Irrisolvibile: Hey What dei LOW

Hey What è come una casa, con due finestre, una sul giorno una sulla notte. Affacciandoti alla prima senti i suoni familiari, all’altra rumori poco decifrabili. Nelle stanze interne, suoni e rumori si mischiano sprigionando tutta la loro forza: talvolta, sono così perfetti da fare il giro e coincidere l’uno con l’altro; in altri momenti, si scontrano. La casa diventa un posto di conforto o turbamento, a seconda. Hey What è quella casa.

Dire chi la vince, se suoni o rumori, è difficile. Ma è in questa incertezza che sta l’equilibrio. Riconciliarsi con l’irrisolto non è facile. I due poli di questa strana instabilità sono ugualmente forti e ben definiti all’interno dei Low: da una parte le voci melodiche di Alan Sparhawk e Mimi Parker, così potenti perché puntano a diventare l’àncora delle canzoni; dall’altra i rumori di BJ Burton che ogni volta che interviene mette giù una briscola e getta la melodia nella confusione, ponendola di fronte alla casualità.

Non vince nessuno.

Il cuore del disco è questo dualismo irrisolvibile. Tutto calcolato, tutto perfettamente in grado di provocare angoscia o gioia. Un’altra cosa però: in ogni momento, Hey What è molto esplicito nel rivolgersi a chi l’ascolta. Per questo, è un disco emozionante.

Se la sua doppia natura dilemma rumoroso incomprensibile/luminosità cristallina e comprensibilissima si manterrà viva anche dopo molti ascolti, sarà ciò che mi farà impazzire. La casa, del resto, è sempre stato il luogo più adatto alla follia.

Nella foto Mimi Parker dal vivo un secolo fa (mi sa che l’ha scattata Diego)

Una cosa su Maradona che mi era rimasta lì

La prima volta che hanno tentato di rubarmi qualcosa in via zamboni stavo ascoltando con il walkman Amnesiac dei Radiohead. Credo che sia quello che ha portato sfiga. Non ho mai apprezzato davvero i dischi dopo OK Computer, così come non ho mai apprezzato davvero Pablo Honey, quindi di fatto i dischi dei Radiohead che mi piacciono sono due. Da Kid A in avanti, ho sempre pensato, suonano elettronica per chi non ascolta elettronica. Ed era la musica per me quindi, ma l’ho sempre trovata di una freddezza insolita.

Comunque, la prima volta che hanno tentato di derubarmi in via zamboni a Bologna era da tempo che ero a Bologna e non mi era mai successo. Solo fortuna. Un tizio mi è venuto accanto, mi ha distratto dicendo “Maradona! Maradona!” e facendo finta di dribblarmi con un agile movimento di piedi. Io ho abboccato come un paganello: sono rimasto per qualche secondo imbambolato a fissargli le scarpe che roteavano. Appena mi sono ripigliato, ho tentato di togliermelo di dosso perchè mi stava sfilando l’orologio da polso. “Ma dai, ma poi è uno Swatch!” gli ho detto e me ne sono andato. Non ricordo quale canzone di Amnesiac mi stava suonando nelle orecchie ma era quella che il giorno prima un mio amico, pazzo per Amnesiac, mi aveva suggerito di ascoltare perchè “esemplificativa di tutto quello che c’è nel disco”. Pensando che se una canzone sola riesce a essere esemplificativa di tutto un disco non è un gran cosa per un gruppo che vuole volare nell’Olimpo dell’innovazione, mi sono allontanato da via zamboni guardando l’ora nel mio Swatch, erano le sei. Avevo voglia di ascoltare Serve The Servants ma non avevo il cd dietro e così sono andato a noleggiarlo in Phonoteca, lì vicino.

Mentre camminavo verso casa, un tipo (un uomo-tormentone di via zambo e dintorni) mi ha fermato e mi ha chiesto “Bisci?”, che voleva dire una cosa come “vuoi una bici? te ne vendo una assemblata, così poi ti seguo e quando la parcheggi te ne rubo un paio di pezzi che assemblo per formare un’altra bici che venderò a un altro (o forse a te) al quale ruberò un pezzo che assemblerò e così via, un affarone, conviene anche a te”.

Mio cugino, che studia a Bologna, in giugno è passato da via zamboni. Un tizio l’ha avvicinato dicendo “Maradona! Maradona” e cercando di dribblarlo. Lui l’ha scansato perchè gli stava rubando il cellulare e ha preso a camminare più veloce. Raccontandomi questa cosa, mio cugino ha ritenuto opportuno specificarmi che in quel momento stava ascoltando Calcutta, che secondo lui porta sfiga. Quindi su Spotify ha cambiato sui Coma Cose. Dopo qualche metro un altro tizio l’ha fermato e gli ha chiesto:

“Monopattino?”.

Todo cambia, unica costante Maradona.

Dischi che non hanno la mia età ma hanno la mia età

Mia mamma, per dire che uno non ha l’età che gli dai, usa un’espressione particolare. Che è:

Io: “Mamma lui avrà 50 anni al massimo!”
Lei: “Si, per gamba”

Il che significa che ne ha di più, ma non che ne ha per forza 100 (non è un’espressione matematica, ndr).

“Quest’anno Seamonsters dei Wedding Present compie 30 anni, come me”, “Si, per gamba” sarebbe l’italiano più bello e corretto. Però il problema è che per far sì che l’espressione di mia mamma funzioni bisogna che il tuo interlocutore abbia usato almeno una volta il verbo avere, su cui si regge il “si, (li ha) per gamba”. Per questo motivo “Quest’anno Seamonsters dei Wedding Present compie 30 anni, come me”, “Si, per gamba” non ha un gran senso. 

Quindi?

“Quest’anno Seamonsters dei Wedding Present compie 30 anni, la mia stessa età”. 
“Si, per gamba”
Eh, è il verbo avere dove l’abbiamo messo? Non ha un gran senso neanche così. 

“Quest’anno Seamonsters dei Wedding Present compie 30 anni, la stessa età che ho io”. 
Brutto. 

“Quest’anno Seamonsters dei Wedding Present compie 30 anni, gli stessi che ho io”. 
“Si, per gamba!”.
👍

Questo per dire che Seamonsters non ha la mia età ma ha la mia età, cioè è un po’ come se ce l’avesse, perché da quando è uscito (cioè, non proprio da quando è uscito ma da quando lo conosco, che per me è un po’ come dire da quando è uscito*) mi è sempre rimasto in testa, non l’ho mai dimenticato, neanche per un secondo.

*Perché l’ho conosciuto di botto, senza prima averne sentito parlare, me l’ha passato Mario, in cd, non mi ricordo quando. È una di quelle volte in cui il knowledge day è come il release day. Quella sensazione di bellezza per la quale ti trovi di fronte a un disco che tutti conoscono tranne te e tu ti chiedi “Ma dove sono stato fino ad adesso?”. È un po’ bello, perché stai scoprendo una cosa nuova, un po’ no, perché stai facendo la figura del polenta. Nel ’91 era normale arrivare ad ascoltare le robe in ritardo, ma se gli altri le avevano già ascoltate e inglobate a tal punto da farti il cd, allora eri un polenta. Poi anche allora c’era il democristiano che ti diceva “Eh ma che importa prima o dopo, l’importante è che tu ci sia arrivato” ma in realtà pensava che tu fossi un polenta. Questa cosa di scoprire le robe dopo qualche mese era però in fondo tollerabile e tollerata. Adesso lo è meno. Parlo sempre di persone che non lavorano nella musica ma la ascoltano per passione: adesso se sei un fanatico non è tollerabile, se sei una persona coscienziosa neanche. Mai. In qualsiasi conversazione tu sia, se ti succede di parlare di musica e viene fuori che non hai ascoltato una canzone nuova, nessuno ti offende (i democristiani non muoiono mai) ma tutti storcono il naso sotto i baffi. Però è vero che una volta i dischi perdevano lo zeitgeist dopo molto più tempo rispetto a oggi. Cioè, se io ascolto i Pavement adesso è normale aver l’impressione che non sintetizzino più lo spirito del tempo di oggi così come lo sintetizzavano 30 anni fa. E per tanto tempo, dal momento in cui è uscito Stanted Enchanted, ho pensato che quello fosse IL rock (lo penso ancora oggi: boomer). Invece per dire i Coma Cose, che pure un paio di anni fa sembravano la sintesi del presente e anche un po’ del futuro, e che pure hanno fatto un cambiamento notevole nel nuovo disco rispetto al precedente, hanno perso quel piglio di attualità estrema.

Ecco. 

I primi quattro dischi dei wedding Present sono George Best, Bizzarro, Seamonsters e Watusi.

Seamonster (1991) spiazza tutti. Da un lato, George Best (1987) era stato un disco inglobato dentro al polipone The Smiths che tutto il mondo abbracciava. George Best risentiva dei ritmi e delle atmosfere gelatinose di Morrissey e Marr. Inoltre, uscì 15 giorni dopo Strangeways, Here We Come, l’ultimo dei paparini Smiths (figlio di tensioni interne vive ma stranamente baciato dalla serenità), quasi a dargli un erede fedele, senza far cascare la mela tanto lontano dall’albero. 

Dall’altro, George Best riprendeva le ritmiche e le sonorità della gloriosa (ma finita) stagione punk, soprattutto quelle più secche e rigide alla Stiff Little Finger. Un soffio di Irlanda del Nord scuoteva, non troppo pericolosamente, gli inglesismi doc. Don’t Be So Hard, la canzone tre, è la sintesi perfetta di questa doppia influenza.

Eppure, George Best dava anche dei segni di vita: si rivelerà essere in anticipo su tutto il brit pop a venire. Watusi (1994) vi sarà immerso completamente (risentire Leisure dei Blur, 1991), un’evoluzione di George Best in quella specifica direzione, con un goccio di The Fall. Corretto ai The Fall, bevanda alcolica che rende eccitante il ritorno sulla Terra dei Wedding Present nel ‘94. Totally Albione. Anzi, quasi totally. Dentro ci sono anche un po’ i Velvet Underground, uno straccio di America rimasto attaccato dal disco precedente. Album complesso, Watusi, davvero, ma per niente imprevedibile.

Quello prima. Quello prima era stato imprevedibile, era stato un viaggio lontano. In mezzo a George Best e Watusi c’è una cosa, non un gemello diverso, ma un fratello nato proprio in un’altra famiglia: c’è Seamonster, una specie di gigantesco CHE CAZZO SUCCEDE QUI? dentro a una prima discografia così Made in Great Britain. E chi è il responsabile di questo grande CAZZO È? Steve Albini, che produce il disco. Albini ha preso i Wedding Present e li ha mandati sullo Spazio. Lo Spazio è fatto di distorsioni mai sentite, rullanti sfondi mai provati, bassi lenti e slabbrati mai nemmeno immaginati. Un lancio in orbita tra Afghan Whigs e REM. Un siluro che farà un buco così nella discografia dei WP. Una macchia, una cosa singolare, che si nota, ma è quasi isolata da tutto il resto, non è regolare, ma la distingui chiaramente.

Mentre era quasi pronto per esplodere il brit pop e dopo averlo anticipato, i WP scappano in America con Albini e fanno una scorreggia grossissima: Seamonsters. Poi tornano a casa con Watusi, disco complesso, si diceva, proprio perchè è un ritorno deciso in patria dopo un viaggio oltreoceano, un viaggio che non li ha lasciati totalmente incolumi ma che non gli ha neanche impedito di tornare indietro, con qualche ricordo ma anche con decisione. Solo col tempo i Wedding Present riusciranno ad assorbire meglio la botta Albini, un po’ già a partire da Mini (1996), come testimonia per esempio, la seconda canzone, Love Machine, o la terza Go man Go o la meravigliosa Sports Car: rullante spaccato e chitarre dritte ai nostri timpani. Ma ritorna la melodia alla Smiths (non che sia un male, vorrei precisarlo) o la tragedia alla Suede (è un male). È il dato di fatto che le radici spesso sono impossibili da strappare, anche dopo un viaggio (sconvolgente) nello Spazio. Che può essere una parentesi o un nuovo inizio. Per i Wedding Present è stata soprattutto una parentesi. Ci sono tante cose buone nella discografia post-Seamonsters dei WP ma mai nulla sarà come quel missile lì. Sparato nell’universo da Steve Albini, un giorno, un po’ di tempo dopo, quel missile arrivò anche a casa mia e fece il suo bel buco, anche lì.

E Bizzarro (1989)? Quasi me lo dimenticavo. Non è giusto, perchè in fondo non è bello come Seamonsters ma è meglio di Watusi o di George Best. È più ruvidone, più veloce, il basso suona bene, come se uscisse da un piccolo Roland da chitarra. Ma in generale il suono è così british, e anche la voce di David Gedge, che questo disco non è mai riuscito a esaltarmi davvero. Non è una presa di posizione senza senso la mia. Con “suono british” voglio dire contenuto, ingentilito, per questo reso gelido, non espresso al suo meglio. Probabilmente è una questione di produzione, perchè le idee ci sono (una su tutte: What have I said Now). In Seamonsters questo problema non esiste: lì, i suoni si allargano (Lovenest). Per quello che riguarda la voce, è british nel senso che neanche qui è riuscita a liberarsi del modello Smiths. L’unico disco in cui riesce a farlo è, indovinate un po’, Seamonsters, dove assume un altro tono proprio, un altro approccio alle melodie, meno nasale, più immersa nelle canzoni. Semmai è più Joy Division. E in Corduroy ci sono le batterie dei Big Black. Un pelo più rilassate, ok, ma non potevano non esserlo un po’, non era possibile che i Wedding Present avessero davvero le stesse batterie dei Big Black. Sembrano anche quelle di Dave Grohl in In Utero. Se chiudo gli occhi, dentro a Seamonsters potrebbe esserci Dave Grohl, no (provate con Octopussy, che ha controtempi e rullanti belli schiacciati forte, come quelli di Dave Grohl)? Steve Albini aveva una sua strada da percorrere come “registratore” e l’aveva già in testa. 

Ok, questi sono i motivi che mi vengono in mente per giustificarmi di non aver conosciuto subito Seamonsters e di aver detto che è un disco che non ha la mia età ma ha la mia età. Se poi considerate la mia età musicale, cioè quella che parte dal momento in cui ho iniziato ad ascoltare musica che mi ha lasciato qualche segno, allora ci siamo. Nel ‘91 iniziavo a provarci gusto, quindi io e Seamonsters abbiamo la stessa età. In realtà no, ma questo l’ho già spiegato.

Poi, alla fine di Octopussy, la voce ritorna a essere super british e super Morrissey. Ed è in quel preciso istante che si vede il futuro, cioè il ritorno al passato, alla Gelida Albione. Per un attimo, i Wedding Present avevano avuto un suono diverso, in linea coi tempi (1991) fuori dalla Gran Bretagna. Da soli, senza l’aiutino, non sono mai più riusciti a tornare a quei livelli.

Ecco.
Ciao