Spaccarsi con un disco: “Gone” di Bill Baird

Bill Baird

Un santone, un texano, un biondo: Bill Baird

Raramente un disco mi mette in pace con la lotta tra passato e presente. Succede quando pensieri tipo “vorrei ascoltare roba che suona nuova, però insomma mi va di ascoltare anche una cosa più confortevole” non contano più. Niente dubbi e niente domande, sono talmente sicuro di quello che sto ascoltando da non avere distrazioni.

Gone di Bill Baird mi ha fatto questo effetto.

È un disco super equilibrato, ma non equilibrato nel senso di noioso, equilibrato nel senso che sembra perfetto. Dentro ci sono i Beatles, Evan Dando, Elliot Smith. Ma non sono lì a far da specchietto per le allodole per chi è affezionato a questi modelli, Gone è anche suonato da dio ed è evidente la bellezza della forma che prendono le chitarre e le melodie, gestite con calcolo e posizionate nel posto giusto al momento giusto, sempre, con una cura maniacale del dettaglio che le compone. In questo modo, quelle forme acquistano autonomia, ricordano altro MA hanno una vita tutta loro.

Eppure, ogni cosa suona semplice, niente sembra eccessivo o troppo studiato. Questa si chiama classe, fare le cose bene senza essere dei pesantoni. Non è facile. Ed è questa semplicità, risultato di una precisione filologica e libera, originale allo stesso tempo, che fa sì che il disco abbia una parvenza di perfezione. Descritto così, sembra un disco odioso, ma è esattamente il contrario.

Delle batterie si può assolutamente dire che siano midi, insipide, ma non avrebbero potuto essere diverse. Occupano gli spazi che devono occupare. Poi ci sono quelle parti di testo, vere e proprie fiammate, che arrivano all’improvviso in mezzo a tutte le altre parole e dicono una cosa che mi uccide. Succede due o tre volte. La migliore è “there’s no past and there’s no future, there’s only today” (Live That Way). Non è una frase del cazzo buttata lì perchè suona bene, non è un’affermazione retorica e scontata, ma è il risultato di un percorso, che diventa evidente dopo aver ascoltato i due dischi precedenti di Bill Baird, Straight Time e Baby Blue Abyss, un po’ più schizoidi. In Gone la ricerca del futuro nella sperimentazione s’interrompe. Si sguazza nel passato, ma senza paura, perché l’unica cosa che conta è il presente e se nel presente vengono fuori queste canzoni, va bene così. Ed è questo approccio ai modelli del passato che dà freschezza al disco: preparazione, sapere quello che si sta facendo, farlo bene, ma senza il tocco del sapientone.

Gone è una sorpresa e una sicurezza allo stesso tempo, è la quotidianità e la rarità insieme. Tante persone si annoieranno a morte ascoltandolo. Secondo me è un disco con cui è giusto spaccarsi. Spaccarsi con un disco è come quando una volta per merenda ti mettevi sul divano e ti spaccavi di Macine del Mulino Bianco mangiandone metà confezione a tempo di record. Vuol dire ascoltarlo fino a non poterne più lì per lì, ma rifarlo il giorno dopo. Finchè ti va. Ascolti anche altro, ma alla fine torni sempre a sentire quello, perché in quel momento è il massimo. Adesso non mi spacco più di Macine, perché è una cosa che ti puoi permettere quando sei più giovane, ma continuo a spaccarmi con dei dischi, quando capita il disco adatto. Può durare qualche giorno, e allora è un amore fulminante, qualche settimana, e allora è un amore già più intenso. Oppure può durare qualche mese, e lì inizia a diventare una questione piuttosto seria. A volte dura anni, o tutta la vita, ma in quei casi non è più “spaccarsi”, lì sono i dischi della vita, che è un concetto superiore. Quando ti spacchi con un disco, il discorso è sempre limitato nel tempo, lo fai per un po’ poi passi oltre. È giustissimo che sia così, perché non tutti i dischi con cui ti spacchi diventano della vita, ma un segno te lo lasciano. Le Macine nello stomaco a fine round ti lasciavano quella pesantezza fastidiosa di latticino vivo, un disco con cui ti sei spaccato, quando lo abbandoni, ti lascia un piccolo vuoto ma sei comunque felice di andare avanti e trovarme un altro da ascoltare a ripetizione. Ci tengo a sottolineare che “spaccarsi di una cosa” ha sempre un’accezione positiva, perché farlo ti piace.

Piccola nota grammaticale: per le Macine o qualsiasi altro cibo con cui decidi di spaccarti si usa “spaccarsi di”, sempre. Spaccarsi di Gocciole, spaccarsi di noci, di gallette, di patate, di salsicce. E non si dice mai “spaccarsi con”. Avete mai sentito dire “vado a casa a spaccarmi con le patatine”? No. Per i dischi, invece, si usano tutte e due le preposizioni. Più precisamente, si dice “mi sto spaccando con un disco” (generico) ma si ricorre a “di” quando si fa riferimento a un disco preciso: “in questi giorni mi sto spaccando di Gone“.

Andare a casa di qualcuno che sai già che non ci sarà

casa elliott smith

Ieri, mentre ascoltavo All The Great Ideas di Servant Songs, mi è venuta in mente quella volta in cui ero con la Fede a Los Angeles. Era una giornata come le altre, cioè quasi ogni minuto ci stupivamo di quello che incontravamo: che appartenesse alla categoria “vivere”, o alla categoria “morire” a Los Angeles, era tutto abbastanza speciale. Abbiamo preso un Uber e siamo andati a Echo Park, un quartiere un po’ fighetto in cui volevamo vedere tre cose: un negozio di scarpe, uno di dischi e una casa. Nel negozio di scarpe abbiamo incontrato l’attrice di Cold Case, nel negozio di dischi io, per riportare a livello la tristezza, ho comprato il disco di Julien Baker, così eravamo pronti e belli nel mood per andare in pellegrinaggio alla casa di Elliott Smith, che è proprio lì a Ecco Park, al 1857 di Lamoyne Street. Percorso incasinatissimo per arrivarci a piedi, per questo abbiamo chiamato un altro Uber. La ragazza che guidava ascoltava Tupac, quindi c’era dentro fino al collo, e quando le abbiamo detto perché volevamo andare a quell’indirizzo non ha fatto una piega. Siamo scesi dalla macchina, abbiamo oltrepassato il cancello, siamo andati giù per la discesina accanto alla casa e ci siamo ritrovati davanti alla porta d’ingresso, quella col numero 1857. Lì, in quell’appartamento, si è ammazzato, spezzando il cuore di mezzo mondo, ma rimanendo in effetti vivo per sempre, anche se per me vivo per sempre lo sarebbe stato comunque. Che bella vista che aveva il terrazzo. Magari guardando da quella finestra, mentre si piantava il coltello nel cuore, si è reso conto che alla fine era davvero arrivato il momento in cui stava buttando tutto all’aria. O forse era contento, perché stava finalmente raggiungendo il suo ideale di fama, far conoscere la propria musica senza esserci. Siamo stati lì 7 minuti, non di più. Tutto si è svolto con una lentezza involontaria, ma che comunque serviva, credo, a sottolineare l’importanza del momento. Un po’ morboso, ok, ma importante.
Poi, siamo risaliti sull’Uber, e siamo andati via. E così abbiamo visto quella casa, che è un po’ a metà tra il vivere e il morire.

Incontri improbabili con musicisti (I See A Darkness ha 20 anni)

bonnie prince billy

Sabato prossimo compie 20 anni I See A Darkness di Bonnie Prince Billy e volevo raccontare una cosa che non c’entra con quel disco ma con quello dopo. Era uscito da poco Ease Down The Road quando Bonnie Prince Billy venne a suonare al Covo, a Bologna. Nella nostra ballotta, il livello di fotta per Billy/Will Oldham era molto alto. Era bello anche perché, ai tempi, uno che aveva due nomi d’arte non faceva troppe storie, non nascondeva una delle identità per creare mistero, no: a volte si chiamava così, a volte cosà, stop, la sua faccia era sempre quella.

Dicevo la nostra ballotta in fotta. Spesso nei sabati invernali ci trovavamo nel garage di Alessandro, a chiacchierare e decidere cosa fare della serata. E il fatto è che in quel periodo ne facevamo effettivamente qualcosa, della serata. C’era una stufetta elettrica, di quelle che adesso sarebbero vietatissime, che faceva un caldo incredibile nel raggio di 5 metri dal punto in cui la mettevi. Oltre, era il gelo. Chi capitava dentro al cerchio di fuoco era in maglietta, chi era fuori aveva il piumino, la sciarpa e i guanti. Comunque, prima di andare a fare baldoria, parlavamo, al caldo o al freddo, a seconda di dove eri seduto.

A un certo punto, una di quelle sere, qualcuno ha detto una cosa sulla ragazza che gli piaceva, che insomma non sapeva come buttava, era un po’ triste (bellissimi i momenti in cui qualcuno veniva fuori davvero senza giocare a fare il duro, non erano frequenti, ma quando capitava era bellissimo), un altro gli ha risposto qualcosa per tirarlo su di morale e lui ha chiuso il discorso con un “mmm.. La vedo scura… I see a darkness!”. Scoppiammo tutti a ridere e le pene d’amore svanirono. Era la prima volta che usavamo “I see a darkness” in quel senso. Almeno credo. Poi diventò un modo di dire, un “son preso male” ante temporum.

Insomma, presi così bene da Bonnie Prince Billy non potevamo perdere l’occasione di andare a vederlo a Bologna. E il punto di ritrovo quella sera fu il garage di Alessandro, ma potrebbe anche non essere vero. Inutile dire che fu un concerto super, nel periodo in cui BBP era al top dell’ispirazione, della presa male e anche della sua ironia cinica. Ricordo il suo modo selvaggio di muovere gli occhi tra una canzone e l’altra e le sue facce pacioccone ma diaboliche allo stesso tempo. E quello che diceva era sempre a suo modo disturbante. Alla fine del concerto mi sono messo in fila sotto al palco per farmi autografare il cd e mentre pensavo a cosa dirgli, all’improvviso fu il mio turno. “Cosa ti devo scrivere?” mi ha chiesto lui con la sua solita faccia apatico-cattiva e il suo modo di fare da ruspa del Kentucky. Io sono andato nel panico e gli ho ho detto “Scrivi quello che vuoi”. Lui mi ha guardato come se stesse fissando il vuoto, io ho pensato oddio cos’ho detto, ma dopo qualche lunghissimo secondo si è ripreso e mi ha mugugnato “Uh?”, facendomi un cenno con il mento. Io gli ho detto “What?”. Lui ha risposto “YOUR NAME!?”. Seguono attimi in cui cerco di fargli capire come mi chiamo.

Insomma, per farla breve, avrei in teoria scritto questo post per fare gli auguri a I See A Darkness, in realtà l’ho fatto per dire che alla fine, quando mi ha ridato il cd, io ero proprio curioso di sapere che stramberia avesse tirato fuori e c’ho guardato subito. In una pagina a caso del cd la dedica era THIS IS WHAT I WANT, WILL OLDH. Pungente. Del mio nome, nessuna traccia.

È strano ma, quella sera, tornammo a casa che eravamo tutti presi bene, addirittura riascoltando I See A Darkness in macchina.