Aiuto non ho il titolo ma è sul concerto di FLOHIO

Penultimo live del Beaches Brew: Flohio e il suo DJ. Lui è schizzato fuori per primo dalle quinte, con gli occhiali da sole, una t-shirt nera e calzoni corti militari. Abbastanza tamarro. Lei è arrivata sotto alla tettoia che sorrideva e che io neanche me ne sono accorto. Cioè, è entrato prima il suo sorriso poi lei. Ha iniziato a rappare subito, tre secondi dopo. Piano piano ha iniziato anche a ballare. Il suo modo di muoversi era sempre in crescendo: all’inizio della canzone era easy, poi diventava una specie di ragno che salta, un po’ sgraziata ma attraente, nel senso che guardarla era bello. Più il concerto proseguiva più mi rendevo conto che l’ingrandirsi del suo sorriso era direttamente proporzionale all’incattivirsi del suo flow. Cattivissimo flow e grandissimo sorriso hanno cortocircuitato con Watch Out, un climax che io pensavo fosse già arrivato con la canzone precedente, per dire com’è cresciuta la tracklist. A sinistra del palco c’era un orologio, con il conto alla rovescia dei minuti che mancavano alla conclusione. Ingombrante, stimolante, portava sempre più vicina la fine ma trascinava sempre più in alto gli ormoni dei bassi, che sono quelli che ti si piantano nello stomaco durante un concerto e fanno l’effetto di una pizza fatta lievitare troppo velocemente. Crescono. Il concerto di Flohio in effetti è stato così. Il modo in cui è uscita dal retro del palco e ha iniziato a sparare le rime subito, all’improvviso, ha avuto quell’effetto lì. Prima di vederla nel programma del festival non sapevo chi fosse, poi è spuntata sul palco e ha fatto un macello, in senso positivo. Come la pizza fatta lievitare poco, cotta e mangiata, magari lì per lì è buonissima, poi ti si pianta e non sai che fare per uscirne. Non per forza la cosa è negativa, perché quel senso di pienezza è piacevole, ti manda in un super relax da sballo. Ma ti manda anche in super sbattimento perché ti passa faticosamente. In questi giorni ho ascoltato a ripetizione Flohio, quello che si trova mi piace ma ha qualcosa che non arrivo a capire, che mi spinge a riascoltare, e non so che fare per uscirne. Solo riascoltare. È frustrante, ma anche appagante, come quando mangi una pizza lievitata poco, appunto. Una cosa che ho notato ascoltando la roba in streaming è che è tutto diverso dal live, più contenuto nelle distorsioni dei suoni e nella carica propulsiva. Il live è stato propulsivissimo. Il DJ a un certo punto si è tolto la maglietta, è scappato dalla prigione della consolle, è piombato sul fronte del palco e ne ha riempito tutti gli spazi vuoti coi muscoli. Poi è salito sulla transenna, di fronte a me, per fare Watch Out. E lì, da che pompava con le braccia e urlava nel microfono, sembrava stesse gonfiando una mega camera d’aria. Il pubblico era sul pezzo, trascinato completamente da quella macchina da bassi. Watch Out con quel muro davanti era una contraddizione in termini: non vedevo niente. Dietro di me, dal pogo dei giovani (=senza paura), a un certo punto ho sentito arrivare un’onda: due ragazze che volevano a tutti i costi attaccarsi alla transenna. Ho perso il contatto con la prima linea, smadonnato, mi sono sistemato a ruota col broncio ma ho raggiunto una visuale migliore, devo ammetterlo. Una delle due ragazze era particolarmente carica, credo sbronza. Watch Out stava già montando da un po’, aveva già spinto sul pedale della ripetitività, era già al quindicesimo ritornello identico ai primi 14, quando la ragazza carica non c’ha più visto e ha cominciato ad accarezzare il petto e pure il pacco del DJ, che ha continuato a fare il suo lavoro, freddo come un mega amplificatore d’acciaio. Mentre lui tirava all’inverosimile la muscolatura e lei gli piantava le unghie nell’addome, Flohio era dall’altra parte della transenna e dirigeva tutta l’orchestra: uno dei migliori scorci del Beaches Brew di sempre: portava il microfono alla bocca, vomitava qualche parola perfetta, allontanava il microfono, sorrideva. E daccapo. Aveva tutto sotto controllo, anche la vampira alla transenna. Con le basi sui denti, la versione dal vivo di Watch Out ha goduto di tutto questo ed è uscita fuori diversissima da quella che si ascolta su Youtube, o Spotify. Flohio rappa sempre in modo regolare e ripetitivo ma in bilico tra il perdere il tempo e tenerlo, perché arriva a dire mille parole in un nanosecondo. Le comprime. È sempre un po’ disturbante nei suoni che sceglie, per niente scontata nei ritmi e nelle basi. Ma dal vivo è stata molto più rough, aiutata anche dal DJ che ha fatto un gran lavoro dietro alla consolle, ma anche davanti.

Io intanto mi distruggevo le Vans. Ho dato due lippe nella transenna (dolore sempre vivo). Due, non di più, ma ben assestate, e la plastica davanti ha ceduto. Quando Flohio (che non si dice floyo ma fl-ohio, come l’Ohio, anche se lei è nigeriana, trasferita a Londra) ha detto “Abbiamo ancora 4 minuti” guardando l’orologione, anche i più giovani e sfrittellati dal pogo hanno trovato il fiato per protestare perché mancava troppo poco. Flohio è una da spezzare le gambe anche ai giovani, una che arriva sul palco come un lampo e amalgama in un attimo la forza fisica arrogante di un omone grandissimo alla propria, che è esile e travolgente. Lui ci mette il grugno, lei il controllo e il sorriso. Due Master of Ceremony all’attacco sotto rete e la folla è montata come si deve e più incline alla violenza. Tutti i ragazzi erano ai loro piedi come in un rito di Kalima (io non li avevo più, i piedi, ma per il resto ero come i ragazzi, da osservatore). Ancora giovani che hanno voglia di farsi male ai concerti. Bene.

Io, dopo, come molti altri, mi sono mosso in direzione palco sulla spiaggia, per vedere Jlin, celebrale, una sorpresa continua, immobile, anche perché è imballabile. Rispetto a Flohio, l’opposto. Comunque, alla fine del set di Flohio, la vampira e il DJ si sono abbracciati. Violence, but also love.

Ma da quant’è che adori il male assoluto? Big Cream, Rust

Big Cream.
Un nome che ti fa venire voglia di sbrucolarti nel gelato, in una vasca grande come quella nuvola spumosissima che hai visto ieri. È un’immagine poetica, troppo. Quindi meglio farsi venire in mente subito un’altra cosa. Le caramelle. Quelle di gelatina, con lo zucchero sopra, anche loro sono cremose. Le migliori sono le Leone (dal 1857). Pucciolotte che ogni volta che ne vedo una la contemplo pensando la mangio o non la mangio? È più bella, più gustosa, ma dentro è malvagia e nasconde un’ombra scura più di tutte le altre caramelle del mondo: l’iperglicemia. Per questo, è praticamente irresistibile: il fascino del male.

Cummenna avvocato del diavolo
Quando ho scoperto di adorare il male assoluto? Più o meno alle medie, quando tutto quello che mi piaceva era considerato inferiore, spazzatura, dai miei compagnucci. L’apice lo si raggiunse all’università, quando un ingegnere del cazzo amico di un mio compagno di appartamento mi chiamava sempre “altevnativo” (aveva la r moscia da cummenna) e lo diceva guardandomi con lo stesso disprezzo e la stessa rabbia con cui si guarda una roba proprio così diversa da non poterla accettare, come se fosse il male assoluto. In quel periodo ho scoperto che mi piace il male.

No way out
Fortuna che qualche amico con i miei stessi gusti l’avevo. Per un po’ di tempo, ho trascorso periodi sereni adorando il male, compravo dischi, andavo ai concerti, ne parlavo con i miei fviends. Poi un momento di oblìo, in cui iniziamo a diventare grandi, a nessuno pare freghi più un cazzo di quella musica, eccetera. Lo accetti di buon grado, ognuno fa le proprie scelte, respect, tanto che ci caschi anche tu. Per fortuna per un poco tempo. Dopodiché, più avanti, arriva il revival anni ’90 e tutti inziano a imitare, ascoltare, vestirsi come la musica del decennio in cui eri altevnativo. Che quindi è musica vecchia. Come ci sono i revival anni 60, 70 e 80, arrivano quelli dei 90, è giunto il momento, sono passati i vent’anni che servono per ‘ste cose. Sei fottuto. Sei come tuo zio che 20 anni fa ti menava la uallara coi Rolling miglior gruppo dell’universo, “altro che la roba che esce adesso”. Perché nel frattempo è uscita altra roba, gli stili si sono evoluti, ora sono altre le cose che piacciono ai giovani. C’è l’elettronica che ha fatto passi da gigante, e l’hip hop pure. La musica che ti piaceva una volta e ti piace ancora è roba da vecchi, ad alcuni piace, si, ma per altri è da buttare nel cestino e dimenticare, è ciò che non ti permette evolvere, è il male. E ci risiamo.

Tu che sei diverso
Poi invece è curioso che alcuni gruppi giovani siano così ingarriti con quella musica che si mettano a farla. È diverso da quello che era successo con l’hard rock o con la musica degli anni 60, per dire, almeno nella mia zona. Abito nella Valle del Rubicone, il posto in cui la maggior parte dei giovani ascolta cose cinghione tipo Creedence Clearwater Revival, Jethro Tull, Van Der Graaf Generator o anche non riccardone ma che riescono a esserlo lo stesso, tipo i Doors eccetera. C’è stato un periodo, negli anni 90 e anche nei 2000 in cui c’erano un sacco di cover band di quella roba. O comunque la gente che suonava la faceva smenando un casino sulla tecnica. Non ho mai condiviso l’amore per la stra-tecnica, mi toglie proprio tutta la poesia. Performing (e un album a scelta tra The Wall, Aqualung o L.A. Woman o non so che altro) in its enterity campeggiava in eterno sulle locandive. Quei ragazzi che lo facevano provavano un gusto incredibile nel replicare alla perfezione quei modelli, forse perché essendo i modelli grandi méntori della tecnica ti facevano sentire un po’ come a scuola, loro sulla cattedra, tu sotto. I ragazzi che adesso fanno l’indie rock (fuori dalla mia Valle) hanno dei modelli ma non li replicano, è difficile trovare una cover band dei Dinosaur Jr o dei Silkorm o dei Nirvana. Se scherzi su J Mascis con loro hai le stesse probabilità di essere preso a calci che se scherzi su Jim Morrison con gli altri regaz della Valle del Rubicone, ma l’atteggiamento strumenti alla mano è diverso. C’è più fantasia e personalità. Niente è stucchevole, in adorazione, c’è forza di volontà nel superare il mood fotocopiatrice. No vintage approach.

Ci stanno dentro
Mt. Zuma, per esempio, sono un gruppo i cui riferimenti sono chiari e dichiarati ma non ricalcati. La stessa cosa vale per i Big Cream, che tra l’altro hanno fatto uscire il 18 maggio il nuovo disco, Rust. Un altro tassello a favore della loro personalità e della non-copia-incollatura delle canzoni, è il fatto che in questo disco abbiano modificato il loro suono. Io vedo ancora in giro gente sul palco vestita con i calzoni di pitone che urla Light My Fire in un microfono qui da noi eh, e quindi sarò particolarmente sfortunato, ma i Big Cream hanno rimaneggiato la formazione (il vecchio chitarrista se n’è andato e l’ex batterista è diventato chitarrista, con un tiro da paura tra l’altro) e questo li ha spinti ad abbandonare quel velo di shoegaze (ma proprio un velino eh) che avevano, ad allontanarsi dai vecchi ascolti (emo) e a buttarsi senza paracadute su Dinosaur Jr, Silkworm eccetera. Non si sono accontentati di questo però. Come non sentire quel suono più in-uterino che prima non c’era. Via i pensieri, vendicano l’indie rock da tutte le discussioni, i pippoloni sulla retromania e sulla necessità di liberarsene. Non c’è bisogno di libersene, è divertente. Poi io a casa per i cazzi miei mi posso pure ascoltare Jlin. Freedom. Ma lasciamoci anche andare all’automazione, troviamo quello che di robotico c’è in noi, meccanizziamoci, usiamo la coazione a ripetere nella vita, riprendiamo il passato e rimettiamolo sul piatto (però non come fanno i fricchettoni). Che parta la riconciliazione con l’indie rock più sfacciato e più soddisfacente, ci sono gruppi che lo fanno anche adesso e gli stanno dando nuova linfa vitale. La nostra automazione è la loro creatività.

E scopriamo anche il fascino dell’ascoltare questi pezzi di passato dentro a questo flusso digitale di informazioni che una volta non esisteva ma che adesso regna, detto anche streaming. Due epoche che s’incontrano nel mondo che amiamo a dismisura, che frequentiamo ogni giorno (il UEB), e stanno bene insieme. Dev’essere un segno del destino. Sono così perfette insieme che non lo si può ignorare, e non posso ignorare una e neanche l’altra. Abbandoniamoci alla fusione. Godiamoci questi pezzi di passato mai terminato schizzati dentro all’UEB, che continua e continuerà ad essere il nostro futuro, interpretati dai giovani che ci stanno dentro, rotoliamoci dentro alla crema e godiamoci il corto circuito. I Big Cream sono così dentro al mondo e al tempo che hanno fatto uscire il disco in cassettina e anche su spotify, perché appartengono a entrambe le epoche e le fanno convivere. Sono come viaggiatori del tempo che fanno la musica, la congelano, la portano con sé nel viaggio nel passato, la risuonano, la ricongelano, la riportano nel presente, riscontrano qualche differenza di device, la riadattano e si riparte. Solo quando tutto è deciso, il disco è pronto: Rust. L’astronave della copertina è la loro DeLorean.

Pogability
Rust è potente, sin dall’inizio. È un’energia dentro al passato ma anche fuori. Non c’è altra canzone con cui si possa immaginare meglio un pogo di Cannon Fuse. Un po’ meno gancio ce l’ha Ruins, ma rimane sempre alto il livello della pogabilità. Poi, con Desert Evening, una canzone di Neil Young con lo scazzo sfacciato e provocatorio del solito Cobain, precipitiamo al livello zero. È una bellissima e depressiva canzone con un vago retrogusto di Alice in Chains. Sembra che i Big Cream siano caduti nella noia della provincia americana e abbiano trovato il canale giusto per tirarla fuori. Ma loro sono di Zola Predosa: la testimonianza del fatto che tutto il mondo è paese. Qual è la storia di questi tre ragazzi? Vivono vite più o meno serene, almeno credo, ma trovano il modo di cacciare delle note così ad altissimo tasso di pessimismo e fastidio, a testimonianza del fatto che non è come vivi ma come la vivi. White Witch un po’ si riprende, le due chitarre qui si divertono più del solito. Rust è un disco in cui di intrecci belli tra basso e chitarre ce ne sono. Se li vedrete dal vivo, noterete in particolare quanto ci dà il chitarrista. La pogabilità torna elevatissima con Peanuts, che è una di quelle canzoni in cui all’inizio ti vedi già col dito alzato sotto al palco, e improvvisamente sei capovolto, hai i piedi in su. Poi, torna la lentezza di Desert Evening. In questo senso, in Rust ci sono passaggi che non prevedesti neanche col siero del futuro. Peanuts risale la china gradualmente e alla fine ti trovi ancora coi piedi in aria. Non poteva mancare la ballata in stile finta-ballata, Hawaiian Snow: facciamo una pausa ma non troppo, han detto. Qui il basso con la sua lentezza infinita sbranca tutto proprio come quando registravi le tue canzoni in cantina tempi fa. Si chiama Stile. Quanto avremmo immaginato che potesse venire fuori dal batterista un campanaccio? Zero. E invece succede subito, in Golden Scissors, che per il resto ha la stessa presabene di Endless Nameless ma è incredibilmente blues. Non abbiamo tempo per farci prendere malissimo, questi sono tempi in cui non è che puoi stare lì a. Let’s pop con Little Check. Han detto: tutto bene, ripigliati. Poga un po’. Il cielo si apre nel gran finale con Gatlin, in cui la pogability torna a livelli stellari.

C’è bisogno che questi ragazzi si allontanino dai modelli per esprimere completamente se stessi? Sicuramente si, più avanti magari, per ora hanno voglia di e sono bravissimi a suonare questo: il male assoluto. È un male aggiornato, attraente, ancora più irresistibile delle caramelle Leone, che mantengono pur sempre quell’aria un po’ vintage, esattamente come i Doors. E a me l’aria vintage mi fa cagare, capito?

Ascolta Rust >>> bandcamp

Brrr eeders: qualche riga per All Nerve

Qui dove hanno detto oh facciamoci una foto davanti alle macerie: simbolica!

All nerve delle Breeders è un disco delle Breeders. Se la musica, come arte, deve proporre cose nuove, che non si conoscono e non piacciono già, ed essere un po’ coraggiosa, All nerve è out. Ascoltare cose, però, non ha il solo obiettivo di soddisfare il desiderio di trovare cose nuove, ma anche quello di trovare intelligenza. Non c’è una regola unica. Le Breeders danno una soddisfazione superiore al desiderio di avanzamento e sviluppo per forza richiesto alla musica in questo momento. Fanno riferimento al passato, vengono da lì, e la loro interpretazione non ha la possibilità di lasciare frutti che si sviluppino diversamente e in modo dirompente adesso o in futuro, perché l’hanno già fatto in passato. Riferimenti sconosciuti, suoni provenienti dalla testa mai indagata prima d’ora dell’autore, ritmi che boh non sai neanche perchè: sono queste le caratteristiche di una musica che sarebbe sorprendente, di per se stessa. Poi c’è tutto il resto, che negli ultimi anni sembra essere diventato molto importante: il desiderio di avere cose sempre nuove, il marketing che a un disco poco interessante serve per diventare interessante, le sparate su Facebook che dipingono un disco che non lo è come un capolavoro per attirare l’attenzione su se stessi (e non sul disco) a costo di dire una stronzata, l’hype che si crea grazie a queste cose, la singola persona al servizio del prodotto e a 90 gradi davanti al flame d’effetto, possibilità di approfondimento che vanno a puttane, tutta creatività usata male. La superficialità opprimente di queste cose ha un lato positivo: ti spinge a cercare cose migliori. Un album come All Nerve ha senso di esistere per farmi tornare alla mente che la novità per forza è una sorta di espressione del capitalismo che chiede di continuo un cambiamento per essere al passo coi tempi, nei luoghi di lavoro come nell’ascolto della musica. Perchè All Nerve è un disco realizzato con intelligenza e personalità: al di là del fatto che la band sia ritornata dopo 10 anni, con la formazione originale, è più importante che dentro ci siano delle idee e che si senta la voglia di fare un disco. Se fosse solo stato un ritorno, svogliato e vuoto, non avrebbe avuto senso. La pervasività delle altre cose, la facilità con cui si parla di capolavoro per l’hip hop o la trap perchè adesso sono quelli che FANNO, è un’occasione per la musica rock di fare le cose meglio. La crisi delle chitarre va trattata come hanno fatto le Breeders, come lo stimolo a scrivere canzoni facendo autocritica su ogni passaggio e chiedendosi sempre se vale la pena incidere quella cosa oppure se è il caso di cercarne un’altra. Può essere buona la prima idea, ma anche no. Questo impegno è più importante adesso rispetto a sempre. Se ogni cosa che oggi FUNZIONA, da una canzone che scatena un putiferio di hype a un post su instagram o Facebook che si becca otto milioni di like in tre minuti, è basata su una visione superficiale, bisogna fare il contrario ma bisogna farlo non per fare il contrario di una cosa che non condividi o come se tu non esistessi se quella cosa non esistesse (come il PD con Berlusconi negli anni passati, per dire), ma con la testa. Oltre che col cuore, naturalmente. All Nerve è fatto in questo modo. È un disco irregolare, a volte esaltante, a volte scostante, con un ritmo pazzesco e poi il vuoto, ma in ogni momento si avverte la consapevolezza delle scelte. È un disco delle Breeders, stile Breeders, già erano uniche 15 anni fa, adesso hanno sì ripreso quell’unicità, ma c’hanno ragionato su. È un disco diverso da tutto quello che puoi ascoltare in giro, il che è una cosa speciale sia nel panorama rock sia in quello hip hop e trap. In cui molti artisti – quelli che seguono la corrente e quindi quelli che diventano oggetto della maggior parte dei commenti: e tra i commentatori c’è, da un lato, chi dice che schifo solo dopo un po’ che alcuni hanno detto che bello, dall’altro chi dice capolavoro perchè ha fatto il giro di boa della notorietà e adesso può dire che le stronzate sono un capolavoro, dall’altro chi tenta di ragionarci su – tra e hip hop in cui molti artisti, dicevo, scrivono le stesse canzoni, sia in Italia sia in America. In questo senso, un disco come All Nerve può dare delle soddisfazioni enormi (che sono più di un piccolo barlume*), perchè non è solo un “ritorno” ma ti ritaglia un buco di felicità in un orizzonte in cui superficialità, appiattimento e UGUAGLIEZZA sembrano disegnare l’unico skyline possibile e accettato.

Tempo fa avevo scritto un gippone su The Breeders.


*La stessa opprimente pervasività della Trap significa che persino il più piccolo barlume di una possibile alternativa musicale può produrre effetti sproporzionalmente grandi. L’evento più minuscolo può ritagliare un buco nela grigia cortina della reazione che ha segnato l’orizzonte delle possibilità sotto la musica Trap” (Mark Fisher, Realismo capitalista)

Al diavolo il concertone

“Saremo sempre grunge” è quello che un mio amico mi disse al Bar Primavera di fronte a un bicchiere di vodka alla menta, vestito con una camicia rossa a scacchi neri (flanellata) e i calzoni ascellari rotti sulle ginocchia. Come uno col pigiama al bar, praticamente. E io dicevo si si, sicuro. Una mera osservazione estetica, la sua, perché gliene fregava poco della musica, forse solo dei Nirvana, ma come tutti in quel momento. Io invece ero un po’ più invasato. E per quanto fossi invasato allora, adesso i Pearl Jam non è che mi piacciano più così tanto, per dire. Adesso, quel mio amico fa una cosa come il personal trainer in palestra e di vero lavoro il commercialista, io ormai mi metto le camicie a righe sottili e le converse a forma di sneakers, quindi un sacco di cose sono cambiate. Però, se qualcuno c’avesse detto “non sarete sempre grunge” dandoci un buffetto per sottolineare la nostra naivité, avremmo risposto ma che cazzo dici, barista non dargli la vodka alla menta, non è uno di noi!

Nei giorni scorsi c’è stata la discussione del post-concertone del Primo Paggio. Fallimento totale, perché la nostra stampa grande, i grandi giornali, si sono scagliati, hanno detto che schifo, tripudio di parolacce e vestiti di merda, musica brutta. Fatto sta che, come hanno sottolineato i siti minori, quella è la musica che va adesso, che piace ai giovani: è stato il miglior concerto del primo maggio degli ultimi ics anni, ha addirittura detto qualcuno. Ma l’argomentazione che ha avuto la meglio è che quella musica è merda ed era meglio quando c’erano i gruppi politici, meglio quando si cantava Bella Ciao, perché è il concerto del Primo Maggio! Argomentazione sbagliata, ma passata più forte di tutte le altre, perché ha raggiunto più persone di tutte.
Quest’anno c’è stata differenza tra messaggio e musica. Il messaggio, sui diritti del lavoro eccetera, deve arrivare prima di tutto a chi quei diritti li crea (gli adulti, i datori di lavoro, i politici, che riveste un ruolo di responsabilità in un’azienda o nel paese) poi a chi ne usufruisce (i giovani, chi cerca lavoro) perché se nessuno li crea e li impone, è più difficile usufruirne o anche solo pretenderli. La musica dovrebbe essere un veicolo del messaggio, e quindi ha il suo stesso target. Di conseguenza era più giusto scegliere i soliti gruppi e non quelli che ascoltano i giovani, come si è sempre fatto. Ma a cosa è servito negli anni e a cosa serve il concertone in relazione al diritto del lavoro? A niente, è una manifestazione e basta, non ha mai avuto conseguenze sulla realtà. Se dovessimo considerare solo questo elemento, si potrebbe anche smettere di farlo. Però è simbolico, c’è la musica e ogni anno ci va un sacco di gente per vedere i concerti e sull’onda dell’entusiasmo di un messaggio inascoltato. Quindi facciamolo. Sono d’accordo. E visto che chi dovrebbe recepire il messaggio né lo recepisce né tanto meno lo mette in pratica, è inutile che la musica sia per loro: è stato giusto quest’anno fare concerti per i giovani, che chissà che non si riesca a comunicare con loro a partire dai Rolex di Sfera Ebbasta. La scarsa presa del messaggio trasmesso in modo tradizionale (coi proclami dei presentatori e le scritte grandi e scenografiche) è dimostrata dal fatto che, dopo qualche ora, la discussione sui diritti e sul rapporto musica-giovani-lavoro è andata in vacca ed è partita la polemica sui colori (accostamenti sbagliati!) e sul costo (eccessivo per il contesto!) della maglia di Ambra. Che ha risposto che quella maglia forse gliel’hanno prestata e che, in compenso, indossava mutande che costano pochissimo. Il che è bastato per zittire tutti. Vabè. Naturalmente un bell’articolone interessantissimo su questa cosa l’ha pubblicato il Fatto Quotidiano.
A proposito di musica e dell’altro presentatore, a me Lodo Guenzi non fa neanche ridere, le sue parolacce le dicevamo nella mia cantina quando facevamo le gare di rutti, Sfera Ebbasta non mi piace ma non trovo motivo per contestare la sua musica, il suo TURPILOQUIO (ricordo che c’è gente come La Zanzara o Giletti che le parolacce le dicono tutti i giorni in radio o TV) e il suo modo di vestire. Cosa pensavano di noi gli adulti quando eravamo vestiti come dei boscaioli in pigiama? Che eravamo messi da ridere. E adesso mia mamma ha regalato un paio di jeans rotti con il cavallo alto a mia cugina e sono mesi che tenta di rifilarne un paio anche a me (non col cavallo alto) ma io non li voglio. Si vergognava di come andavo conciato in giro, mia mamma, una volta. Però adesso quel modo di vestire va di moda, quindi ok. Le mode cambiano e anche noi cambiamo, però in quel momento non lo sappiamo che cambieremo. Quindi non è detto che sia così ma chi è in fotta di Sfera Ebbasta adesso pensa che lo sarà per sempre. È il bello della fotta musicale, ti circonda, ti conquista. Quegli INCOSCIENTI che adesso ascoltano Drefgold e Young Signorino forse cambieranno, ma adesso non lo sanno. Oppure non cresceranno, e raggiungeranno la maturità con le stesse convinzioni, ma va bene, tutto deve esistere e convivere. Inutile far loro qualsiasi tipo di discorso, lasciamoli in pace, perché li dobbiamo stressate, si stanno forse drogando? È come quando i genitori vogliono costringere i figli piccoli ad ascoltare la musica giusta. Ma lasciate che si godano Frozen!

E la trap è il nuovo punk perché dà fastidio ai vecchi. Può darsi, considerando le reazioni che ha suscitato, è vero. Bello così. Però bisogna anche dire che molti hanno identificato la musica indie italiana con quella che è passata al Concertone e quindi (ancora) l’indie non esiste più. Ma non è così. Solo negli ultimi mesi è uscito il disco dei Labradors che bomba i muri, il 18 maggio uscirà [il disco di Stephen Malkmus & the Jicks e quello dei] il disco dei Big Cream che sono i giovani più esplosivi del mondo, le etichette indipendenti continuano a macinare dischi su dischi. Si tratta di una nicchia della nicchia ma chissenefrega, quando mai questa musica ha DOVUTO farcela? Mai. La musica indipendente in Italia sta benissimo e sta dove deve stare, a fare quello che gli altri non hanno il coraggio e la capacità di fare, a suonare con la fantasia e il cuore in mano, a girare il paese e farsi i chilometri di concerti. Quelle sono le realtà indipendenti e frasi tipo l’indie italiano non esiste perché Calcutta è famoso e anche tutti gli altri che lo clonano sono fake news. Chi ci crede è meglio che giri al largo, e ascolti quello che vuole, ma non faccia considerazioni senza essere informato.

Molte delle cose che vanno di moda adesso da un lato, la trap principalmente, e l’indie rock italiano, che esiste ancora, dall’altro, sono dirette emanazioni degli Stati Uniti, i loro modelli sono là. Quindi la trap e l’indie rock hanno questa cosa grossa in comune. E in qualche modo è bello che ci sia un riferimento a un unico paese e alle sue culture interne, diverse tra loro. Da questo punto di vista dimostriamo di essere in grado di recepire la diversità. Ce ne appropriamo, non per deriderla ma perché ci piace e creiamo qualcosa di nostro. Gli Stati Uniti (musicalmente) diventano un punto di riferimento, lo sono e basta, da un sacco di tempo. E per esempio il fatto che il disco di Stephen Malkmus & the Jicks e quello dei Big Cream escano lo stesso giorno mi fa respirare grande, con prospettive che vanno al di là dei confini segnati da questi nomi di paesi che è come se non esistessero più. Mi fa pensare che la musica indipendente italiana (che non esiste più?) sia su un campo internazionale, giochi accanto all’indie rock americano (degli anni 90 e di adesso), sia lì, con quella voglia di inventare. Tra l’altro, a suonare nei gruppi italiani non sono solo quarantenni barbosi ma anche giovanissimi, che trovano ispirazione in modelli che magari non sono stati inventati ieri ma dimostrano di essere ancora in grado di comunicare forte.
Allo stesso modo, a proposito di modelli americani che comunicano cose, niente mi può far smettere di pensare che i due Rolex di Sfera Ebbasta siano la replica del lusso dei rapper neri americani che mostravano ai bianchi di aver ottenuto quelle cose prendendo l’iniziativa, senza aspettare che qualcuno gli desse il permesso. Lavorando. Al Primo Maggio Sfera Ebbasta vestito così ci stava benissimo e mostrava ai giovani un modo di fare le cose, più di qualsiasi altra Bella Ciao. Magari la sua prospettiva è diventare come 50 Cent, che sta cercando di rimediare alla bancarotta. Magari no. Una vita aspetta Sfera Ebbasta e spero che non la trascorra in vacanza ma facendo un sacco di cose, che cambi, oppure no, che cambi chi l’ascolta, oppure no. Però, è più interessante che in Italia, dal punto di vista musicale, ci siano delle possibilità e che non vadano in un’unica direzione, che non siano per un solo gusto o per un solo tipo di scelta. Vai a suonare al concertone? Vai. Ti piace guardarlo in Tv? Fai pure. Ma, comunque, la musica italiana non è solo quella che si vede al Primo Maggio o quella indie che non è più indie. C’è un sacco di altra roba, basta avere un po’ di interesse e svegliarsi un attimo, senza pretendere di avere una visione completa perché si conoscono i nomi sulla bocca di tutti o perché si è visto il concertone.

La vera storia di Martin Bisi e del BC Studio

Foto: Nathan Kensinger

A Gowanus (Brooklyn, NY) c’è un canale. È lungo tre chilometri, oggi ha cinque ponti che lo attraversano e nell’800 era il centro nevralgico di un sistema manifatturiero molto redditizio. Vedeva due tipi di movimentazione: le merci venivano trasportate verso il porto di Red Hook, la merda e i liquami inquinanti rimanevano proprio tutti fermi lì, nel canale. Dopo la seconda guerra mondiale, la crisi del settore manifatturiero trasformò quel quartiere nel posto in cui prendevano casa… i reduci. Allegria. Il canale invece si mantiene in forma e a quel punto in pratica è diventata un’entità non umana padrona di Gowanus, che nel frattempo cade pure sotto il controllo della Mafia, che (dicono) usa il canale come altre volte si usano i pilastri di cemento delle autostrade. Ah ma che bel posticino, BOB. All’inizio degli anni ’80 un po’ di artisti, che si sistemano in alcuni spazi inutilizzati, iniziano a popolare il quartiere. Per un paio d’anni, ‘81 e ‘82, l’ex fabbrica di proiettili diventa per esempio sede del Memorial Artyard, la compagnia che si prende bene a organizzare storie anche outdoor, lì nei dintorni del simpatico canaletto. Dopodiché ci sono 30 anni in cui, in un’atmosfera di abbandono e situazione generale comunque non salutarissima, il quartiere rimane abbastanza vivo dal punto di vista artistico. Negli anni ‘90 il canale si becca il premio “Most Polluted Body of Water of the USA”, grazie alla presenza di coliformi fecali, virus, batteri ed estremofili. Solo nel 2010 il Governo della città si accorge che proprio a Gowanus può sorgere una zona nuova da far diventare uguale a tutto il resto e inizia a ripulirla. Dal 2013 al 2016 un piano urbanistico dei residenti e del City Planning Department modifica non poco l’area. Oggi, si legge anche sull’internet, Gowanus è piena di localini e vita notturna.

Nel 1979, Martin Bisi, diciottenne di Manhattan con un passato musicale accademico alle spalle e la voglia sfrenata di smettere con quella roba noiosa, con Bill Laswell dei Material e l’aiuto economico di Brian Eno (fresco produttore di No New York)decide di aprire uno studio di registrazione per fare dell’avanguardia e rovesciare come un calzino tutti gli studi classici. Lo studio lo chiamano prima OAO (Operation All Out) e dove lo aprono? A Gowanus. Quando più o meno nell’84 Laswell se ne va perché gli stavano crescendo sul petto delle strane macchie, Bisi, che avrebbe potuto cogliere al volo l’occasione e cambiare location, visto che fuori proliferano i coliformi fecali, decide di rimanere e semplicemente cambiare nome allo studio, in BC Studio. La scusa ufficiale sarà che l’affitto cosa meno, a Gowanus.

I primi giorni di attività del BC sono assolutamente frenetici. Tutto fila liscio, a parte le puzze che vengono dal canal, per lo più c’è gente che va e viene e fa le prove. A un certo punto Martin va a fumarsi una paglia in riva al canale. La sua mente vaga senza sosta a quello che avrebbe voluto fare in quel posto, con le idee ben chiare in testa, ma anche un po’ spaventato, com’è normale che sia, di fronte al suo progettone di creare musica nuova, contemporanea. Gli mancano i soldi e deve trovarli! Così, immerso nei pensieri, ammaliato e incantato da quel posto che gli provoca talvolta entusiasmo talvolta una tristezza indescrivibile, soprappensiero casca nel canale. Passava di lì Brian Eno che accorre velocissimo. All’inizio si sbaglia e tira su il cadavere di un picciotto, poi però ce la fa e salva Martin. Che, a quel punto, sta delirando parole sconnesse come “accademia merda”, “avanguardia necessaria”, “need money”. Eno viene subito ammaliato da quello sconosciuto e gli presta un sacco di soldi, lì, sull’unghia.
Martin si è ripreso all’istante e da quel giorno non si è fermato un attimo, la sua energia inesauribile, la sua calma e la sua professionalità sono diventate famose a New York, tanto che tutti i musicisti più fighi sono andati da lui a registrare.

Ma cos’è successo quando Martin è caduto in acqua? È stato chiaramente contagiato: il demone della produzione manifatturiera, nascosto nell’acqua inquinata, si è impossessato di lui e lui registra, registra, registra comune un matto, produce, co-produce, co-produce. Energia infinita (per non dormire mai), calma (per avere a che fare con tutti quegli artisti) e professionalità (per fare il culo a tutti): questo è Super Bisi.

Il BC Studio diventa negli anni una specie di polmone musicale di New York, che si alimenta della vitalità più sotterranea della città e dell’acqua malsana del Gowanus. Vitalità e malasanità sono necessarie a Bisi per registrare quella musica, sono una fonte di energia e ispirazione inesauribile per tirare fuori le esperienze più significative della scena underground degli Stati Uniti e del mondo intiero. BC Studio complex of insanity, lo definisce lui. E la sua insanity conquista infatti tutta la città e richiama un sacco di gente che va a registrare lì: Afrika Bambaataa (qui una storia bellissima su di lui), John Zorn, Sonic Youth, Ruins, Swans, Unsane, Cop Shoot Cop, Maceo Parker, Arto Lindsay, White Hills, Cinema Cinema, Larkin Grimm, Boredoms, Helmet, Cibo Matto, Murder Inc, Ginger Baker, Dresden Dolls, Herbie Hancock eccetera. Circa 90 dischi registrati, missati, prodotti o coprodotti tra 1981 e ‘99. Circa 30 negli anni 2000 e ’10 fino al 2017 (oltre a otto dischi a nome suo). Senza limiti di generi musicali e per mille case discografiche: Polydor, SST, CBS/Sony, RCA, Landslide, Sacred Bones, Atonal, Elektra Musician, Celluloid, Homestead, Blast First, Virgin, Rough Trade, Parlophone, Big Cat UK, Geffen, Amphetamine, Matador, Alternative Tentacles, Warner Bros, Thrill Jockey. Ce n’è per tutti gusti. Ce l’ha il palmares Martin o no? Ed è grazie al bagno che si è fatto nel Gowanus! Powerful insanity. La lista completa dei dischi è qui.

Nel 1984, quando la gioventù e i superpoteri di Martin erano una coppia invincibile, Laswell, con la scusa di essere diventato famoso con i Material grazie alla canzone Rockit, oggi un classico dell’hip hop, registrata con un certo Herbie Hancock che frequentava lo studio e che con quella canzone vinse un Grammy, insomma Laswell se ne va. Il vero motivo sta nel fatto che la troppa vicinanza con Bisi lo stava contaminando. E poi Martin era insopportabile, non dormiva un attimo, lavorava solo. Laswell tornerà 4 anni dopo, praticamente tossicodipendente di Martin Bisi, che evidentemente aveva qualcosa… provocava dipendenza, per Laswell e per tutti i gruppi d’avanguardia di NY. Brian Eno invece si vedeva già poco dall’82. Quell’anno pure lui si registrò un dischino ai BC (Ambient 4: On Land), sfruttando, finché ne sopportò l’eccessiva vicinanza, l’incredibile potenza di Bisi, e poi non ci fece più niente. Lui aveva un ego più grande di Laswell e non tornò.

She’s in a bad mood, But I won’t fall for it, I believe all her lies, But I can’t fall for it”. No Martin, non sono i Creedence Clearevival o come si chiamano, sono i Sonic Youth e infatti te li sei accattati.

Quando Laswell se ne va, Martin non può smettere, è lanciatissimo. Non ci pensa proprio a trasferirsi e andare lontano dal canale. Cambia semplicemente il nome il BC Studio e lo fa decollare. Proprio nell’84, attirati dall’interesse che Martin aveva per l’hip hop, a Gowanus arriva Thurston Moore, per registrare Bad Moon Rising. Era chiaramente preso malissimo per quelle canzoni così obscure che aveva scritto ma la serenità d’animo e la tranquillità di Martin, nonché la sua energia inesauribile, hanno permesso a Thurston e al suo gruppo di terminare le registrazioni e addirittura tornare una seconda volta in quel posticino e fare Death Valley 69, con una Lydia Lunch appena ventiseienne e carica come una pallottola, e poi altre volte ancora. Con Michael Gira degli Swans, invece, è stata più dura vincere la gara a chi ce l’aveva più grosso, ma alla fine Martin ce l’ha fatta.

E invece no, cioè si, Martin Bisi ha fatto quasi tutto questo. Non ha fatto quella gara con Gira, non ha consolato Thurston Moore e non è caduto nel canale, però negli scantinati nello Studio c’è uno stagno (davvero) uno stagno, si vede bene nel documentario Sound and Chaos: The Story of BC Studio. Secondo me ogni tanto ci va a mettere a mollo i piedi, per tenere alto il livello della carica batterica). Ma tutto il resto l’ha fatto, ed è abbastanza esaltante che un’unica persona abbia concentrato intorno a sé talmente tanta musica e nomi importanti. Ha disegnato una linea concettuale musicale coerentissima. Ok, alla fine Gowanus è a New York e non è a Macerone, ma ha un valore anche l’arrivare a proporsi (e a essere considerato) come LO studio in cui a New York vanno/andavano a registrare i musicisti di un certo tipo. È uno status che va conquistato e mantenuto con scelte precise e non credo sia facile farlo per più di 30 anni. È un modo di proporsi e scegliere a priori e a livello concettuale i musicisti con cui lavorare: parti dall’idea, ti crei dei precedenti precisi che fanno la tua storia e la tua discografia e sarai identificato con loro, li scegli per essere scelto. Tutto questo a prescindere dal genere musicale.

Il BC Studio è stato l’anello di congiunzione tra la musica di New York e qualsiasi tipo di realtà produttiva (piccola, media, grande, grandissima), denominatore comune superpartes a cui frega un cazzo di chi fa uscire il disco, l’importante è incidere musica che vada nella direzione della sperimentazione, della novità. Martin vuole che vadano a suonare da lui, vuole sentire il suono che viene fuori da musicisti diversissimi tra loro ma che hanno in comune una cosa: un luogo, in cui converge tutto. Martin Bisi ha avuto il potere di leggere dentro alla scena underground di NY e di tirarne fuori il suono. Se quei dischi li avesse fatti qualcun altro in qualche altro posto sarebbero stati sicuramente diversi, meglio o peggio, forse ugualmente rappresentativi, non lo so, ma la realtà inevitabile è che quei dischi, che hanno dato un corpo a un sacco di musica underground, sono stati registrati lì, in un quartiere imperfetto, in una caverna imperfetta, al BC Studio. La cui discografia è come la lista di Kurt Cobain, però per l’underground newyorkese: ascolti i dischi e hai una panoramica completa. Bisi supereroe davvero per questo. Mettiamola così: la compilation No New York, prodotta da Brian Eno nel 1978, un anno prima di cacciare i soldi per il BC Studio, è quella della No Wave, registrata altrove, ai Big Apple Studio di NY. Da quel momento in avanti e per un tot di tempo ci pensa il BC a registrare quello che succede a NY.

Mancano i Suicide. Perché mancano i Suicide? Ho cercato sull’internet, ho letto addirittura un libro, ma non ho trovato niente a riguardo. Se qualcuno sa qualcosa, parli ora.

Uno splendido supereroe di mezz’età

Negli anni ‘10 Martin Bisi ha rallentato un po’ il ritmo. Anche un supereroe con i superpoteri con il tempo che avanza ha bisogno di rallentare. Nel 2016 ha deciso di fare una festa per i 35 anni della BC: un weekendone di concerti nella sua caverna a Gowanus con tutti i suoi amici. Così, un po’ ammaliato da se stesso e da quello che è riuscito a fare da quel giorno in cui è caduto nel canale e ha acquisito i superpoteri di Re(gistratore) dell’underground newyorkese, di quella serata c’ha fatto un disco. La particolarità del disco, oltre a fissare per sempre il weekend celebrativo, è quella di non essere una semplice raccolta o un best of delle robe registrare al BC, ma un concerto che non si ripeterà a cui hanno partecipato moltissimi musicisti della Bisi crew che si sono organizzati in gruppi di improvvisazione misti e hanno registrato pezzi originali di fronte a un pubblico selezionato (fan dello studio, matti del quartiere e così via). 13 canzoni tra noise, art-rock, punk, free jazz, hip-hop eccetera, missate ad Abbey Road.. no, scherzo, ovviamente lì al BC Studio da Martin Bisi.

Dopo la festa e chiuso il missaggio, era un po’ triste, perché il canale e il suo stagno personale non erano più quelli di una volta, e lui lo avvertiva forte. Per questo motivo, Martin si è messo a cercare come un pazzo su internet un posto, un fiume, uno specchio d’acqua, qualcosa che fosse simile al suo Gowanus pre-riqualificazione. Ed è finito a scoprire la riviera romagnola su google immagini. Ha prenotato un aereo e c’è andato subito. Dopo aver chiesto un po’ in giro, e comunque volendo assolutamente partecipare almeno una notte alla proverbiale baldoria rivierasca, scopre un posto che fa proprio al caso suo, che tra l’altro si chiama come un film che gli piace molto, Hana-Bi, in una città con un nome composto: Marina di Ravenna. Ci va, ci trova proprio una festa anni ’90 e a fine serata conosce il proprietario del locale, Chris. È amore a prima vista, reciproco. Martin scopre tutto un modo, e anche che Chris ha un’etichetta. Dopo la festa al BC, Martin era un po’ triste anche perché non sapeva a chi dare il suo disco. A New York sempre gli stessi nomi, le stesse etichette, due palle. Deve sempre continuare a rimpensare il proprio approccio alla musica: come negli anni ha registrato di tutto cambiando direzione, anche nella scelta dell’etichetta voleva cambiare direzione. A Marina di Ravenna ha trovato quella che lo ispira: la Bronson Recordings.

Il disco è uscito il 20 aprile.

Angolo incertezza. Il futuro dello studio è incerto (timore mio, nessuno mi ha fatto la soffiata) perché Gowanus adesso sta diventando cool e sta subendo un processo di gentrificazione che sa dio e finirà per alzare i prezzi degli affitti costringendo ad andarsene alcuni degli abitanti e degli artisti che sono lì da tempo. Tra questi, Super Martin, che non può nulla contro il Mostro della gentrificazione e della riqualificazione. Però c’ha lasciato più di cento dischi da ascoltare. Alcuni dei quali per anni li ho solo ascoltati e riascoltati, senza chiedermi da dov’è che venissero. Vengono da Gowanus e da Martin Bisi, produttore, antagonista culturale, selettore selezionato, Supereroe. Speriamo che la contaminazione, dentro di lui, non si esaurisca mai.

Bandcamp di BC35
www.martinbisi.com

La prima foto è di Nathan Kensinger, la seconda di Nicole Capoblanco e le ho rubate tutte e due da internet.

Quando niente è proibito: Cayman the Animal, Black Supplì

black supplì cayman

La mia ragazza ha una libreria in cui vende i dischi di alcune etichette indipendenti italiane. Qualche anno fa è iniziata una collaborazione anche con la Sonatine e in quell’occasione ho avuto per le mani per la prima volta l’EP dei Cayman the Animal Aquafelix, che fino ad allora avevo visto solo in foto. La differenza tra una fotografia e la realtà a volte può essere sorprendente. Il packaging era pazzesco, ma pazzesco nel senso di divertente, un cartonato con una chiusura di un genere mai visto, almeno io non l’avevo mai visto (non sono appassionato di scatole, anche se in casa ne abbiamo tante). E poi era di sicuro la prima confezione di un disco in 3D della storia: vedi la scatola e caschi nel mondo delle illustrazioni che ci sono sopra, quando ti ripigli la apri e trovi un sacco di roba vera. Quando ho aperto il disco successivo, Apple linder, ho scoperto che la copertina era un mega poster di un gigante che pisciava, a dimensioni 1:1, più incredibile di quello di Anna Falchi uscito su Max tanti anni fa. Ma la sfida più eccitante è stata l’ultimo disco, Black supplì (No Reason Records e Mother Ship): la copertina è un gratta e vinci. E, insensibili come la vita che avanza, i Cayman the Animal, quando gratti, scrivono “HAI PERSO” e ti sbattono in faccia l’inasprirsi dei tempi: una volta si usava scrivere “Non hai vinto”. Il risultato è un groppo in gola. E proprio con questo groppo in gola – provocato da un affronto violento e antiautoritario (gli stessi aggettivi, preceduti da un “talvolta”, che su wikipedia hanno usato per descrivere i disegni di Raymond Pettibon) nei confronti rispettivamente tuoi e dell’istituzione Gratta E Vinci – ho messo su il nuovo cd dei Cayman (sarà legale chiamarli così?).

Ma prima di tuffarsi dell’ascolto, c’è da chiedersi: chi è l’illustratore ufficiale dei Cayman the Animal? Ratigher, che con il suo tratto tremolante farebbe sentire instabile nel mondo anche Putin. Se dovessi cercare cosa c’entra lo stile di Raymond Pettibon (visto che prima è stato chiamato in causa) con quello di Ratigher direi niente. Però c’è tutta una storia dietro al rapporto tra illustratori e gruppi punk, diventata anche mainstream in Italia perché Zerocalcare ha ripetuto giusto qualche volta che all’inizio lui faceva le locandine per i concerti hard core. Insomma, non mi pare ci sia nessuna somiglianza tra il tratto di Pettibon e Ratigher ma di sicuro c’è tutto un mondo in comune e c’è anche una differenza: mentre Pettibon è, è stato, fu “talvolta” violento e antiautoritario, Ratigher lo è sempre, in particolare quando disegna le copertine per i Cayman. E il perfetto incontro tra la violenza del primo e la cattiveria dei secondi è quel HAI PERSO.

A proposito, c’è qualcuno che HA VINTO grattando Black supplì? No perché nel caso ci fosse secondo me non partirebbe con il piede giusto. Perché poi se, oltre a guardare le figure, alla fine vi tuffaste davvero nell’ascolto del disco, notereste, oltre al fatto che è un disco di musica pesa, anche che HAI PERSO era lì per prepararvi al mondo di pessimismo, introspezione e fastidio dei suoi testi. Se non credete che un gruppo che suona i concerti in romanesco possa essere anche introspettivo, vediamone alcuni. Per esempio, un verso dalla prima canzone dice “Destination cold black worms”. Vediamo anche tutti quelli della seconda, che si chiama The colors deniers club:

The other day I bumped into my former band
What happened is that I could not recognize myself
It sounded pretty good nothing’s forbidden
But how could I be so joyful if everything was black?
Next time I won’t try
For the umpteenth (“ennesimo”, ammetto di averlo cercato su wordreference, ndr) time
It will pass me by
Next time I won’t try
Let’s not even start

Sarà l’ultimo disco dei Cayman? Io spero di no, voglio che ne facciano almeno un altro con un disegno di Ratigher. Non pensiamoci. Piuttosto, in questa canzone c’è un insegnamento importante, a proposito di introspezione e capire se stessi: le cose che si fanno non devono essere fatte per creare la cosa più bella del mondo, ma per fare la cosa che vogliamo fare. Poi sarà la cosa migliore del mondo? Tanto meglio. Ma è più importante che sia venuta come la volevi tu. Come dice Simon Reynolds, la musica va ascoltata col cuore. Allo stesso modo, le canzoni vanno scritte col cuore e gli articoli sulle canzoni anche. Insomma, testi riflessivi e musica potente e veloce, come i Nirvana e gli Husker Du e il contrario dell’emo core, dove musica e testi hanno spesso la stessa intensità. Questo non è un disco emo.

Da piccolo mi chiamavano Presobene, oggi “talvolta” la mia ragazza mi chiama Raggio di sole. Quindi a me piacciono i testi dei Cayman the Animal. Che nella terza canzone dicono: “Would I ever be so mean just years ago? A sad black supplì”. Vi ricordo che l’aspetto del supplì nero è questo

real black suppli

Questo per dire che l’immaginario dietro al disco è tutt’altro che accomodante. In più, quello dei Cayman the Animal non è solo un supplì nero ma è anche triste. Siamo di fronte a un’immagine scoraggiante, definirsi un supplì nero e triste va oltre il punk, oltre il rock, è introspezione analitica, fisico-psicologica.

Parlando invece della musica, che mi sembra una parte importante di un disco, a me i Cayman the Animal ricordano tantissimo gli Hot Snakes ma a voler dire tutta la verità, rispetto ad Apple linder, in Black supplì sono meno Hot Snakes e più solo snakes, cioè proprio biscioni: rallentano, fanno i loro giri su se stessi e poi scattano e staccano, in generale sono più guardinghi e attenti a distaccarsi un po’ dai dischi precedenti. Continuiamo su quella strada, ragà, sembrano dire le parole The colors deniers club, siamo sempre noi ma non siamo sempre noi. Un insieme di cose positive e negative da un lato gli fa pensare “Next time I won’t try / Let’s not even start” dall’altro gli permette di cambiare passo dal punto di vista musicale. È il quarto disco insieme (c’era anche il primo, Too old to die young del 2011, e non considerando il demo di incomparabile bellezza, cit.), ok, potrebbe essere deleterio, ma c’è un tesoro da conservare vivo, e sta in “It sounded pretty good nothing’s forbidden”. Dal primo disco all’ultimo, pur all’interno del punk-rock, ogni volta c’è qualcosa di diverso: Too old to die young era un po’ crossover, Aquafelix noise e anche un po’ hard rock, Apple Linder più Hot Snakes (e secondo me è il migliore finora e – osservazione statistica – l’unico in cui non c’è una canzone che si chiama Here comes the end). Ma nessuno ingrana un’altra marcia. Black supplì invece lo fa: è più definito nei passaggi, più preciso. Magari non fa un passo verso (o per allontanarsi con decisione da) un tipo o l’altro di musica e prende un po’ di tutto dai dischi precedenti, ma dà più potenza, meno velocità e un’impostazione più tosta e resistente alla scrittura. Anche dopo un po’ di tempo, anche se si è accesa la spia del rischio ritualità, i Cayman hanno trovato la strada da percorrere al meglio, senza imporsi divieti, tanto che l’ultima canzone è post-punk (mai successo prima). Niente è proibito (ed è vietato farsi venire in mente Piero Pelù). Musica scritta seguendo un principio-base importantissimo: lasciare il punk rock libero di correre felice nei prati. E con frasi brevi, quasi appunti, concetti veloci e immediati, i testi rappresentano lo specchio della musica intesa così. In questo modo, ogni volta che escono con un disco, i Cayman the Animal non sono una sorpresa ma un inno alla libertà di fare le cose come vogliono. E questo funziona anche verso l’esterno, come una specie di generatore di stimoli inaspettati per gli ascoltatori.

Per esempio, la mia canzone preferita è Here comes the end part III che inizia come la Part II (che era in Aquafelix) ma va in tutt’altra direzione: mi ricorda tantissimo la sigla di Domenica Sprint anni ’80. (Aspettate, vale la pena riascoltarla, dal secondo 0:46:

)

E adesso sentite Here comes the end part III, sentitela tutta ma in particolare prestate attenzione a cosa succede dal minuto 1:44. A parte il cambio di tempo clamoroso e il modo di incrociarsi esaltante delle voci e delle chitarre, non ricorda tantissimo Domenica Sprint? È tutto un passato che ritorna, dove mio zio e mio babbo guardavano i goal e a me piaceva tantissimo farlo con loro. Adesso non posso più farlo con loro e non m’interessano tanto i goal ma quella canzone è stata parte delle mie domeniche ed è ancora lì, è un ricordo legato a una cosa che non m’interessa più ma è ancora forte ed evocativa. Questa può essere la forza del punk rock, talvolta: quelle volte in cui come i Cayman lo fai da un po’ di tempo, qualcosa (tu) è inevitabilmente cambiato, ma ci metti dentro la libertà e il vantaggio creativo di suonare con gli amisci.

E i testi delle altre canzoni come sono? Per leggerli comprate il cd, è bello anche fare il gratta e vinci, scoprire il disegno di Ratigher e vedere se siete gli unici in tutto il mondo a non avere perso.

Un titolo senza pretese: Spotify ha cambiato la visione del presente?

You Before Spotify

C’era una volta una libreria indipendente che comprò un treno di copie di un libro non facile da vendere. Cosa pensate voi dei padroni della libreria? Sbruffoni! Cosa ve la tirate?! Fate fatica a campare! Stronzi! E via dicendo, punti esclamativi a buffo. Però, fermate il rigurgito di onniscienza e riflettete almeno un secondo. Riassumete. Una libreria indipendente. Di solito ha una sua clientela, affezionata perché si fida, legata ai consigli di chi ci lavora, perché sono sempre giusti. Se questo tipo di clientela un giorno entra nella sua libreria preferita e trova una pila di Vacanze di Blexbolex cosa pensa? La stessa cosa che avete pensato voi? No, pensa: se ne hanno presi mille ci deve essere un motivo: dev’essere bellissimo! Lo porta alla cassa e lo compra.

Questo si chiama influenzare la domanda con l’offerta ed è il punto di partenza di questo post interessantissimo. Pensavo a un altro post, di circa un mese fa, di un mio amico, costretto ad ascoltare il disco della Michielin perché ne parlavano tutti. Qualcuno anche bene. Il tono del mio amico era scherzoso ma rispecchiava una realtà. Per essere sul pezzo, poter scrivere o anche solo parlare delle cose di cui tutti parlano, per essere letti o cagati in qualche modo, si finisce per ascoltare cose di cui altrimenti non ci fregherebbe un cazzo, oppure cose che per esempio 20 anni fa non ci saremmo neanche sognati. Ed è grazie, cari milioni di lettori, è grazie al download, al peer to peer e allo streaming che possiamo farle. Paghi o ti ciucci la pubblicità, aspetti che il torrent abbia finito, ma comunque hai la possibilità di ascoltare. E, alla fine, ci provi pure gusto ad ascoltare certe maranzate. Gente insospettabile che un tempo sentiva solo musica (facciamola corta con un aggettivo) alternativa, adesso è fan, o molto fan, o fan un casino, di Rihanna, Lady Gaga. O addirittura M.I.A. Va bene che ci si ammorbidisce con gli anni ma il punto non è questo. Il punto è che non dobbiamo fare grandi sforzi fisici o economici per sentirle ‘ste canzoni. Cioè, anche se mi piaceva Everybody (Backstreet’s Back) quando è uscita, stavo zitto e cagato, ballavo e cantavo dentro di me e mi limitavo a sentirla in radio o a godere guardando di nascosto nella cameretta il video su MTV. Di certo non compravo il cd, perché col cazzo che spendevo 15 mila lire per il singolo. Mi ricordo che qualcuno (non ricordo chi) mi regalò, appena uscito fresco di stampa, il singolo di In the end dei Linkin Park. A me sembrava una cosa assurda. Ricordo (quella sì) la disapprovazione nel volto di Diego, perché avere in casa un cd di roba “commerciale” era una bestemmia. Adesso non mi piace In the end ma mi piace tantissimo Million Reasons di Gaga e, a parte che tutti ascoltano tutto senza peli sulla lingua proprio, mi posso ascoltare quanto volte voglio tutto l’album di Gaga su Spotify, con un abbonamento che costa poco meno di quanto non costasse il singolo dei Backstreet. Lo pago una volta al mese, non one shot come il cd, OOOK, ma mi permette di ascoltare anche tutto il resto del mondo. Ai tempi avrei potuto ascoltare Take That, Backstreet Boys, NSync e Snoop Dog uno dietro l’altro senza dover comprare i cd e farmi scoprire. E se mi avessero followato? Avrei fatto un profilo sotto falso nome. Facile. Purtroppo, però, una volta non poteva succedere… SIGLA DELLA PUBBLICITÀ: adesso, invece, posso anche ascoltare tutto dappertutto, faccio un abbonamento decente alla rete mobile, è mensile anche questo ma vale la pena. FINE MESSAGGIO PROMOZIONALE. Mi rendo conto di aver scritto una serie di banalità imbarazzanti fin’ora ma mi servivano per arrivare a dire la cosa intelligente. E cioè: questo tipo di offerta ha modificato la domanda alla grande. Ah.. lo sapevate già? Va bo. Non ha fatto solo quello però. Se 20 anni fa più che ammettere che mi piaceva Back for Good dei Take That mi sarei fatto tatuare ROBBIE WILLIAMS sul petto, e avrei poi giocato in seguito con gli amici la carta del “si è sbagliato il tatuatore: io volevo scrivere Robin, lui ha scritto Robbie”, adesso difenderei la musica di – per dire – Rihanna a qualsiasi costo. E il fatto è che ci credo davvero. Non sono l’unico, eh, chiaro, e proprio perché non sono l’unico – tra quelli che una volta dichiaravano di ascoltare solo musica conosciuta al massimo da 100 persone – che darebbe sinceramente un braccio per aver un disco nuovo di Rihanna, qui, subito, ora, è chiaro che l’offerta di musica facile ha modificato anche la testa delle persone. Non può essere solo una questione di ammorbidirsi con l’età. Quando danno la Michielin in radio io fermo sempre lo zapping per ascoltarla, e mi piace anche. E la cosa determinante per capire che tutto questo mio discorso è vero è che anche Diego mi ha detto che fa la stessa cosa.

Si sono rotti i ponti tra musica alternativa e commerciale. Si dice sempre. Piuttosto quindi parliamo di un’altra cosa che secondo me c’entra con il tema (caldissimo) della domanda e dell’offerta. Parliamo del parlare delle cose di cui tutti parlano. Non è che lo fai perché sei un poser, lo fai perché ti piace farlo, ti interessa l’argomento, ti piace (“ti” generico, non riferito a me, io sono sempre preso male sui social) quella possibilità di confrontarti ovunque tu sia che danno i social network. Una volta potevi parlarne al massimo al telefono, ma di solito ci si scambiava dischi o opinioni a un concerto, a una festa o nella tua cameretta, dove il tuo amico pensava che il pomeriggio precedente avessi ascoltato Wowee Zowee dei Pavement e invece ti eri sparato Backstreet’s Back a ripetizione, cose che succedono ancora (gli scambi, non la heavy rotation dei Backstreet), ok, ma adesso non sono le uniche possibilità di scambiarsi opinioni. (Parentesi nostalgia per dire che coi primi SMS era un gioco bellissimo). Adesso la cosa ancora più bella è che la Michielin in Io non abito al mare dice (cito testualmente) “queste cose vorrei dirtele a un orecchio mentre urlano e mi spingono a un concerto, per vedere se mi stai ascoltando”. Parla di cose d’amore, emozioni da evitare, ma è una bomba il fatto che un concerto sia ancora il posto in cui parlare delle cose che ti stanno più a cuore. È uno spazio condiviso tra noi e la Michelin (TV Sorrisi e Canzoni dice 23 anni), tra chi in passato ha fruìto diversamente della musica rispetto alle modalità di oggi e i giovanissimi per i quali Spotify è una cosa normale. Il campo comune in cui parlare dei cazzi a cui teniamo di più sono i concerti, per tutti. La trovo una cosa entusiasmante e non è un caso per esempio, se vogliamo proprio dire una cosa statistica, che la musica dal vivo non abbia perso di appeal in questi anni in cui è cambiato totalmente il modo di ascoltare i dischi. Questo per dire che è difficile ragionare imponendosi una linearità e una razionalità. Si trovano punti in comune anche dove meno ci si aspetterebbe di trovarli, tra il mondo di 20 anni fa e quello di adesso, e quei punti li trovi dentro a una musica che sulla carta avresti dovuto snobbare, per esempio un testo della Michielin. È impossibile ragionare in modo dogmatico. E questo valga come temibile monito nella prosecuzione del discorso ma anche della vita, una cosa scalpellata su una targa di pietra inchiodata al muro in fondo all’aula magna

Tantissime persone che ascoltavano rock alternativo, ai tempi in cui quelli che ascoltavano hip hop erano “gli altri”, adesso magari ascoltano un sacco di trap. È la dimostrazione del cambiamento e del fatto che ci sia stato un travaso massivo di fan da un genere all’altro. Ed è curioso che lo scambio sia avvenuto anche tra due generi i cui fan una volta erano lontanissimi tra loro. La trap attualmente in Italia, più della musica elettronica, è il genere che se lo ascolti sei al passo coi tempi, perché assecondi il cambiamento, te ne interessi, ti piace. Qualsiasi dubbio tu abbia sulla trap ti catapulta automaticamente dall’altra parte della barricata. La trap come unità per misurare la tua capacità di essere nel presente. Ma i modi di essere nel presente sono tanti. Anche ammettere che ti piace la Michielin è un modo di farlo, di uscire dagli schemi rigidi di un tempo e capire che la musica è impossibile amarla a settori. Poi è chiaro che se mi chiedi il mio gruppo prefe non ti dico la Michielin ma i Van Pelt o Stephen Malkmus & The Jigs. Tutti giovinastri. Ma è un cambiamento dell’atteggiamento e non riguarda il gusto musicale, non riguarda la ricerca di nuove sonorità che rappresentino il presente o tendano al futuro ma è comunque un passo in avanti. Ognuno fa quello che gli viene spontaneo fare, per essere nel presente. Oppure non lo fa, ma lì siamo in un altro campionato. È difficile poi liquidare come retrogrado l’atteggiamento di qualcuno che ascolta sempre lo stesso tipo musica, perché ognuno nella musica ci sente quello che ci sente. PER ESEMPIO. Un gruppo che suona con evidenti riferimenti musicali al passato non è per forza indietro, può al contrario comporre con estrema creatività ed essere innovativo nel taglio che dà all’interpretazione di quella musica. Grazie ad Aaron Rumore per la riflessione su Facebook sui Nap Eyes:

“Un gruppo incredibile di ragazzi bianchi, istruitissimi, fissati con la linea genealogica della loro musica rock (VU/lou reed/modern lovers/feelies/television/indie pop scozzese/pavement) e che compongono “testo alla mano”, accuratamente. È pura nostalgia, ma a suo modo estremamente creativa, e questo nuovo album è sicuramente il loro miglior sforzo in questo senso. Questo anche per ribadire che ogni posizione dogmatica rispetto passato e futuro, specialmente in ambito musicale, lascia il tempo che trova”.

Poi l’elettronica di sicuro è la musica in cui è più facile sperimentare e quindi, di fatto, si sperimenta di più, per questo è la musica del futuro. Ma sono passati così tanti anni e siamo arrivati al punto in cui la musica ci ha dato talmente tante cose che, a concedersi la libertà di ascoltarle senza pregiudizi, un musicista può rielaborarle in mille modi diversi e se ha talento nel farlo tira fuori una visione sua, diversa da quella degli altri e quindi sperimentale. I Nap Eyes fanno questo, Spencer Radcliffe fa questo, e lo fanno in modi diversi l’uno dagli altri. Se l’ascoltatore coglie queste cose, può darsi che ci trovi il suo modo di stare nel presente e di vedere il futuro della musica. Se invece nonostante i tentativi non prova gusto più di tanto ad ascoltare l’elettronica, non può continuare a cercare il suo futuro musicale lì. Se la trap non gli dice niente, non può cercarci il presente. Deve andare a cercarli da un’altra parte, presente e futuro. Secondo me la cosa importante è cercarli, avere la curiosità, non fermarsi solo a quello che ascoltavi quando avevi 20 anni, perché in men che non si dica quello che ascoltavi a 20 anni diventerà quello che ascolti a 40 e a 60, sempre che tu abbia ancora voglia di ascoltarlo. Un destino macabro. È legale ascoltare anche spesso quello che ascoltavi 20 anni fa, questo la Corte lo concede, ma non lo è ascoltare solo quello.

Ascoltare la Michielin significa cambiare atteggiamento. E questo ti permette di conoscere un sacco di cose nuove, diverse, senza rigidità precostituite. Allargare la concezione e la visione del presente: una volta il presente musicale era solo determinate cose, adesso è tanto di più. Essere nel presente vuol dire anche questo, non vuol dire solo ascoltare la trap o vedere il futuro nell’elettronica. Vuol dire avere un atteggiamento aperto verso tutto quello che ho voglia (se non ne ho voglia, non lo faccio) di papparmi grazie a Spotify, Soulseek, YouTube, Bandcamp o altro, e dare un giudizio sincero a quello che si ascolta. E posso avere quell’atteggiamento aperto proprio perché posso ascoltare tutto con facilità. Quindi insomma, SI. Spotify ha cambiato la visione che abbiamo del presente. Più precisamente lo streaming e il download (si, dai, mettiamoci dentro anche il gemello diverso dello streaming perchè io Soulseek lo vedo ancora popolatissimo) sono i mezzi che del presente ci permettono di esercitare una visione diversa.

E ora, solo per ricordarvi quanto spaccava (partite pure da 1 minuto e 37):

Adesso basta, andiamo avanti: le FROWN, Tender Age

Mai letto quel mio post strabiliante di due anni fa in cui sbarellavo per i loro teaser? Sicuramente l’avete fatto in milioni, magari non tu, ma gli altri sicuro. Come nella migliore tradizione dei blogger stronzi, mi autocito: “Sono due canzoni sbagliate, ma non sbagliate perché c’è un intento stilistico dietro, sbagliate davvero. Quello che ascolto di solito non è sbagliato in questo modo, al massimo lo è come Idiot Lane degli Unhappy”. Ecco, in questa cosa, che in sostanza era l’idea su cui si reggeva tutto l’articolo, praticamente non c’è più niente di vero. In due anni le Frown sono cambiate di brutto, hanno suonato un sacco dal vivo, sono migliorate, alla fine sono uscite con un ep e mi hanno fregato. Ma è chiaro che dopo due anni di prove e concerti non fanno più le cose come quella volta che hanno suonato e registrato in cantina da sole con lo smartphone! Lo so! Per chi mi avete preso? Però, un altro punto di quello che avevo scritto era che le Frown avevano buttato su YouTube due pezzi così, registrati e tac! messi on line senza pensarci troppo, il che era anche un atto coraggioso in un momento storico (ho scritto momento storico!) in cui è facile e per molti preferibile registrare per i cazzi propri sì ma con una qualità per lo meno discreta. Loro se n’erano sbattute e mi era piaciuto. L’ep (nome in codice Tender Age) invece è registrato in studio. Ma quella fetta di blog (nome in codice per: articolo, pezzo, post) è ancora lì, uguale a prima: l’amore va veloce e tu stai indietro. Grazie Tiziano. Urgeva aggiornamento, non per me, ma perché le Frown hanno fatto dei passi in avanti e volevo dire che hanno fatto bene.

Quindi. Hanno fatto due scelte precisissime: una riguarda la qualità della registrazione, l’altra il come hanno suonato. Parliamo prima della QUALITÀ della REGISTRAZIONE. Lo so lo so non sono mica scemo, le due cose vanno messe su due piani diversi, e anche subito: per preparazione, svolgimento, possibilità, intenzioni e tutto quanto, registratore del cellulare in cantina e studio di registrazione vero giocano due campionati diversi. Dei teaser mi era piaciuto che fossero il risultato dell’incontenibile, di un’esigenza nata prima delle canzoni e diventata canzone, errori compresi. Oggi, le Frown avrebbero potuto fare Tender Age con lo stesso approccio, registrarlo male, in bassissima fedeltà, ma era una cosa bella 30 anni fa, adesso basta. E poi perché sprecare le ore in studio registrando malone con strumenti che ti fanno ottenere quell’effetto malone, esattamente quello dei teaser, quando le cose si possono fare meglio? La scelta sarebbe sembrata pure forzata, perché l’ep del 2018 non poteva canalizzare le stesse esigenze del teaser 2016, due anni fa. In due anni le cose sono cambiate. Nei teaser era una cosa vera: cioè, le Frown hanno preso un registratore e hanno registrato su due piedi quello che avevano davvero. Dopo, è giusto che abbiano avuto il desiderio di fare un ep con il verso. Spingi rec e vai funziona una volta sola. Non ha nessun senso, oggi, rendersi schiavi di un modo di registrare permettendogli di assumere più importanza delle canzoni. Non è più sperimentale, non è più nuovo, non è più niente. Così, le Frown sono andate oltre, sono andate in studio, alla Boscow Records, dove hanno registrato per bene, low-fi ma non lowissimo-fi, mi pare, non me ne intendo, non so se davvero l’hanno fatto, tipo, con un quattro piste or not. Ma la cosa rilevante è che non importa che l’abbiamo fatto o no in low-fi, non è interessante, la cosa più interessante è che le canzoni sono tutte dei gioielli.

E qui passiamo all’altro salto che hanno fatto. Adesso parliamo di COME HANNO SUONATO. Non hanno scelto la strada di fare un ep con gli errori. Perché avrebbero dovuto farlo? Non corrisponde più alla verità, adesso sono altro rispetto ai teaser. In Tender Age viaggiano come due treni, accelerano e rallentano quando vogliono (MorrisseyColder Pt.1 e Pt. 2), non quando sbagliano. Sono slack, ma perchè vogliono esserlo, ed essere slack significa avere il controllo assoluto su ciò che si fa. La voce è tra Corin Tucker, PJ Harvey e Siouxsie, lirica e pop allo stesso tempo, la chitarra tra il garage e il noise rock e la batteria è la più resistente di sempre. Ci sono delle volte in cui le distorsioni-vortice la isolano da tutto il resto, ma quando la linea delle note si confonde, riesce a rimanere sempre a galla. A volte, non sempre, tra chitarra e batteria parte questa specie di battaglia, che contribuisce a definire il carattere di entrambe e a mettere a fuoco il suono delle canzoni. Tutto al cospetto (ho scritto “al cospetto”) della voce, sempre in primo piano e bellissima. Le Frown si prendono i Sonic Youth, un pelo (per fortuna solo quello) di shoegaze, i Bauhaus (Sea of Expectations) e i Big Black di The Hammer Party non in una canzone in particolare ma in giro in tutto l’ep (giuro che li ho sentiti). Si sono definite e hanno definito la musica, con riferimenti precisi e modelli d’ispirazione tradizionali ma anche un nuovo atteggiamento. L’altra volta si sono messe lì, in preda a un registratore. Stavolta l’hanno aggredito, il registratore. Hanno fatto scelte diverse. Anche registrare quel che viene come un flusso di coscienza è una scelta, ma quel che viene fuori è una creazione che vive e tu le vivi accanto, la guardi e le dici “ciao! ti ho creato io lo sai?”, non c’hai proprio messo le mani dentro. Questa volta le Frown hanno plasmato di più le cose come volevano loro.

Dentro questo cambiamento, è divertente cercare dove sono andati a finire i due pezzi dei teaser, perché è cambiato tutto ma qualcosa rimane direbbe il poeta. Teaser è diventata Napoleone, sicuro. Teaser 2 è diventata Inconsistency, forse, non so. Non lo so, non ne ho idea, non scrivo canzoni ma certi giri magari te li porti dietro, li fai crescere in qualche modo finché non li hai finiti, sistemati, chiusi, forse è un modo per sotterrarli dentro te stesso e proprio per questo non puoi che sentirli tuoi anche dopo tanto tempo, due anni appunto. Che qualcosa del passato delle Frown sia rimasto è ciò che mi permette di avere la stessa sensazione mentre ascolto i teaser e Tender Age (minimo comune denominatore direbbe il matematico): essere di fronte a due che suonano e ti dicono beccati ‘ste canzoni e statti zitt. Tender Age è veloce non perchè è hard core ma perché finisce molto in fretta ed è sicuro che riparti daccapo quando l’hai finito. È quel modo di suonare che avevano e hanno ancora loro, quell’essere presenti solo un attimo, finché è necessario, poi basta. Che è un’ottima strategia. Questa cosa l’hanno mantenuta, il resto è cambiato. È il nuovo biglietto da visita delle Frown. Fase due. Venite a vederle al Bronson, il 17 marzo?

Bandcamp.

La foto l’ho presa dal loro facebook.

Per la serie Dinosaur Senior: OSSIGENO su Rai 3

Giovedi sera c’è stata la prima puntata di Ossigeno, il nuovo programma della seconda serata di Rai 3 condotto da Manuel Agnelli. Noi, di quanto il personaggio sia un curioso incrocio tra un bollito e un arrogante, si è già parlato: ricordiamo solo, per avere l’input da cui iniziare, che la sua fissa è educare il pubblico televisivo alla musica giusta. A quanto pare questa fissa non è solo la sua ma anche di quelli che l’hanno chiamato per X Factor e soprattutto di quelli che gli hanno dato il programma nuovo.

Ma non fermiamoci qui. Un’interpretazione del ruolo di Agnelli in Italia la dà Paolo Madeddu: su Buzzmusic.com scrive che proprio per il suo essere un racconto del passato per nostalgici che prima di dormire vogliono ascoltare le favole (che conoscono già) sugli anni ’90, Ossigeno è giustissimo per il pubblico di Rai 3 di oggi. Questo significa che il pubblico della seconda serata di Rai 3 di oggi è composto da chi negli anni ’90 era giovane e indie, cioè, più o meno, io. Non ne sono così sicuro, nonostante qualche riscontro in questo senso ci sia tra chi guardava Gazebo. Agnelli accondiscende a quel tipo di pubblico piazzando una cover di Gouge Away dei Pixies al centro della prima puntata. Ma non è che questa cosa debba essere per forza vissuta bene nel ricordo di quando avevamo qualche anno di meno e dei tempi che furono dell’indie rock. A me non interessa niente che Agnelli m’intrattenga con la musica che mi ha cambiato la vita. Quella musica il suo percorso l’ha fatto, e continua a farlo, il suo riverbero continua ad averlo su molte persone (non solo su di me), ben al di là di Ossigeno. Allo stesso modo non m’interessa che quella musica passi alla Rai per essere conosciuta da più persone. Non m’interessa che venga conosciuta da più persone, non deve esserlo per forza. Raggiungere un pubblico più ampio non è necessario. Per me. E per chi guarda Rai 3 e non conosceva i Pixies prima che Agnelli glieli facesse (di grazia) ascoltare, è un grande regalo che l’abbia fatto? Secondo me, no. Infatti, l’ha fatto attraverso una cover. E quanto si perde della canzone (del suo significato, dei suoi suoni) presentando una cover e non l’originale? E senza inquadrarla in un contesto adeguato, con un racconto adeguato e non solo con qualche parola? Secondo me, si perde molto e finisci per offrire molto poco. È un modo superficiale di parlare di musica, buttato lì, tanto per vantarsi di averlo fatto, senza avere davvero l’interesse nel trasmettere un messaggio, un mondo, un modo di vedere la musica, qualcosa. I Pixies di Gouge Away (album: Dolittle) rappresentano un periodo preciso, un mondo preciso, che io vorrei non fosse usato così superficialmente. Per lo meno, va approfondito e contestualizzato.

D’altra parte, mi sembra che in questo modo Agnelli e quelli di Ossigeno si siano presi tutto per uno scopo diverso rispetto a quello che aveva quella musica. Perchè una cosa è farsi conoscere da tanta gente in tutto il mondo come hanno fatto i Fugazi e la Dischord, per esempio, cioè rispettando dei principi precisi di creazione e distribuzione della musica, un altro discorso è far conoscere quella musica a più gente possibile alla cazzo di cane. In questo modo metti una bella lapide su tutto e (unica cosa, forse, utile – perchè realistica – della trasmissione) mi metti di fronte al fatto che è un attimo che tutto finisca davvero definitivamente e tu (oh Agnelli) sei parte del processo. Poi, mi si delinea uno scenario catastrofico in cui ci sono io che penso che non ci sia speranza e che sicuramente tra poco Stephen Malkmus farà un talk show alt rock (cit. Renato AT su Facebook).

È vero che con l’età ci si ammorbidisce ed è pure probabile che Stephen Malkmus si metta a fare una trasmissione sul rock alternativo alla TV americana, perché la sua idea di musica potrebbe essersi ammorbita e invece di sfogarsi scrivendo canzoni per noi potrebbe farlo pontificando come un vecchio trombone che ha vissuto nella sola epoca giusta in cui valesse la pena vivere e ha scritto la sola musica giusta che valesse la pena scrivere. Però pensare che Malkmus faccia questa cosa mi fa venire i brividi di paura. E che mi faccia venire i brividi vuol dire che vedo Malkmus come un mostro sacro, come qualcosa di intoccabile e inumano, cioè non soggetto all’evoluzione della natura umana per la quale con l’età ci si ammorbidisce, si diventa meno radicali, ci si riconglionisce (anche) e a volte si pensa che sia il caso di insegnare a chi non lo sa quale sia la musica giusta da ascoltare. E, ancora, pensare che penso a Malkmus come a un mostro sacro mi fa sentire malissimo, nel senso che mi fa sentire come un vecchio hippie ancora in bomba per John Lennon. Adesso come adesso, l’hippie ha in mano solo il mostro sacro di John Lennon, le proprie emozioni di una volta e niente di attuale e ancora vivo da ascoltare che risponda alle sue esigenze musicali.

Capito che scenario mi si apre?

Non è che per forza devo valutare positivamente Ossigeno perché di solito non si sente quella musica sulla Rai. Come non me la sento di dire che mi piace XFactor perché Agnelli (o Morgan) una volta ha fatto fare ai loro concorrenti la cover di non so cosa mai sentita in TV. Valutarlo positivamente è un accontentarsi, è un po’ come votare il meno peggio. Possiamo sperare, invano, in qualcosa di meglio. Oppure non avere alcun interesse nel fatto che passino i Pixies alla Rai.

A me sembra tutto sbagliato. Se vuoi davvero proporre la musica “giusta”, perchè non proporre anche qualcosa di nuovo che secondo te è ok? Risposta: perchè non t’interessa fare quello che proclami di fare (“educare”) ma t’interessa solo compiacere te stesso. Quella vecchia non è l’unica musica giusta da proporre. Ghemon e gli Editors (nella prossima puntata) non bastano come rappresentanti del nuovo. Cerca di più, vai oltre i Maneskin, guarda se c’è qualche gruppo “indipendente” che vale la pena invitare, se proprio c’hai sta fissa di portare in TV la musica giusta. In più, dire che una trasmissione così non è il massimo ma va bene per il pubblico di Rai Tre è offensivo per quel pubblico, sia che sia composto dai giovani degli anni ’90 sia che sia composto da altri. E non credo nella divisione del mondo in due sulla base della musica che si ascolta e dei programmi che si guardano: gli intelligenti da una parte e gli stupidi dall’altra. Non penso sia giusto pensare che una musica sia quella giusta e un’altra quella sbagliata. Esistono solo gusti differenti. Penso che il ruolo della TV pubblica debba essere fare meglio rispetto a quello che fa attualmente o che ha fatto per anni, ma credo anche che non debba farlo con un taglio e un atteggiamento da Messia che fa cadere dall’alto la musica (e, in generale, la cultura) che decide di mettere in programmazione. Quando lo fa, ha lo stesso atteggiamento di Jovanotti che pontifica su cultura, politica e tutto il resto. Vi piace l’idea che la televisone pubblica si sia jovanottizzata?

“Più che Ossigeno direi Gas” (autocit.)

Finalmente un articolo sulle Tacobellas

tacobellas

Le Tacobellas sono comparse su Facebook il 14 gennaio con un post che diceva più o meno: ciao, noi siamo le Tacobellas, Greta e Valentina, su bandcamp puoi ascoltare la nostra musica, vedrai che nei prossimi giorni caricheremo altre tracce. L’hanno fatto, arrivando a sette canzoni, che mi sembra un buon numero per farsi un’opinione.

Praticamente, loro fanno le prove e quello che viene fuori lo mettono istantaneamente su bandcamp, ogni tot, a intervalli di tempo assolutamente variabili. Già mi sembrano molto interessanti per questo, cioè per l’idea di non fare uscire un album e neanche un ep ma di mettere on-line una canzone alla volta, come se fosse una collezione di figurine che vado a comprare in edicola. E piano piano riempio l’album, che viene composto, si compone e compare col tempo. La cosa ancora più bella è che il loro suono (Total 90 ma anche Cut) ricorda una delle migliori canzoni dei Nirvana, cover degli Shocking Blue, pubblicata nel primo singolo dei Nirvana del 1988, poi finita su Bleach: la canzone è Love Buzz. Dentro c’è tutto il suono del loro primissimo periodo, nei video live che si trovano sul tubo ma soprattutto su questo si sente bene. Il basso e la chitarra hanno lo stesso riff ed è così accattivante da ricordare i flauti che fanno ballare i cobra. La versione originale degli Shocking Blue è ugualmente seducente ma non così piena di distorsioni come quella dei Nirvana, che l’hanno trasformata in una canzone noise pop. Il noise pop è, penso di poter dire, anche il genere delle Tacobellas, senza il basso. È vero però che non si possono ridurre solo a quello, perché c’è anche Experimental 1 (vocal loop) che va in un’altra direzione. Per fare un altro esempio, una delle prime canzoni che hanno pubblicato (Hell Girls) all’inizio ha un suono dark wave. E insomma, di pedali su cui spaciugare – a quanto pare da una foto su Facebook – ne hanno, di canzoni ne hanno tirate fuori sette in poco più di un mese, sicuramente le idee non mancano visto che non sono mai ripetitive, io le seguo perché mi piace questo modo di farmi collezionare le canzoni e mi volevo raccomandare: seguitele anche voi, Tacobellas è la prima serie TV su bandcamp, che rilascia gli episodi quando li registrano, e ogni volta c’è una canzone nuova da ascoltare, sai più o meno il genere, se ti piace è ok, ma non è che puoi essere sicuro al 100% che sarà sempre così.

Poi, fanno tutto loro. In ogni canzone c’è scritto lo-fi version per cui presumo che registrino con un quattro tracce (ma non capisco niente di queste cose). Lo-fi non va tanto di moda adesso: è una scelta di carattere. E non c’è una canzone che perda di ritmo o nessun suono che perda di botta. Quindi loro entrano in sala prove, suonano, tirano fuori qualcosa di buono, ci insistono un po’ sopra, aggiustano per i fatti loro tutte le cose che sono da aggiustare, registrano, magari qualcosa se la tengono per la volta dopo e pubblicano su bandcamp. Saltano tutti i passaggi intermedi e non vuol dire che si prendono poco sul serio o che sono due cazzone, ma che sanno fare le cose come si deve, perché il risultato è figo, invidiabile. Aggiungo: che le Tacobellas sono 2/3 dei Lomax. Se vi piacciono i Lomax, non c’entrano niente.