La forza di una pizza, un ricordo di Daniel Johnston

La prima volta che ho sentito Daniel Johnston ero al volante della Golf GL di mio fratello, la stessa macchina con cui qualche anno dopo avrei consegnato pizze per una pizzeria buonissima di Cesena. Che gran bel lavoro, consegnare la pizza, è un po’ come portare la felicità a casa delle persone (vale per tutti, tranne che per quelli a cui non piace la pizza, che sono pochi, ma ci sono). Alcune volte l’ho portata ai pazienti del reparto psichiatrico dell’ospedale. Non so come mai, non so quali astri benevoli s’incrociassero nel cielo, ma quando al pomeriggio ascoltavo Daniel Johnston, alla sera mi capitava sempre quella consegna, e mi s’innescava un corto circuito pazzesco dovuto all’incontro in un posto solo (la mia testa) degli psicopatici dell’ospedale più lo psicopatico che usciva dalle casse. No, scherzo, è una balla. Ma la morte di Daniel Johnston mi ha fatto tornare alla mente le consegne in psichiatria. Non era un’esperienza del tutto piacevole, ma comunque non ero preso male. Quelli erano matti veri, non come quelli che si vedono nei film, però la pizza gli piaceva un casino, ne sono sicuro, perché quando arrivavo erano tutti molto contenti, ognuno a modo suo. E in quel momento la pizza era la cosa in comune tra me e loro, anche se per pochi minuti. Io consegnavo felice i cartoni al dottore, prendevo i soldi e me ne andavo. A volte, ci scappava pure una bella mancia.

Don’t play cards with Satan

Daniel Johnston era schizofrenico. A meno che non lo siamo anche noi, non penso che possiamo capire la sua musica fino in fondo. Non possiamo sentire le cose come faceva lui, comprendere gioia, tristezza, semi-umorismo o autocommiserazione. Non possiamo identificarci. E ancora meno possiamo comprendere il suo stato catatonico di bomba da medicinali, a meno che non li prendiamo anche noi. Possiamo amare le melodie deboli ma giganti, essere presi bene o male per quello che dice. Ma lui non parla di sé e quindi di noi come un comune cantautore. Parla solo di sé. Daniel Johnston non era la rappresentazione della nostra cameretta, ma solo della sua. Dovremmo farlo ascoltare a quelli che stanno al reparto psichiatrico, loro potrebbero capirlo davvero. Possiamo capire davvero perché in Don’t play cards with Satan urla mille volte “Satan” come un invasato? No. È facile, da persona normale, assistere alla follia da semplice osservatore, senza esserne coinvolto in nessun modo. Guardi un mondo malato che è altro da te e non ci devi stare dentro neanche per un attimo. Per dire, guardi questo video su Antonio Ligabue, ami la malattia e il talento che lavorano insieme, perché è lì che l’arte diventa imprescindibile, quando nasce da una visione sofferta della realtà. Sofferta e parallela, mai intersecata alla nostra. Non può esserlo. Io, una volta consegnata la pizza, me ne andavo. Ci ripensavo, dopo, magari anche per un po’, ma me n’ero già andato. È facile essere fan di Daniel Johnston. Lo ascolti, ti rimane della roba dentro, magari anche per molto tempo, ma la vita continua. Per lui invece la musica era una condizione perpetua e necessaria, una via di fuga dalla malattia da tenere in vita tutti i giorni. Dalle canzoni non se ne andava mai, Daniel Johnston. O quando se ne andava, andava a stare ancora peggio. Cioè: è successo che non si presentasse ai concerti perché stava troppo male.

True Love Will Find You in the End

Però, se la teoria degli schizofrenici che possono essere compresi solo dagli schizofrenici fosse la sola valida, Daniel Johnston avrebbe avuto un pubblico più ridotto. In realtà ha conquistato il mondo. Quindi? Tra immedesimazione e condivisione c’è una differenza abbastanza sottile, però c’è. Nessuno può essersi immedesimato, ok, ma può aver condiviso cose con lui. Daniel Johnston parlava di stati d’animo, odio, amore, tristezza, e quelli sono comuni a tutti. La sua capacità di presentarceli scarni, ridotti all’osso, ma veri, li ha resi universali.

Si, ok… Però la sua musica rimane pur sempre il tentativo inutile di combattere la malattia e da questo punto di vista rimane insondabile per chi sta bene di testa. Non solo la musica. I disegni, il gelato, come dice qui, e tonnellate di medicine. Tutte armi che contro la malattia sono servite solo lì per lì, perché calmavano le acque torbide della sua mente. Ma sul lungo periodo sono state completamente inutili. L’arte non può curare il cuore, che se si vuole fermare si ferma e stop. Noi questo non potremo mai provarlo.

Quindi lui era noi e solo lui allo stesso tempo. Era raggiungibile e irraggiungibile, in lui universalità e insondabilità convivono. Le emozioni di un matto sono diventate quelle delle persone senza patologie mentali, il suo modo di combattere i demoni diventa il nostro, due mondi diversi condividono le stesse speranze e le stesse delusioni pur rimanendo diversi. Che cosa gigantesca.

Lo schizofrenico che dà voce a tutti diventa un po’ più normale? O siamo noi a diventare un po’ matti? NO è la risposta a entrambe le domande. Ma i punti di vista, il nostro e il suo, alla fine si sovrappongono. Il freak è uscito dal recinto dei freak. Ci ha raccontato le sue gioie e le sue paranoie e noi abbiamo capito che erano anche le nostre. È una roba inverosimile, ma è così. Ha superato il limite tra persone normali e malati di mente e li ha fatti incontrare davvero, ha trovato dei punti in comune e ha reso esplicito il fatto che sentiamo le stesse cose. Quanti artisti schizofrenici ci sono in giro? Sicuramente molti, ma la sua forza è più evidente, perché lui ha conquistato il mondo. Ok, magari non era ultrafamoso, ma era famoso. E non ha conquistato solo i poveri stronzi che ascoltano la musica che non piace a nessuno. Anche i National, i Wilco e i Pearl Jam gli hanno reso omaggio. David Bowie, probabilmente. Quanto e se questi omaggi possano influenzare i fan delle rock star che li hanno fatti è un dubbio interessante. Sicuramente non tutti sono in grado di comprendere la semplicità e la forza disarmanti di Daniel Johnston e molti lo liquidano con un “si, ma che tristezza”. Rimane il fatto che Daniel Johnston fosse nel cuore pure dei vostri fottuti paladini del rock e dovreste almeno essere curiosi. Dal momento in cui la notizia della sua morte ha iniziato a circolare, le bacheche dei social sono state invase da foto, canzoni e articoli su di lui. Qualcuno sicuramente a quel punto deve aver pensato, come succede sempre, “adesso fanno tutti finta di amare questo tipo, ma io non l’ho mai sentito nominare”. O “come mai prima non avete mai condiviso una sua canzone?”. Penso che sia sbagliato prendere Facebook come metro di conoscenza dei gusti degli altri, cioè dire “se non lo metti su Facebook non lo conosci”. Può non essere così. Poi magari qualcuno non conosceva Daniel Johnston, ha visto che un sacco di amici condividevano cose, ha avuto la curiosità di ascoltarlo, gli è piaciuto e l’ha condiviso. È una cosa bella lo stesso. Quindi, chiudendo questa parentesi, se nel 2019 non lo conoscevate ancora, dovreste farvi due domande e almeno tentare di rimediare. Ma non perché era famoso e lo dovete conoscere, ma perché era Daniel Johnston. Secondo me, poi vedete voi.

Tornando a bomba, da una parte c’è lo schizofrenico con tutte le sue manie, dall’altra, ma nello stesso posto, il cantautore che ha conquistato il mondo. Sono la stessa persona, sempre uguale, senza nessun compromesso per il successo. Quella stessa persona che ha creato, concretizzato, fissato per sempre e anche illuso la speranza per un sacco di gente, con la sua canzone più conosciuta, True Love Will Find You in the End. Anche i suoi disegni erano abbastanza conosciuti. Uno su tutti: Jeremiah, quello della maglietta, che compare più volte anche nel film Whip It (caricato per intero su YouTube). Tra gli altri ce n’è uno meno conosciuto, ma che mi piace moltissimo, che poi è quello che ho messo lassù. L’ha fatto qualche anno fa (nel 2015?) per la Supreme. Grazie a quel disegno, abbiamo la certezza di condividere con Daniel Johnston almeno una cosa: l’amore per la pizza. Sembra uno scherzo ma non lo è. Piazzando quella pizza lì, rendendola l’oggetto del desiderio di un personaggio che decide di non andare a scuola per mangiarla, Daniel Johnston ha aperto il suo mondo ancora di più e ad ancora più persone. Quelli a cui non piace la pizza sono pochi, abbiamo detto. Tutti quelli a cui piace non possono fare altro che sorridere di fronte a quel disegno, oltre a chiedersi per curiosità chi l’ha fatto se non lo sanno, perché tutti vorrebbero tantissimo saltare la scuola, il lavoro o qualsiasi appuntamento importante, ma un po’ palloso, e mangiarsi una pizza. Che quindi rappresenta la fuga, il gesto ribelle del nostro lato anticonformista. Tutti sognano almeno una pizza a settimana.

Ciao piccolo mostro, se il mio sogno di aprire una pizzeria si dovesse mai realizzare, nel menù ne metterò una che si chiama come te. Con salamino, carciofini e una tonnellata di mancarone. A quel punto del 21° secolo, chissà in quanti riconosceranno il tuo nome e la ordineranno solo perché si chiama così?

Due per David Berman

david berman ironia e depressione

Ero appena arrivato in spiaggia quando Giacomo mi ha mandato il link relativo alla morte di David Berman. L’ho aperto e ho letto la breve notizia che informava della morte, senza spiegazioni, senza la causa che si rivelerà al mondo solo due giorni dopo: suicidio tramite impiccagione, per nulla sorprendente per chi aveva seguito la carriera di uno dei più importanti scrittori americani contemporanei. Si perché era certamente un musicista di talento, ma erano i piccoli romanzi contenuti nei suoi dischi a definirne la grandezza, la sua poetica americana fino al midollo.

I suoi testi erano spesso diapositive di interni illuminati dalla fioca luce di una lampada sui comodini di stanze di Hotel americani, scene di amanti seduti sul letto intenti a trovare le parole migliori per lasciarsi, o fotografie di solitudini impossibili da dimenticare.

Carver verrebbe da dire, e Carver è sicuramente il collegamento principale che si può fare parlando di Berman, nessuna esagerazione, la grandezza incommensurabile di questo cantautore è davvero facile da intuire, basta leggere. La sua poetica si sposava perfettamente con la musica, alt country della migliore tradizione, chitarre acustiche, elettriche slide, basso e un piano che si fa spazio nelle retrovie. Non vorrei però che si creda che la parte testuale fosse preminente nel lavoro di Berman. Seppur in piena continuità, le qualità di musichiere di Berman erano immense. Ci sono certi diamanti pop nella sua discografia che sotto al sole d’agosto accecherebbero.

Che Berman fosse amico intimo di Malkmus e che l’embrione del gruppo fosse nato con lui in un appartamento a New York non stupisce. Cosa c’è più americano e letterario di un appartamento nella grande mela? Era la fine degli anni ’80 e c’era ancora una lunga storia da scrivere.

Come dicevo ho saputo della sua morte da Suppo, foriero di belle notizie e di graziosi buongiorno, proprio il mio primo giorno di vacanza, in Romagna. Era qualche anno che non scendevo in riviera, ormai adulto e irrimediabilmente imborghesito, avevo cambiato mete per credere che, allontanando il luogo, il trasfert potesse annullarsi. Ma come Buck, quest’anno, ho sentito il richiamo della foresta fatta di ombrelloni e ho deciso di passare qualche giorno al mare con i miei amici. Appena ho toccato la sabbia, il transfert, come un non più giovane erede del dolore, mi sono ritrovato immerso nei pensieri di una perdita troppo grande per poterla archiviare come l’ennesima scomparsa di qualche vecchio cantante capitato per caso sulla mia strada di ascolti giovanili.

Tutt’altro, Berman è stato l’esatto opposto, simbolo di crescita, non so e non mi sono mai posto il problema di capire perché i Silver Jews siano stati il gruppo che più ho ascoltato negli ultimi due anni, non c’era un motivo vero. O forse deposte le armi del giovanilismo e del provare a stare al passo con i tempi a tutti i costi ho fatto pace con me stesso e mi sono convinto a fare solo ciò che mi piace. E a me piace l’indie rock americano, il cantautorato e l’alt country, ecco perché probabilmente ho scelto i Silver Jews per sublimare le mie scelte, l’America nella sua eccezione più profonda e viscerale, la sua letteratura nella sua forma più alta e raffinata. C’era tutto nei Silver Jews, tutto quello che ho sempre amato.

C’era anche tanto dolore nei testi di Berman, e rileggere l’incipit del primo pezzo del suo nuovo progetto Purple Mountains sembra profetico.

“Well, I don’t like talkin’ to myself
But someone’s gotta say it, hell
I mean, things have not been going well
This time I think I finally fucked myself
You see, the life I live is sickening
I spent a decade playing chicken with oblivion
Day to day, I’m neck and neck with giving in
I’m the same old wreck I’ve always been”.

Non si può dire che David Berman non fosse sincero e sempre molto ironico nel trattare il suo essere. Non posso dire lo stesso di me: è da quando ho avuto la notizia che indugio, nuovamente, ancora ferocemente adolescente, sulle canzoni di Berman, in spiaggia, sotto il sole romagnolo, con i vicini di ombrellone che mettono il raeggeton. Come 10 anni fa ascoltavo Jason Molina, e 20 anni fa gli Husker du. Fa molto ridere, ma comincia a essere anche fastidioso e fisicamente doloroso, a 43 anni.

Non scrivo più da tempo, perché non ne sono mai stato capace in primis, ma anche perché in questi casi alla fine mi ritrovo a scavare dentro di me invece di scrivere di chi davvero importa. Ma a sto giro non ce l’ho fatta, perchè i Silver Jews sono stati troppo importanti e troppo vicini e perché un genio va sempre onorato, soprattutto in questi anni difficili e quasi privi di umanità.

Una per David non potevo non scriverla.

Grazie di tutto anche se è da giovedì scorso che mi sento così:

“When I was summoned to the phone
I knew in my bones that you had died alone
We’d never been promised there will be a tomorrow
So let’s just call it the death of an heir of sorrows
The death of an heir of sorrows”.

Renato

Dopo aver saputo del suicidio di David Berman, il 7 agosto, la prima canzone che ho ascoltato è stata Honk if you’re lonely. È il pezzo più ballabile che abbia mai scritto ed è anche di una profondità incredibile. La puoi ascoltare per farti coraggio, perchè è questo quello che dice:

“Honk if you’re lonely tonight
If you need a friend to get through the night
A toot on your horn, a flash of your brights
Honk if you’re lonely tonight”.

Ma al centro di Honk if you’ re lonely c’è un segreto terribile, un nucleo violento e velenoso. La canzone è stata scritta nel ’98 ma quel segreto è stato svelato definitivamente solo tanti anni dopo: cinque giorni fa, con il suicidio. Quello che la canzone racconta non esiste. La radio che suona, l’honky tonk, il jukebox, un sorriso, un abbraccio, un’amante, niente di tutto questo c’è davvero, sono solo metafore, semplici rappresentazioni di una felicità possibile, oscurate dal loro stesso significato. E il loro significato è il nulla, visto che nel tempo Berman non è riuscito a trovare né la radio, né l’honky tonk, né il jukebox, né un’amante, quest’ultima almeno non per sempre. Il testo di Honk if you’re lonely è ottimista, illuso e disilluso allo stesso tempo, ironico e cinico. È Berman nel momento in cui l’ha scritta, quando ancora giocava con le parole con sguardo coraggioso, e andava all’attacco della realtà ambigua, a volte positiva, altre negativa. Ma adesso, dopo il suicidio, Honk if you’re lonely è solo la musica della disillusione. Ci vuole tempo per realizzare che l’ironica disillusione è diventata disillusione e basta. L’efficacia dell’ironia ha vita più breve rispetto alla disillusione, che invece nasce, mette le radici, cresce e va sempre più in profondità, fino a bucare il cuore.

Come a un qualsiasi uomo, anche a un poeta serve tempo per comprendere le cose. Nel periodo tra il ’98 e il 7 agosto 2019 c’è tutta la lotta di David Berman e tutto il percorso del suo arrendersi, che passa anche per un primo tentativo di suicidio nel 2003, a suon di Xanax, crack e alcolici, dopo il quale sembra però sembra ritrovare fiducia, grazie al Giudaismo e Tanglewood Numbers, il disco del 2005. Poi un altro disco, Lookout Mountain Lookout Sea (2008) e un tour, che tocca addirittura l’Europa, ultimo atto dei Silver Jews, che Berman scioglie nel 2009. Gli anni seguenti sono quelli dell’odio nei confronti del padre, che lui definisce un bastardo figlio di puttana, e del divorzio dalla moglie.
Era tornato a pubblicare musica solo quest’anno, con i Purple Mountains, e la prima canzone del disco è quella che ha citato Renato, la seconda si chiama All My Happiness Is Gone.

È più facile anestetizzare i demoni, da giovane. David aveva una mente ingombrante. Se solo fosse stato giovane per sempre, avrebbe continuato a distrarla con le sue parole spiazzanti. Ma è impossibile, ed è arrivato il momento in cui non è più riuscito a farlo. In questo senso, la sua morte rappresenta il passare del tempo. Evidentemente, Honk if you’re lonely era stata scritta troppo tempo fa, non era più abbastanza per dare a Berman il coraggio di non uccidersi. Se prima l’ascoltavo dopo una giornata di lavoro, anche sorridendo al ritornello, adesso non può più essere così. Puoi ascoltare una canzone cento volte e pensare che ti comunichi una cosa, ma quando il suo autore si ammazza, cambia tutto. E Honk if you’re lonely adesso manifesta tutta la sua vuota inconsistenza di metafore.

Dicono che la 20th Century Fox una volta avesse un ranch sulle colline, tra la valle di San Fernando e l’Oceano Pacifico, una distesa di migliaia di ettari. Il ranch non veniva usato come ranch ma per girarci i western. E, quello sopra, era il cielo che si vede in tutti i western della Fox, “il cielo della Fox”, sempre uguale. Ho saputo questa cosa leggendo un libro, non molto tempo fa, e mi è venuto in mente Berman. Anche le sue canzoni suonano sempre sotto uno stesso cielo, quel velo di incertezza onnipresente nella sua musica e nella sua voce, a volte forte, quasi un Johnny Cash, altre volte tremante, un Mark Linkous, ma sempre usata per pronunciare parole profondamente poetiche e nate da uno sguardo sensibilissimo sulla realtà. Le sue parole, la sua voce e la sua chitarra erano le cose grazie alle quali sembrava aver trovato almeno un motivo per non uccidersi. Ma era un’illusione.

“Time will break the world”.

Giacomo

Jova Beach Party: un grande successo che non è un grande successo

Il Jova Beach Party, tour estivo di Jovanotti sulle spiagge, è arrivato a Rimini un mese fa. Oltre alla grande e bellissima festa a cui hanno partecipato migliaia di persone tutte contentissime, c’è stato qualche problema. Per esempio, la questione dei volontari. Oppure quella dei Fratini, del WWF e dell’ASOER. Visto che gli artisti non vengono eletti, si è portati a pensare che non si comportino come i politici, che promettono e non mantengono ma ci dicono di aver mantenuto. Gli artisti non hanno motivo di farlo, non ne hanno bisogno, pensavo. Però poi è iniziato il Jova Beach e non ho potuto fare a meno di notare che il rapporto tra il Jova-messaggio e il Jova-comportamento non sempre è coerente. Di solito non succede che un artista debba giustificarsi frequentemente per questo o quel problema ma a Jova sta succedendo, e sta succedendo perché il Jova Beach ha un clamore mediatico enorme, con tutti i vantaggi e gli svantaggi del caso. È quindi pensando a queste cose sul Jova Beach che ho scoperto, alla fine, che un artista può comportarsi male come i politici.

Come dicono quelli dei 400Calci (era da secoli che volevo copiarli): sigla!

Così Jova annunciò i concerti: “Secondo me la luna è la spiaggia dell’universo e in spiaggia si possono fare tante cose: l’avventura, la vacanza, l’incontro, la festa, farsi seppellire fino al collo, fare l’amore, trovare o cercare perlomeno un tesoro, scrivere delle cose che si cancellano e si possono leggere da molto lontano. Si può giocare con gli aquiloni, prendere il sole e si può soprattutto ballare”.

Torniamo sulla terra. Fare un concerto in spiaggia dà in realtà più gatte da pelare di un concerto normale, però andiamo con ordine. Uno dei temi di cui si parla spesso adesso per i concerti, di tutti i tipi, nel senso in ogni luogo, in tutti i fiumi in tutti i mari, in tutte le spiagge, è quello della plastica, contro la quale Jova e il WWF, che hanno fatto una joint venture balneare, hanno costruito tutto il marketing del Jova Beach. Niente plastica al Jova Beach: è “l’inizio di una nuova era” (cit.) in cui nessuno usa la plastica. Questo argomento è solo quello giusto al momento giusto e a Jovanotti serve più che altro per attribuire un lato buono a una grande operazione di marketing priva di sincerità. Non tutti i festival vietano la plastica monouso e alcuni lo fanno in modo furbo, come il Bologna Sonic Park, che ti vendeil bicchiere di plastica lavabile a due euro ma non te lo rimborsa a fine serata. Altri invece sono organizzati bene per la raccolta differenziata. È giusto che il 100% dei concerti rispettino l’ambiente. È il modo del Jova a essere sbagliato. Il messaggio che deve passare è che non inquinare sia una cosa normale, non eccezionale, così eccezionale da professarsi “profeta” (cit.). In più, come sempre, il pesce grande si mangia il pesce piccolo. Cioè: tanti festival sono attenti a rispettare l’ambiente ma chi comunica più forte sembra l’unico. E così Jova sembra quello che l’ha fatto per primo, che ha avuto l’idea, soprattutto di fronte a un pubblico che non frequenta molto i concerti.

La canzone del momento del Jova è quella che fa: “Mi fai sentire un poeta, anzi di più un profeta, che annuncia al mondo l’inizio di una nuova era” e subito dopo “Lo senti? Lo sento”. Con queste parole naturalmente il Jova carica la folla al Jova Beach. C’è qualcosa in tutto questo che suona davvero come una dichiarazione urlata di auto-investitura a profeta dell’ambiente. Sono io che esagero o lo sentite anche voi? Lo sentite? Lo sentite.

Jova è da tempo così, po-si-ti-vo, comunicatore della verità e della gioia. Questa sua caratteristica ha sempre attirato molte persone, a cui magari non frega troppo della sua musica, ma gli piace il personaggio, e allora vanno al concerto. Del resto anche il tour negli stadi aveva fatto fior fior di sold out. Ma questa volta, per il Jova Beach, ha dovuto spingere di più, comunicare anche di più, deppiù deppiù deppiù: ha fatto un mega party in spiaggia, dalle 4 a mezzanotte. “Voglio di più, e non mi basta mai!” (cit). Cosa c’è di più attraente di un party in spiaggia d’estate? Li frequenta e li fa anche Salvini. È l’estate giusta. È la tendenza. E se (oggi che le feste notturne autorizzate in spiaggia sono sempre più rare a causa delle restrizioni imposte agli stabilimenti balneari) al party in spiaggia ci attacchi il pippone ambientalista bello spinto, bello insistente, sai quante persone in più attiri? Tantissime. E alla fine, l’operazione è riuscita: tutte le date sono strapiene.

Però, ci sono alcuni problemi.

Eh, la spiaggia. Nel momento in cui decidi di fare un concerto in un posto così particolare, ne trai sicuramente tutti i vantaggi, ma devi anche rispondere delle responsabilità conseguenti e rispettare le caratteristiche del luogo. Soprattuto se sei il più grande ambientalista d’Italia! Era prevista una data a Ladispoli ma poi, a dicembre, è stata cancellata, per la presenza di Fratini. Lorenzo ha rilasciato dichiarazioni in cui scaricava la colpa sull’organizzazione, affidata alla Trident, che secondo lui aveva preso la decisione in modo leggero. Ma io non riesco a non ritenere responsabile proprio lui, visto che è il titolare di tutta la baracca. Poi lo stesso problema si è presentato a Rimini, quindi significa che neanche dopo Ladispoli nessun ha fatto i controlli necessari per capire le problematiche e le caratteristiche delle spiagge in cui erano previste le date. In più, sono state raccontate un po’ di palle sui volontari che avrebbero dovuto tutelare i Fratini: si è detto che se ne sarebbero occupati quelli dell’ASOER, ma non era vero. L’unica cosa che posso concludere, è che Jova non tenga davvero al messaggio ambientalista. Mettere sul piatto il discorso ambientalista e poi fregarsene degli animali è eccessivamente contraddittorio. Se lo fai, significa che sfrutti la tematica che tira di più adesso (la plastica) senza preoccuparti dell’altra (i Fratini), perché non ha la stessa presa sul pubblico. In quanti avranno pensato “ma chi se ne frega di due Fratini?!”. E in quanti invece avranno pensato “Jova non usa la plastica ai suoi concerti, che figo”?

Inoltre! Per tenere pulito l’ambiente, Jova cerca volontari. Li paga con un panino, una bibita, una maglietta, un cappellino e la copertura assicurativa. Sono i Beach Angels. Ah, e li fa anche entrare gratis, e questa cosa è vista come un “ma quando te ricapita?” di vedere un concerto gratis di Jova? E i volontari non si fanno desiderare, credo ci sia la fila per farlo, tanto poi mollano i bidoni e vanno a vedere il concerto, promettono di aiutare e lo fanno a metà, così fanno lo stesso gioco dell’organizzazione e del capo, che promuovono idee e non le mantengono. Torna tutto.

Ieri guardavo in Tv l’intervista al direttore artistico del Meeting di CL, che diceva che sono anni che il Meeting va avanti grazie a centinaia e centinaia di volontari. L’utilizzo di volontari è una questione sempre molto delicata, perché bisogna fare attenzione a non passare oltre e sfruttarli facendogli fare ore e ore di lavoro, e i lavori più del cazzo. Non ha senso portare avanti un discorso ambientalista senza rispettare i diritti del lavoro. Non ha senso prefigurare un mondo in cui ci sarà rispetto per l’ambiente ma non per l’uomo. Non importa se i Beach Angels non devono raccogliere l’immondizia da terra ma solo invitare le persone a buttarla nel bidone giusto. Mettono a disposizione il loro tempo, vanno pagati. Non mi pare che Jova l’abbia capito, e non mi pare che si comporti molto diversamente da macchine da guerra come il Meeting di CL. Di sicuro, il suo problema non sarà il fatturato, visto che le date vanno avanti a suon di 25/40 mila persone e 59 euro a testa. Anche questa volta, l’unica cosa che posso concludere è brutta: la scelta di usare i volontari avvicina ancora di più Jova al modus operandi dei forti e dei prepotenti.

Ai concerti, Jovanotti non può approfondire due temi così complessi come la salvaguardia dell’ambiente e i diritti del lavoro, ma almeno potrebbe prenderli seriamente. In quanti avranno smesso di usare la plastica dopo il Jova Beach? Ci sono normative europee, già recepite in Italia, che tentano di regolare le questioni ambientali e fanno molta fatica a fare presa. È un processo importante ma lungo e non facile. Per fare un esempio, una sentenza (1063/2019) del Tar Puglia ha sospeso un’ordinanza della regione (basata su una norma UE) che vietava in spiaggia l’uso di contenitori di plastica per alimenti. Il Tar ha accolto il ricorso di alcune associazioni di produttori di acqua e bevande e di alcune aziende di distribuzione alimenti. Altri tribunali, come quello abruzzese, e il misitro dell’ambiente, si sono espressi a favore del plastic free. Ma, come detto, non è una battaglia facile: sono anche le istituzioni a remare contro, per difendere interessi economici di qualcuno. Gli artisti possono aiutare, mandando il messaggio in modo non istituzionale, ma anche andando un po’ più a fondo della questione, parlarne nei testi delle canzoni, sui social: mandare un messaggio serio. Per mandare un messaggio più efficace, per essere più credibile, non bisognerebbe professarsi ambasciatore, è ridicolo, si riduce tutto troppo a una questione di successo personale. Ed essere contraddittori è nocivo al raggiungimento dell’obiettivo. Semplicemente basterebbe schierarsi per bene e prendere per bene certe decisioni organizzative. Invece, al Jova Beach le location sono state scelte con superficialità (la data di Albenga saltata all’ultimo lo dimostra).

Highlight! A Rimini, e almeno in un’altra data che io sappia, Jova ha celebrato anche un matrimonio. Ma quindi i due che si sono sposati hanno chiesto in Comune che l’ufficiale di stato civile fosse Jova? Vale come un matrimonio a Las Vegas o vale davvero?

Un’altra cosa bella (cioè brutta) è l’utilizzo che Jova fa della musica, che diventa un mezzo per portare in giro un messaggio superficiale. Anche se ha scelto musicisti bravissimi, la musica rimane in secondo piano. Se la tua idea di musica è quella di una cosa poco importante, che ti piace, si, ma chiuso lì, accetti senza problemi che Jovanotti la usi per veicolare il suo baraccone. Se invece magari è una cosa che ti piace molto, a cui dai un’importanza rilevante, a cui dedichi tempo e denaro, e non è solo sinonimo di evento da bolgia dell’estate in spiaggia, allora quell’uso lì della musica ti scoccia. La musica di Jova è secondaria, è solo uno sfondo. Attualmente infatti si parla moltissimo della sua festa in spiaggia, molto meno delle sue canzoni, anche di quella che si sente in radio, che sembra scritta apposta per diventare un coro da urlare al Jova Beach. Tutto quello che sta attorno alla musica ha assunto molta più importanza. Lui continua a scrivere canzoni brutte ma ha successo ugualmente, perché quello che piace di lui è il suo modo di costruire intrattenimento. E perchè il suo modo superficiale di trattare argomenti seri è facilmente fruibile e fa sentire “sul pezzo”.

Il Jova Beach fattura, e di questo non possiamo fargliene un torto, ed è il grande successo dell’estate. Ma una cosa che ha successo non è sempre la verità e non è per forza una cosa bella fino in fondo solo perchè ha successo. Il modo in cui è gestito il Jova Beach lo fa rientrare infatti in un modello di superficialità che rende sazi e soddisfatti anche se non viene indicata una strada percorribile per tentare di risolvere i problemi. Pensiamo di aver fatto la nostra parte e di essere dalla parte giusta perché siamo andati a un concerto dove c’era uno che urlava i suoi slogan contro la plastica. Secondo me, non abbiamo bisogno di questo, ma di inserire il discorso ambientale in una visione più ampia, che porti davvero al rispetto dell’ambiente e dell’uomo. E abbiamo bisogno di una comunicazione vera, che non le spari grosse per fare i numeri, come si faceva 20 anni fa, ma che ti convinca che è giusto (e normale) fare la tua parte.

Team Messner! Reinhold Messner ha ragione da vendere sulla data di Plan de Corones, per la quale sono previsti 26 mila partecipanti, quando dice “Mi sembra insensato fare un concerto in cima alla nostra montagna d’estate. Semplicemente perché non è una cosa necessaria. Se fossi l’unico proprietario di Plan de Corones, non autorizzerei mai né tanto meno organizzerei un concerto di questo tipo”.

E il WWF – che alleandosi con Jova avrà fatto parlare di sé ma ha fatto una figura barbina, cioè la figura di chi dovrebbe difendere l’ambiente ma non lo fa se c’è la possibilità di fare un po’ di marketing superficiale – risponde adducendo come giustificazione la massiccia antropizzazione del luogo (il quale registra ogni inverno quasi mezzo milione di arrivi e oltre 2 milioni di pernottamenti). Ritiene insomma l’evento sostenibile dal punto di vista ambientale. Si, però, 2 milioni di pernottamenti sono da spalmare in 9 mesi, o WWF. E poi la metà di quelli che vanno a Plan de Corones in vacanza saranno ottantenni, non giovani che cantano e ballano e fanno casino al suono di un impianto da paura. Ma che risposta è?

Jova, dal canto suo, risponde sottolineando naturalmente che il Jova Beach party ha come priorità assoluta il rispetto dell’ambiente. Certo certo, si si. Reinhold, siamo tutti con te. Pensavo. Pensavo, perchè la sera del 2 agosto, al termine di un temporale estivo spaventoso, si abbatte sul mio cellulare una notizia inaspettata: Reinhold ha ritrattato e vuole fare la pace con Jova. Venduto, hai fatto hai fatto e non hai fatto un cazzo.

È un mondo senza eroi. Passiamo allora con la coda tra le gambe a un altro argomento: le regole del Jova Beach. Le ha presentate il 7 giugno Jova in persona attraverso il claim “Non avrai altro Jova Beach se non quello dove sarai tu fisicamente!”, che parafrasa, così, in tranquillità, scherzosamente eh, il primo Comandamento di Dio.

Facciamo un check, allora, ai Nuovi Dieci Comandamenti.

1. Rispetta e difendi la spiaggia e il mare (raccolta differenziata, no plastica, non cicche in terra, ecc.) – epic fail
2. Vieni con chi ti pare e vai via con chi ti pare (potrebbero anche cambiare) – te lo danno i cornuti e le cornute poi
3. Balla come se non ti stesse a guardare e giudicare nessuno – va beh
4. Ama come se non avessi mai preso tranvate – che consiglio di merda
5. Goditi questa giornata, penserà a tutto il dj. A quasi tutto – ecco infatti, quasi tutto
6. Idratati molto ma non bere l’acqua del mare – alla fine è simpatico, dai
7. Non spingere, c’è spazio – bella, questa mi piace (davvero)
8. Se decidi di bere alcolici non guidare al ritorno, piuttosto dormi sulla spiaggia – così ti rubano tutto
9. Sii te stesso/a che sogni di essere per un giorno – pure venditore di false illusioni
10. Canta a squarciagola quando partono le hit – non l’ha ordinato il medico, puoi anche non farlo

Però, è un Dio che non vuole bene alla sua Tribù che balla. Non so, abbiamo contestato a Greta Thunberg di aver mangiato una volta cibo venduto in una confezione di plastica, in una situazione in cui non poteva fare altrimenti, ce n’è ben donde per contestare Jova. Non so come funzioni dal punto di vista legale, ma se attribuiamo a Jova i meriti del successo del tour, dobbiamo attribuirgli anche le responsabilità dei problemi, altrimenti diventa come quei capi che quando va tutto bene è merito loro, quando va male è colpa dei dipendenti: e torniamo ancora nel campo del maltrattamento sul lavoro. Jova non scarica del tutto l’organizzazione di fronte alle critiche, solo un po’, come è successo dopo la prima data, in occasione della quale ha dichiarato di aver “chiesto a chi organizza le cose logistiche di migliorare le cose”: insomma, si, dice la sua, ma lui non c’entra perchè la logistica è in mano ad altri. Ma questi altri sono stati, immagino, scelti da lui, e lui dovrebbe risponderne al 100%, come fa un buon capo. Una risposta tipo “Mi assicurerò in prima persona che il problema venga risolto” sarebbe stata meglio. In qualche modo poi, con questa risposta qui, tenta di spostare l’attenzione su un’altra cosa per archiviare in fretta il problema. Facile così. Nasconde sotto il letto il problema, parla d’altro. Salvini lo fa con argomentazioni e modalità violente, ma è lo stesso metodo.

Un altro comportamento del Jova non mi è piaciuto. C’è stato un qui pro quo per l’ingresso dei bambini: in pratica, all’inizio si era detto che i cinnazzi più piccoli di 8 anni sarebbero entrati gratis, poi invece no, poi alla fine si. Jova ha risposto: “La procedura da seguire per la richiesta del biglietto ai bambini è stata divulgata fin dai primi giorni di vendita dei biglietti anche se i media, come normale che sia, hanno sommariamente riportato la notizia <bambini gratis>”. E te pareva. Magari poteva dire che non erano stati chiari a spiegare le cose. Può succedere, Lorenzo, prenditi questa responsabilità, che ti frega? Tanto poi una soluzione la trovi. E invece no: sono stati i media. Dà la colpa a “i media”, e quindi non dà la colpa a nessuno. Poi, per non colpire troppo forte (democristiano) dice che è normale che abbiano riportato in modo sbagliato la notizia. Ma come? Se prevedi che la interpretino male, allora perchè non essere più che chiari, a prova di giornalista stupido, sin dall’inizio? O per lo meno, evita di fare il gioco di chi colpevolizza i media. Che, voglio dire, alcuni hanno le loro colpe, ma non tutti e non sempre. Incolpare loro è anche quello che fanno… i politici!

Il problema è stata anche la tempistica della comunicazione da parte dell’organizzazione e di Ticket One. La procedura per i bambini è stata chiara da subito? Si, no? Io c’ho guardato solo adesso, non ho fatto screenshot, ed è difficile ricostruire quando sono state pubblicate le notizie su internet, ma non è questo il punto. La poca chiarezza è stata alimentata dai commenti sui social? Non è neanche questo, il punto. Il punto è che tutto può succedere, perchè è un bel baraccone da portare avanti e i problemi possono esserci, soprattutto se è la prima volta, però tutto il qui pro quo è partito perchè evidentemente qualcosa è stato frainteso. E se qualcosa è stato frainteso è tuo compito essere più chiaro, punto. Non devi scaricare per forza la responsabilità addosso a qualcuno, e in più dire “lo sapevo”.

E poi non abbiamo parlato dei token non rimborsabili, perchè appunto le distrazioni possono succedere. Però, scusate: prevedi una moneta virtuale interna e non prevedi di rimborsarla se qualcuno non la usa?

Ma parliamo di una cosa divertente: la crema. Per questioni di sicurezza, al JBP si può entrare solo con creme solari di piccole dimensioni (100 ml o 100 gr) e non si possono portare altri liquidi. Però ci sono due dispenser di crema giganti a disposizione di tutti. Grandi quanto? Alti 50 centimetri, un metro, dieci? Finora non c’è nessuno che li ha fotografati. Li ho googolati ma non ho trovato niente, che palle.

Insomma, Jova e la sua organizzazione non hanno per niente sotto controllo la situazione. In più, a me sembra che il Jova Beach Party sia un Rockin’1000 ancora più in grande: millanta una mission in modo appassionato ma alla fine è una questione di marketing. Molti grandi eventi sono supportati da massicce azioni di marketing, ma non sempre l’artista risponde colpo su colpo ogni volta che si presenta un problema e fa il cavaliere senza macchia, pur essendo così facilmente smascherabile. Il messaggio deve essere credibile. Se le azioni non sono coerenti, non lo è. È il prezzo da pagare per un’enorme esposizione mediatica: da un lato ti dà una grandissima visibilità, dall’altro rende più visibili anche gli errori. E certi errori non jovano tanto all’immagine.

Ultim’ora. Quando ho iniziato a scrivere, era ultim’ora che la cerimonia di chiusura del Jova Beach si terrà all’aeroporto di Linate. Subito dopo, sono diventate ultim’ora le polemiche sulla partecipazione di Frankie Hi-Nrg a Fermo. E subito dopo Frankie Hi-Nrg è arrivata l’attesa per la Commissione di Vigilanza che doveva decidere se fare o meno Vasto, e che ancora, al momento, non ha deciso. Il Jova Beach è come come un generatore automatico di notizie, ogni volta che c’è si parla di qualcosa, che non è mai la musica, e ogni giorno si scrivono articoli (compreso questo). È un processo che si verifica spesso, ma in questo caso con particolare intensità e anche grazie ad alcune scelte degli ideatori. Annunciare le date in corso di svolgimento del tour è un modo molto efficace di gestire la comunicazione. Il fatto che siano saltate delle serate, alla fine, sarà voluto? Le motivazioni vanno a discapito dell’immagine del Jova ambientalista ma va tutto a vantaggio di questo tipo di strategia di comunicazione: si crea l’attesa per il recupero, che richiede un po’ di tempo, e se ne parla, se ne parla, se ne parla. Alla fine sono bravi, dai. Ultim’ora: Vasto è saltata, il cantante deluso: “Ha vinto il fronte del NO, quello di cui l’Italia è pervasa. Quello che rende il paese immobile”, parole che ricordano quelle di Salvini che scarica i 5 stelle e si candida a premier, ieri. Insomma, non credo che Jova voglia entrare in politica, ma si comporta come ci fosse già, alla guida di un partito personale.

A proposito di Linate, invece, l’Ansa chiude così il lancio della notizia: “Il concerto – finale del tour nelle spiagge – dovrebbe svolgersi nell’area erbosa fra i due terminal (quello commerciale e quello privato) vicino a dove è atterrato il Papa”. Amen.