I Had A Chiacchierata (no intervista) con Girless sul disco nuovo

Questa non è un’intervista, una di quelle cose in cui uno fa una domanda e l’altro in qualche modo deve rispondere perché altrimenti non è più un’intervista, quelle in cui una volta fatto tutto, se non vuoi fare lo stronzo, rispedisci tutto all’interlocutore per una letta veloce, oppure anche no. Questo è solo il resoconto, non completo ma con quello che mi ricordo io e solo col punto di vista mio, di una chiacchierata di dieci minuti, o forse un po’ di più, e non programmata, con Tommaso Gavioli ovvero Girless.

È successo la sera del concerto di Bob Nanna, in una location romantica sul Porto Canale di Cesenatico: fuori dal The Brew. L’attacco è stato tutto dedicato alla libreria della mia morosa, che per il record store day ha fatto la vetrina con alcuni dischi, tra cui anche I Have A Call di Girless, ha messo la foto su Facebook, lui l’ha vista e gli è piaciuta. Quindi mi ha detto: bella! e mi ha raccontato la storia dell’adesivo che c’è appiccicato sopra al cd. Storia che racconterei se solo riuscissi a buttarla giù senza duecento giri di parole. C’ho provato e in questo momento non ci riesco. In sostanza, che l’adesivo fosse stato attaccato lì sopra, sbam!, come una patacca, lui l’ha saputo (con piacere) vedendo la foto della vetrina.

Il disco parla della vita di otto personaggi celebri morti suicidi. Girless immagina i loro pensieri e quello che li ha portati a fare quella scelta. I titoli delle canzoni sono i nomi delle persone, come in Persona di Urali ma con contenuti molto diversi. Anche l’ultimo disco di Lorenzo Senni si chiama Persona e il motivo ce lo spiega lui su Noisey: “È una parola che esiste in italiano e in inglese con significati leggermente diversi: individuo e personaggio. Poi c’è questo videogioco giapponese che si chiama Persona basato sulla dicotomia tra i protagonisti e creature che rappresentano l’incarnazione di aspetti segreti del loro carattere: emergono in battaglia e li aiutano. Questa dualità mi ha sempre interessato tra quello che ho vissuto e come mi presento. Tra aspetti apparentemente inconciliabili di me. Torniamo sempre alla storia delle aspettative disilluse, alla fine“. Quindi si potrebbe pensare che tra musicisti italiani più o meno diversi tra loro ci sia un interesse comune nei confronti di quello che sta dentro e dietro alle persone e alle loro vite. Il genere è l’adpersonamuz, per ora ha pochi rappresentanti, ma esploderà, perché i contenuti e lo storytelling sono già la base di tutto.

I Have A Call di Girless mi piace per metà, nel senso che le ballate folk mi piacciono molto, e penso che Tommaso abbia una bella voce e sia bravo a scrivere quel tipo di pezzi con la chitarra. Mentre le canzoni più urlate non mi piacciono. Da qui è partita la conversazione sul disco. Esattamente come per la parte 2 dell’ultimo album dei Girless & Orphan, coi pezzi più pub punk non ce la faccio, gli ho detto. Al che lui mi ha gentilmente fatto notare che di quel tipo lì ce ne sono poche nell’album solista, e in effetti ha ragione, perché sono tre: MarioLuigi e un po’ di Sylvia.

Abbiamo parlato soprattutto di Mario (Monicelli), Virginia (Woolf) e Vladimir (Majakovskij). Le canzoni contengono quello che Tommaso sa dei personaggi, che sapeva già o che ha imparato per preparare il disco. Ha studiato, ha letto e ha scritto. Ricordo che un’altra volta mi aveva detto di non essere un grandissimo lettore (di professione fa il medico), ma per fare il disco si è trovato a leggere biografie, poesie e romanzi, e gli è piaciuto. Quando fare una cosa ti porta al di fuori di te stesso e ti permette di conoscere robe nuove, di studiare insomma, è un risultato molto utile. In questo caso scrivere canzoni è diventato un mezzo per imparare, che secondo me non è male per niente. Le poesie che ha letto sono quelle di Majakovskij e, per quanto nel momento in cui abbiamo parlato io non conoscessi benissimo i testi delle canzoni, ero comunque stupito di ritrovarlo tra gli otto. Majakovskij non è un personaggio così conosciuto. Sì ok, sappiamo chi è, ma gli altri della lista sono più noti, quasi tutti, tranne forse Giuseppe Pinelli e Sylvia Plath. Mentre Tommaso diceva questa cosa, io pensavo a quella volta in cui a un amico, all’esame di maturità, chiesero Majakovskij e il mio amico fece scena muta. Per stessa ammissione (postuma) del professore, con quella domanda lo volle inculare, perché Majakovskij non era neanche in programma.

Di Monicelli penso che non fosse antipatico solo perché a volte rilasciava dichiarazioni da stronzo. Parlandone, Tommaso c’ha beccato in pieno: alla fine a Monicelli non interessava arrivare dov’era arrivato, voleva solo fare i suoi film, raccontare le sue storie e si è sempre comportato di conseguenza. Era onesto, sincero, e così è rappresentato nella canzone, che infatti è una di quelle in cui Girless urla.

Mi rendo conto che l’articolo in certi passaggi sia privo di collegamenti, ma la conversazione è stata così. Non sempre mentre parli colleghi in modo armonioso, ma per costruire il discorso salti di qua e di là tentando di mettere insieme tutti i pezzi che ti passano per la testa in quel momento.

Poi abbiamo parlato anche di Ernst (Hemingway), il singolo, e io gli ho ricordato che in settembre, il giorno prima che uscisse, c’eravamo incontrati proprio lì, fuori dal The Brew. Un posto di mare, neanche a farlo apposta. È passato molto tempo tra il lancio e l’uscita, anche perché in ottobre Tommaso è partito per un tour con Brightr, poi s’è preso tutto il tempo per fare le cose che andavano fatte, e la release è stata all’inizio di aprile. Cosa ci siamo detti sul suicidio di Hemingway? Niente, solo che la canzone è bellissima, ho detto io. I learned the sea can set you free but nothing can keep me warm riassume tutto, aggiungo adesso. Non abbiamo parlato di Pinelli, che in realtà “è stato suicidato”.

Virginia è la canzone in cui si nota di più il tocco di tutto il disco, che non dice mai davvero il come si sono suicidati, ma il perché, raccontando cose che diventano metafora del percorso che ha condotto a quella scelta. Ci sono richiami diretti al mezzo usato (le scale di Primo Levi, il colpo di pistola di Hemingway) ma Girless non la mette mai giù diretta, ci gira intorno. Virginia Woolf è un personaggio difficilissimo, in balìa di una sindrome depressiva potentissima. Alla fine, ha deciso di riempirsi le tasche di sassi e buttarsi in un fiume. Sono quasi sicuro che Tommaso abbia parlato di questo dettaglio, anche se non sicurissimo. È una scena che da quando la so mi è rimasta impressa, e quando si parla di Virginia Woolf mi si piazza davanti al cervello. Di sicuro, Tommaso ha parlato della lettera al marito, e di acqua. E ne parla anche nel testo della canzone – adesso che ho studiato lo so – con un arpeggio abbastanza ipnotico sotto. Nelle parole di Girless viene fuori bene la difficoltà di trattare le vite degli altri e il suicidio: non sono mai descrittive, più che altro evocative, e quindi delicate. Non è che Girless ti dice: HO CAPITO IO COME BISOGNA FARE A PARLARE DI STE COSE, LEGGI E ASCOLTA QUI. No, che sia difficile si sente, ed è una delle cose migliori del disco.

A un certo punto ci siamo messi a dire cose sul suono, colpa mia, che gli ho detto che il disco suona bene. Al che lui ha iniziato (giustamente) a darmi alcuni dettagli. Il lavoro sulla chitarra e la voce è stato fatto tutto allo Stop Studio di Rimini ed è riuscito bene. Perché comunque, sembra, ma non è così facile farle uscire bene, anche se sono solo due. A volte senti delle cose talmente pressate… Io annuivo.

A mezzanotte e sette è venuto fuori Ivan, cioè Urali, che ha detto a Tommaso: “Vai a fare gli auguri di compleanno alla tua morosa che è passata la mezzanotte” e Tommaso si è fiondato dentro. Al che io e Ivan ci siamo detti che sette minuti di ritardo sono imperdonabili, e ci siamo messi a parlare, completamente di altro. O, non c’era modo di liberarsi delle rock star quella sera.

Streaming di I Have A Call.

Kevin Garcia dei Grandaddy, ciao

Capitolo 1

Sulla Statale Romea a Cesena, nel ’97, c’era un capannone. Ce n’erano tanti, ma io ne frequentavo solo uno. Era il momento in cui le attività fiorivano, l’economia viaggiava e la città era felice. I tempi erano così propizi che a un certo punto il proprietario di un negozio di dischi nel buco del culo del centro storico decise di abbandonare la posizione nel buco del culo del centro storico, ma comunque in centro storico, per spostarsi sulla Romea, in quel capannone. Meno passaggio, ma anche meno affitto, l’adrenalina della scommessa e più metri quadri. Il nome, lo stesso: DeeJay Mix.

Il negozio non si era solo spostato. Mentre in centro era un posto per dj, nel senso che i disc jokey di house, trance o robe così c’andavano a comprare i dischi da mettere sul piatto nelle serate in riviera, sulla Romea rimase figo per i dj ma diventò anche un posto per tutti. Non per tutti come un Marco Polo. Super specializzato per tutti. Gli altri negozi di dischi della città (tre) erano il classico One Man Shop. Da DeeJay Mix invece, cosa incredibile per una città di provincia, c’erano più commessi, a ognuno dei quali era affidato un settore. Specializzazione vera.

C’era il numero uno, un dj, un tipo strano, che parlava come Yoghi con la zeppola di Muccino ma vendeva un casino. Urlava sempre. Per uscire da dietro al bancone lo saltava come nella pubblicità dell’olio cuore. E cose così. Era uno in bolgia, in dritto fisso. Stava nella parte in fondo a destra del capannone, io lo vedevo sempre da lontano perché il suo era un angolo che non frequentavo. Ogni tanto sfrecciava verso l’uscita. Poi ce n’erano altri con cui non mai parlato. Subito all’ingresso sulla destra, invece, c’erano Davide e Matteo, che più o meno si alternavano, e tenevano il rock. Io mi servivo da loro.

A un certo punto DeeJay Mix si spostò di nuovo, nella zona delle concessionarie, in un ex capannone per macchine, di quelli plasticosi, pulitissimi ma che sanno di benzina. Un posto figo. Venne fuori anche un commesso per l’hip hop. Era il momento di Eminem e 50 Cent, ma anche della Rawkus. Tiravano parecchio, ma il tipo della house vinceva sempre. Il suo angolo era sempre in fondo a destra, impreziosito dalla presenza più o meno costante di Marco Moda, dj ibrido rock-dance ai tempi molto noto in zona, famoso anche per i capelli neri lisci e lunghissimi e per il chiodo sopra alle canotte a manica larghissima. Ascella nera. Matteo s’era fatto avvocato. Mi è dispiaciuto un po’, anche perché mi aveva venduto Under The Western Freeway, ma i miei master in quel momento erano Davide (quello di prima), specializzato nel rock e nell’indie rock, e Tomaso con una m, all’hip hop, ed ero comunque molto contento di loro. Non si sovrapponevano neanche per sogno. C’era tutta una parte dedicata alle cose che vendevano veramente, e qualcuno che ci stava dietro, spesso anche il padrone, un signore pelato, alto. Aveva senso: quella divisione rispecchiava i gusti dei clienti. Adesso possiamo ascoltare gli Shellac e Rihanna, uno dopo l’altro, e nessuno o quasi si lamenta. Una volta non si poteva. Nel giro indie, se dicevi che ti piaceva Baby One More Time di Britney Spears, o eri il genio, o non capivi un cazzo, a seconda della tua posizione nella gerarchia sociale. Genio o coglione, comunque non era una cosa che rientrava nella media. DeeJay Mix andava fuori dal tracciato degli altri negozi anche perché ti vendeva senza problemi i Take That in combo con i Big Black. E lo faceva consapevolmente.

A quel punto della storia, DJM poteva permettersi di pagare più commessi, senza neanche troppo turnover. Le cose andarono bene per un po’. Poi iniziarono a girare voci che tutti quei commessi non riusciva più a pagarli, e piano piano la storia di allora diventa quella di oggi: poco dopo ha chiuso. Adesso, di solito, vado in un altro negozio, un classico One Man Shop, in centro, un po’ nel buco del culo, ma solo un po’.

Capitolo 2

Il 18 aprile è uscito il nuovo disco dei New Year, Snow. Lo stesso giorno, il gruppo ha inviato una newsletter per condividere la speranza che tutte le copie acquistate in preorder arrivassero. Non arrivassero in tempo, arrivassero. Non so perché ma mi è suonata come quella volta che la hostess in aereo mi si è seduta accanto e mi ha detto “speriamo di atterrare..”, una specie di fai quello che desideri fare, adesso o mai più. Avendo cannato il preorder, ho ordinato subito una copia, in vinile.
Tre giorni fa, mentre ero al lavoro, mi è arrivata la notifica del corriere che mi diceva che un pacco non era stato consegnato a casa mia perché al momento della consegna qualcuno aveva dichiarato che non conosceva il destinatario, cioè io. Emozionato per tutto l’affetto che la mia famiglia mi riserva quando non ci sono, ho controllato e ho scoperto che il numero civico era sbagliato, di uno. Colpa di non so chi, ma non mia, PayPal ha l’indirizzo giusto. Nel posto in cui abito, un solo numero civico di differenza può corrispondere a una distanza sufficiente a fare in modo che un vicino di casa sia un perfetto sconosciuto, non perché abito nel deserto, ma perché l’età media dei vicini si aggira intorno agli 80 anni. E infatti, alla consegna del pacco, il vicino ha dichiarato “Qui non c’è nessun Giacomo Sacchetti!”. E il pacco è tornato in magazzino. Lo recupero subito. Recuperato.

Perché

I Grandaddy sono boscaioli americani, con le camicie a scacchi e le barbe. Il primo disco, Under The Western Freeway (1997), è il risultato del lavoro di taglia legna ruvidi ma dolci, è distorto ma sembra il rumore che fa un bambino quando gioca. Tra una chitarra e l’altra vengono fuori suoni infantili. E la voce leggerissima di Jason Lytle. Appena li ho conosciuti me li immaginavo grugnire mentre brandivano l’accetta e l’abbatevano sui ciocchi di legna, poi li vedevo in casa bere un alcolico forte per scaldarsi al camino e dire parole dolci alla mamma. A.M. 180 parte con la tastierina di Tim Dryden ed esplode nelle chitarre di Jason Lytle e Jim Fairchild. Summer Here Kids si divide tra il ritmo spezzato e gracchiante del ritornello e quella vocina limpida. La batteria è disegnatissima e il basso di Kevin Garcia è il cuore di tutto, sempre, il tronco dell’albero su cui appoggi i tronchetti da tagliare, il saggio che ti guida e ti suggerisce con grande calma dove andare, sicuro ma per niente invadente. Al primo disco, i Grandaddy erano la prosecuzione ideale di Someday I Will Treat You Good di Mark Linkous, privati della fantasia disperata, aggiunti di forza controllata. Sugli Sparklehorse il potere della deriva fisica e psichica ha lentamente preso il sopravvento. Nei Grandaddy no, era tutto controllato, lo è sempre stato, sempre di più, anche in Last Place (uscito due mesi fa, undici anni dopo Just LiKe The Fambly Cat), che è così sotto controllo da dare l’impressione di essere fatto col pilota automatico. Tutto regolare, agli inizi come alla fine. La distorsione e la dolcezza impostate una volta e poi usate per sempre allo stesso modo. Un mondo creato con precisione per le esigenze di chiunque ci si trovasse bene dentro, un po’ via di fuga, un po’ disperato, un po’ stupido. Mettersi nelle cuffie quella roba vuol dire sicurezza, riparo da qualsiasi influenza esterna. Magari in casa, davanti a una grappa, un camino e l’inverno fuori. Come in Dept. of Disappearance, disco solista di Jason Lytle del 2012. Nessuna infiltrazione, nessuna malattia, come se il mondo non fosse mai andato avanti. Però c’è andato, avanti.

Già The Sophtware Slump (2000) mi aveva gasato meno. Under The Western Freeway ha sempre stracciato tutti i dischi successivi. Ha creato un mondo che da lì in poi è sempre esistito. Il cd l’ho ascoltato un sacco, preso e rimesso nella stessa posizione dello scaffale per anni, preso e rimesso lì, preso e rimesso. A un certo punto ho cambiato casa agli scaffali e lui è voluto rimanere sempre lì. Il nuovo millennio si presumeva ci avrebbe aperto gli occhi e portato nuove ideone. A me ha fatto capire che i Grandaddy sono molto legati al loro tempo e hanno davvero senso se contestualizzati nel periodo in cui sono nati. Sono irremediabilmente legati al momento in cui ho comprato Under The Western Freeway, da Matteo di DeeJay Mix. Se penso ai Grandaddy, un minuto dopo penso a DeeJay mix. E il contrario. Quel processo per cui quando pensi a una cosa te ne viene in mente subito un’altra aiuta a costruire un passato. Ma c’è stato un momento in cui quelle due cose hanno iniziato a essere troppo lontane, e non è che ho dubitato davvero che siano successe ma il dubbio è diventato incredibilmente plausibile. I Grandaddy sono incastrati in quel momento di vent’anni fa: ho ordinato il cd, mi hanno telefonato per dirmi che era arrivato, sono andato a ritirarlo. Se il ricordo ha la responsabilità di aver circoscritto troppo la cosa, loro hanno quella di essersi fatti circoscrivere e non essere cambiati, mai. Bloccati dentro a Under The Western Freeway, in quel ricordo. Protettivi, nei confronti di se stessi e di chi li ascolta, hanno creato un bozzolo, dentro al quale sono rimasti, senza passare allo stadio successivo. Io ero nel bozzolo con loro, ma a un certo punto ho sentito qualcosa spezzarsi e sono uscito. Penso che l’istante preciso sia stato Sumday, nel 2003.

Ma Under The Western Freeway è sempre stato lì, nello spazio che si riserva alle certezze.

Il 3 maggio è morto Kevin Garcia, in seguito a un infarto. In quel momento un’accetta si è abbattuta su quel disco e su quel mondo. I Grandaddy, sempre musicalmente così lontani dalla malattia, hanno ceduto sotto la forza di un colpo solo, sul cuore, e tutto un immaginario è stato sotterrato. Un disco importante rimane un disco importante ma quando il giochino si rompe, si rompe. Mi ostino a rivivere all’infinito quei momenti, a comprare vinile, a trovate bello anche solo entrare in un negozio di dischi, ad ascoltare roba che sembra anni ’90, a provare piacere nell’alternarsi di ruvido e dolce, a buttar su Under The Western Freeway, in realtà quel mondo vivacchia solo, nelle repliche e repliche e repliche e nei revival, revival, revival. Nel momento in cui ho saputo della morte di Kevin Garcia, ho realizzato che quel mondo è morto con lui. Era successo anche con Mark Linkous e adesso la sensazione si ripresenta, in un altro loop da cui non si esce. È il mondo con cui sono cresciuto, ma alcune volte mi chiedo se sia giusto continuare ad assecondarlo oppure se si debba seppellirlo e cambiare strada e ascoltare solo la musica di oggi. E non ho la risposta. Non è chiaro, se ami qualcosa ma allo stesso tempo ti rendi conto che ti ha incastrato, è difficile scegliere come comportarsi.

Mentre ci penso, oggi pomeriggio vado a comprare un bel disco dal mio One Man Shop.

VOLGARITÀ. Gli youtuber non hanno niente da dire

Il mondo è spaccato in due. I giovani e i vecchi. Sono vaghissime come categorie, non si capisce. La prima comprende quelli che hanno al massimo vent’anni ed è effettivamente una questione d’età, la seconda quelli che quando parlano di qualsiasi cosa assumono la posa del centurione e giudicano sulla base della loro lunga esperienza, ed è una questione sopravvalutazione di se stessi. Può succedere, boh, a 28. Non succede sempre e non riguarda tutti. Io non sono così per esempio, ho molti mici che non sono così, ma alcuni che lo sono.
Non sarebbe niente se non fosse che queste due specie umane quando si trovano a parlare o parlano l’una dell’altra si vorrebbero disintegrare a vicenda. La violenza (violenta cui resisti non potest) nasce da sentimenti contrapposti: i giovani vedono gli altri come dinosauri, i dinosauri ricordano i tempi andati sempre come i migliori del mondo. Così, generazione dopo generazione, ci sono un sacco di epoche migliori. I più vecchi hanno sempre lo stesso atteggiamento, e anche i giovani, ma hanno più fantasia perché le loro armi sono le cose che cambiano: adesso, per lo più – come si chiama dai tempi di Sandra Bullock – la rete. Spesso, la loro arma, e allo stesso tempo il terreno di scontro, sono i social network e più in generale intermet. Quando arma e terreno di scontro sono la stessa cosa per uno dei due avversari, per l’altro è difficilissimo. E dovrebbe capirlo.
Nelle battaglie c’è sempre chi fa la parte del più sdronzo, è ovvio. Poi, che siano un po’ anfami anche i ragazzi è vero, ma a volte sono i vecchi che la prendono sul personale perché sentono che non ci stanno dietro, si sentono colpiti nell’orgollio e si ostinano ad arrancare. È proprio il caso di quei signori di una certa età (50-55? circa) che guardano i video su youtu’. Quella rumorosissima fetta di persone che non si danno solo da fare, sanno usare il cellulare, ricevono newsletter, hanno Facebook, ma si interessano anche di arte. In generale. E sanno la verità su chi la fa e anche su chi sfoga qualsiasi tipo di creatività sui social network. Non dicono youtu’ ma you tube, quindi confermano di essere al passo con le nuovissime tecnologie e il fatto che le usino e ne parlino dovrebbe voler dire che sono al passo coi tempi anche nella loro testa, anche come possibilità di arrivare a capire e giudicare cose che non gli appartengono. Potrebbero anche appartenergli, c’è tra quelli della loro età qualcuno che ci riesce, ma molti non ce la fanno. Io conosco YouTube! Ma poi non capiscono quello che vedono. Gli youtuber! Che mostri incoscienti sono gli youtuber? Non hanno niente da dire! E ci sono milioni di ragazzini che li seguono, i supermercati si riempiono di bambine urlanti che si fanno autografare il decolté! Abbiamo proprio toccato il fondo. Insistono, non si schiodano.

Una volta mi è capitato per lavoro di proiettare un video di FaviJ per una classe delle scuole superiori. Non sapevo che reazione avrebbero avuto i ragazzi. Hanno riso molto ma la prof era tesa, ed era sui 45. Io ho trovato alcune cose molto divertenti, alcune stupide, altre boh. Ma, se davvero quel Favi lì non ha niente da dire, perché quei ragazzi si sono divertiti così tanto? “Sono stupidi come lui” è la risposta ufficiale, a volte sottintesa a volte no. Invece noi siamo intelligenti, ridiamo solo con la comicità sopraffina, quella di Fiorello o di quei bolliti della Gialappa che non fanno più ridere da dieci anni, o dei comici di Sanremo. FaviJ dice qualcosa, comunica coi mezzi dei ragazzi, mette in gioco le cose con cui hanno a che fare tutti i giorni, ci scherza su. Riesce benissimo. Se vale la regola sei quello che mangi e se i regazzì sono come FaviJ, i più vecchi sono come Crozza e Benigni.

Ho sempre odiato quando uno (molto) più grande di te commenta quello che fai ricordando la stessa cosa fatta da lui MOLTI ANNI PRIMA. Ovviamooonte, il concetto che vuole esprimere è non c’è paragone. Qualche anno fa avevo spesso a che fare con il babbo di una mia ex morosa. Era un fan terminale dei Rolling Stones. Io ero della curva Beatles, quindi mi prendeva in giro già di base. Ma mentre per i Beatles semplicemente mi scherzava, perché comunque appartengono alla sua era, per altre cose mi tirava addosso proprio parole fatte di merda. Non prendeva neanche in considerazione di ascoltare la musica che usciva nel presente. Si torna sempre ad ascoltare la roba di quando eravamo giovani, ok, ma a volte quella roba bisognerebbe tenersela per sé, provare un po’ di vergogna di aver perso la curiosità, e ascoltare cose nuove. I tempi in cui avevo a che fare con “mr. Jagger over the top per sempre” erano gli anni 90, verso la fine, ero in bomba con un sacco di cose che mi sembravano le migliori del mondo perché erano nuove e ogni volta che ne parlavamo lui tirava fuori A day in the life, se voleva venirmi un po’ incontro, The Satanic Majestic Request IL Più BEL DISCO MAI STAMPATO o John Barleycorn Must Die dei Traffic CHE POTREBBE PIACERE anche A TE. Ogni altra cosa se confrontata con questi tre capisaldi non aveva quel significato, quella forza, quei cazzi. Quando qualche anno dopo gli ho detto che di Traffic mi piaceva molto di più il film è stata l’ultima volta che l’ho visto. Col tempo sono cresciuto col terrore di diventare come lui. Oggi abbiamo quasi 40 anni, certe volte capita di parlare di musica con uno più grande, che ha sempre il mento rivolto verso l’alto, come un duce della musica del mondo. Fronte unito di quelli alla soglia dei quaranta + i fan di FaviJ, all’urlo di ci siamo rotti il cazzo di sentirci dire dai grandi come dobbiamo vivere, chiudiamo questo paragrafo.

Proprio cinque giorni fa mi è capitato di essere in mezzo a una pletora di anti-youtuber. Uno di loro se la menava alla grandissima, appartenendo a una certa aristocrazia della critica. E insomma che diceva e diceva: “E poi ci sono questi youtuber che fanno un filmino lo pubblicano su YouTube e hanno milioni di visualizzazioni ma cosa fanno? Cosa fanno?!” (vena grossa nel collo e qualche secondo di suspense per chi ascoltava) “Niente! Non fanno niente, non sanno fare niente. E i ragazzini impazziti, s’innamorano”. Il caso volle che fosse dietro a una cattedra, gli mancava la stecca per indicare la lavagna ed eravamo a posto. In quel momento lui insegnava. E gli altri intorno annuivano, anche uno più giovane. Ammorbano anche i più giovani! “ANCHE COI BEATLES LE RAGAZZINE IMPAZZIVANO MA Lì C’ERA…” (interrompe il flusso di parole aristocratiche e guarda tutti, uno a uno, aspetta un attimo e) LA SOSTANZA urlano tutti in coro, come se si fossero messi d’accordo – ma non si erano messi d’accordo -, concordavano, erano presi dal discorso del più anziano e annuivano zi zi zi. Mi sembravano un poco invasati a dire la verità. Ed erano come i loro genitori o i genitori dei loro genitori che pensavano che il rock’n’roll fosse musica da posseduti.

Io sono superficiale e un povero incapace di gestire l’intermet cattivone, ma non capisco che differenza ci sia tra questi samurai della sostanza e i genitori delle ragazzine della beatles mania che pensavano che i Beatles fossero la merda e il diavolo impanati insieme e messi in vendita per scagarellare di frivolezza i cervelli dei loro figli. Non li capivano, e adesso i Beatles sono il massimo per tutto il mondo, sono lo standard. Tra quarant’anni gli youtuber saranno lo standard, snapchat sarà una cacatina che useranno i vecchi, che sono i giovani adesso. FaviJ sarà un grande romanziere istituzionalizzato. E ci saranno quelli che diranno che in FaviJ sì che c’era la sostanza mica adesso in questi qui che usavano lo strobiweb12.0… e le ragazzine impazziscono! È così chiaro che sarà così.

Ci sono anche persone di un’età X che fanno crociate culturalissime, coscientissime, contro i social network, e poi postano tre quattro volte al giorno su Facebook o istarma. Vogliono sconfiggere il mostro da dentro. Poi quando succede qualcosa di brutto attraverso Facebook urlano ECCO AVETE VISTO?! senza pensare che sono le persone a fare le cose brutte, non Facebook. Volete fottere Zuckerberg, fottetelo, disiscrivetevi, ma non avrete più un posto in cui scrivere opinioni.

Ok, l’ultimo paragrafo non c’entrava niente, abbiate pazienza. È la vita, sempre così. Neanch’io capisco completamente gli youtubez ma io faccio parte dei medio-vecchi alla soglia dei 40 e anche noi iniziamo a essere limitati. Quindi in realtà il mondo è spaccato in tre. La sottospecie di censura che i più vecchi e più coscienziosi vorrebbero imporre ai giovani, però, è un grosso limite del cervello di persone che hanno vissuto in un’altra età e non devono per forza capire tutto del mondo di adesso. Solo dovrebbero essere abbastanza intelligenti da non rinchiudere tutto nel confronto con quello che succedeva una volta. E adesso, decidete se siete dalla parte degli youtuber o della Sostanza con questo quìsss à la dr. Pira.

quante volte mangi la pizza in una settimana?
a. uno
b. millemila
c. mi fa cagare la pizza

ti piace la musica tecno?
a. mi fa venire la cagarella a spruzzo
b. me fà impazzì, me sballa
c. coglione, la musica techno non esiste più

ti piacciono di più i cani o gatti?
a. i catti
b. prendo sempre più like coi gatti
m. i furetti

amore è..
f. ostruzione delle vene
a. osteoporosi
b. soffrire di eiaculazione precoce

me ne sbatto di comprare il vinile perchè
a. pesa troppo
b. gira troppo
c. tagliano i centrini sempre troppo stretti e non mi s’infila nel tennics

non mi metto più gli slip al mare
a. perché mi casca
6. perchè ho freddo
c. mi metto solo il costume intero
d. il mare mi fa schifo

ridatemi il mio dolce forno albert. perchè
a. molto meglio del sushi che ti fa morire di infarto
b. Gordon Ramsay non ha mai cucinato altro che vinagrette
c. la cucina va di moda adesso, una volta friggevamo tutto

Se la maggior parte delle volte hai risposto A sei uno tosto che non si lascia tanto infinocchiare. Se hai dato più risposte B, la vita ti sorride sorridile anche tu. Se hai risposto soprattutto CI hai vinto perché di tutto questo – dei youtube, delle crociate contro e della solita roba, la vecchia musica no dai e invece quella nuova si perché dai – non te ne frega niente. Buon primo maggio.

Gazebo Penguins: Nebbia

 

C’è un momento in cui il passare del tempo cambia: prima passa e basta, poi ti rendi conto che è passato. Non so se c’è un’età precisa in cui succede, ma succede. In quel momento, ti rendi conto anche di quanto ne hai perso. Ma non voglio concentrarmi su questo. Raudo, il secondo disco dei Gazebo, è uscito quattro anni fa. Partendo da lì, posso fare un confronto con Nebbia, quello nuovo (To Lose La track). Il risultato del confronto è il cuore di Nebbia: il tempo porta cose buone, cose cattive, c’è caso che porti pure dei cambiamenti. C’è un parallelismo preciso in Nebbia: con le parole, racconta come sono le cose adesso e nonostante tutto, con la musica segna un cambiamento chiaro rispetto al passato. Se mi chiedo da solo se il tema del disco sia il risultato del passare del tempo rispondo ni, perché ogni cosa in qualche modo è il risultato del passare del tempo, ma soprattutto perché è impreciso. Se invece mi chiedo se il tema sia il cambiamento rispondo di si, però questo modo di esprimerlo sia con i testi sia con la musica porta con sé molte sfumature. Non tutto è direttamente riconducibile al cambiamento ma ci gira intorno.

I testi. Ci sono alcune frasi di Raudo a cui ripenso spesso, come quella di “Trasloco” che dice la faccia del vicino al balcone a guardarla si capisce che non cambia niente. Ci ripenso almeno ogni volta che vado sul balcone, il vicino mi saluta scambiandomi per la mia ragazza e torna in casa. Da quella frase posso pensare di tirare fuori l’idea di tempo che c’era in quel disco. Nebbia è diverso, dentro c’ho trovato l’importanza delle cose che magari non cambiano ma sono buone ed è bene che rimangano. Diventarne consapevoli è un cambiamento. È una visione positiva del tempo, inteso come il percorso lungo il quale si muove il cambiamento, che magari ti ferisce, ma alla fine ti fa capire cos’è importante. In alcuni momenti i testi mettono sul tavolo i due lati della medaglia: le cose stanno così, però di bello c’è questo. Si arriva a un tanto così dalla fine di tutto ma poi, in qualche modo, c’è un motivo per credere che non sia finito un bel niente: anche se sembra tutto nero non andare via (“Bismantova”). Il rischio è dietro l’angolo: è questione di un attimo e ci si perde davvero (“Nebbia”).
Non è tutto qui. Per non subire e basta il tempo, serve qualcosa di più. Sarebbe utile reagire e avere la freddezza di vedere le cose come stanno, prima che ci sotterrino. La reazione arriva in “Nebbia”, che parla della fine di un amore ma anche della speranza di azzerare tutto e ripartire daccapo, e completa il giro delle prime tre canzoni. “Bismantova”, che parte dalla foto con un’ex morosa e racconta della morte di un amico, è la paura della fine quando la speranza di ripartire non è neanche auspicabile. “Nebbia” precipita nella consapevolezza che sia realmente facile cascare dentro alla fine. “Febbre” è la speranza di una soluzione positiva. Speranza che non c’era quando si diceva il tempo e i ricordi si perdono una volta sola (“Difetto”, Raudo) e neanche in Santa Massenza (split con JMox post Raudo) in cui la fine era la morte di un fratello, senza la prospettiva di sviluppo vagamente concessa già in “Bismantova”. Per questo, “Bismantova” potrebbe essere una ripartenza da dove si era fermata “Riposa in piedi” di Santa Massenza.
Dopo tre canzoni di Nebbia la fine non è veramente la fine, anche se continuiamo ad averne paura. Quello era il disco solista di Capra ma, con le incertezze di Nebbia, i motivi di serenità di Sopra la panca diventano meno immediati. Chiudere gli occhi, riaprirli e ripartire da zero non è facile, ma ha senso tentare, esorcizzare e andare oltre. Ci sono testi che parlano di una cosa e poi all’improvviso sembrano passare a un’altra (“Bismantova”). C’è un legame tra le due argomentazioni e la forza dell’apparente differenza di significato è una specie di scossa che dà più peso al testo e ti costringe a mettere in moto un collegamento per non subire passivamente quello che dice la canzone. È lì, ma non è immediato come in Raudo: devi trovarlo, il significato, non è una semplice interpretazione, ma una forma di collegamento. In generale, il cambiamento di Nebbia non è un passaggio da testi più a testi meno comprensibili, anche se ci sono ellissi di significato che prima non c’erano, ma sta nel fatto che il risultato che vorresti raggiungere non è più così immediato.

Poi arriva “Soffrire non è utile”, la messa a fuoco, in due parole, di cosa si combina quando non si sta bene. Ci si arriva solo quando ne siamo fuori, oppure in un attimo di lucidità, quindi potrebbe essere una parentesi dentro a “Febbre” o il capitolo successivo. Di sicuro è un passo in più. Come in “Non morirò” (Raudo) c’è un corto circuito, un attimo in cui canzone e realtà si toccano e il significato del testo prende forza. Il borderò diventa il muro su cui scrivere il tag soffrire non è utile per diffondere il più possibile l’idea. Anche se poi l’idea viene subito privata dello status di verità che si era appena guadagnata in quanto tag quando dice ma a volte consola rovinarsi il fegato. Che soffrire ci faccia stare un po’ bene si sa, ma messa giù in questo corto circuito e con queste parole così chiare e semplici è più efficace del solito. Alla fine uno dei punti forti dei Gazebo Penguins sta proprio lì, nel dire cose vere senza farle passare come verità ma facendotele sentire tue.
Poi quattro canzoni che tagliano il tema in un altro modo, ma sono sempre riconducibili all’idea base. “Scomparire” è quella che descrive una reazione più aggressiva sul ripartire daccapo, diversa da tutto il resto del disco. Mentre nelle altre c’è un atteggiamento tipo osservo da qui e descrivo le cose facendo considerazioni su come le vedo, qui è più un fallo e vedrai cosa succede. In generale, i testi hanno un taglio meno feroce, qui no. “Fuoriporta” è strumentale ed è una specie di momento di passaggio, un attimo per respirare, e la “Porta” è quella da cui si rientra dopo essere stati fuori, il momento in cui si pensa al cosmo ma tornano sempre a galla il tempo che passa, la ricerca di un senso e il rapporto con un’altra persona. Dopo tutto, le fisse rimangono quelle. E queste cose si trovano non in dio ma in quello che succede ogni giorno. Nel mondo.
“Atlantide”. Per la prima volta, arrivano i Gazebo Penguins politici. Le città fanno sempre più fatica a convivere con le espressioni libere e si chiudono ancora di più anziché impegnarsi a creare una comunità e luoghi aperti alle opinioni e ai modi di essere e vivere. Le cose sono cambiate in peggio in questo caso, ma anche qui vale la speranza di tornare. Anche se adesso è tutto murato, dentro all’Atlantide rimane qualcosa che non si può cancellare. L’esperienza di anni e i segni lasciati sono pronti a riesplodere.

“Pioggia” è l’ultima. Chiude il discorso ritornando dentro alla porta di casa. Puoi innervosirti pensando a tutti i suoi difetti, ma alla fine la persona che ti fa incazzare può essere la sola per cui ha senso tornare: resto solo se resti con me. “Resto solo” potrebbe anche voler dire “se resti con me sono solo”, il che m’incasinerebbe tutto il discorso e sarei nella merda. Quindi, penso che la prima parte di “Pioggia” sia il punto di vista della persona che aspetta, la seconda quello della persona aspettata. I due punti di vista convergono in un unico luogo. C’è speranza, anche se a volte tocca dormire sul divano.

La musica. Prima c’è la voglia di fare le cose, poi la necessità di dare un senso al tempo. Dare un senso può coincidere con tante cose diverse, ma spesso coincide con il fare quello che ci fa stare bene. Questa forma di egoismo è anche una forma di altruismo, perché ci porta a creare cose che poi, magari, fanno stare bene anche gli altri. Nebbia segue questo proposito, cambiare per fare quello che ti piace, anche perché poi qualcuno lo capisce e magari piace anche a lui e s’intrippa in Nebbia tanto quanto aveva fatto con Raudo, o Legna. Le novità del disco si percepiscono bene, anche dal punto di vista musicale, e questo significa giocare a carte scoperte, che è sempre una cosa bella. C’è bisogno di gruppi che facciamo musica a prescindere dai generi ma a partire da quello che gli viene di fare. Non è così frequente, perché spesso si decide prima il genere da fare e poi si fa un disco, vedi lo screamo italiano di adesso.
In Nebbia la musica cambia, rimane distorta e pestata ma con meno rivoli di fuga, un suono sempre potente ma meno gracchiante. Si passa per esempio al finale di “nebbia” quando dice è questione di un attimo e ci si perde davvero: un giro di chitarra incrociato con la voce in modo da far perdere l’inizio e la fine della battuta in quarti, perché non coincide con la fine e inizio del significato del testo, e da creare un circolo brevissimo ma vorticoso. Questa è la differenza, almeno mi pare, tra il suono più rauco di Raudo (e ancora più di Legna) e le rotondità di Nebbia che nascondono un sottofondo di chitarre meno pungenti ma sempre presente e i cui singoli strati vanno a ingrossare il risultato finale più che arricchirlo con vie di fuga sottili. Resta la capacità di costruire giri che progrediscono, pur rimanendo uguali a se stessi in termini di accenti e battute, arricchendosi di componenti che prendono forza strada facendo, come succede anche nella seconda parte di “Bismantova”. Non si è mai potuto parlare di emo per loro, però molti ne parlavano, adesso è proprio vietato. Non è mai stato emo core perché non ha mai avuto granitici riferimenti a quel genere. Adesso i gazebo Penguins hanno cambiato quello che facevano, sono in quattro e non più in tre, hanno due chitarre fisso, e suoni della chitarra diversi. Per certi versi Nebbia è un disco d’autore, con un taglio tutto loro ma diverso dal “loro” di qualche anno fa. Mantenuti alcuni punti di riferimento (i cori in due, le chitarre pienissime), c’è un fervore diverso, una potenza meno indirizzata a esprimere la smania di dire e fare le cose, più concentrata sul consolidamento delle parti essenziali. Il suono è più controllato, aperto a un pubblico nuovo ma anche allo stesso pubblico che ha voglia di sentire un cambiamento. Come quando gli Husker Du hanno pubblicato Candy Apple Grey con la Warner. Era peggio? No, era diverso. E se ogni cambiamento verso una definizione migliore del suono, non più addomesticata ma guidata in modo diverso, venisse preso come un compromesso e un tradimento sarebbe un modo per imbrigliare la creatività e la sua voglia di cambiare, di mettere fine a un periodo e prendere quell’altra direzione.
Le differenze ci sono anche dal vivo. Nella data che ho visto io – ma mi sa che l’hanno fatto anche da altre parti – nella prima parte del concerto hanno fatto il disco nuovo, in fila, la seconda l’hanno dedicata ai pezzi vecchi. I pezzi vecchi hanno più presa e hanno già una loro storia, ma quelli nuovi segnano una svolta, rallentano il ritmo, la velocità delle battute è diversa, c’è più spazio per sviluppo di quello che sta in mezzo, è come se le colonne portanti di un edificio fossero state rafforzate e ci fosse più tempo tra una colonna e l’altra. Ma anche no, perché la velocità c’è sempre. Rimane la voglia di andare veloce ma la batteria mena di più sulle battute che reggono il ritmo. “Fuoriporta” segna bene il passaggio a un peso diversamente veloce, anche in contrapposizione a “Porta”, che riparte subito dopo con uno dei giri veloci e stoppati tipici di Capra. E per marcare ancora di più la differenza, al Bronson le canzoni vecchie le hanno prese più veloci del solito, sembrava quasi che avessero voglia di finire prima, in realtà era la seconda parte di un concerto che sviluppava un’idea.

Il resto. Questo tipo di cambiamento dei testi e dalla musica riflette il tema del disco. Per quanto le cose cambino, vengano fuori le difficoltà a metterci in pericolo, in certi casi rimangono alcune costanti, e vogliamo che rimangano. Nebbia delinea bene il tempo che passa. In Raudo era il tempo del trasloco e dell’andare a vivere da soli, Nebbia è quello della riflessione sulle cose difficili da accettare, sui momenti difficili da superare ma anche sul loro plausibile esito positivo. Alla fine, per quanto caratterizzata da momenti nebbiosi e di dubbio, la visione è ottimista e la prospettiva dipinta dal disco è serena, anche se non definitiva o compiuta. Avere la consapevolezza delle cose che ti fanno stare bene non significa averle conquistate, è chiaro in ogni frase del disco che tocca il problema.
Si può dire che Nebbia sia un concept sull’idea del tempo che porta al cambiamento da punti di vista che cambiano nel corso del disco: il tempo che passa, il tentativo di conservare quello che c’ha fatto trovare un punto d’incontro, la speranza di influenzare l’andamento delle cose in qualche modo. Il tempo passato sarà sempre di più e magari cambieranno ancora le priorità e le cose che ci fanno stare bene. Tra 20 anni, Nebbia sarà un ricordo ma rimarrà uno degli esempi di come le cose possano e debbano cambiare, o perché sentiamo noi la necessità o perché sono loro che cambiano e noi le assecondiamo. L’importante è mantenere in vita quello che in qualche modo ci fa stare bene. Cambierà il modo in cui lo facciamo ma non cambia che lo facciamo.

Nebbia streaming.

NUOVO DIE ABETE

Quando ti svegli alla mattina ti giri verso l’altra parte del letto e non c’è nessuno perché avete orari diversi e v’incrociate solo alla sera tardi, poi guardi l’orologio ed è tardissimo, così che non puoi fare neanche una pisciata con calma. Almeno ti lavi la faccia. Ora però, caffè. La moka è chiusa da ieri e sembra sigillata col silicone, tiri tiri ma niente. Allora prendi lo straccio sporco di fianco al lavello e riesci ad aprirla, vai per svuotare il filtro e il caffè bagnato ti casca a un centimetro dal bidone, tutto per terra. Porca troia, lo puoi urlare perché tanto sei solo in casa. Lasci tutto così com’è e riempi la caffettiera. Il caffè lo bevi e senti che ti arriva in testa. Era necessario. Mangi una frutta sul tavolo e un pezzo di pane lo mastichi mentre ti vesti ma mentre t’infili la seconda gamba dei pantaloni inciampi e caschi sul letto, con la testa di fianco al comodino coi libri che ancora non hai letto. Più che altro adesso sembri una scimmia, per questo continui a leggere qualcosa. Quella mattina ti capita anche quello che non dovrebbe capitarti mai: all’improvviso, devi andare in bagno: hai preso un frescone. Quando? Perché? La doppietta caffè-kiwi funziona, ma non pensavi così in fretta. Il ritardo di questa mattina era già scritto nelle stelle di ieri sera, quando pensavi a quanto sono buoni i kiwi mentre lavavi i piatti dopo aver cenato da solo. Caghi, quindi. Finalmente esci di casa, ti avvii. Dentro la macchina c’è puzza di olio perché c’era una perdita, l’hai portata dal meccanico un mese fa, lui l’ha messa a posto ma la puzza dentro c’è ancora. La frizione fa un rumore strano, potrebbe spaccarsi il cambio, 200 euro. Giri in macchina sperando che non succeda, vorresti pregare il signore per chiedergli che non succeda, ma succederà sicuro, quando – non so – devi prendere il treno e non ti aspetta. Ma come si fa a pregare. Pensando a tutto questo, arrivi in ufficio. Non ti sei preparato il pranzo e non hai preso su neanche la frutta. Toccherà mangiare un buonissimo tramezzino kebab e peperoni della macchinetta. Nella prima parte della mattinata vengono, in successione, a romperti i coglioni: il capo, il capo, il secondo capo, il terzo capo, il quarto, il capo. Ognuno di loro ha indetto almeno una riunione in giornata, però tutti devono andare via presto oggi e domani non ci sono quindi sono tutte riunioni indispensabili oggi. Riunioni. È una gioia sognare di appiccare fuoco a tutto. Ma poi bruceresti anche il tuo stipendio. Hai dieci minuti per finire un lavoro che avevi iniziato prima di raggiungere la prima sala della prima riunione, lo fai ascoltando i Marnero e pensando che è martedì e a fine settimana uscirà il nuovo Die Abete e la prossima settimana potrai ascoltare quello prima di andare in riunione. I dieci minuti finiscono, il capo ti chiama e inizia il vortice, sei carico come un marnero, dai qualche risposta del cazzo (però hai ragione) ma tutto sommato stai calmo. Parole fino alle 12:30, fanno tre ore e mezza in tutto. Arrivi che hai voglia di mangiare kebab e peperoni. In pausa vorresti solo dormire e invece tocca stare in ufficio perché c’è troppo poco tempo per fare qualsiasi cosa e ti devi ciucciare i colleghi. Alcuni sono simpatici, dai. Coup de theatre e chiedi se qualcuno di loro ti accompagna a prendere un caffè buono al bar, nessuno ti segue, la puzza in macchina è tossica e la scusa che hai usato altre volte per non prenderla su per andare a fare un cazzo di aperitivo dopo il lavoro ti si rivolta contro e ti lascia solo. Il caffè è buono lo stesso, comunque. Meriggiare pallido e assorto. D’inverno è caldo, d’estate si bolle davanti al computer. Ora è primavera e non c’è male. Tutti i capi sono fuori ma c’è in giro il collega zelante. È lì da più anni di te ed è così gentile e falso quando ti parla che è sicuro che da dietro t’incula. È successo. Parla male di tutti con te, parla male di te con tutti. Lo mandi a fare in culo in silenzio e gli dici scusa sono occupato (vattene di qui!) tutti i santi giorni. Lui se ne va chiedendo scusa come se ti avesse già dato una coltellata dietro alla schiena, cosa che succederà tra un minuto durante il quale tu lo vorresti ammazzare e seppellire sotto una stele di piombo. Il trend del declino continua: ti sbagli e clicchi sulla X sbagliata cancellando il lavoro dell’ora precedente. Niente di irrimediabile ma cazzo se ti fa girare i coglioni. Per il tempo rimanente guardi l’orologio ogni cinque minuti. Non la vivi bene. Sbrighi il resto dei lavori abbastanza bene, esci pensando che è bello andare a fare la spesa in quel supermercato pieno di commessi stronzi, ma assapori già la mela che ti mangerai mentre riempi il carrello senza pagarla. Stronzi ma rincoglioniti. Una mela al giorno toglie il medico di torno. Osservandomi dall’esterno, non mi suscito niente di diverso che sdegno. Lei torna tardi, quindi puoi fare la spesa che vuoi e mangiare una roba veloce senza impegno anche stasera. Oppure una schifezza surgelata. Perché sei giovane, tra qualche anno quella roba non la vorrai vedere neanche col binocolo, dicono. Paghi, butti il torsolo dalla tasca al cestino subito fuori, sali in macchina, ciao, domani prendo una Val Venosta Red Delicious, la mela di Biancaneve. È dura ma i denti li hai buoni, a parte quella carie a destra. Mangi tutto a sinistra e hai risolto. A casa fai tutto quello che devi fare, spazzare il caffè, docciare, mangiare, bere. E prosegui cercando di dare un senso alla tua giornata, pensando che molti anni sono passati col pensiero di dare un senso poi all’improvviso capisci che il tempo è passato davvero e solo adesso ti rendi conto di quanto ne hai perso. Vorresti leggere ma Facebook e Instagram ti assorbono per un’ora. Intanto, però, ascolti The Name Is Not the Named dei Gazebo, non sei tutto da buttare dai. All’improvviso senti il rumore della porta che si apre, è lei. Sono le undici e tre quarti infatti. Vi abbracciate, vi baciate, la guardi e pensi che qualcuno è più stanco di te che ti lamenti di un comodo lavoro d’ufficio. Quattro chiacchere che se sono buone possono valere anche tutta la giornata, ma non è sempre così, questa sera non è così. Il tempo brucerà anche la nostra casa amore. Adesso a letto, buonanotte. Di notte si dorme, a meno che tu non abbia preso il caffè dopo le 16. Cazzo, l’ho preso alle 5 e un quarto. Ti addormenti mezz’ora prima della sveglia. Ti svegli, giornata abbastanza terribile ieri, speriamo meglio oggi. Se siete d’accordo, azzeriamo tutto e ripartiamo da capo.

Senza denti, Die Abete: streaming
To Lose La Track, Sonatine produzioni, Shove Records, Tanato Records, Longrail Records
Copertina: Collettivo Canemorto

(il vecchio die abete)

Un Pajo di cose su Cherubs ELM Lleroy Cani Sciorrì Sodastream Papa M

Qualche settimana fa sono andato a un concerto noise e la prima cosa che ho notato è stato un gran profumo di shampoo. Com’è possibile a un concerto generalmente di uomini che generalmente puzzano? mi sono chiesto. Eppure, era in ogni angolo. Solo per un attimo ho sentito puzza di ascella, ma proveniva da un punto preciso. Ho individuato l’essere responsabile e ho girato al largo. Era uno che aveva suonato. Giustificato. La serata prevedeva i Fashion Week, i Lleroy, i Cani Sciorri e i Cherubs. I Fashion Week me li sono persi. Brent Prager, il batterista dei Cherubs, ha partecipato a ogni singolo cambio di palco. Ci credo, la batteria era la sua, ma non è una cosa così frequente. Quando per la fatica si è tolto la camicia bianca over size, che indossava sopra a un elegantissimo paio di jeans rosso pomodoro a tubo, ha sfoggiato la maglietta degli Elm, avanzo della sera prima a Torino (concerto insieme). Gli Elm sono piemontesi che suonano come se di piemontese non avessero niente e infatti non gli daresti del piemontese neanche dopo avergli fatto pronunciare la parola Barbera. Avete mai sentito un piemontese dire Barbera? È sexy, seppur gelido. Degli Elm parlo un po’ più sotto. Tra un cambio di palco e l’altro e prima di togliersi la camicia, Brent Prager è stato spesso sotto al palco a vedere i concerti degli altri. Più attenzione di tutti l’ha prestata ai Cani Sciorrì, ma solo perché sono andati in tour insieme in Europa. I Lleroy li ha cagati poco. Peccato,perché il loro set era meglio. Le loro canzoni sono più mud e meno metal, hanno una pasta meno definita e i testi sanno diventare certe volte incomprensibili, non danno mai un messaggio da dritti della vita consapevoli di tutto, cosa che i Cani Sciorrì tendono a fare rimanendo anchr un po’ incastrati in giri di basso e chitarra più prevedibili. Se si aprisse un contest di lyrics, sarebbe difficile non dare l’oro ai Cani Sciorrì per “voglio aprire un’edicola sotto a una chiesa” (Edicola), ma non m’interessa tanto quel tipo di attività e rimango dell’idea che i Lleroy siano meno immediati, in senso positivo, perché più creativi, e che i Cani Sciorrì risentano un po’ del classicismo metal. Canzoni rigide e importanti sono quello che vogliono fare, ma alcune volte suonano gonfissime, anche ammetto di intravvedere pure un po’ di ironia. Non è una guerra, il confronto non è necessario, li ho solo visti dal vivo uno dopo l’altro e mi è venuto. Come dicevo, sono arrivato troppo tardi per vedere i Fashion Week ma sono un buon gruppo emo noise metal. Non sono stato in grado neanche di individuare la fonte dello shampoo ma è stato un ossimoro.

I clienti che hanno acquistato i Lleroy hanno acquistato anche i Lucertulas e la Fuzz Orchestra.

I Cani Sciorrì sono spesso comprati insieme a Bachi da Pietra.

I Cherubs sono in tre e dal vivo vengono fuori con chiarezza le caratteristiche umane di ognuno di loro. Brent Prager è quello con la fregola, che si mette in prima fila ad ascoltare i gruppi spalla, che crede nel darsi una mano a vicenda senza troppe pippe istituzionali da personaggio storico del noise e così via, con l’amore che gli esce dagli occhi nei confronti di chi lo aiuta a fare fatica nel fare quello che fa lui, in particolare nei confronti dei batteristi. Kevin Whitley, vocina e chitarra, è un altro che partecipa, ma per i fatti suoi e fondamentalmente facendo la sua cosa in silenzio. Zero parole, zero commenti. Fare e basta. Owen McMahon è il nonno, oltre che il sosia di Timothy Spall, quello che suona per farti contento, che a casa ha una famiglia da cui non vede l’ora di tornare, perché il mondo è cambiato e non ha nessuna intenzione di tornare indietro a quando era giovane e suonava con piacere. Fino a quando non canta (Animator) e tira fuori la voce, un vocione che spazza via la vocina stridula di Kevin Whitley. Che comunque rimane lo sgorbio del palco, quello che ha in mano il timone nonostante gli altri due tengano il loro posto, ha il carisma innato.
Nel giro di due anni i Cherubs sono tornati con un disco, un ep e il tour europeo, all’improvviso, da quella volta in cui si erano sciolti nel 94 e io andavo ancora a Mirabilandia a giocare sulle montagne russe. Il disco del 2015 (2 Ynfynyty) non ha niente di diverso dai precedenti se non la necessità di sbatterci (a noi) le distorsioni ancora più sui denti, di continuo. Necessità dovuta al fatto che dopo anni per dimostrare che aveva senso riunirsi bisogna faticare e fare male. E allora loro scelgono questo suono più immediato che, oltre a trovare un senso nel fatto che il disco non è stato registrato negli anni ’90, funziona perché è il risveglio e se non fosse stato così avrebbero perso tutto. L’ep del 2016, Fist in the Air, è solo un po’ più acuto di tutto il resto, ma in misura accettabile. Se i Cherubs avessero fatto qualcosa di diverso rispetto al passato, mi sarei incazzato.

I Cherubs non usano il contrabbasso.

Lo usano i Sodastream, di cui da non molto è uscito il disco nuovo. Una volta ho parlato con Pete Cohen, il contrabbasso. Oggi è il post dei nomi veri dei componenti delle band. Mi ha attaccato una pezza non breve sui suoi parenti siciliani, mi ha firmato il disco scrivendomi qualcosa in italiano, così, per farsi accettare, e poi gli ho chiesto se conosceva i Mummies, per i quali in quel momento avevo una fissa, per poi sgonfiarmi qualche mese dopo. Li conosceva, e gli piacevano anche. Secondo me l’ha detto per farsi accettare ancora un po’ di più. Sapete, quello è australiano e suonava in un posto sul viale della stazione di Faenza.. Era il tour del secondo disco, The Hill for Company. Abbandonai i Sodastream all’altezza di A Minor Revival, il terzo. L’altro ieri mi è capitato di scaricare Little by Little e l’ho ascoltato. Ci sono canzoni che replicano esattamente quello che mi piaceva di più, i crescendo di armonie e gli scatti improvvisi dalla tranquillità quasi mortale alla reazione causata dal suo opposto, cioè dal nulla, dal vuoto emotivo espresso appena tre note prima (Moving, Colouring Iris, Three Sins, Tyre Iron). Questa reazione è meravigliosa, nel senso che è provocata dalla meraviglia. Per il resto non è che i Sodastream siano niente di speciale. Quella voce debole e nasale di Karl Smith… Di quegli archi che vanno e vengono ne abbiamo sentiti a tonnellate dai Mojave 3 e oltre. Di quelle chitarre dolci, altrettante dai Belle and Sebastian, di folk delicato e passive aggressive anche. Ma c’è qualcosa di loro che mi entra dentro, proprio quando fanno le cose più tipiche, non quando distorcono, e dopo più di dieci anni mi fa lo stesso effetto, senza essere il mio gruppo della vita, senza essere il gruppo che ogni nota che ha fatto ti dice un sacco di cose, ma riuscendo a essere qualcosa. Non è male la sensazione che danno i Sodastream, non è totalizzante ma parziale. Ha solo in parte significato, nella misura in cui riesce a replicare quello che mi aspetto da loro, non quando esce dal tracciato con melodie più scanzonate o con del folk allegro di cui non ho bisogno. Lì, sbagliano. State come siete.

E ok ok, lo scorso novembre Papa M ha fatto un album di merda, che non raggiunge i livelli degli Slint si dice in giro. Woo! Che scoperta. Quando mai Papa M o Aerial M, i King Kong o i For Carnation hanno raggiunto i livelli degli Slint, un disco a caso tra Squeez o Spiderland? Mai. Hanno fatto cose molto buone ma mai così buone. In più, ultimamente, David Pajo è fuori. Come si potrebbe pensare che ci stia dentro visto che ha tentato il suicidio poco più di un anno fa e che nelle foto di Instagram è sempre preso malissimo? Credo che saremo costretti a dire addio alla brillantezza di Whatever, mortal o Scream with me. L’ultimo Pajo ha inciso in pratica dei pezzi da tutorial metal su youtube o dei tutorial da chitarristi Riccardoni contenti di esserlo. Quando mi fermavo ad ascoltare i vecchietti sulla panchina davanti al Duomo a Cesena, ogni volta ce n’era uno che faceva un gran discorso tirato tutto d’un fiato e poi faceva un sospirone e diceva PAAAROO’, che in dialetto significa “però”. L’avversativo. Non so: Jozic ha smesso di giocare perché lo spogliatoio l’ha massacrato, Lippi gli ha rovinato la famiglia e lui non è stato abbastanza forte da resistere, ma un uomo non può comportarsi così, deve andare avanti e dimostrare superiorità, è così che si fa (sospiro) paaarooo’… Jozic resta un gran giocatore. David Pajo ha avuto molti problemi ultimamente e non va, non va, ha fatto un disco che non si avvicina neanche lontanamente a niente di quello che fece, però a me piace molto ascoltarlo. Non è l’attrazione per le cose brutte, è proprio che sentirlo mi dà la carica, mi piace tutto quello che c’è dentro. Ultimamente adoro anche i tutorial di chitarra classica.

Gli ELM escono per Bronson Recordings e fanno noise. Sono di Cuneo però legano la loro immagine al Texas e a gruppi americani di un certo tipo, alla Trance Syndicate o a Minneapolis e all’Amphetamine Reptile. L’ep in cassetta che hanno fatto recupera un mondo noise che esisteva quando ancora le cassette si usavano senza che fossero strane perché non erano ancora superate. Per quanto adesso sia weirdo ascoltare musica da una cassetta, e in alcuni casi difficile se non hai il mangianastri, è possibile dare un senso serio all’operazione degli ELM, proprio per la sua ricerca di coerenza, per il ricordo che innesca di una modalità di ascolto della musica, quando era uno sbattimento saltare le canzoni, perché dovevi mandare avanti con FF>>. Adesso è facilissimo, ed è bello che lo sia. Di fronte alla possibilità di usare i formati di adesso non c’è da alzare nessuna barriera. Sono tutti utilissimi, io li uso tutti, scarico, faccio streaming eccetera. Ma capisco l’operazione degli ELM – che comunque sono su bandcamp – che del resto fanno della musica da animali che era prorompente vent’anni fa ma non si preoccupava di esserlo e per questo riusciva a fare la sua cosa, non si preoccupa di esserlo neanche oggi e per questo lo è ancora. Uscire in cassetta è come darsi una zappata sui piedi, ma quello è il mondo a cui vogliono appartenere. In copertina hanno la cartina del Texas e per completare questa immagine da fissati è giusto uscire su nastro. Non sono contrari allo streaming, definiscono solo se stessi al meglio, con la musica, la copertina e il supporto. I riferimenti degli ELM non si fermano al noise ma proseguono verso il grunge, per dire. Non troppo in là: uno spettro d’azione limitato, ma definito e preciso, quadrato nella scelta di quel suono e di quei giri delle canzoni. È una cosa che adoro. Dal vivo sono molto potenti.

Recensioni generator the 3 pipponi serie: Tiger Shit, Blue Crime, Halfalib

Se uno ascolta Corners, l’ultimo disco dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (To Lose La Track), sembra l’album di un gruppo che fa la sua cosa da anni, ha le mani in pasta da sempre nel noise rock e riesce a riprodurne tutte sfumature senza difficoltà. E invece no, nel senso che non fanno la stessa cosa da anni e non c’è pilota automatico. È il primo disco in cui prendono con così tanta decisione quella strada. Nel 2013 hanno pubblicato Forever Young, che è un po’ un insieme indefinito di cose, più spostato verso i Male Bonding e in cui a volte le chitarre vanno in direzioni impreviste, già noise ok (Broken) ma anche math rock (The Smell) per dire. Lo stesso gioco intorno alla chitarra è in Whispers, del 2010, che suona più simile a Corners ma mai così pieno di distorsione, per le incursioni new wave e purtroppo anche di uno stile pulito e metallico alla Placebo (Vampire). Nel 2008 è uscito Be Yr Own Shit, che probabilmente è il disco della giovinezza, post punk e funk punk (Last Gang In Town), dove hanno fatto cose che hanno deciso di non fare mai più. Quindi, Corners ha il vantaggio di essere perfettamente dentro a suo stile e contemporaneamente di essere il primo esito noise rock così deciso di un percorso guadagnato col tempo. È fresco ma consapevole. I Tiger Shit vengono da una storia musicale insieme relativamente breve ma ascolti Corners e sembra l’unico modo possibile di fare noise rock adesso. Li guardi dal vivo e sono quello che ti aspetti da un gruppo che fa questo genere di musica. E questo mi fa sentire a casa. Non è sempre vero che bisogna ascoltare cose che vadano oltre i nostri confini, a volte è necessario soddisfare subito il desiderio di sentirsi assecondati dalla musica.
Corners procede senza prenderla di corsa, alternando canzoni più tirate a canzoni meno ed è un bel modo per evitare che la monotonia della chitarra che suona così prenda il sopravvento sulle canzoni e su tutto il disco: ecco perché funzionano le quattro all’inizio: Weird Times, Shamaless Pt. 1, Silver, Sacramento. Dopo un po’, anche l’alternanza rischierebbe di diventare monotona e quindi i Tiger Shit tirano fuori un pezzo un può scoglionato (Highland Park), un altro con un finale di chitarra da ascoltare con le orecchie a padiglione per i rivoli che inventa (Teen Forever) e poi Holidays, primo vero momento di riposo della chitarra. Ci sono delle volte in cui si fa tanto parlare delle chitarrone, chitarre grosse, chitarre di qui e di là, però poi c’è qualcosa che non torna, non fanno nessun effetto, non prendono. La chitarra di Corners è quella dei dischi noise rock ma ha una ragnatela tutta sua. Per iniziare, rimane sempre in superficie e crea una palude da cui non passerebbe neanche uno spillo, poi lascia che alle proprie spalle continui a suonare l’acqua melmosa e penetra nelle vene della terra sottostante. Fa una gran corsa all’inizio del disco e poi prende un respiro. Arrivata a BlowingFurther e Girls riparte con un andamento diverso, più veloce ma meno tormentato, come se si fosse sfogata prima e adesso volesse fermare la testa e andare solo sulle gambe. Sembra quasi una persona ed è la chitarra più viva che io abbia sentito ultimamente nei dischi di chitarre.

L’ep dei Blue Crime si chiama SubmarineBronson Recordings poco più di un mese fa ha fatto il suo primo party. Non so se lo sapete, ma sulla serata ho scritto questa cosa su Rumore. No, così per dire. Alla festa non hanno suonato i Blue Crime – che comunque saranno al Beaches Brew – ma gruppi che fanno roba completamente diversa. E questo è uno dei punti: l’etichetta del Bronson produce robe diverse, come altre etichette (Sonatine) ma non come tutte le altre etichette, quindi può essere considerato un motivo di vanto. Subamarine è un 7”, due canzoni che rimandano ad atmosfere precise, dream pop da un lato (Gypsy Cat) e Shannon Wright dall’altro (Blue Nocturnal), mischiando tutto con il noise rock e l’atmosfera dark. I punti di forza di Gypsy Cat sono la melodia, la struttura solida e il suono, bello deciso. La forza di Blu Nocturnal invece è quella di essere diversa da Gypsy Cat e più simile alle ballate psyco pop del lavoro precedente: per oscurità e paranoia lisergica ricorda Batman di Bunker. Sappiamo che la Bronson Recordings è di Ravenna. I Blue Crime invece vengono da Amsterdam e sono arrivati fino a Ravenna per trovarsi un’etichetta. O Ravenna è arrivata fino a loro per fargli il disco. Comunque sia, chi come me crede che la musica unisca le cose lontane non può pensare che sia casuale l’incontro delle acque di Amsterdam, ordinate e nordiche, con quelle di Ravenna, indomabili e spaventose, governate dal porto, che a vederlo da fuori sembra un posto così carico di incazzatura inespressa. Arrivando al punto, le chitarre di Gypsy Cat mi hanno ricordato quando nel 2015 l’acqua ha sommerso la campagna di Ravenna, rendendola immobile e piena di tensione. Blu Nocturnal invece mi ha ricordato la calma dei canali dell’Amstel ad Amsterdam. Sicuramente è una cosa mia, ma nell’ep trovano spazio questi due mondi, due espressioni diverse di una stessa matrice. Sono tutte e due riconducibili a qualcosa di dark, ma il primo lato è l’unione di tre cose (forza, pop, oscurità) che creano un tessuto più resistente, mentre il secondo non me l’aspettavo, e quindi è una cosa positiva, ma la tensione cala troppo. Vorrei che il prossimo disco fosse più come Gypsy Cat. Le acque calme possono far comodo nella vita vera, ma quando si trasformano in canzoni, se diventano tumultuose, fanno la differenza.

Halfalib è l’altro lato di Any Other: stessi componenti, risultati molto diversi, lo si nota da Malamocco (uscito per WWNBB). Alla guida di tutti c’è il bassista e questa è la grande carta in tavola che è stata cambiata nel passaggio da Any Other a Halfalib. In matematica, se cambi l’ordine degli addendi i risultato non cambia, in musica si.
Quando vedo per la prima volta un gruppo dal vivo, mi faccio delle domande sulle persone che suonano. È una cosa che va anche al di là della musica. Può succedere che mi fissi in particolare con uno di quelli che sono sul palco. Ci sono i casi in cui mi passa dopo tre minuti ma ci sono anche le volte in cui inizio a chiedermi chissà che musica ascolta a casa, come gli piace la pizza, se è astemio, se è uno stronzo o no. Non c’ho mai parlato, l’ho solo visto suonare dal vivo ma Marco (il bassista) sembra un tipo che si fa un sacco di cazzi suoi, riservato, ma che poi se lo conosci è fenomenale, una mente vulcanica e una personalità artistica ben definita. Si vede quando suona il basso: potrebbe anche non fare mai lo stesso giro se fosse per lui. Lo fa anche con Halfalib: infila strumenti, voci e idee tra le righe più nascoste delle canzoni, di continuo. In questo modo, è stato in grado di prendere gli Any Other e rovesciarli come un calzino, portando un trio chitarra basso e batteria a suonare cose diverse, passando dai Modest Mouse, o comunque da una musica che ha riferimenti precisi e dichiarati, a un altro posto. Non da una zona di conforto a una zona più complessa. A una zona nuova. E quali sono altri riferimenti di Malamocco? Questo disco fa un effetto strano. Le prime tre volte mi sembrava sperimentale, poi alla quarta è diventato pop, ma non tutto pop, cioè è pop ma a episodi circoscritti, come il pianoforte dolce che spicca all’improvviso, dopo aver latitato tutto il tempo ed essere stato sottomesso al sax, in Il troppo moltiplicarsi senza continuarsi conduce a, un pezzo che a volte è tribale (ma non triviale). Questa è la qualità migliore di Malamocco: unire le voci alla Jeff Tweedy a un mondo (appena sfiorato Wilco in The Whole Love) di dolcezza elettronica, per poi passare a svisate jazz: Human After Odd è l’esempio migliore per capire. Ma il massimo del disco è Liebe Fénix II Instant, che spiazza e sconfigge più di una volta il fronte che sostiene fino alla morte la necessità della risposta alla domanda si ma, che genere fa questa band?. In una sola canzone puoi trovare prima i Beatles, poi Yann Tiersen, l’ignoranza degli Aucan, il tiro senza filtro anti grattugia dei Death Grips, poi ancora i Beatles.
Tra l’altro, alla faccia dei sostenitori dell’importanza della definizione del genere, penso sia il caso di parlare d’altro, cioè del significato della parola Malamocco e di WWNBB. WWNBB vuol dire “We Were Never Being Boring” ed è il nome di un collettivo il cui motto su bandcamp dice “We want music to never turn into something boring for us. It would mean that we have become boring. Because music does not die with mp3′s or copyright: boredom is what brings it down, when it becomes a habit. All we need is a small do-it-yourself collective, as tiny as a simple smile“. Il rischio abitudine e noia è reale. Non è simpatico quando succede ma può succedere di stancarsi della musica, anche a uno che suona, che si può stancare di fare sempre le stesse canzoni. Lo diceva Capra nel suo disco solista. Ecco perché volevo parlare un attimo di WWNBB, perché la sua missione è difficile, si oppone alla natura dell’uomo, che ogni tanto smette di provare interesse, si allontana dalle cose e inizia a cercare soddisfazione in altro. L’abbandono della musica non porta per forza alla noia. Potrebbe. Ma potrebbe avere come conseguenza qualcosa di nuovo e diverso. Comunque, io credo che ascoltare musica salvi la vita quindi credo nel motto di bandcamp di WWNBB.
Parlando invece del significato di Malamocco, bisogna dire che è il nome di una piccola città al Lido di Venezia. Quindi ancora acqua. Voglio ufficilmente informarvi che non ho il trip dell’acqua, del nuoto o del mare, ma non sarei neanche scontento di averlo. Il nome antico di Malamocco è Metamauco e la leggenda narra che “l’antica Metamauco fosse localizzata in posizione più esterna dall’attuale Malamocco, verso il mare. Sussistono ancora dicerie locali secondo le quali, nei giorni di mare calmo, è possibile scorgere le rovine della città che, sempre la tradizione, vorrebbe distrutta da un devastante maremoto” (wiki). Sicuramente non sarà vero, ma è bellissimo, e alcuni passaggi del disco fanno un po’ quell’effetto lì: li senti, un attimo dopo scompaiono del tutto e ti chiedi se li hai sentiti veramente. Per fortuna che si può tornare indietro anche con l’mp3 e provare che non sei matto. E se puoi fare rewind, non è l’mp3 a uccidere la musica, ma il non ascoltare più musica. Comunque, arrivando al punto, da una “scena” che vive di math rock, emo, screamo e indie rock, viene fuori Halfalib che cambia le carte in tavola e guarda un po’ più in là, allontanandosi sia dal mondo che lo circonda tutti i giorni sia da se stesso. Malamocco è un disco insolito, il sorprendente rovescio del calzino di Any Other.

Il tributo a Mark Linkous tra egoismo, pallottole e un cambiamento

 

Il problema di partenza è che quanto più mi piace l’artista a cui è dedicato un tributo, tanto più divento suscettibile. Non come di fronte alle cover band, ma quanto basta da rendermi conto che, a prescindere, è difficile convincermi dell’utilità dell’operazione. Non è solo un problema di fare cover migliorative, ma è proprio il principio di andare a prendere un pezzo e reinterpretarlo. Non so se ha senso, ecco. Chi può dire quale sia il modo giusto di affrontare la cosa? Devi metterci più del tuo o devi essere fedele all’originale senza però farla del tutto uguale. Difficile. Di fronte a questa difficoltà, non è a cuor leggero che uno si mette a suonare una cover. Oppure la fa e basta, senza prendersi troppo sul serio. Non ho la più pallida idea di cosa voglia dire fare una cover, posso solo immaginare cosa può succedere nella testa di un musicista che decide di farlo. Credo che uno scelga il pezzo o l’artista in base a un’attrazione non dico irresistibile ma quasi. Voglio dire, non si sceglie a caso quale cover fare. Dentro deve esserci una parte di te, perché tu la possa tirare fuori, in qualsiasi modo tu decida di farlo. Dall’esterno, quando chi ascolta sente una cover di una canzone che adora, è come mettergli le mani nel sangue. E questo è un altro problema. La cover cambia gli equilibri che si sono creati in anni di ascolti, altera le linee sulle quali si è mosso il rapporto, cambia l’ordine delle cose. Più l’artista rifatto è tuo, più diventa difficile accettare qualsiasi soluzione, perché l’artista è quello che è o è stato, e basta. Non metto in dubbio che un’utilità per chi suona ci sia, ma faccio fatica a trovarla, dall’esterno. Chi riceve si trova di fronte a una versione che potrebbe essere sostituita da mille altre, perché mille altri avrebbero potuto farla in altrettanti modi diversi. Anche se uno riesce a tirare fuori una versione migliorativa, fatto sta che comunque avremmo potuto farne benissimo a meno, perché esiste l’originale, e quello è il nostro pezzo. E non sono mai stato d’accordo con chi giudica la cover dall’originale. Cose tipo: già il fatto che abbia rifatto questa canzone… No.
Amo Sparklehorse dal 1998, quando un amico più grande mi ha passato Good Morning Spider e Vivadixiesubmarinetransmissionplot. Ascoltare una cover di un pezzo che mi piace molto per me è come ricevere, in casa, una persona che si mette ai fornelli e propone un modo diverso di fare la piadina rispetto a quello di mia moglie. Il risultato può essere anche simile, ma le mani sono diverse e il mio cuore è tutto di là. Il caso dell’album tributo a Mark Linkous è difficile, almeno ai miei occhi: devo superare 19 anni di ascolti, strati di cose che si sono accumulate su quei pezzi, la presunzione di essere la persona al mondo a cui piace di più Sparklehorse. Queste cose varranno allo stesso modo per mille altre persone ma io di loro che ne so, io parlo per me. Per loro posso dire che li capisco, e che ascoltare un disco di cover di Sparklehorse non è facile. Il mio discorso è personale, ma anche universale. Mark Linkous si è ammazzato sparandosi nel 2010, dopo quattro dischi pieni di problemi e di intimità fatta di suonini ma marcia, e dopo aver cercato nell’ultimo periodo di vita nuove strade per la sua musica, collaborando con Fennesz e Danger Mouse. Forse andando avanti avrebbe fatto grossissime stronzate, ma la qualità di tutto quello che ci ha lasciato è altissima. Dal vivo, era una pallottola che ti entrava dalla punta del piede e percorreva lentamente tutto il corpo, fino a uscire dalla testa. Lui ha voluto che una pallottola diversa, non una sensazione ma una pallottola vera, ponesse fine alla sua esistenza e fermasse il tempo per sempre. Quello che si è fermato lì è Mark Linkous, punto. Interpretare la sua musica non è facile perché non è facile arrivare a esprimere le sue difficoltà, che erano invadenti, raccolte in quelle che ho spesso immaginato come cisterne arrugginite, perché tenevano un sacco di roba ma erano traballanti.
Quando ho saputo che Oh!Dear Records avrebbe fatto uscire un tributo a Mark Linkous, è andato in scena the angel vs the devil. Ho pensato: bell’idea. Poi però mi è venuto un brivido grandissimo lungo la schiena riflettendo su come persone che amano Sparklehorse sicuramente meno di me avrebbero potuto interpretare le sue canzoni senza sbagliare tutto. A quel punto si è risvegliato l’altro pezzo di cervello, quello buono, per dirmi che un musicista, per quanto mi piaccia, non può essere mio. Cresci un po’, una delle cose belle della musica è che unisce, ha aggiunto. Fanculo, ho pensato subito dopo, questo è davvero il mio Mark Linkous. E avanti così con questa recitina su me stesso. Che comunque aveva già cambiato, seppur di poco, il mio atteggiamento. Uno spiraglio di possibilità c’era, esattamente come le fessure di ruggine delle cisterne di Mark Linkous, che danno respiro a quello che c’è dentro, ma sono anche segno di malattia, significano che qualcosa sta cedendo, qualcosa non va. In me non c’è niente che non va, ma qualcosa sta cedendo: con questa compilation ho scoperto che forse non è utile essere così rigidi. Anche gli altri possono.
Oh!Dear Records ama Mark Linkous e ha condiviso il suo amore con 17 musicisti a cui ha chiesto di fare una cover, per regalarla ad altre persone che avessero eventualmente voglia di ascoltarla. Ecco il motivo per cui voglio stare solo con i giovani: riescono condividere con più facilità. Oh, ecco, non tutti, ma molti sì. Non è passato abbastanza tempo perché si siano potuti legare a un artista in modo così forte da pensarlo solo come santino personale, diventeranno anche loro egoisti nei confronti della musica, per un po’ di tempo o per sempre, l’essere umano fa schifo eccetera. O magari no, forse il terreno su cui stanno crescendo gli sta insegnando un atteggiamento diverso e basta. Sono cambiati i modi in cui la musica è disponibile ed è cambiato il modo di ascoltare. Tutto ha portato ad allargare la base ed è questo che deve succedere, non sperare che possa non crescere mai per sentirsi parte di qualcosa di più speciale. Molti giovani si sentono bene se condividono con gli altri, anche solo per mettersi in mostra, io no, io condivido perché in quel momento sono in fotta per una cosa. Ma le due prospettive non sono del tutto incompatibili, perché il punto è a monte, è prima della reazione verso l’esterno, è quella all’interno: se mi piace tantissimo Mark Linkous sono già dentro, lui è il terreno comune. Alla fine, di fronte a un disco tributo, ragioniamo sull’interpretazione della canzone originale, non importa che la migliori, ma che dia un senso a quei 3-4 minuti di Sparklehorse reinterpretandolo. Il senso chi lo decide. Non lo so chi lo decide. Nessuno lo decide in assoluto, ognuno lo decide per sé. Dal mio punto di vista questa decisione è tutto ma sono consapevole che non tutti siano d’accordo.
La compilation di Oh!Dear Records si chiama A Room Full of Sparkles, A Tribute to Mark Linkous. Il primo ascolto è andato male, l’ultima canzone ancora peggio, perché è lì che si è concretizzato il conflitto e se si è concretizzato vuol dire che non si è per niente risolto. Cow, rifatta da Gendo Ikari’s soup, all’inizio ha scatenato un e che cazzo fai ma come ti permetti con quella voce ma dove vai, ma nel momento in cui la voce diventa debole come quella di Linkous, incerta e tremante, Gendo Ikari’s soup vince tutto e capisco come devo fare ad ascoltare. Mi faccio schifo, perché non ha senso ascoltare per dimostrare una tesi già scritta e per assecondare le mie gelosie. Quindi riparto dall’inizio. E mi rendo conto che A Room Full of Sparkles dimostra che, se il messaggio è forte, non puoi recepirlo in modo personale. È quello. Se poi non sei in grado di sostenerlo con la tua cover, allora sei nella merda. Quasi tutti i gruppi hanno interpretato le canzoni a modo loro ma senza stravolgere il mondo creato da Sparklehorse, le hanno suonate con la delicatezza e la forza che ci volevano (manca la disperazione ma quella Mark Linkous non poteva lasciarla in eredità). Questo dimostra un approccio non invasivo ma ricettivo e dimostra anche la personalità di Linkous e la sua determinazione, che hanno scolpito il significato delle canzoni nella testa di chi le ha ascoltate. Oggi la musica di Sparklehorse è fuori dal mondo, è vintage, è la parte di un revival, un personaggio come lui adesso è storia, un modello del passato che ha perso non tanto in fascino quanto in contemporaneità. E forse ha perso la cosa più importante: la contingenza, quella cosa che ti faceva toccare con mano e sentire vicina la sua musica. Da lontano, non è possibile provare le stesse cose che si sentono da vicino. Forse manca questo ai più giovani che ascoltano Sparklehorse, anche se non conosco l’età di tutti quelli che hanno suonato in A Room Full of Sparkles. La sua debolezza e la sua bellezza sono leggenda, cosa di cui alcuni hanno solo sentito parlare. Anche la sua forza potrebbe svanire per questi motivi. Invece non succede. Ed è sorprendente sentire quasi tutti questi gruppi azzeccare il tiro.
Detto questo ce ne sono alcuni che toppano pesantemente. King of Nails di Konge Milo, che ha un tocco Depeche Mode di troppo. Everytime I’m with you di WAS, che è troppo gentile, troppo poco mannaia sul cuore. Gold Day di Beeside, troppo concentrata sulle doti di chi suona più che sulla voglia di descrivere l’avversità del mondo fuori e il desiderio di aggrapparsi alle cose cose più significative. Che se certe cose non le hai non le hai. Synthetic Trees che fa Weird Sisters fa tutto giusto ma non ha la voce adatta, troppo impostata e sicura di sé: per quanto l’arrangiamento sia delicato e azzeccato, chitarra e batteria giustissime, avrebbe dovuto lasciarla cantare a qualcun altro. Un altro che non mi è piaciuto è La bestia che fa Pig. E Revenge di Luigi Frassetto feat. Daniela Pes graffia un po’ troppo per finta, un po’ troppo a tavolino, mischiando i Portishead senza troppo pensare alle conseguenze, solo per il gusto di incrociare due musiche che sono state contemporanee e anche affini. Manca qualcosa nell’amalgama, in termini di sincerità.
Tutto il resto è buono. Homecoming Queen di Tyndall e Saturday di Lovers Turn to Monsters non sono canzoni che stravolgono l’originale ma nemmeno la replicano come una fotocopia, mantengono la stessa distanza da Sparklehorse e da chi le suona, creando quasi un mondo a parte che sta nel mezzo, dove Tyndall e Lovere Turner To Monsters sembrano aver recepito Linkous ma tirano anche fuori qualcosa da se stessi. Forse questa è la strada giusta, anche se non so dirlo con certezza. Perché per esempio Urali fa Someday I Will Treat You Good in modo totalmente suo e ci becca lo stesso, la melodia della voce è troppo lirica nel ritornello, ma l’arpeggio della chitarra, sempre uguale, ha un che di famigliare rispetto all’originale, ha quella flemma piena di tensione. La sua è la cover più personale, molto vicino ai dischi di Urali, molto lontana da quelli di Linkous ma giusta nel messaggio. Non c’è un modo giusto di fare le cose, bisogna solo riuscire a mantenere viva una sensazione e un mondo.

Normalmente sarei stato preso malissimo di fronte a un’operazione del genere, su Mark Linkous in particolare. Forse tra un po’ tornerò a essere preso male, ma A Room Full of Sparkles, A Tribute to Mark Linkous mi ha fatto pensare (strano direte voi) e cambiare un po’ la prospettiva con cui guardare la cosa. Prospettiva che non è per forza sempre quella giusta anche se ho delle certezze granitiche fissate dagli anni. Anzi, le certezze normalmente avvertite come positive possono diventare negative perché non mi fanno spostare di un millimetro. Poi basta poco almeno per provare a vedersi dall’esterno, basta che un’etichetta faccia uscire una compilation di cover di una delle tue band più mancarone in assoluto per farti capire che anche altri pensano ancora a Mark Linkous e che anzi altri hanno avuto la forza di muovere il culo e dimostrare la mancanza con qualcosa di concreto: un tributo, appunto. Non so, io rimango uno dei massimi estimatori, ma alla fine la cosa importante è che Sparklehorse sia arrivato fino a oggi e non si sia perso tra i mille lo-fi e i mille folk singer. Non c’avrei scommesso poi più di tanto in questa cosa, nel ’98, e c’avrei scommesso ancora meno oggi, in cui ogni cosa passa dalle foto, dalle immagini, perché a livello immagine, Mark Linkous, non aveva un granché da spendere. Però, hai visto, in questo mondo di merda e di gente brillante c’è ancora chi apprezza quella desolazione e quella debolezza pur magari non avendole vissute in prima persona. È la forza di Sparklehorse, un piccolo essere storto che è riuscito a diventare, oltre il tempo, un piccolo esempio mitico di musica dal basso profilo ma esplosiva. Questo lavoro di Oh!dear è lì a dimostrarlo.

Copertina di Gianluca Gallo

Streaming A Room Full of Sparkles, A Tribute to Mark Linkous

Recensioni Generator: oaks, affranti, fuco, nitritono, gli altri, palmer generator, rashomon

palance

Il math rock negli ultimi anni ha preso piede nella musica indipendente italiana. Grazie alla sua malleabilità, si mischia facile con emo, post rock e post hard core. Crtvtr, Valerian Swing, Lags, Istvan, Mood sono alcuni nomi di gruppi che fanno un uso diverso di questi generi insieme. L’adattabilità dei passaggi più esplosivi si contrappone alla rigidità del ruolo dominante della chitarra, che diventa una specie di filo rosso tra le canzoni e alcune volte tra i gruppi. Normalmente quello che fa è arrotolarsi su se stessa, riproducendo successioni quadrate di accordi che ne so tipo 1 1 1 1, 2 2 2 2, 4 4 4 4, 8 8 8 8. La batteria la segue con passaggi veloci, continui accenti sul rullante e un alternarsi irregolare tra cassa a rullante, dove la cassa alcune volte parte per la tangente e copre tutti i quarti possibili, poi si ferma, riparte, e così via. Una specie di scaia a produrre ritmi interrotti ma in crescendo. Momenti di accelerazione alternati a pause per respirare un po’, come in alta montagna dopo una camminata su un sentiero ripido su cui c’hai tirato. Ogni gruppo prende la sua strada, ma in generale la malleabilità e le aperture di alcuni angoli del genere sono retti da un ritmo che finisce per diventare ripetitivo. L’impressione al primo ascolto di The Sun Is Too Brilliant degli Oaks (11 etichette che trovi giù all’asterisco) era proprio questa. Invece le cose cambiano e gli Oaks si infilano in piccoli deliri tutti loro. La chitarra piange a tal punto da concretizzarsi in un’emoticon con la smorfia della brutta sorpresa (Curling Stone Factory). Poi gli accordi sottili come i rivoli delle lacrime che lasciano si perdono un po’ nelle distorsioni di Brightest Place On Earth, per spuntare fuori ancora in DDDDDDDDDD. E fin qui, niente di inimmaginabile. Ma Bones Are Made To Be Broken inserisce una lettura del math rock alla Snow Patrol (all’inizio), poi alla Tim Buckley (psichedelica, dilatata, ubriaca!), e riempie tutto con ritmi jazzati e le chitarre di Thurston More di The Promise. La stessa via di fuga si trova nel finale di How To Get Away Silently From Bil Danzerian’s Winter Party. Questa volta non si fugge dal math rock ma da una festa di Bil Danzerian, di cui non sapevo niente prima di ascoltare gli Oaks – che quindi sono responsabili di avergli dato ancor più popolarità di quanta non ne avesse già – e da un cui summer party io scapperei non silently ma a gambe levate. Responsabilità e novità, nel battutissimo campo del math rock.
* Longrail Records, New Sonic Records, Upwind Productions, Lafine, Sciroppo Dischi, Fisherground, Astio Collettivo, Dingleberry Records, Lepers Produtcions, Oh!Dear Records, Dischi Decenti. A me il disco l’ha mandato Oh!Dear Records.

SplitAlbum Affranti e Fuco, La paura più grande/Addicted (12 etichette tra cui DreaminGorilla Records). Se non fosse per quel basso, che sarebbe perfetto per un nuovo episodio cinematografico di Star Trek, rivisitato in chiave poliziottesco, l’inizio Tina sarebbe una figata post space rock che introduce all’inferno dell’oppio piemontese dei Fuco. Chitarre lente, pesantemente new wave, poi stoner, sono la parte più viva di Bodø, la tappa intermedia in questo viaggio nella “tregua anestetica, nella ferocia della guerra” (cit. il comunicato st.). Il resto sembra morto, sembra proprio un dopoguerra. Se alla fine della tregua dovessimo davvero riprendere a combattere, con il cuore pieno del languore dei 12 minuti dell’ultima canzone (GGU), saremmo fottuti. Il lato degli Affranti – storica band ligure di stampo hard core – è quel tipo di musica che non ascolterei mai due volte, quella che mette al centro di tutto l’essere poeti che soffrono attraverso un flusso di parole importanti che parlano di anima, di se stessi, di ferite aperte eccetera e accompagnate da un math rock hardcore tecnicamente ineccepibile ma che funziona solo come, appunto, accompagnamento. Un disco intero è francamente difficile da reggere, secondo me.

I Nitritono hanno fatto il primo ep nel 2013, adesso ritornano con Panta Rei (streaming qua), 8 pezzi, più che noise, pschyc metal noise. Quando diventano più pesi, prendono il via (L’atarassia del giorno dopo). Quando lasciano spazio alla psichedelia, come all’inizio di Zen-It, non riescono invece a sfondare il muro dell’immaginazione per la rigidità con cui incastrano gli strumenti, che strozza qualsiasi tipo di viaggio. Ma Panta Rei ha una sua identità decisa, non è un disco che tenta di andare oltre i generi che contiene e non gli frega di farlo. L’idea dei Nitrirono è bella ferma, conoscono i suoni che devono venire fuori, le caratteristiche che devono avere i pezzi, limitano il proprio campo di azione passando da noise a pschidelia e da psichedelia a noise, ma è una cosa positiva.
Panta Rei è coprodotto da DreaminGorilla Records con Vollmer Industries, Edison Box, Insonnia Lunare Records, TADCA Records e Brigante Records. Non nascondo che continuo a sbagliare e dire Nitrirono invece di Nitritono.

Un titolo sobrio e asciutto invece per il nuovo deGli Altri: Prati, Ombre, Monoliti (un treno di etichette, che trovate elencate nel bandcamp). Che è un disco tiratissimo, suonato con una botta pazzesca, sempre al massimo, con pochissimi momenti di riposo (la parte centrale di Prati, prima canzone). Ma ormai questi dischi al limite tra lo screamo e il punk rock di scuola The Death of Anna Karina mi sembrano tutti uguali e senza un briciolo di personalità. La musica è sempre fatta di ritmi spezzati e quasi sempre tiratissimi, i testi sono super riflessivi, disperati, mega definitivi senza però esserlo davvero. Come quando Gli Altri dicono “L’era postmoderna è costellata di imbecilli reazionari, come era in passato e come sarà in futuro” (Ombre, metà disco) e parlano dell’era postmoderna, sottolinenando una sua caratteristica che poi finisce per essere una caratteristica di tutte le epoche. Ecco, il desiderio di essere portavoce del degrado umano con tre parole in una canzone è difficile da realizzare e infatti la maggior parte delle volte si risolve in una cosa molto superficiale. Dopo qualche anno, mi è venuto il dubbio che non sia utile alla discussione solo accennare a un problema universale e che quindi la canzone non sia il luogo adatto per affrontare certe tematiche. “E non è trasparente, la difficoltà in cui mi muovo in ogni notte” (Monoliti, l’ultimo pezzo): dopo qualche anno che si sente questa roba, penso anche che in alcuni casi i testi più personali non siano del tutto sinceri e che va bene che la musica è finzione ma adesso possiamo fare anche basta.
Due cose: i Marnero forse sono un’altra band di riferimento. Federica degli Affranti (vd. sopra) canta in Unai, la canzone con più tiro di tutte.

Un disco about man’s disappearance, as a subject, in the post-modern society è invece Discipline dei Palmer Generator (prod. Palmer Generator, Astio Collettivo, Torango). Sento più gusto nel suonare questi vortici di chitarre metalliche incastrate in ritmi tribali che in qualsiasi altro disco sentitissimo di screamo italiano recente. Ma il fatto che io ci senta la goduria di chi lo suona non vuol dire che quella goduria la provi io. Anzi. Non brilla di originalità il sound dei PG, muovendosi tra psych rock, show gaze e post hard core. Brilla di originalità invece il nome: loro sono Tommaso, Mattia e Michele Palmieri e immagino che da lì derivi Palmer. Il disco è una cavalcata di 35 minuti durante la quale intuiamo quanto i tre possano sudare mentre suonano (molto bella questa, copiata dal comunicato stampa, non farina di mio sacco). La cavalcata sta a indicare anche lo stritolamento del singolo uomo all’interno di una società che lo rinchiude in delle regole imposte dall’alto atte a normalizzarlo. Tutto questo fa sì che il singolo s’incazzi. E la sua incazzatura è espressa nel sound di Discipline. Non manca una nota di tristezza, dovuta al fatto che la libertà che desideriamo è impossibile da raggiungere. È un disco estremamente consapevole, la cui lettura filosofica lo avvicina ai temi di dischi come Prati, Ombre, Monoliti, dove l’io è eternamente insoddisfatto della propria condizione e, di base, cerca qualcosa senza neanche sapere se esista. La conclusiva Domain è sorprendente per travolgenza anche se sembra procedere per tesi, troppo meccanica nel suo essere vincolata alla scrittura del pezzo, da cui non ci si può tanto allontanare, perché altrimenti sarebbe improvvisazione, ma tutto sarebbe più umano se fosse meno rigido e meno vincolatissimo ai passaggi strofa-ritornello e meno impegnatissimo a dare importanza all’attesa dei momenti in cui la musica deve esplodere. Domain è così, ma anche tutto il resto del disco è così.

Un po’ Marlene Kuntz un po’ Negrita – e non è un accostamento così difficile da pensare e realizzare – Santo Santo Santo dei Rashomon è tante cose. Per esempio, è un’autoproduzione fatta col crowdfunding su Musicraiser. È anche un disco crossover, com’erano crossover i rangeagains, bello indietro di 20 anni per le chitarre dominanti – vero maschio alpha della situazione – che vincono il premio giri più prevedibili della puntata odierna di Recensioni Generator. Titoli come Schiuma spray, Amerika, Monkey Joe e Auto nera sembrano parlare da soli e rendere già esplicita la musica che racchiudono, come uno scrigno segreto trovato in mezzo ai teschi nel deserto del Mojave, o anche in Gargano. L’america in salsa little Italy. Il rock’n’roll fatto nel modo più tradizionale possibile unito a qualche suono elettronico, una parolaccia in qua e là, la provocazione al limite della blasfemia, l’ironia poco curata, un po’ di parole in inglese. Tutta roba che nel disco dei Rashomon c’è, garanzia di una musica da bolgia e da ballare in una balera sulla statale da Rimini a San Marino. Fate partire Breathe (cover dei Prodigy, per non farsi mancare nulla) e sfrecciate il sabato sera sulla suddetta statale. E sarà subito libro di Lansdale (citato, forse, anche con Mucho Mojo) ambientato qui da noi. Praticamente una stagione selvaggia in salsa italiana, dove fino alla fine dell’avventura credi che Non ci avranno mai. Grande cinema d’autore, in coerenza totale col nome del gruppo.

Esito della gara delle copertine

Mare si mare no: ONO, Colonie

ono-colonie

Tagliata di Cervia è a mezz’ora di macchina da qui. Da piccoli ci passavamo tutto il mese di agosto e ogni tanto mio babbo ci portava a giocare a mini-golf. A un certo punto c’abbiamo preso talmente gusto che abbiamo iniziato ad andarci anche con gli amici. O da soli, io e mio fratello. Che s’incazzava tantissimo quando doveva aspettare perché c’era la fila per una buca (il mini-golf andava molto alla fine dei ruggenti anni 80). Una volta c’erano dei ragazzini tedeschi che facevano casino, avranno avuto 12 anni. Dopo tre secondi di pazienza gli ha urlato OH BURDEL! FASEM BASTA? che in dialetto vuol dire “ragazzi, per cortesia, vi supplico in ginocchio, potreste fare un po’ più piano?”. Sarà stato l’effetto cassetta di South of Heaven degli Slayer che aveva comprato il giorno prima ma quei bambini hanno capito il romagnolo e si sono spenti.
Di sera, ogni tanto, andavamo a Cesenatico, o a Pinarella, ed era figo. La mattina, invece, la passavamo in spiaggia. Quando facevamo il bagno mio babbo ci diceva sempre di non asciugarci con il telo ma con una corsa sulla battigia. Era divertente, c’era solo una cosa: una leggenda famigliare raccontava dello zio Francesco, che aveva corso troppo in riva al mare e gli si era asciugato un occhio. Nessuno ci credeva, ma io e mio fratello non eravamo presi benissimo a correre.
Erano le estati in cui buttavamo su la videocassetta di Il secondo tragico Fantozzi a ripetizione e ridevamo per ore, ma erano anche gli anni in cui pure l’elettricista di famiglia di cognome faceva Fantozzi. Così, quando un giorno mia nonna suonò il campanello della casa di Tagliata e urlò “Bambini venite giù che c’è Fantozzi!”, noi, sul momento, rispondemmo “E chi se ne frega di Fantozzi?”. “Fantozzi l’attore!” disse lei.
WOW. E ci siamo fiondati. Stavano girando Rimini Rimini in un hotel lì vicino e per noi era un po’ come per mia nonna andare sul set di Ben Hur. In quell’occasione abbiamo imparato due cose. La prima è che gli attori se la tirano: Paolo Villaggio non ci degnò neanche di uno sguardo, voglio dire, ok che stai lavorando (lavorando..) ma un sorriso, un buffetto, qualcosa. Niente. La seconda è che al cinema, se dicono che un posto è Rimini, potrebbe essere anche Tagliata.
Tornando in spiaggia, una regola che la nonna usava per tarparci le ali era che prima di fare il bagno “dopo pranzo si aspetta tre ore”. Così, anche se dopo 10 minuti avevi la fotta di tuffarti e stare sei ore in acqua solo per disobbedire all’altra regola, quella delle dita raggrinzite,

(dita raggrinzite = fuori dall’acqua),

dovevi aspettare altre due ore e cinquanta, precise, anche se avevi mangiato un panino piccolo. Sennò morivi. Tanti i precedenti, l’esempio tipico era quello della signora a Cesenatico che l’altro giorno aveva mangiato una mela, aveva messo subito un piede in acqua e le era venuto un infarto. Col tempo le cose cambiarono in modo imprevedibile e a un certo punto si poteva fare il bagno subito dopo mangiato, prima che iniziasse la digestione, ma per poco. Un assaggino. Dopo un po’ ho iniziato a odiare tutti perché il bagno era l’unico momento in cui ero lontano dagli adulti, che ci guardavano da riva, e se durava poco era un pacco.
Il mio rapporto con Tagliata si è risolto in: fase 1, potrei essere ovunque, va bene anche qui; fase 2, odio; fase 3, mi piace tantisissimo. Che poi sono i classici cambiamenti rispetto a una scelta imposta dai genitori per molto tempo. I momenti di rabbia in acqua subito dopo pranzo erano il segno del passaggio alla fase due, durante la quale bevevo dei gran succhi di frutta all’albicocca sotto all’ombrellone e mia mamma urlava perché non stavo mai al sole. È quando la voce della Motonave Ghibli che passava ogni mattina a colazione ad annunciare in italiano e in tedesco la gita in alto mare smise di essere un divertimento e diventò un ritornello, tipo il giorno della marmotta. In quel periodo, mia nonna mi diceva sempre di non camminare in pineta a piedi nudi perché c’erano le siringhe drogate. E proprio in pineta, di fronte a una famiglia che faceva un picnic, ho capito che non avevo più voglia di stare lì. Era un posto per famiglie e lo snobbavo. Non m’interessava Riccione, volevo andare dov’erano le mie cose e i miei amici. Proiettavo me stesso in un futuro uguale a quello dei miei genitori, che stavano così bene a Tagliata, e mi sembrava impossibile.
A febbraio 2015 un’alluvione ha distrutto una parte della pineta. Una domenica mattina ci sono passato davanti e mi sono sentito spaccato in due. In quel momento, sono entrato nella fase tre.

Cesenatico e Pinarella erano le nostre colonne d’Ercole sulla Statale Adriatica: mai stati un metro più in là. Savignano e Gatteo a Mare erano a uno sputo ma li avevo sentiti nominare a mala pena. Ponente è la prima canzone del nuovo ep degli ONO, Colonie. È anche il nome che si usa per indicare la parte a ovest del porto canale di Cesenatico e le colonie sono quei casermoni dove i bambini trascorrevano le vacanze abbandonati dai genitori che se ne volevano liberare per un po’. Alcune sembravano le enclave di un regime lontano. Erano dappertutto, pullulavano di ragazzetti. Oggi gli stabili ci sono ancora ma molti sono in disuso.
Le storie degli ONO sono ambientate in tutti questi posti, che nella mia testa fanno parte di un solo passato. Quel pezzo di costa, isolato da quello che lo circonda, diverso da Milano Marittima e Rimini, bello per quello, senza movida ma con delle storie diverse, che ti portano ad avere voglia di calma e profondità.

Quando arrivarono i russi al mare
trovarono mia nonna stesa al sole,
pareo floreale, parole crociate, costume intero e cream solare
“dopo pranzo si aspetta tre ore”,
mio nonno in canottiera bianca a abbronzatura da muratore

Quando arrivarono i tedeschi in Riviera
cercavano spiagge e infinite e movida fino a sera
li vedevo beatamente fuori posto,
tornando dalla colonia, ormai è agosto
gli ombrelloni vuoti e le spiagge sgombre,
non ho ancora il diario per settembre.

(Ponente)

Nei primi 35 secondi, più che a Ponente di Cesenatico Ponente mi spedisce ai Caraibi. Ma basta una chitarra subito dopo per trasformare i Caraibi in Tagliata. Ponente è il punto di partenza. Poi c’è una parentesi, lunga due canzoni (Un uomo che dormeBabilonia), che sembrano raccontare la voglia di andare lontano da quel mare e di scrivere una cosa che non c’entri per forza col maledetto mare adriatico costa romagnola triste. E vengono fuori due pezzi sulla sensazione di dissociazione rispetto a quello che non mi piace, all’abitudine e a quello che non riconosco più come mio: Babilonia e Un uomo che dorme.
Il testo di Babilonia sembra non andare avanti mai. Rimane fermo, è un blocco pesante di parole che girano a vuoto. La ripetizione insiste sui pensieri di un tipo che mentre la tipa gli chiede di parlarle delle sue storie, lui pensa a come potrebbe spendere meglio il suo tempo e la risposta è da suo nonno. Babilonia procede come un blob che ingloba se stesso e cresce metro dopo metro. Usa le Hawaii come immagine del paradiso ma, alla fine, la conclusione è che è meglio altro. Le colonie per esempio.
Un uomo che dorme invece è un elenco di cose che fanno strippare. Mi posso riconoscere o no, fatto sta che la canzone monta così tanto che sul finale sono preso bene da un coro rassegnato, ma perfetto per ballare, che dice <che presa male, che presa male che c’è>. E questa cosa del coro irresistibile della presa male la trovo fortissima, nel senso che ha il fascino del bello e del brutto insieme. Questa sensazione di equilibrio sbagliato è il cuore del disco. Le canzoni potranno anche tentare di parlare d’altro, ma alla fine la sensazione che le domina tutte è la stessa che provi di fronte a questo mare.
E Risacca chiude il conto. Lo scopo di quello che hai imparato da un orto è capire dove termina il mare, dice il nonno. Va a finire tutto lì, non un metro più in là da quel pezzo di costa, quella parte di riviera che Riviera non è mai stata.

La musica di Colonie è elettronica, basso e chitarra distorti, batteria, cori e qualche tromba. Gli Offlaga Disco pax, i Diaframma e i Daft Punk potrebbero essere i riferimenti. La chitarra è quella che strippa di più e sembra proprio sociopatica, a volte tiene in piedi tutto, a volte lo insegue. A volte mi ricorda, e non era previsto per niente, quella dei Do Nascimiento. La voce più che altro parla e porta il rap dentro a post punk e new wave. Comunque, sarebbe sbagliato ridurre tutto a qualche genere, Colonie è l’esito di un’esigenza che va oltre il desiderio di fare un album senza troppo di prestabilito. Per esempio, quelli che oggi fanno un disco screamo, decidono di fare un disco screamo a priori e scrivono cose sulla base di quella decisione, accantonando la possibilità che potrebbe nascere qualcosa di diverso. Identificarsi in un genere può essere la morte della creatività. Gli ONO se ne tagliano fuori. Hanno fatto un disco un po’ parlato un po’ cantato un po’ vocoder, un po’ tastiere, con la batteria importante solo a volte e le chitarre emo, post rock o che all’improvviso si spaccano di assoli all’italiana (Risacca) o anni ottanta (Babilonia). In questo contesto musicale prende spazio il racconto. Denso tanto quanto autistico, scava in profondità e arriva a infilarsi nella parte del cervello che trattiene i ricordi, lo fa con così tanta insistenza da diventare famigliare per loro. È un livello di penetrazione abbastanza profondo, che usa i ricordi (dell’autore) per riportare a galla i ricordi (miei), quindi attiva un processo di associazione. Da questo metodo, che genera calore affettivo tra me e chi suona, scaturisce a volte la voglia scappare dal mondo descritto, a volte la gioia di farne parte. Il limite sta nel fatto che se non conosci questa parte triste della costa perdi un po’ del messaggio. Ma, alla fine, la sensazione generale è comune. Il racconto è mitico ma triste e tira fuori la caratteristica giusta, quella che, a una certa, molti finiscono per riconoscere come preferibile: la bellezza della desolazione.

Il disegno sulla copertina è di Francesco Farabegoli e mi ricorda la Motonave Ghibli.

Ascolta Colonie in streaming