Athens Pop Fest 2018: il report

athens pop fest 2018

Hai controllato che la tua patente non sia scaduta? Prima di partire, io e la mia ragazza abbiamo fatto una cena con i parenti e siamo finiti a parlare di multe e polizia. Ognuno ha raccontato il suo aneddoto tra un bicchiere di bianco e l’altro e la serata è scivolata via che è stato un piacere. Ridevo sotto i baffi di quelli che si scordano di rinnovare la patente. Il giorno dopo controllo la mia e scopro che non è scaduta, ma scadutissima. Smetto di ridere. Quante possibilità c’erano che mi fermassero in autostrada verso l’aeroporto di Bologna? Pochissime, ma la sfiga è sempre in agguato.
Ho avuto culo, perché ho trovato un dottore che visitasse il 6 agosto. Avete mai fatto la visita oculistica per rinnovare la patente? Ah, praticamente una TAC. Durata 1 minuto e 50 secondi (cronometrati), con il medico che non si capiva cosa dicesse e io che rispondevo a caso, l’ho superata. 100 euro all’autoscuola e patente nuova.
Alle due del pomeriggio del 6 agosto, mentre ero sotto i ferri del dottore, arriva la notizia del camion esploso. Mia mamma mi telefona per dirmi che mia zia le ha detto che ci sono 100 morti. Mia zia <3… quella che una volta ha visto una pantera sotto casa. Comunque, incredibile che ci siamo stati solo due morti e non davvero 100. Per noi, nessun problema di spostamenti, perché per l’aeroporto Marconi si esce prima. Dopo poche ore eravamo sull’aereo per Atlanta, poi Athens GA, al Pop Festival. Super.

Abbiamo fatto scalo ad Amsterdam. Dopo i controlli all’ingresso, sono stato selezionato per ulteriori accertamenti. Non prima di prendere due caffè allo Starbucks però. Quando ordini, allo Starbucks ti chiedono il nome, così ti chiamano quando la tua roba è pronta e sanno a chi darla. Un buon metodo, considerate le file.

“Giacomo” dico io al cassiere
“Sorry?”
“Giacomo”
“Saicom”
“No, Giacomo”
“Ok”. E scrive.

Tempo 10 minuti e i caffè sono pronti. Chiamano il mio nome: “Jacqueline!”.

Per gli ulteriori accertamenti, mi presento dall’incaricato, che incomincia a farmi le sue domande confondenti, che con me raggiungono il loro scopo.

“Sei sempre stato vicino al tuo bagaglio?”
“SI”
“Dov’è il tuo bagaglio adesso?”
“Ah, l’ho lasciato là alla mia ragazza”.

Il poliziotto mi ha intimato di andarlo a prendere, che doveva fare l’ispezione, per la quale mi ero già immaginato guanti in lattice e due dita su per il culo, invece per fortuna con i guanti in lattice una seconda incaricata ha solo fatto tamponi su qualsiasi oggetto contenuto nel mio zaino, anche sul pad del computer. Per fortuna che la sera prima non mi ero fatto una riga di coca lì sopra. Preso in custodia in un angolino da un terzo incaricato, sono stato palpato con tenacia e poi spedito sull’aereo con un calcio nel culo.

Anni fa, il professore di Tecnica delle Medie predisse alla mia fidanzata che sarebbe morta in un viaggio all’estremo nord. Per arrivare ad Atlanta siamo passati dalla Groenlandia: lei era terrorizzata, ma abbiamo vinto il ghiaccio anche con la suola liscia (cit.) e tutto è andato bene. Atlanta l’abbiamo vista per poco, e da sotto i piloni dell’uscita dell’aeroporto: il cielo era grigio. Abbiamo chiamato un Uber e siamo arrivati dritti al nostro motel ad Athens, GA, un Days Inn con piscina posizionato meravigliosamente rispetto al centro della città. Erano le 8 di sera, eravamo svegli da 24 ore ma siamo andati al “calcio d’inizio” del festival al The Foundry: i Wieuca, quattro giovanissimi ceffi sfasati duri che però suonano a meraviglia l’indie rock un po’ psycho. Ho comprato il cd. Purtroppo ci siamo persi Kxng Blanco, rapper old school, che comunque ha sbombato, accompagnato da una crew di ragazzi carichi, ci dicono. E chi ce lo dice? Renato, che abbiamo incontrato là (lo sapevamo, non è stato un caso) e che mi ha offerto subito una Tropicalia, una birra IPA all’aroma di limone. La mia ragazza si era già accomodata fuori (91°F = 33°C) a mangiare patatine fritte (molto buone). La serata, che doveva proseguire con “drink veloce prima di andare a dormire”, si è conclusa con qualche brindisi di troppo e The Great Beyond. Parlando, l’ho chiamata “I’m Pushin’ an elephant” e mi sono guadagnato il rimprovero severo di Renato, che è il più grande fan del mondo dei R.E.M. A mia discolpa posso dire che la fissa per quella canzone non mi è ancora passata dal ’99 e mi è venuta da chiamarla con le prime parole del ritornello perché per me ha l’importanza di un’enciclica.
Athens è la città dei R.E.M, dei B’52 e di tanta altra musica. Quella sera abbiamo anche parlato di come risenta dell’influenza di altro, più che dei R.E.M. Io dissentivo, ma alla fine avevo torto.

[Prima notte: sonno profondissimo].

Il giorno dopo siamo andati a fare una passeggiata nel Campus dell’Università, di fronte alla facoltà di Giurisprudenza. Decine di futuri avvocati di belle speranze attraversavano i 92°F del parco in giacca e cravatta, per poi sparire in biblioteca, dentro a una nube di aria condizionata a palla. Noi eravamo seduti su una panchina in calzoni corti e sandali a scanocchiarci le dita dei piedi. Poi siamo andati a mangiare un hamburger da The Grill, un diner vecchio di 50 anni autentico come le sua macchie sul soffitto, che avevano una certa eleganza.

I concerti erano tutti al chiuso. Ad ascelle inesperte potrebbe sembrare inopportuno: un festival estivo al chiuso?! Ma fuori c’erano sempre quei famosi 91-92°F e alle due del pomeriggio sarebbe stato difficile resistere senza evaporare. Come in biblioteca e in ogni posto al chiuso che si rispetti, c’è un’aria condizionata che ti surgela il sudore all’istante. Non fanno eccezione il Little Kings Shuffle Club e al Georgia Theatre, le due location dell’Athens Pop Festival. Che ufficialmente, dopo il kick off della sera prima, è iniziato quel giorno.

Per colpa dell’hamburger buonissimo di The Grill non abbiamo visto Michael Potter al Little Kings. Siamo arrivati un po’ pieni e trafelati, all’ingresso ci ha fatto entrare Marie A. Uhler, la batterista degli Eureka California, e io mi sono un po’ emozionato, sentendomi un’idiota. Abbiamo inaugurato con i Big Baby, tre ragazzi di Richmond, Virginia, basso distorto che spesso e volentieri finisce sopra la chitarra, che altrettanto spesso disegna ritmi tropicali (e il tropicale, a partire dalla birra, è una delle tendenze di questa edizione del festival: vedremo anche i Flamingo Shadows). Poi, A Certain Smile, un po’ senza chitarra per i miei gusti. Dopodiché, hanno suonato gli Air Sea Dolphin che oltre a essere l’ennesimo buon gruppo di Robert Schneider hanno sfoggiato anche il miglior batterista del festival:

Sembra un coltivatore di pesche (quindi già, esteticamente, gli voglio molto bene), è evidentemente uno spostato, peccato non averlo filmato mentre si muoveva tra il pubblico dopo il concerto, con sguardo vispo e attento, e una vena di follia. Che trasferisce sulla batteria quando suona, sempre dritto ma decisamente frenetico.
A quel punto, dopo una pausa di un paio d’ore, un caffè bollente e un bagno refrigerante in piscina, è iniziata la prima sera di festival. È stato un crescendo, poi un calando. Lambda Celsius, ragazza di Nashville col caschetto biondo che ha alzato ai massimi livelli il grado di teatralità e di new wave, trascinandomi nell’indifferenza, e che pareva dire: “Fottiti pop rock”. E invece no, era una inserita, amica di tutti e molto simpatica. Poi è arrivato DopeKnife, con Linqua Franqa. A un certo punto Dope ci ha chiesto di portargli un oggetto. Sapeva che gli sarebbe arrivato di tutto e che avrebbe avuto di che divertirsi. E infatti. Se gli metti delle cose a caso sotto al naso Dopeknife cosa fa? Un freestyle. Bellissimo. Il resto è stato una noia mortale. No scherzo, è stato una bomba. Tra l’altro, ascoltandolo prima del festival, non pensavo fosse così dolce e paciocco, DopeKnife: fumo, coltelli, il coltello della dopa, lo pensavo più gangsta, nell’atteggiamento proprio. Ma meglio così: ha una scrittura old school, il mood delle canzoni è gangsta alla Ice T, sul cd è un duro ma dal vivo ha un modo di fare simpaticissimo e giocoso, alla De La Soul.

Uno dei cuori del fermento musicale di Athens è Mike, l’organizzatore del festival e capo della HHBTM Records. Un tipo simpatico, un po’ sulle nuvole, un po’ hippie come atteggiamento, easy, ma molto in gamba. Ha tutto sotto controllo. Ed è il primo Mike che abbiamo incontrato durante la vacanza, proprio quella sera. È amico di Renato, che tra l’altro ha portato la Flying Kids a fare da sponsor al festival.

Il frullo della pesca della Georgia mi è partito quando ho visto la targa dello Stato: una pesca, non color Nettarina, ma con diverse sfumature, dall’arancione, al giallo, al bianco, e un effetto velluto vero sulla buccia. È una storia triste. Le ho cercate con tanto desiderio, anche all’Athens Farmers Market del mercoledì, a due passi dal Little Kings, ma niente. Quando finalmente ne ho trovate due, per caso, dentro a una ciotolina di vetro, tristi, abbandonate, rosse un po’ scure, del tutto simili alle romagnole (che io adoro, ma avrei voluto esplorare i nuovi mondi delle pesche georgiane), non ho neanche avuto l’istinto di mangiarle. Le ho ignorate. Erano lì da chissà quanto, senza più il sole dentro, conservate alle temperature glaciali di un interno americano super ariacondizionato, e hanno ammazzato il desiderio. Un sogno ucciso dall’aria condizionata. A continuare a cercare, a ordinarne una al ristorante dopo mangiato, avrei potuto realizzarlo. Ma non l’ho fatto. Perché magari erano state conservate in frigo. Adesso un po’ mi sono pentito, perché avrei potuto assaggiarle lo stesso, fare finta di niente, essere un po’ hippie.

E a proposito di hippie, subito dopo Dope hanno suonato i Marshmallow Coast in perfetto stile folk psico noise alla Elephant 6, un fiume che si muove a rilento, e rischia di far stagnare l’acqua, e allo stesso tempo una furia pop. Come Mount Eerie ai primi tempi dei Microphones. Come la palpebra che ti cala e va giù, giù, e pum! quando arriva in fondo ti risvegli di soprassalto.

Una sera eravamo al bar del roof top del teatro in cerca di un tavolino, ci sembrava che i Rat Fancy ne stessero abbandonando uno e ce ne siamo impossessati prima che se ne fossero effettivamente andati. “Ve ne state andando vero?” gli abbiamo chiesto. Hanno raccolto tutte le loro cose in fretta e se ne sono andati. Non è stato un episodio fluido. Comunque, i Rat Fancy hanno suonato dopo i Marshmallow. Sono in due, Diana e Gregory, di Los Angeles, ma sul palco erano con gli Eureka California. Hanno fatto un disco che si chiama Suck A Lemon che è proprio come succhiare un limone. Gregory è un chitarrista molto fantasioso e con un gran gusto.

A quel punto è arrivato il momento della cena: da Filipino. La cassiera aveva un tono così gentile da farti arrabbiare, ma i noodles erano buonissimi. È una cosa che hanno: dei sorrisi incredibili (nel senso di non credibili) quando devi pagare. Non sono tutti così, non tutti spingono troppo e rendono evidente che sono gentilissimi perché vogliono la mancia, ma molti lo fanno. Comunque, in media un cameriere prende poco più di due dollari all’ora, quindi la mancia gliela dai volentieri.
Un’altra cosa che hanno al Sud è un accento bellissimo. Un giorno ho chiesto una birra al bar, con qualche esitazione il barista mi ha detto che l’aveva finita e mi ha proposto un’altra cosa, vendendomela con una gran descrizione di cui io ho capito solo “red”. Una birra rossa ho pensato: ottimo! Aveva il sapore di ciliegia e allo stesso tempo sembrava lambrusco: mi aveva venduto una birra-lambrusco alla ciliegia e io avevo capito che mi avrebbe dato una birra ambrata. Bellissimo l’accento del sud!
Però, quel “dialogo” col barista è servito a qualcosa. Appena appoggiato il bicchiere di lambrusco per me sul bancone e afferrati i soldi dalle mie mani, è passato al cliente successivo.

“Vuoi una birra?” ha chiesto a un signore che si era appena seduto di fianco a me.
“No” ha risposto quel signore, guardandomi con un sorriso.
“No?” gli ha richiesto il barista.
“No, no, bevo sempre birra, concedimi una pausa” ha aggiunto il signore, urlando fortissimo. Ecco, quel signore è un amico di Renato, si sono conosciuti l’anno scorso per via della passione comune per gli Husker Du. Si chiama Mike, è il secondo Mike della vacanza e se il barista non mi avesse abbindolato col lambrusco all’americana non l’avrei incontrato.

Joe Jack Talcum è una specie di eroe. Ex cantante dei The Dead Milkmen e membro di altri progetti, è un ragazzo tranquillo, che si aggirava per il festival come se fosse lì per lo stesso motivo per cui c’ero io. A chi lo salutava “Hi, Joe” lui diceva “Hey”. Ha suonato da solo con la chitarra, molto piacevole e accolto calorosamente dal pubblico. Dopodiché, il calore del pubblico è leggermente scemato con gli Essex Green (troppo country e Belle & Sebastian anche per i miei gusti) per ritornare a fare a botte con l’aria condizionata con gli Elf Power, noto gruppo locale. A me non sono mai piaciuti, per due motivi: 1) preferivo i Mercury Rev (ci assomigliano, soprattutto a quelli di Deserter’s Song, ma non sono così potenti); 2) la voce del cantante, un falsetto buono buono, che non sopporto.

[Poi, tutti a letto].

Il giorno seguente (e siamo a giovedì) è stato uno dei migliori. Purtroppo ci siamo persi gli Hunger Anthem from Athens causa pranzo disorganizzato, prima al Big City Bread poi dal Filipino. Ma cos’è questo Filipino? È uno dei protagonisti assoluti della vacanza, il furgoncino di street food filippino ufficiale del festival, che faceva dei noodle molto buoni e delle nuvole di gamberi multicolore. Per piacere di cronaca: come seconda colazione abbiamo preso pancake e frutta al The Grit, un posto molto bello per mangiare a tutte le ore. Altra nota di piacere, nei giorni del festival abbiamo sempre bevuto Topo Chico, l’acqua con gas distribuita gratis al Little Kings, senza la quale avremmo speso almeno 100 dollari in più in acqua.

Suggested Friends (ne parlo più sotto)

Gli Shut Ups non sono da includere tra i gruppi che hanno reso quel pomeriggio un pomeriggio migliore, ma Positive No, Joy Cleaner e Zooey si. I Positive No fanno dell’indie rock scritto e suonato da dio ed è bastato questo per farmi venire gli occhi lucidi. Tra l’altro, sono amici dei Van Pelt. Su Weird Hugs la cantante ha abbracciato tutti, noi compresi, e nei giorni seguenti c’ha sempre salutato come se fossimo suoi amici: molto hippie. I Joy Cleaner hanno iniziato soporiferi e si sono svegliati all’improvviso per l’ultimo pezzo (Disposable Outcome). È stato talmente figo che ho comprato il cd al banchetto. Il banchetto cumulativo di tutti i gruppi che suonavano ogni giorno era sempre uno dei posti più affollati. Si pagava con la carta di credito! Ultimi del pomeriggio sono stati gli Zooey di Tallahassee, che fanno show gaze in cui non si sente la voce, hanno lo spleen, sono giovanissimi, quindi benissimo, ho comprato la cassetta.

Con gli Zooey si è messo a piovere e i due concerti previsti sul roof top a partire dalle 5 sono stati spostati in un locale che esiste ma dal nome premonitore, davanti al teatro: il Nowhere Bar. Un alone di mistero da quel momento ha avvolto i due gruppi: dove sono? I Love Language – che ricordavano un po’ troppo David Gray – si sono materializzati a fine serata sul tetto quando non pioveva più, ma i Moon Racer non so che fine abbiano fatto.
L’alone di mistero te lo danno gli Antlered Aunt Lord, che con il loro sound epico, un po’ emocore e Neutral Milk Hotel si confermano un gruppo della madonna. Peccato che un sandwich e un cocktail ci abbiano inchiodato qualche minuto di troppo al tavolino del Clarke’s e siamo arrivati in ritardo al teatro. In pratica, uno dei gruppi che aspettavo di più è rimasto incastrato in un panino. Abbiamo cannato anche i Buxton. Ma non gli Ampline (con MIKE degli R. Ring), che hanno fatto un concerto punk rock tirato, senza fronzoli e di poche parole.

Le parole gliele ha messe subito dopo Robert Pollard con Guided By Voices. Hanno suonato due ore, lui ha detto 8 milioni di cose, ha fatto tutti i suoi gorgheggi e acuti, si è trattenuto (si fa per dire) con l’alcol ma non con le spaccate aeree. Al pubblico ha offerto birre, estratte come per magia dal suo frigo da pic-nic, riposto con grande attenzione dal roadie ai piedi della batteria durante il sound check. Peccato che fossero in bottiglie di vetro e che i buttafuori abbiano dovuto ritirarle maledicendolo. Ma non fa niente Robert, il club ormai era aperto ed era come se fosse tuo quando eri sul palco. Un concerto fiume di 36 canzoni. E poteva andare anche peggio, visto che per la data precedente a Birmingham, Alabama, ne ha fatte 52. Scaletta da super brividi anche se a memoria non saprei ripeterla neanche dopo una doppia dose di Be Total Mind Plus: di sicuro hanno fatto Sport Comfort, Steppenwolf, I’m a Scientist, I’m a Tree, Ironmen, Soldier, Hudson Rake, Space Gun eccetera. C’è la foto sul lo @instagbv comunque. Mi è mancata My Valuable Hunting Knife ma non è grave. Completo camicia pantalone e Vans, alla David Lynch, Pollard è stato padrone del Georgia Theatre per tutto il tempo in cui è stato sul palco, poi è scomparso. Cosa che non si può dire del bassista e del chitarrista, rimasti in giro a ubriacarsi senza vergogna per due giorni. Posso dire di aver pisciato con loro sia quella sera che quella successiva. Poi basta, visto che il sabato hanno suonato a Jacksonville, Florida. Comunque, ho pisciato due volte con i GBV.

La serata si è conclusa con David Barbe (ex bassista degli Sugar di Bob Mould) sul tetto. A un certo punto, una ragazza, guardando il palco da lontano, si è avvicinata a noi e ha detto, proprio rivolta a noi: “Ma non doveva suonare Dave Barbe?”, “È quello”, “Aaaa, non l’avevo riconosciuto.. è tanto un bravo ragazzo” e se n’è andata. Barbe suona ed è direttore del dipartimento musicale della UGA. Insomma, è proprio un bravo ragazzo. Forse una volta ha conosciuto e amato quella ragazza, lei non l’ha voluto e ora prova simpatia per lui. Non lo saprò mai, comunque il concerto era tutto chitarre psichedeliche lente, no tropical ma rilassanti, e dopo un po’ siamo tornati al nostro fantastico Days Inn perché river Pollard ci aveva distrutto. In senso positivo eh.

[They call me Sleep Over Jack].

Venerdì mattina siamo andati a fare il tour bus delle case storiche. So che può sembrare una cosa da turisti anziani, lo è, ma è stato molto bello. Abbiamo scoperto le caratteristiche dell’architettura residenziale di Athens e quali personalità più o meno illustri hanno vissuto in città. Ho scoperto che mi piace guardare come sono fatti i portici delle case e quante sedie a dondolo ci sono sotto. Ci sono alcune sedie enormi. Sopra, non c’è seduto quasi mai nessuno.

Siamo arrivati al Little Kings un po’ in ritardo (pranzo al The Grit, ce la siamo presa comoda). Non ci siamo comunque risparmiati e abbiamo cannato completamente solo Ew: c’è chi dice “meglio”, c’è chi dice “peccato”. Gli Ultra Beauty di Washington hanno la scorrevolezza di un camion incastrato tra due muri, ma la loro velocità inesplosa ha preparato l’atmosfera per entrambi i concerti seguenti: prima le Blushing, più languide e dream pop con convinzione, poi le Rose Ette, che hanno dato la svolta brìo alla giornata. Le Rose Ette sono di Houston, ma “nessun problema” perché sono veramente piacevoli, leggère come il mio cervello in ferie, spolpando le ultime ore del pomeriggio.
Momento Slits con i Gauche. Cena sul roof top con hamburgerino e patatine e arriviamo al piano terra del Georgia Theatre non in tempo per i Pohgoh (mi sa che è stato un peccato) e giusto in tempo per Wesdaruler, rapper old school che accompagnerà anche Linqua Franqa l’indomani, e i Flasher, che mescolano bene shoegaze, punk rock, garage e DEVO.

Poi il teatro si trasforma nella casa degli hippie, con gli Oh-Ok, il gruppo di Lynda Stipe, sorella. Gli Oh-OK fanno una specie di post punk con una spiccata propensione al pop, Lynda è felice e il concerto è una festa: sul palco sono in mille, sono di Athens, sono stati attivi solo un paio d’anni negli anni 80 e la città è venuta a salutarli in massa. In giro ci sono anche mamma Stipe e Mike Mills… e MIKE a quel punto è stato proclamato ufficialmente Nome Della Settimana. Poi ha suonato solo Dean Wareham (i Galaxie 500) con la moglie Britta. È il Family Day al Georgia Theatre! Questo party tutto famigliare e cittadino aveva però anche un risvolto politico: il 6 novembre ci saranno le elezioni di metà mandato per la Camera dei rappresentanti, il Senato e i governor (i leader di ogni stato) e Lynda Stipe aveva la maglietta di Stacey Abrams, candidata democratica a governare la Georgia, prima donna nera a correre per questo ruolo per un partito di maggioranza. Tutti, in quella sala, erano suoi sostenitori, era chiaro.

Sempre proiettati in avanti gli His Name Is Alive, rapiti da una svolta hard rock anni ’80 molto raffinata. Non li conoscevo prima di Athens ma Giovanni mi ha detto che una volta erano uno dei gruppi più interessanti della 4AD. Sicuramente qualcosa deve essere andato storto. Poi, per ultime, le Ex Hex di Mary Timony. Abbastanza inutili, perché non aggiungono niente al garage punk già sentito centomila volte. Per carità, gran mestiere, ma chiuso lì.

[Vado a letto, neanche troppo stanco, pensavo peggio]

Sabato è stata una grande giornata, sin dalla mattina. È stato il giorno in cui siamo capitati dentro a Epiphany, l’unico negozio di Athens in cui non trasmettono musica bella ma video delle proprietarie che parlano di come Cristo abbia cambiato la loro vita: per questo, tutto il negozio è ispirato a e da Lui. Un lato oscuro di Athens che non avevamo notato fino a quel momento.
Dopo una passeggiata nel parco del fiume Ocone, ci siamo trovati di fronte al Railroad Trestle, il traliccio della ferrovia che fino al 1973 collegava il centro della città con l’esterno, oltre al fiume. Nel 2000 stava per essere demolito ma una raccolta fondi dei cittadini l’ha salvato. Perché dovrebbe anche solo minimamente interessarvi tutto ciò? Perché è il traliccio del retro della copertina di Murmur dei R.E.M. A pochi passi da lì, poi, c’è Mama’s Boy. Perché è importante Mama’s Boy? Perché è un ristorante di soul food incredibile: ho mangiato una spalla di maiale gigante affogata nella salsa olandese con un grosso biscuit e 2 uova. Se vi capita di andare ad Athens, dovete andarci e mangiarvela.
Solo a quel punto, allora, potevo iniziare la giornata di muzic e avventurarmi verso due dei concerti che aspettavo di più: Eureka California e Linqua Franqa.

Quel ponte di legno

Sulla spalla del maiale ci siamo persi Jim Shorts, stile Bill To Spill, e Lydia Brambila, cantautrice dream pop che evoca atmosfere di acqua, alberi e fauni. Siamo arrivati per Hothead, seconda cantautrice della giornata, più hippie rispetto a Lydia B, con melodie più decise e una chitarra più suonata e meno arpeggiata. Era accompagnata da un ballerino che ogni tanto faceva un coro, Mauro Repetto degli 883, però ricciolino. I Suggested Friends hanno suonato subito dopo e sono stati la scoperta migliore del festival. Unici inglesi presenti, rielaborano fortissimo modelli diversi degli anni ’80 e ’90, dalle Sleater Kinney alle Marine Girls e il risultato sono melodie da leccarsi le orecchie e chitarre con suoni degni del miglior sound checker del mondo. Disco sold out, sennò lo compravo. Da ascoltare anche l’altro gruppo della bassista, i Mammoth Penguins.
I Flamingo Shadow fanno un passo indietro: i loro suoni sono così dolci, ondulati e cantilenanti che mi invitano a ordinare una Tropicalia. Non il mio gruppo preferito ma una buona idea prima di iniziare la serata. Non prima però di un tuffo in piscina e un rotolo al The Gritt, eletto a quel punto Miglior Posto Fighetto In Cui Mangiare della vacanza, un altro campionato rispetto al Filipino.

Il concerto di Linqua Franqa è stato voce, rap, personalità, impegno politico-sociale, ballo, poesia. In pratica, ha conquistato tutto il teatro. Lei è una local, nera, PhD in linguistica e Commissario della Contea in Georgia, carica per la quale ha prestato giuramento sulla biografia di Malcom X. “Grande amore ma anche grande tristezza, perché so che non la vedrò mai più” (cit. la mia morosa). È stata la regina delle prese bene sul palco, spigliata, divertente, aggressiva nella misura giusta.

lingua franca

Wesdaruler e Linqua Franqa

Lo stesso non si può dire di Jake Ward degli Eureka California che è il re dei presi male, categoria che mi piace tantissimo e a cui ritengo di appartenere. La presa male, però, può giocare qualche scherzo. Hanno fanno un bel SET, ma è mancato qualcosa. L’atmosfera, nei giorni precedenti, non è mai stata come per questi due concerti. Mentre per gli Oh-Ok sembrava di essere ospiti di una grande famiglia, per Linqua e gli Eureka nell’aria c’era una carica esplosiva. Non era la famiglia a creare l’atmosfera, era la voglia di sentirli suonare. Ed era anche la serata conclusiva. I bar sfornavano birre a tutto spiano e qualcuno camminava storto. Purtroppo se n’erano andati i GBV, altrimenti avremmo potuto pisciare insieme per la terza volta.
Dicevo, la presa male gioca brutti scherzi. Gli Eureka California hanno le canzoni, i suoni e la miccia che fa partire la scaglia. Quella sera però gli è mancata, a volte, un po’ di decisione. Possibili motivi? L’emozione di suonare nel teatro della propria città, far parte dell’organizzazione del festival e quindi di essere coinvolti direttamente in tutto, essere arrivati all’ultima sera, un po’ stanchi forse: un insieme di cose che probabilmente non gli hanno permesso di essere al top. Io comunque, per sicurezza, ho comprato tutti i loro cd e una maglietta al banchetto, semplicemente strisciando la carta di credito. La batterista Marie Uhler vince il premio Ammazza Che Schiena, nell’edizione precedente (ATP novembre 2016) conquistato da quella dei Low.

Man Or Astro-man? e The Mummies han chiuso le porte del festival. Sono molto simili: da anni fanno la stessa roba per un pubblico granitico, abbastanza orgoglioso, legato alla tradizione e ai suoni di una volta, quelli ultra osannati del garage surf. Fanno riferimento a immaginari vicini tra loro: i film horror di serie b per The Mummies, la fantascienza per i MoA. Dal vivo, The Mummies fanno più caciara, i MoA in fondo sono più seri, anche nelle gag, anche se sono più giovani. Entrambi i concerti sono stati un po’ noiosi.

Era l’ultima sera. Il giorno seguente, dopo una camminata tra le case storiche, tra cui quella di Peter Buck, abbiamo pranzato al Donderos, uno dei ristoranti più hippie della città, ottimo. Poi abbiamo salutato Renato e siamo partiti per Atlanta. Due giorni dopo abbiamo preso l’aereo per tornare in Italia. Era il 14 agosto e, mentre eravamo in aria, è crollato il ponte Morandi a Genova.

Cosa ho imparato

“Ero certo: da qualche parte esisteva. Era inconcepibile che in un paese dove prosperava un ideale così profondamente radicato e una fantasia così sfrenata per le piccole città, non ci fosse, in un punto imprecisato, la città ideale – luogo di lavoro e di pace, senza mastodontici centri commerciali e oceanici parcheggi, senza industrie e chiese drive-in, senza Kwik-Krap e Jiffi-Shit (mini-market di merda, ndr) e senza l’obbrobrio del consumismo sfrenato”.

Bill Bryson, America perduta

Quando io e la mia ragazza ci trasferiremo ad Athens, verrà sicuramente fuori un jiffi-shit subito, ma per ora non l’abbiamo visto. È strano anche che non ci sia neanche un negozio di souvenir e oggetti assurdi dei R.E.M per adescare i fan. Di solito, gli americani sono bravissimi a museizzare tutto con cartelli, transenne, visite guidate, gadget. In questo caso non è così. Per dire, i “luoghi dei R.E.M” in giro non sono neanche tanto segnalati. Dev’essere il segno del tempo che passa, o una dimostrazione di rispetto. Oppure è perché i R.E.M si fanno tantissimo i fatti loro. Per dire ancora: venerdì Mike Mills è andato al bar e la barista abbastanza giovane gli ha chiesto un documento. All’inizio mi sono stupito poi ho pensato che sia normale che le nuove generazioni non lo conoscano. O forse gli ha chiesto un documento proprio per vedere se fosse lui. Perché infatti avrebbe dovuto chiederglielo, visto che Mills ha i capelli bianchi? Ma se gliel’avesse chiesto per avere la certezza, poi avrebbe dovuto compiere un’azione da fan, tipo chiedergli un autografo o qualcosa di simile. E invece no. È un caso che rimarrà senza soluzione. Comunque, in un modo o nell’altro, Mills non era troppo interessato né al farsi né al non farsi riconoscere e forse è stato proprio questo atteggiamento, e la fuga di Stipe a New York, a fare in modo che in città non sorgessero jiffi-shit dedicati.
Allo stesso tempo un mondo R.E.M c’è in città, tra vecchi fan e collezionisti di dischi e persone che incontri per strada e iniziano a parlarne se gli dai corda. La serata Oh-Ok è stata una festa, piena di gente che si è ritrovata lì. La mia sensazione è stata quella di partecipare a qualcosa che verrà ricordato, non i Queen a Wembley, ma una cosa più umana, un saluto da lontano anche ai R.EM. Non c’è mitizzazione, e nemmeno commercializzazione, ma il ricordo è vivo. Nessuno dei R.E.M è morto, ok, ma non voglio tirargliela e per ora le cose mi sembra stiano così.

Di sicuro, dal punto di vista musicale, la città sente più l’influenza di altro, Per esempio, del giro Elephant 6, nato a Denver ma poi trasferitosi ad Athens. Ci sono talmente tante cose lì dentro, talmente tanti stili, che diventa un pozzo di ispirazione. Robert Schneider, che con l’Elephant 6 ha fondato the Apples In Stereo, prodotto i Neutral Milk Hotel qualche anno fa e fatto molto altro, continua a fare cose. Ha pure suonato al festival con gli Air Sea Dolphin e il pubblico era contento. Da Wuxtry Records mi ha fatto lo scontrino John Fernandez degli Olivia Tremor Control. Insomma, Athens è una specie di mondo in cui prendono vita all’improvviso tutti i miei amici, che sono sempre stati lontani fisicamente. Lì, sono vicini.
La musica, insieme all’Università, è stata la cosa che ha salvato la città e non l’ha fatta diventare un’Epiphany Town o un’ennesima Castle Rock, dove fanatismo religioso e carenza di lavoro deprimono le persone. È una città hippie, piena di freak vecchi e giovani innamorati del mondo, per questo un po’ ferma nel tempo. E allo stesso tempo è indie rock, con un fermento vero e band che suonano le chitarre, oggi, come se le avessero scoperte ieri. Molti dei gruppi del festival non sono local ma l’Athens Pop ne richiama tanti ogni anno in città, e la città diventa un catalizzatore.
Poi, quando entri in un qualsiasi negozio (a parte Epiphany) ti capita di sentire… i Lemonheads. E quindi compri tutto. Per strada, ti giri e vedi Lingua Franqa che discute di politica con uno, oppure vai a mangiare e di fianco hai i Jim Shorts al completo e il cantante degli Essex Green con i suoi quattro figli e la moglie. Quando eravamo lì, ci sembrava quasi che il ghiaccio che abbiamo nel cuore piano piano si andasse a squagliare (cit.). Non posso fare finta di non aver idealizzato almeno un po’ ma alla fine, in un’estate, vivere un momento da romanzo ci può stare.

Cazale, This is this EP: il Passatore va a New York

canale this is this

John Cazale era un attore americano che recitò in film belli grossi, di quelli che mezzo mondo ha visto almeno una volta nella vita: il Padrino parte I e parte II, La conversazione, Quel pomeriggio di un giorno da cani, Il cacciatore. Tutti film pieni di personaggi stronzi, ma anche di una certa eccentrica malinconia. Ecco, quella malinconia, ce la metteva lui, John Cazale. Come il personaggio di Frederico Corleone, per esempio. La famiglia lo sbatte sempre in secondo piano, affidandogli sempre affari poco rilevanti, viene preso a schiaffi, scavalcato dal fratello più piccolo e pure punito dal padre don Vito perché va a letto con troppe ragazze. Verrà ucciso, vicino a casa, su ordine del fratello. Ogni singola goccia dell’insoddisfazione di questo personaggio viene fuori nell’interpretazione di John Cazale.

È lui.

Cazale è anche il nome di un nuovo gruppo di Cesena, che ha preso tutta la malinconia di John e l’ha messa dentro al suo primo EP, This is this. La musica dei Cazale è la colonna sonora ideale per una lunga scena di omicidio a tradimento, come quello di Fredo. Il sotterfugio, l’attesa, l’esplosione della drammaticità e infine la coda di tristezza. Questo percorso, descritto dalle linee dei fiati, suona come una tragedia italo-americana, fumosa come un western, a volte. Non solo: This is this suona come una commedia nera ambientata tra le colline romagnole, ne esprime tutta la violenta potenzialità e il carattere più leggero, sintetizzati benissimo da basso, chitarra e batteria, in una cupezza sempre a un passo così da far venire voglia di muovere i piedi. E niente voce, a parte in Ali, perché meno parole si dicono in queste situazioni ambigue meglio è. Insomma, This is this è un ponte tra la Romagna e l’America. Dell’America prende tutto il John Cazale possibile, ma della Romagna ricorda il ritmo delle malinconicissime balere, delle ombre e dei misteri degli angoli bui in cui finiscono i passi di danza. La danza, del resto, non è che un cerchio con il diavolo in mezzo.

Non è un disco di Liscio, ma ricorda l’aria che si respira quando qualche orchestra, in lontananza, suona il Liscio. E ha ritmiche lente, post rock alla Giardini di Mirò (Old school), e jazzate, in particolare quella di Nottambuli, che cresce, poi si calma e alla fine svanisce nel nulla. Fino a Piavola, punto di incontro ideale tra Romagna e USA, ballo in pista sulle colline cesenati e jazz nei locali della New York di una volta, colonna sonora per una brutta azione del Passatore, racconto delle tradizioni e dei sotterfugi dei malavitosi, spietati ma anche romantici. Un disco da ascoltare al silenzio. Ti sorprenderà, anche perché, dopo tutta questa mia pippa sulla Romagna e gli USA, in alcuni momenti ti porterà verso Oriente o, semplicemente, nel pieno dell’inverno.

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La Storia del Punk di Stefano Gilardino: degli appunti impressionanti, anche un anno dopo

Fat Mike è uno strippone. Nel 2016 Londra ha festeggiato il 40° compleanno del punk con iniziative istituzionali: è stato l’atto definitivo della morte del punk, del suo lato ufficiale. Altrove, fuori da queste iniziative che cristallizzano ciò che è stato e che non esiste più, il punk c’è ancora. In particolare c’è un’idea che lo tiene in vita: fare qualcosa di diverso. Questo è il punto di partenza del libro di Gilardino. E questo post è un po’ un delirio, ma ho cercato di mettere giù le cose a cui ho pensato leggendo e a partire dal libro. La Storia del punk di Stefano Gilardino è uscito a ottobre 2017. Un anno fa. Adesso è uscito “Il quaderno punk 1979-1981. La nascita del nuovo rock italiano”, sempre suo, e mi si è sbloccato questo articolo che avevo fermo lì dall’anno scorso. Incredibile.

La Storia del punk racconta, oltre a tutto il resto, le cose più tradizionali del punk, quelle festeggiate a Londra, e ne mette in evidenza la vecchiezza ma anche l’eredità più importante, cioè la voglia eterna di cambiamento rispetto a quello che c’era prima. Negli anni questo atteggiamento ha creato tanti generi musicali.

Fat Mike dei NOFX dice: “Quando suoniamo in Italia, per esempio, ma anche in Spagna, Brasile o in Giappone (praticamente dappertutto tranne che negli Stati Uniti ndr), vengo spesso assalito da ragazzi che mi chiedono un autografo e mi trattano come una fottuta e stupida rockstar. Una volta una cosa del genere non sarebbe mai successa, tutti eravamo allo stesso livello, non c’erano distinzioni tra band e pubblico. Mi sento veramente a disagio in quel genere di situazione e così sono costretto a bere e a drogarmi per sopportarla”.

Nel libro c’è una tensione forte tra spinta al cambiamento e fine della spinta. La dichiarazione di Fat Mike è così buona da permetterci di tirare fuori un punto di vista direi completo sul punk in prospettiva verso il passato. Quella dichiarazione riassume la tensione, musicale, economica, di principio e persino interiore senza la quale non ci sarebbe nessuna spinta. Quando sei giovane, sei punk, poi magari ti capita di diventare famoso e contemporaneamente invecchi ed è un insieme letale di cose: che tu rinneghi la fama oppure no, se il tuo cervello non è completamente bruciato, ti rendi conto che del punk a quel punto – visto che sei finito dentro un meccanismo che non governi più senza compromessi – non esiste che il principio, che tra l’altro è cristallizzato nel passato. Il passato viene idealizzato e diventa oggetto di venerazione ma quando il punk è nato era anti-venerazione e anti-auto-venerazione della musica degli anni ’60: cambiamento, appunto. Quindi, di base, l’idea è tradita. Fat Mike non sopporta i ragazzi che lo venerano ma lui venera il passato. È la storia e il problema del punk che, significando di per sé cambiamento, ha sempre cercato di rigenerarsi e reinventarsi, mangiandosi e vomitandosi (un’immagine coerente) in una forma diversa che poi è stata mangiata e vomitata a sua volta da un’altra musica diversa e via dicendo. La nuova guardia di turno tenta di cambiare le cose, una parte della vecchia si adegua e dà il proprio contributo significativo ma l’altra parte della vecchia guardia conserva quella che ormai è diventata la tradizione. E questa parte è attaccata al passato, mette la tomba sull’idea anche se crede di darle seguito, generando strati di fan che rimangono fedeli alle cose vecchie perché erano meglio. Non è semplicemente “i giovani distruggono, i vecchi conservano”, no, è un moto irregolare in cui si muovono gruppi e personaggi con percorsi diversi rispetto a tradizione e novità, ma la lotta tra tradizione e novità rimane una costante e musicisti e fan che venerano il passato, pensando di essere ancora coerenti con l’idea, ce ne saranno sempre. È umano essere innamorati del gruppo di quando eravamo giovani. E quello che è umano a volte distrugge l’idea, anche se crede di sostenerla.

Dal punto di vista musicale, gli stili sono sempre quelli, sono ormai stremati e la forza sovversiva dell’idea è sepolta nella loro reiterazione. L’idea ormai è diventata talmente “la regola” da non riuscire più a produrre davvero qualcosa di diverso. Però è viva e anche continuare a fare qualcosa di diverso nello stesso modo per anni e dopo anni, dà a chi lo fa la sensazione di fare davvero qualcosa di diverso, gli dà sicurezza e senso di appartenenza a un gruppo di persone che ha la stessa visione.
Da qui la discussione sempreverde, perché una voglia di cambiamento nella musica c’è sempre: visto che adesso è quello il genere in cui c’è più spinta a cambiare le cose, è l’elettronica il punk di oggi?

Che stress l’altrove. Torno al punk rock e cerco di continuare a pensare. Il punk è una lotta alla noia, con qualcosa di diverso, e anche un po’ ripugnante (all’inizio i Suicide li schifavano tutti). Forse il concetto di punk ha cambiato casa nel corso del tempo, proprio perché il rock è stato macinato troppo dal marchingegno. Cercare il punk altrove non è una novità, l’ha già fatto qualche anno fa il post punk unendo funk, dance e rock e arrivando addirittura a essere più punk del punk, o l’hanno già fatto i Suicide che avevano capito subito che per essere punk bisognava non fare il punk rock. Per dire.

Se ci pensate, è una bella contraddizione da reggere: tieni fede all’idea alla base di tutto (che consiste in cambiare le cose) ma se tieni fede vuol dire che non le cambi, anche se magari le cambi davvero facendo una cosa diversa da quelle che sono già state fatte. Ma lo fai per tenere fede all’idea. Ci credo che Fat Mike è andato in confusione. Cambi il modo, non cambi il cuore della questione: l’idea è sempre la stessa. È un marchingegno infernale in cui è sempre necessario ricominciare daccapo, rimettendo in gioco le forze vecchie o trovandone di nuove, con un ritmo di scouting naturale incredibile, rimasto altissimo nei decenni e che inevitabilmente ha avuto dei momenti di down sia a livello di qualità che di quantità. La storia del punk racconta l’eterno tentativo di fare un refresh. Ed è un tentativo riuscito anche troppe volte. Punk, Post punk, New Wave, Hard Core, Heavy Metal, Grind, Emo, Lo-fi sono tutti collegati da quell’idea: rompere con quello che c’è stato prima, creare qualcosa di nuova rispetto ai precedenti. La storia del punk racconta la storia della necessità di auto-cambiamento di un unico grande blob ribelle con all’interno un sacco di sotto-blob più ribelli di lui che nascono di volta in volta e cambiano le regole. È la storia del punk e della musica di rottura in un contesto preciso: dentro alle chitarre elettriche, circa. L’ho chiamato blob perché in effetti ha travolto tutto, e diverse volte, ma a guardarlo adesso mostra la corda da un po’. È come guardare il film Blob e la massa che esce dal cinema: che idea meravigliosa dici… però lo vedi che è vecchio.

A questo punto della questione posso parlare dell’orizzonte temporale del libro che, partendo dalle prime cose che mostrarono irritazione nei confronti delle mega rock band super tecniche degli anni ’60, dà alla storia un respiro diverso rispetto al solito: nello specifico, parte 10 anni prima, dal 1966 e dai Velvet Undreground (e arriva fino al 2016). Parla di America quindi, non solo di UK, ma soprattutto parla di tutto il mondo, prendendo in mano l’idea del punk e seguendone il filo, fino al Brasile dei Sepultura, per dire.

Chitarre strumento egocentrico. A questo punto della questione s’inserisce anche il modo di usare le chitarrazze. Il tipo di musica non è una costante del punk rock, perché non è possibile dare sempre la stessa forma a un’idea, ma le chitarrazze ci sono quasi sempre e sono quelle attraverso cui passano tutti i cambiamenti. Quando non ci sono, sono importanti lo stesso, perché è proprio il fatto che non ci siano, o ci siano meno, che rende il gruppo diverso. Per esempio i Devo o ancora di più i Suicide. La Storia del Punk individua la capacità di tutti i gruppi punk del mondo di incidere sull’esistente e di contribuire al cambiamento con (o senza) le chitarrazze, mantiene con coerenza, controllo e attendibilità la linea del racconto, spaziando da un genere all’altro ed esplicitando collegamenti (tipo Punk rock, HC, Heavy metal, Grind) che assumono tutto il senso che devono assumere solo se posizionati sul percorso del cambiamento e inseriti nella riflessione 1966-2016.

A questo paragrafo sulle chitarrazze c’è da aggiungere che non cambia solo la musica, ma anche l’atteggiamento. Ad esempio, all’inizio c’era il no future, poi ci si è rotti il cazzo del no future e si è passati allo straight-edge. Poi ci si è rotti anche dello straight-edge e lo si è messo in discussione. Eccetera. Dentro ci sono punti di vista diversi e idee opposte su cosa dovesse significare e essere la musica punk, veloce o no, violenta o no, major o no, mezzo ed espressione della lotta sociale, della libertà di pensiero o dell’identità sessuale. Ah, nel libro ci sono anche i riferimenti precisissimi alle forme d’arte e di espressione non satellite ma cuore del punk: fotografia, cinema, grafica, giornalismo. Una visione A 360 GRADI, insomma, un lavoro della madonna. E in questo moto continuo di arti e cambiamenti, ci sono i nomi di chi il cambiamento l’ha costruito, un sacco di nomi della scena mondiale, anche quelli meno noti.

Il ruolo cruciale dei meno noti. Ludo Mariman, Elton Motello, Michael Gramaglia, Arturo Vega, Tom Bongiovi, Billy Ficca, Jimmy Rip, Peter Carcinogenic, Tommy Tubercolosis, Roberto Valverde, Chavo Pederast, Joey Shithead Keithley, Gordo, Steve Ignorant, Eric Stump, Vinnie Stigma, Al Barile, Arthur Smilios, Billy Milano (che mi ha ricordato quelli tipo Dean Martin, al secolo Dino Martini), David Spacone, Mark Trombino, Eddie Spaghetti, Sandy Banana, Chainsaw Sally, Helena Velena, Nine Inch Males, che in realtà è il titolo di un ep. E chi è John Cipollina? Oltre che per i nomi tradizionali, c’è molto spazio anche per tutti questi. Sono divertenti. Ma soprattutto, anche se qualcuno ha fatto parte di gruppi più famosi di altri, proprio per il fatto di essere meno conosciuti, questi nomi potrebbero pure continuare a incarnare la volontà di rottura senza compromessi, per sempre. Potrebbero. Potenzialmente. Del tipo: Henry Rollins è un venduto? E che ti frega, c’è Al Barile. Ci sono anche tanti gruppi che rispondono a questa esigenza: Beat, Nerves, Dicks, Ratos de Porao, Olho Seco, Cólera, i finlandesi Terveet Kadet (che vuol dire “mani pulite”), i Rattus, i Rudimentary Peni, i Circus Mort, i Bernardones. Eccetera. Questo libro ne parla.

Al Barile è il chitarrista degli SSD (hard core punk anni ’80) ed è uno che di fronte alla possibilità di una reunion nel 2008 si è incazzato moltissimo. Insomma, le cose sono andate più o meno così: su internet inizia a girare la voce che Springa, il cantante, avrebbe riunito il gruppo con una nuova line up in occasione dell’Iperfest in Belgio. Al Barile l’ha presa bene e ha cacciato Springa dagli SSD. Da quel momento, nella pagina degli SSD sul sito della X-Claim (l’etichetta), Springa scompare, anche dalle foto. Per ricomparire solo quando avrà fatto la pace con Barile, nel 2015. 7 anni, 7 anni. Quindi, l’atteggiamento di Al Barile è quello dell’assoluta fedeltà al passato, talmente assoluta da non tollerare neanche le voci di una reunion e da non volerlo ripetere. Forse perché non l’aveva decisa lui, ma comunque neanche in seguito gli SSD si riuniranno mai. Il passato non torna, sembra dire Al. Secondo me, riunirsi o non riunirsi è la stessa cosa: farlo è tentare di tornare indietro, non farlo è ammettere che quei tempi, i migliori, meglio di quelli di adesso, non torneranno. Quindi, che i gruppi facciano quello che vogliono, non è scontato che il risultato sia buono, sta a noi giudicare senza vergogna, ma possono fare quello che vogliono. In qualche modo, entrambi gli atteggiamenti puntano a tenere in vita il punk com’era una volta.

Ed eccoci giunti al domandone. Ma ha senso farlo? Mettendo il discorso in prospettiva verso il futuro, o con uno sguardo sul presente ma proiettato su quello che potrebbe accadere, è necessario che qualcosa di nuovo intervenga per svecchiare gli atteggiamenti e la musica punk rock. Per quanto mi piaccia e mi gasi ancora, (a mio parere) non ha nessun senso continuare a definire “punk” la stessa musica di 20 anni fa con l’intenzione farla passare ancora come la musica “di rottura”. È una famiglia di generi musicali, un modo di concepire la musica che ti piaceva quando eri giovane e che ti piace ancora. Un modo di essere e pensare. Sincero, vero. Ma serve qualcosa di nuovo, da tutti i punti di vista. In Italia il diy – cuore pulsante dell’eredità punk della Dischords – ha preso molto piede e va ancora come un turbo. Il diy è l’autodeterminazione e l’autodeterminazione è fondamentale per fare la musica che si vuole fare, distribuirla come si vuole e suonarla dove si vuole. È la base da cui prende vita tutto il resto. Ma il diy è superabile? È possibile trovare qualcosa di altrettanto bello, che dia lo stesso entusiasmo, però nuovo? È necessario? Ritorna il discorso del rispetto dell’idea tradizionale che s’innesca come perno fondamentale della volontà di rinnovare e cambiare la vecchia musica. In fondo, questo dilemma si risolverebbe se ci fosse musica nuova, non importerebbe il modo in cui viene realizzata, sarebbe “di rottura” e quello sarebbe l’importante. Se ci fosse, ma non c’è, nel rock.

Default! Il cambiamento è una necessità. Quindi ci sono possibilità che succeda e che sia frequente. Dà vita a una falla sistematica (un default praticamente), rigenerante e vitale. Poi il sistema la risolve, la falla. Qualcosa di punk si è manifestato diverse volte nel corso della storia del punk rock ed è stato quindi proprio una falla sistematica oltre che sistemica. Dunque non è solo auspicabile ma anche prevedibile. Può essere punk qualcosa di auspicabile e prevedibile? In linea teorica no ma, nel momento in cui succede, succede, e cambia le cose.

Future? Credo che una delle cose più grandi create dalla musica punk rock (inteso come tutto: punk, hc, heavy metal, grind, emo eccetera) siano le amicizie, le storie e i ricordi nati grazie e attorno a lei. Guardate che amore c’è attorno agli Husker Du e quanti racconti sono venuti fuori quando è morto Grant Hart, per dire. L’ottica è quella nostalgica e di creazione del mito ma credo che sia una grande eredità, inevitabile per chi non è solo un fagocitatore seriale di musica ma ha anche un cuore. Umano, appunto. Prospettive del punk? Proprio le storie e le amicizie, che continueranno a scriversi, le nuove e le vecchie. Ricordare non è riportare in vita (come fare una reunion) ma è raccontare una cosa che è là e non vogliamo che sia ancora e anche qua, ma solo là.
A questo punto mini-mini pippa sul rapporto tra necessità di innovazione della musica e necessità di avere una musica del cuore, che anche se non cambia è lo stesso anzi è meglio. Modernità e storicità devono coesistere, per potersi guardare in cagnesco, o anche con interesse. Non è possibile che un’epoca finisca di colpo e ne inizi (sempre di colpo) un’altra. C’è un momento in cui il vecchio si muove parallelamente al nuovo. In seguito, non è che il vecchio cessa di esistere, continua, ma diventa vecchio-vecchio, e non è più parallelo ma semplicemente è sullo stesso pianeta rispetto al nuovo ma niente più. Realmente, senza sforzi e senza eccezioni, che cos’hanno in comune uno che era giovane quando infuriavano i Led Zeppelin e uno che lo era quando è uscito James Ferraro?

Poi, la prospettiva potrebbe essere qualcosa di inaspettato. Elettronica? Il rock che inventa qualcosa di nuovo? Tutto questo insieme? Unicità, diversità e capacità di suscitare repulsione. In due parole, ci vuole l’elemento surprise. Una cosa come i SUICIDE, ma non i SUICIDE. Io, leggendo La storia del punk, oltre a quei nomi bellissimi di cui sopra, mi sono segnato anche alcune cose da riascoltare, come Paganicons dei Saccharine Trust, If’n dei fIREHOSE, i New Bomb Turks, How to Clean Everything dei Propagandhi, Dengerous Magical Noise dei Dirtbombs. Sono tutti dischi che una volta erano sconvolgenti, ma adesso sono classici. Però un giorno un inaspettato gruppo spariglierà tutte le carte con una canzone impresentabile e repulsiva. Saranno i SURPRISE, e saranno punk.

Sarà possibile? Non so. Certo sarà difficile se pensiamo che Mark Fisher a un certo punto si è chiesto “però vuoi mettere con quando uscirono le prime tracce jungle? Le ascoltavi e pensavi: da dove viene questa roba?”. Ci vorrebbe una cosa come la jungle, completamente nuova, senza recuperi dal passato. Ma non sappiamo se ci sarà, non ne abbiamo la certezza. Come non abbiamo la certezza sicurissima che ci sarà un futuro. La riflessione sul futuro del punk s’intreccia inevitabilmente con quella sul futuro in generale, visto che punk vuol dire cambiamento. Simpatico, per un movimento che appena pochi anni dopo la nascita diceva no future. L’idea di cambiamento implica la fiducia nell’esistenza di un futuro e quello che i Sex Pistols hanno fatto negli anni ’70 è stato cambiare la musica rock e poi dire che non c’era futuro, come se l’unico e ultimo futuro disponibile fosse la rivoluzione punk. Invece non è stato così, un futuro musicale c’è stato e pure florido. Il libro di Gilardino s’interroga sul significato di “punk” e risponde in relazione alla storia del punk rock. Questo è il suo intento e l’ha perseguito benissimo.

C’è da chiedersi che significato e forma debba assumere oggi una musica di rottura, visto che il rock ha già fatto tanta strada in quella direzione. Abbiamo già avuto un genere musicale elettronico che ha rotto tutti gli schemi nel recente passato, la jungle appunto. Il prossimo passo per la prossima rottura non sarà un incrocio di generi (che è roba già vista) ma qualcos’altro ancora, che sia in grado di cambiare le vite della gente come ha fatto il punk rock e come ha fatto la jungle (e forse anche James Ferraro e l’accelerazionismo, ma non tanto quanto la jungle). Non deve essere solo una musica o contenere un messaggio ma avere anche una forza vitale, creare legami. Quello che ha fatto il punk rock in questo senso è stato grande. Ma non basta più. “Senza il nuovo quanto può durare una cultura? Cosa succede se i giovani non sono più in grado di suscitare stupore?” (Mark Fisher, Realismo capitalista, Edizioni Nero, pag. 28). Ce ne potrà essere un altro, di futuro, veramente diverso e che potremo definire punk senza essere quelli che dicono punk di fronte a qualsiasi cosa e che confondono diverso con provocatorio?

Leggete Gilardino.

qualcuno conosce questi gruppi ? che genere fanno ?

tafuzzy days 2018

Che musica ascolta un cinque stelle? Abbiamo la certezza che uno della Lega, dopo il DJ Salvini di ferragosto al Papeete Beach di MiMa, oltre a non ascoltare nessun tipo di musica nera e a volte – magari in cuffia – una Faccetta Nera, ascolti la musica da bolgia. Nel senso che al leghista piace ballare, fare casino nel modo più becero possibile, con la consolle che spara a mille e sotto altre persone simili a lui che si muovono sudando come bestie. Una cosa importante, naturalmente, è che ci sia casino. Perché non me lo vedo il leghista appassionato che si ascolta a casa da solo Avicii: vuole fare festa e musica per lui è uguale a gente, Evento con figa. Quando Salvini ha difeso Rita Pavone nella sua polemica contro i Pearl Jam twittando tra le altre cose “Se ci tieni a dire la tua, fai un concerto ad hoc per quella causa. Come fecero con Live Aid Michael Jackson e tantissimi altri”, i suoi fan hanno pensato “E chi è Michael Jackson?? Che cultura che ha il nostro capo!”, e chiusa lì. Tutte le polemiche dei mesi scorsi di Salvini con i cantanti italiani non hanno fatto altro che rafforzare l’idea di un capo non solo con il cazzo duro (cambia la Lega ma non passa il celodurismo) ma anche con una gran cultura! Però, innalzarsi al suo livello sarebbe troppo: è per quello che è capo, no? Qualche interesse il leghista potrebbe dimostrarlo in futuro per la musica atonale: visto che in Germania pare venga usata per allontanare i delinquenti dalle stazioni, potrebbe essere una buona idea farlo anche in Italia. Si tratta comunque sempre di un’idea della Merkel, lungi quindi dall’ascoltare questo tipo di musica a casa propria. Detto questo, se io in quel momento mi fossi trovato, per sbaglio, al Papeete, avrei bevuto sette gin tonic.

Sappiamo quindi che musica ascolta uno della Lega. Ma un pentastellato? Qui la situazione si fa più complessa e lungi da me semplificare le cose. Dipende. Se è per Di Battista ascolta senz’altro di tutto, la musica del mondo, in quanto la musica è un fluire di sensazioni che vengono dall’uomo e per comprendere l’animo umano bisogna ascoltarlo, in tutte le sue manifestazioni. La musica cura l’anima. Se è per Fico, non sa, bisognerebbe ascoltare qualcosa ma bisognerebbe. Se è diMaiano, solo cose colte, niente roba di massa, troppo volgare. Tipo Ligabue. “Sono qui per ascoltare” (cit.), aboliamo le spese per il download su iTunes e Spotify di cittadinanza: dignità per il consumatore. Grillo secondo fa le prove degli spettacoli ascoltando musica bucolica, immaginando un mondo in cui non esistono più gli mp3 e le casse stereo, ma la musica viene scelta dall’etere, a caso, e chi non fa musica bucolica viene escluso dalla playlist. Il figlio di Casaleggio ascolta di brutto De André, come Salvini del resto, perché anche lui ha una certa cultura.

Tracciato il profilo della musica preferita dalle differenti anime five stars, nei giorni scorsi un fatto di cronaca importante ha riguardato la pagina Facebook del Tafuzzy Days 2018. Uno del Movimento (che è del Movimento lo vedi da quello che condivide) ha scritto “qualcuno conosce questi gruppi ? che genere fanno ?”. Notare prima di tutto il rigoroso spazio tra l’ultima parola e il punto interrogativo e notare anche il tutto minuscolo, naturalmente, che perché fare quello sforzo inutile di mettere due maiuscole a inizio frase ? Poi, vince l’ignoranza, l’atteggiamento di strafottenza nei confronti di quello che non conosci, con superficialità liquidato con un se non li conosco io questi gruppi, chi è che potrebbe conoscerli? È lo stesso atteggiamento che attualmente hanno i loro politici al governo: superficiale e di presunta superiorità. I votanti sono come i votati. Basta Casta. Sono al governo i cittadini! Si, i più inetti tra loro. Solo che, finché parli di musica, io m’incazzo ma ok. Se parli della gestione delle infrastrutture o delle tasse, la questione diventa più complessa e delicata.
E poi la domanda “che genere fanno?” a cui immagino possa seguire un “non è il mio genere”. Ma qual è i tuo genere? Di Maio, Fico o Dibba? In quale ti identifichi meglio? Secondo me potrebbero piacerti addirittura gli AC/DC, visto che sei in sbatta su Facebook a cercare concerti da vedere, potresti essere un profondo conoscitore del METAL. Comunque, io ti consiglio di venire a fare un salto al Tafuzzy, se poi proprio ti fa schifo, ti levi dal cazzo e vai al Cocoricò, che è li di fronte. Però poi diventi leghista, non so se ti piace l’idea.

Tafuzzy Days 2018, dalle 21:30 venerdì 24 e sabato 25 agosto, al Castello degli Agolanti di Riccione. Solo per esperti.

Johnny Mox, la nuova prospettiva

Il giorno in cui mi sono laureato, quando sono uscito dall’aula, tutti gli amici e i parenti naturalmente hanno iniziato ad applaudire. Poi qualcuno mi ha infilato la corona d’alloro in testa e sono partite le foto. Mio zio, poco prima di avviarci verso l’uscita, ha detto: “È finita la pacchia”.

Destroy Everything è la nuova canzone di Johnny Mox. Parla del momento in cui finisci di studiare e la tua vita deve cambiare. Puoi decidere tu come cambiarla o possono decidere gli altri. È una questione di indole, di intelligenza e di storia personale. Si può anche fare la scelta sbagliata e sottomettersi ai sensi di colpa nei confronti di qualcosa che invade la tua volontà a tal punto da influenzare le tue decisioni sul futuro. E di conseguenza si può finire per non avere idee e per seguire quello che gli altri si aspettano da te, che in quel momento potrebbe anche apparirti come la cosa migliore da fare. E potrebbe apparire come quello che tu stesso ti aspetti da te e che ti sembra di volere. Il metro per distruggere tutto può essere anche questo: implodere completamente e principalmente distruggere se stessi. Poi arrivi al punto: inizi a fare un lavoro, che non mollerai per anni. E con il tempo il problema diventa relativo non solo a quello che non stai facendo ma anche alle cose che succedono tutti i giorni in quel lavoro, sempre nuove. Non è più solo legato al fatto che il futuro che avresti dovuto volere non è arrivato (per scelta tua), ma anche al fatto che la scelta comporta una routine, naturalmente, e quella routine è comoda e scomoda, utile e inutile allo stesso tempo. Poi, ti accorgi che quel non futuro è arrivato da un po’ e, quando te ne rendi conto, allora è lì che arrivi tu, e sai già bene chi deve esserci e chi no insieme a te. E in quel momento si ripresenta la possibilità di scegliere. E potresti, di nuovo, distruggere tutto, insieme alle persone che vuoi vicino.
Il nuovo disco di Johnny Mox che contiene Destroy Everything uscirà a ottobre, si chiamerà Future Is Not coming – But You Will e parlerà anche di questo. Riguarda molte persone, magari non tutte, ma molte. A volte la grandezza di un artista sta nell’individuare un tema musicalmente non inflazionato ma dal grande significato, perchè non è solo personale ma anche universale. Johnny Mox l’ha fatto.

In più, Destroy Everything si collega a un problema di attualità politica, l’immigrazione. Parte da una dimensione personale e allarga la visione anche in questa direzione. Esattamente come noi cerchiamo un futuro migliore andando via, aprendo un’attività o facendo qualsiasi altra cosa che sia o appaia quello che vogliamo, gli uomini, le donne e i bambini che scappano dall’Africa cercano un futuro migliore (differenza: quasi sempre con meno capacità economica rispetto a noi e partendo da un posto pericoloso per la loro vita). Questo tipo di ricerca fa parte della natura umana. Questa riflessione a cui ci conduce Destroy Everything ci apre gli occhi (nel caso in cui non si fossero ancora aperti del tutto), e ci indica l’opinione che dobbiamo avere su quello che sta succedendo ai profughi.

È strano che la frase di mio zio, scherzosa ma realistica e pungente, sia la stessa che ha usato Salvini rivolgendosi agli immigrati che vengono in Italia. Mio zio lo diceva per rompermi le palle e insegnarmi la vita, Salvini conferma di essere razzista e punta a sfruttare la questione (serissima) per allargare il proprio consenso politico. La stessa frase, da mio zio a Salvini, con implicazioni e complicazioni diverse, ma sempre a mettere sul piatto il futuro, la volontà e la difficoltà di crearne uno. L’accostamento tra la dimensione personale e quella politica esiste in Destroy Everything, è assolutamente sensato e allarga tanto il respiro del discorso. Rispetto agli altri dischi di JMOX, Destroy Everything è invece molto diversa. Dal punto di vista del suono e della composizione – che si è semplificata, ha alzato il livello (less is more) e ha mantenuto un elemento caro a Johnny Mox: la ripetizione – ma anche dal punto di vista della tematica. Anche se dentro i dischi precedenti c’erano un sacco di rivoli che aprivano a tantissimi discorsi, io li ho sempre visti, forse sbagliando, come lavori più legati all’immaginario dell’autore. Destroy Everything, appunto, rinnova la prospettiva. E in qualche modo prosegue il discorso già aperto con Stregoni (che non è un disco… cos‘è?).

In più, sembra uno di quei lenti che si ballano nel retro all’aperto di un bar, o nelle balere al mare, nei film sull’Italia di una volta, dove la pista da ballo è una gettata di cemento in mezzo alle sedie di plastica e dove spesso nascono gli amori. Un’altra prospettiva, un’altra forma del passato per raccontare il passato ma anche il futuro.

A laurearmi non ero solo, c’era anche la mia morosa, che è ancora la mia morosa, con la stessa prof. Questa cosa è estremamente personale ed è un altro discorso ma ricorda, pur essendo diversa, il video di Destroy Everything. Anche per questo mi è preso particolarmente bene.

L’ORIGINE DEL CALDO. Un racconto per l’Italian Party 18

Orso Grigio grande fan dell’Italian Party vi invita a partecipare al festival il 21 luglio e a leggere questo racconto istruttivo, scritto dal suo amico Trucco e ispirato al caldo delle scorse edizioni.

Ginetta: “Allora ci vediamo domani?”
Gino: “Ci vediamo domani”
Ginetta: “Alle 4 davanti alla fontana?”
Gino: “Alle 4 davanti alla fontana”
Ginetta: “Sicuro sicuro?”
Gino: “Si, si, sicuro”
Ginetta: “Ok. Ciao”
Gino: “Ciao”

Gino e Ginetta si scambiarono un lunghissimo bacio. Poi si guardarono negli occhi e Ginetta ruppe per prima il contatto visivo: ragazza un po’ pedante, però quando c’era da prendere le decisioni importanti era sempre lei che faceva il primo passo. Lo salutò e si allontanò verso il centro del paese. Gino rimase qualche secondo immobile a guardarla, poi se ne andò dalla parte opposta.

Ginetta abitava molto vicino. Camminava spedita, felice. Con le mani in tasca, le sembrava di stringere un foglio: il foglio dell’appuntamento con Gino. Lo sentiva. Lo tirò fuori. Aprì il pugno. Era vuoto, sorrise. Un appuntamento fantasma. Arrivata di fronte a casa, suonò il campanello. Sorrideva ancora. “Chi è?” chiese la voce decrepita della nonna. “Sono io, apri”. La nonna le aprì insolitamente subito e Ginetta scomparve dietro al portone.

Gino invece doveva prendere l’autobus per tornare a casa e quindi raggiunse la fermata. “Domani alle 4” pensava. “Domani alle 4, domani alle 4, non devo sbagliarmi”. Dovette aspettare un bel po’ prima che arrivasse il B3. Era caldo, ti credo, era il 20 luglio, se non fa caldo il 20 luglio, quando lo fa? Ai lati della strada c’erano le fiammelle di calore, come sempre con quella stagione. Poi, successe una cosa nuova: i pensieri di Gino incominciarono a incasinarsi, le parole nella sua mente si ammucchiarono. “Alle domani 4” pensava. “Domani due più due alle”. Il caldo tramortiva la sua lucidità, cervello e memoria erano finiti chissà dove. Valli a trovare adesso.

Finalmente arrivò l’autobus. Gino salì e si mise a sedere (aveva l’abbonamento). Fin lì ce la poteva fare. Non c’era nessuno. Solo lui, l’autista accaldato e qualche fiammella sparsa qua e là sulle sedie. Le porte si chiusero e l’autobus partì. Le parole gli uscirono dalla testa. Tutte le lettere si sparpagliarono impazzite lungo il corridoio. Gino si alzò incredulo e tentò di raccoglierle ma erano bollenti e scivolose e non riusciva a tenerle in mano. Si stavano sciogliendo per il caldo. Ogni tanto una fiammella gli passava davanti per scendere o cambiare posto: le sedie si stavano liquefacendo e la loro plastica si appiccicava a quella delle lettere. Che vita di merda. Riuscì a raccoglierle tutte e portarsele via in qualche modo.

L’autobus si fermò davanti a casa. Una volta nella sua stanza, buttò tutte le lettere sul tavolo. Passò tutta la sera a cercare di riordinarle. Ma non ci riuscì. Nella sua mente, rinfrescata dal condizionatore, si era ristabilito un discreto ordine. Ma quelle lettere e quel pensiero, ormai usciti dalla testa, rimanevano privi di senso. Le lettere si erano solidificate ma continuavano a non voler dire niente. Passò tutta la notte ad anagrammare. Sapeva che quella frase era importante. C’era una F, o forse una E mozzata, una I, che forse era stata una L. E ce n’erano altre. Non che fossero tante, ma gli sembravano più di quelle che dovevano essere, ed erano monche. Si addormentò all’alba, mentre fuori spuntavano le prime fiammelle. Scomparivano al crepuscolo e ritornavano in città alle prime ore del mattino. Era già un gran caldo.

L’indomani alle 4
Ginetta era appena arrivata alla fontana.
“Gino non c’è ancora” pensò.
Le piaceva arrivare per prima agli appuntamenti. Non in anticipo, per prima. E le piaceva ancora di più arrivare per prima agli appuntamenti con Gino. “Non è difficile” pensò. Guardava gli zampilli dell’acqua, lanciava nella vasca alcune vecchie lire, infilava le mani nell’acqua e si sciacquava la faccia. Le piaceva quella fontana. Lì s’incontrava sempre con Gino. Lì si erano visti per la prima volta: era estate, lui stava facendo il bagno e lei, seduta sullo scalino che gira intorno alla fontana, leggeva un libro. Gino scivolò proprio quando era accanto a lei e la bagnò dalla testa ai piedi. “E svegliati!” gli voleva urlare Ginetta, che all’inizio si arrabbiò, poi scoppiò a ridere. Gino sembrava proprio imbranato.

Di sicuro, era sempre in ritardo. Per passare il tempo, Ginetta guardava le fiammelle che cadevano nell’acqua e si spegnevano, lasciando il niente dopo di sé. Saltavano sul muro e, ignare del pericolo, si tuffavano, friggevano per qualche secondo e scomparivano. “Un po’ di caldo in meno” diceva Ginetta ogni volta che ne moriva una.
In realtà, col tempo le fiammelle erano diventate più furbe e nell’acqua ce ne finivano sempre meno, solo quelle più giovani (quelle gialle). Quelle più anziane (rosse) erano più esperte. Si erano evolute e avevano imparato che a quella fontana non si dovevano neanche avvicinare. Sai mai che qualche infamone gliele buttasse dentro. Cercavano di insegnare come funziona la loro vita grama alle fiammelle gialle ma non tutte ascoltavano e spesso erano incontrollabili. Son ragazzi. E poi dicevano che ogni volta che moriva una fiammella gialla, ne compariva una rossa, da qualche parte, quindi era impossibile salvarsi.

Ginetta si avvicinò a una delle fiammelle rosse, perché vedeva un riflesso strano. La fiammella la guardò un po’ storto ma non si mosse, per sicurezza, spaventata. Ginetta riuscì a vedere il riflesso e quello che conteneva. C’era una piazza e un chiosco e in un cartellone grande c’era scritto Italian Party 100 o una cosa del genere. C’erano tre palchi e sopra ogni palco c’era un certo Johnny Mox in tre versioni diverse: uno che sembrava lui da vecchio che suonava musica mai sentita, uno più giovane che faceva hip hop e un altro che faceva una cosa con dei ragazzi neri. Poi si sentivano le voci di un po’ di boys che dicevano “Ma che caldo fa” e uno di loro, che era proprio Gino, rispose “Tranquilllo, ho il mio cellulare refrigerante” e li spruzzò tutti coprendoli di un morbido velo di gelo. Al che loro se ne andavano in giro dicendo “Ah che bello ci vediamo l’Italian Party al fresco, possiamo girare da un palco all’altro e vedere tutti i gruppi!”.

Le 4 e 10 minuti. Ginetta si allontanò dalla fiammella rossa direi, a dir poco, pensierosa. E cosa sarà questo Party Italian 100? Ma poi, è vero, chissà che fine avrà fatto il cellulare di Gino, perché non lo usa per chiamarmi o mandarmi un messaggio? E cosa ci faceva Gino là? “Appena arriva m’incazzo”. Come al solito. “Io non sono mai arrivata in ritardo a un appuntamento con lui” pensava. Sono sempre io ad aspettare. “Che stronzo”. Ma Gino non lo faceva apposta, ogni volta che avevano un appuntamento, un imprevisto lo faceva tardare. Un imprevisto insormontabile. Cause di forza maggiore. Sempre.
Le 4 e 13. “Questa volta si sarà rovesciata sotto sopra la casa…”. Ginetta si bagnò di nuovo il viso. Faceva un caldo incredibile. Una fiammella morì nello stesso momento in cui infilò le mani nell’acqua. Fissò per qualche istante il vuoto lasciato dal fuoco. Lo fissò attentamente. Mai nessuna fiammella negli anni le aveva rivelato il segreto dell’Italian Party.
Le 4 e 16. Tirò fuori lo smartphone dalla borsetta. Ancora nessun messaggio. Attaccò ad ascoltare questo Johnny Mox su Spotify. Il ritmo di quella canzone, The Long Drape, si sposava perfettamente con quello delle fiammelle che morivano scandendo il passare del tempo.
Le 4 e 21. Sul cd la canzone successiva, nella fontana altre fiammelle morte. Ginetta, molto arrabbiata. Nessuna ipotesi assurdamente realistica le venne in mente e certamente la sua più ricercata fantasia non sarebbe stata all’altezza della fantastica realtà di Gino. Spense il Spotify e rimise lo smartphone nella borsa. La sua rabbia era lì lì per esplodere.
Le 4 e 22. Esplose. Si alzò in piedi, raggiunse due fiammelle rosse che facevano la siesta, le raccolse e le scaraventò nell’acqua. Una mossa felina, non fece neanche in tempo a bruciarsi. Pedante, ma veloce. Una delle due fiamme doveva essere quella che le aveva rivelato la profezia del Party italiano. “Sembrava una cosa bella, speriamo che succeda lo stesso anche se ho ammazzato la fiammella”. Un paio di passanti la fissarono stupiti e lei li bruciò con lo sguardo. Se ne andarono.

Ma che fine aveva fatto Gino? Aveva rinunciato a cercare un senso al pensiero perduto ed era uscito di casa per andare alla fontana, tanto si vedevano sempre lì. E, mentre s’incamminava verso la fermata dell’autobus facendo il numero di Ginetta sul cellulare, era inciampato dentro a una fiammella ed era finito all’Italian Party. Una volta di là, la richiamò. Lei rispose e Gino disse: “Muoio dalla voglia di raccontarti che cosa assurda mi è successa”. Lei, seduta sullo scalino della fontana, chiese:

“Ah si, e cosa, sentiamo?”
“Stavo venendo alla fontana ma sono inciampato in una fiammella, ci sono cascato dentro e adesso sono..”
“Ma vaffanculo.. All’Italian Party 100?”
“Si… come fai a saperlo?”

Ginetta vide all’improvviso un’altra fiammella rossa con il riflesso dell’Italian Party e gli rispose: “Aspé, arrivo”. E si tuffò dentro alla fiammella.

Si ritrovò nella piazza che aveva visto prima, con lo stesso cartellone, solo che notò che c’era scritto Italian Party 100 °C. In effetti faceva caldino e si mise alla ricerca di Gino, che amava tanto ma che soprattutto aveva il suo cellulare refrigerante. Lo trovò, a lei passò subito l’incazzatura, si refrigerarono insieme, videro un sacco di concerti, tipo diciannove, e senza avere caldo. Umbertide? Si si, dovevano essere lì, l’aveva detto uno prima. Si, e a Umbertide non c’erano le fiammelle, e neanche la fontana. Lì c’era la Fiamma Imperatrice, la più rossa di tutte, la più grande di tutte, in fondo alla piazza, inspegnibile, il caldo si spreddava proprio a partire da lei per tutto il Mondo e a Umbertide non c’era possibilità di rinfrescarsi se non con della birra. Per un pelo di arietta fresca bisognava aspettare il calar della sera. Era il cuore del caldo mondiale ma l’Imperatrice aveva una certa età, andava a dormire presto e quando dormiva emanava meno caldo. Per quello le fiammelle scomparivano di notte. Un sistema infallibile, che aveva inventato, brevettato e venduto in tutto il Mondo tanti anni prima, quando era dagli amici Sumeri. Adesso abitava a Umbertide, perché la riportava indietro ai tempi antichi.

Umbertide, una cittadina senza fiammelle (le prime iniziavano a vedersi subito fuori da Umbertide perché l’Imperatrice era un po’ prima donna e voleva dominare la città) e senza la possibilità di abbassare la temperatura uccidendole, ma dove una volta all’anno si organizzava quel Party con concerti a nastro. Qualcuno viveva lì ma la maggior parte della gente era passata come G&G attraverso una fiammella, da città diverse. Per loro era stato un caso, ma gli altri conoscevano questa Festa Italiana e infatti si erano portati dietro i banchetti per vendere dischi, toppe o magliette. E quelli che suonavano erano passati con gli strumenti e tutto. Ci devono essere delle mega fiammelle dalle loro parti. Ma la Fiamma Imperatrice è immortale? O quando morirà verrà sostituita dalla seconda fiamma più grande? O la successione è ereditaria? Ma le fiammelle rosse crescono anche di dimensione? Tutte domande che rimarranno senza risposta.

Con quelle temperature il cellulare refrigerante, per ricaricarsi, aveva bosogno di ore e purtroppo non poteva essere usato per fare la refrigerazione do it your self per gli altri regaz, ma tutti gli invidiosi se ne fecero facilmente una ragione perché fu una grande festa. C’era anche una chiesa-palco e i regaz ogni tanto andavano a rinfrescarsi tra le mura sacre che, si sa, sono sempre più fresche. Fuori dalla chiesa c’era un sit-in di protesta dove si urlava “Facciamoci suonà anche Tunonna nella chiesa!”.
Nel corso della giornata avevano suonato addirittura due gruppi inglesi, i Tellison e gli Olympians; tali Labradors avevano fatto saltare tutti, ma anche gli I Like Allie; in un gruppo chiamato Gazebo Penguins c’era il cantante che si chiamava Capra e a fine concerto aveva una linea del sudore incredibile sulla maglietta*; i più cattivi erano stati i Montana, i Chambers e i Kint, i più matti da far paura i Cayman o qualcosa del genere, di Johnny Mox la Ginetta si era già innamorata; oltre a Tunonna, anche Girless e Dead Poet Society avevano suonato da soli; a Ginetta era piaciuti un sacco i DAGS, a Gino i Suvari; grande successo per gli Afraid; HEXN viaggione; i Futbolìn hanno cantato una canzone che faceva “l’inverno sta arrivando, rigido!” che ha dato un po’ di speranza a tutti. Poi G&G scoprirono che c’era pure una compilation su Spotify.

Verso mezzanotte, quando era il momento di tornarsi a casa, il mantello refrigerante era scomparso, perché oltre a refrigerante era anche permaloso, appena arrivava un po’ di fresco di sera si sentiva inutile e se ne andava. Poi, senza fiammella-porta, come potevano fare a tornare non lo sapevano, dovevano chiedere. Forse bisognava passare attraverso la Fiamma Imperatrice. No, se passi da lì, muori. Nessun problema, tanto avevano sentito dire che c’era una fattoria con piscina convenzionata con l’Italian Party 100 °C e potevano passare una notte fresca lì.

L’indomani
Autostop.


“Tutti volere supporter pack di Italian Party 2018
(cit. Orso Grigio)

* ma i Gazebo Penguins purtroppo hanno annullato la data.

Vivere in campagna. Malkmus and his Jicks: Sparkle Hard

Sporty
Le nuotate alla piscina comunale di sera dopo i compiti erano sempre una palla, ma alla fine ero contento. Arrivavo là che non ne avevo mezza e uscivo sfasciato, di quella stanchezza bella però, come si dice, perché sei soddisfatto e pensi che sia utile. Il mio stile preferito era la rana ma nessuno dei simpatici istruttori che ho avuto nel corso del tempo mi ha mai permesso di farne tanta: avevo bisogno di allargare le spalle, non di stringerle, e la rana ti fa chiudere a guscio. La mia cassa toracica era stretta come quella di un ciclista, “ma non sei un ciclista, ah ah!”, mi ha detto una volta un istruttore, facendomi veramente sbellicare di risate. Anche lo stile libero ni. Dovevo fare il dorso o il delfino. Che palle.

Però nuotare mi piaceva, perché ero sicuro che fosse un modo per migliorare quella forma fisica di cui non andavo mica tanto fiero. Momento minimo della mia autostima fisica: il dottore alla visita medica militare che vedendomi nudo nato urla: “Attenzione, arriva Schwarzenegger!”.

In piscina con me veniva Rigi. Poi c’era Zigartina, uno del liceo. Lo avevamo chiamato così perché dopo 50 vasche io e Rigi andavamo a prendere un ovino kinder, lui si fumava una bella sigaretta a polmone aperto. Spesso ci portava e veniva a prendere mio nonno, che a volte rimaneva in gradinata a guardarci. Se durante la lezione sentivamo “Vai Giacomo!”, o anche “Dai Rigi” (per par condicio, è sempre stato un po’ democristiano) allora voleva dire che era rimasto. Una volta ha urlato anche “Vai Zigartina!”.

Il 24 novembre 1992 in piscina non c’erano né Rigi né Zigartina e mi aveva accompagnato mia mamma. Aveva portato anche mio fratello proprio lì di fronte, al Carisport. Suonavano i Sonic Youth, e di spalla i Pavement. Anch’io volevo un sacco andare ma mi fu proibito, perché era meglio non saltare nuoto. Una storia veramente triste. La lezione fu stancante e soddisfacente come le altre volte ma mi beccai una sgridata dall’istruttrice (la Paola) perché non l’avevo ascoltata e avevo fatto troppa rana. Il mio spirito ribelle contro le regole dei genitori si manifestava contro le regole dell’istruttrice. Inutile sottolineare l’inutilità del gesto. Mio babbo lavorava sempre fino a tardi e quella sera mia mamma fece tre avanti e indietro da casa. Il terzo fu per andare a ri-prendere mio fratello e io saltai in macchina, solo per vedere la sua faccia all’uscita dal concerto. Mi ricordo che aveva il Barbour. E che era molto gasato. Io invece ero l’uomo rana…

Garage
Anni dopo la piscina, io e altri miei amici regaz avevamo l’abitudine d’incontrarci nel garage di Giordano, al sabato nel pre-serata. Parlavamo di massimi sistemi, bevevamo un paio di bicchieri di sangiovese, passavamo ore a decidere cosa fare e intanto ascoltavamo un po’ di musica. Ma non poltrivamo solo così miseramente, andavamo anche a un sacco ai concerti insieme. Oggi quel modo di andare ai concerti è solo un ricordo, per farlo succedere ancora bisogna che venga giù il Signore. Adesso mettiamo lo stesso entusiasmo, non so, per andare a fare una camminata in montagna. I tempi cambiano, i legami rimangono ma si crea una distanza maggiore. Quando ci si vede è tutto uno stare benone ma, comunque, non si va ai concerti insieme. Tanto meno ci si becca al sabato sera nel garage di Giordano ad ascoltare Wowee Zowee. I Pavement sono stati tra i king indiscussi di quel periodo. Momenti che segnano.

Cavalli
Molta di quella vita, di 20 anni fa, l’abbiamo solo vissuta, è rimasta inesaminata e ha bisogno di essere compresa. Quello che succedeva, succedeva e basta, con una specie di assenza di coscienza che rendeva belle le cose proprio perché erano immediate, spontanee. Non era proprio assenza di coscienza, piuttosto assenza di indecisioni o di analisi delle possibili alternative. Ai tempi Stephen Malkmus era il cantante dei Pavement, che erano ancora in attività. Poi si sono sciolti e Malkmus ha iniziato la carriera solista, per lo più coi The Jicks, che continua tuttora. All’inizio, viveva la musica e il gruppo da dentro, c’era dentro fino al collo proprio. Adesso, a quello sguardo, ne ha aggiunto un altro, dall’esterno, per esaminare quello che ha fatto e continuare a farlo approfondendo e sviscerando quello che gli piace, che è poi il suo mestiere. Sono passati anni ma Malkmus è ancora lì a fare quella musica, sognando. Lo stile è lo stesso ma lo fa con questo atteggiamento nuovo, diverso. E io lo ascolto ancora perché c’è ancora molto da scoprire. È un maestro, non è un bambino, e con Sparkle Hard, il suo ultimo disco, ha cambiato la sostanza del proprio sguardo.

E per cambiare la sostanza, ha cambiato anche la forma, cioè modo di suonare la chitarra. Niente più aggressività ma solo super relax, limbo, la vita in una fattoria con i cavalli. La melodia prevale sulle svise di chitarre psyco seventy. Ed è questo il modo in cui è arrivato alla tenera età di 52: piuttosto sereno direi. Questo è il suo modo di vedere le cose da fuori. Continua a lavorare il cuore della questione e rallenta tutto quello che c’è attorno. È una sospensione che lo aiuta a osservare meglio. Non fare più tante svise significa non essere più completamente travolto dalla musica e dalla scrittura, controllarle di più. Anche solo rispetto all’album precedente, questo cambiamento è chiaro. Malkmus e i Jicks hanno scritto Sparkle Hard cercando di guardare il passato dal presente e il presente dal presente.

Ha senso? O è sensato solo uno sguardo dal presente al futuro? La musica come le altre arti deve contribuire allo sviluppo della mente umana. Quindi bisogna cercare il futuro, perché servono sempre input nuovi e bisogna progredire. Una parte dei musicisti in attività ha questo ruolo. È normale che altri musicisti sentano invece ancora la necessità di esprimersi con modalità simili a quelle usate in passato: accanto a chi stimola con cose nuove, c’è chi ha il compito di rassicurare. All’ascoltatore la facoltà di scegliere. È normale che convivano questi e quegli artisti, questi e quei fruitori. Però non è che chi continua a fare le stesse cose debba per forza lacrimare nostalgia. La sincerità nell’arte è sopravvalutata, perché forzare se stessi può portare a superare i propri limiti e quindi potenzialmente a risultati eccellenti. Questo non toglie che proseguire un discorso iniziato in passato sia un ottimo punto di partenza se è quello che si vuole. Se ti muovi dentro al passato cercando punti di vista nuovi può diventare interessante.

“Even if it’s risky and it can really turn bad, no doubt!” (cit. Malkmus nel link sopra). A fare dischi simili a quelli prima ci si prende un rischio, perché potrebbero non piacere più a nessuno o, più realisticamente, solo a quelli della tua età. Potrebbe essere deprimente, dice Malkmus. Suona come se fosse la sua ultima occasione e il suo ultimo tentativo. Io non lo so se lo sarà, ma Sparkle Hard è un disco esaltante. Malkmus è stato in grado di tenere alto il livello delle sue uscite per tutti questi anni e adesso ci fa anche vedere come si fa a non cadere nell’imitazione di se stessi. Arrivarci così, alla tua età. It’s time to shake your ass Stephen, again.

Passo e chiudo
Ma perché vi ho raccontato tutto questo? Me lo stavo chiedendo anch’io, quando all’improvviso ho scoperto la risposta. Non mandarmi al concerto fu per il mio bene, e questo lo apprezzo. Però. Adesso, da un lato, sono ancora rachitico come quando mi sgridavano perchè facevo troppa rana. Dall’altro, la prima volta che ho sentito i Pavement, poco prima del loro concerto al Carisp, all’improvviso sono diventati quello che mi era sempre mancato: sono cose che succedono, prima pensi di vivere bene poi conosci una cosa nuova e ti chiedi come hai fatto a stare senza (più o meno così è andata quando ho scoperto il caffè). Da quella volta, prima o poi un disco di/con Stephen Malkmus è sempre arrivato, continua ad arrivare sempre e io continuo ad aspettarlo ogni volt a. Penso: se tutta la mia vita andasse a rotoli, potrei andare a vivere su un’isola deserta. Ma, metti caso che là il wi-fi non funzioni, poi mi perdo il prossimo disco di Malkmus. No?

Detto tutto questo adesso ditemi: mi è servito di più il nuoto o Stephen Malkmus?

Tentativo di riflessione sul fatto che tutti danno addosso a Young Signorino e agli immigrati

Il 25 maggio Young Signorino era ospite da Chiambretti a Matrix. È stato una specie di processo con più giudici che entravano in scena più o meno uno alla volta, più o meno all’improvviso, e dicevano la propria. Opinion time, ritmo serrato, senza tregua. Le domande le faceva Chiambretti, che moderava, con meno arroganza gerarchica di un Mentana o un Giletti ma la simpatia è comunque un’altra cosa.

Quando è arrivato sul palco, ad aspettare YS c’era Orietta Berti, che è completamente sui coppi, e infatti tra i due c’era intesa. Lo sapete, no: YS si spaccia come il figlio di Satana. Ecco, a questo proposito, la prima giudice a entrare è stata un’arcidiacona, moglie e madre, simbolo di quanto sia avanti la Chiesa in Italia, dice Chiambretti. Non così avanti da ammettere l’esistenza di Satana però: non ci sono prove! diceva la donna, è tutto marketing! Argomentazione arguta e necessaria. A cui YS ha risposto senza problemi: sono il figlio di Satana, è vero e basta. La storia è che, dopo essere stato ricoverato per overdose di psicofarmaci, YS si è risvegliato così, figlio di Satana.

Poi è arrivato Crepet, che sembrava Feltri in collegamento al venerdi pomeriggio alla Zanzara. Vestito come un cummenna fuori per la gita della domenica. A un certo punto YS ha risposto a una domanda dicendo “sono un artista” e Crepet ha risposto:
Lo vedremo
Lo vedremo
Lo vedremo Lo vedremo Lo vedremo Lo vedremo18
Giovanotto!

Prima, Crepet si era espresso in modo confusionale. Pro? Contro? È stato situazionista, si è acceso o si è svaccato a seconda di quello che diceva YS e se trovava interessanti o meno gli input di Chiambretti. Poi ci sono state le altre tre donne che hanno appoggiato YS, oltre a Orietta B. In collegamento via etere, speculare a Crepet ma più maestrina, c’era una psicologa. La sua tesi è quella dei critici musicali più illuminati (quindi anche la mia..): è giusto che ai giovani piaccia e ai vecchi non piaccia YS, esattamente come ai nostri vecchi non piaceva quello che piaceva a noi quando eravamo giovani.

YS annuiva. Per il resto, rispondeva a cazzo alle domande che non gli interessavano, più deciso a quelle che gli interessavano. DJ Aniceto gli ha detto che su internet si fa successo con la “cacca” e che con la sua musica spinge i giovani a drogarsi. E YS ha risposto “Perché la gente non si drogava prima che esistessi io vero?”. Aniceto, steso, ha ribattuto ma è stato inutile, gli applausi ne coprono la voce, la platea, questa e altre volte nel corso della trasmissione, era dalla parte di YS.

Torno indietro di quasi due anni. Bello Figo GU ospite da Belpietro è il precedente di questa puntata di Matrix. Preso di mira da tutti i presenti, trattato come uno scarto umano da gente di elevatissimo spessore come Alessandra Mussolini, Bello Figo si difese benissimo. Chiambretti però ha fatto un passo in avanti: ha fatto in modo che alcuni si schierassero a favore, per poter rivendicare un vago equilibrio e un’analisi super partes, ha detto al pubblico di applaudire molto anche YS, ma il processo era comunque in atto. I pareri sono come i coglioni, diceva Clint Eastwood nel suo solito modo così onnicomprensivo e poco sessista di descrivere l’essere umano: ognuno ha i propri. Però, gli ospiti avevano la presunzione di possedere la verità e di voler insegnarla, sia che la loro opinione fosse positiva sia che fosse negativa, ironica, o no, così ironica da non capire se fosse ironica o meno. Fai musica, dici cose, fumi nei video e ti esponi alle critiche, è normale. Ma questa cosa, di fronte a un artista nuovo, di fare quelli che ne hanno viste tante e di trasformare l’età dei vecchi in uno strumento di condanna e quella dei giovani in un motivo di vergogna, è totalmente inutile. Perché tanto, lui si becca lo stesso le visualizzazioni su YouTube, entra nella vita di tuo figlio e la influenza, anche solo per la durata di un flame intenso, ma comunque raggiunge il suo (o di chi ci sta dietro) scopo. Mettere a processo o infamare le cose nuove perché non le si capisce (Federico Sardo su Sfera Abbasta) non serve a fermarle, per fortuna. Piaccia o non piaccia la musica di YS, sia o non sia un fuoco di paglia, è il presente, che si inserisce in un momento storico in cui l’hip hop e i derivati spopolano anche in Italia e sono un ponte verso la musica del futuro e verso la comprensione dei più giovani, credo.

Insomma, è giunta l’ora di far votare la giuria. Condanna o no? Un attimo che conto i voti (Chiambretti ovviamente contro):

Hanno votato NO:
Chiambretti appunto secondo me,
la ragazza prete,
il DJ.

È un SI per:
la psicologa collegata,
le due tipe a bordo palco,
Orietta B. (mia mamma dice: “Stai malissimo coi capelli così corti”, mia nonna diceva: “Perché ti sei tagliato i capelli, hai dei ricci così belli..”. Orietta è come una nonna e non poteva che prendere YS sotto la sua covata con quella dolcezza lì, commento al nuovo taglio di capelli compreso).

Non s’è capito:
Crepet.

4 a 3 e un boh. Platea inaffidabile. (C’era anche Alda D’eusanio, ha fatto la battuta del cazzo su YS poi ha parlato d’altro). Ma la vittoria non conta tanto. Chiambretti fa queste puntate di Matrix (non molto tempo fa, c’è stato Sfera Ebbasta, che non è stato trattato come YS ma il tono era sempre delegittimante) per compiacere quelli spaventati dalla novità perché è completamente diversa dalla tradizione in cui sono cresciuti. I mostri sono loro, oltre a Chiambretti e ai giudici della trasmissione.

LORO 3, un film di Chiambretti.

Anche rispetto Sfera Ebbasta, l’attacco ha fatto un passo in avanti. Sfera Ebbasta è stato oggetto di critiche superficiali, che non riconoscevano in lui una profondità, un riflesso dei giovani di adesso, perché non la cercavano neanche e si limitavano a commentare non la musica ma solo l’aspetto. Con YS, Chiambretti ha portato la critica dei social in televisione, restringendo il target e insistendo su quella parte di pubblico che guarda la sua TV: i genitori di 45-50, a cui bisogna far presente bene che il figlio ha gusti pericolosi, e quelli che sono diventati abbastanza adulti da poter fare la parte dello zio. E l’ha studiata in modo che sembrasse una discussione super partes, tentando così di renderla interessante.

Guardate l’espressione di YS mentre la finta Orietta Berti coverizza una sua canzone. Visto che lo sguardo è coperto dagli occhiali da sole, la bocca parla da sola: è tra il non sto capendo bene, cosa vogliono questi e il chi se ne frega di quel che pensano. È l’atteggiamento giusto. Tutto quello a cui ha risposto con sufficienza meritava sufficienza e tutto quello a cui non ha prestato attenzione, magari guardando il cellulare (cosa che ha suscitato perculo), non la meritava.

A Padova il 30 maggio, a un concerto fatto pochi giorni dopo Chiambretti, YS ha reagito peggio alla folla e alla gente. A Cesena, il 2 giugno, è andata un po’ meglio, anche se l’impianto non ha funzionato bene e il concerto è durato un quarto d’ora, mi dicono. Le cose potrebbero migliorare, oppure no. Il sindaco di Bassano ha vietato il concerto di Young Signorino, perché è una “presenza inopportuna”dopo le polemiche culminate con la richiesta dell’assessore regionale all’Istruzione di ritirare il patrocinio del Comune alla manifestazione. YS era finito sotto accusa per le sue canzoni diseducative. Ha detto il sindaco: “Abbiamo pensato a un evento di vasta portata che potesse offrire al target adolescenziale e giovanile un’opportunità di aggregazione, di cultura e di espressione artistica. Young Signorino appare quasi esclusivamente come fenomeno mediatico, più che artistico, e di provocazione artificiosa e calcolata, più che di genuina trasgressione o contestazione giovanile”. Nella puntata del suo programma del 7 giugno, Fiorello ha letto il testo di La Danza dell’Ambulanza e poi, naturalmente ironicamente, ha commentato: “Perché vietare i suoi concerti?”.

Insomma ce la prendiamo con chi ci ruba quello che ci appartiene. Young Signorino ci sottrae il controllo dei figli, come se prima di lui (o prima di internet) l’avessimo avuto. Vi ricordate Chunk dei Goonies, quella scena in cui racconta tutto, ma proprio tutto alla banda Fratelli? Potremmo raccontare un sacco di cose che abbiamo fatto da giovani al di fuori del controllo dei nostri genitori. E non mi pare che ci fosse già internet, o YS.

Gli immigrati invece ci rubano il lavoro. La paura del diverso è alimentata sia da Salvini sia dalla televisione, in trasmissioni come quella di Chiambretti. In questo caso l’ironia, sempre salutata come una cosa positiva, diventa un modo per mascherare e rendere apparentemente più innocuo e accettabile un tentativo di emarginare. Il finto sostegno a YS da parte di alcuni ospiti è parte integrante della struttura della trasmissione, realizzata per far sembrare strano e pericoloso quello che è diverso dalla tranquilla normalità su cui vorremmo il totale controllo. A Matrix non hanno parlato di musica, neanche superficialmente. La puntata è stata scritta per colpire un bersaglio con uno stile e una struttura decisi a tavolino, precisi ed efficaci, assecondando una paura che esiste già ma che va alimentata, per darci la sicurezza che esista un ordine che agisce per noi e argina il problema. Nel caso di YS ci s’inventa il pericolo a cui sarebbero esposti i figli, trovando terreno fertile per la paura nella proposta di avversione al nemico scelto.

Nel caso degli immigrati ci s’inventa un quadro di pericolo verso tutta la società, ingigantendo e parlando solo episodi negativi, raccontando balle sul fatto che l’Italia è stata lasciata sola dall’Europa, inventandosi un’invasione di africani. Che ci rubano il lavorano, ci stuprano le figlie, ci sparano, mettono a rischio la nostra religione eccetera. Immigrati e YS: i livelli a cui s’interviene sono diversi (uno famigliare, l’altro sociale) ma toccano entrambi le corde più sensibili e hanno lo stesso scopo: innescare la bomba della paura nei confronti di qualcosa di diverso che sconvolge un ordine prestabilito. Quello nei confronti degli immigrati è razzismo, disprezzo e sfruttamento dei propri privilegi, senza nemmeno pensare a una vera strategia per l’integrazione, fondamentale per costruire una società più equa in cui gli immigrati non vivono più in condizioni di isolamento e non sono più spinti a delinquere per essere poi offesi e umiliati a parole e nei fatti.

Nel caso di YS non è razzismo ma paura di una novità che tocca e usa tasti sensibili, cose che sono sempre state motivo di incomprensione tra genitori e figli, perché piacciono ai ragazzi (la droga, i tatuaggi, lo smartphone), sono un modo per esprimere diversità, insoddisfazione, se stessi (l’aspetto fisico, il modo di vestire) oppure un rifugio di sicurezza per i genitori (la religione). La religione è denominatore comune, sempre presente quando si parla di paure, e infatti Chiambretti ci costruisce sopra la gag più pungente di tutte per concentrare l’attenzione sull’argomento. Visto che agli immigrati si contesta di avere i telefonini e di cercare il wi-fi, è chiaro che anche lo smartphone è un elemento che spaventa spesso e molto. La soluzione proposta è comunque l’umiliazione: il pubblico ludibrio per YS, lasciarli in mezzo al mare a morire per gli immigrati. Problematiche con implicazioni e di dimensioni diverse, ma affrontate a partire dallo stesso principio di avversione alla novità e alla diversità. Gonfiate da chi dovrebbe farci ragionare e invece agisce in modo becero: la TV fatta in quel modo, che asseconda le paure per trovare consenso e far crescere gli ascolti, e i politici che non fanno politica ma solo strategia per prendere più voti. Argomenti di dimensioni diverse. Mezzi diversi, stesso meccanismo, stessi risultati: paura e chiusura, in nome della sicurezza, e senza minimamente pensare alle esigenze reali del presente e del futuro, della società e dei ventenni di adesso.

L’atteggiamento razzista e offensivo che si sta diffondendo è tutto sbagliato. Anche perché Salvini cresce nei sondaggi in tutte le fasce d’età e YS si becca le infamate (a prescindere da una critica della musica) anche dai più giovani. Motivo? “Sembra scemo”. Non sono solo i genitori ad avere questo tipo di atteggiamento. E questo, secondo me, è preoccupante.

Avevo iniziato a scrivere questo post a fine maggio, poi ho avuto un sacco di dubbi, poi ho deciso di finirlo, un po’ perché Salvini ha iniziato a fare lo stronzo di brutto, ma anche perché mi ha fatto venire voglia Polaroid, con questo invito. Un altro articolo utile è questo.

“Qui c’è il wi-fi?”
(YS da Chiambretti)

Aiuto non ho il titolo ma è sul concerto di FLOHIO

Penultimo live del Beaches Brew: Flohio e il suo DJ. Lui è schizzato fuori per primo dalle quinte, con gli occhiali da sole, una t-shirt nera e calzoni corti militari. Abbastanza tamarro. Lei è arrivata sotto alla tettoia che sorrideva e che io neanche me ne sono accorto. Cioè, è entrato prima il suo sorriso poi lei. Ha iniziato a rappare subito, tre secondi dopo. Piano piano ha iniziato anche a ballare. Il suo modo di muoversi era sempre in crescendo: all’inizio della canzone era easy, poi diventava una specie di ragno che salta, un po’ sgraziata ma attraente, nel senso che guardarla era bello. Più il concerto proseguiva più mi rendevo conto che l’ingrandirsi del suo sorriso era direttamente proporzionale all’incattivirsi del suo flow. Cattivissimo flow e grandissimo sorriso hanno cortocircuitato con Watch Out, un climax che io pensavo fosse già arrivato con la canzone precedente, per dire com’è cresciuta la tracklist. A sinistra del palco c’era un orologio, con il conto alla rovescia dei minuti che mancavano alla conclusione. Ingombrante, stimolante, portava sempre più vicina la fine ma trascinava sempre più in alto gli ormoni dei bassi, che sono quelli che ti si piantano nello stomaco durante un concerto e fanno l’effetto di una pizza fatta lievitare troppo velocemente. Crescono. Il concerto di Flohio in effetti è stato così. Il modo in cui è uscita dal retro del palco e ha iniziato a sparare le rime subito, all’improvviso, ha avuto quell’effetto lì. Prima di vederla nel programma del festival non sapevo chi fosse, poi è spuntata sul palco e ha fatto un macello, in senso positivo. Come la pizza fatta lievitare poco, cotta e mangiata, magari lì per lì è buonissima, poi ti si pianta e non sai che fare per uscirne. Non per forza la cosa è negativa, perché quel senso di pienezza è piacevole, ti manda in un super relax da sballo. Ma ti manda anche in super sbattimento perché ti passa faticosamente. In questi giorni ho ascoltato a ripetizione Flohio, quello che si trova mi piace ma ha qualcosa che non arrivo a capire, che mi spinge a riascoltare, e non so che fare per uscirne. Solo riascoltare. È frustrante, ma anche appagante, come quando mangi una pizza lievitata poco, appunto. Una cosa che ho notato ascoltando la roba in streaming è che è tutto diverso dal live, più contenuto nelle distorsioni dei suoni e nella carica propulsiva. Il live è stato propulsivissimo. Il DJ a un certo punto si è tolto la maglietta, è scappato dalla prigione della consolle, è piombato sul fronte del palco e ne ha riempito tutti gli spazi vuoti coi muscoli. Poi è salito sulla transenna, di fronte a me, per fare Watch Out. E lì, da che pompava con le braccia e urlava nel microfono, sembrava stesse gonfiando una mega camera d’aria. Il pubblico era sul pezzo, trascinato completamente da quella macchina da bassi. Watch Out con quel muro davanti era una contraddizione in termini: non vedevo niente. Dietro di me, dal pogo dei giovani (=senza paura), a un certo punto ho sentito arrivare un’onda: due ragazze che volevano a tutti i costi attaccarsi alla transenna. Ho perso il contatto con la prima linea, smadonnato, mi sono sistemato a ruota col broncio ma ho raggiunto una visuale migliore, devo ammetterlo. Una delle due ragazze era particolarmente carica, credo sbronza. Watch Out stava già montando da un po’, aveva già spinto sul pedale della ripetitività, era già al quindicesimo ritornello identico ai primi 14, quando la ragazza carica non c’ha più visto e ha cominciato ad accarezzare il petto e pure il pacco del DJ, che ha continuato a fare il suo lavoro, freddo come un mega amplificatore d’acciaio. Mentre lui tirava all’inverosimile la muscolatura e lei gli piantava le unghie nell’addome, Flohio era dall’altra parte della transenna e dirigeva tutta l’orchestra: uno dei migliori scorci del Beaches Brew di sempre: portava il microfono alla bocca, vomitava qualche parola perfetta, allontanava il microfono, sorrideva. E daccapo. Aveva tutto sotto controllo, anche la vampira alla transenna. Con le basi sui denti, la versione dal vivo di Watch Out ha goduto di tutto questo ed è uscita fuori diversissima da quella che si ascolta su Youtube, o Spotify. Flohio rappa sempre in modo regolare e ripetitivo ma in bilico tra il perdere il tempo e tenerlo, perché arriva a dire mille parole in un nanosecondo. Le comprime. È sempre un po’ disturbante nei suoni che sceglie, per niente scontata nei ritmi e nelle basi. Ma dal vivo è stata molto più rough, aiutata anche dal DJ che ha fatto un gran lavoro dietro alla consolle, ma anche davanti.

Io intanto mi distruggevo le Vans. Ho dato due lippe nella transenna (dolore sempre vivo). Due, non di più, ma ben assestate, e la plastica davanti ha ceduto. Quando Flohio (che non si dice floyo ma fl-ohio, come l’Ohio, anche se lei è nigeriana, trasferita a Londra) ha detto “Abbiamo ancora 4 minuti” guardando l’orologione, anche i più giovani e sfrittellati dal pogo hanno trovato il fiato per protestare perché mancava troppo poco. Flohio è una da spezzare le gambe anche ai giovani, una che arriva sul palco come un lampo e amalgama in un attimo la forza fisica arrogante di un omone grandissimo alla propria, che è esile e travolgente. Lui ci mette il grugno, lei il controllo e il sorriso. Due Master of Ceremony all’attacco sotto rete e la folla è montata come si deve e più incline alla violenza. Tutti i ragazzi erano ai loro piedi come in un rito di Kalima (io non li avevo più, i piedi, ma per il resto ero come i ragazzi, da osservatore). Ancora giovani che hanno voglia di farsi male ai concerti. Bene.

Io, dopo, come molti altri, mi sono mosso in direzione palco sulla spiaggia, per vedere Jlin, celebrale, una sorpresa continua, immobile, anche perché è imballabile. Rispetto a Flohio, l’opposto. Comunque, alla fine del set di Flohio, la vampira e il DJ si sono abbracciati. Violence, but also love.

Ma da quant’è che adori il male assoluto? Big Cream, Rust

Big Cream.
Un nome che ti fa venire voglia di sbrucolarti nel gelato, in una vasca grande come quella nuvola spumosissima che hai visto ieri. È un’immagine poetica, troppo. Quindi meglio farsi venire in mente subito un’altra cosa. Le caramelle. Quelle di gelatina, con lo zucchero sopra, anche loro sono cremose. Le migliori sono le Leone (dal 1857). Pucciolotte che ogni volta che ne vedo una la contemplo pensando la mangio o non la mangio? È più bella, più gustosa, ma dentro è malvagia e nasconde un’ombra scura più di tutte le altre caramelle del mondo: l’iperglicemia. Per questo, è praticamente irresistibile: il fascino del male.

Cummenna avvocato del diavolo
Quando ho scoperto di adorare il male assoluto? Più o meno alle medie, quando tutto quello che mi piaceva era considerato inferiore, spazzatura, dai miei compagnucci. L’apice lo si raggiunse all’università, quando un ingegnere del cazzo amico di un mio compagno di appartamento mi chiamava sempre “altevnativo” (aveva la r moscia da cummenna) e lo diceva guardandomi con lo stesso disprezzo e la stessa rabbia con cui si guarda una roba proprio così diversa da non poterla accettare, come se fosse il male assoluto. In quel periodo ho scoperto che mi piace il male.

No way out
Fortuna che qualche amico con i miei stessi gusti l’avevo. Per un po’ di tempo, ho trascorso periodi sereni adorando il male, compravo dischi, andavo ai concerti, ne parlavo con i miei fviends. Poi un momento di oblìo, in cui iniziamo a diventare grandi, a nessuno pare freghi più un cazzo di quella musica, eccetera. Lo accetti di buon grado, ognuno fa le proprie scelte, respect, tanto che ci caschi anche tu. Per fortuna per un poco tempo. Dopodiché, più avanti, arriva il revival anni ’90 e tutti inziano a imitare, ascoltare, vestirsi come la musica del decennio in cui eri altevnativo. Che quindi è musica vecchia. Come ci sono i revival anni 60, 70 e 80, arrivano quelli dei 90, è giunto il momento, sono passati i vent’anni che servono per ‘ste cose. Sei fottuto. Sei come tuo zio che 20 anni fa ti menava la uallara coi Rolling miglior gruppo dell’universo, “altro che la roba che esce adesso”. Perché nel frattempo è uscita altra roba, gli stili si sono evoluti, ora sono altre le cose che piacciono ai giovani. C’è l’elettronica che ha fatto passi da gigante, e l’hip hop pure. La musica che ti piaceva una volta e ti piace ancora è roba da vecchi, ad alcuni piace, si, ma per altri è da buttare nel cestino e dimenticare, è ciò che non ti permette evolvere, è il male. E ci risiamo.

Tu che sei diverso
Poi invece è curioso che alcuni gruppi giovani siano così ingarriti con quella musica che si mettano a farla. È diverso da quello che era successo con l’hard rock o con la musica degli anni 60, per dire, almeno nella mia zona. Abito nella Valle del Rubicone, il posto in cui la maggior parte dei giovani ascolta cose cinghione tipo Creedence Clearwater Revival, Jethro Tull, Van Der Graaf Generator o anche non riccardone ma che riescono a esserlo lo stesso, tipo i Doors eccetera. C’è stato un periodo, negli anni 90 e anche nei 2000 in cui c’erano un sacco di cover band di quella roba. O comunque la gente che suonava la faceva smenando un casino sulla tecnica. Non ho mai condiviso l’amore per la stra-tecnica, mi toglie proprio tutta la poesia. Performing (e un album a scelta tra The Wall, Aqualung o L.A. Woman o non so che altro) in its enterity campeggiava in eterno sulle locandive. Quei ragazzi che lo facevano provavano un gusto incredibile nel replicare alla perfezione quei modelli, forse perché essendo i modelli grandi méntori della tecnica ti facevano sentire un po’ come a scuola, loro sulla cattedra, tu sotto. I ragazzi che adesso fanno l’indie rock (fuori dalla mia Valle) hanno dei modelli ma non li replicano, è difficile trovare una cover band dei Dinosaur Jr o dei Silkorm o dei Nirvana. Se scherzi su J Mascis con loro hai le stesse probabilità di essere preso a calci che se scherzi su Jim Morrison con gli altri regaz della Valle del Rubicone, ma l’atteggiamento strumenti alla mano è diverso. C’è più fantasia e personalità. Niente è stucchevole, in adorazione, c’è forza di volontà nel superare il mood fotocopiatrice. No vintage approach.

Ci stanno dentro
Mt. Zuma, per esempio, sono un gruppo i cui riferimenti sono chiari e dichiarati ma non ricalcati. La stessa cosa vale per i Big Cream, che tra l’altro hanno fatto uscire il 18 maggio il nuovo disco, Rust. Un altro tassello a favore della loro personalità e della non-copia-incollatura delle canzoni, è il fatto che in questo disco abbiano modificato il loro suono. Io vedo ancora in giro gente sul palco vestita con i calzoni di pitone che urla Light My Fire in un microfono qui da noi eh, e quindi sarò particolarmente sfortunato, ma i Big Cream hanno rimaneggiato la formazione (il vecchio chitarrista se n’è andato e l’ex batterista è diventato chitarrista, con un tiro da paura tra l’altro) e questo li ha spinti ad abbandonare quel velo di shoegaze (ma proprio un velino eh) che avevano, ad allontanarsi dai vecchi ascolti (emo) e a buttarsi senza paracadute su Dinosaur Jr, Silkworm eccetera. Non si sono accontentati di questo però. Come non sentire quel suono più in-uterino che prima non c’era. Via i pensieri, vendicano l’indie rock da tutte le discussioni, i pippoloni sulla retromania e sulla necessità di liberarsene. Non c’è bisogno di libersene, è divertente. Poi io a casa per i cazzi miei mi posso pure ascoltare Jlin. Freedom. Ma lasciamoci anche andare all’automazione, troviamo quello che di robotico c’è in noi, meccanizziamoci, usiamo la coazione a ripetere nella vita, riprendiamo il passato e rimettiamolo sul piatto (però non come fanno i fricchettoni). Che parta la riconciliazione con l’indie rock più sfacciato e più soddisfacente, ci sono gruppi che lo fanno anche adesso e gli stanno dando nuova linfa vitale. La nostra automazione è la loro creatività.

E scopriamo anche il fascino dell’ascoltare questi pezzi di passato dentro a questo flusso digitale di informazioni che una volta non esisteva ma che adesso regna, detto anche streaming. Due epoche che s’incontrano nel mondo che amiamo a dismisura, che frequentiamo ogni giorno (il UEB), e stanno bene insieme. Dev’essere un segno del destino. Sono così perfette insieme che non lo si può ignorare, e non posso ignorare una e neanche l’altra. Abbandoniamoci alla fusione. Godiamoci questi pezzi di passato mai terminato schizzati dentro all’UEB, che continua e continuerà ad essere il nostro futuro, interpretati dai giovani che ci stanno dentro, rotoliamoci dentro alla crema e godiamoci il corto circuito. I Big Cream sono così dentro al mondo e al tempo che hanno fatto uscire il disco in cassettina e anche su spotify, perché appartengono a entrambe le epoche e le fanno convivere. Sono come viaggiatori del tempo che fanno la musica, la congelano, la portano con sé nel viaggio nel passato, la risuonano, la ricongelano, la riportano nel presente, riscontrano qualche differenza di device, la riadattano e si riparte. Solo quando tutto è deciso, il disco è pronto: Rust. L’astronave della copertina è la loro DeLorean.

Pogability
Rust è potente, sin dall’inizio. È un’energia dentro al passato ma anche fuori. Non c’è altra canzone con cui si possa immaginare meglio un pogo di Cannon Fuse. Un po’ meno gancio ce l’ha Ruins, ma rimane sempre alto il livello della pogabilità. Poi, con Desert Evening, una canzone di Neil Young con lo scazzo sfacciato e provocatorio del solito Cobain, precipitiamo al livello zero. È una bellissima e depressiva canzone con un vago retrogusto di Alice in Chains. Sembra che i Big Cream siano caduti nella noia della provincia americana e abbiano trovato il canale giusto per tirarla fuori. Ma loro sono di Zola Predosa: la testimonianza del fatto che tutto il mondo è paese. Qual è la storia di questi tre ragazzi? Vivono vite più o meno serene, almeno credo, ma trovano il modo di cacciare delle note così ad altissimo tasso di pessimismo e fastidio, a testimonianza del fatto che non è come vivi ma come la vivi. White Witch un po’ si riprende, le due chitarre qui si divertono più del solito. Rust è un disco in cui di intrecci belli tra basso e chitarre ce ne sono. Se li vedrete dal vivo, noterete in particolare quanto ci dà il chitarrista. La pogabilità torna elevatissima con Peanuts, che è una di quelle canzoni in cui all’inizio ti vedi già col dito alzato sotto al palco, e improvvisamente sei capovolto, hai i piedi in su. Poi, torna la lentezza di Desert Evening. In questo senso, in Rust ci sono passaggi che non prevedesti neanche col siero del futuro. Peanuts risale la china gradualmente e alla fine ti trovi ancora coi piedi in aria. Non poteva mancare la ballata in stile finta-ballata, Hawaiian Snow: facciamo una pausa ma non troppo, han detto. Qui il basso con la sua lentezza infinita sbranca tutto proprio come quando registravi le tue canzoni in cantina tempi fa. Si chiama Stile. Quanto avremmo immaginato che potesse venire fuori dal batterista un campanaccio? Zero. E invece succede subito, in Golden Scissors, che per il resto ha la stessa presabene di Endless Nameless ma è incredibilmente blues. Non abbiamo tempo per farci prendere malissimo, questi sono tempi in cui non è che puoi stare lì a. Let’s pop con Little Check. Han detto: tutto bene, ripigliati. Poga un po’. Il cielo si apre nel gran finale con Gatlin, in cui la pogability torna a livelli stellari.

C’è bisogno che questi ragazzi si allontanino dai modelli per esprimere completamente se stessi? Sicuramente si, più avanti magari, per ora hanno voglia di e sono bravissimi a suonare questo: il male assoluto. È un male aggiornato, attraente, ancora più irresistibile delle caramelle Leone, che mantengono pur sempre quell’aria un po’ vintage, esattamente come i Doors. E a me l’aria vintage mi fa cagare, capito?

Ascolta Rust >>> bandcamp