La MANINA sulla night life romagnola: alla conquista del rock

wild bunch a pontecucco

Una volta avevo un gruppo. Per la maggior parte del tempo siamo stati un power trio ma a un certo punto abbiamo avuto anche un secondo chitarrista. Presente quelle cose sbagliate dal primo momento, di cui però ti rendi solo quando è troppo tardi? Ecco. Al Liceo Scientifico di Cesena c’era l’autogestione, in giro per i corridoi la gente si dava da fare per organizzare i gruppi di studio, più o meno. Lui, detto Nelli, era seduto sulle scale al primo piano. E suonava la chitarra. Capello lungo con banana ammosciata su un occhio, facce plastiche, faceva Sweet Child o’mine. Davvero non so perché, ma io e Michele (chitarrista e cantante) in quel momento abbiamo deciso che il gruppo con Nelli avrebbe svoltato. Dopo il primo ascolto, Emi, il bassista, era al settimo cielo. Adesso vedrai, i pezzi saranno tutta un’altra cosa, diceva, sarà il nostro Pat Smear. Pat Smear. Durante la prima serata in sala prove, Michele con la mano faceva “da così a così”. Si era talmente rotto le palle di suonare la chitarra che aveva gettato la propria rottura di cazzo tra le braccia di un fanatico di Slash. Il gruppo era allo sbando. Già dalla seconda prova iniziò ad andare tutto storto. Distanze incolmabili, suoni orrendi, manie di protagonismo incredibili non erano cose tollerabili. Un po’ di tempo dopo, l’abbiamo chiusa lì.

Non prima, però, di fare un po’ di concerti in giro. Eravamo così famosi che abbiamo suonato anche lontanissimo: a Ravenna. Uno dei problemi di Nelli era suo babbo. Aveva un pulmino da Libico e ci faceva la cortesia, quando la benzina non costava troppo, di accompagnarci a suonare. Era un uomo un po’ invadente e dopo due date eravamo già pentiti di aver accettato la proposta, solo che non avevamo macchine abbastanza spaziose per mandarlo a fare in culo. Uno degli episodi più spiacevoli fu quando ci chiese una parte dei soldi che avevamo preso per suonare. Il “cassier” lo chiamava. Diceva che, tra trasporto degli amplificatori e benzina, se li era meritati. Non glieli abbiamo dati.

Suo figlio non era da meno. Non capitava spesso che ci pagassero, due o trecento mila lire, a seconda. La morale dei gestori dei locali era così alta che a volte venivamo ricompensati in birra. Raramente, ma capitava anche che ci venisse dato il lusso di scegliere: soldi o birra? Era un momento storico in cui alla spina, tranne forse nei pub tirati, si trovavano solo biondazze tipo Moretti o Peroni. Comunque, noi birra. Ma il figlio del Libico era astemio e voleva sempre i soldi. Bisogna dirlo, era già molto più adulto di noi.

Prima e dopo il Libico: l’A112 di mia mamma

Una sera particolare abbiamo suonato allo Snowfollia di San Mauro Pascoli, sulla Statale Adriatica. Ci pagavano in birra: niente possibilità di scelta, niente tensioni nel gruppo. Bene così. Ma c’era di più. La serata era un contest tra tre band: il vincitore si portava a casa un viaggio. Meta? Misteriosa. Il sistema di voto era chiarissimo: a votare erano gli amici dei gruppi, una consumazione: un voto, e i voti venivano raccolti in un’urna a forma di foglia di marijuana. La nostra brillante deduzione fu che vinceva chi portava gli amici più tosti. “L’ho fatto altre mille volte, i ragazzi si divertono tantissimo” disse il proprietario del locale, un tipo un po’ lunatico, sui 35, con una gran zazzera nera riccia e ingellata fino alla schiena.

Per conto nostro, non ci siamo fatti ridere dietro. Nelli, per mettere in vista i nerboruti pettorali mentre li faceva rimbalzare, cosa che non perdeva occasione di fare ogni volta che poteva, ha suonato con un corpetto in pelle nera a petto nudo. La sua Gibson Les Paul alla Slash quasi ha preso fuoco da gran che c’ha dato dentro. Ma soprattutto abbiamo invitato tutti gli amici peggiori. Non ricordo i nomi degli altri due gruppi ma temevamo molto quello che faceva le cover degli AC/DC. Il cantante usava un’asta corta, dalla parte del microfono c’aveva piantato un bel teschio e l’altra parte se la teneva infilata nelle mutande, nere, unico indumento indossato, per tutta la serata. I loro fan erano uomini con l’impermeabile in pelle fino ai piedi, tutti, e ci sfidarono a suon di boccali da un litro. La gara era aperta, tutto poteva succedere.

Durante la sfida, Nelli fu invaso da una serie di dubbi sull’efficacia della nostra performance live. Apprezzava tantissimo il tipo col teschio nelle mutande. Diceva che Michele doveva fare come lui e che avremmo dovuto cambiare genere, perché in Romagna il grunge tirava solo tra gli sfigati, l’hard rock no. Quanta ragione. Il babbo era d’accordo. I dubbi scomparvero quando, dopo uno spoglio attentissimo, ci comunicarono che avevamo vinto, STRACCIANDO gli AC/DC. Gli impermeabili se ne andarono con le pive nel sacco. Mutanda Nera, sconfitto, salì in macchina, in mutande, e sgammò, o sgommò, visto che era febbraio. Mai più rivisto. Noi eravamo orgogliosissimi dei nostri amici. Loro, chi in bagno, chi non si sapeva dove, chi sfasciato sui divani, erano senz’altro fieri di se stessi e contenti per noi: non era stato facile. Grande soddisfazione anche per i pettorali di Nelli, che festeggiarono alla grande per aver sconfitto Mutanda Nera, con un gran movimento. Ma i dubbi bloccarono il loro ardore quando ci comunicarono la meta: Sardegna. Chissà perché a Nelli non piaceva proprio ed era deciso a non venire. Al momento dei saluti, proprio sull’uscio su cui Mutanda Nera aveva fatto il suo gesto teatrale scomparendo nell’inverno dietro alla porta, anche Nelli, sotto lo sguardo soddisfatto del padre, fece la sua scena madre: ci chiese il rimborso di un quarto del valore del viaggio. Per fare le cose fatte bene.

A salvarci fu il padrone del locale. Quando ci consegnò i voucher da portare in agenzia viaggi era un po’ in down rispetto al momento dello spoglio ma lì per lì non c’avevamo fatto caso. “Strano però che la data di scadenza del voucher sia corretta a penna” abbiamo osservato. “No no ma quello non conta niente. Sbrigatevi anzi a chiamare l’agenzia, che non manca molto”. Il lunedì seguimmo subito il lucido consiglio del nostro amico e telefonammo immediatamente all’agenzia. Ci dissero il periodo di soggiorno, l’indirizzo del posto e le spese che avremmo dovuto sostenere comunque, accettabili. “Hai visto? Tutto ok” disse Emi. Saremmo partiti un paio di mesi dopo, a metà aprile. Unico problema: Nelli voleva ‘sti soldi e i toni si stavano surriscaldando. Come la Provvidenza, il giorno dopo ci chiama l’agenzia e ci dice che i voucher sono scaduti: bambini, ci dice l’operatrice, la data valida era quella del timbro, sotto alla penna. Chi avrà taroccato il voucher? Lo Snowfollia l’aveva pensata da dio. Per noi era stato un modo per suonare, passare una serata divertente con gli amici e vincere un viaggio da vera band in vacanza. Per i nostri amici era un modo per divertirsi e spaccarsi di birra con uno scopo. Per il locale erano incassi sicuri. Tutto perfetto. Viaggio saltato. Dopo, parlando con il zazzera, ci disse che lui non aveva taroccato proprio un bel niente. Una manina era intervenuta irregolarmente, e non si sapeva di chi fosse. Volò anche un IO TI DENUNZIO di Emi (che ai tempi studiava per diventare avvocato). Fu l’ultima volta che il zazzera si rese reperibile. Con dei capelli così non poteva che essere un bastardo. Quando abbiamo detto al Nelli che non se ne faceva più niente ci ha riso in faccia ma subito dopo si è intristito. Niente percentuale.

Qualche settimana dopo, il Carlino Romagna Valle del Rubicone titolava: “San Mauro: chiuso il live pub Snowfollia. Il proprietario spacciava cocaina”. All’improvviso, ho capito perché “Snowfollia”.

Mentre il ricordo si allontana, rimane viva l’amarezza. Sulla Statale non c’è più traccia del locale, demolito. Come noi quella sera, demoliti nell’orgoglio. Ma anche come Mutanda Nera e gli Impermeabili: comunque, li avevamo stracciati con l’aiuto degli amici. E comunque, dopo, tornammo a essere un power trio.

Poche ossa nella maletta: Contrasto dei Riviera

riviera contrasto

Un misto di arroganza, forza e simpatia li trasforma negli Hulk (quello interpretato da Mark Ruffalo) dell’emo. Dal vivo il pubblico è completamente fuori controllo ma loro sono peggio. Però suonano. Un insieme invidiabile di disciplina e bolgia. E me li immagino identici in studio. Poi magari mi sbaglio e in studio vanno col papillon e sono ordinatissimi, perché in effetti i dischi sono minuziosi. Però non si può negare la loro natura da Giamburrasca. Spingono, spingono tantissimo con un filo di gas. Impossibile non amarli. Sono di Forlì e hanno fatto uscire da poco Contrasto: siore e siori, i Riviera.

Sia che tu stia ascoltando l’album sia che tu li stia vedendo in concerto, è facile che inizi a cantare. Canti insieme agli altri ma i testi non sono scritti a tavolino per fare quell’effetto. Altri testi di altri gruppi emo sono vuoti, lo capisci dalle parole, e però parte il sing-along in automatico. È perché in fondo sono scritti bene, appositamente per quello. I testi dei Riviera non sono scritti appositamente. Si capisce che dentro c’è la vita di una persona. Anche qui, si capisce dalle parole, e poi si capisce perché non sono comprensibili sempre e questa cosa li rende reali, perché la comunicazione non può essere al 100% ogni singolo minuto: a volte ha dei buchi. Tra alcune frasi non chiarissime ne spunta fuori una chiarissima che dà senso a tutta la canzone. Sembrano quasi tutti ritagli messi insieme seguendo un flusso di coscienza. Il contrasto tra la parte che non capisco e quella che capisco è la forza del testo, perché quella che capisco, nell’istante stesso in cui la capisco e contrapposta a quella che non capisco, diventa potentissima. Terrazzo le batte tutte in questo senso. Una cosa non comprensibile immediatamente nasconde comunque l’esigenza di comunicare. Contrasto ha quest’esigenza, sennò non esisterebbe, ma dice le cose senza preoccuparsi di renderle appetibili, ecco cosa fa. Però lo diventano, e il pubblico canta, e per questo sono più forti di mille altri gruppi che si sforzano un sacco a scrivere parole da sing along e, si, ce la fanno lì per lì, però non rimangono.

Mi piace la batteria. Sempre presente, come se ruzzolasse. Prende il via e sembra non riuscire a fermarsi, tanto che alla fine delle canzoni mi meraviglio sempre che non vada avanti da sola. In Rodeo, oppure Bronte, per esempio. Comunque, non manca il tappetone di chitarre, la chitarra che sembra zoppicare malamente, in realtà contribuisce a far camminare benissimo tutto il pezzo, e i fiati che “non sono più getti d’acqua di canna ma un rivolo che irrora il terreno” come dicono su Rumore. La voce urla, a volte più a volte meno, altre volte arriva a strozzarsi.

Il basso è bello cicciuzzo ed è la prima differenza che ho notato rispetto a Riviera. L’ho sentito e non ho potuto fare altro che volergli bene perché dà proprio gusto. Ed è come quando guardi un film horror, che se la tensione cala troppo ti annoi, e quindi non vuoi che cali. Il basso ha la stessa importanza di quella tensione lì e in Contrasto non cala mai. In Bronte c’è una parte batteria-basso che dà l’idea di come suona per tutto il disco. Il cambiamento del suono dei Riviera sta molto nel nuovo basso che rende le canzoni più grosse, grasse, ciccione.

La musica, che suona confortevole, come quando mangi una mousse mignon in un boccone, e i testi, che invece sono come quando mangi il croccante, spigolosi, divisi tra picchi di significato comprensibile e baratri ermetici, sono contrapposti. Ma insieme decollano. E, questo, io lo trovo incredibilmente liberatorio e affascinante.

In Scogli poi è bellissimo. C’è lui che racconta che lei l’ha preso in giro e a un certo punto dice “mi hai detto di esser certa nell’essere parte di me, dev’esser vero, me lo potevi almeno presentare”. DEV’ESSER VERO è urlato in coro con chiara ironia. Le parole continuano a essere un po’ scollegate tra loro: è l’ironia del coro a dire tutto. Il coro ha tutto un altro significato, non è più un urlo di dolore. È più un “A stronza!”. Qualche briciola di passato c’è ma siamo pronti a darla al gatto. C’è tutto l’emo alla Crash of Rhinos che volete e di dire che i Riviera non sono emo non me la sento, però c’è qualcosa che non mi torna del tutto. E credo sia proprio questa cosa di parlare di cose dolorose e poi distruggerle, non alimentarle.

Come succede spesso nei gruppi, nella storia recente dei Riviera ci sono stati alcuni cambiamenti. Il vecchio bassista ha smesso, sono nati alcuni figli e così via. E loro, come altri gruppi sono andati avanti, non hanno preso una pausa (ogni tanto spuntavano fuori dal vivo) e quando hanno avuto i pezzi, hanno fatto uscire il disco. Ripeto, lo fanno in tanti, però con loro mi suona più brusca la cosa. Il loro modo di comunicare è così, come nei testi, hanno le difficoltà ma le distruggono e lo fanno con la voglia di farla finita presto, non perché non gli freghi o perché siano machiavellici ma perché non vogliono pensarci più e perché diversamente non si può fare se si vuole continuare. Poche ossa nella maletta, insomma, si dice in Romagna, e credo anche a Forlì.

Si sente proprio che la vita gli passa attraverso, ma dei cambiamenti prendono il meglio. Chi sono i Riviera per ostacolare i cambiamenti? Sono forse degli Dei? No, ma neanche dei frignoni che stanno lì a lagnarsi. È la prima volta che fanno un disco post questi cambiamenti ed è venuto meglio dei precedenti, perché a suonare insieme ci vuole allenamento ma a trasformare le cose in abitudine è un attimo e dopo un po’ rischiano di fare la muffa. Accettare le novità e proseguire impedisce che succeda. La motocicletta li ha presi sottoè uscita dalla copertina di Riviera e li ha investiti. Allora pedalare. Non è sempre facile coniugare la vita e le cose che vorremmo continuare a fare. A volte sono in contrasto, a volte no. Alla fine, i contrasti, si possono anche risolvere, o per lo meno governare: i Riviera l’hanno fatto. Hanno fatto Contrasto governando il contrasto più grande, quello tra la vita e la band. Non credete a chi vi dice che la vita da band è tutta rose e fiori, è propaganda per la musica fredda e senza cuore. Credete a chi mette in mezzo alla musica i cazzi della vita. Lo fanno in tanti, eh, ma io me li immagino i Riviera che si sentono al telefono:

Vasu: “Oh, abbiamo i pezzi nuovi, ce la fai a venire che facciamo il disco nuovo?”
Paride (babbo da non troppo e in partenza per Amsterdam con la famiglia): “Ok”.

Al di là della gag, magari non è stato semplicissimo subito, però il passo in avanti di Contrasto è il non arrovellarsi più sugli ostacoli ma superarli. Suono nuovo e tutto il resto sono una conseguenza. Ed è venuto fuori il miglior disco dei Riviera. Maturo non direi. Cresciuto.

CONTRASTO IN STREAMING.

Dangerfield dei NIET

niet dangerfeld cover ludovica abdinur

Se state cercando di stabilizzare le onde di una radio che non ricevete bene e iniziate a sentire una chitarra che sembra una scorreggiona, una cassa di una batteria e una voce in inglese di cui capite solo play e boy, fermatevi perché è il nuovo ep dei NIET, Dangerfield. Che inizia davvero così, con una radio che si sincronizza, come la vecchia Rock’n’roll High School. Poi ogni tanto torna qualche rumore non codificabile, tipo un Alien che passa di lì (non so se è vero, ho interpretato), e potrebbe essere anche questo il motivo per continuare e ascoltare tutto il disco. Ma, naturalmente, non è l’unico.

Ho deciso che i NIET fanno parte di una cerchia di gruppi italiani che fanno noise, ognuno per i fatti suoi ma con alcune cose in comune. Da nord a sud: gli Ultrakelvin di Padova, gli ELM di Cuneo, le Tacobellas di San Felice sul Panaro (Modena) e i Sonic3 di Riccione. Essendo i NIET di Portomaggiore (Ferrara), sono longitudinalmente lontani ma latitudinalmente vicini agli ELM e proprio con loro hanno in comune un certo sapore di Amphetamine. A volte sono meno pesti, corrono di più quando la batteria parte e in quei casi assomigliano ai Sonic3. Dello schizzoidismo alla Ultrakelvin invece non hanno niente ma schizzano fuori da un qualsiasi percorso regolare anche loro, a modo loro, lontani dal voler dare a chi ascolta quello che si aspetta. Nel senso che i passaggi sono improvvisi e spesso portano a cambi di marcia inaspettati. Provare MDZhB per credere. Mi hanno ricordato gli Ultrakelvin anche per le aperture della chitarra, tipo quella nella seconda parte di All work no play. Padova e Ferrara del resto sono lì, in un fazzoletto di terra. Sempre da Padova, 15 anni fa spuntavano fuori i Redworm’sfarm con Amazing, e secondo me i NIET ricordano molto quel disco, per la brutalità dei ritmi. Alcune volte invece si lasciano andare a momenti cupi come la nebbia sul fiume e il noise prende un’altra piega, rallenta, rasenta il grunge e lo stoner, e allora siamo ancora nel tempo presente e le Tacobellas sono dietro l’angolo, precisamente sul Panaro, davvero poco distante da Portomaggiore. Quante cose diverse possono nascere così vicine tra loro. Quante sfumature può ancora avere un disco noise punk fatto bene.

Punk perché Dangerfield (come anche l’altro ep, Home) prende forma lentamente e i ritmi più veloci alla Fear fuoriescono da quelli più lenti alla Unsane come se fossero i loro figli. Velocità secca e tempi da bradipo che avanza – spingendo con tutte le forze che ha – occupano rispettivamente lo stesso spazio e si mescolano. Un’altra cosa che i due ep hanno in comune sono le parole, sempre incomprensibili. Una differenza sta invece nel suono: Home è più punk e Nirvana, Dangerfield più noise. Ma non è una distinzione sempre vera, nel senso che a volte le carte si confondono in maniera molto bella, non è facile e non ha senso dire cosa è noise e cosa è punk e questo fresco e bruciante mischione è la forza dei NIET. Non c’è pericolo di annoiarsi “perché il genere è vecchio eccetera eccetera”, non ce n’è il tempo e le canzoni non te lo permettono. Continuano tutti a dire che conoscono il futuro delle chitarre, e che non è roseo, perché il presente è la morte, ma boh, dischi come questo ne dimostrano ancora tutta la forza. Datemene ancora.

STREAMING DI TUTTI I NIET. La copertina di Dangerfield è di Ludovica Abdinur, che suona nelle Frown, di FERRARA.