Disco I DIS CHE

I DIS CHE. Mio nonno usava sempre questa espressione per raccontare cose sue o che aveva sentito in giro. I Nana Grizol sono di Athens GA e il loro disco nuovo, uscito ieri, racconta cosa significa crescere in quella città. Io non so nulla di cosa significhi crescere ad Athens GA. Quando ci sono stato (due volte) mi è piaciuta molto, ma i racconti dei Nana Grizol per me sono dei perfetti “i dis che”.

Potrei dire che Athens fosse come casa ma niente è come casa, quindi non me la sento. Però ero completamente a mio agio, cosa che non mi capita sempre, ma nemmeno spessissimo, a volte anche quando faccio cose belle non lo sono. Là ero tranquillo, e me ne sono accorto. È una terra di divisione, la Georgia. Sono lontanissimi dalla parità di diritti tra bianchi e neri. Ma c’è un movimento molto attivo che lotta per il cambiamento e spero che riesca a vincere. In particolare c’è una persona che si fa in quattro per portare in primo piano le ingiustizie nei confronti dei neri e per superarle. Si chiama Mariah Parker, aka Linqua Franqa, è Commissioner per il distretto 2 e rapper, e spero che presto le sue idee trionfino in concreto.

Quindi, ad Athens ho trovato questa brutta situazione. Ma ho trovato anche una città che ama la musica che amo io, un paio di club stupendi in cui vedere concerti e un sacco di posti in cui mangiare benissimo. Poi ho trovato la ferrovia abbandonata, l’ho seguita, ho trovato un sacco di case tipiche americane con il portico e la sedia a dondolo (sono dappertutto, ma lì le ho viste per la prima volta da vicino, c’ho passeggiato con calma nel mezzo e ho pure infilato il naso nel cancello di quella di Peter Buck). Ho trovato una bella dimensione. E sono contento, perchè non ero da solo, e ho condiviso questa cosa con la mia morosa (che tra poco diventerà mia moglie) e con un amico prezioso. Ma sarà lo stesso viverci? Non penso, non posso saperlo con certezza. La situazione dei neri mi dimostra che è una società ingiusta, che marcia sulle disuguaglianze. Ma mi piace quel posto. Non siamo su una bilancia, una cosa non fa da contrappeso all’altra, una situazione sociale pessima non è paragonabile alle cose che che mi piacciono. Sono i pro e i contro. Non potrei accettare con superficialità una società violenta e ingiusta solo perchè “qui mi piace”. Non sarei toccato dalle ingiustizie, perchè sono bianco, ma non mi piacerebbe vivere in uno stato che le avvalla… e qui… bing! Mentre scrivo ‘ste cose mi si accende il cervello. Io vivo in Italia e qui lo Stato di fatto non fa nulla per combattere i razzismi. Eppure io vivo qui. Sarebbe molto diverso negli USA?

Amo il tempo che ho trascorso ad Athens. Ma non ho il bagaglio di esperienze per capire davvero “South Somewhere Else”. Posso solo immaginarlo. I racconti che ci sono dentro mi fanno lo stesso effetto degli “i dis che” di mio nonno, mi piacciono un botto, avrei voluto esserci anch’io, e il fatto che avrei voluto viverli significa che non li ho vissuti, e quindi non posso abbracciarli in tutto e per tutto, non sono davvero miei. Strana sensazione. È quel distacco provocato da certi racconti o certe canzoni americane, che parlano delle caratteristiche di una terra in cui non ho mai vissuto ma che sento vicina. È una sensazione, irrealistica ma sincera allo stesso tempo. Boh, chissà com’è possibile.

Mio nonno e i Nana Grizol, “i dis che” e “South Somewhere Else”. È proprio vero che a volte posti lontani diventano vicinissimi, anche solo per una frase del mio nonno, che non c’entra niente e che penso non avesse neanche la più pallida idea che in America esiste una città che si chiama Atene.

Penso che “South Somewhere Else” possa diventare un mio Summer fav. Di sicuro è il mio disco i dis che dell’estate.

I Nana Grizol hanno lasciato andare via l’eccessivo languore gitano di alcune canzoni del passato, gli unici momenti in cui mi cascano le palle per questo motivo sono l’inizio, le parti tra una strofa e l’altra e la fine di Jangle Manifesto, che per il resto è una canzone meravigliosa. Hanno rafforzato il lato emo e insistito benissimo su certi ritmi alla Tacoma Center 1600 o Mississippi Swells, ritmi che a volte prendono pure una piega più tirata, e la chitarra mantiene quel suono sporco e travolgente, come le acque del Mississippi (i dis). Hanno attraversato i due decenni del ventunesimo secolo aggiustando un po’ il tiro e assorbendo cose anche da realtà nuove, come i Sioux Fall.

Loro raccontano e io ascolto e non è male per niente perché per un po’ sono di nuovo ad Athens. La musica ha questo potere, che mi fa sentire da dio ma anche un po’ meschino, perché sono là ma in realtà non è vero. La musica che mi piace non sempre mi fa sentire sempre a mio agio, neanche lei. Che sia anche questa una parte del suo valore, ne sono convinto.

https://nanagrizol.bandcamp.com/album/south-somewhere-else

Dance like Guy Picciotto

Dosi per 3 piadine. 300 grammi di farina, 150 ml d’acqua, poco più di 1 cucchiaio piccolo di olio, 1 pizzico di sale (qb).

Mio babbo, mio fratello

Quella del 1988 fu l’estate in cui andai in Gargano con la famiglia e gli amici. C’era un ragazzo che si chiamava Pierluigi, uno molto su di giri, che all’epoca avrà avuto 20 anni e che la mattina del primo giorno mi comunicò il motto della vacanza: “L’importante è esagerare”. Si metteva bene. A pranzo in spiaggia, mio babbo, mentre sbucciava una pesca con un coltello molto affilato, si fece un taglio piuttosto profondo in un dito. Evidentemente squassato dal dolore, iniziò a urlare “Auauaaua”, dimenandosi con le mani in alto come fosse intorno a un fuoco indiano, in realtà girava intorno al materassino di gomma. Tutta la spiaggia lo guardava. Qualche anno dopo, nell’estate 1991 o ’92 al massimo, mio fratello è in piena fotta punk. È anche uno skater. Tutti i giorni, skatea in cortile. Ci provo anch’io ma lui è più convinto. Il nostro cortile è fatto così: c’è una discesa, lo spazio per parcheggiare, una fila di vasi, un giardinetto e alla fine la siepe che ci separa dal vicino. Mio fratello (io no) fa di questa per tutto il giorno: parte dalla discesa, prende velocità, arriva ai vasi (quelli bassi) e olla, cioè li salta con lo skate. A volte. Un bel mattino, decide di piazzare Anarchy in the UK a tutto volume e buttarsi giù per la discesa cantando a squarcia gola. Io mi ero distratto un attimo ma ricordo ancora il rumore delle ruote veloci sul pavimento, Johnny Rotten che urla “I wanna destroy the passerbyyyy” e mio fratello con lui. Poi, all’improvviso, il rumore delle ruote si blocca, sento un vaso esplodere e un “cause I wanna beeee anarchhhh” che si strozza nella gola di mio fratello. Mi giro verso di lui e lo vedo volare, oltre i vasi, poi dentro la siepe.

Ecco, mentre mio fratello e mio babbo m’insegnavano con tanta attenzione il senso della misura, nasceva e iniziava a scrivere la storia – con una morale fortissima e un’idea di musica e produzione musicale ancora oggi viva in tutto il mondo – la band più dritta di sempre: i Fugazi.

Mario

Da parente a parente, passiamo a mio suocero. Il suo nome è Mario, è un falegname in pensione e ha sempre in tasca un metro di quelli che si arrotolano, così se deve misurare qualcosa non lo cogli di certo impreparato. “Due metri e ventuno” dice a occhio. Poi tira fuori il metro, lo srotola (sszzip) e prende la misura. “Eh, due e venti”. Errore +/- 1, grande senso della misura. Qui si parla di misura vera e propria ma prendetela pure come una metafora perchè Mario è un uomo con un grande self control. Tornando ai numeri, è così padrone della misura che si permette anche di rompere gli schemi matematici. Quella volta che ho distrutto la macchina infilandomi nel fosso mi ha detto “Ah! Te avrai pure due diavoli per capello adesso”. Pochi giorni fa, invece, sua figlia gli ha chiesto uno spazietto nell’orto per piantare dei fiori. Le servivano 3 metri quadri, si, certo, ha detto lui e le ha preparato tutto: ha scelto il terreno, l’ha rovesciato e l’ha delimitato. Prima di seminare, sua figlia gli ha detto “Ma babbo, non sono tre metri”. “Come no, 1 e 30 per 1 e 50, fa tre”. Quello stesso giorno, in cui Mario aveva reinventato la matematica, veniva messo in streaming libero e legale Instrument, il documentario sui Fugazi del 1999. Naturalmente Mario non ha idea di chi siano i Fugazi e non potrebbe fregargliene di meno, ma potrebbe benissimo essere il loro quinto componente. Lo dico per il suo senso della misura, per la sua capacità di riconoscerne l’importanza ma allo stesso tempo non esserne schiavo. Avere senso della misura (in centimetri e nei comportamenti) è un traguardo personale importante ed è la base della convivenza sociale, sempre ma soprattutto di questi tempi (quando vai a fare la spesa, se non hai il senso della misura succede poi che compri tutta la carta igienica disponibile). Però, il senso della misura non è tutto, e infatti Mario, nonostante la sua visione estremamente pragmatica delle cose, riesce sempre a trovare un modo per non annoiarsi. Con la fantasia. Come i Fugazi.

I Fugazi

“We need an instrument to take a measurement
To find out if loss could weigh
We need to know value
We need to place value”
(Instrument)

Il diy è una grande eredità, in tutto il mondo. Le loro canzoni sono incredibili. Ma ogni gruppo che importa per la tua vita ti lascia un insegnamento che va oltre alla musica, un insegnamento personale. I Fugazi azzeravano ogni stronzata da personaggio famoso o smorfia da nerd della musica. Ogni dramma, ogni esagerazione: niente, tutto eliminato. Non avevano tempo di bere, drogarsi o fumare: dovevano correre, fare concerti. Facevano e dicevano ciò che era importante, lasciavano da parte il superfluo. Il senso dell’impegno, del dover fare per portarsela a casa li rendeva estremamente concreti e reali. Non erano figure lontane, irraggiungibili, come le rockstar che c’erano quando hanno iniziato. Confrontati con qualsiasi altro gruppo indie rock, poi, erano molto più concentrati. Solo loro erano così. È anche un modo per combattere la voglia di inattività che viene a volte, pensare oltre a quell’istante, pensare “Ma se rimanessi così immobile per sempre cosa succederebbe? Niente, proprio niente” e ripartire. Questo modo di agire è stato il loro insegnamento, almeno per me.

Ma c’è di più. Nel documentario mostrano fieri la piantina del pulmino: come incastrare gli strumenti per farceli stare tutti. Se ne sposti uno, è finita. Vabé, la piantina è di sicuro una cosa che fanno i gruppi che vanno spesso in tour con molti strumenti, sennò non ci cavi gli zampetti e tutte le volte perdi due ore a caricare, ma loro l’hanno fatta vedere nel documentario, le hanno dato più importanza: “This is the answer” dicono. La vita è tempo e il tempo è prezioso.

La precisione è la salvezza, ma non è tutto. Quando i Fugazi suonavano dal vivo non avevano scalette, decidevano solo le prime due canzoni poi si capivano a urli. Facevano le cose spontaneamente ma al tempo stesso rimanevano concentrati sulla musica. Concentrazione e fantasia. Musicisti incredibili, calcolatori di deflagrazioni, le lanciavano ogni volta nel punto giusto. Ma non erano ossessivi. Spaccavano il capello in due ma lasciavano che le cose succedessero sul palco. Il che li rendeva potenzialmente diversi a ogni concerto, li rendeva vivi, umani, sul palco creava una tensione così forte, così vera, che si rovesciava sul pubblico e lo faceva esplodere di empatia: già preso bene perchè aveva pagato poco per entrare, impazziva. Ma anche loro impazzivano. Come ballava Guy Picciotto? Una valvola di sfogo umana, grande come una casa. È il simbolo della forza creativa dei Fugazi: tutto nervi e movimenti scattanti, precisi ma allo stesso tempo folli, i suoi non sono veri o normali passi di danza, sembra posseduto, balla bene ma non nel senso tradizionale di “bene”. Il suo modo di ballare è chiaramente ricollegabile alla razionalità artistica dei Fugazi, ecco perché balla bene, perché lì sul palco non ci potrebbe essere un ballerino che balla diversamente. Picciotto è come James Brown perchè è acrobatico ma quando lo guardi ballare ti chiedi “ma che movimenti fa?” cosa che neanche di fronte a James Brown ti chiederesti. E quando lo guardi suonare la chitarra ti chiedi “ma che roba fa?”. È lo stesso. Hanno molta importanza i piedi di Guy Picciotto, che si muovono in ogni direzione, a martello, a muso di volpe, a rotazione, e il resto del corpo li segue. Non a caso: proprio sui piedi i Fugazi hanno corso tanto per macinare roba, concerti, canzoni, proteste politiche, robe da fare. E ai piedi spesso Picciotto aveva le All Star, il che dimostra che le All Star sono sempre state meglio delle Vans. Insomma, i Fugazi sono una roba fisica ma anche tecnica, ma anche no.

E Ian Mackaye che nel documentario dice che suonare lo fa sentire libero e gli dà dipendenza?

Ecco i Fugazi. Tante anime diverse: ragionieri del do it yourself, lavoratori, musicisti precisissimi, artisti infoiati e imprevedibili. Nel documentario, almeno un paio di volte attorno al tavolo della nonna parlano del significato della musica per loro. Sono sicuro che sia lì che hanno deciso la loro unica regola, valida per tutto: “Sii preciso ma lascia che 1,30 x 1,50 faccia 3”. Il giusto approccio al senso della misura, non facile da mettere in pratica come insegnamento, ma se ho dei dubbi posso sempre chiedere a Mario.

Che è poi la stessa cosa che diceva Bruce Lee: “Obey the principles without being bound by them”.

Due per Ambertron dei Mint Mile

Aggiornamento. È già un successo internazionale. Anche il post che state per leggere – sempre che non vi fermiate a queste prime righe pensando che è impossibile avere così tanto successo – è un successo planetario come quello di Renato sui Silkworm e i Bottomless Pit. Sicuro che avrebbe replicato il giro del mondo, gli ho chiesto di scriverne uno sui Mint Mile. Alla fine però è venuta fuori una cosa diversa. Ed è stato questo il segreto. La recensione sui Mint Mile l’ho scritta io e lui ha fatto la recensione della recensione (dai, come fanno quelli più simpatici su facebook). Una sfida. Le nuove frontiere della critica.

prima parte, mia

In questo periodo di quarantena l’unica soluzione è la droga. Qualsiasi cosa, basta che ci porti lontano da qui. Cosa usate? Marijuana, alcol, ecstasy? Io uso “Ambertron”. È l’unico modo. Non mi fido di quelli che dicono che la campagna verso Gambettola è come il paesaggio lungo la I-90 da Chicago a Crystal Lake. Per andare fuori ho bisogno di autenticità. Quindi, mi metto sul divano ad ascoltare il primo disco dei Mint Mile.

Non mi trovo a mio agio a chiudere gli occhi e immaginare. Mi serve solo ascoltare e leggere i testi. Fare in modo che la musica e le parole siano l’unica cosa in mio possesso per passare di là. “Ambertron” ha una forza strepitosa in questo senso, perché ti porta lontano ma allo stesso tempo ti lascia inchiodato a te stesso, che è pur sempre un posto in cui non vai sempre, a volte serve una spinta.

A proposito di questo disco, Steve Albini ha detto: “Just recently I got the new album by Mint Mile. It’s called Ambertron and I think the sound quality of that record is fantastic. Matt Barnhart did the recording and I’m not just saying this ‘cause he’s in the other room, I think it is a really impressive recording. Very naturalistic sound, but very wide and very grand at times. The ensemble size changes a lot and the degree of layering on each of the songs changes a lot and I feel like whether it is a simple setting or a very busy setting that it is represented really nicely. That’s probably the record that I heard most recently where the sonics of the record were the most flattering to the music on it”.

Credo di aver capito cosa vuole dire. Per esempio, se ascolti Likelihood poi Christmas Comes & Goes poi Riding On & Off Peak e River of cars, ti accorgi che passa attraverso quattro registri diversi. Non è solo la chitarra, per quanto la sua presenza o la sua assenza, il suo raschiare o il suo vacillare, siano invadenti. È il suono della canzone, nel suo insieme. È l’atmosfera creata da quel suono. Seguendolo, posso andare lontano, oppure mi posso chiudere a riccio, dipende dalle canzoni. A volte il cervello si spalanca, altre volte è come un gatto che cerca qualcosa su cui fare il pane, e lo trova.

Ogni canzone sembra fatta lì, davanti a te mentre l’ascolti, come se fosse sul palco dal vivo. Penso che Steve Albini intenda questo con “naturalistic sound”. E proprio perché sembra fatta davanti a te, ogni canzone suona vicina, e andare via o rimanere qui diventa incredibilmente facile.

Così, questo disco ti dà il brivido della distanza e il soffio caldo della sicurezza, la gioia della scoperta del viaggio e la noia, rassicurante, del sentirti sempre te stesso nei soliti posti. Te ne puoi fregare di sensazioni come queste, oppure no. Io no, e mi sento abbastanza intrappolato in questo disco. Dal giorno in cui è uscito l’ho ascoltato e riascoltato, a pezzi o interamente, mi sono sentito a mio agio dentro ad alcune canzoni e a disagio dentro altre, fino a quando non ho capito che non è necessario trovare sempre una quadra e far convivere sensazioni differenti, ma va bene anche farle vivere separate, lasciando che rimangano opposte e si scontrino, generando un loro equilibrio. In questo senso, “Ambertron” è un disco che prende forma dando vita e rimanendo in equilibrio su un contrasto speciale, irrisolto ma consapevole. È il contrasto dei registri del suono di cui parla Steve Albini, ma è anche il contrasto dei testi.

Morning still came
Coffee down
Seasons seem to roll …
Don’t be sorry you’re the way you are
(Likelihood)

Come fai a non sentirti a casa.

What kind of rock
Can be found on the interstate
Eighteen hour round-trip to see a girl
Coat your car with asphalt
Streaming hard to see
What kind of rock
On the shoulder of I-90
I’m out on the east shore of Flathead Lake
With a wish to disintegrate
On a dream boat
You’re just like me
(Fallen Rock)

E come fai a non andare lontano

Tim Midyett racconta gli orizzonti mai raggiunti delle highway e quelli vicini e indagatissimi di noi stessi. Si nutre di tradizione, personale e musicale, di Neil Young, di Mark Kozelek e dei suoi Silkworm. Conosce il passato e il presente, non sa nulla di preciso del futuro, che è un viaggio di 18 ore durante il quale qualsiasi cosa può succedere, tra l’asfalto, una ragazza che vuoi raggiungere e la voglia di disintegrarsi.

I’m standing on the shoreline
It’s so fine out there
Leaving with the wind blowing
But love takes care

Diceva così Through My Sails di Neil Young: è esattamente la stessa droga. Ti porta a fare un viaggio fuori ma anche dentro. E proprio da Neil Young, “Ambertron” ha preso la capacità di alternare in modo naturale suoni ruvidi come la carta vetrata a suoni puliti come la faccia di Mr. Crocodile Dundee dopo che si è fatto la barba col coltello da Rambo. C’è un filo rosso grosso come una fune. La fune a cui mi aggrappo per volare o andare in profondità.

The world is spinning
Maybe you leave a mark
(Riding On & Off Peak)

“Ambertron” non è un disco ottimista o pessimista. Rende prima un po’ irrequieti, poi più tranquilli. Di nuovo un contrasto. È un disco che descrive lo scorrere della vita, così come accade: “naturalistic”. I suoni vibrano e si calmano, le parole fanno lo stesso. Tim Midyett è una personalità difficile da inquadrare. Un attimo prima sembra soffrire forte, un attimo dopo ti tira fuori un verso che splende come il sole. Dentro di lui è ancora acceso il dolore della storia dei Silkworm. O è lontano anni luce. O entrambe le cose. Non lo so. Quello che so è che le sue canzoni sembrano vibrare di una specie di equilibrio che si sbilancia di continuo, una volta a favore del dolore, la volta dopo della gioia. Tutto ciò che Midyett scrive si nutre di questo. Le persone, le immagini, tutte le cose che ci sono dentro rimangono lì in sospeso, così possono essere riviste più volte ed esaminate. Niente è veramente a fuoco nella sua vita, ma è sotto il controllo della sua penna.

Personalità complessa, Tim Midyett. Gli disobbedisco: ripongo un po’ di fiducia nel futuro, spero che continui a scrivere canzoni di questo tipo. E che continuino a venirgli così bene, anche perché se questa quarantena dovesse continuare a lungo, qualcuno dovrà pur darmi la droga. La prenderò e mi metterò sul divano, ad ascoltare e cercare di capire a che punto sta il suo personale, irrequieto equilibrio.

seconda parte, di Renato

Aborro quest’apologia della droga come lenitrice del deperimento psichico da quarantena, La droga da che mondo e mondo serve a evadere, non a pensare, non a soffrire. Questa estrema (per quanto fragile) sofferenza che ci sta sferzando ci sarà utile, ci farà crescere, ci trasformerà in persone nuove. Non lo so se migliori o peggiori, più forti o più deboli, ma ci cambierà. Come la musica ascoltata da piccoli ci forgia, anche i virus che ci colpiscono e che cambiano le nostre abitudini lo fanno.

Quindi è ineluttabile adeguarsi al cambiamento, non c’è nessuna droga che tenga, non serve evadere, serve pensare, concentrarsi e prepararsi al nuovo e soffrire, soffrire molto.

E per acuire questa sofferenza l’ascolto di “Ambertron” è fondamentale, ancora una volta.

Quindi nessun sogno nessuna evasione, durissima sconfortante realtà, esattamente la realtà tradotta in suono di cui racconta Albini, un suono naturale che ci ricorda come il dramma della caducità suonava forte anche quando gli assembramenti erano possibili, c’era solo molta gente con cui condividerlo.

La drammaturgia dei Mint Mile è ormai di scuola, Midyett sa esattamente come raccontare il dramma, da anni è la sua esperienza che ha forgiato il metodo. Likelihood è esattamente questo, gli strumenti che diventano un flusso cognitivo, non servirebbero nemmeno i testi, quanto sono granitiche nel loro incedere le melodie, ogni cosa funziona nel complesso e non per sé.

Quando Giacomo parla di essersi sentito a suo agio all’interno di qualche pezzo lo fa esclusivamente perché i pezzi di “Ambertron” sono luoghi confortevoli, sono quello che abbiamo sempre ascoltato, non vedo altrimenti come sia possibile trovare conforto in canzoni atroci come Fallen Rock e i suoi fiati funerei o la melodia della voce che tradisce una sofferenza interiore inequivocabile.

18 ore di viaggio per vedere una ragazza, un viaggio della speranza, chissà come è finito, non lo so ma probabilmente alla fine ce lo dice: “tu sei come me”. Male.

Stilisticamente il disco è come al solito un impasto di tradizione rumorosa americana, certo Neil Young, certo i Silkworm, ma anche i Bottomless Pit dell’atroce coda di Amberline, 14 minuti di deserto trasformati in musica, polvere nei polmoni che è meglio che avere il Covid-19 nei polmoni, ma non è comunque piacevole. Ma il deserto anche in The Great Combine che è un plagio di I Wanna Make it Wit Chu meno blues ma allo stesso modo blues, etimologicamente parlando.

Restare fermi non significa restare inermi, mai.

THE REVOLUTION COMES
LIKE CHRISTMAS DOES
BUT CHRISTMAS COMES AND GOES
AND REVOLUTION STAYS THERE
PAVED INTO DARK

Una rivoluzione che iniziamo a casa (cit.) davanti a uno specchio, con i capelli lunghi di un mese senza parrucchiere, pronti a uscire e ricominciare a imparare, quello che ci aspetta non ci priverà del cuore, no.

Those hard hearts
They still have the spot
Where they can be crushed
Where they can be drugged
Where they can be touched or moved
Where they can be bought sold
Fooled for good
They still have spots

10.0