21 facce (circa) per 21 gruppi: Italian Party 2017

Docente di storia della fotografia, il professor Marra non esprimeva mai un giudizio sulle cose che spiegava ma si sputtanava irrimediabilmente con il tono della voce. “Non c’è un modo migliore dell’altro, la fotografia concettuale non è meglio di quella classica” diceva, ma le 5 parole che separavano “concettuale” da “classica” erano per lui come un percorso verso l’inferno della noia. L’opinione sincera la lasciava al non detto, che più o meno era “ma se t’intrippi con la concettuale, ti cambia la vita”.

Visto che tra le sue malcelate fotte c’erano i ritratti, quelli senza tanti fronzoli, il giorno in cui ci parlò di Portraits di Thomas Ruff giuro che almeno un paio di volte gli è venuta la voce rotta. La lezione del prof. era: lo sguardo impassibile di TR rende i soggetti anonimi, aiutato dai fondali monocromatici, dai vestiti da Germania Est anni 80, da colori spenti ed espressioni neutre.

Non ricordo se li avevo anche allora, ma adesso ho dei dubbi su quell’interpretazione. Quei ritratti non sono solo piatti per come sono costruiti, sono anche esplosivi per l’effetto che fanno. È la confusione delle dimensioni: Thomas Ruff ha fatto di tutto per rendere le foto monodimensionali, ma l’ha fatto per ottenere qualcosa di penetrante. Questi ritratti non sono “anonimi”, perché c’è una cosa che rompe in modo continuativo e definitivo l’anonimato: ci sono le facce. E non solo perché sono “facce”, quelle che trovi anche nelle carte d’identità a identificare ognuno di noi. Il piattume di tutte le altre componenti delle foto ci permette di concentrarci solo sulle facce. Ed è a causa della faccia che un ritratto non può mai essere completamente inespressivo perché la faccia, anche con l’espressione più neutra del mondo, dice sempre qualcosa.

Tendo a fare foto alle persone di nascosto. C’è il pericolo che mi scoprano ed è piacevole, perché la percentuale di rischio che corro è molto bassa. Trovare il matto che mi becca e mi mena perché gli ho fatto una foto senza permesso è raro, al massimo mi guarda male. Al peggio, mi è capitato che mi inseguisse, per farmi a sua volta una foto come per, boh, spararmi con la stessa pallottola. La componente pericolo è niente se confrontata con l’ansia di chiedere il permesso. Il problema dei ritratti sta nel fatto che il permesso lo devo chiedere per forza. Quando si tratta di sconosciuti, a volte lo chiedo, altre rimango senza foto. Con gli amici, non ho grossi problemi. Sentirsi fare questo tipo di richiesta fa spesso scattare nella persona che deve essere fotografata un’emozione difficile da gestire, tra egocentrismo e vergogna, correnti opposte ma ugualmente selvagge che, scatenate in un unico momento, portano a un’indecisione folle. Alcuni la riescono a vincere, altri no. Tra quelli che la vincono, c’è chi dice comunque no. Ma ci sono anche quelli che dicono si.

Ho in mente come se fosse ieri il momento in cui Marra ha proiettato nel buio dell’aula il primo ritratto di Thomas Ruff che io abbia mai visto. S’intitola Peter Martin. Quando sono uscito dall’aula, mi sono infilato gli auricolari e ho ascoltato Sultans of Sentiment dei Van Pelt, quasi tutto, sulla strada di casa, con la faccia di Peter Martin davanti agli occhi. Quante cose ci sono al mondo così legate tra loro che se pensi a una ti viene in mente l’altra e viceversa? Non so, magari ce ne sono un treno, ma io sono particolarmente fiero di questa. Ogni tanto i ritratti di Ruff mi tornano in mente e mi torna in mente anche che sono legati a quel disco. E viceversa. Spesso riascolto quel disco e allora mi torna in mente Thomas Ruff. Poi, a volte, mi torna pure la voglia di fotografare delle facce.

Con abbastanza piacere, da qualche anno preparo qualcosa per parlare un po’ dell’Italian Party, il festival di To Lose La Track. Quando ho iniziato a pensare a cosa avrei potuto fare quest’anno, all’inizio non ne avevo idea, poi mi sono tornati in mente Sultans of Sentiment e Peter Martin. E all’inizio volevo fare delle magliette con i nomi dei gruppi che suonano al festival, una per gruppo, farle indossare a persone diverse e far loro una foto. I passaggi per raggiungere il risultato erano affrontabili, ma la percentuale di rischio che le magliette venissero uno schifo era molto alta. E ho rinunciato. Che poi perché le magliette, non so. Cioè, lo so, è perché adesso vanno tantissimo, ma alla fine vaffanculo. E se non fosse stata la mia fidanzata a darmi l’idea dei cartelli, forse avrei scritto un pippone sui gruppi e basta, che sarebbe stato sicuramente peggio, o forse no, anche perché il pippone l’ho scritto lo stesso. Comunque, abbiamo spiegato la cosa ad alcuni amici e gli abbiamo chiesto se avevano voglia di farsi fotografare. Hanno detto tutti Siiiii. Le idee migliori che mi vengono sono sempre quelle degli altri, anche perché hanno un senso. Quest’idea aveva un senso addirittura nei miei ricordi, dove i Van Pelt incontrano Thomas Ruff e la musica con le chitarre incontra il ritratto fotografico

Ad alcuni ho fatto io la foto, ad altri ho spedito il foglio e se la sono fatta da soli, o se la sono fatta fare. Band distribuite (più o meno) a caso, una sola regola: che si vedessero il nome del gruppo e la faccia. Alcuni mi hanno fregato ma l’idea c’è. Una faccia, un gruppo. Niente di concettuale quindi, ma la faccia è sempre la faccia. Scusa, Marra.

 

Love at first Fig: Bennett

E chi sono i Bennett? È già un anno che mi sono fatto questa domanda. Adesso la risposta la sanno tutti, ma allora non la sapeva nessuno. Quel nome mi è apparso per la prima volta sul programma dell’Italian Party 2016. Tramite risposte stitiche a un paio di domande ho scoperto qualcosa. 1) Che si tratta di alcuni avanzi della mossa toscana: bassista dei Chambers, chitarrista e cantante dei Disquieted By, batterista degli Autumn Leaves Fall In. 2) Che fanno musica melodica e pesante. 3) Nient’altro. Su YouTube c’era già un video di un live in un locale, era buio e sembrava che il cantante avesse appena squartato un uomo, nel retro, e stesse scaricando l’adrenalina nel post hard core. Il video aveva un sacco di visualizzazioni. Non so per gli altri ma per me è stato amore a prima vista. Comunque, questi Bennett avevano già fatto un concerto in giro e per trovare uno straccio di qualcosa bisognava guardare su You Tube. Mattacchioni.

Il mese dopo, compaiono sul palco piccolo dell’Italian Party. Era un caldo pomeriggio d’estate e l’aria era fermissima, come se anche lei stesse aspettando in pace qualcosa che le piaceva molto. Non c’è stato nessuno che ha urlato STANNO PER SUONARE I BENNETT ma è come se ci fosse stato. L’attesa era palpabile. La ballotta toscana stava generando la fotta. Del resto, una simile super band (e qui faccio finta di conoscere da sempre gli Autumn Leaves Fall In) non poteva che creare amore. E infatti. I Disquieted By hanno fatto il mio disco preferito del 2012 (giuro). Dopo un po’ hanno cessato di esistere, lasciando un grande vuoto. Andare a vedere i Bennett era andare a vedere il nuovo gruppo del tipo (David) dei Disquieted By: la cosa era buona anche solo per questo.

Del concerto all’Italian Party ricordo che ogni canzone fu un ripigliarsi dopo un periodo di astinenza, perché i Bennett avevano proprio tutta la forza beffarda e ignorante ma precisa dei Disquieted By. Il cantante sembrava una statua quando si bloccava negli stop, proprio come faceva una volta, ma non suonava più indossando solo un paio di culotte. Era tutto vestito. Un mio amico l’ha abbracciato. L’atmosfera era famigliare, come quando arrivi al pranzo di Natale e inizi a salutare tutti e, dopo i 35 anni, ti lasci andare perché ti fa un gran piacere.

Il giorno dopo ho scritto BENNETT su facebook e ho preso un sacco di like. Dopodiché, silenzio per nove mesi. Non io, loro. Lo faranno o non lo faranno questo disco, boh. Poi sono tornati, a marzo 2017, credo, con un video dedicato a Jean Louis Bennett. Sono andato a vederli al Magazzino Parallelo, a uno degli Heavy Show organizzati dal tipo dei Riviera. Ho tentato di fare una foto alla faccia di David pietrificato durante uno stop prima di un go, non è venuta un granché ma l’ho messa lo stesso su Instagram con un po’ di filtri. E ho preso un sacco di like.

Passano le settimane, e niente disco. Poi, il messaggio. I Bennett mandano una mail in cui chiedono agli amici di fare un trailer promozionale, la mail gira e arriva in qualche modo anche a me, ci provo due o tre volte, faccio schifo e rinuncio. Dopo un po’, del trailer non si sa ancora nulla. C’è un motivo, hanno cambiato strategia: Luca Benni, il mio uomo alla Bennett, mi chiede di filmarmi mentre dico una cosa tipo i Bennett fanno cagare, sono molto contento, lo faccio e glielo mando. Sulla porta del mio bagno di casa c’è la targhetta “toilette” e solo dopo un po’ di giorni mi viene in mente che avrei potuto usare quella, come scenografia. Troppo tardi, pazienza. Il 20 maggio il video ESCE: in sottofondo c’è Confidence e tutti dicono che i Bennett fanno cagare. Il mio video non l’hanno messo, perchè oltre a far cagare sono pure degli stronzi. Il promo gira un bel po’ e monta l’attesa del disco, attesa per il 16 giugno. Intanto, su Instagram, loro iniziano a seguire tutti e a un certo punto la mia ragazza mi dice “i Bennett hanno iniziato a seguirmi su Instagram”. Oh_oh. Mi parte subito l’immagine di David senza culotte.

Su TheNewNoise esce l’intervista e vengono fuori le prime date. Lo streaming su Rumore arriva il 12 giugno: eccolo, il disco. È stato come una montagna all’alba. Lentamente è venuto fuori dal buio e si è mostrato. Grande e grosso. Non fa mica cagare, è bellissimo. Believe the hype, non dare retta a quelli del trailer. Ti piace la roba melodica e pesante? I Bennett sono cattivi e simpatici. Non cattivi simpatici come quei personaggi dei film che fanno la battuta e un minuto dopo commettono il crimine peggiore dell’universo (prima scherzavo con la storia dell’uomo fatto a pezzi), cattivi simpatici perché la loro musica è molto pesa, con picchi di satanismo, ma sembra fatta per cullarti. Si capisce meglio quando li vedi dal vivo. Gli vuoi bene e li vorresti abbracciare anche tu, ma intanto ti arriva la chitarra sui denti. È difficile scansarla perché ha quel movimento circolare infinito che t’imbambola.

Dicevo, per me è stato amore a prima vista. Love at first sight, come diceva Kilye Minogue, o Love at first fight, come dicono loro, o love at the first fig, cosa che mi succede ogni anno, dopo un anno di attesa, quando raccolgo il primo fico (in realtà, matalone, quello viola, grande) dall’albero di mio suocero. Quando arriva fine maggio vado e chiedo “Mario! Quando arrivano i mataloni?”, risposta: “Eeeeeh”, che vuol dire che devo portare ancora un po’ di pazienza. Dalla finestra della sala lo vedo, l’albero, ogni tanto lo guardo, ogni tanto vado giù e mi ci metto sotto a controllare a che punto sono. Quando arrivano è una droga. La natura è così meravigliosa che al secondo giro l’albero cambia genere, fa i fichi normali (quelli verdi, che mi piacciono ma non c’è paragone) perché se ti disse troppi mataloni ti stancheresti e l’anno dopo non fremeresti più come quello precedente. I mataloni durano poco quindi, l’attesa rinizia presto. E, quest’anno, il primo matalone è arrivato insieme al primo disco dei Bennett: si sono fatti aspettare uguale, lo stesso tempo, con la stessa intensità. E te ne hanno data poco per volta. Alla fine, sono finiti addirittura su Repubblica.

La promozione dei Bennett non è paragonabile a quella di macchine da guerra del marketing, come i Radiohead o gli U2, che inventano rompicapo quasi ogni volta che fanno uscire qualcosa. In quei casi la percezione di chi assiste è di fastidio nei confronti di un meccanismo che fa finta di giocare e di essere geniale in realtà spinge un prodotto. È musica, ma la stessa strategia potrebbe essere utilizzata per qualsiasi altra cosa. Lo scopo è fare promozione, ok, ma per riuscire davvero serve qualcosa di meno pensato, di almeno apparente spontaneo, di meno fastidioso, e che faccia parlare di musica, non del gruppo allo stesso modo in cui si potrebbe parlare di sigarette o di una macchina. Non c’è nessuna differenza nel dire “i Radiohead hanno oscurato il sito” rispetto a “la Marlboro ha oscurato il sito” perché al centro c’è un marchio, non un contenuto. BRAND. I Bennett hanno promosso il disco in modo simpatico e con tempistiche perfette. Per budget, dimensione e tipo di pubblico questi gruppi non sono paragonabili tra loro, ma a volte i colossi potrebbero copiare dai gruppi indipendenti per apparire più credibili. Oppure, facciano come vogliono, tanto in fondo, chissene, io ascolto ti Bennett. Che mentre scrivevo hanno pubblicato un altro spot.

Non confonderlo con bennettband.bandcamp.com, il bandcamp che t’interessa si chiama pigliabennett.bandcamp.com. E il disco è uscito per To Lose La track e Sonatine.

I Had A Chiacchierata (no intervista) con Girless sul disco nuovo

Questa non è un’intervista, una di quelle cose in cui uno fa una domanda e l’altro in qualche modo deve rispondere perché altrimenti non è più un’intervista, quelle in cui una volta fatto tutto, se non vuoi fare lo stronzo, rispedisci tutto all’interlocutore per una letta veloce, oppure anche no. Questo è solo il resoconto, non completo ma con quello che mi ricordo io e solo col punto di vista mio, di una chiacchierata di dieci minuti, o forse un po’ di più, e non programmata, con Tommaso Gavioli ovvero Girless.

È successo la sera del concerto di Bob Nanna, in una location romantica sul Porto Canale di Cesenatico: fuori dal The Brew. L’attacco è stato tutto dedicato alla libreria della mia morosa, che per il record store day ha fatto la vetrina con alcuni dischi, tra cui anche I Have A Call di Girless, ha messo la foto su Facebook, lui l’ha vista e gli è piaciuta. Quindi mi ha detto: bella! e mi ha raccontato la storia dell’adesivo che c’è appiccicato sopra al cd. Storia che racconterei se solo riuscissi a buttarla giù senza duecento giri di parole. C’ho provato e in questo momento non ci riesco. In sostanza, che l’adesivo fosse stato attaccato lì sopra, sbam!, come una patacca, lui l’ha saputo (con piacere) vedendo la foto della vetrina.

Il disco parla della vita di otto personaggi celebri morti suicidi. Girless immagina i loro pensieri e quello che li ha portati a fare quella scelta. I titoli delle canzoni sono i nomi delle persone, come in Persona di Urali ma con contenuti molto diversi. Anche l’ultimo disco di Lorenzo Senni si chiama Persona e il motivo ce lo spiega lui su Noisey: “È una parola che esiste in italiano e in inglese con significati leggermente diversi: individuo e personaggio. Poi c’è questo videogioco giapponese che si chiama Persona basato sulla dicotomia tra i protagonisti e creature che rappresentano l’incarnazione di aspetti segreti del loro carattere: emergono in battaglia e li aiutano. Questa dualità mi ha sempre interessato tra quello che ho vissuto e come mi presento. Tra aspetti apparentemente inconciliabili di me. Torniamo sempre alla storia delle aspettative disilluse, alla fine“. Quindi si potrebbe pensare che tra musicisti italiani più o meno diversi tra loro ci sia un interesse comune nei confronti di quello che sta dentro e dietro alle persone e alle loro vite. Il genere è l’adpersonamuz, per ora ha pochi rappresentanti, ma esploderà, perché i contenuti e lo storytelling sono già la base di tutto.

I Have A Call di Girless mi piace per metà, nel senso che le ballate folk mi piacciono molto, e penso che Tommaso abbia una bella voce e sia bravo a scrivere quel tipo di pezzi con la chitarra. Mentre le canzoni più urlate non mi piacciono. Da qui è partita la conversazione sul disco. Esattamente come per la parte 2 dell’ultimo album dei Girless & Orphan, coi pezzi più pub punk non ce la faccio, gli ho detto. Al che lui mi ha gentilmente fatto notare che di quel tipo lì ce ne sono poche nell’album solista, e in effetti ha ragione, perché sono tre: MarioLuigi e un po’ di Sylvia.

Abbiamo parlato soprattutto di Mario (Monicelli), Virginia (Woolf) e Vladimir (Majakovskij). Le canzoni contengono quello che Tommaso sa dei personaggi, che sapeva già o che ha imparato per preparare il disco. Ha studiato, ha letto e ha scritto. Ricordo che un’altra volta mi aveva detto di non essere un grandissimo lettore (di professione fa il medico), ma per fare il disco si è trovato a leggere biografie, poesie e romanzi, e gli è piaciuto. Quando fare una cosa ti porta al di fuori di te stesso e ti permette di conoscere robe nuove, di studiare insomma, è un risultato molto utile. In questo caso scrivere canzoni è diventato un mezzo per imparare, che secondo me non è male per niente. Le poesie che ha letto sono quelle di Majakovskij e, per quanto nel momento in cui abbiamo parlato io non conoscessi benissimo i testi delle canzoni, ero comunque stupito di ritrovarlo tra gli otto. Majakovskij non è un personaggio così conosciuto. Sì ok, sappiamo chi è, ma gli altri della lista sono più noti, quasi tutti, tranne forse Giuseppe Pinelli e Sylvia Plath. Mentre Tommaso diceva questa cosa, io pensavo a quella volta in cui a un amico, all’esame di maturità, chiesero Majakovskij e il mio amico fece scena muta. Per stessa ammissione (postuma) del professore, con quella domanda lo volle inculare, perché Majakovskij non era neanche in programma.

Di Monicelli penso che non fosse antipatico solo perché a volte rilasciava dichiarazioni da stronzo. Parlandone, Tommaso c’ha beccato in pieno: alla fine a Monicelli non interessava arrivare dov’era arrivato, voleva solo fare i suoi film, raccontare le sue storie e si è sempre comportato di conseguenza. Era onesto, sincero, e così è rappresentato nella canzone, che infatti è una di quelle in cui Girless urla.

Mi rendo conto che l’articolo in certi passaggi sia privo di collegamenti, ma la conversazione è stata così. Non sempre mentre parli colleghi in modo armonioso, ma per costruire il discorso salti di qua e di là tentando di mettere insieme tutti i pezzi che ti passano per la testa in quel momento.

Poi abbiamo parlato anche di Ernst (Hemingway), il singolo, e io gli ho ricordato che in settembre, il giorno prima che uscisse, c’eravamo incontrati proprio lì, fuori dal The Brew. Un posto di mare, neanche a farlo apposta. È passato molto tempo tra il lancio e l’uscita, anche perché in ottobre Tommaso è partito per un tour con Brightr, poi s’è preso tutto il tempo per fare le cose che andavano fatte, e la release è stata all’inizio di aprile. Cosa ci siamo detti sul suicidio di Hemingway? Niente, solo che la canzone è bellissima, ho detto io. I learned the sea can set you free but nothing can keep me warm riassume tutto, aggiungo adesso. Non abbiamo parlato di Pinelli, che in realtà “è stato suicidato”.

Virginia è la canzone in cui si nota di più il tocco di tutto il disco, che non dice mai davvero il come si sono suicidati, ma il perché, raccontando cose che diventano metafora del percorso che ha condotto a quella scelta. Ci sono richiami diretti al mezzo usato (le scale di Primo Levi, il colpo di pistola di Hemingway) ma Girless non la mette mai giù diretta, ci gira intorno. Virginia Woolf è un personaggio difficilissimo, in balìa di una sindrome depressiva potentissima. Alla fine, ha deciso di riempirsi le tasche di sassi e buttarsi in un fiume. Sono quasi sicuro che Tommaso abbia parlato di questo dettaglio, anche se non sicurissimo. È una scena che da quando la so mi è rimasta impressa, e quando si parla di Virginia Woolf mi si piazza davanti al cervello. Di sicuro, Tommaso ha parlato della lettera al marito, e di acqua. E ne parla anche nel testo della canzone – adesso che ho studiato lo so – con un arpeggio abbastanza ipnotico sotto. Nelle parole di Girless viene fuori bene la difficoltà di trattare le vite degli altri e il suicidio: non sono mai descrittive, più che altro evocative, e quindi delicate. Non è che Girless ti dice: HO CAPITO IO COME BISOGNA FARE A PARLARE DI STE COSE, LEGGI E ASCOLTA QUI. No, che sia difficile si sente, ed è una delle cose migliori del disco.

A un certo punto ci siamo messi a dire cose sul suono, colpa mia, che gli ho detto che il disco suona bene. Al che lui ha iniziato (giustamente) a darmi alcuni dettagli. Il lavoro sulla chitarra e la voce è stato fatto tutto allo Stop Studio di Rimini ed è riuscito bene. Perché comunque, sembra, ma non è così facile farle uscire bene, anche se sono solo due. A volte senti delle cose talmente pressate… Io annuivo.

A mezzanotte e sette è venuto fuori Ivan, cioè Urali, che ha detto a Tommaso: “Vai a fare gli auguri di compleanno alla tua morosa che è passata la mezzanotte” e Tommaso si è fiondato dentro. Al che io e Ivan ci siamo detti che sette minuti di ritardo sono imperdonabili, e ci siamo messi a parlare, completamente di altro. O, non c’era modo di liberarsi delle rock star quella sera.

Streaming di I Have A Call.

Gazebo Penguins: Nebbia

 

C’è un momento in cui il passare del tempo cambia: prima passa e basta, poi ti rendi conto che è passato. Non so se c’è un’età precisa in cui succede, ma succede. In quel momento, ti rendi conto anche di quanto ne hai perso. Ma non voglio concentrarmi su questo. Raudo, il secondo disco dei Gazebo, è uscito quattro anni fa. Partendo da lì, posso fare un confronto con Nebbia, quello nuovo (To Lose La track). Il risultato del confronto è il cuore di Nebbia: il tempo porta cose buone, cose cattive, c’è caso che porti pure dei cambiamenti. C’è un parallelismo preciso in Nebbia: con le parole, racconta come sono le cose adesso e nonostante tutto, con la musica segna un cambiamento chiaro rispetto al passato. Se mi chiedo da solo se il tema del disco sia il risultato del passare del tempo rispondo ni, perché ogni cosa in qualche modo è il risultato del passare del tempo, ma soprattutto perché è impreciso. Se invece mi chiedo se il tema sia il cambiamento rispondo di si, però questo modo di esprimerlo sia con i testi sia con la musica porta con sé molte sfumature. Non tutto è direttamente riconducibile al cambiamento ma ci gira intorno.

I testi. Ci sono alcune frasi di Raudo a cui ripenso spesso, come quella di “Trasloco” che dice la faccia del vicino al balcone a guardarla si capisce che non cambia niente. Ci ripenso almeno ogni volta che vado sul balcone, il vicino mi saluta scambiandomi per la mia ragazza e torna in casa. Da quella frase posso pensare di tirare fuori l’idea di tempo che c’era in quel disco. Nebbia è diverso, dentro c’ho trovato l’importanza delle cose che magari non cambiano ma sono buone ed è bene che rimangano. Diventarne consapevoli è un cambiamento. È una visione positiva del tempo, inteso come il percorso lungo il quale si muove il cambiamento, che magari ti ferisce, ma alla fine ti fa capire cos’è importante. In alcuni momenti i testi mettono sul tavolo i due lati della medaglia: le cose stanno così, però di bello c’è questo. Si arriva a un tanto così dalla fine di tutto ma poi, in qualche modo, c’è un motivo per credere che non sia finito un bel niente: anche se sembra tutto nero non andare via (“Bismantova”). Il rischio è dietro l’angolo: è questione di un attimo e ci si perde davvero (“Nebbia”).
Non è tutto qui. Per non subire e basta il tempo, serve qualcosa di più. Sarebbe utile reagire e avere la freddezza di vedere le cose come stanno, prima che ci sotterrino. La reazione arriva in “Nebbia”, che parla della fine di un amore ma anche della speranza di azzerare tutto e ripartire daccapo, e completa il giro delle prime tre canzoni. “Bismantova”, che parte dalla foto con un’ex morosa e racconta della morte di un amico, è la paura della fine quando la speranza di ripartire non è neanche auspicabile. “Nebbia” precipita nella consapevolezza che sia realmente facile cascare dentro alla fine. “Febbre” è la speranza di una soluzione positiva. Speranza che non c’era quando si diceva il tempo e i ricordi si perdono una volta sola (“Difetto”, Raudo) e neanche in Santa Massenza (split con JMox post Raudo) in cui la fine era la morte di un fratello, senza la prospettiva di sviluppo vagamente concessa già in “Bismantova”. Per questo, “Bismantova” potrebbe essere una ripartenza da dove si era fermata “Riposa in piedi” di Santa Massenza.
Dopo tre canzoni di Nebbia la fine non è veramente la fine, anche se continuiamo ad averne paura. Quello era il disco solista di Capra ma, con le incertezze di Nebbia, i motivi di serenità di Sopra la panca diventano meno immediati. Chiudere gli occhi, riaprirli e ripartire da zero non è facile, ma ha senso tentare, esorcizzare e andare oltre. Ci sono testi che parlano di una cosa e poi all’improvviso sembrano passare a un’altra (“Bismantova”). C’è un legame tra le due argomentazioni e la forza dell’apparente differenza di significato è una specie di scossa che dà più peso al testo e ti costringe a mettere in moto un collegamento per non subire passivamente quello che dice la canzone. È lì, ma non è immediato come in Raudo: devi trovarlo, il significato, non è una semplice interpretazione, ma una forma di collegamento. In generale, il cambiamento di Nebbia non è un passaggio da testi più a testi meno comprensibili, anche se ci sono ellissi di significato che prima non c’erano, ma sta nel fatto che il risultato che vorresti raggiungere non è più così immediato.

Poi arriva “Soffrire non è utile”, la messa a fuoco, in due parole, di cosa si combina quando non si sta bene. Ci si arriva solo quando ne siamo fuori, oppure in un attimo di lucidità, quindi potrebbe essere una parentesi dentro a “Febbre” o il capitolo successivo. Di sicuro è un passo in più. Come in “Non morirò” (Raudo) c’è un corto circuito, un attimo in cui canzone e realtà si toccano e il significato del testo prende forza. Il borderò diventa il muro su cui scrivere il tag soffrire non è utile per diffondere il più possibile l’idea. Anche se poi l’idea viene subito privata dello status di verità che si era appena guadagnata in quanto tag quando dice ma a volte consola rovinarsi il fegato. Che soffrire ci faccia stare un po’ bene si sa, ma messa giù in questo corto circuito e con queste parole così chiare e semplici è più efficace del solito. Alla fine uno dei punti forti dei Gazebo Penguins sta proprio lì, nel dire cose vere senza farle passare come verità ma facendotele sentire tue.
Poi quattro canzoni che tagliano il tema in un altro modo, ma sono sempre riconducibili all’idea base. “Scomparire” è quella che descrive una reazione più aggressiva sul ripartire daccapo, diversa da tutto il resto del disco. Mentre nelle altre c’è un atteggiamento tipo osservo da qui e descrivo le cose facendo considerazioni su come le vedo, qui è più un fallo e vedrai cosa succede. In generale, i testi hanno un taglio meno feroce, qui no. “Fuoriporta” è strumentale ed è una specie di momento di passaggio, un attimo per respirare, e la “Porta” è quella da cui si rientra dopo essere stati fuori, il momento in cui si pensa al cosmo ma tornano sempre a galla il tempo che passa, la ricerca di un senso e il rapporto con un’altra persona. Dopo tutto, le fisse rimangono quelle. E queste cose si trovano non in dio ma in quello che succede ogni giorno. Nel mondo.
“Atlantide”. Per la prima volta, arrivano i Gazebo Penguins politici. Le città fanno sempre più fatica a convivere con le espressioni libere e si chiudono ancora di più anziché impegnarsi a creare una comunità e luoghi aperti alle opinioni e ai modi di essere e vivere. Le cose sono cambiate in peggio in questo caso, ma anche qui vale la speranza di tornare. Anche se adesso è tutto murato, dentro all’Atlantide rimane qualcosa che non si può cancellare. L’esperienza di anni e i segni lasciati sono pronti a riesplodere.

“Pioggia” è l’ultima. Chiude il discorso ritornando dentro alla porta di casa. Puoi innervosirti pensando a tutti i suoi difetti, ma alla fine la persona che ti fa incazzare può essere la sola per cui ha senso tornare: resto solo se resti con me. “Resto solo” potrebbe anche voler dire “se resti con me sono solo”, il che m’incasinerebbe tutto il discorso e sarei nella merda. Quindi, penso che la prima parte di “Pioggia” sia il punto di vista della persona che aspetta, la seconda quello della persona aspettata. I due punti di vista convergono in un unico luogo. C’è speranza, anche se a volte tocca dormire sul divano.

La musica. Prima c’è la voglia di fare le cose, poi la necessità di dare un senso al tempo. Dare un senso può coincidere con tante cose diverse, ma spesso coincide con il fare quello che ci fa stare bene. Questa forma di egoismo è anche una forma di altruismo, perché ci porta a creare cose che poi, magari, fanno stare bene anche gli altri. Nebbia segue questo proposito, cambiare per fare quello che ti piace, anche perché poi qualcuno lo capisce e magari piace anche a lui e s’intrippa in Nebbia tanto quanto aveva fatto con Raudo, o Legna. Le novità del disco si percepiscono bene, anche dal punto di vista musicale, e questo significa giocare a carte scoperte, che è sempre una cosa bella. C’è bisogno di gruppi che facciamo musica a prescindere dai generi ma a partire da quello che gli viene di fare. Non è così frequente, perché spesso si decide prima il genere da fare e poi si fa un disco, vedi lo screamo italiano di adesso.
In Nebbia la musica cambia, rimane distorta e pestata ma con meno rivoli di fuga, un suono sempre potente ma meno gracchiante. Si passa per esempio al finale di “nebbia” quando dice è questione di un attimo e ci si perde davvero: un giro di chitarra incrociato con la voce in modo da far perdere l’inizio e la fine della battuta in quarti, perché non coincide con la fine e inizio del significato del testo, e da creare un circolo brevissimo ma vorticoso. Questa è la differenza, almeno mi pare, tra il suono più rauco di Raudo (e ancora più di Legna) e le rotondità di Nebbia che nascondono un sottofondo di chitarre meno pungenti ma sempre presente e i cui singoli strati vanno a ingrossare il risultato finale più che arricchirlo con vie di fuga sottili. Resta la capacità di costruire giri che progrediscono, pur rimanendo uguali a se stessi in termini di accenti e battute, arricchendosi di componenti che prendono forza strada facendo, come succede anche nella seconda parte di “Bismantova”. Non si è mai potuto parlare di emo per loro, però molti ne parlavano, adesso è proprio vietato. Non è mai stato emo core perché non ha mai avuto granitici riferimenti a quel genere. Adesso i gazebo Penguins hanno cambiato quello che facevano, sono in quattro e non più in tre, hanno due chitarre fisso, e suoni della chitarra diversi. Per certi versi Nebbia è un disco d’autore, con un taglio tutto loro ma diverso dal “loro” di qualche anno fa. Mantenuti alcuni punti di riferimento (i cori in due, le chitarre pienissime), c’è un fervore diverso, una potenza meno indirizzata a esprimere la smania di dire e fare le cose, più concentrata sul consolidamento delle parti essenziali. Il suono è più controllato, aperto a un pubblico nuovo ma anche allo stesso pubblico che ha voglia di sentire un cambiamento. Come quando gli Husker Du hanno pubblicato Candy Apple Grey con la Warner. Era peggio? No, era diverso. E se ogni cambiamento verso una definizione migliore del suono, non più addomesticata ma guidata in modo diverso, venisse preso come un compromesso e un tradimento sarebbe un modo per imbrigliare la creatività e la sua voglia di cambiare, di mettere fine a un periodo e prendere quell’altra direzione.
Le differenze ci sono anche dal vivo. Nella data che ho visto io – ma mi sa che l’hanno fatto anche da altre parti – nella prima parte del concerto hanno fatto il disco nuovo, in fila, la seconda l’hanno dedicata ai pezzi vecchi. I pezzi vecchi hanno più presa e hanno già una loro storia, ma quelli nuovi segnano una svolta, rallentano il ritmo, la velocità delle battute è diversa, c’è più spazio per sviluppo di quello che sta in mezzo, è come se le colonne portanti di un edificio fossero state rafforzate e ci fosse più tempo tra una colonna e l’altra. Ma anche no, perché la velocità c’è sempre. Rimane la voglia di andare veloce ma la batteria mena di più sulle battute che reggono il ritmo. “Fuoriporta” segna bene il passaggio a un peso diversamente veloce, anche in contrapposizione a “Porta”, che riparte subito dopo con uno dei giri veloci e stoppati tipici di Capra. E per marcare ancora di più la differenza, al Bronson le canzoni vecchie le hanno prese più veloci del solito, sembrava quasi che avessero voglia di finire prima, in realtà era la seconda parte di un concerto che sviluppava un’idea.

Il resto. Questo tipo di cambiamento dei testi e dalla musica riflette il tema del disco. Per quanto le cose cambino, vengano fuori le difficoltà a metterci in pericolo, in certi casi rimangono alcune costanti, e vogliamo che rimangano. Nebbia delinea bene il tempo che passa. In Raudo era il tempo del trasloco e dell’andare a vivere da soli, Nebbia è quello della riflessione sulle cose difficili da accettare, sui momenti difficili da superare ma anche sul loro plausibile esito positivo. Alla fine, per quanto caratterizzata da momenti nebbiosi e di dubbio, la visione è ottimista e la prospettiva dipinta dal disco è serena, anche se non definitiva o compiuta. Avere la consapevolezza delle cose che ti fanno stare bene non significa averle conquistate, è chiaro in ogni frase del disco che tocca il problema.
Si può dire che Nebbia sia un concept sull’idea del tempo che porta al cambiamento da punti di vista che cambiano nel corso del disco: il tempo che passa, il tentativo di conservare quello che c’ha fatto trovare un punto d’incontro, la speranza di influenzare l’andamento delle cose in qualche modo. Il tempo passato sarà sempre di più e magari cambieranno ancora le priorità e le cose che ci fanno stare bene. Tra 20 anni, Nebbia sarà un ricordo ma rimarrà uno degli esempi di come le cose possano e debbano cambiare, o perché sentiamo noi la necessità o perché sono loro che cambiano e noi le assecondiamo. L’importante è mantenere in vita quello che in qualche modo ci fa stare bene. Cambierà il modo in cui lo facciamo ma non cambia che lo facciamo.

Nebbia streaming.

NUOVO DIE ABETE

Quando ti svegli alla mattina ti giri verso l’altra parte del letto e non c’è nessuno perché avete orari diversi e v’incrociate solo alla sera tardi, poi guardi l’orologio ed è tardissimo, così che non puoi fare neanche una pisciata con calma. Almeno ti lavi la faccia. Ora però, caffè. La moka è chiusa da ieri e sembra sigillata col silicone, tiri tiri ma niente. Allora prendi lo straccio sporco di fianco al lavello e riesci ad aprirla, vai per svuotare il filtro e il caffè bagnato ti casca a un centimetro dal bidone, tutto per terra. Porca troia, lo puoi urlare perché tanto sei solo in casa. Lasci tutto così com’è e riempi la caffettiera. Il caffè lo bevi e senti che ti arriva in testa. Era necessario. Mangi una frutta sul tavolo e un pezzo di pane lo mastichi mentre ti vesti ma mentre t’infili la seconda gamba dei pantaloni inciampi e caschi sul letto, con la testa di fianco al comodino coi libri che ancora non hai letto. Più che altro adesso sembri una scimmia, per questo continui a leggere qualcosa. Quella mattina ti capita anche quello che non dovrebbe capitarti mai: all’improvviso, devi andare in bagno: hai preso un frescone. Quando? Perché? La doppietta caffè-kiwi funziona, ma non pensavi così in fretta. Il ritardo di questa mattina era già scritto nelle stelle di ieri sera, quando pensavi a quanto sono buoni i kiwi mentre lavavi i piatti dopo aver cenato da solo. Caghi, quindi. Finalmente esci di casa, ti avvii. Dentro la macchina c’è puzza di olio perché c’era una perdita, l’hai portata dal meccanico un mese fa, lui l’ha messa a posto ma la puzza dentro c’è ancora. La frizione fa un rumore strano, potrebbe spaccarsi il cambio, 200 euro. Giri in macchina sperando che non succeda, vorresti pregare il signore per chiedergli che non succeda, ma succederà sicuro, quando – non so – devi prendere il treno e non ti aspetta. Ma come si fa a pregare. Pensando a tutto questo, arrivi in ufficio. Non ti sei preparato il pranzo e non hai preso su neanche la frutta. Toccherà mangiare un buonissimo tramezzino kebab e peperoni della macchinetta. Nella prima parte della mattinata vengono, in successione, a romperti i coglioni: il capo, il capo, il secondo capo, il terzo capo, il quarto, il capo. Ognuno di loro ha indetto almeno una riunione in giornata, però tutti devono andare via presto oggi e domani non ci sono quindi sono tutte riunioni indispensabili oggi. Riunioni. È una gioia sognare di appiccare fuoco a tutto. Ma poi bruceresti anche il tuo stipendio. Hai dieci minuti per finire un lavoro che avevi iniziato prima di raggiungere la prima sala della prima riunione, lo fai ascoltando i Marnero e pensando che è martedì e a fine settimana uscirà il nuovo Die Abete e la prossima settimana potrai ascoltare quello prima di andare in riunione. I dieci minuti finiscono, il capo ti chiama e inizia il vortice, sei carico come un marnero, dai qualche risposta del cazzo (però hai ragione) ma tutto sommato stai calmo. Parole fino alle 12:30, fanno tre ore e mezza in tutto. Arrivi che hai voglia di mangiare kebab e peperoni. In pausa vorresti solo dormire e invece tocca stare in ufficio perché c’è troppo poco tempo per fare qualsiasi cosa e ti devi ciucciare i colleghi. Alcuni sono simpatici, dai. Coup de theatre e chiedi se qualcuno di loro ti accompagna a prendere un caffè buono al bar, nessuno ti segue, la puzza in macchina è tossica e la scusa che hai usato altre volte per non prenderla su per andare a fare un cazzo di aperitivo dopo il lavoro ti si rivolta contro e ti lascia solo. Il caffè è buono lo stesso, comunque. Meriggiare pallido e assorto. D’inverno è caldo, d’estate si bolle davanti al computer. Ora è primavera e non c’è male. Tutti i capi sono fuori ma c’è in giro il collega zelante. È lì da più anni di te ed è così gentile e falso quando ti parla che è sicuro che da dietro t’incula. È successo. Parla male di tutti con te, parla male di te con tutti. Lo mandi a fare in culo in silenzio e gli dici scusa sono occupato (vattene di qui!) tutti i santi giorni. Lui se ne va chiedendo scusa come se ti avesse già dato una coltellata dietro alla schiena, cosa che succederà tra un minuto durante il quale tu lo vorresti ammazzare e seppellire sotto una stele di piombo. Il trend del declino continua: ti sbagli e clicchi sulla X sbagliata cancellando il lavoro dell’ora precedente. Niente di irrimediabile ma cazzo se ti fa girare i coglioni. Per il tempo rimanente guardi l’orologio ogni cinque minuti. Non la vivi bene. Sbrighi il resto dei lavori abbastanza bene, esci pensando che è bello andare a fare la spesa in quel supermercato pieno di commessi stronzi, ma assapori già la mela che ti mangerai mentre riempi il carrello senza pagarla. Stronzi ma rincoglioniti. Una mela al giorno toglie il medico di torno. Osservandomi dall’esterno, non mi suscito niente di diverso che sdegno. Lei torna tardi, quindi puoi fare la spesa che vuoi e mangiare una roba veloce senza impegno anche stasera. Oppure una schifezza surgelata. Perché sei giovane, tra qualche anno quella roba non la vorrai vedere neanche col binocolo, dicono. Paghi, butti il torsolo dalla tasca al cestino subito fuori, sali in macchina, ciao, domani prendo una Val Venosta Red Delicious, la mela di Biancaneve. È dura ma i denti li hai buoni, a parte quella carie a destra. Mangi tutto a sinistra e hai risolto. A casa fai tutto quello che devi fare, spazzare il caffè, docciare, mangiare, bere. E prosegui cercando di dare un senso alla tua giornata, pensando che molti anni sono passati col pensiero di dare un senso poi all’improvviso capisci che il tempo è passato davvero e solo adesso ti rendi conto di quanto ne hai perso. Vorresti leggere ma Facebook e Instagram ti assorbono per un’ora. Intanto, però, ascolti The Name Is Not the Named dei Gazebo, non sei tutto da buttare dai. All’improvviso senti il rumore della porta che si apre, è lei. Sono le undici e tre quarti infatti. Vi abbracciate, vi baciate, la guardi e pensi che qualcuno è più stanco di te che ti lamenti di un comodo lavoro d’ufficio. Quattro chiacchere che se sono buone possono valere anche tutta la giornata, ma non è sempre così, questa sera non è così. Il tempo brucerà anche la nostra casa amore. Adesso a letto, buonanotte. Di notte si dorme, a meno che tu non abbia preso il caffè dopo le 16. Cazzo, l’ho preso alle 5 e un quarto. Ti addormenti mezz’ora prima della sveglia. Ti svegli, giornata abbastanza terribile ieri, speriamo meglio oggi. Se siete d’accordo, azzeriamo tutto e ripartiamo da capo.

Senza denti, Die Abete: streaming
To Lose La Track, Sonatine produzioni, Shove Records, Tanato Records, Longrail Records
Copertina: Collettivo Canemorto

(il vecchio die abete)

Recensioni generator the 3 pipponi serie: Tiger Shit, Blue Crime, Halfalib

Se uno ascolta Corners, l’ultimo disco dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (To Lose La Track), sembra l’album di un gruppo che fa la sua cosa da anni, ha le mani in pasta da sempre nel noise rock e riesce a riprodurne tutte sfumature senza difficoltà. E invece no, nel senso che non fanno la stessa cosa da anni e non c’è pilota automatico. È il primo disco in cui prendono con così tanta decisione quella strada. Nel 2013 hanno pubblicato Forever Young, che è un po’ un insieme indefinito di cose, più spostato verso i Male Bonding e in cui a volte le chitarre vanno in direzioni impreviste, già noise ok (Broken) ma anche math rock (The Smell) per dire. Lo stesso gioco intorno alla chitarra è in Whispers, del 2010, che suona più simile a Corners ma mai così pieno di distorsione, per le incursioni new wave e purtroppo anche di uno stile pulito e metallico alla Placebo (Vampire). Nel 2008 è uscito Be Yr Own Shit, che probabilmente è il disco della giovinezza, post punk e funk punk (Last Gang In Town), dove hanno fatto cose che hanno deciso di non fare mai più. Quindi, Corners ha il vantaggio di essere perfettamente dentro a suo stile e contemporaneamente di essere il primo esito noise rock così deciso di un percorso guadagnato col tempo. È fresco ma consapevole. I Tiger Shit vengono da una storia musicale insieme relativamente breve ma ascolti Corners e sembra l’unico modo possibile di fare noise rock adesso. Li guardi dal vivo e sono quello che ti aspetti da un gruppo che fa questo genere di musica. E questo mi fa sentire a casa. Non è sempre vero che bisogna ascoltare cose che vadano oltre i nostri confini, a volte è necessario soddisfare subito il desiderio di sentirsi assecondati dalla musica.
Corners procede senza prenderla di corsa, alternando canzoni più tirate a canzoni meno ed è un bel modo per evitare che la monotonia della chitarra che suona così prenda il sopravvento sulle canzoni e su tutto il disco: ecco perché funzionano le quattro all’inizio: Weird Times, Shamaless Pt. 1, Silver, Sacramento. Dopo un po’, anche l’alternanza rischierebbe di diventare monotona e quindi i Tiger Shit tirano fuori un pezzo un può scoglionato (Highland Park), un altro con un finale di chitarra da ascoltare con le orecchie a padiglione per i rivoli che inventa (Teen Forever) e poi Holidays, primo vero momento di riposo della chitarra. Ci sono delle volte in cui si fa tanto parlare delle chitarrone, chitarre grosse, chitarre di qui e di là, però poi c’è qualcosa che non torna, non fanno nessun effetto, non prendono. La chitarra di Corners è quella dei dischi noise rock ma ha una ragnatela tutta sua. Per iniziare, rimane sempre in superficie e crea una palude da cui non passerebbe neanche uno spillo, poi lascia che alle proprie spalle continui a suonare l’acqua melmosa e penetra nelle vene della terra sottostante. Fa una gran corsa all’inizio del disco e poi prende un respiro. Arrivata a BlowingFurther e Girls riparte con un andamento diverso, più veloce ma meno tormentato, come se si fosse sfogata prima e adesso volesse fermare la testa e andare solo sulle gambe. Sembra quasi una persona ed è la chitarra più viva che io abbia sentito ultimamente nei dischi di chitarre.

L’ep dei Blue Crime si chiama SubmarineBronson Recordings poco più di un mese fa ha fatto il suo primo party. Non so se lo sapete, ma sulla serata ho scritto questa cosa su Rumore. No, così per dire. Alla festa non hanno suonato i Blue Crime – che comunque saranno al Beaches Brew – ma gruppi che fanno roba completamente diversa. E questo è uno dei punti: l’etichetta del Bronson produce robe diverse, come altre etichette (Sonatine) ma non come tutte le altre etichette, quindi può essere considerato un motivo di vanto. Subamarine è un 7”, due canzoni che rimandano ad atmosfere precise, dream pop da un lato (Gypsy Cat) e Shannon Wright dall’altro (Blue Nocturnal), mischiando tutto con il noise rock e l’atmosfera dark. I punti di forza di Gypsy Cat sono la melodia, la struttura solida e il suono, bello deciso. La forza di Blu Nocturnal invece è quella di essere diversa da Gypsy Cat e più simile alle ballate psyco pop del lavoro precedente: per oscurità e paranoia lisergica ricorda Batman di Bunker. Sappiamo che la Bronson Recordings è di Ravenna. I Blue Crime invece vengono da Amsterdam e sono arrivati fino a Ravenna per trovarsi un’etichetta. O Ravenna è arrivata fino a loro per fargli il disco. Comunque sia, chi come me crede che la musica unisca le cose lontane non può pensare che sia casuale l’incontro delle acque di Amsterdam, ordinate e nordiche, con quelle di Ravenna, indomabili e spaventose, governate dal porto, che a vederlo da fuori sembra un posto così carico di incazzatura inespressa. Arrivando al punto, le chitarre di Gypsy Cat mi hanno ricordato quando nel 2015 l’acqua ha sommerso la campagna di Ravenna, rendendola immobile e piena di tensione. Blu Nocturnal invece mi ha ricordato la calma dei canali dell’Amstel ad Amsterdam. Sicuramente è una cosa mia, ma nell’ep trovano spazio questi due mondi, due espressioni diverse di una stessa matrice. Sono tutte e due riconducibili a qualcosa di dark, ma il primo lato è l’unione di tre cose (forza, pop, oscurità) che creano un tessuto più resistente, mentre il secondo non me l’aspettavo, e quindi è una cosa positiva, ma la tensione cala troppo. Vorrei che il prossimo disco fosse più come Gypsy Cat. Le acque calme possono far comodo nella vita vera, ma quando si trasformano in canzoni, se diventano tumultuose, fanno la differenza.

Halfalib è l’altro lato di Any Other: stessi componenti, risultati molto diversi, lo si nota da Malamocco (uscito per WWNBB). Alla guida di tutti c’è il bassista e questa è la grande carta in tavola che è stata cambiata nel passaggio da Any Other a Halfalib. In matematica, se cambi l’ordine degli addendi i risultato non cambia, in musica si.
Quando vedo per la prima volta un gruppo dal vivo, mi faccio delle domande sulle persone che suonano. È una cosa che va anche al di là della musica. Può succedere che mi fissi in particolare con uno di quelli che sono sul palco. Ci sono i casi in cui mi passa dopo tre minuti ma ci sono anche le volte in cui inizio a chiedermi chissà che musica ascolta a casa, come gli piace la pizza, se è astemio, se è uno stronzo o no. Non c’ho mai parlato, l’ho solo visto suonare dal vivo ma Marco (il bassista) sembra un tipo che si fa un sacco di cazzi suoi, riservato, ma che poi se lo conosci è fenomenale, una mente vulcanica e una personalità artistica ben definita. Si vede quando suona il basso: potrebbe anche non fare mai lo stesso giro se fosse per lui. Lo fa anche con Halfalib: infila strumenti, voci e idee tra le righe più nascoste delle canzoni, di continuo. In questo modo, è stato in grado di prendere gli Any Other e rovesciarli come un calzino, portando un trio chitarra basso e batteria a suonare cose diverse, passando dai Modest Mouse, o comunque da una musica che ha riferimenti precisi e dichiarati, a un altro posto. Non da una zona di conforto a una zona più complessa. A una zona nuova. E quali sono altri riferimenti di Malamocco? Questo disco fa un effetto strano. Le prime tre volte mi sembrava sperimentale, poi alla quarta è diventato pop, ma non tutto pop, cioè è pop ma a episodi circoscritti, come il pianoforte dolce che spicca all’improvviso, dopo aver latitato tutto il tempo ed essere stato sottomesso al sax, in Il troppo moltiplicarsi senza continuarsi conduce a, un pezzo che a volte è tribale (ma non triviale). Questa è la qualità migliore di Malamocco: unire le voci alla Jeff Tweedy a un mondo (appena sfiorato Wilco in The Whole Love) di dolcezza elettronica, per poi passare a svisate jazz: Human After Odd è l’esempio migliore per capire. Ma il massimo del disco è Liebe Fénix II Instant, che spiazza e sconfigge più di una volta il fronte che sostiene fino alla morte la necessità della risposta alla domanda si ma, che genere fa questa band?. In una sola canzone puoi trovare prima i Beatles, poi Yann Tiersen, l’ignoranza degli Aucan, il tiro senza filtro anti grattugia dei Death Grips, poi ancora i Beatles.
Tra l’altro, alla faccia dei sostenitori dell’importanza della definizione del genere, penso sia il caso di parlare d’altro, cioè del significato della parola Malamocco e di WWNBB. WWNBB vuol dire “We Were Never Being Boring” ed è il nome di un collettivo il cui motto su bandcamp dice “We want music to never turn into something boring for us. It would mean that we have become boring. Because music does not die with mp3′s or copyright: boredom is what brings it down, when it becomes a habit. All we need is a small do-it-yourself collective, as tiny as a simple smile“. Il rischio abitudine e noia è reale. Non è simpatico quando succede ma può succedere di stancarsi della musica, anche a uno che suona, che si può stancare di fare sempre le stesse canzoni. Lo diceva Capra nel suo disco solista. Ecco perché volevo parlare un attimo di WWNBB, perché la sua missione è difficile, si oppone alla natura dell’uomo, che ogni tanto smette di provare interesse, si allontana dalle cose e inizia a cercare soddisfazione in altro. L’abbandono della musica non porta per forza alla noia. Potrebbe. Ma potrebbe avere come conseguenza qualcosa di nuovo e diverso. Comunque, io credo che ascoltare musica salvi la vita quindi credo nel motto di bandcamp di WWNBB.
Parlando invece del significato di Malamocco, bisogna dire che è il nome di una piccola città al Lido di Venezia. Quindi ancora acqua. Voglio ufficilmente informarvi che non ho il trip dell’acqua, del nuoto o del mare, ma non sarei neanche scontento di averlo. Il nome antico di Malamocco è Metamauco e la leggenda narra che “l’antica Metamauco fosse localizzata in posizione più esterna dall’attuale Malamocco, verso il mare. Sussistono ancora dicerie locali secondo le quali, nei giorni di mare calmo, è possibile scorgere le rovine della città che, sempre la tradizione, vorrebbe distrutta da un devastante maremoto” (wiki). Sicuramente non sarà vero, ma è bellissimo, e alcuni passaggi del disco fanno un po’ quell’effetto lì: li senti, un attimo dopo scompaiono del tutto e ti chiedi se li hai sentiti veramente. Per fortuna che si può tornare indietro anche con l’mp3 e provare che non sei matto. E se puoi fare rewind, non è l’mp3 a uccidere la musica, ma il non ascoltare più musica. Comunque, arrivando al punto, da una “scena” che vive di math rock, emo, screamo e indie rock, viene fuori Halfalib che cambia le carte in tavola e guarda un po’ più in là, allontanandosi sia dal mondo che lo circonda tutti i giorni sia da se stesso. Malamocco è un disco insolito, il sorprendente rovescio del calzino di Any Other.

Come lo vedi il Giappone?

Crew del Fecking Bahamas fest a Tokyo, pic dal fb dei DAGS!

Crew del Fecking Bahamas fest a Tokyo, pic dal fb dei DAGS!

Una volta quando vedevi le immagini di una band grossa che andava in tour in Giappone era tutto impressionante. Per esempio, i Guns and Roses ci sono andati per la prima volta nell’88, gli Oasis nel ’98. I Guns erano già delle superstar a quell’epoca, erano i re della musica da ascoltare e venivano presentati così: “Would you please welcome from Hollywood: Guns and Roses!“. Vero colonialismo. Come si legge nelle informazioni sotto al video del concerto a Tokyo, su YouTube: “Axl mentions how all the Japanese fans are following them all over Japan”. Praticamente, fedeli come dei cagnolini. Ma, immagino, anche gli Americani li seguivano in tour lungo tutta l’America.
Gli Oasis in tour in Giappone, invece, trovavano strano tutto quello che era giapponese: hanno ribadito il concetto anche recentemente nel loro omaggio a se stessi.
L’utilità del contributo all’intelligenza di queste band era zero. Se si pensa anche solo al successo dei manga in Occidente, o alle cose belle nate dall’unione di Occidente e Giappone, come i Deerhoof per esempio, è facile capire quanto si sbagliavano ad avere un atteggiamento di superiorità.
Cronologicamente in mezzo a questi due giganti del rock (ma formiche non laboriose dell’uso del cervello), e avanti dal punto di vista dell’attitudine, sono i Fugazi. Che vanno in Giappone per nel 1991 e questo è quello che c’è scritto sul sito della Dischord:

“From the available audio source, as well as from the video sources provided below, it is clear that the band is very appreciative to have made it to Japan, having spent a couple of great days there, strikingly pleased with the sights and sounds of Tokyo and the distractions the city has to offer (note that Guy praises the King Fucker Chicken performance in the incredible Yoyogi park and at one point enquires about the pachinko heads in the audience as well)”

Non sono i tempi a dettare il modo diverso di vedere il mondo. I Fugazi, appunto, vanno in Giappone per la prima volta a metà tra i Guns e gli Oasis. Il segreto per non far sembrare il Giappone una cosa strana (diversa, ok, ma non inferiore perché differente) era nell’atteggiamento di chi ci andava a suonare. Si tratta di gruppi diversi: i Guns e gli Oasis sono rock star, i Fugazi no, ok. Ma quello che m’interessa è proprio la proposta di due atteggiamenti all’opposto, già contenuti nella “poetica” delle band in questione e proprio per questo indicativi di un modo di vedere le cose. I Fugazi sono contenti di andare in Giappone. Essere là per gli Oasis era come essere in un posto di cui avere paura perché la gente si comporta in modo diverso rispetto all’inglese medio. Essere là per i Guns era come essere là per un re che va ai confini dell’Impero. I Fugazi hanno dimostrato di avere un po’ più di intelligenza umana. Non che il confronto sia mai stato necessario o richiesto, ma è interessante: persone con una sensibilità e una mentalità diverse poste di fronte alla stessa novità reagiscono in modo completamente diverso. Non è l’uomo a essere stronzo di suo, ma è il suo background socio-culturale che lo rende o non lo rende tale. Poi, è una questione di atteggiamento, che deriva dall’intelligenza, che a sua volta si sviluppa più o meno nell’ambiente in cui cresci e nel modo in cui l’affronti. Dall’esterno, vedevi gli Oasis e i Guns andare in Giappone, marcando le differenze – se non in negativo – comunque dall’alto, da una posizione che non poteva essere la tua: la lezione era pessima. Leggendo o vedendo dei Fugazi in Giappone, il loro è lo stesso atteggiamento che avrebbe avuto una persona normale curiosa e affascinata dal mondo lontano. O che hanno avuto i DAGS!.

Il Giappone 20 anni fa era molto più lontano di quanto non lo sia oggi: oggi, se un gruppo – piccolo, medio o grande che sia – va in Giappone, può raccontarlo in diretta su Facebook. Già in partenza è tutto più famigliare, quindi: alla base di tutto c’è il mezzo, che è nostro e facilita le cose rispetto a una volta. Gruppo grande o gruppo piccolo, a seconda di come usa il cervello chi ci sta dentro o eventualmente chi gli fa da social media strategist, le modalità di racconto saranno senz’altro diverse: anche il modo di raccontare il viaggio ha un valore.

I DAGS! sono andati in Giappone in novembre, per un tour di 6 date e l’hanno raccontato su Facebook. Le foto parlano da sole. Li ho seguiti da qua, nel senso che la cosa m’incuriosiva e mi piaceva l’idea che facessero una serie di concerti in Giappone, quindi sono stato in occhio a beccare le cose che condividevano su Facebook. Mi piaceva anche il fatto che pubblicassero le foto dei concerti ma non solo, anche quelle di quando erano in treno, in bus o nella stanza d’albergo. In un certo senso era un po’ come viaggiare con loro. Poi c’è quella foto che ho messo all’inizio dell’articolo. L’ho messa perché fa vedere anche chi altro c’era dietro l’organizzazione del tour, tra quelli che l’hanno organizzato da là. E non era l’unica foto che raffigurava i local che avevano partecipato. I DAGS! sono andati in Giappone grazie a un sacco di persone, e con un sacco di persone, e ce le hanno fatte vedere mentre erano là. Non è stato un tour figo solo perché loro sono andati in Giappone a suonare, ma anche per tutto quello che c’è stato intorno. Almeno così è sembrato, da qui.

Insieme a To Lose La track, poi, hanno pensato di anticipare la stampa della compilation che ogni anno TLLT fa uscire sempre per Natale, per portarla in Giappone e promuovere i gruppi. Tutti i gruppi del roster, non solo i DAGS!, più le anticipazioni delle uscite previste per il 2017. La puoi ascoltare qui.

La compilation inizia con We All Like Theories, Let’s Not Make Anything Ever Happen dei DAGS! Il pezzo ha una parte ritmica latin jazz e un basso insistente ma morbido. Come (quasi) sempre nei DAGS!. Insieme ai Leute, tengono in piedi benissimo il revival emo anche quando il revival è finito, con dischi suonati al meglio proprio nel momento in cui scendono nella cura dettaglio, come spesso il genere richiede.

Spy Dolphin dei Delta Sleep
Scilla dei Valerian Swing
Insieme a Three in One Gentleman Suit, i Valerian Swing e i Delta Sleep hanno cambiato la rotta di TLLT. Aurora (che contiene Scilla) dei Valerian Swing e Management dei Delta Sleep escono nel 2014, Notturno dei Three in One Gentleman Suit nel 2015 e TLLT passa dall’essere un’etichetta (per lo più, e sottolineo per lo più) orientata all’emo, al punk rock e al power rock a portare al centro dell’attenzione il math rock, influenzato da emo, screamo o post rock, ma comunque con un modo decisamente diverso di scrivere i pezzi. Che si riempiono di scale e diventano delle corse verso l’alto, in contrasto con i gruppi della “generazione” precedente, che sviluppavano in profondità le canzoni, dando al suono una potenza maggiore grazie anche all’uso della ripetizione. Nel 2016 i Delta Sleep hanno pubblicato Twin Galaxies, che contiene Spy Dolphin.

Tiger! Shit! Tiger! Tiger!, Weird Times
Questa è la prima anteprima della compilation: il disco nuovo dei Tiger! esce il 16 gennaio. Loro sono tra i gruppi della “vecchia” generazione TLLT, di quelli che con le chitarre scavano più in profondità. Solo loro, però, lo fanno chiamando in causa lo show gaze e i Male Bonding.

Riviera, Piscina
L’ultimo disco dei Riviera è ancora quello, ma si dice che tra poco ne uscirà un altro. Hanno fatto uno degli album più riusciti del 2014, nell’onda emo power singalong. I loro concerti a più di 2 anni dall’uscita dal disco sono ancora una grande festa, con gente che urla i testi e tenta in tutti i modi di farsi male.

Quasiviri, Gravidance
Gli inventori del mathrock di TLLT, nel 2012. Poi sono tornati nel 2014, con Super Human, che contiene Gravidance.

Three In One Gentleman Suit, Ashes
I Three In One Gentleman Suit hanno una lunga storia alle spalle, che arriva fino al 2003, quando esce Battlefields in an Autumn Scenario per Fooltribe. Dentro c’era già tutto quello che hanno adesso ma meno raffinato e, riascoltando, allora c’era meno tensione. Sono migliorati.

Gazebo Penguins, Difetto. Sono i capostipiti TLLT del farsi male ai concerti con l’emo power singalong. Li ho visti una decina di volte dal vivo, ho consumato i dischi, ho scritto alcune cose, ho comprato ripetute volte una loro maglietta, quando parte Difetto è come se fosse sempre non la prima ma la terza volta che ascolti una canzone, cioè quando inizia a entrarti dentro. Aspetto il disco nuovo, sono disposto ad aspettare lunghi anni, l’attesa ha un valore, così come il racconto del viaggio, ma alla fine deve essere soddisfatta. Sembra che io stia filosofeggiando, in realtà sto parlando dei Gazebo Penguins usando alcuni dei loro temi, alcuni dei quali presenti anche in Difetto: futuro, ricordi, attese.

San Diego Coletti dei Cayman The Animal. Il rigurgito punk anni 90 di TLLT del 2015, in mezzo a tutto quel rock MATH. Apple Linder è uno dei dischi che ho ascoltato di più l’anno scorso, pur essendo uscito in ottobre. Con le grafiche di Ratigher, uscito in cordata con Sonatine, Escape From Today e Mother Ship Records, che si sono spartiti a sorte la produzione del cd e del vinile, come si fa con i beni materiali.

Lags: Queen Bee. I Lags rappresentano il punto di arrivo delle correnti sviluppate dall’etichetta negli ultimi anni, unendo in Pilot (2016) emo screamo, punk rock, math rock e post hard core (i cui massimi rappresentanti di sempre in TLLT sono i Disquieted by che hanno fatto il disco nel 2012). Hanno pubblicato un ep acustico, dove vanno giù naturalmente meno pesi e fanno anche una cover delle nostre guide comportamentali all’estero, i Fugazi.

Marnero, Il Pendolo. La band più pesa di To Lose La Track. Su di loro avevo fatto anche un esperimento che non si è cagato nessun (questo) ma non fa niente.

Action Dead Mouse, Ginnastica nell’acqua. Sono entrati di recente, prima erano con Flying Kids, Fallo Dischi oppure da soli. Hanno una funzione importante all’interno del listone della compilation: uniscono il post hard core alla new wave anni 80, che tra cinque canzoni sarà rappresentata da Havah e Giona. Infatti con L’Amo (che conteneva Giona l’uomo) gli Action Dead Mouse avevano fatto uno split.

Labradors, All I Have Is My Heart. Diego ha eletto The Great Maybe tra i suoi dischi dell’anno.

Minnie’s. Voglio Scordarmi Di Me. Nei Minnie’s suona il basso Viole, che suona il basso (quello insistente ma morbido) anche nei DAGS!. Voglio Scordarmi Di Me è il mio pezzo preferito del loro ultimo ep, Lettere scambiate, dove vanno definitivamente oltre il punk rock puro, piuttosto proseguono la strada verso il punk rock cantautorale – iniziata solo in parte con Ortografia – e schizzano via dalla possibilità di qualsiasi attuale parallelismo con un altro gruppo TLLT.

Urali, Mary Anne (The Tailor)
Girless, Ernest
I due cantautori in inglese, amici nella vita. E in effetti anch’io sono loro amico, non come sono amici loro tra loro, ma un po’ si. Può l’amicizia influenzare il giudizio sul disco di un amico? No. Se il giudizio è negativo, puoi decidere se esprimerti o meno, ma il giudizio rimane quello. Il mio giudizio è positivo, quindi non ho problemi.
Quando ho sentito per la prima volta Ernest di Girless (di Girless&The Orphan) ho detto che era bella come le vele delle barche del porto canale di Cesenatico, perché il giorno prima avevo incontrato Girless a Cesenatico, di fronte al The Brews, il locale che il 28 aprile fa suonare Bob Nanna di Braid e Hey Mercedes, sul Porto Canale di Cesenatico. Adesso, visto che siamo dentro la compilation di Natale, Ernest è diventata bella come le vele delle barche illuminate per Natale, col presepe dentro, sul porto Canale di Cesenatico. Il disco uscirà nel 2017, quindi questa è la seconda anteprima della compilation.
Urali ha fatto un disco che è un affresco, a partire dalla copertina. Dentro ci sono i ritratti di alcuni personaggi, alcuni dei quali mi ricordano i primi piani di Thomas Ruff, per la loro fermezza nel descrivere lo stato delle cose ma anche per la loro capacità di lasciare in sospeso e interrompere, limitandola a un momento, la definizione del personaggio stesso.

Sappiamo chi sei, di Havah
Coerenza Tralalà, di Giona
Dopo Settimana, Havah ha fatto uscire Durante un assedio (2014) e ha virato la direzione di TLLT verso la new wave, rendendo ancor più traballante dopo l’incursione dei Disquieted By la base su cui si regge il mio “per lo più” iniziale. Più recentemente, Giona con Per tutti i giovani tristi (2015) ha spinto l’etichetta ancora verso la wave, differenziandosi molto da Havah, soprattuto nelle melodie, che sono più pop. Tutti e due i newavers hanno scritto testi bellissimi.

CRTVTR, A.M.
CRTVTR entrano nella To Lose La Track solo nel 2013 con Here it comes, Tramontane!, in cui suona anche Mike Watt dei Minutemen, così come suonava in We Need Time EP (2009). We Need Time EP musicalmente è di una vita fa: è più diretto, come la gioventù, che si va lentamente perdendo. Nel 2016 è uscito Streamo, sfumatura più ipnotica della corrente math rock. Più adulto.

To Lose La Track Goes To Japan si conclude con Ponti, S. degli Autunno, gruppo a me sconosciuto novità 2017 che inizia con le chitarre cattive alla Gazebo Penguins (ma con una distorsione dalle maglie più aperte), prosegue recuperando i Verme nella disperazione della voce e finisce per riprendere anche alcune spigolosità del math rock d’annata. Ma senza decidere se riempire lo spazio in altezza o in profondità. Vedremo.

“Un tour in Giappone non capita tutti i giorni” (cit. Luca Benni, capo di TLLT).

Mancarone CASO nella compilation. Se puoi sopportare questa cosa, ascoltala qui.

Tre dischi grossi

Una nuova rubrica. Con tre recensioni che avevo scritto tempo fa separatamente e che pubblico adesso insieme perché i gruppi hanno in comune questa cosa di essere grossi. Grosso non ha proprio un significato positivo. Da noi si dice diobo sei grosso a uno che non ha per forza i muscoli ma che di sicuro fa una cosa ben fatta, però poi si pensa ma anche meno.

Bruuno, Belva (V4V e Coypu Records)

Alcuni gruppi usciti da poco (Lags, Bennett, A VOLTE Giønson) fanno del post hard core post tipo Disquieted By. Belva è un po’ diverso dagli altri, perchè spinge di più sul noise: scuola Putiferio, oltre che One Dimensional Man, soprattutto per il piglio ecumenico del cantante.
Il rischio del post hc è quello di suonare sempre forte, senza dare alle canzoni sfumature diverse. I Bruuno ci cascano in pieno. Hanno sempre un suono grosso, da lì non si schiodano. Nei momenti in cui la chitarra si riposa un attimo (non si ferma, arpeggia, come Ruggire come le porte e Seppuku), lo fa fortissimo e non c’è differenza.
La caratteristica più evidente di questa monotonia è la mancanza di dinamicità. Le canzoni procedono per blocchi, uno dopo l’altro, e a volte i blocchi sembrano in loop. Ci sono troppi accenti e le canzoni vanno avanti come se fossero preimpostate.
Il disco perde di potenza, perché la ripetitività sempre urlata dopo un po’ indebolisce il tiro, anche se è voluta. E anche se è la via scelta per cacciare fuori la rabbia: lo è solo per chi la suona, che spinge sempre forte e si sfoga, e non per chi ascolta, perché dopo un po’ a sentire canzoni che hanno sempre lo stesso livello di incazzatura non si trova più la via d’uscita per tutte le sfumature di quel che uno vorrebbe scrollarsi di dosso.
Le canzoni perdono tutto in termini di sviluppo di una progressione. Quando c’è un tentativo di fare un crescendo (Seppuku e Troppo spesso lento) il risultato è come zoppo.
Questo secondo me. Poi, visto che di questo disco se n’è parlato benissimo, di sicuro se vado a un concerto dei Bruuno c’è la gente che si ammazza senza mai fermarsi, e trova piacevole farlo con questa musica. E io me ne vado pensando che non è roba per me perché se ci sono io là nel mezzo mi spaccano tutte le ossa. Free download.

Lags, Pilot (To Lose La Track)

I Lags fanno del post core lirico incrociato al math core. Per questo alcune volte si differenziano dal post hc, mettendo giù un po’ di Delta Sleep e Valerian Swing, sempre To Lose La Track.
Coi Lags il mio rapporto d’amore è in fase calante. Appena ho iniziato ad ascoltare il disco mi gasava. Una sera la mia ragazza è entrata in cucina, io li stavo sparando a palla e mi ha chiesto “da quant’è che ascolti musica così dura, topolino?”. Io ho risposto a braccia conserte e gambe larghe “sempre fatto”, senza verbi, un po’ risentito.
Circa un mese dopo, un’ora prima del live che avrei visto, ho comprato il cd al banchetto. Convintissimo. È col live che ha incominciato a passarmi, è lì che la monotonia delle canzoni mi è stata pesante per la prima volta.
I Lags sono sempre sempre grossi, portano avanti sempre la stessa massa, la stessa quantità di suono. Hanno una batteria potentissima, un cantante che è un tenore, una chitarra potentissima e larghissima e fanno uscire un suono enorme. Ma non c’è una sfumatura diversa dalla gigantezza, come nei Bruuno. Di fronte al palco questa cosa mi si è presentata con una chiarezza irreversibile.
Ho ascolato altre volte il cd in macchina, non allo stesso modo ma notando solo quello che non mi piaceva. Non lo ascolto da qualche mese. Non fare come me, ascoltalo adesso.

Majakovich, Elefante (V4V)

Il grosso dei Majakovich è un grosso diverso. Il loro problema, che è ancora più problema in Elefante rispetto a Il primo disco era meglio, è che sono epici. Non è l’epicità dei testi, ma della musica, della scrittura e delle melodie. Ok, certi versi sono pieni di enfasi, un incrocio tra una roba fuck the world, il piangersi addosso e l’aggressività. Però non sono le parole il problema, in fondo ho sentito mille gruppi emo con quel tipo di testi.
Il fatto è che tutte le musiche hanno qualcosa di sensazionale, cioè sono sopra le righe. Le canzoni dei Majakovich sono il risultato dell’unione tra esaltazione dell’emozione emo e Afterhours, dei quali sono stati orgogliosi compagni di viaggio in tour. La musica è impeccabile, potente e minuziosa allo stesso tempo, passaggi precisi in ogni momento. Ma è sempre molto carica, anche nei momenti più melodici (era così anche in Ufo o all’inizio di Colei che ti ingoia – titolo e canzone very very Afterhours – di Il primo disco era meglio) e questo crea un unico flusso di sensazioni, tutte uguali. La voce ha lo stesso problema, molto teatrale, sempre urlata.
L’eccesso rende Elefante un disco sovraesposto, che comunica sempre allo stesso livello, ridondante di vibrazioni che vogliono essere efficaci a tutti i costi.

Ho un problema con questo tipo di musica. Non mi appartiene quel modo di gridare le cose per farsi sentire per forza, perché mi sembra che lo si faccia perché, in fondo, si ha poco altro da dire.

Una domanda a gruppo. L’Italian Party 2016.

maghina 2

La decisione l’ho presa col mio solito piglio deciso, si gliele mando, no non gliele mando, ma dai c’è poco tempo. All’inizio avrei voluto chiedere ai (tantissimi) lettori di neuroni di inviarmi le domande per l’Italian Party, poi le avrei girate a Luca Benni, lui le avrebbe girate ai gruppi, loro avrebbero risposto, forse. Avremmo finito a settembre. In più, non potevo sapere che domande sarebbero arrivate. E neanche quante. Ci voleva un incentivo, un regalo, una compilation, dei disegni, un gabbietto di fichi direttamente a casa. Difficile. Niente, no, non era una buona idea. C’è un articolo su Prismo che parla di farla finita col mito dell’autore. Io lì volevo arrivare. La prossima volta mi sveglio prima. Per questa volta, abbiamo fatto in un altro modo: ho mandato le domande a Luca Benni, lui le ha messe in un gruppo segreto di Facebook, tutti hanno risposto.
Contemporaneamente, si avvicinava il matrimonio di un mio amico, il 6 agosto. Se ne parlava con gli amici, naturalmente abbiamo fatto il gruppo su whatsapp “Addio al celibato di Gino”, il gruppo più inutile della storia, in cui per circa due mesi c’era solo un messaggio: “Dobbiamo decidere cosa fare”, e poi il silenzio. Non avevamo deciso neanche se fare qualcosa. Finchè non è arrivato Diego, aggiunto all’ultimo perché usa solo Telegram lui, ha messo lì un link a una compilation, questa, e ha scritto: “no io volevo dire solo una cosa… il Gino dei tempi d’oro era tutto concerti ballo e stage diving, quindi per me la miglior soluzione è andare tutti all’Italian Party per fargli fare crowd surfing coi Riviera”. Tutti d’accordo, sembra. Non facciamo chissà che agli addiii ai celibati, non siamo molesti, non ci ubriachiamo neanche, l’ultima volta abbiamo mangiato in un ristorante ad Ardiano di Montecudruzzo, poi siamo tornati a valle in un locale a Cesena. Era chiuso. Dove andiamo adesso? A casa. La volta prima eravamo in un ristorante brasiliano. In un ristorante brasiliano. La ballerina ha sgridato lo sposo perché non sapeva ballare, lo sposo si è rifugiato in una ventenne che voleva andare con lui al Rock Island in bici. Dopo un minuto in piedi sul portapacchi è sceso ed è tornato indietro.
Ogni volta che ci capita siamo in difficoltà, prima e durante, andiamo in cresi. Però questa volta addio al celibato all’Italian Party suona bene. Il cuore oltre l’ostacolo. Non so ancora se succederà davvero, l’incertezza ci governa, per ora però ecco le domande ai gruppi che suonano, una per gruppo.

(Delta Sleep)
Dopo la BrExit, ho letto che potrebbero cambiare alcune cose per i gruppi del Regno Unito che vogliono suonare nei paesi dell’UE. Una complicazione potrebbe essere l’aumento del costo di trasporto degli strumenti, o il visto obbligatorio. Sapete qualcosa di più preciso? Fino a che punto per voi queste conseguenze potrebbero rappresentare un problema? 
Grazie Luca! Yes that is a dark consequence of the shitty predicament of our country. But I don’t think those laws will come into action anytime soon. Maybe in a couple of years we’ll start seeing that. But for now… FACIAMO FESTA TUTTO INSIEME BITCHES!!!

(Giona
“Per tutti i giovani tristi” è molto più diretto rispetto ai dischi di L’Amo, che per alcune scelte erano più coraggiosi. Ti ho sempre visto come uno scrittore per niente circoscrivibile. Da questo punto di vista, mi sembra che il disco di Giona prenda un’altra direzione: ha un mondo preciso di riferimento, la new wave punk, ed è quindi più monotono nella scrittura e nel suono. È l’adeguamento a un genere o lo sviluppo dell’esperienza precedente con L’Amo?
Hey, mi hai fatto ragionare su una cosa su cui non mi ero mai soffermato. Credo che alla base della mia musica, della mia grammatica, ci sia la musica con cui sono cresciuto e che alla fine è rimasta. La New Wave/Post-Punk c’è sempre stata, c’è e credo che sempre ci sarà, mentre tutto il resto delle cose a cui m’interessavo fino a un paio d’anni fa, ora, non ci sono più. Insomma, se prima potevo passare da un disco Dark Ambient a uno Screamo, giusto per usare dell’etichette, oggi, piuttosto che cambiare disco, riascolto la discografia dei Vaselines. Forse questa cosa è strettamente connessa all’invecchiare, alla mia minore curiosità per tutto, anche per la musica, che si riflette nella pratica con il riascolto dei miei dischi preferiti in Mono, anziché seguire le nuove uscite. E’ un po’ brutto ammetterselo, ma non sono affascinato né dalla sola sostanza, né dalla sola forma, ma dalla sostanza dalle forme perfette, da quei personaggi che per tutta la vita hanno investigato la stessa sostanza, fino a esprimerla con la forma migliore. Il prossimo disco, soprattutto grazie alla presenza di Michele e di Nasty, ci stiamo lavorando assieme e siamo a un buon punto, sarà meno un blocco granitico di reverberi – che comunque ci saranno! – e più un prisma di melodie Pop. O almeno di quello che noi intendiamo per Pop.

(Dags!)
Associo l’emo a un periodo preciso della mia vita, passato da qualche anno. È come se il vostro disco nuovo guardasse a quel passato come a una stagione finita ma che avete dentro. Suona come l’età adulta del genere, rimanendogli fedele. I testi sembrano indicare una consapevolezza della fine, ma siete totalmente dentro al genere musicale. È plausibile o sono fuori strada?
La risposta è chiaramente nella domanda, e in un certo senso possiamo essere d’accordo, ma è tutto molto meno “calcolato” di come suggerisci tu; fondamentalmente cerchiamo di suonare quello che ci piace, senza dare particolare importanza ai canoni del genere.
Siamo un gruppo piccolo che vive di situazioni piccole, le spinte e le “pressioni” albergano solamente in saletta dove cerchiamo di migliorare di prova in prova con l’obiettivo di spingerci sempre un passo più in là, sia a livello compositivo che sul mappamondo.
Credo sia, di fatto, un approccio sano alla musica in cui si da maggiore rilevanza al piacere di suonare, senza dover a tutti i costi sentire il bisogno di fare un disco di genere con la speranza che venga accettato per questo.
Che il nostro poi sia un disco di genere o meno sta più a voi che a noi giudicarlo, dal nostro punto di vista la cosa bella resta esplorare, inciampare e costruire un po’ alla volta, partendo da punti anche inaspettati attraverso un iter esplorativo e compositivo che si autoalimenta; quello che è certo è che non ci sforzeremo di scostarci da quello che ci viene naturale fare per sentirci o non sentirci dentro a una storia già scritta.

(Labradors)
Adesso, quando ascolto “The Great Maybe”, lo trovo un po’ malinconico. All’inizio non era così, ho cambiato idea ascoltandolo. Come ascoltatore, posso dire che succede. Com’è invece dall’interno? La lettura di una canzone che avete scritto può cambiare nel tempo? Suonarla molte volte dal vivo cambia la prospettiva con cui la interpretate?
Ciao, siamo contenti che hai beccato questo aspetto della nostra musica! Specialmente nel disco nuovo ci sono pezzi che risentendoli fanno scendere la lacrimuccia anche a noi, un pò per le tematiche un pò per l’approccio melodico più malinconico, appunto. Ci capita di avere un sacco di nostalgia risentendo le nostre cose vecchie, per via dei tanti ricordi legati alle canzoni e tutto ciò si riverbera anche nei live. In generale penso che la musica invecchiando si porti dietro una sensazione di affetto e nostalgia come per un vecchio amico. Magari non quella dei Cattle Decapitation, ma non ci giurerei.

(Marnero)
In maggio avete suonato a “Bologna Brucia 2016”, la manifestazione di protesta seguìta allo sgombero dell’Atlantide, chiuso perché dichiarato “fuorilegge” dal sindaco Merola. Il Comune ha interrotto il dialogo all’improvviso e non si è comportato allo stesso modo in situazioni analoghe. Quelli dell’Atlantide, al contrario del Comune, hanno capito che, fallita la mediazione, è necessario trovare nuove strade di occupazione. Bologna ha rieletto lo stesso Sindaco, anche se al ballottaggio. C’era da aspettarselo perché alla gente, in fondo, non interessa o poteva essere un buon motivo per mandarlo a casa? Il fatto che una questione così indicativa del modo sbagliato di gestire il dissenso non abbia portato a niente è più frustrante o fa più incazzare?
Non siamo stupiti di niente, né dai risultati delle elezioni, figuriamoci dal comportamento delle istituzioni. Riguardo alla gestione del cosiddetto “caso Atlantide” è stata palese la non-volontà di prendere una posizione politica da parte dell’amministrazione Merola, che nella sua incapacità di interpretare un fenomeno complesso e vitale come Atlantide ha avuto atteggiamenti contraddittori e ambigui facendo alla fine prevalere la linea legalitaria/securitaria, riducendo il problema a una mera questione di ordine pubblico.
Noi, come individui e come band, siamo nati e cresciuti ad Atlantide e nei centri sociali occupati, e conosciamo bene l’arbitrarietà del confine stabilito fra il “legale” e l'”illegale”. L’illegale è spesso lo spazio in cui si conquista l'”Altrimenti”, una possibilità di fare qualcosa che ci è “necessario”; la legalizzazione di queste esperienze è spesso l’anestetizzazione della possibilità di fare le cose in quel modo (un “Come”). Ed è un po’ il percorso forzato del Punk, che è tale solo quando attua dei ribaltamenti.
Il Bologna Brucia è stato semplicemente l’epifania più clamorosa di questa demenziale miopia/cecità politica: la manifestazione è stata regolarmente autorizzata dalla questura come “manifestazione politica”, ma poi ci hanno denunciato perché abbiamo, guarda un po’, fatto della musica dicendo che era un “festino illegale”. Ed è proprio questo che rivendichiamo: la musica che abbiamo fatto in quella piazza era proprio una cosa politica, e dunque… fare della politica è illegale. Pensare è illegale. Esprimersi è illegale. Quella manifestazione era politica, e infatti i giornali ci hanno pure fatto una settimana di campagna elettorale sopra.
Bologna, con tutte le sue contraddizioni, è passata dall’essere incubatrice di sperimentazioni sociali e fermento creativo sotterraneo, a triste lunapark per erasmus e far west speculativo per i leader del capitalismo dal volto umano: l’idea di progresso del PD perfettamente incarnata dalla sostituzione di McDonald’s con Eataly, fast vs slow food, Farinetti e il suo baffo rassicurante vs la parrucca cotonata di Trump. E questo nuovo sistema prevede anche al suo interno spazi di antagonismo “legale”, autorizzato, per potersi sentire antagonisti mentre si balla in una discoteca alternativa, uguale identica a tutte le altre discoteche per lobotomizzati da schermaglie precoitali. Il trionfo del bispensiero di un mostro politico che sgombera, reprime e soffoca, e trent’anni dopo ti fa pagare il biglietto per una mostra fotografica sul ’77. E probabilmente, nel 2033, ti farà pagare un biglietto anche per una mostra su Atlantide.

(Minnie’s)
L’ultima volta che vi ho visto dal vivo Luca ha parlato della situazione in cui ti trovi quando fai un lavoro durante tutta la settimana e al venerdì sera fai 200 chilometri in macchina per andare a suonare. Non è facile ma lo fai perché è quello che ti tiene in vita. Voi avete una storia lunghissima, e alcuni progetti paralleli, ognuno dei quali (credo) vi soddisfa in modo diverso. Avete mai pensato di trasformare la musica in una professione? Quali aspetti positivi e quali aspetti negativi ci vedreste?
200 hai detto?! Magari… A volte capitano trasferte da 3/400km, di venerdì pomeriggio, con conseguente senso di disorientamento, di colpa e di responsabilità che si mischiano per il ritardo che inevitabilmente rischiamo di accumulare ogni volta e per la voglia di fare le cose per bene.
La fortuna è che quando si mette piede sul furgone è come staccare la spina con il resto del mondo. È un luogo sicuro per noi.
Piano, piano le distanze si assottigliano, il viaggio verso il concerto diventa l’unico pensiero. Perdiamo di vista i cellulari e ascoltiamo la musica, parliamo. Insomma torniamo “umani”.
Non so se trasformare la musica in una professione ci permetterebbe di fare canzoni migliori. Ogni volta che ci penso, mi domando “Perché dovremmo?” Ne abbiamo parlato tante volte in questi anni a dire il vero ma non ci abbiamo mai pensato veramente.
Ricordo ancora il primo tour in Germania, suonavamo di supporto a una punkrock band di Chicago, i Digger. Avevano pubblicato da poco un disco su Hopeless e ci guardavamo dai loro compagni di etichetta come ci si guarda da un nemico. Parliamo di gente come Samiam, Dillinger Four, Guttermouth. Band strepitose, eppure… era come se avere successo fosse l’unica molla che tenesse in piedi il gruppo. Avevano basato tutto il loro futuro su quel disco e su quel tour fatto di concerti in squat e club sui quali ci trovavamo a suonare insieme, quasi per caso. Ricordo la loro tensione nel desiderio di farcela con un po’ di terrore.
Non ho mai smesso di pensare un singolo giorno di fare musica che avesse valore per me e per i miei amici, per le persone a cui teniamo. Questo è quello che conta per noi!

(Riviera)
Siete stati un po’ di tempo senza fare concerti, ora siete tornati. Dall’esterno, questa cosa, quando succede, sottolinea forte il passare del tempo. Alcune volte mi sembra che il tempo che passa sia per forza sinonimo di un cambiamento musicale in corso. Naturalmente, aspetto il nuovo disco. Avete già idee? Musicalmente cambierà qualcosa rispetto a “Riviera”?
Per Riviera tornare significa sempre riprendere in mano qualcosa, una sfida dati i mille problemi logistici, e quando ci sembra di essere di nuovo in pista spesso succede qualcosa. accettiamo ogni cambiamento col sorriso, senza farci prendere del panico. Riviera è da sempre il risultato di quello che ci capita a livello personale, per questo è difficile pianificare qualcosa, vale anche per il discorso musicale. Un po’ di pezzi in cantiere, che rimangono sempre sul genere (che solo gli esperti del settore sanno definire esattamente), noi di base ci siamo, carichi.

(Leute)
A fine maggio è uscito il vostro disco. Ve l’ha prodotto Legno. Com’è nata e come è andata la collaborazione?
Abbiamo incontrato Jacopo e Marco a pranzo dal self service Il Picchio a marzo, perché gli era piaciuto il disco per davvero. Ci hanno detto che avrebbero voluto publicare con Legno per la prima volta un disco che non fosse dei FBYC, ed è stato un onore. Ci siamo trovati benissimo, abbiamo lavorato insieme all’uscita del vinile, alle grafiche e a tutto il resto, continuiamo tuttora a collaborare.

(Lags)
Voi siete di Roma. Il 6 maggio la Questura e il Prefetto hanno imposto la chiusura del Dalverme, associandolo ad attività delinquenziali, per disturbo alla quiete pubblica e perché sarebbe un’attività commerciale mascherata da culturale. Il circolo ha riaperto il 4 giugno. La Questura, interrogata anche dal V Municipio, non ha ancora fornito chiarimenti sulle accuse, infondate, aprendo così un periodo di incertezza che vede il Dalverme imputato in un processo penale. Il lavoro socio-culturale svolto, di natura associativa, e più volte sottoposto a verifiche, superate, non viene minimamente preso in considerazione. Voi cosa pensate della vicenda?
Che dire, la vicenda del Dal Verme è alquanto controversa, apre scenari inquietanti per il nostro territorio e crea dei precedenti pericolosissimi per qualsiasi realtà associativa in Italia (per chi non conoscesse i fatti, invito tutti a farsi una piccola ricerca su Google). Abbiamo cercato anche noi di supportare le iniziative a scopo benefico che sono seguite alla chiusura dello spazio e ci siamo impegnati insieme a Luca Benni ad organizzare un festival To Lose La Track nella capitale chiamato appunto #riapriamoildalverme.
In parte siamo cresciuti umanamente e musicalmente anche fra le 4 mura del Circolo Dal Verme, per cui è stato spontaneo per noi prendere una posizione netta.
Siamo consci che l’appoggio ricevuto da un’intera comunità di musicisti (non soltanto della capitale) abbia comunque messo in luce degli interrogativi importanti e siamo certi che i semi piantati negli ultimi mesi porteranno nuovi e buoni frutti; se così non fosse significa soltanto che dobbiamo fare di più, o che non abbiamo fatto abbastanza

(Shinebox)
Avete suonato in giro per l’Italia, con i Linea 77, quindi anche in situazioni create per un pubblico potenzialmente più ampio rispetto all’Italian Party. Cosa vi piace di più e cosa di meno di entrambe le situazioni?
Ciao e grazie per la domanda. Dobbiamo ammettere che in 9 anni di attività abbiamo raccolto molto più di quanto avessimo mai osato sperare agli inizi. Ci diamo una bella pacca sulle spalle, abbiamo avuto un po’ di fortuna conoscendo persone importanti per il nostro percorso, ma crediamo anche che gran parte dei meriti siano da attribuire alla nostra infinita passione e voglia di crederci sempre.
Esperienze come quella al Groezrock o con i Pianos Become The Teeth ci hanno regalato un sogno, la sensazione di essere parte di una scena enorme che abbiamo sempre seguito, amato e che ci ha ispirati fortemente. La possibilità di suonare in questi contesti e davanti ad un pubblico anche internazionale rappresenta una grande emozione e una grande occasione di crescita ma soprattutto offre la possibilità di far arrivare il proprio messaggio molto più facilmente ad un vasto numero di persone.
Siamo altrettanto fortemente debitori nei confronti dei “piccoli concerti”, sicuramente la stragrande maggioranza delle nostre esperienze. Concerti sudati, a volte arrangiati, ma pur sempre goduti.
Certamente dispiace quando molti sforzi di band e locali vengono vanificati da un pubblico esiguo e distratto, un danno enorme per tutta la scena.
Crediamo che questo Italian Party rappresenti un momento altrettanto bello nel nostro cammino, avendo grande stima sia per Luca e il suo lavoro che per tutte le band con cui avremo la fortuna di dividere il palco.

(Crtvtr)
Raccontatemi un po’ del tour in Europa. E di quello con i Muscle Worship. Come sono andati?
Oh, ho un sacco di confusione nel dividere le date in gruppi quest’anno perché ci abbiamo dato davvero dentro. Molto bene. Il tour europeo è il nostro quarto o quinto, ma sicuramente quello più completo, abbiamo fatto 15 concerti in 16 giorni, di cui due in un giorno solo. Abbiamo registrato un’improvvisazione con l’artista di musica concreta EMERGE che verrà pubblicato dalla sua etichetta Attenuation Circuit, E poi a Brno abbiamo registrato due pezzi live in studio con telecamere da cui trarremo dei video live per una realtà molto interessante che si chiama Black Tone Music, una sorta di youtube radio, che cura molto immagini e suoni. Oltre a questo le date, alcune memorabili come Berlino, Praga, Vienna, Biel o la stessa Brno. In alcuni paesi come la repubblica Ceca siamo tornati spesso e abbiamo un po’ di amici e seguito, più che in certe città Italiane. Ma dopotutto è giusto così, ci piace l’idea di muoverci lungo le maglie di una scena DIY internazionale, dove ci si sente sempre tutti a casa. Idem il tour con i Muscle Worship, con cui abbiamo girato gli Stati Uniti nel 2014: è stata prima di tutto una rimpatriata, la voglia di farli stare a casa nostra e presentargli amici e parenti. Anche se sono un gruppo della stramadonna e uno dei migliori live act che mi sia capitato di vedere. Sono state solo 5 date, ma tutte belle, e abbiamo registrato qualcosa insieme nel nostro studiolo, una sorta di Muscle Worship & Friends, con Pete, Giovanni alla batteria e io a supportare Sean alla chitarra. Anche questo quando sarà finito verrà pubblicato su uno split. Sono partiti da Genova mezz’ora fa, sono ancora coi lacrimoni . In fondo smuovere la gente è la ragione per cui facciamo tutto questo no?

(Urali)
Una volta mi hai scritto che l’interpretazione di un pezzo può essere più complessa di quanto non sia in realtà l’input da cui il pezzo è nato. Bello come punto di vista, sottolinea la distanza tra critica e pratica. Vorresti dirmi di più?
Sarà forse banale dirlo ma l’intenzione dell’atto creativo, se sincera e se potente a livello emotivo, rende superfluo quello di cui parla una canzone. Mi spiego meglio: per creare uno stato d’animo occorre che tu sia il primo a provare qualcosa, ed è questo qualcosa che ti deve spingere a creare. Poi le parole assieme al resto creano una piccola opera che funziona autonomamente, fuori da ogni contesto, tempo e spazio.
Per me è l’unica condizione creativa possibile, diciamo. È anche un limite a volte, perché con la fruizione iper veloce che c’è adesso, avere tempi di scrittura lunghi non è un bene a livello puramente promozionale, ma pazienza. L’input di cui parli è solo il principio, tramite il processo creativo anche l’autore stesso presumo scopra altre sfaccettature di sé, a livello musicale ma anche personale. Insomma questo input (che dev’essere giocoforza innato e spontaneo) va coltivato, accettato, a volte anche rinnegato.
Ed è un iter che poi si ripropone quando il prodotto è finito e arriva all’ascoltatore che se ha orecchie e testa per approfondire parte dalla superficie e poi approfondisce quello che ascolta.

(Baffodoro)
Ho visto che in marzo avete fatto alcune date. È difficile trovare da fare concerti? Per farlo, trovate spesso il supporto di altri gruppi o delle etichette?
A marzo tre belle date concentrate in pochissimi giorni, tra le quali la serata speciale alla Fermata 23 per il compleanno di To Lose La Track. Abbiamo sempre vissuto il live come un momento per aprirci e accrescere il nostro orizzonte… sia dal punto di vista musicale che umano. I concerti, prendendo spunto proprio dalla tua domanda, sono da sempre per noi il canale preferenziale per allacciare nuovi collegamenti, per non restare intrappolati in categorie predefinite, sforzandoci di lavorare per organizzare e condividere… e questo, sì, è difficile, c’è da tenersi costantemente attivi.
Per le date ci siamo sbattuti a fasi alterne, ultimamente (…diciamo pure anche ultimi due o tre anni!) abbiamo inevitabilmente rallentato presi dalle vite private, famiglie che crescono, attività lavorative, la quotidianità insomma… Malgrado questo, tante occasioni si sono presentate da sé, un segnale per noi che molti frutti arrivano anche a distanza di tempo.
Nella scelta delle date un elemento che ha rivestito via via sempre più importanza per noi è la disponibilità di uno spazio adatto per i visuals, che da tempo ormai rappresentano il nostro settimo strumento.
Negli ultimi anni un riferimento importante è stato il Red Noise di Reggio Emilia, che sotto la guida di Olivier Manchion e grazie al contributo di varie band ha portato nuova linfa in territorio emiliano.
Lo sforzo più impegativo è ovviamente quello di allargare il confine, portare i nostri suoni anche a platee geograficamente distanti. Dopo alcuni “microtour” autogestiti negli scorsi anni (Val d’Aosta, già Umbria, Puglia) questa dell’Italian Party è per noi una nuova opportunità, un grazie speciale va quindi a To lose la track, Luca Benni e Anna Migliorati.

(McKenzie)
Siete il gruppo che conosco meno tra quelli che suonano al Festival, a parte i Bennett. Mi raccontate un po’ chi siete?
McKenzie nasce nel 2015 e si compone di membri de icanidisara e DiCose. Registra il primo ep nel giugno 2015 in una casa di fronte al Mar Tirreno e pubblica 100 copie fatte a mano, con la copertina di Pasquale De Sensi e la grafica di Freshinkstain. Nel gennaio 2016 esce EP sotto La Lumaca Dischi e con la supervisione di Black Candy Records. McKenzie disfa il rock degli anni ’90 e lo miscela. Il suono è istintivo e sporco di saletta, i testi (in italiano) non sono proprio leggeri, nei nostri primi brani si parla di dinamiche relazionali che improvvisamente non funzionano più e lasciano con la nera incertezza del “cosa rimane”.

(Tante Anna)
Una domanda per Alessandro Baronciani. Come illustratore, negli anni, la tua platea si è allargata tantissimo. Da questo punto di vista i fumetti, Altro e Tante Anna sono tre progetti paralleli ma con intenzioni, o esiti, differenti. Tante Anna si può considerare il lato più oscuro della tua personalità e quindi quello rimasto più nascosto?
Risposta! Suonare in una band non è uguale a disegnare. Quando disegno sono da solo, non devo andare a prendermi all’aeroporto e so quando sono impegnato in qualche consegna; quindi riesco a gestirmi il lavoro e tutto diventa abbastanza facile. Quando suono, invece, c’è questa cosa magnifica che bisogna incontrarsi e andare d’accordo – in più persone – e anche contemporaneamente. È molto più difficile oggi con gli Altro che vivono ormai da un po’ di anni in tre nazioni differenti. È più semplice, invece, con Thomas con cui suono nei Tante Anna. È un gruppo più scuro e “sporco” degli Altro perché é la somma che fa il suono, l’intenzione e il divertimento. Siamo in più persone a decidere. Quando disegno decido tutto da solo e non è divertente. Quando suoniamo facciamo una cosa complicata, spesso quando facciamo canzoni nuove entrambi cambiamo nota quando è il momento di cambiare nota. Spesso con la nota giusta. Nello stesso momento. Questa “accordo” è eccezionale. Io e Thomas abbiamo iniziato facendo le cover dei gruppi dark che ci piacevano che avevano una batteria elettronica come base. Le cover non venivano mai bene, e allora abbiamo provato con delle basi default a fare delle canzoni nostre e poi ci siamo divertiti a crearne di nuove sperimentando. Entrambi siamo appassionati di musica dark e quando abbiamo iniziato non ci è venuto neanche un dubbio su come dovevano suonare i Tante Anna.

(Bennett)
Chi c’è dei Chambers e chi dei Disquieted By? Che roba fate?
Siamo io (Tommaso) e David dei Disquieted By, Gigi dei Chambers e Ale degli Autumn Leaves Fall In. Che roba facciamo, melodico e pesante.

Gli altri gruppi che non sono nella compilation sono tutti qui: Baffodoro, McKenzie e Tante Anna, a parte i Bennett il cui unico segno di vita in pubblico si trova solo su Neuroni, per il resto non esisteranno fino a domenica 17 luglio, il giorno dell’Italian Party a Umbertide.

Disco Weeek End. Snowed In / Stormed Out, DAGS!

dags

Snowed In / Stormed Out è una delle cose suonate meglio che ho sentito negli ultimi tempi. È proprio un disco in cui gli strumenti vanno giù precisi e funzionano tutti molto bene nel creare armonia. I DAGS! sono morbidi nell’insieme e duri nel dettaglio, danno le sensazioni che davano i Mineral le prime volte che li ascoltavo, con le aperture che mi sbrancavano il petto e le botte di chitarra improvvise (Dance today, dance tomorrow, why not the day after), oppure i Crash of Rhinos e i Cap’n Jazz. Ma hanno anche altre cose, nella voce c’è qualcosa di art rock, qualcosa al confine tra radiohead e jeff buckley, pueblo peolple, three lakes, giardini di mirò (For instance does any of those “I” I put in a sentence make me look like an egotistical prick?) e vorrei dire anche Muse. Snowed In / Stormed Out ha un suono più definito rispetto a S/T, con un momento di stop percussioni e pianoforte (Why is there a “B” in the word “debt”?) e alcune canzoni che mi hanno fatto venire in mente i Riviera, per la delicatezza e la precisione di alcuni passaggi batteria basso e chitarra. Nei Dags! di Snowed i suoni sono più distinti. Nei Riviera sono più indefiniti e la sensazione è diversa: c’è sempre la roba scritta e detta con lo stomaco ma non ci sono i momenti di distacco.

Dei Dags! ho anche il poster in casa. Una volta conoscevo il re dei poster musicali. Era uno che abitava vicino a casa mia. Non lo vedo da anni ma una volta mi chiedeva sempre: “Che cos’è questo disco per te, così adesso, su due piedi, domani puoi cambiare, ma adesso?”.

Please let this train depart, before the feelings can catch up with me” (Chega de saudade)

Quando eravamo emo eravamo anche più giovani e ci piaceva lasciarci andare ai pensieri, alle note delle canzoni, alle sensazioni che suscitavano. Eravamo emo perché ci piaceva ascoltare quel suono e perché da quel suono ci rendevamo conto di alcune cose di noi. Anche oggi siamo emo, ci piace sempre molto quel suono, ma siamo più grandi e consapevoli che quello succede in noi all’ascolto di quel suono è una cosa a cui non possiamo lasciarci andare più di tanto o a cui non possiamo pensare tutto il giorno, perché c’è altro che dobbiamo fare. Questo disco suona così, come la trasposizione musicale di questo stato delle cose. A volte prende una direzione ed è più aggressivo (I Would Love To Send All Those Shitheads Wearing Camo To The Actual Army), a volte un’altra ed è rallentato (We all like theories, let’s not make anything ever happen) ed è come sentire insieme 1) la fine della possibilità di lasciarsi andare completamente al suono di una canzone 2) la consapevolezza bella e rassicurante che in realtà lo vorremmo ancora fare. Non sempre c’è la certezza che lo faremo, ma il pensiero di volerlo significa che abbiamo ancora voglia. E questo è un ottimo punto di partenza.
Un mio amico, che per me è l’emo, una volta era un tipo molto sentimentale. Ora ha un lavoro impegnativo, una figlia, una famiglia e non può più permettersi quell’atteggiamento nei confronti degli altri, ma a volte vorrebbe. Ascolta ancora questa musica e quando sente le note di uno dei gruppi con cui ha trascorso molte ore della sua vita precedente se lo guardi negli occhi vedi proprio che è ancora tutto lì dentro. Ascoltare Snowed In / Stormed Out dei DAGS! è come guardare quel mio amico negli occhi, fissare la realtà e la personalità separate ma entrambe possibili e necessarie, con una bellezza che è data proprio dal fatto che convivono così serenamente. È la stessa che ho trovato in questo testo dei DAGS! che prima dice “You poked my head with that finger, I know, I know you so well I could see right through your skin, to your fingertips, water erodes my heartwhy am I feeling so awkward towards anything” poi dice “anything means nothing to me“. Le due affermazioni hanno significati opposti ma vivono insieme: sentire un sacco le cose e non sentire niente, il segreto per vivere bene, mantenendo in vita le passioni che ti porti dietro da molto, quelle vere che hai sottopelle, tenerle lì per farle uscire appena puoi, e fare anche quello che devi fare.

Ma c’è un altro passo che Snowed In / Stormed Out riesce a fare: illustrare quei momenti in cui non tutto gira alla perfezione e si fa a botte con i “feelings” e/o li si lascia vincere (“The fear of being alone, the fear of being unknown, the fear of being loathed for all those fears“). In quei momenti siamo al di là della linea di confine, verso gli anni passati, più lontani da quelli presenti. Ma sono solo istanti di passaggio.

Ecco cos’è questo disco per me adesso che c’è il sole, poi magari domani piove e torno emo e vado di nuovo alla deriva.

bandcamp dei DAGS!