Sono a casa anche quando non sono a casa. BENNETT II

Era una notte d’estate degli anni ‘80 e io ero a dormire dai nonni. Non riuscivo a prendere sonno così decisi di risolvere un problema che mi assillava da tempo: di quali band avrei potuto essere fan? Optai per:

– Madonna, 
– i Queen,
– Elio e le storie tese. 

E basta, non di più, perché sennò sono troppe e non riesco a seguirle, pensai. Non è che io avessi ascoltato chissà che, forse qualcosa in qua e in là. Comunque, prima di addormentarmi avevo deciso. E buonanotte. Si fa per dire, perchè feci un incubo: due uomini brutti, uno coi baffoni e i denti da castoro, l’altro con delle sopracciglia grandissime, tentarono di uccidermi, ma un bellissimo angelo biondo con il reggiseno a punta mi salvò. Non chiesi mai a mia mamma i soldi per comprare un disco dei Queen, o uno di Elio, ma di Madonna si. Avevo visto il concerto del Who’s That Girl Tour a Torino sulla rete nazionale, sia la diretta che la replica, mi piaceva davvero Madonna e quando mi salvò da quei due presi una cotta assurda per lei. Mi piace ancora. A chi non piace Madonna?

Aggiungo che un giorno mentre ero in gita con la famiglia e degli amici in un Virgin Megastore ho rubato la cassetta di Bad di Michael Jackson, mio babbo mi ha scoperto e mi ha dato uno schiaffone. Posso dire che la consapevolezza che mi piacesse la musica è passata attraverso tre momenti. La prima è l’acquisto di True Blue con il consenso di mia mamma (fase primi ormoni). La seconda è questo furto, fase ladro furbo come volpe. La terza è la fase della maturità: l’acquisto del primo disco in solitaria, Angel Dust dei Faith no more, che in camera mia all’inizio misi sullo scaffale di fianco a True Blue e Bad, trofei del mio passato ormonale e criminale turbolento, e che presto finirono in una scatola porta cassette sotto al letto, denigrati. Basta con quella roba, decisi di smettere, rappresentava il passato, ero pronto per il salto: dedicarmi alla musica giusta, quella che mi avrebbe cambiato la vita.

Per esempio, il grunge mi fulminò, ma non solo: erano anni voraci in cui le fasi musicali si susseguivano velocissimamente. Passai dal volere tutto dei Nirvana all’amare ogni singola nota dei Pavement al leggere addirittura il romanzo di Chris Leo dei Van Pelt, in inglese, capendone un quarto ma trovandolo comunque eccezionale.

A proposito di Grunge, mi è capitata sotto mano la biografia di Chris Cornell in cui Cornell racconta di essere stato eroinomane dagli 11 ai 14 anni, per poi smettere a 15, quando ha scoperto la musica, che l’ha salvato. I Soundgarden sono diventati la sua droga a 20 anni ma poi si sono sciolti, sono arrivati gli Audioslave e la carriera solista, acclamata, acclamatissima, ma per lui non era più la stessa cosa. Ha iniziato a imbottirsi di antidepressivi e dopo l’ultimo concerto si è suicidato, nel 2017. A volte, crogiolandoci nel desiderio che un cantante continui a pubblicare roba, pensiamo solo alla nostra soddisfazione e non a come si senta lui. Dalla sua storia ho capito che la musica, oltre a salvarti la vita, te la può anche togliere. E ho capito che la musica non è tutta uguale, puoi trovare soddisfazione in un certo tipo di musica, ma non in un’altra, che è sempre la tua, ma non è la stessa cosa, per tanti motivi. Non esiste un antidoto che si chiama Musica e qualsiasi cosa tu faccia o ascolti va bene. Il cugino di mia moglie (Gilberto) è molto appassionato di musica dal vivo e ogni volta che c’è una festa con un concerto lui va. L’importante è che sia nel raggio di 5 km, di più non si muove. “C’è la musica?” ti chiede, e puoi stare sicuro che se c’è, lui è là. Qualsiasi tipo di musica dal vivo, no problem, lui la ama tutta, lo fa stare bene. Possiamo dire che Gilberto sia il Pino Presti degli spettatori di concerti e che il suo sia un approccio totale, bello. E questo è il gilbertismo.

E tanti pensano sia sempre così, cioè una volta che gli hai detto che ti piace molto ascoltare musica sei fregato, da quel momento ogni volta che si parla di qualsiasi musica loro ritengono opportuno coinvolgerti. Alcuni ti mandano anche dei messaggi vocali. Ma può anche succedere che uno non ce la possa fare e che quindi abbia bisogno di una musica precisa, scelta, proprio quella, no un’altra. Non la devi solo scegliere, dev’essere quella giusta, è più un processo di conquista nei tuoi confronti, tu la ascolti e, o subito o più tardi, senti che c’è un terreno comune su cui vi muovete, che lei parla di te e che ti comprende, che tocca le corde giuste. Non sono un musicista e il mio è il punto di vista di un ascoltatore ma credo che il processo per un artista sia simile. Nel momento in cui un musicista scrive qualcosa, o partecipa alla scrittura, quello che crea è suo fisicamente, nel senso che l’ha generato lui, che ha partecipato alla creazione, ma questo non significa che abbia fatto la cosa più vicina a se stesso. I motivi per cui un artista s’imbarca in un gruppo (tipo Cornell negli Audioslave) possono essere tanti, credo (economici, per tenersi occupati o altro), e si può pensare di fare la cosa giusta, quella che ti darà di nuovo soddisfazione, ma poi la soddisfazione non riesci a raggiungerla e allora la musica non è davvero tua. Puoi fare musica X per anni e poi iniziare a fare musica Z ed essere soddisfatto oppure no. Così come puoi ascoltare una musica X per anni e poi scoprire altri generi, lasciarli scivolare sul piano inclinato della tua indifferenza oppure trovare un nuovo amore.

Quindi, può esserci un tipo di musica che ti piace più di tutte ma puoi avere anche altre anime, che ti fanno essere un po’ Gilberto ma non proprio Gilberto. Il mio rapporto con il noise metal è così. È diverso, per esempio, dalle fasi delle salse che metti dentro al toast. All’inizio, intorno ai 20 anni, ci metti il Ketchup, poi inizi a metterci la mostarda e sembri non voler più smettere. Ma arriva il momento in cui metti solo la maionese, per poi scoprire la salsa allo yogurt, speziata o meno. Infine, quando sei più grande e hai la gastrite, non metti più salse. E ogni volta che passi da una fase all’altra, della fase precedente non ne vuoi più sapere, chiuso, non se ne parla. Ecco, con certa musica che mi piace non è così. Ci sono cose che non riesco ad ascoltare nemmeno più da lontano – tipo andavo matto per i Guns e adesso non ce la faccio proprio – ma non è con tutto così. Mi piace ancora Madonna, appunto. E per tanto tempo ho ascoltato altro ma una volta che in me è stato posato il seme del noise, è cresciuto, lentamente – e ci mancherebbe che io andassi veloce – ma è cresciuto. Il seme è stato Stag dei Melvins (1996) e da lì ho scoperto quel miracolo dei TAD, il perfetto anello di congiunzione tra il grunge e il noise metal, poi gli UNSANE e la AmRep. Era come se quelle ritmiche lente e pesanti mi ipnotizzassero, tirando fuori un’energia latente, non proprio afferrabile e utilizzabile, ma presente e viva. Una figata, completamente diversa da gruppi che già amavo. 

Ancora adesso, quando ascolto noise metal, sento la stessa cosa. Tra i miei eroi del noise metal di adesso ci sono i BENNETT. Che poi forse non si possono definire proprio noise metal, forse noise core, post hard core, forse tutte queste cose insieme. Ma insomma, la prima volta che li ho visti dal vivo sono rimasto impietrito, era come se mi cullassero in modo speciale, con le loro urla senza senso. Conoscevo già i Disquieted By che mi avevano fatto esattamente lo stesso effetto, e che avevo sperato tantissimo di vedere dal vivo, poi tra una cosa e un’altra è successo una volta sola. Una sola, ma indelebile. E i BENNETT dal vivo sono granitici, compatti e lentamente scattosi. I loro stop sono come un fermo immagine, c’è stato qualcosa prima e ci sarà, nell’immediato, qualcosa anche dopo, qualcosa che ti aspetti, che rimane per un attimo fuori campo, poi rientra e crea un’attesa che ti fa esplodere. Oddio, è una cosa che si può dire di ogni genere che usi lo stop and go, ma durante quel primo concerto avevo fatto una foto in cui David (il cantante) era preso a metà di un movimento, in quell’attimo in cui si era stoppato seguendo lo stop della musica, il che rendeva precisamente quest’idea. Ed era un po’ come le copertine degli UNSANE (tipo Wreck o Scattered, ma anche Blood Run) che lasciano sempre qualcosa fuori campo, qualcosa di violento. Io da quel momento penso ai BENNETT come alla band degli stop e delle ripartenze più potenti dell’universo (senti The season, la seconda di II, il disco nuovo; oppure Hurricane, la sei). Però i BENNETT non sono un gruppo violento. Non sono solo capaci di unire il noise metal a delle melodie catchy, cosa che credo sia una caratteristica del genere, ma spingono tantissimo nella direzione catchy, senza perdere di vista il suono peso (Red H(v)elm(v)et). E in più spingono moltissimo in direzione scrittura (Distant): le loro canzoni sono piene di svolte improvvise, di cambi di giro sorprendenti. In Romagna si chiama ARSIÓUR, quella foga di muoversi, di fare, di cambiare. È proprio una specie di scadore, un pruritone che non ti fa stare fermo, né con il corpo né con la mente, un moto perpetuo, una ricerca continua. In II si traduce in tanti cambiamenti di intensità e ritmo, dentro ogni canzone, e nel non essere mai fermo anche quando è fermo. Tutto questo, insieme alle lande desolate di ritmo sempre uguale che riescono a creare (All right), rende i BENNET gli eroi del noise sludge metal arsiòur core in Italia. Almeno per me, eh.

Questo tipo di cose non è sempre stata la mia comfort zone, ma mi ci trovo benissimo lo stesso. Negli anni ho preso confidenza col genere ma non è quel tipo di confidenza che mi permette di dire che si tratti di una vera e propria comfort zone. Che poi io sono un po’ in fissa con gli UNSANE, ma i BENNETT possono essere avvicinati anche a Torche o Cherubs. A proposito di Cherubs, in fila a un loro concerto qualche anno fa sentivo quelli davanti a me che elencavano le volte che li avevano visti dal vivo, o tutte le volte che avevano visto un concerto noise o sludge metal in vita loro. Una volta nella mia città si diceva che uno che si vanta, “sborra”. Ecco, loro sborravano un casino. Praticamente avevano visto solo di quella. Io invece no, per me era uno dei primi concerti noise. Uno di loro a un certo punto però ha detto che uno dei concerti più belli che avesse mai visto era quello dei Lemonheads, “uno dei miei gruppi preferiti anche se non c’entrano un cazzo”, cit.. Gli altri lo guardavano storto ma io lo volevo abbracciare come un fratello, però ho lasciato stare. Questo per dire che le nostre comfort zone principali s’incrociavano ma soprattutto trovavano altre comfort zone parallele in territori più o meno vicini. Individui te stesso, quello in cui ti riconosci e ti sei riconosciuto per anni, ami tutta quella roba lì senza la quale non potresti neanche esistere, ma ci può essere anche una parte di te che va in un’altra direzione, che fa sempre parte di te, non è minore, non è inferiore, né meno importante, né in contraddizione. È un altro lato. È possibile sentirsi a casa ascoltando un genere, ma anche un altro, con uno sei nella tua casa di sempre, con l’altro nella tua casa nuova, che senti che sta diventando una seconda casa, o semplicemente una delle case. Ogni volta che attacco il nuovo disco dei BENNETT sento un brivido di casa, non è la mia solita casa, quella in cui abito da una vita, ma è la mia casa. Del resto, casa è dove la fai*.

Bennett II (il cui vinile voglio ricordarlo è color MOSTARDA) lo ascoltate e comprate qui:

*cit. Wanda Maximoff

E poi, era l’ora di una birra 

Mississippi stumbling

Una volta siamo stati sul Mississippi, nell’estate del 2008. Viaggiavamo in macchina e al nostro arrivo a Memphis abbiamo parcheggiato in un bel parcheggio coperto, di quelli in cui si vede anche il ferro arrugginito sotto al cemento armato. Il custode ci disse di non tornare dopo le 21:30-22 perchè era pericoloso. Trovammo da dormire in un motel in cui non vollero la carta d’identità ma ci chiesero da dove venivamo e poi risposero “dov’è l’Italia?”. A quel punto, ci siamo chiesti “perchè, già, siamo venuti in questa città?”. Poco dopo siamo andati a fare una passeggiata sul Mississippi e, solo guardandolo, abbiamo trovato la risposta. L’avevamo raggiunto dal centro della città. Vedendolo da lontano, ci siamo emozionati. Per arrivare sul lungo fiume c’erano delle scale e le scendemmo quasi di corsa, non guardando dove mettevamo i piedi. Io inciampai quasi decapitandomi. Ma mi rialzai senza un graffio. Avevo qualche anno di meno.

Il Mississippi era enorme. Ci rapì per circa un’ora poi ci allontanò, scagliandoci contro uno stormo di libellule molto grandi, una macchia nera nel cielo terso e bollente, da cui scappammo risalendo le scale, perchè sembrava davvero che fosse lì per cacciare noi. Io sono inciampato in uno scalino (forse lo stesso di prima), ho avuto paura di finire tutto smozzicato da quel nugolo scuro, anche se sapevo che le libellule sono innocue (la paura rende scemi). Ma mi sono rialzato incolume e siamo andati a bere una birra in un bar su Beale Street, vicino al BB King Blues Club. Una bella serata.

Prima di arrivare a Memphis eravamo stati a Oxford, Mississippi. C’eravamo andati soprattutto per visitare Rowan Oak, la casa di Faulkner, ma è stata una tappa sorprendente per tanti motivi. Visitare Rowan Oak è stato come visitare una casa di campagna qualsiasi, solo che era la casa di campagna di Faulkner. Gli appartenne dal 1931 fino alla morte, quindi dopo “L’urlo e il furore”, ma fate conto che questo significa che dentro ci scrisse (per esempio) “Oggi si vola” e “Assalonne, Assalonne” (che mi venga un colpo!).
Il secondo motivo per cui Oxford fu sorprendente è il suo centro cittadino, veramente confortevole, a misura d’uomo, come piace a me.
E nel centro della città, proprio affacciata sulla piazza, c’è il terzo motivo: Square Books, la libreria. Fondata nel 1979, è una delle più belle librerie che io abbia mai visto. Vi si respira un’aria da letteratura americana del XX secolo, è disordinata e ordinata allo stesso tempo e al punto giusto, e ha mobili in legno di ciliegio rovinato e una sezione di letteratura per i ragazzi paurosa. Abbiamo comprato una tazza da té con il logo ed è ancora intatta, non l’ho ancora rotta: questo mi sembra un segno.
Il quarto motivo per cui Oxford è stata una visita incredibile è il Proud Larry’s, un club. Stavamo cazzeggiando in giro quando all’improvviso è arrivata l’ora di una birra. E in quel momento eravamo, guarda caso, proprio davanti al Proud Larry’s, siamo entrati, abbiamo bevuto e uscendo abbiamo visto il programma della serata. C’era un concerto, suonavano tali Hold Steady, tu li conosci? mi ha chiesto la Fede, no, sarà un gruppo ska, ho risposto io. Stasera ci torniamo ha detto la Fede. Va bene ho detto, speriamo non sia un gruppo ska. E alla sera ci siamo tornati, dopo essere passati a rinfrescarci all’ostello.
L’ostello è il quinto motivo per cui tornerei a Oxford anche oggi stesso. Era in realtà una casa in mezzo alla campagna, un tempo in mezzo a una piantagione, un posto incantevole, fuori tutto bianco, con il colonnato altissimo davanti, la corte interna, stanze distribuite sotto i portici, sedie a dondolo di fronte all’ingresso e aria condizionata sempre funzionante, anche di notte. Ecco, questa in realtà è una cosa che ci ha fatto un po’ soffrire, in senso fisico proprio. Dentro, ci saranno stati 15 gradi. L’aria non si spegneva dalla camera e non si spegneva da nessuna parte. Disperati, la prima notte siamo andati a suonare al campanello del padrone, nel buio della campagna (non c’erano tante luci), per capire come fare, lui è venuto alla porta in mutande dopo mezz’ora, ci ha spiegato che c’era solo un interruttore centralizzato per tutte le stanze e ci ha svelato faticosamente dove diavolo fosse. Era stupitissimo che volessimo bloccare l’aria – del resto quando ci aprì la porta da dentro casa sua uscì il vento dell’Antartide – oltre che scocciatissimo perchè l’avevamo svegliato per una sciocchezza simile. La mattina dopo, i nostri vicini, marito e moglie, potevano avere sessantanni, si sono arrabbiati perchè avevamo spento tutto, “there are 40 degrees outside! 40! Outside outside outside” dicevano, ripetendo outside alternandosi, prima uno, poi l’altra. Mah. Io mi sono vergognato tantissimo ad andare a suonare al padrone di notte, ma che cazzo, 15 gradi. Inside. 

Il posto comunque era bellissimo, un sogno, dovevamo starci una notte, ne abbiamo fatte quattro o cinque, e abbiamo trovato con facilità un compromesso per l’aria condizionata con i vicini: se ne sono andati subito senza salutare e per tre o quattro notti siamo stati soli, in tutta la mansion. Essere soli era figo, ma anche spaventoso. 

Una breve parentesi, giusto per dare un inquadramento climatico-politico-religioso. Ho già detto dell’escursione termica giorno/notte. Un pomeriggio, usciti dalla mansion per andare in centro, all’improvviso ha iniziato a piovere che dio la mandava. Si, perchè, se piove così, da quelle parti è perchè Jesus Lord l’ha voluto, per punirci o per premiarci, dipende dai punti di vista, ma comunque Jesus Lord va ascoltato, e capito, e ubbidito. Un scione d’acqua come non avevo mai visto, con gocce fredde come il ghiaccio. Eravamo in macchina e ci siamo fermati perché non si vedeva niente, e perché non capivamo se Jesus Lord volesse punirci per l’aria condizionata o per altro. Eravamo comunque certi che fosse una punizione, quindi ci siamo fermati. Dopo 20 minuti è tutto finito e sono tornati i 40 gradi, ma li ricordo come i 20 minuti più apocalittici che io abbia mai vissuto. Tutto lavoro in più per Bubba, il custode della mansion, che avrebbe dovuto sistemare tutto il casino fatto dal vento e controllare i fiori e le piante, distrutti dalla pioggia torrenziale. Chissà quante volte gli toccava in un anno (Jesus Lord is a capitalist). Piantava e ripiantava, perché tutto doveva essere sempre in ordine, diceva il padrone. Bubba custodiva tutto il terreno intorno, ettari di campi sterminati senza un albero. Era nero, muto, grande e grosso, comunicava solo con suoni gutturali e indossava una salopette di jeans e una maglietta stracciata, sempre. E si chiamava davvero Bubba, ce l’ha detto il padrone quando ce l’ha presentato. Soprannome razzista? Nomignolo latifondista? 

Oxford è davvero bella, per la mansion e per tutti i motivi che ho detto. E per il concerto degli Hold Steady. Alla sera (la sera prima della notte del blitz dal padrone? boh, non ricordo) ci siamo tornati davvero, al Proud Larry’s. Il concerto fu bellissimo. In tutti i negozi di dischi in cui sono andato dopo, ho cercato qualcosa della loro discografia e l’ho completata quasi tutta. Anzi, mi sa tutta, fino a lì. Quello era il tour di Stay Positive – che comprai durante il concerto oltre a una shopper che custodiamo ancora come la shopper con la miglior stoffa di sempre, bella grossa – il loro album migliore. Fino a quello di quest’anno, Open Door Policy, che è in assoluto il migliore che abbiamo mai fatto, dove tutti gli strumenti si equilibrano come mai prima d’ora e le canzoni sembrano scritte con un filo di gas. Talvolta la musica è triste e la voce si staglia più decisa. Ma questo l’hanno sempre fatto. Ascoltare Open Door Policy è come viaggiare negli Stati Uniti, una volta sei nel Missouri, un’altra in Oklahoma, un’altra ancora non so dove, tipo in Illinois. Avventuroso.

Il Proud Larry’s era pieno quella sera. A concerto iniziato, un local si fermò accanto a me e mi disse nell’orecchio (non so perchè, non lo conoscevo) che quello sarebbe stato l’ultimo tour nei piccoli club, che poi sarebbero esplosi e avrebbero fatto concerti negli stadi. Non è successo, almeno non negli stadi. Però in festival importanti si. Il tipo lo diceva per fargli un complimento, era gasatissimo e in buona fede, e in effetti Stay Positive è stato probabilmente il loro maggior successo ma è meglio che sia andata così, penso, cioè che abbiano avuto un po’ di successo ma non uno sfacelo. La loro musica sarebbe diventata Bruce Springsteen, bastava un attimo. Io, dal canto mio, gli Hold steady non li conoscevo fino a tre ore prima e al tipo non risposi niente. Lui non mi cagò più, io andai al banchetto del merchandise e tornando inciampai giù dalle scale di fronte al bar, ma (ancora) non mi ruppi un piede per miracolo, forse perchè ero più giovane ed elastico, o forse perchè il giorno dopo dovevo essere agile per lasciare la mansion e guidare, con gli Hold Steady a rota e al fianco della donna che 12 anni dopo sarebbe diventata mia moglie, fino al Mississippi. 

Il concerto fu bello perché

– il cantante (Craig Finn) aveva una carica interminabile, quella è gente che deve dirle certe cose sennò esplode;

– un po’ cantava un po’ faceva dello spoken word abbastanza hard core;

– avevo carpito che in una canzone diceva “the early 77 Seconds”, e avevo carpito bene (la canzone è “Stay Positive”);

– hanno suonato da dio;

– avevo visto molto carico il tastierista (Franz Nicolay), che poco tempo dopo se ne andò, mi sono chiesto il perchè, ma effettivamente avevo notato che la tastiera era un po’ invadente. Adesso è tornato ed è molto più sulle sue;

– tutti sul palco facevano qualcosa anche quando non suonavano, facevano gli stupidi intendo, si divertivano;

– Craig Finn, tra un verso e l’altro delle canzoni, spostava di scatto il microfono alla sua destra, proprio come Axl Rose, ed era bello perchè, pur avendo l’aspetto di un nerd con pochi capelli, Finn aveva la movenze di una rock star che si mangia il palco, con garbo, senza strafare, ma indiavolato;

– avevo scoperto da un’intervista su un giornale locale che Finn è di Minneapolis, come gli Husker Du;

– gli Hold Steady non fanno ska ma una specie di punk rock revival e un po’ heartland rock, definizione che ho scoperto oggi e che significa tipo Tom Petty o Springsteen, il rischio è sempre in agguato vedete?, ma gli Hold Steady l’hanno per ora sempre scongiurato, non rinunciando però a timide somiglianze alla Vespa dei Lunapop. Che assurdità.

Ed ecco un po’ di video della serata:

https://youtu.be/PthaQA92nKE

https://youtu.be/8zcelLn1qHg

https://youtu.be/Qg02wb6GkqI

Ed ecco il disco nuovo

https://theholdsteady.bandcamp.com/album/open-door-policy

Ciao

Il gioco è bello finché è corto

 

Ho avuto almeno un’esperienza terribile con i videogiochi. Quand’ero giovane, giravo al Bar Primavera, uno di quei posti in cui tu e i tuoi amici vi ubriacate al sabato sera ma gli altri clienti si ubriacano tutti i giorni. Era il garage di una casa, trasformato in bar. Era figo, c’era il biliardo, il calcino e due videogiochi, Street Fighter II e non ricordo l’altro. In più, era sempre fresco. Adesso il Bar Primavera non esiste più, c’è un negozio che vende le cover per i cellulari, credo, ma non ci metto la mano sul fuoco.

Un giorno subito dopo pranzo, fuori era estate e c’era un caldo tremendo, stavo giocando a Street Fighter, da solo. Ero tranquillo, in vacanza, tutto andava bene. A un certo punto spunta fuori da dietro la Monica. La Monica era una ragazza che avrà avuto 45 anni ma ne dimostrava 60, capelli rossi e ricrescita bianca e blu, pancia da birra e tette che sembravano due fette di carne. Lo dico perchè tra di noi c’era uno che le piaceva, Mattia, e gliele faceva vedere spesso, ma non in disparte, quindi le faceva vedere a tutti, e gli proponeva altrettanto spesso di scopare, scrollandole sotto la maglietta bianca. Quando le scrollava, io mi concentravo su una macchia di vino rosso sulla parte bassa della t-shirt, al centro, ce l’aveva, fisso, sempre fresca. Era come se almeno una goccia di ogni bicchiere di Sangiovese che si beveva andasse a finire lì. Era una buona crista. Insomma, quel giorno mi comparve davanti, proprio tra la faccia e lo schermo, urlando “Sai cos’è questo?! Sai cos’è??!” e si teneva tra il pollice e l’indice una ciocca di capelli bianchi blu rossi rappresi che le spuntava sulla nuca. “È il segno del diavolo! Me la taglio di continuo e lei ricresce, dalla sera alla mattina, e quando me la taglio mi fa male, ma un male cane!”. E iniziò a porcoddiare. Io non sapevo che dire, ma intanto Ryu mi aveva ammazzato con uno shoryuken. Scappai. Chissà che fine ha fatto, la Monica.

In generale, comunque, non ero una gran lepre con i videogame. Quando andavo in sala giochi a Cesenatico, mio fratello mi sfotteva perché preferivo l’hockey da tavolo. E via dicendo. Qualche giorno fa leggevo MONOKEROSTINA di Baronciani. A un certo punto nel bugiardino dice una delle cose più vere del mondo, almeno per me. Se una persona ti dice come sei, allora tu ti comporti di conseguenza. La mia prof. di inglese delle superiori mi disse che ero “per niente brillante” e io per tanto tempo ho pensato di essere così. Non che io sia un drago, ma quest’anno ho cambiato lavoro, adesso ho molto più a che fare con il pubblico, e ho scoperto di non essere male. Pensavo peggio. Però non è solo quello che dicono gli altri di te a rischiare di definirti, è anche quello che fai. Io per esempio ai videogiochi sono sempre stato una mezza sega e non ho mai pensato di tentare di migliorare, c’ho giocato un po’, ma poi c’ho rinunciato.

Posso dire, oggi, a 40 anni suonati, che un disco di hc melodico mi ha fatto rendere conto di una cosa della vita. La vita è imprevedibile.

Qualche anno fa ho conosciuto un gruppo punk rock italiano che a oggi ha fatto cinque dischi. I primi quattro sono Black Supplì, Apple Linder, Aquafelix Ep e Too Old Too Die Young, tutti bellissimi. Loro si chiamano Cayman the Animal e mi piacciono perché a suonare sono delle schegge ma scherzano molto, sono divertenti, e riescono a farlo con una simpatia che va oltre l’atteggiamento o quello che dicono prima, all’inizio o dopo la canzone. Per esempio dal vivo, loro fanno così: dicono due o tre cazzate, poi iniziano a suonare e a suonare, come dicevo, scheggiano, non scherzano per niente, ma la simpatia rimane. E alla fine dicono altre due o tre cazzate e poi ripartono a suonare e via dicendo. È di sicuro una cosa che viene dai NOFX però i NOFX non erano così simpatici. I Cayman sono capaci di unire un certo livello di cartola, velocità, passaggi ben definiti e buona scrittura delle canzoni, con il divertimento, tutto in uno. Adesso non dovrà essere la regola, però sono a mio agio quando sul palco c’è gente che è evidente che si diverte, poi quando si mette a suonare spacca tutto. 

Il quinto disco dei Cayman è uscito il 1° gennaio 2021 e si chiama Cayman Fantasy. Con un titolo così (poteva essere anche Final Animal, ma comunque è chiaro che viene da Final Fantasy, anche a me che sono un pollo del videogame quindi presumo anche a voi, per lo meno di sicuro a quelli che hanno 35-40 anni) poteva essere solo un disco ascoltabile da dentro un videogioco. Lapalissiano no? Cioè, loro hanno avuto questa idea geniale: diamo la possibilità di ascoltarlo solo a chi gioca al videogioco! Bellissimo, ma a me tirava il culo parecchio perché non avevo voglia di giocarci. 

Poi il 18 febbraio i Cayman Buonaniman hanno pubblicato il disco anche free e l’ho ascoltato anch’io. Però insomma (e arrivo al punto) mi sono pentito, ho pensato che almeno avrei potuto provarci, che tanto sicuramente il videogame era facile, non è che ci sarà stato da risolvere chissà che cosa, forse aveva lo stesso livello di difficoltà di, che so, Super Mario Bros, e poi sarei stato da solo a farlo, voglio dire, sul divano, non ci sarebbe stato il pericolo che mi spuntasse fuori la Monica da dietro. Comunque, non l’ho fatto e così facendo sono rimasto quello che ero, quello che il mio passato aveva definito e non ho neanche provato a cambiare e invece magari avrei dovuto, perché quando c’ho provato ci sono anche riuscito, a cambiare rispetto a quello che pensavo di essere dico. Ma non sempre si può vincere.

Quindi per fortuna che c’è una regola universale che vale dappertutto: il gioco è bello finché è corto. Cioè, bella idea quella del videogame, ma dopo un po’ bisogna darci un taglio. Il videogioco pixelato è un trip che una precisa tipologia di persone si fa, è un collegamento con un passato e un immaginario ben precisi, attorno al video gioco vecchio stile si crea condivisione, comunità, universo Arcade. Ci si identifica con quella roba lì e si gioca divertendosi ancora di più (io no eh, l’ho già detto?), pensando che ci sono altre persone come te che ci stanno giocando, e lo fanno perchè vogliono ascoltare un disco, lo stesso disco, tutti. Voglio dire, un’idea del genere crea unione. Però dopo un po’ è giusto fare basta. Perchè sta proprio lì il discorso: allargare la base, allargare la famiglia di cui si fa parte, fare conoscere a più persone le proprie idee, non rimanere chiusi nell’isola felice, anzi non essere proprio un’isola felice ma confrontarsi con l’esterno, l’esterno fa schifo ma molti di quelli che fanno schifo magari non sanno neanche che esiste un modo migliore e bisogna farglielo conoscere, dirgli che non c’è solo lo schifo. Proprio come dice in Boosting the underground movement as Socrates would, “Incrementare il movimento underground come vorrebbe Socrate”, la mia canzone preferita di Cayman Fantasy: trasmettere conoscenza, dotare le persone degli strumenti per comprendere la realtà, far conoscere le cose belle e fatte bene. E quindi secondo me i ragazzi hanno avuto una bella idea, perchè prima hanno raccolto intorno a sé tutti gli amici poi hanno allargato la cerchia. Idealmente e nel loro ambito, è chiaro, ma può essere un atteggiamento valido sempre. Oggi mi sento positivo, poi magari domani ricado nel pessimismo, ma oggi secondo me può funzionare.

Quando ascolto i Cayman mi vengono in mente sempre gli Hot Snakes. Suicide Invoice. Di solito. Questa volta è un po’ diverso. Cayman Fantasy è più pesto dei precedenti, rallentato, ho pensato alla trasformazione avvenuta dagli Hot Snakes ai Drive Like Jehu del primo disco, cioè praticamente nessuna trasformazione, perchè non è una cosa che ha un riscontro chiaro nelle canzoni, è una sensazione. Più una cosa legata al trascorrere del tempo, e a un certo punto diventiamo un’unica cosa fatta di quello che eravamo prima, che siamo adesso e che saremo o non saremo in futuro, ma questa trasformazione la viviamo sempre nello stesso ambiente e siamo noi a cambiare, non quello che ci circonda, a meno che non ci spostiamo di città, stato, continente. Ecco, facciamo finta che l’ambiente sia il punk rock e l’hc melodico: si tratta di un ambiente uguale da tempo, con caratteristiche e riferimenti chiari e cristallini, oltre che cristallizzati. Noi continuiamo a riconoscerci in certe sonorità ma come esseri umani scalciamo, non ci accontentiamo di stare fermi come fa l’ambiente che ci circonda. Quindi ci muoviamo dentro a esso. Ecco quella sensazione è questo movimento, è il risultato dei calci che diamo quando e se (perchè non è detto) ci sentiamo un po’ stretti. Non so se sono solo io ad avvertire un rallentamento in Cayman Fantasy o se davvero è così, a me sembra davvero così, ma è l’esito di tutto questo processo: il genere non è più propriamente il mio preferito ma i Cayman mi piacciono lo stesso per quelle cose che ho detto su a proposito della simpatia ma anche perché ho individuato in loro la voglia di cambiare un po’ pur rimanendo nello stesso contesto. Il cambiamento in questo caso mi pare un rallentamento del canone di velocità e un incupirsi dei suoni taglienti appartenenti ai generi di riferimento, ma forse sono solo io e loro quando leggeranno queste cose diranno ma che cazzo dice. 

Nella prima canzone no, ma in alcuni dei pezzi dopo c’è un velo di malinconia, e la malinconia rallenta. C’è qualcosa che negli altri dischi mancava, una specie di rallentamento riflessivo. In Pillows c’è aria di Stooges e il rallentamento è potenza ma anche attacco, provocazione consapevole. Con Fred the cat si torna a spezzare i ritmi e le chitarre, up to the beat. Ma You first, Maestro ha ancora qualcosa: se non fosse molto meglio, ricorderebbe il post punk inglese di adesso. Come la vena dark di Smile cracker: momento potentissimo nel cuore del disco. Let Darby Ride va più in direzione post hard core con non hc melodico, in quel modo tipo Red Worm’s Farm. Boosting the underground movement as Socrates would è lentissima! I Cayman hanno sempre alternato pieni a vuoti, passaggi più veloci a passaggi più lenti, ma questa volta i momenti in cui il rullante raddoppia sono meno frequenti. Qualcosa si è infiltrato nell’inscalfibile hardcore melodico dei dischi precedenti.

Quel giorno d’estate, in fuga dalla Monica, sulla strada verso casa incontrai Ama. Ama era un punk della nostra città, uno tirato, vestito di tutto punto, chiodo, calzoni attillati scozzesi e cerniere ovunque. L’avevo sempre visto vestito così, quattro stagioni su quattro. Ma non quel giorno: quel giorno era in tuta e scarpe da ginnastica. Cos’era successo? Tutti i punk sulla Terra si erano estinti? Un meteorite era caduto sulla casa di Iggy Pop causandone la definitiva, fatale, dissoluzione della pelle? No, niente di tutto questo, e purtroppo me lo spiegò Ama, che era uno molto loquace, bisognava stare attenti o non ne uscivi più, si diceva in giro che alcune persone, sopravvissute una prima volta, al suo passaggio si tuffassero a terra appiattendosi come sogliole, per non farsi vedere ed evitare una seconda pezza. Io non fui abbastanza pronto a sogliolizzarmi, lui probabilmente mi scambiò per mio fratello, e mi mise all’angolo. Il panegirico verteva sul fatto che a lui piaceva un casino il punk ma dopo tanti anni incominciava a riflettere su tutto quello che ci sta intorno e che non è attitudine o musica ma solo ornamento. Cioè: “io sono ancora punk, ma diobo mi sono stancato con quel chiodo di merda di aver caldo d’estate e freddo d’inverno”. Io annuivo. “Gli altri non lo capiscono, ma io do piú importanza alla musica che a tutto il resto”. In fondo, era uno giusto che aveva capito tutto. Il giro di Ama era composto da altri tre o quattro punk, o forse cinque, tutti amici. Ecco, Ama ci stava dentro ma aveva superato la fase, incominciava a scalciare e in qualche modo a dare al punk un proprio ritmo, non quello degli altri. Cogliendo al volo una breve pausa tra una parola e l’altra, che fece per prendere fiato, lo salutai e scappai, perché non è che volevo passare con lui poi troppo tempo. Mentre ero in fuga pensai però che era più simpatico così, in tuta. Chissà che fine ha fatto, Ama. Non credo abbia indossato mai più il chiodo. Credo che a un certo punto si sia messo a fare il dj, specializzato in quella musica lì, forse per farla conoscere di più, per allargare il giro. Si cambia, e lo si fa anche perché siamo talmente innamorati di quello che facciamo che vogliamo che più persone possibile lo conoscano.

Non so quanto si proietti se stessi dentro la musica che ascoltiamo, non so quanto dentro di lei vediamo ciò che vogliamo vedere, che magari non corrisponde alle intenzioni di chi l’ha scritta, ma succede. Anzi, forse è proprio l’intento della musica e dell’arte in generale, aprirci la testa con dei suoni, delle immagini o altro, che ci facciano andare al di là del messaggio dell’autore, perchè così ci facciamo una nostra idea. Non so, ma io nel nuovo disco dei Cayman c’ho visto queste cose. Forse è tutto giusto, o forse è tutto sbagliato.

Che occhio! Una cosa è sicura: per la prima volta le grafiche non sono di Ratigher, che li ha disegnati per quattro dischi, ed era in lui che li identificavo, visivamente dico – oddio, quando li ho visti suonare con la gondola quell’immaginario ha perso fermezza, ma per un attimo. Con Cayman Fantasy invece hanno cambiato grafica, e anche grafico. Niente, mi sembrava una nota importante da mettere alla fine.

 

Ciao, ascoltate questo disco, Cayman Fantasy

https://caymantheanimal.bandcamp.com/