Johnny Mox, la nuova prospettiva

Il giorno in cui mi sono laureato, quando sono uscito dall’aula, tutti gli amici e i parenti naturalmente hanno iniziato ad applaudire. Poi qualcuno mi ha infilato la corona d’alloro in testa e sono partite le foto. Mio zio, poco prima di avviarci verso l’uscita, ha detto: “È finita la pacchia”.

Destroy Everything è la nuova canzone di Johnny Mox. Parla del momento in cui finisci di studiare e la tua vita deve cambiare. Puoi decidere tu come cambiarla o possono decidere gli altri. È una questione di indole, di intelligenza e di storia personale. Si può anche fare la scelta sbagliata e sottomettersi ai sensi di colpa nei confronti di qualcosa che invade la tua volontà a tal punto da influenzare le tue decisioni sul futuro. E di conseguenza si può finire per non avere idee e per seguire quello che gli altri si aspettano da te, che in quel momento potrebbe anche apparirti come la cosa migliore da fare. E potrebbe apparire come quello che tu stesso ti aspetti da te e che ti sembra di volere. Il metro per distruggere tutto può essere anche questo: implodere completamente e principalmente distruggere se stessi. Poi arrivi al punto: inizi a fare un lavoro, che non mollerai per anni. E con il tempo il problema diventa relativo non solo a quello che non stai facendo ma anche alle cose che succedono tutti i giorni in quel lavoro, sempre nuove. Non è più solo legato al fatto che il futuro che avresti dovuto volere non è arrivato (per scelta tua), ma anche al fatto che la scelta comporta una routine, naturalmente, e quella routine è comoda e scomoda, utile e inutile allo stesso tempo. Poi, ti accorgi che quel non futuro è arrivato da un po’ e, quando te ne rendi conto, allora è lì che arrivi tu, e sai già bene chi deve esserci e chi no insieme a te. E in quel momento si ripresenta la possibilità di scegliere. E potresti, di nuovo, distruggere tutto, insieme alle persone che vuoi vicino.
Il nuovo disco di Johnny Mox che contiene Destroy Everything uscirà a ottobre, si chiamerà Future Is Not coming – But You Will e parlerà anche di questo. Riguarda molte persone, magari non tutte, ma molte. A volte la grandezza di un artista sta nell’individuare un tema musicalmente non inflazionato ma dal grande significato, perchè non è solo personale ma anche universale. Johnny Mox l’ha fatto.

In più, Destroy Everything si collega a un problema di attualità politica, l’immigrazione. Parte da una dimensione personale e allarga la visione anche in questa direzione. Esattamente come noi cerchiamo un futuro migliore andando via, aprendo un’attività o facendo qualsiasi altra cosa che sia o appaia quello che vogliamo, gli uomini, le donne e i bambini che scappano dall’Africa cercano un futuro migliore (differenza: quasi sempre con meno capacità economica rispetto a noi e partendo da un posto pericoloso per la loro vita). Questo tipo di ricerca fa parte della natura umana. Questa riflessione a cui ci conduce Destroy Everything ci apre gli occhi (nel caso in cui non si fossero ancora aperti del tutto), e ci indica l’opinione che dobbiamo avere su quello che sta succedendo ai profughi.

È strano che la frase di mio zio, scherzosa ma realistica e pungente, sia la stessa che ha usato Salvini rivolgendosi agli immigrati che vengono in Italia. Mio zio lo diceva per rompermi le palle e insegnarmi la vita, Salvini conferma di essere razzista e punta a sfruttare la questione (serissima) per allargare il proprio consenso politico. La stessa frase, da mio zio a Salvini, con implicazioni e complicazioni diverse, ma sempre a mettere sul piatto il futuro, la volontà e la difficoltà di crearne uno. L’accostamento tra la dimensione personale e quella politica esiste in Destroy Everything, è assolutamente sensato e allarga tanto il respiro del discorso. Rispetto agli altri dischi di JMOX, Destroy Everything è invece molto diversa. Dal punto di vista del suono e della composizione – che si è semplificata, ha alzato il livello (less is more) e ha mantenuto un elemento caro a Johnny Mox: la ripetizione – ma anche dal punto di vista della tematica. Anche se dentro i dischi precedenti c’erano un sacco di rivoli che aprivano a tantissimi discorsi, io li ho sempre visti, forse sbagliando, come lavori più legati all’immaginario dell’autore. Destroy Everything, appunto, rinnova la prospettiva. E in qualche modo prosegue il discorso già aperto con Stregoni (che non è un disco… cos‘è?).

In più, sembra uno di quei lenti che si ballano nel retro all’aperto di un bar, o nelle balere al mare, nei film sull’Italia di una volta, dove la pista da ballo è una gettata di cemento in mezzo alle sedie di plastica e dove spesso nascono gli amori. Un’altra prospettiva, un’altra forma del passato per raccontare il passato ma anche il futuro.

A laurearmi non ero solo, c’era anche la mia morosa, che è ancora la mia morosa, con la stessa prof. Questa cosa è estremamente personale ed è un altro discorso ma ricorda, pur essendo diversa, il video di Destroy Everything. Anche per questo mi è preso particolarmente bene.

L’ORIGINE DEL CALDO. Un racconto per l’Italian Party 18

Orso Grigio grande fan dell’Italian Party vi invita a partecipare al festival il 21 luglio e a leggere questo racconto istruttivo, scritto dal suo amico Trucco e ispirato al caldo delle scorse edizioni.

Ginetta: “Allora ci vediamo domani?”
Gino: “Ci vediamo domani”
Ginetta: “Alle 4 davanti alla fontana?”
Gino: “Alle 4 davanti alla fontana”
Ginetta: “Sicuro sicuro?”
Gino: “Si, si, sicuro”
Ginetta: “Ok. Ciao”
Gino: “Ciao”

Gino e Ginetta si scambiarono un lunghissimo bacio. Poi si guardarono negli occhi e Ginetta ruppe per prima il contatto visivo: ragazza un po’ pedante, però quando c’era da prendere le decisioni importanti era sempre lei che faceva il primo passo. Lo salutò e si allontanò verso il centro del paese. Gino rimase qualche secondo immobile a guardarla, poi se ne andò dalla parte opposta.

Ginetta abitava molto vicino. Camminava spedita, felice. Con le mani in tasca, le sembrava di stringere un foglio: il foglio dell’appuntamento con Gino. Lo sentiva. Lo tirò fuori. Aprì il pugno. Era vuoto, sorrise. Un appuntamento fantasma. Arrivata di fronte a casa, suonò il campanello. Sorrideva ancora. “Chi è?” chiese la voce decrepita della nonna. “Sono io, apri”. La nonna le aprì insolitamente subito e Ginetta scomparve dietro al portone.

Gino invece doveva prendere l’autobus per tornare a casa e quindi raggiunse la fermata. “Domani alle 4” pensava. “Domani alle 4, domani alle 4, non devo sbagliarmi”. Dovette aspettare un bel po’ prima che arrivasse il B3. Era caldo, ti credo, era il 20 luglio, se non fa caldo il 20 luglio, quando lo fa? Ai lati della strada c’erano le fiammelle di calore, come sempre con quella stagione. Poi, successe una cosa nuova: i pensieri di Gino incominciarono a incasinarsi, le parole nella sua mente si ammucchiarono. “Alle domani 4” pensava. “Domani due più due alle”. Il caldo tramortiva la sua lucidità, cervello e memoria erano finiti chissà dove. Valli a trovare adesso.

Finalmente arrivò l’autobus. Gino salì e si mise a sedere (aveva l’abbonamento). Fin lì ce la poteva fare. Non c’era nessuno. Solo lui, l’autista accaldato e qualche fiammella sparsa qua e là sulle sedie. Le porte si chiusero e l’autobus partì. Le parole gli uscirono dalla testa. Tutte le lettere si sparpagliarono impazzite lungo il corridoio. Gino si alzò incredulo e tentò di raccoglierle ma erano bollenti e scivolose e non riusciva a tenerle in mano. Si stavano sciogliendo per il caldo. Ogni tanto una fiammella gli passava davanti per scendere o cambiare posto: le sedie si stavano liquefacendo e la loro plastica si appiccicava a quella delle lettere. Che vita di merda. Riuscì a raccoglierle tutte e portarsele via in qualche modo.

L’autobus si fermò davanti a casa. Una volta nella sua stanza, buttò tutte le lettere sul tavolo. Passò tutta la sera a cercare di riordinarle. Ma non ci riuscì. Nella sua mente, rinfrescata dal condizionatore, si era ristabilito un discreto ordine. Ma quelle lettere e quel pensiero, ormai usciti dalla testa, rimanevano privi di senso. Le lettere si erano solidificate ma continuavano a non voler dire niente. Passò tutta la notte ad anagrammare. Sapeva che quella frase era importante. C’era una F, o forse una E mozzata, una I, che forse era stata una L. E ce n’erano altre. Non che fossero tante, ma gli sembravano più di quelle che dovevano essere, ed erano monche. Si addormentò all’alba, mentre fuori spuntavano le prime fiammelle. Scomparivano al crepuscolo e ritornavano in città alle prime ore del mattino. Era già un gran caldo.

L’indomani alle 4
Ginetta era appena arrivata alla fontana.
“Gino non c’è ancora” pensò.
Le piaceva arrivare per prima agli appuntamenti. Non in anticipo, per prima. E le piaceva ancora di più arrivare per prima agli appuntamenti con Gino. “Non è difficile” pensò. Guardava gli zampilli dell’acqua, lanciava nella vasca alcune vecchie lire, infilava le mani nell’acqua e si sciacquava la faccia. Le piaceva quella fontana. Lì s’incontrava sempre con Gino. Lì si erano visti per la prima volta: era estate, lui stava facendo il bagno e lei, seduta sullo scalino che gira intorno alla fontana, leggeva un libro. Gino scivolò proprio quando era accanto a lei e la bagnò dalla testa ai piedi. “E svegliati!” gli voleva urlare Ginetta, che all’inizio si arrabbiò, poi scoppiò a ridere. Gino sembrava proprio imbranato.

Di sicuro, era sempre in ritardo. Per passare il tempo, Ginetta guardava le fiammelle che cadevano nell’acqua e si spegnevano, lasciando il niente dopo di sé. Saltavano sul muro e, ignare del pericolo, si tuffavano, friggevano per qualche secondo e scomparivano. “Un po’ di caldo in meno” diceva Ginetta ogni volta che ne moriva una.
In realtà, col tempo le fiammelle erano diventate più furbe e nell’acqua ce ne finivano sempre meno, solo quelle più giovani (quelle gialle). Quelle più anziane (rosse) erano più esperte. Si erano evolute e avevano imparato che a quella fontana non si dovevano neanche avvicinare. Sai mai che qualche infamone gliele buttasse dentro. Cercavano di insegnare come funziona la loro vita grama alle fiammelle gialle ma non tutte ascoltavano e spesso erano incontrollabili. Son ragazzi. E poi dicevano che ogni volta che moriva una fiammella gialla, ne compariva una rossa, da qualche parte, quindi era impossibile salvarsi.

Ginetta si avvicinò a una delle fiammelle rosse, perché vedeva un riflesso strano. La fiammella la guardò un po’ storto ma non si mosse, per sicurezza, spaventata. Ginetta riuscì a vedere il riflesso e quello che conteneva. C’era una piazza e un chiosco e in un cartellone grande c’era scritto Italian Party 100 o una cosa del genere. C’erano tre palchi e sopra ogni palco c’era un certo Johnny Mox in tre versioni diverse: uno che sembrava lui da vecchio che suonava musica mai sentita, uno più giovane che faceva hip hop e un altro che faceva una cosa con dei ragazzi neri. Poi si sentivano le voci di un po’ di boys che dicevano “Ma che caldo fa” e uno di loro, che era proprio Gino, rispose “Tranquilllo, ho il mio cellulare refrigerante” e li spruzzò tutti coprendoli di un morbido velo di gelo. Al che loro se ne andavano in giro dicendo “Ah che bello ci vediamo l’Italian Party al fresco, possiamo girare da un palco all’altro e vedere tutti i gruppi!”.

Le 4 e 10 minuti. Ginetta si allontanò dalla fiammella rossa direi, a dir poco, pensierosa. E cosa sarà questo Party Italian 100? Ma poi, è vero, chissà che fine avrà fatto il cellulare di Gino, perché non lo usa per chiamarmi o mandarmi un messaggio? E cosa ci faceva Gino là? “Appena arriva m’incazzo”. Come al solito. “Io non sono mai arrivata in ritardo a un appuntamento con lui” pensava. Sono sempre io ad aspettare. “Che stronzo”. Ma Gino non lo faceva apposta, ogni volta che avevano un appuntamento, un imprevisto lo faceva tardare. Un imprevisto insormontabile. Cause di forza maggiore. Sempre.
Le 4 e 13. “Questa volta si sarà rovesciata sotto sopra la casa…”. Ginetta si bagnò di nuovo il viso. Faceva un caldo incredibile. Una fiammella morì nello stesso momento in cui infilò le mani nell’acqua. Fissò per qualche istante il vuoto lasciato dal fuoco. Lo fissò attentamente. Mai nessuna fiammella negli anni le aveva rivelato il segreto dell’Italian Party.
Le 4 e 16. Tirò fuori lo smartphone dalla borsetta. Ancora nessun messaggio. Attaccò ad ascoltare questo Johnny Mox su Spotify. Il ritmo di quella canzone, The Long Drape, si sposava perfettamente con quello delle fiammelle che morivano scandendo il passare del tempo.
Le 4 e 21. Sul cd la canzone successiva, nella fontana altre fiammelle morte. Ginetta, molto arrabbiata. Nessuna ipotesi assurdamente realistica le venne in mente e certamente la sua più ricercata fantasia non sarebbe stata all’altezza della fantastica realtà di Gino. Spense il Spotify e rimise lo smartphone nella borsa. La sua rabbia era lì lì per esplodere.
Le 4 e 22. Esplose. Si alzò in piedi, raggiunse due fiammelle rosse che facevano la siesta, le raccolse e le scaraventò nell’acqua. Una mossa felina, non fece neanche in tempo a bruciarsi. Pedante, ma veloce. Una delle due fiamme doveva essere quella che le aveva rivelato la profezia del Party italiano. “Sembrava una cosa bella, speriamo che succeda lo stesso anche se ho ammazzato la fiammella”. Un paio di passanti la fissarono stupiti e lei li bruciò con lo sguardo. Se ne andarono.

Ma che fine aveva fatto Gino? Aveva rinunciato a cercare un senso al pensiero perduto ed era uscito di casa per andare alla fontana, tanto si vedevano sempre lì. E, mentre s’incamminava verso la fermata dell’autobus facendo il numero di Ginetta sul cellulare, era inciampato dentro a una fiammella ed era finito all’Italian Party. Una volta di là, la richiamò. Lei rispose e Gino disse: “Muoio dalla voglia di raccontarti che cosa assurda mi è successa”. Lei, seduta sullo scalino della fontana, chiese:

“Ah si, e cosa, sentiamo?”
“Stavo venendo alla fontana ma sono inciampato in una fiammella, ci sono cascato dentro e adesso sono..”
“Ma vaffanculo.. All’Italian Party 100?”
“Si… come fai a saperlo?”

Ginetta vide all’improvviso un’altra fiammella rossa con il riflesso dell’Italian Party e gli rispose: “Aspé, arrivo”. E si tuffò dentro alla fiammella.

Si ritrovò nella piazza che aveva visto prima, con lo stesso cartellone, solo che notò che c’era scritto Italian Party 100 °C. In effetti faceva caldino e si mise alla ricerca di Gino, che amava tanto ma che soprattutto aveva il suo cellulare refrigerante. Lo trovò, a lei passò subito l’incazzatura, si refrigerarono insieme, videro un sacco di concerti, tipo diciannove, e senza avere caldo. Umbertide? Si si, dovevano essere lì, l’aveva detto uno prima. Si, e a Umbertide non c’erano le fiammelle, e neanche la fontana. Lì c’era la Fiamma Imperatrice, la più rossa di tutte, la più grande di tutte, in fondo alla piazza, inspegnibile, il caldo si spreddava proprio a partire da lei per tutto il Mondo e a Umbertide non c’era possibilità di rinfrescarsi se non con della birra. Per un pelo di arietta fresca bisognava aspettare il calar della sera. Era il cuore del caldo mondiale ma l’Imperatrice aveva una certa età, andava a dormire presto e quando dormiva emanava meno caldo. Per quello le fiammelle scomparivano di notte. Un sistema infallibile, che aveva inventato, brevettato e venduto in tutto il Mondo tanti anni prima, quando era dagli amici Sumeri. Adesso abitava a Umbertide, perché la riportava indietro ai tempi antichi.

Umbertide, una cittadina senza fiammelle (le prime iniziavano a vedersi subito fuori da Umbertide perché l’Imperatrice era un po’ prima donna e voleva dominare la città) e senza la possibilità di abbassare la temperatura uccidendole, ma dove una volta all’anno si organizzava quel Party con concerti a nastro. Qualcuno viveva lì ma la maggior parte della gente era passata come G&G attraverso una fiammella, da città diverse. Per loro era stato un caso, ma gli altri conoscevano questa Festa Italiana e infatti si erano portati dietro i banchetti per vendere dischi, toppe o magliette. E quelli che suonavano erano passati con gli strumenti e tutto. Ci devono essere delle mega fiammelle dalle loro parti. Ma la Fiamma Imperatrice è immortale? O quando morirà verrà sostituita dalla seconda fiamma più grande? O la successione è ereditaria? Ma le fiammelle rosse crescono anche di dimensione? Tutte domande che rimarranno senza risposta.

Con quelle temperature il cellulare refrigerante, per ricaricarsi, aveva bosogno di ore e purtroppo non poteva essere usato per fare la refrigerazione do it your self per gli altri regaz, ma tutti gli invidiosi se ne fecero facilmente una ragione perché fu una grande festa. C’era anche una chiesa-palco e i regaz ogni tanto andavano a rinfrescarsi tra le mura sacre che, si sa, sono sempre più fresche. Fuori dalla chiesa c’era un sit-in di protesta dove si urlava “Facciamoci suonà anche Tunonna nella chiesa!”.
Nel corso della giornata avevano suonato addirittura due gruppi inglesi, i Tellison e gli Olympians; tali Labradors avevano fatto saltare tutti, ma anche gli I Like Allie; in un gruppo chiamato Gazebo Penguins c’era il cantante che si chiamava Capra e a fine concerto aveva una linea del sudore incredibile sulla maglietta*; i più cattivi erano stati i Montana, i Chambers e i Kint, i più matti da far paura i Cayman o qualcosa del genere, di Johnny Mox la Ginetta si era già innamorata; oltre a Tunonna, anche Girless e Dead Poet Society avevano suonato da soli; a Ginetta era piaciuti un sacco i DAGS, a Gino i Suvari; grande successo per gli Afraid; HEXN viaggione; i Futbolìn hanno cantato una canzone che faceva “l’inverno sta arrivando, rigido!” che ha dato un po’ di speranza a tutti. Poi G&G scoprirono che c’era pure una compilation su Spotify.

Verso mezzanotte, quando era il momento di tornarsi a casa, il mantello refrigerante era scomparso, perché oltre a refrigerante era anche permaloso, appena arrivava un po’ di fresco di sera si sentiva inutile e se ne andava. Poi, senza fiammella-porta, come potevano fare a tornare non lo sapevano, dovevano chiedere. Forse bisognava passare attraverso la Fiamma Imperatrice. No, se passi da lì, muori. Nessun problema, tanto avevano sentito dire che c’era una fattoria con piscina convenzionata con l’Italian Party 100 °C e potevano passare una notte fresca lì.

L’indomani
Autostop.


“Tutti volere supporter pack di Italian Party 2018
(cit. Orso Grigio)

* ma i Gazebo Penguins purtroppo hanno annullato la data.

Vivere in campagna. Malkmus and his Jicks: Sparkle Hard

Sporty
Le nuotate alla piscina comunale di sera dopo i compiti erano sempre una palla, ma alla fine ero contento. Arrivavo là che non ne avevo mezza e uscivo sfasciato, di quella stanchezza bella però, come si dice, perché sei soddisfatto e pensi che sia utile. Il mio stile preferito era la rana ma nessuno dei simpatici istruttori che ho avuto nel corso del tempo mi ha mai permesso di farne tanta: avevo bisogno di allargare le spalle, non di stringerle, e la rana ti fa chiudere a guscio. La mia cassa toracica era stretta come quella di un ciclista, “ma non sei un ciclista, ah ah!”, mi ha detto una volta un istruttore, facendomi veramente sbellicare di risate. Anche lo stile libero ni. Dovevo fare il dorso o il delfino. Che palle.

Però nuotare mi piaceva, perché ero sicuro che fosse un modo per migliorare quella forma fisica di cui non andavo mica tanto fiero. Momento minimo della mia autostima fisica: il dottore alla visita medica militare che vedendomi nudo nato urla: “Attenzione, arriva Schwarzenegger!”.

In piscina con me veniva Rigi. Poi c’era Zigartina, uno del liceo. Lo avevamo chiamato così perché dopo 50 vasche io e Rigi andavamo a prendere un ovino kinder, lui si fumava una bella sigaretta a polmone aperto. Spesso ci portava e veniva a prendere mio nonno, che a volte rimaneva in gradinata a guardarci. Se durante la lezione sentivamo “Vai Giacomo!”, o anche “Dai Rigi” (per par condicio, è sempre stato un po’ democristiano) allora voleva dire che era rimasto. Una volta ha urlato anche “Vai Zigartina!”.

Il 24 novembre 1992 in piscina non c’erano né Rigi né Zigartina e mi aveva accompagnato mia mamma. Aveva portato anche mio fratello proprio lì di fronte, al Carisport. Suonavano i Sonic Youth, e di spalla i Pavement. Anch’io volevo un sacco andare ma mi fu proibito, perché era meglio non saltare nuoto. Una storia veramente triste. La lezione fu stancante e soddisfacente come le altre volte ma mi beccai una sgridata dall’istruttrice (la Paola) perché non l’avevo ascoltata e avevo fatto troppa rana. Il mio spirito ribelle contro le regole dei genitori si manifestava contro le regole dell’istruttrice. Inutile sottolineare l’inutilità del gesto. Mio babbo lavorava sempre fino a tardi e quella sera mia mamma fece tre avanti e indietro da casa. Il terzo fu per andare a ri-prendere mio fratello e io saltai in macchina, solo per vedere la sua faccia all’uscita dal concerto. Mi ricordo che aveva il Barbour. E che era molto gasato. Io invece ero l’uomo rana…

Garage
Anni dopo la piscina, io e altri miei amici regaz avevamo l’abitudine d’incontrarci nel garage di Giordano, al sabato nel pre-serata. Parlavamo di massimi sistemi, bevevamo un paio di bicchieri di sangiovese, passavamo ore a decidere cosa fare e intanto ascoltavamo un po’ di musica. Ma non poltrivamo solo così miseramente, andavamo anche a un sacco ai concerti insieme. Oggi quel modo di andare ai concerti è solo un ricordo, per farlo succedere ancora bisogna che venga giù il Signore. Adesso mettiamo lo stesso entusiasmo, non so, per andare a fare una camminata in montagna. I tempi cambiano, i legami rimangono ma si crea una distanza maggiore. Quando ci si vede è tutto uno stare benone ma, comunque, non si va ai concerti insieme. Tanto meno ci si becca al sabato sera nel garage di Giordano ad ascoltare Wowee Zowee. I Pavement sono stati tra i king indiscussi di quel periodo. Momenti che segnano.

Cavalli
Molta di quella vita, di 20 anni fa, l’abbiamo solo vissuta, è rimasta inesaminata e ha bisogno di essere compresa. Quello che succedeva, succedeva e basta, con una specie di assenza di coscienza che rendeva belle le cose proprio perché erano immediate, spontanee. Non era proprio assenza di coscienza, piuttosto assenza di indecisioni o di analisi delle possibili alternative. Ai tempi Stephen Malkmus era il cantante dei Pavement, che erano ancora in attività. Poi si sono sciolti e Malkmus ha iniziato la carriera solista, per lo più coi The Jicks, che continua tuttora. All’inizio, viveva la musica e il gruppo da dentro, c’era dentro fino al collo proprio. Adesso, a quello sguardo, ne ha aggiunto un altro, dall’esterno, per esaminare quello che ha fatto e continuare a farlo approfondendo e sviscerando quello che gli piace, che è poi il suo mestiere. Sono passati anni ma Malkmus è ancora lì a fare quella musica, sognando. Lo stile è lo stesso ma lo fa con questo atteggiamento nuovo, diverso. E io lo ascolto ancora perché c’è ancora molto da scoprire. È un maestro, non è un bambino, e con Sparkle Hard, il suo ultimo disco, ha cambiato la sostanza del proprio sguardo.

E per cambiare la sostanza, ha cambiato anche la forma, cioè modo di suonare la chitarra. Niente più aggressività ma solo super relax, limbo, la vita in una fattoria con i cavalli. La melodia prevale sulle svise di chitarre psyco seventy. Ed è questo il modo in cui è arrivato alla tenera età di 52: piuttosto sereno direi. Questo è il suo modo di vedere le cose da fuori. Continua a lavorare il cuore della questione e rallenta tutto quello che c’è attorno. È una sospensione che lo aiuta a osservare meglio. Non fare più tante svise significa non essere più completamente travolto dalla musica e dalla scrittura, controllarle di più. Anche solo rispetto all’album precedente, questo cambiamento è chiaro. Malkmus e i Jicks hanno scritto Sparkle Hard cercando di guardare il passato dal presente e il presente dal presente.

Ha senso? O è sensato solo uno sguardo dal presente al futuro? La musica come le altre arti deve contribuire allo sviluppo della mente umana. Quindi bisogna cercare il futuro, perché servono sempre input nuovi e bisogna progredire. Una parte dei musicisti in attività ha questo ruolo. È normale che altri musicisti sentano invece ancora la necessità di esprimersi con modalità simili a quelle usate in passato: accanto a chi stimola con cose nuove, c’è chi ha il compito di rassicurare. All’ascoltatore la facoltà di scegliere. È normale che convivano questi e quegli artisti, questi e quei fruitori. Però non è che chi continua a fare le stesse cose debba per forza lacrimare nostalgia. La sincerità nell’arte è sopravvalutata, perché forzare se stessi può portare a superare i propri limiti e quindi potenzialmente a risultati eccellenti. Questo non toglie che proseguire un discorso iniziato in passato sia un ottimo punto di partenza se è quello che si vuole. Se ti muovi dentro al passato cercando punti di vista nuovi può diventare interessante.

“Even if it’s risky and it can really turn bad, no doubt!” (cit. Malkmus nel link sopra). A fare dischi simili a quelli prima ci si prende un rischio, perché potrebbero non piacere più a nessuno o, più realisticamente, solo a quelli della tua età. Potrebbe essere deprimente, dice Malkmus. Suona come se fosse la sua ultima occasione e il suo ultimo tentativo. Io non lo so se lo sarà, ma Sparkle Hard è un disco esaltante. Malkmus è stato in grado di tenere alto il livello delle sue uscite per tutti questi anni e adesso ci fa anche vedere come si fa a non cadere nell’imitazione di se stessi. Arrivarci così, alla tua età. It’s time to shake your ass Stephen, again.

Passo e chiudo
Ma perché vi ho raccontato tutto questo? Me lo stavo chiedendo anch’io, quando all’improvviso ho scoperto la risposta. Non mandarmi al concerto fu per il mio bene, e questo lo apprezzo. Però. Adesso, da un lato, sono ancora rachitico come quando mi sgridavano perchè facevo troppa rana. Dall’altro, la prima volta che ho sentito i Pavement, poco prima del loro concerto al Carisp, all’improvviso sono diventati quello che mi era sempre mancato: sono cose che succedono, prima pensi di vivere bene poi conosci una cosa nuova e ti chiedi come hai fatto a stare senza (più o meno così è andata quando ho scoperto il caffè). Da quella volta, prima o poi un disco di/con Stephen Malkmus è sempre arrivato, continua ad arrivare sempre e io continuo ad aspettarlo ogni volt a. Penso: se tutta la mia vita andasse a rotoli, potrei andare a vivere su un’isola deserta. Ma, metti caso che là il wi-fi non funzioni, poi mi perdo il prossimo disco di Malkmus. No?

Detto tutto questo adesso ditemi: mi è servito di più il nuoto o Stephen Malkmus?

Tentativo di riflessione sul fatto che tutti danno addosso a Young Signorino e agli immigrati

Il 25 maggio Young Signorino era ospite da Chiambretti a Matrix. È stato una specie di processo con più giudici che entravano in scena più o meno uno alla volta, più o meno all’improvviso, e dicevano la propria. Opinion time, ritmo serrato, senza tregua. Le domande le faceva Chiambretti, che moderava, con meno arroganza gerarchica di un Mentana o un Giletti ma la simpatia è comunque un’altra cosa.

Quando è arrivato sul palco, ad aspettare YS c’era Orietta Berti, che è completamente sui coppi, e infatti tra i due c’era intesa. Lo sapete, no: YS si spaccia come il figlio di Satana. Ecco, a questo proposito, la prima giudice a entrare è stata un’arcidiacona, moglie e madre, simbolo di quanto sia avanti la Chiesa in Italia, dice Chiambretti. Non così avanti da ammettere l’esistenza di Satana però: non ci sono prove! diceva la donna, è tutto marketing! Argomentazione arguta e necessaria. A cui YS ha risposto senza problemi: sono il figlio di Satana, è vero e basta. La storia è che, dopo essere stato ricoverato per overdose di psicofarmaci, YS si è risvegliato così, figlio di Satana.

Poi è arrivato Crepet, che sembrava Feltri in collegamento al venerdi pomeriggio alla Zanzara. Vestito come un cummenna fuori per la gita della domenica. A un certo punto YS ha risposto a una domanda dicendo “sono un artista” e Crepet ha risposto:
Lo vedremo
Lo vedremo
Lo vedremo Lo vedremo Lo vedremo Lo vedremo18
Giovanotto!

Prima, Crepet si era espresso in modo confusionale. Pro? Contro? È stato situazionista, si è acceso o si è svaccato a seconda di quello che diceva YS e se trovava interessanti o meno gli input di Chiambretti. Poi ci sono state le altre tre donne che hanno appoggiato YS, oltre a Orietta B. In collegamento via etere, speculare a Crepet ma più maestrina, c’era una psicologa. La sua tesi è quella dei critici musicali più illuminati (quindi anche la mia..): è giusto che ai giovani piaccia e ai vecchi non piaccia YS, esattamente come ai nostri vecchi non piaceva quello che piaceva a noi quando eravamo giovani.

YS annuiva. Per il resto, rispondeva a cazzo alle domande che non gli interessavano, più deciso a quelle che gli interessavano. DJ Aniceto gli ha detto che su internet si fa successo con la “cacca” e che con la sua musica spinge i giovani a drogarsi. E YS ha risposto “Perché la gente non si drogava prima che esistessi io vero?”. Aniceto, steso, ha ribattuto ma è stato inutile, gli applausi ne coprono la voce, la platea, questa e altre volte nel corso della trasmissione, era dalla parte di YS.

Torno indietro di quasi due anni. Bello Figo GU ospite da Belpietro è il precedente di questa puntata di Matrix. Preso di mira da tutti i presenti, trattato come uno scarto umano da gente di elevatissimo spessore come Alessandra Mussolini, Bello Figo si difese benissimo. Chiambretti però ha fatto un passo in avanti: ha fatto in modo che alcuni si schierassero a favore, per poter rivendicare un vago equilibrio e un’analisi super partes, ha detto al pubblico di applaudire molto anche YS, ma il processo era comunque in atto. I pareri sono come i coglioni, diceva Clint Eastwood nel suo solito modo così onnicomprensivo e poco sessista di descrivere l’essere umano: ognuno ha i propri. Però, gli ospiti avevano la presunzione di possedere la verità e di voler insegnarla, sia che la loro opinione fosse positiva sia che fosse negativa, ironica, o no, così ironica da non capire se fosse ironica o meno. Fai musica, dici cose, fumi nei video e ti esponi alle critiche, è normale. Ma questa cosa, di fronte a un artista nuovo, di fare quelli che ne hanno viste tante e di trasformare l’età dei vecchi in uno strumento di condanna e quella dei giovani in un motivo di vergogna, è totalmente inutile. Perché tanto, lui si becca lo stesso le visualizzazioni su YouTube, entra nella vita di tuo figlio e la influenza, anche solo per la durata di un flame intenso, ma comunque raggiunge il suo (o di chi ci sta dietro) scopo. Mettere a processo o infamare le cose nuove perché non le si capisce (Federico Sardo su Sfera Abbasta) non serve a fermarle, per fortuna. Piaccia o non piaccia la musica di YS, sia o non sia un fuoco di paglia, è il presente, che si inserisce in un momento storico in cui l’hip hop e i derivati spopolano anche in Italia e sono un ponte verso la musica del futuro e verso la comprensione dei più giovani, credo.

Insomma, è giunta l’ora di far votare la giuria. Condanna o no? Un attimo che conto i voti (Chiambretti ovviamente contro):

Hanno votato NO:
Chiambretti appunto secondo me,
la ragazza prete,
il DJ.

È un SI per:
la psicologa collegata,
le due tipe a bordo palco,
Orietta B. (mia mamma dice: “Stai malissimo coi capelli così corti”, mia nonna diceva: “Perché ti sei tagliato i capelli, hai dei ricci così belli..”. Orietta è come una nonna e non poteva che prendere YS sotto la sua covata con quella dolcezza lì, commento al nuovo taglio di capelli compreso).

Non s’è capito:
Crepet.

4 a 3 e un boh. Platea inaffidabile. (C’era anche Alda D’eusanio, ha fatto la battuta del cazzo su YS poi ha parlato d’altro). Ma la vittoria non conta tanto. Chiambretti fa queste puntate di Matrix (non molto tempo fa, c’è stato Sfera Ebbasta, che non è stato trattato come YS ma il tono era sempre delegittimante) per compiacere quelli spaventati dalla novità perché è completamente diversa dalla tradizione in cui sono cresciuti. I mostri sono loro, oltre a Chiambretti e ai giudici della trasmissione.

LORO 3, un film di Chiambretti.

Anche rispetto Sfera Ebbasta, l’attacco ha fatto un passo in avanti. Sfera Ebbasta è stato oggetto di critiche superficiali, che non riconoscevano in lui una profondità, un riflesso dei giovani di adesso, perché non la cercavano neanche e si limitavano a commentare non la musica ma solo l’aspetto. Con YS, Chiambretti ha portato la critica dei social in televisione, restringendo il target e insistendo su quella parte di pubblico che guarda la sua TV: i genitori di 45-50, a cui bisogna far presente bene che il figlio ha gusti pericolosi, e quelli che sono diventati abbastanza adulti da poter fare la parte dello zio. E l’ha studiata in modo che sembrasse una discussione super partes, tentando così di renderla interessante.

Guardate l’espressione di YS mentre la finta Orietta Berti coverizza una sua canzone. Visto che lo sguardo è coperto dagli occhiali da sole, la bocca parla da sola: è tra il non sto capendo bene, cosa vogliono questi e il chi se ne frega di quel che pensano. È l’atteggiamento giusto. Tutto quello a cui ha risposto con sufficienza meritava sufficienza e tutto quello a cui non ha prestato attenzione, magari guardando il cellulare (cosa che ha suscitato perculo), non la meritava.

A Padova il 30 maggio, a un concerto fatto pochi giorni dopo Chiambretti, YS ha reagito peggio alla folla e alla gente. A Cesena, il 2 giugno, è andata un po’ meglio, anche se l’impianto non ha funzionato bene e il concerto è durato un quarto d’ora, mi dicono. Le cose potrebbero migliorare, oppure no. Il sindaco di Bassano ha vietato il concerto di Young Signorino, perché è una “presenza inopportuna”dopo le polemiche culminate con la richiesta dell’assessore regionale all’Istruzione di ritirare il patrocinio del Comune alla manifestazione. YS era finito sotto accusa per le sue canzoni diseducative. Ha detto il sindaco: “Abbiamo pensato a un evento di vasta portata che potesse offrire al target adolescenziale e giovanile un’opportunità di aggregazione, di cultura e di espressione artistica. Young Signorino appare quasi esclusivamente come fenomeno mediatico, più che artistico, e di provocazione artificiosa e calcolata, più che di genuina trasgressione o contestazione giovanile”. Nella puntata del suo programma del 7 giugno, Fiorello ha letto il testo di La Danza dell’Ambulanza e poi, naturalmente ironicamente, ha commentato: “Perché vietare i suoi concerti?”.

Insomma ce la prendiamo con chi ci ruba quello che ci appartiene. Young Signorino ci sottrae il controllo dei figli, come se prima di lui (o prima di internet) l’avessimo avuto. Vi ricordate Chunk dei Goonies, quella scena in cui racconta tutto, ma proprio tutto alla banda Fratelli? Potremmo raccontare un sacco di cose che abbiamo fatto da giovani al di fuori del controllo dei nostri genitori. E non mi pare che ci fosse già internet, o YS.

Gli immigrati invece ci rubano il lavoro. La paura del diverso è alimentata sia da Salvini sia dalla televisione, in trasmissioni come quella di Chiambretti. In questo caso l’ironia, sempre salutata come una cosa positiva, diventa un modo per mascherare e rendere apparentemente più innocuo e accettabile un tentativo di emarginare. Il finto sostegno a YS da parte di alcuni ospiti è parte integrante della struttura della trasmissione, realizzata per far sembrare strano e pericoloso quello che è diverso dalla tranquilla normalità su cui vorremmo il totale controllo. A Matrix non hanno parlato di musica, neanche superficialmente. La puntata è stata scritta per colpire un bersaglio con uno stile e una struttura decisi a tavolino, precisi ed efficaci, assecondando una paura che esiste già ma che va alimentata, per darci la sicurezza che esista un ordine che agisce per noi e argina il problema. Nel caso di YS ci s’inventa il pericolo a cui sarebbero esposti i figli, trovando terreno fertile per la paura nella proposta di avversione al nemico scelto.

Nel caso degli immigrati ci s’inventa un quadro di pericolo verso tutta la società, ingigantendo e parlando solo episodi negativi, raccontando balle sul fatto che l’Italia è stata lasciata sola dall’Europa, inventandosi un’invasione di africani. Che ci rubano il lavorano, ci stuprano le figlie, ci sparano, mettono a rischio la nostra religione eccetera. Immigrati e YS: i livelli a cui s’interviene sono diversi (uno famigliare, l’altro sociale) ma toccano entrambi le corde più sensibili e hanno lo stesso scopo: innescare la bomba della paura nei confronti di qualcosa di diverso che sconvolge un ordine prestabilito. Quello nei confronti degli immigrati è razzismo, disprezzo e sfruttamento dei propri privilegi, senza nemmeno pensare a una vera strategia per l’integrazione, fondamentale per costruire una società più equa in cui gli immigrati non vivono più in condizioni di isolamento e non sono più spinti a delinquere per essere poi offesi e umiliati a parole e nei fatti.

Nel caso di YS non è razzismo ma paura di una novità che tocca e usa tasti sensibili, cose che sono sempre state motivo di incomprensione tra genitori e figli, perché piacciono ai ragazzi (la droga, i tatuaggi, lo smartphone), sono un modo per esprimere diversità, insoddisfazione, se stessi (l’aspetto fisico, il modo di vestire) oppure un rifugio di sicurezza per i genitori (la religione). La religione è denominatore comune, sempre presente quando si parla di paure, e infatti Chiambretti ci costruisce sopra la gag più pungente di tutte per concentrare l’attenzione sull’argomento. Visto che agli immigrati si contesta di avere i telefonini e di cercare il wi-fi, è chiaro che anche lo smartphone è un elemento che spaventa spesso e molto. La soluzione proposta è comunque l’umiliazione: il pubblico ludibrio per YS, lasciarli in mezzo al mare a morire per gli immigrati. Problematiche con implicazioni e di dimensioni diverse, ma affrontate a partire dallo stesso principio di avversione alla novità e alla diversità. Gonfiate da chi dovrebbe farci ragionare e invece agisce in modo becero: la TV fatta in quel modo, che asseconda le paure per trovare consenso e far crescere gli ascolti, e i politici che non fanno politica ma solo strategia per prendere più voti. Argomenti di dimensioni diverse. Mezzi diversi, stesso meccanismo, stessi risultati: paura e chiusura, in nome della sicurezza, e senza minimamente pensare alle esigenze reali del presente e del futuro, della società e dei ventenni di adesso.

L’atteggiamento razzista e offensivo che si sta diffondendo è tutto sbagliato. Anche perché Salvini cresce nei sondaggi in tutte le fasce d’età e YS si becca le infamate (a prescindere da una critica della musica) anche dai più giovani. Motivo? “Sembra scemo”. Non sono solo i genitori ad avere questo tipo di atteggiamento. E questo, secondo me, è preoccupante.

Avevo iniziato a scrivere questo post a fine maggio, poi ho avuto un sacco di dubbi, poi ho deciso di finirlo, un po’ perché Salvini ha iniziato a fare lo stronzo di brutto, ma anche perché mi ha fatto venire voglia Polaroid, con questo invito. Un altro articolo utile è questo.

“Qui c’è il wi-fi?”
(YS da Chiambretti)

Aiuto non ho il titolo ma è sul concerto di FLOHIO

Penultimo live del Beaches Brew: Flohio e il suo DJ. Lui è schizzato fuori per primo dalle quinte, con gli occhiali da sole, una t-shirt nera e calzoni corti militari. Abbastanza tamarro. Lei è arrivata sotto alla tettoia che sorrideva e che io neanche me ne sono accorto. Cioè, è entrato prima il suo sorriso poi lei. Ha iniziato a rappare subito, tre secondi dopo. Piano piano ha iniziato anche a ballare. Il suo modo di muoversi era sempre in crescendo: all’inizio della canzone era easy, poi diventava una specie di ragno che salta, un po’ sgraziata ma attraente, nel senso che guardarla era bello. Più il concerto proseguiva più mi rendevo conto che l’ingrandirsi del suo sorriso era direttamente proporzionale all’incattivirsi del suo flow. Cattivissimo flow e grandissimo sorriso hanno cortocircuitato con Watch Out, un climax che io pensavo fosse già arrivato con la canzone precedente, per dire com’è cresciuta la tracklist. A sinistra del palco c’era un orologio, con il conto alla rovescia dei minuti che mancavano alla conclusione. Ingombrante, stimolante, portava sempre più vicina la fine ma trascinava sempre più in alto gli ormoni dei bassi, che sono quelli che ti si piantano nello stomaco durante un concerto e fanno l’effetto di una pizza fatta lievitare troppo velocemente. Crescono. Il concerto di Flohio in effetti è stato così. Il modo in cui è uscita dal retro del palco e ha iniziato a sparare le rime subito, all’improvviso, ha avuto quell’effetto lì. Prima di vederla nel programma del festival non sapevo chi fosse, poi è spuntata sul palco e ha fatto un macello, in senso positivo. Come la pizza fatta lievitare poco, cotta e mangiata, magari lì per lì è buonissima, poi ti si pianta e non sai che fare per uscirne. Non per forza la cosa è negativa, perché quel senso di pienezza è piacevole, ti manda in un super relax da sballo. Ma ti manda anche in super sbattimento perché ti passa faticosamente. In questi giorni ho ascoltato a ripetizione Flohio, quello che si trova mi piace ma ha qualcosa che non arrivo a capire, che mi spinge a riascoltare, e non so che fare per uscirne. Solo riascoltare. È frustrante, ma anche appagante, come quando mangi una pizza lievitata poco, appunto. Una cosa che ho notato ascoltando la roba in streaming è che è tutto diverso dal live, più contenuto nelle distorsioni dei suoni e nella carica propulsiva. Il live è stato propulsivissimo. Il DJ a un certo punto si è tolto la maglietta, è scappato dalla prigione della consolle, è piombato sul fronte del palco e ne ha riempito tutti gli spazi vuoti coi muscoli. Poi è salito sulla transenna, di fronte a me, per fare Watch Out. E lì, da che pompava con le braccia e urlava nel microfono, sembrava stesse gonfiando una mega camera d’aria. Il pubblico era sul pezzo, trascinato completamente da quella macchina da bassi. Watch Out con quel muro davanti era una contraddizione in termini: non vedevo niente. Dietro di me, dal pogo dei giovani (=senza paura), a un certo punto ho sentito arrivare un’onda: due ragazze che volevano a tutti i costi attaccarsi alla transenna. Ho perso il contatto con la prima linea, smadonnato, mi sono sistemato a ruota col broncio ma ho raggiunto una visuale migliore, devo ammetterlo. Una delle due ragazze era particolarmente carica, credo sbronza. Watch Out stava già montando da un po’, aveva già spinto sul pedale della ripetitività, era già al quindicesimo ritornello identico ai primi 14, quando la ragazza carica non c’ha più visto e ha cominciato ad accarezzare il petto e pure il pacco del DJ, che ha continuato a fare il suo lavoro, freddo come un mega amplificatore d’acciaio. Mentre lui tirava all’inverosimile la muscolatura e lei gli piantava le unghie nell’addome, Flohio era dall’altra parte della transenna e dirigeva tutta l’orchestra: uno dei migliori scorci del Beaches Brew di sempre: portava il microfono alla bocca, vomitava qualche parola perfetta, allontanava il microfono, sorrideva. E daccapo. Aveva tutto sotto controllo, anche la vampira alla transenna. Con le basi sui denti, la versione dal vivo di Watch Out ha goduto di tutto questo ed è uscita fuori diversissima da quella che si ascolta su Youtube, o Spotify. Flohio rappa sempre in modo regolare e ripetitivo ma in bilico tra il perdere il tempo e tenerlo, perché arriva a dire mille parole in un nanosecondo. Le comprime. È sempre un po’ disturbante nei suoni che sceglie, per niente scontata nei ritmi e nelle basi. Ma dal vivo è stata molto più rough, aiutata anche dal DJ che ha fatto un gran lavoro dietro alla consolle, ma anche davanti.

Io intanto mi distruggevo le Vans. Ho dato due lippe nella transenna (dolore sempre vivo). Due, non di più, ma ben assestate, e la plastica davanti ha ceduto. Quando Flohio (che non si dice floyo ma fl-ohio, come l’Ohio, anche se lei è nigeriana, trasferita a Londra) ha detto “Abbiamo ancora 4 minuti” guardando l’orologione, anche i più giovani e sfrittellati dal pogo hanno trovato il fiato per protestare perché mancava troppo poco. Flohio è una da spezzare le gambe anche ai giovani, una che arriva sul palco come un lampo e amalgama in un attimo la forza fisica arrogante di un omone grandissimo alla propria, che è esile e travolgente. Lui ci mette il grugno, lei il controllo e il sorriso. Due Master of Ceremony all’attacco sotto rete e la folla è montata come si deve e più incline alla violenza. Tutti i ragazzi erano ai loro piedi come in un rito di Kalima (io non li avevo più, i piedi, ma per il resto ero come i ragazzi, da osservatore). Ancora giovani che hanno voglia di farsi male ai concerti. Bene.

Io, dopo, come molti altri, mi sono mosso in direzione palco sulla spiaggia, per vedere Jlin, celebrale, una sorpresa continua, immobile, anche perché è imballabile. Rispetto a Flohio, l’opposto. Comunque, alla fine del set di Flohio, la vampira e il DJ si sono abbracciati. Violence, but also love.

Ma da quant’è che adori il male assoluto? Big Cream, Rust

Big Cream.
Un nome che ti fa venire voglia di sbrucolarti nel gelato, in una vasca grande come quella nuvola spumosissima che hai visto ieri. È un’immagine poetica, troppo. Quindi meglio farsi venire in mente subito un’altra cosa. Le caramelle. Quelle di gelatina, con lo zucchero sopra, anche loro sono cremose. Le migliori sono le Leone (dal 1857). Pucciolotte che ogni volta che ne vedo una la contemplo pensando la mangio o non la mangio? È più bella, più gustosa, ma dentro è malvagia e nasconde un’ombra scura più di tutte le altre caramelle del mondo: l’iperglicemia. Per questo, è praticamente irresistibile: il fascino del male.

Cummenna avvocato del diavolo
Quando ho scoperto di adorare il male assoluto? Più o meno alle medie, quando tutto quello che mi piaceva era considerato inferiore, spazzatura, dai miei compagnucci. L’apice lo si raggiunse all’università, quando un ingegnere del cazzo amico di un mio compagno di appartamento mi chiamava sempre “altevnativo” (aveva la r moscia da cummenna) e lo diceva guardandomi con lo stesso disprezzo e la stessa rabbia con cui si guarda una roba proprio così diversa da non poterla accettare, come se fosse il male assoluto. In quel periodo ho scoperto che mi piace il male.

No way out
Fortuna che qualche amico con i miei stessi gusti l’avevo. Per un po’ di tempo, ho trascorso periodi sereni adorando il male, compravo dischi, andavo ai concerti, ne parlavo con i miei fviends. Poi un momento di oblìo, in cui iniziamo a diventare grandi, a nessuno pare freghi più un cazzo di quella musica, eccetera. Lo accetti di buon grado, ognuno fa le proprie scelte, respect, tanto che ci caschi anche tu. Per fortuna per un poco tempo. Dopodiché, più avanti, arriva il revival anni ’90 e tutti inziano a imitare, ascoltare, vestirsi come la musica del decennio in cui eri altevnativo. Che quindi è musica vecchia. Come ci sono i revival anni 60, 70 e 80, arrivano quelli dei 90, è giunto il momento, sono passati i vent’anni che servono per ‘ste cose. Sei fottuto. Sei come tuo zio che 20 anni fa ti menava la uallara coi Rolling miglior gruppo dell’universo, “altro che la roba che esce adesso”. Perché nel frattempo è uscita altra roba, gli stili si sono evoluti, ora sono altre le cose che piacciono ai giovani. C’è l’elettronica che ha fatto passi da gigante, e l’hip hop pure. La musica che ti piaceva una volta e ti piace ancora è roba da vecchi, ad alcuni piace, si, ma per altri è da buttare nel cestino e dimenticare, è ciò che non ti permette evolvere, è il male. E ci risiamo.

Tu che sei diverso
Poi invece è curioso che alcuni gruppi giovani siano così ingarriti con quella musica che si mettano a farla. È diverso da quello che era successo con l’hard rock o con la musica degli anni 60, per dire, almeno nella mia zona. Abito nella Valle del Rubicone, il posto in cui la maggior parte dei giovani ascolta cose cinghione tipo Creedence Clearwater Revival, Jethro Tull, Van Der Graaf Generator o anche non riccardone ma che riescono a esserlo lo stesso, tipo i Doors eccetera. C’è stato un periodo, negli anni 90 e anche nei 2000 in cui c’erano un sacco di cover band di quella roba. O comunque la gente che suonava la faceva smenando un casino sulla tecnica. Non ho mai condiviso l’amore per la stra-tecnica, mi toglie proprio tutta la poesia. Performing (e un album a scelta tra The Wall, Aqualung o L.A. Woman o non so che altro) in its enterity campeggiava in eterno sulle locandive. Quei ragazzi che lo facevano provavano un gusto incredibile nel replicare alla perfezione quei modelli, forse perché essendo i modelli grandi méntori della tecnica ti facevano sentire un po’ come a scuola, loro sulla cattedra, tu sotto. I ragazzi che adesso fanno l’indie rock (fuori dalla mia Valle) hanno dei modelli ma non li replicano, è difficile trovare una cover band dei Dinosaur Jr o dei Silkorm o dei Nirvana. Se scherzi su J Mascis con loro hai le stesse probabilità di essere preso a calci che se scherzi su Jim Morrison con gli altri regaz della Valle del Rubicone, ma l’atteggiamento strumenti alla mano è diverso. C’è più fantasia e personalità. Niente è stucchevole, in adorazione, c’è forza di volontà nel superare il mood fotocopiatrice. No vintage approach.

Ci stanno dentro
Mt. Zuma, per esempio, sono un gruppo i cui riferimenti sono chiari e dichiarati ma non ricalcati. La stessa cosa vale per i Big Cream, che tra l’altro hanno fatto uscire il 18 maggio il nuovo disco, Rust. Un altro tassello a favore della loro personalità e della non-copia-incollatura delle canzoni, è il fatto che in questo disco abbiano modificato il loro suono. Io vedo ancora in giro gente sul palco vestita con i calzoni di pitone che urla Light My Fire in un microfono qui da noi eh, e quindi sarò particolarmente sfortunato, ma i Big Cream hanno rimaneggiato la formazione (il vecchio chitarrista se n’è andato e l’ex batterista è diventato chitarrista, con un tiro da paura tra l’altro) e questo li ha spinti ad abbandonare quel velo di shoegaze (ma proprio un velino eh) che avevano, ad allontanarsi dai vecchi ascolti (emo) e a buttarsi senza paracadute su Dinosaur Jr, Silkworm eccetera. Non si sono accontentati di questo però. Come non sentire quel suono più in-uterino che prima non c’era. Via i pensieri, vendicano l’indie rock da tutte le discussioni, i pippoloni sulla retromania e sulla necessità di liberarsene. Non c’è bisogno di libersene, è divertente. Poi io a casa per i cazzi miei mi posso pure ascoltare Jlin. Freedom. Ma lasciamoci anche andare all’automazione, troviamo quello che di robotico c’è in noi, meccanizziamoci, usiamo la coazione a ripetere nella vita, riprendiamo il passato e rimettiamolo sul piatto (però non come fanno i fricchettoni). Che parta la riconciliazione con l’indie rock più sfacciato e più soddisfacente, ci sono gruppi che lo fanno anche adesso e gli stanno dando nuova linfa vitale. La nostra automazione è la loro creatività.

E scopriamo anche il fascino dell’ascoltare questi pezzi di passato dentro a questo flusso digitale di informazioni che una volta non esisteva ma che adesso regna, detto anche streaming. Due epoche che s’incontrano nel mondo che amiamo a dismisura, che frequentiamo ogni giorno (il UEB), e stanno bene insieme. Dev’essere un segno del destino. Sono così perfette insieme che non lo si può ignorare, e non posso ignorare una e neanche l’altra. Abbandoniamoci alla fusione. Godiamoci questi pezzi di passato mai terminato schizzati dentro all’UEB, che continua e continuerà ad essere il nostro futuro, interpretati dai giovani che ci stanno dentro, rotoliamoci dentro alla crema e godiamoci il corto circuito. I Big Cream sono così dentro al mondo e al tempo che hanno fatto uscire il disco in cassettina e anche su spotify, perché appartengono a entrambe le epoche e le fanno convivere. Sono come viaggiatori del tempo che fanno la musica, la congelano, la portano con sé nel viaggio nel passato, la risuonano, la ricongelano, la riportano nel presente, riscontrano qualche differenza di device, la riadattano e si riparte. Solo quando tutto è deciso, il disco è pronto: Rust. L’astronave della copertina è la loro DeLorean.

Pogability
Rust è potente, sin dall’inizio. È un’energia dentro al passato ma anche fuori. Non c’è altra canzone con cui si possa immaginare meglio un pogo di Cannon Fuse. Un po’ meno gancio ce l’ha Ruins, ma rimane sempre alto il livello della pogabilità. Poi, con Desert Evening, una canzone di Neil Young con lo scazzo sfacciato e provocatorio del solito Cobain, precipitiamo al livello zero. È una bellissima e depressiva canzone con un vago retrogusto di Alice in Chains. Sembra che i Big Cream siano caduti nella noia della provincia americana e abbiano trovato il canale giusto per tirarla fuori. Ma loro sono di Zola Predosa: la testimonianza del fatto che tutto il mondo è paese. Qual è la storia di questi tre ragazzi? Vivono vite più o meno serene, almeno credo, ma trovano il modo di cacciare delle note così ad altissimo tasso di pessimismo e fastidio, a testimonianza del fatto che non è come vivi ma come la vivi. White Witch un po’ si riprende, le due chitarre qui si divertono più del solito. Rust è un disco in cui di intrecci belli tra basso e chitarre ce ne sono. Se li vedrete dal vivo, noterete in particolare quanto ci dà il chitarrista. La pogabilità torna elevatissima con Peanuts, che è una di quelle canzoni in cui all’inizio ti vedi già col dito alzato sotto al palco, e improvvisamente sei capovolto, hai i piedi in su. Poi, torna la lentezza di Desert Evening. In questo senso, in Rust ci sono passaggi che non prevedesti neanche col siero del futuro. Peanuts risale la china gradualmente e alla fine ti trovi ancora coi piedi in aria. Non poteva mancare la ballata in stile finta-ballata, Hawaiian Snow: facciamo una pausa ma non troppo, han detto. Qui il basso con la sua lentezza infinita sbranca tutto proprio come quando registravi le tue canzoni in cantina tempi fa. Si chiama Stile. Quanto avremmo immaginato che potesse venire fuori dal batterista un campanaccio? Zero. E invece succede subito, in Golden Scissors, che per il resto ha la stessa presabene di Endless Nameless ma è incredibilmente blues. Non abbiamo tempo per farci prendere malissimo, questi sono tempi in cui non è che puoi stare lì a. Let’s pop con Little Check. Han detto: tutto bene, ripigliati. Poga un po’. Il cielo si apre nel gran finale con Gatlin, in cui la pogability torna a livelli stellari.

C’è bisogno che questi ragazzi si allontanino dai modelli per esprimere completamente se stessi? Sicuramente si, più avanti magari, per ora hanno voglia di e sono bravissimi a suonare questo: il male assoluto. È un male aggiornato, attraente, ancora più irresistibile delle caramelle Leone, che mantengono pur sempre quell’aria un po’ vintage, esattamente come i Doors. E a me l’aria vintage mi fa cagare, capito?

Ascolta Rust >>> bandcamp

Brrr eeders: qualche riga per All Nerve

Qui dove hanno detto oh facciamoci una foto davanti alle macerie: simbolica!

All nerve delle Breeders è un disco delle Breeders. Se la musica, come arte, deve proporre cose nuove, che non si conoscono e non piacciono già, ed essere un po’ coraggiosa, All nerve è out. Ascoltare cose, però, non ha il solo obiettivo di soddisfare il desiderio di trovare cose nuove, ma anche quello di trovare intelligenza. Non c’è una regola unica. Le Breeders danno una soddisfazione superiore al desiderio di avanzamento e sviluppo per forza richiesto alla musica in questo momento. Fanno riferimento al passato, vengono da lì, e la loro interpretazione non ha la possibilità di lasciare frutti che si sviluppino diversamente e in modo dirompente adesso o in futuro, perché l’hanno già fatto in passato. Riferimenti sconosciuti, suoni provenienti dalla testa mai indagata prima d’ora dell’autore, ritmi che boh non sai neanche perchè: sono queste le caratteristiche di una musica che sarebbe sorprendente, di per se stessa. Poi c’è tutto il resto, che negli ultimi anni sembra essere diventato molto importante: il desiderio di avere cose sempre nuove, il marketing che a un disco poco interessante serve per diventare interessante, le sparate su Facebook che dipingono un disco che non lo è come un capolavoro per attirare l’attenzione su se stessi (e non sul disco) a costo di dire una stronzata, l’hype che si crea grazie a queste cose, la singola persona al servizio del prodotto e a 90 gradi davanti al flame d’effetto, possibilità di approfondimento che vanno a puttane, tutta creatività usata male. La superficialità opprimente di queste cose ha un lato positivo: ti spinge a cercare cose migliori. Un album come All Nerve ha senso di esistere per farmi tornare alla mente che la novità per forza è una sorta di espressione del capitalismo che chiede di continuo un cambiamento per essere al passo coi tempi, nei luoghi di lavoro come nell’ascolto della musica. Perchè All Nerve è un disco realizzato con intelligenza e personalità: al di là del fatto che la band sia ritornata dopo 10 anni, con la formazione originale, è più importante che dentro ci siano delle idee e che si senta la voglia di fare un disco. Se fosse solo stato un ritorno, svogliato e vuoto, non avrebbe avuto senso. La pervasività delle altre cose, la facilità con cui si parla di capolavoro per l’hip hop o la trap perchè adesso sono quelli che FANNO, è un’occasione per la musica rock di fare le cose meglio. La crisi delle chitarre va trattata come hanno fatto le Breeders, come lo stimolo a scrivere canzoni facendo autocritica su ogni passaggio e chiedendosi sempre se vale la pena incidere quella cosa oppure se è il caso di cercarne un’altra. Può essere buona la prima idea, ma anche no. Questo impegno è più importante adesso rispetto a sempre. Se ogni cosa che oggi FUNZIONA, da una canzone che scatena un putiferio di hype a un post su instagram o Facebook che si becca otto milioni di like in tre minuti, è basata su una visione superficiale, bisogna fare il contrario ma bisogna farlo non per fare il contrario di una cosa che non condividi o come se tu non esistessi se quella cosa non esistesse (come il PD con Berlusconi negli anni passati, per dire), ma con la testa. Oltre che col cuore, naturalmente. All Nerve è fatto in questo modo. È un disco irregolare, a volte esaltante, a volte scostante, con un ritmo pazzesco e poi il vuoto, ma in ogni momento si avverte la consapevolezza delle scelte. È un disco delle Breeders, stile Breeders, già erano uniche 15 anni fa, adesso hanno sì ripreso quell’unicità, ma c’hanno ragionato su. È un disco diverso da tutto quello che puoi ascoltare in giro, il che è una cosa speciale sia nel panorama rock sia in quello hip hop e trap. In cui molti artisti – quelli che seguono la corrente e quindi quelli che diventano oggetto della maggior parte dei commenti: e tra i commentatori c’è, da un lato, chi dice che schifo solo dopo un po’ che alcuni hanno detto che bello, dall’altro chi dice capolavoro perchè ha fatto il giro di boa della notorietà e adesso può dire che le stronzate sono un capolavoro, dall’altro chi tenta di ragionarci su – tra e hip hop in cui molti artisti, dicevo, scrivono le stesse canzoni, sia in Italia sia in America. In questo senso, un disco come All Nerve può dare delle soddisfazioni enormi (che sono più di un piccolo barlume*), perchè non è solo un “ritorno” ma ti ritaglia un buco di felicità in un orizzonte in cui superficialità, appiattimento e UGUAGLIEZZA sembrano disegnare l’unico skyline possibile e accettato.

Tempo fa avevo scritto un gippone su The Breeders.


*La stessa opprimente pervasività della Trap significa che persino il più piccolo barlume di una possibile alternativa musicale può produrre effetti sproporzionalmente grandi. L’evento più minuscolo può ritagliare un buco nela grigia cortina della reazione che ha segnato l’orizzonte delle possibilità sotto la musica Trap” (Mark Fisher, Realismo capitalista)

Al diavolo il concertone

“Saremo sempre grunge” è quello che un mio amico mi disse al Bar Primavera di fronte a un bicchiere di vodka alla menta, vestito con una camicia rossa a scacchi neri (flanellata) e i calzoni ascellari rotti sulle ginocchia. Come uno col pigiama al bar, praticamente. E io dicevo si si, sicuro. Una mera osservazione estetica, la sua, perché gliene fregava poco della musica, forse solo dei Nirvana, ma come tutti in quel momento. Io invece ero un po’ più invasato. E per quanto fossi invasato allora, adesso i Pearl Jam non è che mi piacciano più così tanto, per dire. Adesso, quel mio amico fa una cosa come il personal trainer in palestra e di vero lavoro il commercialista, io ormai mi metto le camicie a righe sottili e le converse a forma di sneakers, quindi un sacco di cose sono cambiate. Però, se qualcuno c’avesse detto “non sarete sempre grunge” dandoci un buffetto per sottolineare la nostra naivité, avremmo risposto ma che cazzo dici, barista non dargli la vodka alla menta, non è uno di noi!

Nei giorni scorsi c’è stata la discussione del post-concertone del Primo Paggio. Fallimento totale, perché la nostra stampa grande, i grandi giornali, si sono scagliati, hanno detto che schifo, tripudio di parolacce e vestiti di merda, musica brutta. Fatto sta che, come hanno sottolineato i siti minori, quella è la musica che va adesso, che piace ai giovani: è stato il miglior concerto del primo maggio degli ultimi ics anni, ha addirittura detto qualcuno. Ma l’argomentazione che ha avuto la meglio è che quella musica è merda ed era meglio quando c’erano i gruppi politici, meglio quando si cantava Bella Ciao, perché è il concerto del Primo Maggio! Argomentazione sbagliata, ma passata più forte di tutte le altre, perché ha raggiunto più persone di tutte.
Quest’anno c’è stata differenza tra messaggio e musica. Il messaggio, sui diritti del lavoro eccetera, deve arrivare prima di tutto a chi quei diritti li crea (gli adulti, i datori di lavoro, i politici, che riveste un ruolo di responsabilità in un’azienda o nel paese) poi a chi ne usufruisce (i giovani, chi cerca lavoro) perché se nessuno li crea e li impone, è più difficile usufruirne o anche solo pretenderli. La musica dovrebbe essere un veicolo del messaggio, e quindi ha il suo stesso target. Di conseguenza era più giusto scegliere i soliti gruppi e non quelli che ascoltano i giovani, come si è sempre fatto. Ma a cosa è servito negli anni e a cosa serve il concertone in relazione al diritto del lavoro? A niente, è una manifestazione e basta, non ha mai avuto conseguenze sulla realtà. Se dovessimo considerare solo questo elemento, si potrebbe anche smettere di farlo. Però è simbolico, c’è la musica e ogni anno ci va un sacco di gente per vedere i concerti e sull’onda dell’entusiasmo di un messaggio inascoltato. Quindi facciamolo. Sono d’accordo. E visto che chi dovrebbe recepire il messaggio né lo recepisce né tanto meno lo mette in pratica, è inutile che la musica sia per loro: è stato giusto quest’anno fare concerti per i giovani, che chissà che non si riesca a comunicare con loro a partire dai Rolex di Sfera Ebbasta. La scarsa presa del messaggio trasmesso in modo tradizionale (coi proclami dei presentatori e le scritte grandi e scenografiche) è dimostrata dal fatto che, dopo qualche ora, la discussione sui diritti e sul rapporto musica-giovani-lavoro è andata in vacca ed è partita la polemica sui colori (accostamenti sbagliati!) e sul costo (eccessivo per il contesto!) della maglia di Ambra. Che ha risposto che quella maglia forse gliel’hanno prestata e che, in compenso, indossava mutande che costano pochissimo. Il che è bastato per zittire tutti. Vabè. Naturalmente un bell’articolone interessantissimo su questa cosa l’ha pubblicato il Fatto Quotidiano.
A proposito di musica e dell’altro presentatore, a me Lodo Guenzi non fa neanche ridere, le sue parolacce le dicevamo nella mia cantina quando facevamo le gare di rutti, Sfera Ebbasta non mi piace ma non trovo motivo per contestare la sua musica, il suo TURPILOQUIO (ricordo che c’è gente come La Zanzara o Giletti che le parolacce le dicono tutti i giorni in radio o TV) e il suo modo di vestire. Cosa pensavano di noi gli adulti quando eravamo vestiti come dei boscaioli in pigiama? Che eravamo messi da ridere. E adesso mia mamma ha regalato un paio di jeans rotti con il cavallo alto a mia cugina e sono mesi che tenta di rifilarne un paio anche a me (non col cavallo alto) ma io non li voglio. Si vergognava di come andavo conciato in giro, mia mamma, una volta. Però adesso quel modo di vestire va di moda, quindi ok. Le mode cambiano e anche noi cambiamo, però in quel momento non lo sappiamo che cambieremo. Quindi non è detto che sia così ma chi è in fotta di Sfera Ebbasta adesso pensa che lo sarà per sempre. È il bello della fotta musicale, ti circonda, ti conquista. Quegli INCOSCIENTI che adesso ascoltano Drefgold e Young Signorino forse cambieranno, ma adesso non lo sanno. Oppure non cresceranno, e raggiungeranno la maturità con le stesse convinzioni, ma va bene, tutto deve esistere e convivere. Inutile far loro qualsiasi tipo di discorso, lasciamoli in pace, perché li dobbiamo stressate, si stanno forse drogando? È come quando i genitori vogliono costringere i figli piccoli ad ascoltare la musica giusta. Ma lasciate che si godano Frozen!

E la trap è il nuovo punk perché dà fastidio ai vecchi. Può darsi, considerando le reazioni che ha suscitato, è vero. Bello così. Però bisogna anche dire che molti hanno identificato la musica indie italiana con quella che è passata al Concertone e quindi (ancora) l’indie non esiste più. Ma non è così. Solo negli ultimi mesi è uscito il disco dei Labradors che bomba i muri, il 18 maggio uscirà [il disco di Stephen Malkmus & the Jicks e quello dei] il disco dei Big Cream che sono i giovani più esplosivi del mondo, le etichette indipendenti continuano a macinare dischi su dischi. Si tratta di una nicchia della nicchia ma chissenefrega, quando mai questa musica ha DOVUTO farcela? Mai. La musica indipendente in Italia sta benissimo e sta dove deve stare, a fare quello che gli altri non hanno il coraggio e la capacità di fare, a suonare con la fantasia e il cuore in mano, a girare il paese e farsi i chilometri di concerti. Quelle sono le realtà indipendenti e frasi tipo l’indie italiano non esiste perché Calcutta è famoso e anche tutti gli altri che lo clonano sono fake news. Chi ci crede è meglio che giri al largo, e ascolti quello che vuole, ma non faccia considerazioni senza essere informato.

Molte delle cose che vanno di moda adesso da un lato, la trap principalmente, e l’indie rock italiano, che esiste ancora, dall’altro, sono dirette emanazioni degli Stati Uniti, i loro modelli sono là. Quindi la trap e l’indie rock hanno questa cosa grossa in comune. E in qualche modo è bello che ci sia un riferimento a un unico paese e alle sue culture interne, diverse tra loro. Da questo punto di vista dimostriamo di essere in grado di recepire la diversità. Ce ne appropriamo, non per deriderla ma perché ci piace e creiamo qualcosa di nostro. Gli Stati Uniti (musicalmente) diventano un punto di riferimento, lo sono e basta, da un sacco di tempo. E per esempio il fatto che il disco di Stephen Malkmus & the Jicks e quello dei Big Cream escano lo stesso giorno mi fa respirare grande, con prospettive che vanno al di là dei confini segnati da questi nomi di paesi che è come se non esistessero più. Mi fa pensare che la musica indipendente italiana (che non esiste più?) sia su un campo internazionale, giochi accanto all’indie rock americano (degli anni 90 e di adesso), sia lì, con quella voglia di inventare. Tra l’altro, a suonare nei gruppi italiani non sono solo quarantenni barbosi ma anche giovanissimi, che trovano ispirazione in modelli che magari non sono stati inventati ieri ma dimostrano di essere ancora in grado di comunicare forte.
Allo stesso modo, a proposito di modelli americani che comunicano cose, niente mi può far smettere di pensare che i due Rolex di Sfera Ebbasta siano la replica del lusso dei rapper neri americani che mostravano ai bianchi di aver ottenuto quelle cose prendendo l’iniziativa, senza aspettare che qualcuno gli desse il permesso. Lavorando. Al Primo Maggio Sfera Ebbasta vestito così ci stava benissimo e mostrava ai giovani un modo di fare le cose, più di qualsiasi altra Bella Ciao. Magari la sua prospettiva è diventare come 50 Cent, che sta cercando di rimediare alla bancarotta. Magari no. Una vita aspetta Sfera Ebbasta e spero che non la trascorra in vacanza ma facendo un sacco di cose, che cambi, oppure no, che cambi chi l’ascolta, oppure no. Però, è più interessante che in Italia, dal punto di vista musicale, ci siano delle possibilità e che non vadano in un’unica direzione, che non siano per un solo gusto o per un solo tipo di scelta. Vai a suonare al concertone? Vai. Ti piace guardarlo in Tv? Fai pure. Ma, comunque, la musica italiana non è solo quella che si vede al Primo Maggio o quella indie che non è più indie. C’è un sacco di altra roba, basta avere un po’ di interesse e svegliarsi un attimo, senza pretendere di avere una visione completa perché si conoscono i nomi sulla bocca di tutti o perché si è visto il concertone.

La vera storia di Martin Bisi e del BC Studio

Foto: Nathan Kensinger

A Gowanus (Brooklyn, NY) c’è un canale. È lungo tre chilometri, oggi ha cinque ponti che lo attraversano e nell’800 era il centro nevralgico di un sistema manifatturiero molto redditizio. Vedeva due tipi di movimentazione: le merci venivano trasportate verso il porto di Red Hook, la merda e i liquami inquinanti rimanevano proprio tutti fermi lì, nel canale. Dopo la seconda guerra mondiale, la crisi del settore manifatturiero trasformò quel quartiere nel posto in cui prendevano casa… i reduci. Allegria. Il canale invece si mantiene in forma e a quel punto in pratica è diventata un’entità non umana padrona di Gowanus, che nel frattempo cade pure sotto il controllo della Mafia, che (dicono) usa il canale come altre volte si usano i pilastri di cemento delle autostrade. Ah ma che bel posticino, BOB. All’inizio degli anni ’80 un po’ di artisti, che si sistemano in alcuni spazi inutilizzati, iniziano a popolare il quartiere. Per un paio d’anni, ‘81 e ‘82, l’ex fabbrica di proiettili diventa per esempio sede del Memorial Artyard, la compagnia che si prende bene a organizzare storie anche outdoor, lì nei dintorni del simpatico canaletto. Dopodiché ci sono 30 anni in cui, in un’atmosfera di abbandono e situazione generale comunque non salutarissima, il quartiere rimane abbastanza vivo dal punto di vista artistico. Negli anni ‘90 il canale si becca il premio “Most Polluted Body of Water of the USA”, grazie alla presenza di coliformi fecali, virus, batteri ed estremofili. Solo nel 2010 il Governo della città si accorge che proprio a Gowanus può sorgere una zona nuova da far diventare uguale a tutto il resto e inizia a ripulirla. Dal 2013 al 2016 un piano urbanistico dei residenti e del City Planning Department modifica non poco l’area. Oggi, si legge anche sull’internet, Gowanus è piena di localini e vita notturna.

Nel 1979, Martin Bisi, diciottenne di Manhattan con un passato musicale accademico alle spalle e la voglia sfrenata di smettere con quella roba noiosa, con Bill Laswell dei Material e l’aiuto economico di Brian Eno (fresco produttore di No New York)decide di aprire uno studio di registrazione per fare dell’avanguardia e rovesciare come un calzino tutti gli studi classici. Lo studio lo chiamano prima OAO (Operation All Out) e dove lo aprono? A Gowanus. Quando più o meno nell’84 Laswell se ne va perché gli stavano crescendo sul petto delle strane macchie, Bisi, che avrebbe potuto cogliere al volo l’occasione e cambiare location, visto che fuori proliferano i coliformi fecali, decide di rimanere e semplicemente cambiare nome allo studio, in BC Studio. La scusa ufficiale sarà che l’affitto cosa meno, a Gowanus.

I primi giorni di attività del BC sono assolutamente frenetici. Tutto fila liscio, a parte le puzze che vengono dal canal, per lo più c’è gente che va e viene e fa le prove. A un certo punto Martin va a fumarsi una paglia in riva al canale. La sua mente vaga senza sosta a quello che avrebbe voluto fare in quel posto, con le idee ben chiare in testa, ma anche un po’ spaventato, com’è normale che sia, di fronte al suo progettone di creare musica nuova, contemporanea. Gli mancano i soldi e deve trovarli! Così, immerso nei pensieri, ammaliato e incantato da quel posto che gli provoca talvolta entusiasmo talvolta una tristezza indescrivibile, soprappensiero casca nel canale. Passava di lì Brian Eno che accorre velocissimo. All’inizio si sbaglia e tira su il cadavere di un picciotto, poi però ce la fa e salva Martin. Che, a quel punto, sta delirando parole sconnesse come “accademia merda”, “avanguardia necessaria”, “need money”. Eno viene subito ammaliato da quello sconosciuto e gli presta un sacco di soldi, lì, sull’unghia.
Martin si è ripreso all’istante e da quel giorno non si è fermato un attimo, la sua energia inesauribile, la sua calma e la sua professionalità sono diventate famose a New York, tanto che tutti i musicisti più fighi sono andati da lui a registrare.

Ma cos’è successo quando Martin è caduto in acqua? È stato chiaramente contagiato: il demone della produzione manifatturiera, nascosto nell’acqua inquinata, si è impossessato di lui e lui registra, registra, registra comune un matto, produce, co-produce, co-produce. Energia infinita (per non dormire mai), calma (per avere a che fare con tutti quegli artisti) e professionalità (per fare il culo a tutti): questo è Super Bisi.

Il BC Studio diventa negli anni una specie di polmone musicale di New York, che si alimenta della vitalità più sotterranea della città e dell’acqua malsana del Gowanus. Vitalità e malasanità sono necessarie a Bisi per registrare quella musica, sono una fonte di energia e ispirazione inesauribile per tirare fuori le esperienze più significative della scena underground degli Stati Uniti e del mondo intiero. BC Studio complex of insanity, lo definisce lui. E la sua insanity conquista infatti tutta la città e richiama un sacco di gente che va a registrare lì: Afrika Bambaataa (qui una storia bellissima su di lui), John Zorn, Sonic Youth, Ruins, Swans, Unsane, Cop Shoot Cop, Maceo Parker, Arto Lindsay, White Hills, Cinema Cinema, Larkin Grimm, Boredoms, Helmet, Cibo Matto, Murder Inc, Ginger Baker, Dresden Dolls, Herbie Hancock eccetera. Circa 90 dischi registrati, missati, prodotti o coprodotti tra 1981 e ‘99. Circa 30 negli anni 2000 e ’10 fino al 2017 (oltre a otto dischi a nome suo). Senza limiti di generi musicali e per mille case discografiche: Polydor, SST, CBS/Sony, RCA, Landslide, Sacred Bones, Atonal, Elektra Musician, Celluloid, Homestead, Blast First, Virgin, Rough Trade, Parlophone, Big Cat UK, Geffen, Amphetamine, Matador, Alternative Tentacles, Warner Bros, Thrill Jockey. Ce n’è per tutti gusti. Ce l’ha il palmares Martin o no? Ed è grazie al bagno che si è fatto nel Gowanus! Powerful insanity. La lista completa dei dischi è qui.

Nel 1984, quando la gioventù e i superpoteri di Martin erano una coppia invincibile, Laswell, con la scusa di essere diventato famoso con i Material grazie alla canzone Rockit, oggi un classico dell’hip hop, registrata con un certo Herbie Hancock che frequentava lo studio e che con quella canzone vinse un Grammy, insomma Laswell se ne va. Il vero motivo sta nel fatto che la troppa vicinanza con Bisi lo stava contaminando. E poi Martin era insopportabile, non dormiva un attimo, lavorava solo. Laswell tornerà 4 anni dopo, praticamente tossicodipendente di Martin Bisi, che evidentemente aveva qualcosa… provocava dipendenza, per Laswell e per tutti i gruppi d’avanguardia di NY. Brian Eno invece si vedeva già poco dall’82. Quell’anno pure lui si registrò un dischino ai BC (Ambient 4: On Land), sfruttando, finché ne sopportò l’eccessiva vicinanza, l’incredibile potenza di Bisi, e poi non ci fece più niente. Lui aveva un ego più grande di Laswell e non tornò.

She’s in a bad mood, But I won’t fall for it, I believe all her lies, But I can’t fall for it”. No Martin, non sono i Creedence Clearevival o come si chiamano, sono i Sonic Youth e infatti te li sei accattati.

Quando Laswell se ne va, Martin non può smettere, è lanciatissimo. Non ci pensa proprio a trasferirsi e andare lontano dal canale. Cambia semplicemente il nome il BC Studio e lo fa decollare. Proprio nell’84, attirati dall’interesse che Martin aveva per l’hip hop, a Gowanus arriva Thurston Moore, per registrare Bad Moon Rising. Era chiaramente preso malissimo per quelle canzoni così obscure che aveva scritto ma la serenità d’animo e la tranquillità di Martin, nonché la sua energia inesauribile, hanno permesso a Thurston e al suo gruppo di terminare le registrazioni e addirittura tornare una seconda volta in quel posticino e fare Death Valley 69, con una Lydia Lunch appena ventiseienne e carica come una pallottola, e poi altre volte ancora. Con Michael Gira degli Swans, invece, è stata più dura vincere la gara a chi ce l’aveva più grosso, ma alla fine Martin ce l’ha fatta.

E invece no, cioè si, Martin Bisi ha fatto quasi tutto questo. Non ha fatto quella gara con Gira, non ha consolato Thurston Moore e non è caduto nel canale, però negli scantinati nello Studio c’è uno stagno (davvero) uno stagno, si vede bene nel documentario Sound and Chaos: The Story of BC Studio. Secondo me ogni tanto ci va a mettere a mollo i piedi, per tenere alto il livello della carica batterica). Ma tutto il resto l’ha fatto, ed è abbastanza esaltante che un’unica persona abbia concentrato intorno a sé talmente tanta musica e nomi importanti. Ha disegnato una linea concettuale musicale coerentissima. Ok, alla fine Gowanus è a New York e non è a Macerone, ma ha un valore anche l’arrivare a proporsi (e a essere considerato) come LO studio in cui a New York vanno/andavano a registrare i musicisti di un certo tipo. È uno status che va conquistato e mantenuto con scelte precise e non credo sia facile farlo per più di 30 anni. È un modo di proporsi e scegliere a priori e a livello concettuale i musicisti con cui lavorare: parti dall’idea, ti crei dei precedenti precisi che fanno la tua storia e la tua discografia e sarai identificato con loro, li scegli per essere scelto. Tutto questo a prescindere dal genere musicale.

Il BC Studio è stato l’anello di congiunzione tra la musica di New York e qualsiasi tipo di realtà produttiva (piccola, media, grande, grandissima), denominatore comune superpartes a cui frega un cazzo di chi fa uscire il disco, l’importante è incidere musica che vada nella direzione della sperimentazione, della novità. Martin vuole che vadano a suonare da lui, vuole sentire il suono che viene fuori da musicisti diversissimi tra loro ma che hanno in comune una cosa: un luogo, in cui converge tutto. Martin Bisi ha avuto il potere di leggere dentro alla scena underground di NY e di tirarne fuori il suono. Se quei dischi li avesse fatti qualcun altro in qualche altro posto sarebbero stati sicuramente diversi, meglio o peggio, forse ugualmente rappresentativi, non lo so, ma la realtà inevitabile è che quei dischi, che hanno dato un corpo a un sacco di musica underground, sono stati registrati lì, in un quartiere imperfetto, in una caverna imperfetta, al BC Studio. La cui discografia è come la lista di Kurt Cobain, però per l’underground newyorkese: ascolti i dischi e hai una panoramica completa. Bisi supereroe davvero per questo. Mettiamola così: la compilation No New York, prodotta da Brian Eno nel 1978, un anno prima di cacciare i soldi per il BC Studio, è quella della No Wave, registrata altrove, ai Big Apple Studio di NY. Da quel momento in avanti e per un tot di tempo ci pensa il BC a registrare quello che succede a NY.

Mancano i Suicide. Perché mancano i Suicide? Ho cercato sull’internet, ho letto addirittura un libro, ma non ho trovato niente a riguardo. Se qualcuno sa qualcosa, parli ora.

Uno splendido supereroe di mezz’età

Negli anni ‘10 Martin Bisi ha rallentato un po’ il ritmo. Anche un supereroe con i superpoteri con il tempo che avanza ha bisogno di rallentare. Nel 2016 ha deciso di fare una festa per i 35 anni della BC: un weekendone di concerti nella sua caverna a Gowanus con tutti i suoi amici. Così, un po’ ammaliato da se stesso e da quello che è riuscito a fare da quel giorno in cui è caduto nel canale e ha acquisito i superpoteri di Re(gistratore) dell’underground newyorkese, di quella serata c’ha fatto un disco. La particolarità del disco, oltre a fissare per sempre il weekend celebrativo, è quella di non essere una semplice raccolta o un best of delle robe registrare al BC, ma un concerto che non si ripeterà a cui hanno partecipato moltissimi musicisti della Bisi crew che si sono organizzati in gruppi di improvvisazione misti e hanno registrato pezzi originali di fronte a un pubblico selezionato (fan dello studio, matti del quartiere e così via). 13 canzoni tra noise, art-rock, punk, free jazz, hip-hop eccetera, missate ad Abbey Road.. no, scherzo, ovviamente lì al BC Studio da Martin Bisi.

Dopo la festa e chiuso il missaggio, era un po’ triste, perché il canale e il suo stagno personale non erano più quelli di una volta, e lui lo avvertiva forte. Per questo motivo, Martin si è messo a cercare come un pazzo su internet un posto, un fiume, uno specchio d’acqua, qualcosa che fosse simile al suo Gowanus pre-riqualificazione. Ed è finito a scoprire la riviera romagnola su google immagini. Ha prenotato un aereo e c’è andato subito. Dopo aver chiesto un po’ in giro, e comunque volendo assolutamente partecipare almeno una notte alla proverbiale baldoria rivierasca, scopre un posto che fa proprio al caso suo, che tra l’altro si chiama come un film che gli piace molto, Hana-Bi, in una città con un nome composto: Marina di Ravenna. Ci va, ci trova proprio una festa anni ’90 e a fine serata conosce il proprietario del locale, Chris. È amore a prima vista, reciproco. Martin scopre tutto un modo, e anche che Chris ha un’etichetta. Dopo la festa al BC, Martin era un po’ triste anche perché non sapeva a chi dare il suo disco. A New York sempre gli stessi nomi, le stesse etichette, due palle. Deve sempre continuare a rimpensare il proprio approccio alla musica: come negli anni ha registrato di tutto cambiando direzione, anche nella scelta dell’etichetta voleva cambiare direzione. A Marina di Ravenna ha trovato quella che lo ispira: la Bronson Recordings.

Il disco è uscito il 20 aprile.

Angolo incertezza. Il futuro dello studio è incerto (timore mio, nessuno mi ha fatto la soffiata) perché Gowanus adesso sta diventando cool e sta subendo un processo di gentrificazione che sa dio e finirà per alzare i prezzi degli affitti costringendo ad andarsene alcuni degli abitanti e degli artisti che sono lì da tempo. Tra questi, Super Martin, che non può nulla contro il Mostro della gentrificazione e della riqualificazione. Però c’ha lasciato più di cento dischi da ascoltare. Alcuni dei quali per anni li ho solo ascoltati e riascoltati, senza chiedermi da dov’è che venissero. Vengono da Gowanus e da Martin Bisi, produttore, antagonista culturale, selettore selezionato, Supereroe. Speriamo che la contaminazione, dentro di lui, non si esaurisca mai.

Bandcamp di BC35
www.martinbisi.com

La prima foto è di Nathan Kensinger, la seconda di Nicole Capoblanco e le ho rubate tutte e due da internet.

Quando niente è proibito: Cayman the Animal, Black Supplì

black supplì cayman

La mia ragazza ha una libreria in cui vende i dischi di alcune etichette indipendenti italiane. Qualche anno fa è iniziata una collaborazione anche con la Sonatine e in quell’occasione ho avuto per le mani per la prima volta l’EP dei Cayman the Animal Aquafelix, che fino ad allora avevo visto solo in foto. La differenza tra una fotografia e la realtà a volte può essere sorprendente. Il packaging era pazzesco, ma pazzesco nel senso di divertente, un cartonato con una chiusura di un genere mai visto, almeno io non l’avevo mai visto (non sono appassionato di scatole, anche se in casa ne abbiamo tante). E poi era di sicuro la prima confezione di un disco in 3D della storia: vedi la scatola e caschi nel mondo delle illustrazioni che ci sono sopra, quando ti ripigli la apri e trovi un sacco di roba vera. Quando ho aperto il disco successivo, Apple linder, ho scoperto che la copertina era un mega poster di un gigante che pisciava, a dimensioni 1:1, più incredibile di quello di Anna Falchi uscito su Max tanti anni fa. Ma la sfida più eccitante è stata l’ultimo disco, Black supplì (No Reason Records e Mother Ship): la copertina è un gratta e vinci. E, insensibili come la vita che avanza, i Cayman the Animal, quando gratti, scrivono “HAI PERSO” e ti sbattono in faccia l’inasprirsi dei tempi: una volta si usava scrivere “Non hai vinto”. Il risultato è un groppo in gola. E proprio con questo groppo in gola – provocato da un affronto violento e antiautoritario (gli stessi aggettivi, preceduti da un “talvolta”, che su wikipedia hanno usato per descrivere i disegni di Raymond Pettibon) nei confronti rispettivamente tuoi e dell’istituzione Gratta E Vinci – ho messo su il nuovo cd dei Cayman (sarà legale chiamarli così?).

Ma prima di tuffarsi dell’ascolto, c’è da chiedersi: chi è l’illustratore ufficiale dei Cayman the Animal? Ratigher, che con il suo tratto tremolante farebbe sentire instabile nel mondo anche Putin. Se dovessi cercare cosa c’entra lo stile di Raymond Pettibon (visto che prima è stato chiamato in causa) con quello di Ratigher direi niente. Però c’è tutta una storia dietro al rapporto tra illustratori e gruppi punk, diventata anche mainstream in Italia perché Zerocalcare ha ripetuto giusto qualche volta che all’inizio lui faceva le locandine per i concerti hard core. Insomma, non mi pare ci sia nessuna somiglianza tra il tratto di Pettibon e Ratigher ma di sicuro c’è tutto un mondo in comune e c’è anche una differenza: mentre Pettibon è, è stato, fu “talvolta” violento e antiautoritario, Ratigher lo è sempre, in particolare quando disegna le copertine per i Cayman. E il perfetto incontro tra la violenza del primo e la cattiveria dei secondi è quel HAI PERSO.

A proposito, c’è qualcuno che HA VINTO grattando Black supplì? No perché nel caso ci fosse secondo me non partirebbe con il piede giusto. Perché poi se, oltre a guardare le figure, alla fine vi tuffaste davvero nell’ascolto del disco, notereste, oltre al fatto che è un disco di musica pesa, anche che HAI PERSO era lì per prepararvi al mondo di pessimismo, introspezione e fastidio dei suoi testi. Se non credete che un gruppo che suona i concerti in romanesco possa essere anche introspettivo, vediamone alcuni. Per esempio, un verso dalla prima canzone dice “Destination cold black worms”. Vediamo anche tutti quelli della seconda, che si chiama The colors deniers club:

The other day I bumped into my former band
What happened is that I could not recognize myself
It sounded pretty good nothing’s forbidden
But how could I be so joyful if everything was black?
Next time I won’t try
For the umpteenth (“ennesimo”, ammetto di averlo cercato su wordreference, ndr) time
It will pass me by
Next time I won’t try
Let’s not even start

Sarà l’ultimo disco dei Cayman? Io spero di no, voglio che ne facciano almeno un altro con un disegno di Ratigher. Non pensiamoci. Piuttosto, in questa canzone c’è un insegnamento importante, a proposito di introspezione e capire se stessi: le cose che si fanno non devono essere fatte per creare la cosa più bella del mondo, ma per fare la cosa che vogliamo fare. Poi sarà la cosa migliore del mondo? Tanto meglio. Ma è più importante che sia venuta come la volevi tu. Come dice Simon Reynolds, la musica va ascoltata col cuore. Allo stesso modo, le canzoni vanno scritte col cuore e gli articoli sulle canzoni anche. Insomma, testi riflessivi e musica potente e veloce, come i Nirvana e gli Husker Du e il contrario dell’emo core, dove musica e testi hanno spesso la stessa intensità. Questo non è un disco emo.

Da piccolo mi chiamavano Presobene, oggi “talvolta” la mia ragazza mi chiama Raggio di sole. Quindi a me piacciono i testi dei Cayman the Animal. Che nella terza canzone dicono: “Would I ever be so mean just years ago? A sad black supplì”. Vi ricordo che l’aspetto del supplì nero è questo

real black suppli

Questo per dire che l’immaginario dietro al disco è tutt’altro che accomodante. In più, quello dei Cayman the Animal non è solo un supplì nero ma è anche triste. Siamo di fronte a un’immagine scoraggiante, definirsi un supplì nero e triste va oltre il punk, oltre il rock, è introspezione analitica, fisico-psicologica.

Parlando invece della musica, che mi sembra una parte importante di un disco, a me i Cayman the Animal ricordano tantissimo gli Hot Snakes ma a voler dire tutta la verità, rispetto ad Apple linder, in Black supplì sono meno Hot Snakes e più solo snakes, cioè proprio biscioni: rallentano, fanno i loro giri su se stessi e poi scattano e staccano, in generale sono più guardinghi e attenti a distaccarsi un po’ dai dischi precedenti. Continuiamo su quella strada, ragà, sembrano dire le parole The colors deniers club, siamo sempre noi ma non siamo sempre noi. Un insieme di cose positive e negative da un lato gli fa pensare “Next time I won’t try / Let’s not even start” dall’altro gli permette di cambiare passo dal punto di vista musicale. È il quarto disco insieme (c’era anche il primo, Too old to die young del 2011, e non considerando il demo di incomparabile bellezza, cit.), ok, potrebbe essere deleterio, ma c’è un tesoro da conservare vivo, e sta in “It sounded pretty good nothing’s forbidden”. Dal primo disco all’ultimo, pur all’interno del punk-rock, ogni volta c’è qualcosa di diverso: Too old to die young era un po’ crossover, Aquafelix noise e anche un po’ hard rock, Apple Linder più Hot Snakes (e secondo me è il migliore finora e – osservazione statistica – l’unico in cui non c’è una canzone che si chiama Here comes the end). Ma nessuno ingrana un’altra marcia. Black supplì invece lo fa: è più definito nei passaggi, più preciso. Magari non fa un passo verso (o per allontanarsi con decisione da) un tipo o l’altro di musica e prende un po’ di tutto dai dischi precedenti, ma dà più potenza, meno velocità e un’impostazione più tosta e resistente alla scrittura. Anche dopo un po’ di tempo, anche se si è accesa la spia del rischio ritualità, i Cayman hanno trovato la strada da percorrere al meglio, senza imporsi divieti, tanto che l’ultima canzone è post-punk (mai successo prima). Niente è proibito (ed è vietato farsi venire in mente Piero Pelù). Musica scritta seguendo un principio-base importantissimo: lasciare il punk rock libero di correre felice nei prati. E con frasi brevi, quasi appunti, concetti veloci e immediati, i testi rappresentano lo specchio della musica intesa così. In questo modo, ogni volta che escono con un disco, i Cayman the Animal non sono una sorpresa ma un inno alla libertà di fare le cose come vogliono. E questo funziona anche verso l’esterno, come una specie di generatore di stimoli inaspettati per gli ascoltatori.

Per esempio, la mia canzone preferita è Here comes the end part III che inizia come la Part II (che era in Aquafelix) ma va in tutt’altra direzione: mi ricorda tantissimo la sigla di Domenica Sprint anni ’80. (Aspettate, vale la pena riascoltarla, dal secondo 0:46:

)

E adesso sentite Here comes the end part III, sentitela tutta ma in particolare prestate attenzione a cosa succede dal minuto 1:44. A parte il cambio di tempo clamoroso e il modo di incrociarsi esaltante delle voci e delle chitarre, non ricorda tantissimo Domenica Sprint? È tutto un passato che ritorna, dove mio zio e mio babbo guardavano i goal e a me piaceva tantissimo farlo con loro. Adesso non posso più farlo con loro e non m’interessano tanto i goal ma quella canzone è stata parte delle mie domeniche ed è ancora lì, è un ricordo legato a una cosa che non m’interessa più ma è ancora forte ed evocativa. Questa può essere la forza del punk rock, talvolta: quelle volte in cui come i Cayman lo fai da un po’ di tempo, qualcosa (tu) è inevitabilmente cambiato, ma ci metti dentro la libertà e il vantaggio creativo di suonare con gli amisci.

E i testi delle altre canzoni come sono? Per leggerli comprate il cd, è bello anche fare il gratta e vinci, scoprire il disegno di Ratigher e vedere se siete gli unici in tutto il mondo a non avere perso.