile ha modificato anche la testa delle persone. Non può essere solo una questione di ammorbidirsi con l’età. Quando danno la Michielin in radio io fermo sempre lo zapping per ascoltarla, e mi piace anche. E la cosa determinante per capire che tutto questo mio discorso è vero è che anche Diego mi ha detto che fa la stessa cosa.

Si sono rotti i ponti tra musica alternativa e commerciale. Si dice sempre. Piuttosto quindi parliamo di un’altra cosa che secondo me c’entra con il tema (caldissimo) della domanda e dell’offerta. Parliamo del parlare delle cose di cui tutti parlano. Non è che lo fai perché sei un poser, lo fai perché ti piace farlo, ti interessa l’argomento, ti piace (“ti” generico, non riferito a me, io sono sempre preso male sui social) quella possibilità di confrontarti ovunque tu sia che danno i social network. Una volta potevi parlarne al massimo al telefono, ma di solito ci si scambiava dischi o opinioni a un concerto, a una festa o nella tua cameretta, dove il tuo amico pensava che il pomeriggio precedente avessi ascoltato Wowee Zowee dei Pavement e invece ti eri sparato Backstreet’s Back a ripetizione, cose che succedono ancora (gli scambi, non la heavy rotation dei Backstreet), ok, ma adesso non sono le uniche possibilità di scambiarsi opinioni. (Parentesi nostalgia per dire che coi primi SMS era un gioco bellissimo). Adesso la cosa ancora più bella è che la Michielin in Io non abito al mare dice (cito testualmente) “queste cose vorrei dirtele a un orecchio mentre urlano e mi spingono a un concerto, per vedere se mi stai ascoltando”. Parla di cose d’amore, emozioni da evitare, ma è una bomba il fatto che un concerto sia ancora il posto in cui parlare delle cose che ti stanno più a cuore. È uno spazio condiviso tra noi e la Michelin (TV Sorrisi e Canzoni dice 23 anni), tra chi in passato ha fruìto diversamente della musica rispetto alle modalità di oggi e i giovanissimi per i quali Spotify è una cosa normale. Il campo comune in cui parlare dei cazzi a cui teniamo di più sono i concerti, per tutti. La trovo una cosa entusiasmante e non è un caso per esempio, se vogliamo proprio dire una cosa statistica, che la musica dal vivo non abbia perso di appeal in questi anni in cui è cambiato totalmente il modo di ascoltare i dischi. Questo per dire che è difficile ragionare imponendosi una linearità e una razionalità. Si trovano punti in comune anche dove meno ci si aspetterebbe di trovarli, tra il mondo di 20 anni fa e quello di adesso, e quei punti li trovi dentro a una musica che sulla carta avresti dovuto snobbare, per esempio un testo della Michielin. È impossibile ragionare in modo dogmatico. E questo valga come temibile monito nella prosecuzione del discorso ma anche della vita, una cosa scalpellata su una targa di pietra inchiodata al muro in fondo all’aula magna

Tantissime persone che ascoltavano rock alternativo, ai tempi in cui quelli che ascoltavano hip hop erano “gli altri”, adesso magari ascoltano un sacco di trap. È la dimostrazione del cambiamento e del fatto che ci sia stato un travaso massivo di fan da un genere all’altro. Ed è curioso che lo scambio sia avvenuto anche tra due generi i cui fan una volta erano lontanissimi tra loro. La trap attualmente in Italia, più della musica elettronica, è il genere che se lo ascolti sei al passo coi tempi, perché assecondi il cambiamento, te ne interessi, ti piace. Qualsiasi dubbio tu abbia sulla trap ti catapulta automaticamente dall’altra parte della barricata. La trap come unità per misurare la tua capacità di essere nel presente. Ma i modi di essere nel presente sono tanti. Anche ammettere che ti piace la Michielin è un modo di farlo, di uscire dagli schemi rigidi di un tempo e capire che la musica è impossibile amarla a settori. Poi è chiaro che se mi chiedi il mio gruppo prefe non ti dico la Michielin ma i Van Pelt o Stephen Malkmus & The Jigs. Tutti giovinastri. Ma è un cambiamento dell’atteggiamento e non riguarda il gusto musicale, non riguarda la ricerca di nuove sonorità che rappresentino il presente o tendano al futuro ma è comunque un passo in avanti. Ognuno fa quello che gli viene spontaneo fare, per essere nel presente. Oppure non lo fa, ma lì siamo in un altro campionato. È difficile poi liquidare come retrogrado l’atteggiamento di qualcuno che ascolta sempre lo stesso tipo musica, perché ognuno nella musica ci sente quello che ci sente. PER ESEMPIO. Un gruppo che suona con evidenti riferimenti musicali al passato non è per forza indietro, può al contrario comporre con estrema creatività ed essere innovativo nel taglio che dà all’interpretazione di quella musica. Grazie ad Aaron Rumore per la riflessione su Facebook sui Nap Eyes:

“Un gruppo incredibile di ragazzi bianchi, istruitissimi, fissati con la linea genealogica della loro musica rock (VU/lou reed/modern lovers/feelies/television/indie pop scozzese/pavement) e che compongono “testo alla mano”, accuratamente. È pura nostalgia, ma a suo modo estremamente creativa, e questo nuovo album è sicuramente il loro miglior sforzo in questo senso. Questo anche per ribadire che ogni posizione dogmatica rispetto passato e futuro, specialmente in ambito musicale, lascia il tempo che trova”.

Poi l’elettronica di sicuro è la musica in cui è più facile sperimentare e quindi, di fatto, si sperimenta di più, per questo è la musica del futuro. Ma sono passati così tanti anni e siamo arrivati al punto in cui la musica ci ha dato talmente tante cose che, a concedersi la libertà di ascoltarle senza pregiudizi, un musicista può rielaborarle in mille modi diversi e se ha talento nel farlo tira fuori una visione sua, diversa da quella degli altri e quindi sperimentale. I Nap Eyes fanno questo, Spencer Radcliffe fa questo, e lo fanno in modi diversi l’uno dagli altri. Se l’ascoltatore coglie queste cose, può darsi che ci trovi il suo modo di stare nel presente e di vedere il futuro della musica. Se invece nonostante i tentativi non prova gusto più di tanto ad ascoltare l’elettronica, non può continuare a cercare il suo futuro musicale lì. Se la trap non gli dice niente, non può cercarci il presente. Deve andare a cercarli da un’altra parte, presente e futuro. Secondo me la cosa importante è cercarli, avere la curiosità, non fermarsi solo a quello che ascoltavi quando avevi 20 anni, perché in men che non si dica quello che ascoltavi a 20 anni diventerà quello che ascolti a 40 e a 60, sempre che tu abbia ancora voglia di ascoltarlo. Un destino macabro. È legale ascoltare anche spesso quello che ascoltavi 20 anni fa, questo la Corte lo concede, ma non lo è ascoltare solo quello.

Ascoltare la Michielin significa cambiare atteggiamento. E questo ti permette di conoscere un sacco di cose nuove, diverse, senza rigidità precostituite. Allargare la concezione e la visione del presente: una volta il presente musicale era solo determinate cose, adesso è tanto di più. Essere nel presente vuol dire anche questo, non vuol dire solo ascoltare la trap o vedere il futuro nell’elettronica. Vuol dire avere un atteggiamento aperto verso tutto quello che ho voglia (se non ne ho voglia, non lo faccio) di papparmi grazie a Spotify, Soulseek, YouTube, Bandcamp o altro, e dare un giudizio sincero a quello che si ascolta. E posso avere quell’atteggiamento aperto proprio perché posso ascoltare tutto con facilità. Quindi insomma, SI. Spotify ha cambiato la visione che abbiamo del presente. Più precisamente lo streaming e il download (si, dai, mettiamoci dentro anche il gemello diverso dello streaming perchè io Soulseek lo vedo ancora popolatissimo) sono i mezzi che del presente ci permettono di esercitare una visione diversa.

E ora, solo per ricordarvi quanto spaccava (partite pure da 1 minuto e 37):

Adesso basta, andiamo avanti: le FROWN, Tender Age

Mai letto quel mio post strabiliante di due anni fa in cui sbarellavo per i loro teaser? Sicuramente l’avete fatto in milioni, magari non tu, ma gli altri sicuro. Come nella migliore tradizione dei blogger stronzi, mi autocito: “Sono due canzoni sbagliate, ma non sbagliate perché c’è un intento stilistico dietro, sbagliate davvero. Quello che ascolto di solito non è sbagliato in questo modo, al massimo lo è come Idiot Lane degli Unhappy”. Ecco, in questa cosa, che in sostanza era l’idea su cui si reggeva tutto l’articolo, praticamente non c’è più niente di vero. In due anni le Frown sono cambiate di brutto, hanno suonato un sacco dal vivo, sono migliorate, alla fine sono uscite con un ep e mi hanno fregato. Ma è chiaro che dopo due anni di prove e concerti non fanno più le cose come quella volta che hanno suonato e registrato in cantina da sole con lo smartphone! Lo so! Per chi mi avete preso? Però, un altro punto di quello che avevo scritto era che le Frown avevano buttato su YouTube due pezzi così, registrati e tac! messi on line senza pensarci troppo, il che era anche un atto coraggioso in un momento storico (ho scritto momento storico!) in cui è facile e per molti preferibile registrare per i cazzi propri sì ma con una qualità per lo meno discreta. Loro se n’erano sbattute e mi era piaciuto. L’ep (nome in codice Tender Age) invece è registrato in studio. Ma quella fetta di blog (nome in codice per: articolo, pezzo, post) è ancora lì, uguale a prima: l’amore va veloce e tu stai indietro. Grazie Tiziano. Urgeva aggiornamento, non per me, ma perché le Frown hanno fatto dei passi in avanti e volevo dire che hanno fatto bene.

Quindi. Hanno fatto due scelte precisissime: una riguarda la qualità della registrazione, l’altra il come hanno suonato. Parliamo prima della QUALITÀ della REGISTRAZIONE. Lo so lo so non sono mica scemo, le due cose vanno messe su due piani diversi, e anche subito: per preparazione, svolgimento, possibilità, intenzioni e tutto quanto, registratore del cellulare in cantina e studio di registrazione vero giocano due campionati diversi. Dei teaser mi era piaciuto che fossero il risultato dell’incontenibile, di un’esigenza nata prima delle canzoni e diventata canzone, errori compresi. Oggi, le Frown avrebbero potuto fare Tender Age con lo stesso approccio, registrarlo male, in bassissima fedeltà, ma era una cosa bella 30 anni fa, adesso basta. E poi perché sprecare le ore in studio registrando malone con strumenti che ti fanno ottenere quell’effetto malone, esattamente quello dei teaser, quando le cose si possono fare meglio? La scelta sarebbe sembrata pure forzata, perché l’ep del 2018 non poteva canalizzare le stesse esigenze del teaser 2016, due anni fa. In due anni le cose sono cambiate. Nei teaser era una cosa vera: cioè, le Frown hanno preso un registratore e hanno registrato su due piedi quello che avevano davvero. Dopo, è giusto che abbiano avuto il desiderio di fare un ep con il verso. Spingi rec e vai funziona una volta sola. Non ha nessun senso, oggi, rendersi schiavi di un modo di registrare permettendogli di assumere più importanza delle canzoni. Non è più sperimentale, non è più nuovo, non è più niente. Così, le Frown sono andate oltre, sono andate in studio, alla Boscow Records, dove hanno registrato per bene, low-fi ma non lowissimo-fi, mi pare, non me ne intendo, non so se davvero l’hanno fatto, tipo, con un quattro piste or not. Ma la cosa rilevante è che non importa che l’abbiamo fatto o no in low-fi, non è interessante, la cosa più interessante è che le canzoni sono tutte dei gioielli.

E qui passiamo all’altro salto che hanno fatto. Adesso parliamo di COME HANNO SUONATO. Non hanno scelto la strada di fare un ep con gli errori. Perché avrebbero dovuto farlo? Non corrisponde più alla verità, adesso sono altro rispetto ai teaser. In Tender Age viaggiano come due treni, accelerano e rallentano quando vogliono (MorrisseyColder Pt.1 e Pt. 2), non quando sbagliano. Sono slack, ma perchè vogliono esserlo, ed essere slack significa avere il controllo assoluto su ciò che si fa. La voce è tra Corin Tucker, PJ Harvey e Siouxsie, lirica e pop allo stesso tempo, la chitarra tra il garage e il noise rock e la batteria è la più resistente di sempre. Ci sono delle volte in cui le distorsioni-vortice la isolano da tutto il resto, ma quando la linea delle note si confonde, riesce a rimanere sempre a galla. A volte, non sempre, tra chitarra e batteria parte questa specie di battaglia, che contribuisce a definire il carattere di entrambe e a mettere a fuoco il suono delle canzoni. Tutto al cospetto (ho scritto “al cospetto”) della voce, sempre in primo piano e bellissima. Le Frown si prendono i Sonic Youth, un pelo (per fortuna solo quello) di shoegaze, i Bauhaus (Sea of Expectations) e i Big Black di The Hammer Party non in una canzone in particolare ma in giro in tutto l’ep (giuro che li ho sentiti). Si sono definite e hanno definito la musica, con riferimenti precisi e modelli d’ispirazione tradizionali ma anche un nuovo atteggiamento. L’altra volta si sono messe lì, in preda a un registratore. Stavolta l’hanno aggredito, il registratore. Hanno fatto scelte diverse. Anche registrare quel che viene come un flusso di coscienza è una scelta, ma quel che viene fuori è una creazione che vive e tu le vivi accanto, la guardi e le dici “ciao! ti ho creato io lo sai?”, non c’hai proprio messo le mani dentro. Questa volta le Frown hanno plasmato di più le cose come volevano loro.

Dentro questo cambiamento, è divertente cercare dove sono andati a finire i due pezzi dei teaser, perché è cambiato tutto ma qualcosa rimane direbbe il poeta. Teaser è diventata Napoleone, sicuro. Teaser 2 è diventata Inconsistency, forse, non so. Non lo so, non ne ho idea, non scrivo canzoni ma certi giri magari te li porti dietro, li fai crescere in qualche modo finché non li hai finiti, sistemati, chiusi, forse è un modo per sotterrarli dentro te stesso e proprio per questo non puoi che sentirli tuoi anche dopo tanto tempo, due anni appunto. Che qualcosa del passato delle Frown sia rimasto è ciò che mi permette di avere la stessa sensazione mentre ascolto i teaser e Tender Age (minimo comune denominatore direbbe il matematico): essere di fronte a due che suonano e ti dicono beccati ‘ste canzoni e statti zitt. Tender Age è veloce non perchè è hard core ma perché finisce molto in fretta ed è sicuro che riparti daccapo quando l’hai finito. È quel modo di suonare che avevano e hanno ancora loro, quell’essere presenti solo un attimo, finché è necessario, poi basta. Che è un’ottima strategia. Questa cosa l’hanno mantenuta, il resto è cambiato. È il nuovo biglietto da visita delle Frown. Fase due. Venite a vederle al Bronson, il 17 marzo?

Bandcamp.

La foto l’ho presa dal loro facebook.

Per la serie Dinosaur Senior: OSSIGENO su Rai 3

Giovedi sera c’è stata la prima puntata di Ossigeno, il nuovo programma della seconda serata di Rai 3 condotto da Manuel Agnelli. Noi, di quanto il personaggio sia un curioso incrocio tra un bollito e un arrogante, si è già parlato: ricordiamo solo, per avere l’input da cui iniziare, che la sua fissa è educare il pubblico televisivo alla musica giusta. A quanto pare questa fissa non è solo la sua ma anche di quelli che l’hanno chiamato per X Factor e soprattutto di quelli che gli hanno dato il programma nuovo.

Ma non fermiamoci qui. Un’interpretazione del ruolo di Agnelli in Italia la dà Paolo Madeddu: su Buzzmusic.com scrive che proprio per il suo essere un racconto del passato per nostalgici che prima di dormire vogliono ascoltare le favole (che conoscono già) sugli anni ’90, Ossigeno è giustissimo per il pubblico di Rai 3 di oggi. Questo significa che il pubblico della seconda serata di Rai 3 di oggi è composto da chi negli anni ’90 era giovane e indie, cioè, più o meno, io. Non ne sono così sicuro, nonostante qualche riscontro in questo senso ci sia tra chi guardava Gazebo. Agnelli accondiscende a quel tipo di pubblico piazzando una cover di Gouge Away dei Pixies al centro della prima puntata. Ma non è che questa cosa debba essere per forza vissuta bene nel ricordo di quando avevamo qualche anno di meno e dei tempi che furono dell’indie rock. A me non interessa niente che Agnelli m’intrattenga con la musica che mi ha cambiato la vita. Quella musica il suo percorso l’ha fatto, e continua a farlo, il suo riverbero continua ad averlo su molte persone (non solo su di me), ben al di là di Ossigeno. Allo stesso modo non m’interessa che quella musica passi alla Rai per essere conosciuta da più persone. Non m’interessa che venga conosciuta da più persone, non deve esserlo per forza. Raggiungere un pubblico più ampio non è necessario. Per me. E per chi guarda Rai 3 e non conosceva i Pixies prima che Agnelli glieli facesse (di grazia) ascoltare, è un grande regalo che l’abbia fatto? Secondo me, no. Infatti, l’ha fatto attraverso una cover. E quanto si perde della canzone (del suo significato, dei suoi suoni) presentando una cover e non l’originale? E senza inquadrarla in un contesto adeguato, con un racconto adeguato e non solo con qualche parola? Secondo me, si perde molto e finisci per offrire molto poco. È un modo superficiale di parlare di musica, buttato lì, tanto per vantarsi di averlo fatto, senza avere davvero l’interesse nel trasmettere un messaggio, un mondo, un modo di vedere la musica, qualcosa. I Pixies di Gouge Away (album: Dolittle) rappresentano un periodo preciso, un mondo preciso, che io vorrei non fosse usato così superficialmente. Per lo meno, va approfondito e contestualizzato.

D’altra parte, mi sembra che in questo modo Agnelli e quelli di Ossigeno si siano presi tutto per uno scopo diverso rispetto a quello che aveva quella musica. Perchè una cosa è farsi conoscere da tanta gente in tutto il mondo come hanno fatto i Fugazi e la Dischord, per esempio, cioè rispettando dei principi precisi di creazione e distribuzione della musica, un altro discorso è far conoscere quella musica a più gente possibile alla cazzo di cane. In questo modo metti una bella lapide su tutto e (unica cosa, forse, utile – perchè realistica – della trasmissione) mi metti di fronte al fatto che è un attimo che tutto finisca davvero definitivamente e tu (oh Agnelli) sei parte del processo. Poi, mi si delinea uno scenario catastrofico in cui ci sono io che penso che non ci sia speranza e che sicuramente tra poco Stephen Malkmus farà un talk show alt rock (cit. Renato AT su Facebook).

È vero che con l’età ci si ammorbidisce ed è pure probabile che Stephen Malkmus si metta a fare una trasmissione sul rock alternativo alla TV americana, perché la sua idea di musica potrebbe essersi ammorbita e invece di sfogarsi scrivendo canzoni per noi potrebbe farlo pontificando come un vecchio trombone che ha vissuto nella sola epoca giusta in cui valesse la pena vivere e ha scritto la sola musica giusta che valesse la pena scrivere. Però pensare che Malkmus faccia questa cosa mi fa venire i brividi di paura. E che mi faccia venire i brividi vuol dire che vedo Malkmus come un mostro sacro, come qualcosa di intoccabile e inumano, cioè non soggetto all’evoluzione della natura umana per la quale con l’età ci si ammorbidisce, si diventa meno radicali, ci si riconglionisce (anche) e a volte si pensa che sia il caso di insegnare a chi non lo sa quale sia la musica giusta da ascoltare. E, ancora, pensare che penso a Malkmus come a un mostro sacro mi fa sentire malissimo, nel senso che mi fa sentire come un vecchio hippie ancora in bomba per John Lennon. Adesso come adesso, l’hippie ha in mano solo il mostro sacro di John Lennon, le proprie emozioni di una volta e niente di attuale e ancora vivo da ascoltare che risponda alle sue esigenze musicali.

Capito che scenario mi si apre?

Non è che per forza devo valutare positivamente Ossigeno perché di solito non si sente quella musica sulla Rai. Come non me la sento di dire che mi piace XFactor perché Agnelli (o Morgan) una volta ha fatto fare ai loro concorrenti la cover di non so cosa mai sentita in TV. Valutarlo positivamente è un accontentarsi, è un po’ come votare il meno peggio. Possiamo sperare, invano, in qualcosa di meglio. Oppure non avere alcun interesse nel fatto che passino i Pixies alla Rai.

A me sembra tutto sbagliato. Se vuoi davvero proporre la musica “giusta”, perchè non proporre anche qualcosa di nuovo che secondo te è ok? Risposta: perchè non t’interessa fare quello che proclami di fare (“educare”) ma t’interessa solo compiacere te stesso. Quella vecchia non è l’unica musica giusta da proporre. Ghemon e gli Editors (nella prossima puntata) non bastano come rappresentanti del nuovo. Cerca di più, vai oltre i Maneskin, guarda se c’è qualche gruppo “indipendente” che vale la pena invitare, se proprio c’hai sta fissa di portare in TV la musica giusta. In più, dire che una trasmissione così non è il massimo ma va bene per il pubblico di Rai Tre è offensivo per quel pubblico, sia che sia composto dai giovani degli anni ’90 sia che sia composto da altri. E non credo nella divisione del mondo in due sulla base della musica che si ascolta e dei programmi che si guardano: gli intelligenti da una parte e gli stupidi dall’altra. Non penso sia giusto pensare che una musica sia quella giusta e un’altra quella sbagliata. Esistono solo gusti differenti. Penso che il ruolo della TV pubblica debba essere fare meglio rispetto a quello che fa attualmente o che ha fatto per anni, ma credo anche che non debba farlo con un taglio e un atteggiamento da Messia che fa cadere dall’alto la musica (e, in generale, la cultura) che decide di mettere in programmazione. Quando lo fa, ha lo stesso atteggiamento di Jovanotti che pontifica su cultura, politica e tutto il resto. Vi piace l’idea che la televisone pubblica si sia jovanottizzata?

“Più che Ossigeno direi Gas” (autocit.)

Finalmente un articolo sulle Tacobellas

tacobellas

Le Tacobellas sono comparse su Facebook il 14 gennaio con un post che diceva più o meno: ciao, noi siamo le Tacobellas, Greta e Valentina, su bandcamp puoi ascoltare la nostra musica, vedrai che nei prossimi giorni caricheremo altre tracce. L’hanno fatto, arrivando a sette canzoni, che mi sembra un buon numero per farsi un’opinione.

Praticamente, loro fanno le prove e quello che viene fuori lo mettono istantaneamente su bandcamp, ogni tot, a intervalli di tempo assolutamente variabili. Già mi sembrano molto interessanti per questo, cioè per l’idea di non fare uscire un album e neanche un ep ma di mettere on-line una canzone alla volta, come se fosse una collezione di figurine che vado a comprare in edicola. E piano piano riempio l’album, che viene composto, si compone e compare col tempo. La cosa ancora più bella è che il loro suono (Total 90 ma anche Cut) ricorda una delle migliori canzoni dei Nirvana, cover degli Shocking Blue, pubblicata nel primo singolo dei Nirvana del 1988, poi finita su Bleach: la canzone è Love Buzz. Dentro c’è tutto il suono del loro primissimo periodo, nei video live che si trovano sul tubo ma soprattutto su questo si sente bene. Il basso e la chitarra hanno lo stesso riff ed è così accattivante da ricordare i flauti che fanno ballare i cobra. La versione originale degli Shocking Blue è ugualmente seducente ma non così piena di distorsioni come quella dei Nirvana, che l’hanno trasformata in una canzone noise pop. Il noise pop è, penso di poter dire, anche il genere delle Tacobellas, senza il basso. È vero però che non si possono ridurre solo a quello, perché c’è anche Experimental 1 (vocal loop) che va in un’altra direzione. Per fare un altro esempio, una delle prime canzoni che hanno pubblicato (Hell Girls) all’inizio ha un suono dark wave. E insomma, di pedali su cui spaciugare – a quanto pare da una foto su Facebook – ne hanno, di canzoni ne hanno tirate fuori sette in poco più di un mese, sicuramente le idee non mancano visto che non sono mai ripetitive, io le seguo perché mi piace questo modo di farmi collezionare le canzoni e mi volevo raccomandare: seguitele anche voi, Tacobellas è la prima serie TV su bandcamp, che rilascia gli episodi quando li registrano, e ogni volta c’è una canzone nuova da ascoltare, sai più o meno il genere, se ti piace è ok, ma non è che puoi essere sicuro al 100% che sarà sempre così.

Poi, fanno tutto loro. In ogni canzone c’è scritto lo-fi version per cui presumo che registrino con un quattro tracce (ma non capisco niente di queste cose). Lo-fi non va tanto di moda adesso: è una scelta di carattere. E non c’è una canzone che perda di ritmo o nessun suono che perda di botta. Quindi loro entrano in sala prove, suonano, tirano fuori qualcosa di buono, ci insistono un po’ sopra, aggiustano per i fatti loro tutte le cose che sono da aggiustare, registrano, magari qualcosa se la tengono per la volta dopo e pubblicano su bandcamp. Saltano tutti i passaggi intermedi e non vuol dire che si prendono poco sul serio o che sono due cazzone, ma che sanno fare le cose come si deve, perché il risultato è figo, invidiabile. Aggiungo: che le Tacobellas sono 2/3 dei Lomax. Se vi piacciono i Lomax, non c’entrano niente.

Appunti disastrosi su Middle America di Stephen Malkmus & The Jicks

I Pavement possono ridurti così

Qualche anno fa, a due chilometri da casa mia, hanno suonato i Pavement. I miei genitori non mi hanno permesso di andarci perché ero un cinno e il giorno dopo dovevo andare a scuola. Avevo 14 anni, giudicate voi se a quell’età uno è troppo piccolo per andare a un concerto oppure no (aka: a che età mandereste al primo concerto vostro figlio?). Pure Stephen Malkmus non era proprio vecchio: aveva 26 anni nel 1992 (quindi adesso.. 52, angolo TV Sorrisi e Canzoni) quando uscì Slanted Enchanted e con il resto della cumpa lo suonò nella mia città.

Negli anni successivi i Pavement hanno pubblicato dischi bellissimi, aggiustando il tiro uno dopo l’altro. Avevo talmente voglia di rifarmi dalla volta precedente che quando sono venuti in Italia per il tour di Terror Twilight ho fatto la doppietta, al Vox e al Velvet. Al Velvet erano coi dEUS e siccome l’impianto dei dEUS saltava di continuo, hanno suonato i Pavement, tutta la sera. Poi si sono sciolti, mai più visti, la reunion l’ho snobbata perché ero contro le reunion. Adesso penso mah, che coglione. Quando ha suonato Stephen Malkmus & The Jicks al Covo tre anni fa per Wig Out at Jagbags, mi sono fiondato. A un certo punto hanno suonato Summer Babe, la prima canzone di Slanted Enchanted, mio fratello ballava e cantava e io volevo essere andato al Carisport e aver visto almeno una data del tour della reunion. Ho pensato che a volte la vita ti rida’ le occasioni che hai perso.

Quando ho sentito per la prima volta i Pavement non mi sono preoccupato di niente. Di cose tipo da dove viene questo suono? Chi gliel’ha data questa idea? Ascoltavo, me lo godevo e basta. Poi ho scoperto che dietro tutto quello c’erano Mark E. Smith e The Fall. Mark E. Smith è morto il 24 gennaio di quest’anno e non ci sono più occasioni per vederlo suonare dal vivo. Mai visto. È andata così e basta. Bisogna essere cinici, altrimenti non ce la si fa. Essere cinici per le cose del passato è abbastanza facile. Per quelle che avrebbe potuto succedere è più difficile anche perché, di sicuro, la vita non potrà più darmi questa occasione.

L’altro ieri è uscita la canzone nuova di Stephen Malkmus & The Jicks, Middle America, a quattro anni da Wig Out at Jagbags e a due settimane dalla morte di Mark Smith. Non c’è nessunissima relazione tra la prima e la terza cosa, MA. L’inizio di Middle America mi ricorda Homebody dei The New Year, che a sua volta ricorda l’inizio di Tigers, la prima di Mirror Traffic, il disco di Malkmus and The Jicks del 2011, o anche Water and A Seat di Pig Lib. Hanno lo stesso modo di usare le corde della chitarra, come se fossero da pizzicare e come se fossero il divertimento di uno scemo. Ma invece. Tigers e Water and A Seat hanno quel modo di divertirsi di Mark Smith, sui dischi ma anche in una delle sue foto sdentato. Poi Tigers dice:

We need separate rooms
We are so divided
Let us in
Change is all we need to improve
Call me petty, I mean every word
The “and’s”, the “if’s”, the “but’s”, and the “the’s”
Trust me because I’m worth hating

È cattivo, ma vi pesa che lo sia? Cioè, Malkmus scrive testi pesanti? No. Riesce a essere terribile serenamente, e di fianco ci mette una chitarra quasi dolce. Forse con dolce esagero, si può dire sempre morbida. Quella chitarra mi piace dal 1992, questo significa che sono un po’ in fissa e che ha qualcosa che proprio mi attira. È distorta senza essere troppo disturbante, è come se ti desse uno schiaffo e poi se la ridesse e facesse ridere anche te. È come dire: Malkmus, sei un ragazzo magnifico e per questo ti odio. Poi ci sono le ballate, che escono un po’ da questo tracciato e sfiorano i confini tollerabili del languore ma è giusto così: la forza che fa partire le scosse telluriche c’è perchè assaggi gli opposti. Le canzoni di Mark Smith sono impietose, ambigue, dritte al punto ma ironiche. In tutto, testi e musica, anche quando è diventato più pop. Mi mancherà un sacco quella sua capacità di tagliare il mondo con crudeltà e realismo, ma anche di dirgli vai a cagare. Ecco, c’è sta roba in comune tra lui e l’altro, Malkmus. Ti guardano in faccia, si comportano in un modo e allo stesso tempo stanno facendo altro, suonano una cosa, ne cantano un’altra e un attimo dopo distorcono, ma non ti dà fastidio.

Mark Smith, Stephen Malkmus, Matt e Bubba Kadane sono quattro nomi che creano un mondo. Solo l’inizio di una canzone unisce Malkmus ai The New Year, per il resto si tratta di due mondi non diversi, ma comunque almeno un po’ distanti. Il suono dei Bedhead era differente, tutto pieno. Non hanno idea di come si faccia a scrivere una canzone con la stessa fregola di Malkmus, non sono così attivi, agitati, protagonisti e sono sicuro che schiferebbero, se dovessero suonarle loro, quelle supercode hardrock. Sono più rilassati, piano piano poco poco (4 album in 17 anni, con gli Overseas in mezzo) che alla fine diventa tanto tanto. Aggiungi il carico da 10 di Chris Brokaw alla batteria in stile Come e Codeine e siamo a posto. Poco ma tanto. Neanche Stephen Malkmus è così come loro, la cosa è reciproca. Il suo mondo è fatto di rime baciate, che ti prendono per il culo ma pur sempre baciate sono. Il loro di baciato non ha niente, al massimo le parole e la musica ti suggerisce uno sguardo inquieto, che è più chiaro, più immediato, univoco, non interpretabile, senza doppi significati. Un significato solo. Questi sono The New Year.

Ma le loro (The New Year/Malkmus) carriere partono insieme, entrambe dopo esperienze grandi (Bedhead e Pavement) negli stessi anni. Hanno plasmato il mondo di tanti di noi, costruendo due correnti che negli anni ‘90 si sono sviluppate in parallelo, emo core e slow core da una parte, rock più classico e post punk nella sua versione più assurdamente melodica dall’altra (come definireste i Pavement? non è facile). E hanno attraversato da protagonisti quel decennio, pieno di casino e di cose che poi di colpo sono finite. The New Year e Malkmus ne hanno raccolto l’eredità nel modo più sincero possibile, non allontanandosi dalle esperienze precedenti ma rendendole incredibilmente longeve, fino a oggi. Di fronte a tutte le novità che vengono da altri orizzonti (pop e rap), l’ultimo disco di The New Year (dell’anno scorso) e Middle America tengono alla grande.

E The New Year e The Fall, cosa possono avere in comune. Certi momenti super sazi e saturi di Grotesque scrollano come Newness End. Scrollano? Scavano.. portano con sé una specie di inerzia della distorsione e del malessere all’infinito, come un cane che si morde la coda, che i fratelli Kadane riprendono e non solo: hanno pure il coraggio di piazzarci dentro anche dello slowcore, in una dose pesante.
Malkmus > The New Year > Malkmus > Mark Smith. Quanto ha senso? Secondo me tantissimo, ma è ovvio che si tratta di un ragionamento personale. Uno potrebbe anche non trovare nessun legame tra The New Year e The Fall ma secondo me, se dei secondi fai finta che non esista la parte più noise acida e dei primi tieni quella più sfasata e sommersa nelle distorsioni intese come trip, il discorso torna.

Tutto mi si è incrociato nel cervello da quando sono partite le prima note di Middle America e sono rimasto un po’ inchiodato. Una volta ascoltata a rullo Middle America, che lo ricordiamo è uscita tre anni dopo Wig Out at Jagbags – che era molto bello, visto dal vivo ancora di più, in particolare Chartjunk, Indipendence Street, Lariat e Houston Hades (le ha fatte tutte o ho edulcorato sognando?) – posso dire che Stephen Malkmus si è riconfermato una bestia e ha sostituito Michael Stipe sul podio del più grande scrittore di canzoni pop rock. Visto che Stipe è in pensione. Due parole: Surreal teenager. Questa canzone mi porta via come The Great Beyond mi portava via nel 1999.

Qual è il ruolo di Stephen Malkmus in tutto questo? Con i Pavement ha cresciuto un sacco di ragazzi e ragazze alla fine dell’adolescenza e verso i 20. Con i Jicks ci ha dato sicurezza, non ci ha mai lasciato, fino a oggi che abbiamo ormai 40 anni o anche di più. Dal punto di vista musicale, prima ha definito l’estetica del non sapere suonare, l’ha cristallizzata, poi l’ha fatta evolvere in una personalità che potrebbe suonare qualsiasi cosa, l’ha provato al concerto al Covo facendo cover hard rock. C’ha fatto credere per un po’ di non saper suonare poi c’ha smentito. In questo non ci ha dato sicurezza. Che mattacchione, ve lo dicevo che ha fatto tutto sotto l’ala di mr. Bolgia ma anche Strippo Mark E. Smith. I due non hanno mai ammesso di amarsi ma questo non importa, che si odino (ormai la cosa non può neanche più essere reciproca purtroppo), l’importante è che ci abbiano lasciato le canzoni che ci hanno lasciato o (uno dei due può) che continuino a lasciarcele.

Italia Terra Selvaggia 2: Cucineremo Ciambelle, John Malkovitch!, Stolen Apple

Tutti ad aspettare Italia Terra Selvaggia

Italia Terra Selvaggia non è una rubrica ma è tornata lo stesso e non ha un’intro ma solo uno svolgimento.

Fingere di essere ciò che si è è il primo disco dei Cucineremo Ciambelle, detti anche CiCi, di Rimini. Esce il 22 febbraio per V4V Records e su YouTube si può già ascoltare qualche canzone. I testi sono teneri, parlano di vita e rapporti tra le persone in modo non proprio ottimista. Il genere credo sia emo tipo Dags!, alcune volte Do Nascimiento, altre punk rock con melodie che ricordano i Minnie’s di Ortografia, con punte mathrock e un tocco showgaze senza mai sprofondare nelle sue distorsioni tipiche.
L’emo comunque prevale. È bello che questo genere continui a influenzare i giovani e gli faccia venire voglia di mettere su un gruppo. Adesso meno rispetto a qualche anno fa, ma ogni tanto ne spunta fuori uno nuovo. L’emo è/è stato declinato in modi anche diversi da ognuno di loro, ma spesso mi sono ritrovato ad ascoltarli, annoiatissimo. L’emo chiagnone mi ha stancato, a volte ho detto (nell’emo chiagnone non includo né Dags! né Do Nascimiento, ma Lantern e Leute per esempio). Invece è chiaro che i ragazzi ci ritrovano ancora se stessi. Mi viene da pensare che ora, passato l’ennesimo revival, chi scrive canzoni emo non lo faccia solo per la figa o per suonare un po’ in giro perché come status symbol non è male, ma perché un minimo ci crede.
Incollo il comunicato stampa perché questa volta mi sembra che ci stia: “Nella vita, molto spesso, è difficile essere sé stessi senza dare completamente in pasto la propria intimità al mondo circostante. La paura di scoprirsi troppo porta a schermarci attraverso maschere sociali, abitudini e comportamenti che a volte neanche ci rispecchiano, in una lotta perpetua contro di noi nel tentativo di difendere quello che realmente siamo ma che non vogliamo appaia per paura di ferire e ferirci. Fingere di essere ciò che si è vuole rappresentare nel modo più sincero questa frammentazione quotidiana dell’io rendendosi sfogo e racconto allo stesso tempo, attraverso dieci piccoli spaccati di provincia autobiografici e frutto di semplici esperienze di amore a amicizia”. Il tema è buono. Da giovane lo senti di più, perché è una cosa nuova. Più avanti ti abitui a gestire meglio la questione, perché in qualche modo ti rendi conto che sono necessarie entrambe le parti di te. È il suo ampio raggio a rendere interessante il tema: in qualche modo, coinvolge tutti. Chi c’è dentro adesso fa le proprie valutazioni di stomaco. Chi invece riesce a guardarlo con più distacco, o si rivede di brutto o è semplicemente contento che gli altri se la passino come se la passava lui qualche anno prima. Oppure fa l’adulto e li deride. Comunque, è un tema che si sposa bene con i passaggi jazzati e morbidi della chitarra, con i cambi di intensità del ritmo e gli accenti. È proprio la morte sua. Fingere di essere ciò che si è mi pare comunque che non parli solo di questo, ma anche di altro. O per lo meno affronta tante sfumature del tema. Oggi la penso così, poi magari domani sono più cinico e dico basta con l’emo chiagnone.
Una cosa che non mi piace è la scrittura troppo ripetitiva delle canzoni che finisce per appiattirsi un po’ e appiattire i temi affrontati nei testi nonostante la diversità delle storie raccontate. Non ci sono (nelle canzoni disponibili per ora) passaggi di particolare disarmonia col resto, che staccano su tutto, o idee incredibili che ti bruciano nell’istante in cui le senti. Cucineremo Ciambelle non si discostano tanto da un’offerta già trita, ma ci sento più sincerità rispetto ad altri dischi più o meno riconducibili all’emo.

Non so se sia legale chiamare un gruppo John Malkovitch… Ho visto da poco Transformers 3 e sono ancora su di giri per la sua interpretazione, chiamarsi John Malkovitch! è quanto meno un affronto – e non per via del punto interrogativo – ma sarà l’Alto Tribunale dei nomi delle band a decidere se andranno arrestati. E non sarà l’aver aggiunto quella t che li scagionerà! Anche perché ancora più grave è il fatto che il gruppo a cui s’ispirano praticamente copiandolo si chiami Mogwai.
Vorrei però parlare piuttosto del fatto che l’ep dei John Malkovitch!, The Irresistible New Cult of Selenium (I Dischi del Minollo), è registrato in presa diretta, cioè come se si stesse facendo un concerto ma con il corvo a forma di registratore che ti gira sulla testa. Aggiungerei che si tratta di quattro canzoni che durano in tutto un’ora e undici minuti e in particolare porrei l’attenzione sulla terza e la quarta traccia, della durata rispettivamente di 29 e 15 minuti. Registrarle in presa diretta, anche respirando tra l’una e l’altra, non dev’essere stato facile, nel senso che un conto è in una canzone che dura quattro minuti, che se sbagli al minuto tre e devi rifare tutto non è niente, un conto è in una canzone di 29, che se sbagli al 28° e devi rifare tutto son bestemmie, e soldi. Onore a loro per questa maratona quindi. Ma il disco non aggiunge niente a cose che avevano senso qualche anno fa e che adesso, pur volendo essere “un unicum sonoro in cui l’ascoltatore è totalmente immerso e traghettato verso un viaggio interiore” (cit. comunicato stampa), risultano al contrario essere una piatta riproposizione dei suoni e dei ritmi di quella volta ma chiuso lì. Magari prima o poi ci sarà un revival post-rock che gli darà nuova vita ma per adesso niente da fare.

A suon di virgolettati positivissimi tratti da recensioni su Blow Up, Rumore, Repubblica, Alias, RockIt eccetera (tutti riportati sul comunicato stampa in un elenco certosino), gli Stolen Apple oltre alle pagine dei più importanti giornali italiani vogliono conquistare anche i blog più scrausi e così sono arrivati anche a scrivere alla mia e-mail. I riferimenti musicali sono riportati dai virgolettati di cui sopra: Primal Scream, Television, il Paisley Underground, gli Swervedriver… zzz zzz zzzz…
zzz zzz.. zzz
zzz..zzz

zzzzz..zzzz
z

oh, scusate mi ero appisolato. Tutti parlano bene del loro disco Trenches (in collaborazione con Rock Bottom Records) e non è che io voglia per forza parlarne male, perché è il risultato di anni di gavetta live, è registrato (anche questo!) in presa diretta, “belle storie di altri tempi” (cit. Blow Up), e bla bla. Però ragazzi le canzoni non stanno in piedi, si crogiolano nel loro essere classic rock contro il logorìo dei tempi moderni ma non c’è un’idea del limite che bisognerebbe imporre prima di tutto al bassista poi alle lunghe serenate di chitarra e voce che sbrodolano da ogni dove. E poi tutti suonano il loro compitino e niente di più, non c’è niente che mi abbia fatto pensare che gli Stolen Apple siano vivi per davvero e non semplicemente macchine che riproducono stili e gruppi che gli piacciono tanto. E ho capito che hanno fatto mille live, ma suonano come legni. Il che in effetti è una caratteristica del Paisley e, nell’ottica di essere fedeli a certi modelli, è coerente. Però insomma trovo che manchi proprio la capacità di suonare insieme. Cioè si va a tempo, si, però, non c’è niente che faccia pensare alla volontà e alla capacità di creare un minimo di amalgama. Il tutto incorniciato da una pronuncia inglese che neanche Berlusconi. Chissà perché certe riviste – che mi piacciono anche – parlano bene (presumo, dai virgolettati, non ho letto le recensioni intere) di dischi come questo.

Cosmodubbi

Intro

Il disco nuovo di Cosmo si chiama Cosmotronic (è quello qui sopra), dura un’ora e tredici ed è diviso in due parti: la prima di nove canzoni cantatissime, la seconda di sei, quasi solo strumentali e più simili a un lungo dj set. I testi della prima parte non sembrano parlare davvero del loro autore, e nemmeno fingere di farlo, ma sembrano desiderare fortissimo di essere di tutti. Dal punto di vista ritmico, le basi e le parole sono molto ben equilibrate: le prime mettono in risalto e “lanciano” le seconde e viceversa. In questo senso, la costruzione delle canzoni è calibratissima. Ne risulta una forte sensazione di pulizia e perfezione, che si sposa bene con i suoni, limpidissimi. Suoni che dal punto di vista estetico entrano in corto circuito con i testi, non tanto con quelli sul ballare e divertirsi, quanto con quelli sul malessere. Retto da suoni di calibro opposto, il messaggio di insoddisfazione non si rafforza ma vi si perde dentro. Quando si parla di divertirsi tutto sbomba, quando si tenta di andare un po’ più a fondo dei temi non funziona perché il suono va nella direzione opposta. Alla fine non c’è una corrispondenza tra le situazioni cantate (disagi, strappi, fastidi) e il suono che le accompagna. Una coerenza non necessaria, ma in questo caso l’incoerenza spara in direzioni opposte due elementi che, più amalgamati, avrebbero potuto dare di più.
In un’intervista al Corriere.it, Cosmo stesso ha soffiato sul fuoco del disco politico. “La mia ambizione è essere considerato pop e prendere il posto di chi fa pop adesso ma non parla di certi argomenti nei testi. (…) Sono politico ma non voglio parlare al circoletto” ha detto. L’aspetto propriamente politico non è del tutto afferrabile, non è mai completamente esplicito, è nascosto e intrecciato alle righe dedicate agli altri temi e alla fine è abbastanza insignificante. Per esempio, in Animali c’è un campione del “Coro delle lavandaie” della Nuova Compagnia di Canto Popolare. Ok, però non è che per questo si possa definire Cosmotronic un disco politico in senso stretto. Per politico in senso di sociale, vedi più sotto.

Cosmodubbio 1

L’utilizzo di testi personali, sociali e/o politici su musiche dance gli ha fatto guadagnare il titolo di cantautore, pop-dance ma cantautore. Però, mi sembra che Cosmotronic abbia caratteristiche diverse rispetto ai dischi dei cantautori. Per dare più valore a un disco non bisogna ricondurlo per forza al cantautorato. “Cantautore” sembra un complimento, in realtà nel caso di Cosmo non lo è, perché è un termine che non descrive del tutto la sua musica. Non c’è un solo modo per scrivere canzoni, dice, ed è vero, però a me pare che le sue intenzioni non siano del tutto riuscite. Il meglio del disco si gioca sul divertimento che passa attraverso il ritmo, sul suo incalzare continuo, quasi senza pausa, per spingerti a ballare per sempre. È pop, appunto. Le basi e le voci sembrano messe insieme con una facilità estrema e questo giova di sicuro a Cosmotronic, ma le basi sono più curate rispetto ai testi, che a volte danno l’impressione di essere lì perché suonano bene e basta. Da una parte, la definizione “cantautore” manca di qualcosa: Cosmo è più che altro un dj che ha fatto delle basi e c’ha cantato su. Dall’altro, dalla sua dichiarazione al Corriere è chiaro che voglia raggiungere più persone possibili parlando di qualcosa di più, il che significa modellare in quella direzione le ritmiche e i concetti, semplificarli. Non so se sbaglio ma ho come l’idea che un cantautore debba riuscire nel difficile compito di scegliere non troppe, precise parole per andare a fondo dei concetti, il che non vuol dire per forza semplificare. Un dj, invece, non ha questo tipo di preoccupazione. Cosmo ha asciugato un botto forza ed efficacia delle parole rispetto ai temi che tratta, per privilegiare la parte ritmica, sulla quale è più forte. Infatti, nella seconda parte del disco non si sente la mancanza dei testi.

Cosmodubbio 1b

Questo Cosmodubbio ribalta quello precedente, nel senso che, se proprio vi piace l’idea che Cosmo sia un cantautore, direi che, facendo uno sforzo enorme, Cosmo è il Luca Carboni della dance. Oppure è il RAF (Tristan Zarra) degli anni ’10. E a me Carboni e RAF piacciono, non è una presa in giro. Di Carboni, ha la capacità di parlare di cose pese con parole che più leggere non si potrebbe. Di RAF ha preso Il battito animale e l’ha attualizzato: è così che ha fatto il disco, quella è l’idea alla base di tutto.

Cosmodubbio 2

Il volume rimane sempre quello, lato A e lato B. Nel lato B il suono cambia, si fa più oscuro, il ritmo meno melenso, più agitato, ma non è sufficiente perché non decolla mai con vero gusto. Anche quando alza il volume non è mai fino in fondo una scarica. L’inizio di Animali alza il battito (battito animale, nda) ma ha sempre quella patina di perfezione che lo frena. Ripetitività, compressione e perfezione dimostrano che Cosmotronic è ben confezionato ma lo privano di qualsiasi slancio che sfondi la barriera. E questo lo rende un po’ freddino.

Il Cosmodubbio più grande

Perché Cosmo si e Rovazzi no? Rovazzi è un tamarro, ma interpreta, forse incarna e sicuramente prende in giro il mondo di cui fa parte: giovani che si danno le arie per il macchinine che tirano a velocità inaudite in tangenziale, la spiga dei selfie, l’atteggiamento da spaccone, l’egocentrismo. Cosmo parla con piglio critico di quello che non va nella sua vita e in quella degli altri, è meno baraccone e più sottile nelle scelte che riguardano soprattutto i suoni. Ma il livello di approfondimento e analisi è lo stesso. Il motivo per cui Rovazzi viene considerato un idiota musicale è perché fa lo scemo e dice le cose in modo scemo. Ma Andiamo a comandare è un bel ritratto dei giovani più arroganti e l’idea di cantare con Morandi in Volare è geniale, anche il testo di quella canzone lo è. Tutto molto interessante è un po’ sotto tono ma ha fatto incazzare Salmo e Marracash, per questioni di plagio soffocate sul nascere, e quindi ha un senso. Solo se ci sei te feat. BigBabol non ha la botta di Andiamo a comandare e Volare, sicuro. Poi adesso si è messo a fare l’attore (distribuito Disney) – visto che nasce come youtuber avrà pensato: ci sta! – non credo che riuscirà, ma quello che m’interessa è la sua musica e quello che ci sta attorno. Rovazzi è del giro Fedez, J-Ax, XFactor e quindi Fabio Fazio, e per questo non lo vedo bene. Però i suoi testi e le sue basi mi danno più la sveglia rispetto a quelle di Cosmo. Cosmo è il classico autore scazzato, che scrive il male di vivere, con lo stesso atteggiamento di sempre nei confronti delle cose, distaccato ma anche un po’ partecipe in modo pessimista, quando è felice lo è in modo pacato. Sono caratteristiche che mi piacciono e in cui mi riconosco, ma non è riesco a giudicare sempre la musica in base a come mi si riveste addosso. A volte non la sento proprio mia. Allora considero anche quante idee ci sono, se mi fanno sbarellare o no. Cosmo ha poche frasi che bucano le cuffie, Rovazzi è fatto di ritmi e testi intelligenti e indirettamente critici, con un piglio più originale rispetto a Cosmo. Lo scopo di entrambi è quello di essere pop, quindi da questo punto di vista possono essere messi esattamente sullo stesso piano, perché tutti e due vogliono avere successo, solo che Rovazzi non ha remore e peli sulla lingua e la fa grossa, puntando anche a un pubblico diverso, tipo famiglie, bambini e cose così. Tra l’altro è odiato anche da chi non lo sa definire, da chi vede solo il lato caciarone, chi è infastidito dalla sua superficialità e dal suo modo di fare satira e lo critica perché lo destabilizza, da chi si spara tutto l’itpop ma Rovazzi non sta bene dire che ti piace, o da chi ascolta Daniele Silvestri e Niccolò Fabi. Cosmo non è riuscito a destabilizzare così tanta gente, ma solo ad assecondarne un po’ nelle paranoie e nell’atteggiamento passivo aggressivo. Rovazzi mi ricorda un po’ i Daft Punk.

Dubbio Cosmosonico

Per Cosmo, qualcuno resuscita i Subsonica come riferimento. Ma a me non li ricordano per niente. Boosta usava la drum machine, Ninja gli andava dietro con la batteria, le ritmiche erano influenzate da downbeat, jungle, Chemical Brothers e Domenico Modugno. Cosmo mette una dietro l’altra, come un flusso senza interruzioni, techno, abstract-house, post-dubstep e dreambeat. Nonostante questo, le basi risultano ripetitive. L’espressione più decisa del dubbio: boh! Nel senso che non so come ci riesca, a essere così piatto, nonostante tutte quelle derivazioni, che si sentono bene.

Cosmodubbio 5

Il Cosmo politico (cioè sociale). Non parla tanto di società, più che altro parla di se stesso e delle storie che si fa. Se facciamo un confronto tra i testi che parlano di lui e quelli che sconfinano nel sociale, escludendo quelli che in qualche modo riescono a fare entrambe le cose, vincono i primi. È vero che parlando di sé parla di noi e quindi di società (Ho vinto) ma il suo discorso è limitato. Nel senso che vale per ragazzi e ragazze più giovani, che si perdono a pensare perché hanno un nodo in gola, si bloccano su quanto è brutta la morte di una zia che ha lottato in una stanza di albergo e non ce l’ha fatta. La morte di una zia è bruttissima in generale, figuriamoci in una stanza d’albergo, non dico il contrario, ma quando passano gli anni sai da subito che lo devi accettare quando succede, fai anche fatica, ma lo accetti. È un esempio creepy me ne rendo conto, ma mi serviva per rendere il fatto che i testi di Cosmo dicono cose e si fermano lì, non prevedono né auspicano lo sviluppo della questione, l’evoluzione dell’atteggiamento (suo e di chi si immedesima) in qualcosa di diverso. Cosmo (classe 1982) è sociale perché molti ragazzi si riconoscono in ciò che scrive ma il suo pubblico di Cosmo è limitato. Non è obbligatorio, e quindi forse questo è un dubbio del cazzo, ma dove posso esprimere i miei dubbi del cazzo se non qui.

Cosmonclusioni

Non so, ma questo disco non mi convince. È chiaro che se cerchi una musica accondiscendente e che ti faccia ballare senza troppi problemi, va bene. Se però vuoi qualcosa di meno accomodante, che vada meno incontro al gusto del pubblico dell’itpop creandogli al tempo stesso un’alternativa ragionata, plausibile e zuccherosa e magari invece vuoi testi non per forza ironico-tragi-tenero-comici ma, non so, dritti al punto e più feroci, allora ascolti altro. E ascolti altro anche se non vuoi sentire un suono così chiuso e uguale a se stesso. Per esempio a radio Raheem l’altro giorno ho sentito per la prima volta gli Yombe, italiani, che non cantano in italiano ma mi sono piaciuti di più perché mi sono sembrati più curiosi di provare i ritmi, cambiare i suoni, allargare il respiro della produzione in un orizzonte internazionale. In realtà Cosmo inizia il suo tour oggi da Parigi, quindi all’estero ci va e penso e spero che abbia successo, ma la sua mi sembra una formula più vincolata all’Italia che non prende davvero in considerazione tutta l’ispirazione pop che viene dall’estero. Preoccupato di ampliare gli argomenti e di piacere di più, si chiude per assurdo in se stesso, in un suono (non un ritmo, un suono) statico e limitato.

Altri dubbi? Forse mi verranno, o forse no.

“Le canzoni non devono essere belle
Devono essere stelle
Illuminare la notte
Far ballare la gente”
(Jova)

Viva EMINEM e abbasso N.E.R.D

Probabilmente alla domanda “Cosa ne pensi di Eminem?” risponderesti che è uno figo, che ci sapeva fare nell’intrecciare le parole con i suoni, con le rime, fortissimo a fare il cretino ma anche a lanciare delle sbombardate della madonna, poi poverino si è perso, non è stato bene, ha avuto qualche problema con la droga e la depressione, è stato lontano dalle scene, dal quarto al quinto album son passati 5 anni, tra l’ultimo e il penultimo 4, insomma è tornato a intervalli lunghi ma non so se è più lo stesso. E alla domanda “Cosa ne pensi di Pharrell Williams?” la tua risposta probabilmente è “una macchina da miliardi, uno con del talento eh, ma un venduto! sgrunt!”. Eminem? Un drogato, depresso, finito. Pharrell? La gallina dalle uova d’oro. Detto tutto ciò, chi aveva più possibilità di fare un disco bello quest’anno? Pharrell!! E invece col cazzo.

Alla fine del 2017 è successa una cosa incredibile. Lo stesso giorno (il 15 dicembre) sono usciti il nuovo disco di Eminem (Revival) e quello dei N.E.R.D (No One Ever Really Dies), il gruppo con cui Pharrell ha iniziato a sbocciare in tutto il mondo. Immaginando di trovarvi in uno di quei posti in cui Noè comprava la musica, cioè in un negozio di dischi, e di dover scegliere se comprare uno o l’altro perché le vostre finanze non è che siano proprio al massimo in questo momento dopo tutti i regali di Natale, voi quale disco comprereste a scatola chiusa, RevivalNo One Ever Really Dies? Io Revival tutta la vita. Uno dei motivi è la simpatia: Eminem mi sta più simpatico di Pharrell. Ma questo anche a voi, giusto? Considerate le risposte che mi avete dato alle domande che vi ho fatto all’inizio dell’articolo, si. Ma il mio motivo principale è che la musica di Eminem ha accompagnato alcuni momenti fondamentali della mia vita, è legato a ricordi esaltanti come mio fratello che mi dice di sentire la necessità di mettere The Marshall Mathers LP nell’mp3 per andare a correre perché gli dà una gran carica e due giorni dopo leggo una dichiarazione di Daniel Day Lewis che dice che quando va a correre in cuffia ha sempre Eminem. Oppure è legato ai resti del passato nel presente: 8 Mile, infatti, è l’unico dvd masterizzato che ho conservato anche se non funziona più. Una volta, poi, ero a Berlino con i miei amici in interrail, da qualche parte davano Without Me e io e Diego camminando ci siamo interrogati su quanto sono perfette le rime Now this looks like a job for me / So everybody, just follow me / Cause we need a little, controversy / Cause it feels so empty, without meBut sometimes the shit just seems / everybody only wants to discuss me / So this must mean I’m dis-gus-ting / But it’s just me, I’m just obscene. La risposta è stata che sono perfetterrime. E come tutte le più belle cose, vissero un solo giorno come le rose. Più di un giorno, più di un album (tre), poi Eminem ha fatto un po’ basta. Già, poi gli ultimi dischi, cioè i precedenti di Revival (Relapse e Recovery), sono meno sciocchini. Volevate Slim Shady tutta la vita? No, quando è finita è finita, è inutile tirarla lunga.

Oppure quel ricordo di mio fratello che dice (inizio dei 2000 credo) a una ragazza che è un periodo che ascolta solo Eminem e lei prende la cosa talmente poco sul serio che si mette a ridere ma lui diceva sul serio, glielo dice, e lei quasi s’innamora di lui, c’è mancato così secondo me. E poi basta, non mi vengono in mente altri ricordi su Marshall, non sono sufficienti?

Eminem in un’espressione intelligente. Col mullet? No, non lo farebbe mai, è lo schienale della sedia

Invece, ho comprato il mio primo disco dei N.E.R.D. in un negozio di Birmingham, la città più piovosa del mondo e più grigia d’Inghilterra, se si esclude il Selfridges Building a forma di ameba che diventa viola con la luce del tramonto. Un incubo. L’unico vero ricordo legato a quel disco è di me che entro, razzo, compro, esco e non posso neanche poter ascoltare il cd (era Fly or Die) perché non ho il lettore dietro e neanche la macchina e neanche il computer. E sono ancora oggi triste.

Pharrell col mullet? Si, gli piace così tanto che se l’è fatto alle braccia

Quindi, detto tutto ciò, a scatola chiusa comprerei Eminem.

Poi, il discorso è che, oltre ai ricordini dolcini, c’è la musica. La domanda è i N.E.R.D o Pharrell ha mai fatto cose potenti come White America o Cleanin’ Out My Closet al terzo disco, cioè quando era sul tetto del mondo in una situazione in cui è più difficile riaffermare il proprio talento di fronte ai dollaroni? La risposta è no. Eminem si. Intesi, i primi dischi dei N.E.R.D mi piacevano un sacco, ma poi è arrivato Pharrell-il personaggio, ha fatto Get Lucky – non con i N.E.R.D ma coi Daft Punk – e si è salvato per un attimo, ma lo stesso anno (e lo stesso anno, il 2013, è quello di Blurred Lines con Robin Thicke che lanciò il tormentone di tutti i segaioli del mondo: le tette di Emily Ratajkowski) ha fatto Happy.

Happy.

Poi trigliardi di collaborazioni. Ed eccoci, ebbene si, a No One Ever Really Dies, 12 dicembre 2017. Per tutto il disco (tranne la prima canzone con Rihanna, bellissima, ma ne parliamo dopo) sento risuonare Happy e nient’altro. Forse è il risultato della sovraesposizione nel corso del tempo, destino che non ha avuto Get Lucky ma che quando la sento per quanto ami i Daft Punk mi viene l’orticaria strana, perché penso a quanto mi piaceva quando è uscita. La sovraesposizione è una cosa seria. Happy invece ce l’ha avuto, quel destino. A me ha fatto sempre cagare quindi non faccio testo, ma la prova che la sovraesposizione sia un pericolo, anche per gente-caga-oro come Pharrell, sta in un episodio che mi è successo di recente. L’azienda in cui lavoro, per Natale, non fa la tradizionale cena ma organizza un buffett aperitivo preceduto da una convention in cui parla la proprietà e un povero uomo scelto per fare da anchorman, da collante tra un discorso e l’altro, e per introdurre la serata. Quest’anno c’era un tipo che ha iniziato con il video di Happy proiettato nel maxischermo della sala in cui eravamo radunati. Dovevate vedere le facce dei miei colleghi, tutte dicevano “eh ma che rottura di coglioniii”. In più, l’anchor man, a un certo punto ha detto che Happy è stato il singolo che ha lanciato Pharrell Williams, che prima non lo conosceva nessuno. Evidentemente in chi ha il coraggio di essere ancora un fan di Happy oggi s’innesca un processo per cui la mente viene oscurata e la verità viene cancellata, per far sembrare Pharrell la novità bomba del 2013, quindi relativamente recente e fresca, ancora del tutto spendibile, si, perché prima – dai – aveva collaborato solo con artisti sconosciuti come Madonna con Give It 2 Me (non so se ricordate, non si è sentito da nessuna parte) e Kanye West. Quindi, la sovraesposizione è un disastro sia per il diretto interessato (lo rende odioso) sia per i fan ancora carichi di Happy (li rincoglionisce). E se per caso l’anchorman ha scelto Happy come musica d’introduzione perché non sapeva che cazzo scegliere e ha pescato nel cappello delle canzoni tormentone degli ultimi cinque o sei anni perché tanto era di fronte a una platea di trogloditi, allora è ancora peggio, perché vuol dire che non piace neanche a lui, Happy.

E il disco nuovo non assomiglia a Happy ma il mio cervello è talmente sovraccarico di quella canzone che la sente in ogni angolo. Voi non siete vittima della Happiness (non le t-shirt)? Io si. La canzone con Rihanna, dicevo, è l’unica eccezione, perché suona nuova, la sua voce rende tutto brillante e tostissimo e il ritmo è una specie di videogioco irresistibile.

Revival invece è un disco dritto. Chiariamo subito un punto: c’è solo una cosa in comune tra Revival e No One Ever Really Dies (sto cazzo tra l’altro) ed è una cosa che dobbiamo mettere da parte e non considerare, perché è brutta: entrambi hanno un featuring con Ed Sheeran. L’unica cosa che si può dire è che il talento di Eminem per la struttura classicissima rap+ospite che canta il ritornello catchy riesce a far fare una cosa bella anche a Ed Sheeran. I N.E.R.D non ci riescono. Eminem poi è il Michael Bay del crossover rap rock chitarra zarra e batteria in 4/4 tu-tu-cia. Remind me (campione cambiato di I Love Rock’n’Roll) è No Sleep Till Brooklyn, Fight For Your Right e Walk This Way tutte insieme. Subito dopo, Revival interlude e Like Home feat. Alicia Keys. E dite che non provate la stessa sensazione contrastante di quando siete di fronte a un volo di camera di Michael Bay: potenza e poesia allo stesso tempo. E altre sorprese, tipo una Pink molto in forma e (reggetevi forte) un campionamento di Zombie. Questo è Revival.

How come you can be a low illusion
How come, how come, you can be a liar and a good father?
A good dad, but a bad husband
Why are you a good father?
A great dad, but a bad husband
(Bad Husband feat X-Ambassadors, Eminem, Revival)
😥
E si, uso la faccina!

Quindi, anche dopo averli ascoltati su Spotify, comprerei il cd di Revival. Per la befana ci sono andato a un tanto così ma ho rinunciato, solo perché però ho preso Unapologetic di Rihanna, che mi mancava, per regalarlo alla mia morosa. Regalo con il pelo.

C’mon Yeah All Right: Wrong Creatures dei Black Rebel Motorcycle Club

Immagine triste ma anche un po’ cool (per il foliage) e un po’ metropolitan urban (per le macchine parcheggiate)

Non sono mai stato un fan dei Black Rebel Motorcycle Club. Lo sono ancora meno da quella volta in cui (2008?) li ho visti dal vivo, a Livorno mi pare, all’Italia Wave, in una seratona in cui c’era una serie scoppiettante di headliner, tipo anche i Cypress Hill. Concerto dei Cypress Hill ad alto tasso di psicotropie messicane, fosse stato dieci anni prima sarebbe stato una bomba, quello dei BRMC solo a base di psicotropie. Anche quel viziato Julian Casablanca dal vivo l’avevo visto (qualche anno prima) più eccitato.

Secondo me, un gruppo come i BRMC non ha mai avuto alcun senso e meno senso ancora ha il loro successo. Non c’è una virgola delle loro canzoni che sia originale, continuano a tirare su caratteristiche di altri gruppi, metterle insieme, rimasticarla neanche tanto e sputare fuori un disco. Dal passato, dal presente, prendono dappertutto. Ma soprattutto dal passato. Di tutto, David Bowie, i Cousteu, Nick Cave, i Kula Shaker, i Primal Scream, gli U DUE, un briciolo di quegli invertebrati degli Stereophonics? Siii. Mettono su un suono di una chitarra un po’ GROSSO e BLUESROCK e il disco è fatto. È sempre stato così, e anche per questo sono sempre stati un gruppo molto prevedibile.

Ma la cosa che sopporto meno è la coolness insita in ogni pezzo. Ogni canzone DEVE uscire sborona, il modo di cantarla deve metterlo in evidenza, anzi il modo di cantare da sboroni una melodia con un mood triste deve essere una delle caratteristiche principali della canzone. Sempre. La ritmica deve essere quella tipica che ti spinge a muovere la testa ma non troppo velocemente e senza troppa violenza, con una flemma di base che ti assicura un posto nel mondo tra i fighi che affrontano le cose con la SCIALLA. Mettete su un pezzo, Spook, per esempio, il secondo del disco nuovo, e provate a capire se non sentite una spinta irrefrenabile a muovervi in quel modo. Oppure mettete su una qualsiasi altra canzone dello stesso disco. O di un altro.

Odio l’idea della canzone rock come necessariamente cool, che fa sentire fighe le persone, che s’insinua e invade col seme della coolness. È come se un corpo estraneo entrasse dentro di noi e si sostituisse a noi. Non va bene. La canzone dovrebbe (secondo il mio discutibilissimo parere) farci stare bene o male, non prendendo possesso di noi ma offrendoci qualcosa che condividiamo e che sentiamo nostro per farci stare bene, o qualcosa che odiamo per farci stare male. O imporci degli opposti: per esempio, descrivendo uno stato d’animo di merda in modo che se l’ascoltiamo quando stiamo bene pensiamo che il peggio non è mai morto, e stiamo ancora meglio, o il contrario insomma.

Ascolta Haunt. Ti senti triste? Si? Però allo stesso tempo ti senti anche un po’ figo, dì la verità. A me è questo che mi sta sul cazzo. Il rock che in fondo ti fa sentire uno sborone anche nella sofferenza è roba da adolescenti, siamo grandi ormai. Vi ricordate che Stephen Malkmus disse di essere pro love my self contrapposto all’ hate my self attribuito a Kurt Cobain negli anni 90? È dal di lì che abbiamo superato il problema del rock come espressione del dolore per forza, dalla lezione di Malkmus. Che figo storico Makmus. Poi sono venuti fuori i BRMC o gli Strokes che hanno preso il dolore, l’hanno declinato in scazzo e hanno scritto canzoni che lo rendessero bello. Gli Interpool c’hanno messo sopra la ciliegina wave e un’altra varietà di gusti è stata accontentata. E ancora oggi escono dischi di questo tipo, come Wrong Creatures dei BRMC, la cui release data 12 gennaio 2018, ed è fighissimo, ballabilizzimo, ma triste, e così malinconico!

È poi una cosa assurda, perché questo malessere fico viene espresso da quel blues mischiato al metal pop tutto arrotondato e cantato con la cadenza alla Gillespie, senza uno spigolo, quindi alla fine dei conti se ci pensi bene di doloroso non c’è un bel niente. Va bene che l’emo ci ha insegnato che niente è sincero, ma almeno deve essere ben gestito. E non sono qui a dire che un gruppo come i BRMC debba fare un album ISPIRATO, ma almeno quando sei sul tavolino a scrivere con quelli della Vagrant che ti dicono “sarà una bomba son 5 anni che non uscite con un disco, devi fatturare fatturare fatturare” (quanto è U DUE il live di 3 anni fa? brrrr, ndr), cerca almeno di scegliere uno stile che venda, ok, ma credibile, una chitarra che possa essere almeno presa sul serio. Come pretendi che possa credere davvero a una chitarra come quella di Question of Faith? Prima di tutto è così vecchia che sa di Rolling Stones, poi senti quante moine fa? Ammetto di averci sentito una certa progressione, ma quella specie di pianto blues sporco ma non del tutto, su un ritmo per far ballare le signorine (e qui casca l’asino: chi mi convince che i BRMC non fanno musica per scopare?) e i signorini è il classico colpo al cerchio colpo alla botte che alla fine accontenta tutti e non accontenta nessuno, tranne i fan dello zoccolo duro, quelli che non mollerebbero i BRMC neanche con gli schiaffoni.

Quando i BRMC hanno perso credibilità tra i fan più accaniti di primo livello? Ai tempi di Howl? Perché? Li avete trovati eccessivi nella loro flawlessness scazzata? Questo nuovo disco non vi farà cambiare idea. Rimangono solo i fan accaniti di secondo livello (lo zoccolo duro, appunto), quelli ci saranno sempre, sennò ai BRMC gli tocca riciclarsi in un bar di NY a fare i cocktails.

La fine del disco (da Little Thing Gone Wild) rappresenta l’ennesimo annioversario della fine delle idee e lo show della prevedibilità. A partire dal titolo (ripeto: Little Thing Gone Wild), i BRMC si svaccano totalmente nel sound maledetto-polleggio-rocknroll e fa capolino addirittura un po’ Marilyn Manson, quello di adesso, senza smalto e brio (di una volta). Fate due conti, cosa vi rimane in mano dopo Carried from The Start? Quale sensazione diversa dal vuoto? Ho capito, non ci si deve più aspettare niente da gruppi così sputtanati, ma il vuoto spinto è più intenso di Carried from The Start. È mai stato cool il vuoto spinto? Neanche secondo me. Detto questo, mi viene quasi dire che i BRMC sono sempre stati così, quindi di base sono un gruppo inutile, la cui collocazione nel contesto inizio 2000 è chiara quanto priva di significato. Che tipo di sound hanno creato? nessuno, dicevo. Che immaginario hanno generato o copiato fino a diventarne almeno la copia carbone? Nessuno, neanche questo. Ma soprattutto, che canzoni memorabili hanno scritto? Vuoto cosmico.  A volerli proprio confrontare, ci hanno lasciato di più gli Interpol (il primo disco era figo) e gli Arctic Monkeys (il primo disco poteva piacere o non piacere, come la grigliata di pesce ratto, ma ad ogni modo era tirato).

Tornando a Wrong Creatures. Finalone romantico al sapor di pianoforte con All Rise, che immaginavo che crescesse ed esplodesse a un certo punto in una ballatona gonfia di lacrime. E infatti indovinate cosa fa?