Tab_ularasa è un cantautore sui generis

L’ultima volta è stata al bar, un tipo si è avvicinato al bancone, ha chiesto l’Amaro Unicum, il barista gli ha detto che non l’aveva e il tipo ha risposto: “Come non ce l’hai?! E qualcosa sui generis?”. Ecco, sbagliato, sui generis sarebbe corretto usarlo per indicare una cosa che proprio perché ha caratteristiche uniche non è paragonabile a niente. Io ero lì di fianco che aspettavo il caffè e ho avuto l’illuminazione: Unicum ha lo stesso significato di sui generis. Volevo parlare di questa incredibile scoperta al tipo ma ho lasciato perdere perché sono stato trascinato via da un pensiero: Tab_ularasa è un cantautore sui generis, quindi è Unicum, e quindi per la proprietà transitiva è anche Amaro.

UNICUM
In effetti, Tab_ularasa è molto diverso dagli altri cantautori italiani. Ogni cosa che ha fatto ha quel che di improvvisato, di buttato lì, di molto cantilenante e talmente solitario che lo rende unico. Adesso è uscito il nuovo disco Due mani e una pipa e un paio di queste carattestiche sono saltate. Prima di tutto, c’è meno spazio per l’improvvisazione. Poi, non c’è solo Luca Tanzini, ma anche Beppe Sordi all’elettronica. Ma non c’è pericolo, perchè Due mani e una pipa, anche se è meno improvvisato e meno solitario è uguale alle sue cose improvvisate e solitarie e quindi è sempre unicum. Mi spiego. Si sente che musicalmente il disco non è un biscione senza tracciato (come Faccia di fiori) perchè ha un giro di chitarra specifico per ogni canzone, che rappresenta lo scheletro, ed è prestabilito. Ma la registrazione è sempre in presa diretta e il taglio è sempre tipo “buona la prima”, le variazioni sugli accordi sono pochissime e la sensazione all’ascolto rimane sempre quella di essere di fronte a un uomo che canta, suona e scrive cercando di soddisfare l’urgenza di comunicare ma non riuscendoci del tutto, solo in parte, e questo provoca tra noi e lui un gap che è uno spazio vuoto, di fronte al quale ci sentiamo soli, sia noi che lui. 

La visione del mondo di ognuno di noi è soggettiva e non deve seguire per forza dei canoni prestabiliti o condivisi dagli altri. Se hai una visione del mondo simile a quella degli altri, allora sarà assolutamente ben accolta ma non aggiungerà niente di nuovo. Se hai una visione del mondo diversa, allora non sarà accolta con altrettanto entusiasmo – sicuramente non da tutti, pochi la troveranno interessante – ma aggiungerà un punto di vista differente. Visto che non piacerà, c’è il rischio che poche persone vengano a conoscenza del tuo punto di vista, ma il successo non è direttamente proporzionale al valore. Questa è la cosa più importante che m’insegna Tab_ularasa attraverso la sua unicità. Le sue canzoni sono così fuori dai canoni che non possono che essere quello che vuole fare. A dimostrazione di questo, lui continua sulla sua strada. Soprattutto, lui continua. A sfornare canzoni e canzoni, a fare dischi e a registrare. Durante l’ultima quarantena ha fatto tantissime dirette, musicalmente irregolari e con qualche tempo morto, ok, ma che erano la testimonianza di una fotta incredible, di una voglia instancabile di buttare fuori cose. Embrioni di pezzi, a volte neanche quello, a volte accenni senza nessun futuro, a volte accordi stanchi e svuotati, ma sempre con la speranza che qualcosa potesse o possa uscirne. E (cosa affascinantissima) con la grande capacità di farci intendere che il processo compositivo è un casino, ha momenti vuoti, fiacchi, deludenti, non è sempre uno sballo bellissimo, un viaggione assurdo, una cosa di cui ti senti soddisfatto. Non è che il musicista è sempre in forma, sempre ispirato e sempre al top. È sempre attento a dare una speranza di vita alle proprie idee, ma non è certo di riuscirci (visione esistenzialista della composizione musicale). Due mani e una pipa ti dà proprio sempre la sensazione di essere in bilico tra il finito e il non finito, quindi di fatto sembra non finito, ma in realtà è finito. Forse la decisione, questa volta, di non fare un disco totalmente improvvisato è dovuta alla volontà di fare un passo in avanti rispetto a Faccia di fiori, che sembrava solo non finito. Gli altri dischi degli altri musicisti o gruppi che escono sono finiti, hanno l’aspetto del finito, e di nient’altro. Tutto ciò che ha fatto Tab_ularasa è diverso, ma Due mani e una pipa è ancora più diverso, perchè mette sul tavolo l’idea del non finito, dell’incertezza del musicista, di un suo possibile passo falso, che però diventa lo stesso parte del disco. E forse, in questo senso, Tab_ularasa può essere paragonato solo a Daniel Johnston.

AMARO
Ok, è unicum, ma perchè è amaro? Proprio per il motivo per cui è unicum, anzi per la sua estremizzazione. Prima dicevo che ogni sua cosa ha quel che di buttato lì, di molto cantilenante (oltre che di solitario) che lo rende unico. Mi correggo: ogni sua cosa ha quel che di troppo buttato lì, di troppo cantilenante. E questa caratteristica lo rende un bel po’ straniante, a volte talmente tanto da mettermi in difficoltà nell’ascolto. La sua musica storta ti mette nella condizione di pensare se devo continuare ad ascoltarla oppure no, se devo andare avanti a sentire queste cantilene e queste chitarre. E a volte vorrei chiuderla lì, ma non lo faccio, perchè da dentro quella stortura viene fuori qualcosa che mi incuriosisce, mi piace e mi tiene ancorato. Ed è il senso di incompletezza e incertezza. 

Insomma in Due mani e una pipa c’è poca roba ma quella che c’è è ingombrante. Nel senso che ha uno stile importante, che si fa sentire nell’ascolto, non è che te lo bevi come un bicchier d’acqua. C’è la ripetizione, l’intonazione cantilenante, la monotonia, qualche rima (non troppissime) e testi eccezionali ma che ti fanno pensare a cose disturbanti e provocanti. Come quando dice SESSO ESPRESSO AL DISTRIBUTORE ESSO (creepy!) o PER DIVENTARE QUALCUNO DOVRESTI AGGIUNGERE UN UNO (che è molto demotivante, secondo me). Anche la musica è desolante: abituati al math rock, all’afro jazz, al collegamento musicale free, di fronte alla chitarra di Tab_ularasa mi sento abbandonato, ma mi sento anche a casa.

E questo stare lì ad ascoltare una cosa di questo tipo, sottoposto a tensioni contrastanti, è amareggiante perchè è spiazzante e disorientante e quando mi sento spiazzato e disorientato non sono mai in bolla, non sono mai sereno, c’è sempre qualcosa che non va. Non so quale sia il vero motivo per cui continuo ad ascoltar Tab_ularasa anche se lo so, e anche questa è una cosa francamente amareggiante, perchè è come se la mia volontà fosse gestita dalla sua musica, cosa che mi lascia un sapore amaro, non nel senso negativo del termine, nel senso di cattivo ma anche di buono. Tu ami i sapori amari, per esempio? Se li ami, sai che sono buonissimi, ma anche più difficili dei dolci, meno paraculi, meno disposti a tutto pur di conquistarti. Amaro = piacente, ma non paraculo. Ecco, credo che questa alla fine sia la definizione giusta di Due mani e una pipa di Tab_ularasa. Un disco pieno di idee (la voce della bambine in “il gattocane”, il setting con i rumori e le voci di un distributore di benzina in “Sesso espresso”, il blues storpiato del bluesman che si sbronza per amore di “Ciao ciao amore”, i titoli) e di invezioni. Un disco che si concentra moltissimo sulle idee e sulle invenzioni, più che su una forma compiacente. Anzi, si concentra anche sulla forma ma non vuole che sia compiacente.

Ora vado a bere dell’Amaro Unicum (se trovo un bar che ce l’ha) finchè non penso che “C’HO DUE PERSONE DENTRO E NON SO QUALE IO SIA” (scary). E la fusione tra amaro unicum e Tab_ularasa cantautore sui generis si completa, nella mia testa.

Due mani e una pipa lo trovi da ascoltare qui

Vivevo in tuta. Breve storia dei TAD

Tad Doyle Tuta Man in crowd surfing. Foto di Martyn Goodacre/Getty Images.

Negli anni ’90 una cosa era essere trasandati come Kurt Cobain o Eddie Vedder, un’altra era esserlo come i TAD. Pur cavalcando l’onda dei gruppi di Seattle, che iniziavano a spaccare il mondo, MTV nel ’90 respinse il video di Wood Goblins perchè era “too ugly”. C’è un limite a tutto.

In una famosa dichiarazione del ’91, Tad Doyle disse: “Faccio musica grande, grassa e orribile, proprio come me, e ne sono contento… Onestamente, non me ne frega un cazzo di tutto il resto. Non diventerò mai popolare, a meno che non perda un sacco di chili, e questo dovrebbe bastarti per capire in che stato si trova la musica contemporanea”. Un anno dopo esplose definitivamente il fenomeno Grunge ma i TAD, che erano di Seattle, rimasero sempre degli outsider. Hanno sempre fatto la stessa musica, senza mai andare incontro alle esigenze del mercato, ok, e questo è sicuramente uno dei motivi del non successo dei TAD, ma non è l’unico. La loro storia, lunga solo sei anni, è segnata da alcuni episodi che li portarono allo sfinimento, tre dei quali legati a delle immagini. 

Un giorno, nel 1991, alla Sub Pop Records suonò il telefono.

“Pronto?”
“Sei tu Bruce Pavid?
“Pavitt, PaviTT. Comunque si, sono io, chi parla?”
“Stronzo, hai usato la foto con la mia amante per la copertina di quel cazzo di gruppo di merda. Se la vede mia moglie m’incula. Io ti rovino”
“Oooh.. Quindi, fammi capire, tu sei il baffone fotografato con la baffona sulla copertina di 8 Way Santa? Wow, non ci credo. Gran scatto amico! Ahah”
“Gran scatto tua nonna. Non hai niente da ridere. Non mi pare di averti firmato nessuna autorizzazione, se non fai qualcosa per rimediare pianto un casino. E ne pianto uno più grosso se chiami ancora baffona la mia donna”
“Ok va bene, però stai tranquillo.. cosa vorresti che facessimo?”
“Dovete ritirare tutte le copie dal mercato”
“Ma te sei fuori”
“Si infatti, sono già fuori sulla strada che mi porta dal mio avvocato”
“Eh capirai il tuo avvocato sarà un hippie rincoglionito”
“Cosa? Va bene, ciao, vedrai com’è rincoglionito quando farà saltare in aria te e la tua casa discografica di morti di fame”
“No dai, aspetta”
Tu tu tu

Facciamo un passo indietro. In due parole andò così. Tad Doyle trovò una foto in un mercatino. “Che roba oscena! Mettiamola nel disco!” disse, la comprò e la piazzò sulla copertina di 8-Way Santa. A quei tempi i TAD erano una piccola band e la Sub Pop una piccola etichetta (Nevermind dei Nirvana, pubblicato insieme alla Geffen, doveva ancora uscire). Fu un caso se il baffo e la sua compagna scoprirono il disco, ma lo scoprirono. Alla fine, 8-Way Santa venne ritirato dal mercato e le copertine rifatte. Fu un costo, soprattutto per la Sub Pop. 

Il secondo episodio fu un casino più grande. Uno dei singoli di 8-Way Santa era Jack Pepsi. Per la sua promozione, i TAD e la Sub Pop usarono senza ritegno il logo della bibita, che poi, intenzionata a ricavare trilioni di trilioni di dollari da una realtà così schifosamente ricca come la Sub Pop, le fece causa e la minacciò: “vi facciamo fuori”, “è la vostra fine” (cit.) e così via. Quindi la canzone venne ribattezzata solo Jack. E dopo due dischi e un EP (God’s ball, 8-Way Santa e Salt Lick), i TAD uscirono dalla Sub Pop, per le tensioni che si erano create. Ma non credo che la Pepsi abbia tirato fuori molti soldi dalla faccenda.

L’immagine legata al terzo episodio è geniale. È un poster che l’agenzia di promozione stampò durante il tour di Inhaler, nel 1993.

Disruptive, senza alcun dubbio. Ma scoppiò un casino e la nuova casa discografica (la Giant/Warner bros) scaricò i TAD nel bel mezzo del tour. Tra l’altro i TAD non avevano deciso nulla di quel poster, l’agenzia si era mossa in totale libertà. Surprise! 

Insomma, loro che dell’immagine e dell’aspetto esteriore se ne fregavano si sono incasinati proprio per delle immagini. Immagini nel senso di fotografie, loghi, ok, ma comunque legati a questioni di apparenza, vanità o reputazione – insomma all’immagine – di altri. E queste immagini hanno messo in atto cambiamenti importanti per la band. La prima foto fu un intoppo e un guaio economico; il casino con la Pepsi è stata l’occasione dei TAD per abbandonare la Sub Pop e tentare il salto; il poster di Clinton (appena eletto) fu decisamente compromettente. Di male in peggio, ma pre gradi.

Una cosa bisogna dire a proposito del poster di Clinton. Se i TAD fossero stati un gruppo dietro cui aveva annusato i soldi veri, la Warner Bros avrebbe risolto l’incidente. Inhaler (prodotto da J. Mascis), che doveva essere il disco della svolta, non ottenne il successo sperato, nonostante il tour con i Soundgarden, e la Warner trovò nel poster un’ottima scusa per scaricarli. E fu solo l’inizio, perché altre due volte, nel post Sub Pop, la major di turno scaricò i TAD all’improvviso. Con ognuna fecero solo un disco: non ottennero i risultati di vendita sperati, quindi tanti saluti.

Tad Doyle e Kurt Danielson sono i due fondatori e unici elementi sempre fissi del gruppo, l’anima dei TAD. KD aveva dei capelli assurdi e una vaga somiglianza col mostro di Milwaukee. Di Tad, oltre alle caratteristiche che lui stesso sottolinea in quel virgolettato pieno di autostima, bisogna ricordare in particolare la grande eleganza, fatta tutta di semplicità: felpa e flanella. Non ti puoi vestire diversamente se ti senti a tuo agio così. Anche per suonare dal vivo, non puoi metterti i jeans se sei comodo con la tuta ascellare infilata nelle chiappe, non saresti te stesso. E Tad così si vestiva. E così era anche la musica dei TAD: non puoi buttare giù suoni più alla moda se in testa ti ronza la distorsione totale, metal, tagliente come la barba ispida e setosa di Tad. 
Il risultato dell’unione tra Tad e Kurt era la loro musica, una specie di rappresentazione sonora del loro aspetto fisico e del loro modo di essere. Esteticamente, erano troppo per il Grunge. Oltre agli incassi non sufficienti, c’era quel modo di presentarsi, che non aiutava i TAD in un periodo in cui andava di moda essere trasandati, ma con cura. Le grandi case discografiche vedevano nei pochi soldi ricavati un insuccesso e nell’aspetto esteriore un ostacolo a qualsiasi possibilità di recupero. La musica, seppur più noise metal, sarebbe stata ok se gli avesse fatto guadagnare di più. Non fu così. Quindi, appunto, tanti saluti.

Detto questo, in realtà non è vero che ai TAD non fregava niente di diventare famosi. Volevano diventare più famosi ma volevano diventarlo facendo la musica che volevano. Così, nelle parole di Tad Doyle c’è un po’ di verità e un po’ no. Prendiamo i Mudhoney, per esempio. Hanno fatto tre dischi con la Reprise, nel periodo in cui Seattle tirava di brutto (‘92-‘98, lo stesso in cui c’hanno provato i TAD) e uno con la BBC nel 2000, poi sono ritornati alla Sub Pop. Oppure i Melvins: anche loro negli anni ’90, da Houdini a Stag, sono usciti con la Universal, poi basta major. Altri gruppi, più o meno nello stesso periodo, come Love Battery o Blood Circus, minori ma sempre blasonati nel giro Seattle sound, non hanno mai firmato con una major. Al massimo hanno fatto un disco con un’etichetta più grande, per tornare a un’indipendente per quello successivo: Gato Negro delle 7 Year Bitch è uscito su Atlantic e Fast Stories From Kids Coma dei Truly con la Capitol, ma poi stop major. I TAD non hanno mai voluto percorrere questa strada. Non hanno mai capito che lo scopo non doveva essere diventare più famosi ma durare più a lungo, visto che avevano voglia e talento per suonare. A giudicare da quel che dicono in TAD: Busted Circuits and Ringing Ears – Found Tapes mi pare proprio che si possa dire che finchè sono esistiti c’hanno provato: a registrare il disco con la prima major si erano trovati bene, quindi ne provarono un’altra. A loro piacevano le major, erano loro a non piacere alle major. E si sono fatti un po’ mangiare dal desiderio di diventare più conosciuti. Da un lato non avevano alcuna intenzione di cambiare musica, e non lo fecero, dall’altro volevano rimanere nel giro major perchè non si sa mai. Ma quel giro li ha condotti alla fine.

Si drogavano anche, molto, non così tanto da restarci secchi, ma qualche conseguenza l’hanno pagata. La peggiore fu l’abbandono di Gary Thorstensen. Era nei TAD dall’inizio, era la loro chitarra, non fu sostituito neanche quando se ne andò. Era l’unico che non beveva, guidava sempre, faceva da babbo. Dopo un po’ si è stancato ed è uscito dal gruppo. Un duro colpo, che ha accelerato il crollo. Quindi possiamo mettere anche la droga e l’alcol nelle cause della loro fine.

Ridotti in tre, nel ‘95 i TAD fanno uscire Infrared Riding Hood con la EastWest (Warner). Un disco bellissimo, il loro più grande insuccesso. La casa discografica li scarica. E questa è la vera fine. Non si sono mai sciolti ma non hanno più fatto dischi nuovi.
Basta, hanno detto stop, come se essere scaricati da una major volesse dire che non valevano niente. È umano scoraggiarsi di fronte alle difficoltà, e forse è anche giusto che si siano sciolti perché sa dio se avrebbero fatto ancora bei dischi, ma è stato come smettere di provarci, è come se il loro unico scopo fosse stato fino a quel momento il successo e questo è senza dubbio deprimente. Lo capisco, ti trovi lì, le cose non girano, non vanno come vorresti, ti deprimi e molli tutto anche se in realtà non vorresti mollare. Smetti anche se in realtà non vorresti, è più forte e grande di te, non sai come gestirla. Alla fine il successo è davvero una questione di perseveranza, non solo di talento. Non voglio dire che avrei voluto per forza che fossero ancora attivi, ma c’è una cosa che mi dà fastidio: i TAD superarono gli abbandoni dei compagni ma non quelli delle case discografiche. Non danno mai una spiegazione della fine se non “alla major non piacque”. Non è bello.
Facevano la musica che gli pareva, che però non vendeva abbastanza. Avrebbero dovuto cambiarla e forse anche darsi una sistemata, ma non lo fecero mai. Erano loro stessi, non volevano cambiare per ottenere successo. E questa è la parte della storia senza compromessi. Che però è da mettere accanto al grande compromesso a cui si sono scesi, cioè smettere perché il non piacere alle major gli ha tolto le forze. Quindi, non scendere a compromessi per poi scendere a compromessi. Di fatto ci troviamo di fronte a un gruppo che da un lato non piaceva alle major perché non vendeva tanto ed era composto da zoticoni, dall’altro non capì che strada prendere. È umano essere disorientati, ma non li capirò mai fino in fondo.

Al netto di tutto questo, per i fan i TAD erano e sono il top. Una carriera simile, piena di incidenti e abbandoni, è stata anche la loro fortuna. È strano, ma ciò che li ha stremati gli ha anche permesso di fare la cosa migliore di tutte, forse in modo non del tutto consapevole e forse contro voglia, ok, ma gli ha permesso di farla: fermarsi sempre un attimo prima di diventare più famosi. E questo per la musica è positivo. Del resto siamo qui per la musica, no? Oggi, a distanza di anni, sono la migliore band dell’epoca grunge, la più fulminante. Quello che non gli ha permesso di essere la gallina dalle uova d’oro li ha resi adorabili agli occhi dei fan. In pratica erano dei boscaioli con gli amplificatori a palla, era il loro modo di essere, non potevano essere diversi e non lo sono mai stati. C’hanno anche provato a fare l’album della svolta, ma era uguale agli altri. Erano così, e così si sono sempre presentati, senza preoccuparsi che la loro immagine fosse più o meno accettabile per i canoni della moda o che la loro musica fosse più orecchiabile. Hanno continuato a vivere in tuta e a scorreggiarci dentro. È durata poco, ma che dischi che c’hanno lasciato. Ti amo ancora, Tuta Man.

Sono a casa anche quando non sono a casa. BENNETT II

Era una notte d’estate degli anni ‘80 e io ero a dormire dai nonni. Non riuscivo a prendere sonno così decisi di risolvere un problema che mi assillava da tempo: di quali band avrei potuto essere fan? Optai per:

– Madonna, 
– i Queen,
– Elio e le storie tese. 

E basta, non di più, perché sennò sono troppe e non riesco a seguirle, pensai. Non è che io avessi ascoltato chissà che, forse qualcosa in qua e in là. Comunque, prima di addormentarmi avevo deciso. E buonanotte. Si fa per dire, perchè feci un incubo: due uomini brutti, uno coi baffoni e i denti da castoro, l’altro con delle sopracciglia grandissime, tentarono di uccidermi, ma un bellissimo angelo biondo con il reggiseno a punta mi salvò. Non chiesi mai a mia mamma i soldi per comprare un disco dei Queen, o uno di Elio, ma di Madonna si. Avevo visto il concerto del Who’s That Girl Tour a Torino sulla rete nazionale, sia la diretta che la replica, mi piaceva davvero Madonna e quando mi salvò da quei due presi una cotta assurda per lei. Mi piace ancora. A chi non piace Madonna?

Aggiungo che un giorno mentre ero in gita con la famiglia e degli amici in un Virgin Megastore ho rubato la cassetta di Bad di Michael Jackson, mio babbo mi ha scoperto e mi ha dato uno schiaffone. Posso dire che la consapevolezza che mi piacesse la musica è passata attraverso tre momenti. La prima è l’acquisto di True Blue con il consenso di mia mamma (fase primi ormoni). La seconda è questo furto, fase ladro furbo come volpe. La terza è la fase della maturità: l’acquisto del primo disco in solitaria, Angel Dust dei Faith no more, che in camera mia all’inizio misi sullo scaffale di fianco a True Blue e Bad, trofei del mio passato ormonale e criminale turbolento, e che presto finirono in una scatola porta cassette sotto al letto, denigrati. Basta con quella roba, decisi di smettere, rappresentava il passato, ero pronto per il salto: dedicarmi alla musica giusta, quella che mi avrebbe cambiato la vita.

Per esempio, il grunge mi fulminò, ma non solo: erano anni voraci in cui le fasi musicali si susseguivano velocissimamente. Passai dal volere tutto dei Nirvana all’amare ogni singola nota dei Pavement al leggere addirittura il romanzo di Chris Leo dei Van Pelt, in inglese, capendone un quarto ma trovandolo comunque eccezionale.

A proposito di Grunge, mi è capitata sotto mano la biografia di Chris Cornell in cui Cornell racconta di essere stato eroinomane dagli 11 ai 14 anni, per poi smettere a 15, quando ha scoperto la musica, che l’ha salvato. I Soundgarden sono diventati la sua droga a 20 anni ma poi si sono sciolti, sono arrivati gli Audioslave e la carriera solista, acclamata, acclamatissima, ma per lui non era più la stessa cosa. Ha iniziato a imbottirsi di antidepressivi e dopo l’ultimo concerto si è suicidato, nel 2017. A volte, crogiolandoci nel desiderio che un cantante continui a pubblicare roba, pensiamo solo alla nostra soddisfazione e non a come si senta lui. Dalla sua storia ho capito che la musica, oltre a salvarti la vita, te la può anche togliere. E ho capito che la musica non è tutta uguale, puoi trovare soddisfazione in un certo tipo di musica, ma non in un’altra, che è sempre la tua, ma non è la stessa cosa, per tanti motivi. Non esiste un antidoto che si chiama Musica e qualsiasi cosa tu faccia o ascolti va bene. Il cugino di mia moglie (Gilberto) è molto appassionato di musica dal vivo e ogni volta che c’è una festa con un concerto lui va. L’importante è che sia nel raggio di 5 km, di più non si muove. “C’è la musica?” ti chiede, e puoi stare sicuro che se c’è, lui è là. Qualsiasi tipo di musica dal vivo, no problem, lui la ama tutta, lo fa stare bene. Possiamo dire che Gilberto sia il Pino Presti degli spettatori di concerti e che il suo sia un approccio totale, bello. E questo è il gilbertismo.

E tanti pensano sia sempre così, cioè una volta che gli hai detto che ti piace molto ascoltare musica sei fregato, da quel momento ogni volta che si parla di qualsiasi musica loro ritengono opportuno coinvolgerti. Alcuni ti mandano anche dei messaggi vocali. Ma può anche succedere che uno non ce la possa fare e che quindi abbia bisogno di una musica precisa, scelta, proprio quella, no un’altra. Non la devi solo scegliere, dev’essere quella giusta, è più un processo di conquista nei tuoi confronti, tu la ascolti e, o subito o più tardi, senti che c’è un terreno comune su cui vi muovete, che lei parla di te e che ti comprende, che tocca le corde giuste. Non sono un musicista e il mio è il punto di vista di un ascoltatore ma credo che il processo per un artista sia simile. Nel momento in cui un musicista scrive qualcosa, o partecipa alla scrittura, quello che crea è suo fisicamente, nel senso che l’ha generato lui, che ha partecipato alla creazione, ma questo non significa che abbia fatto la cosa più vicina a se stesso. I motivi per cui un artista s’imbarca in un gruppo (tipo Cornell negli Audioslave) possono essere tanti, credo (economici, per tenersi occupati o altro), e si può pensare di fare la cosa giusta, quella che ti darà di nuovo soddisfazione, ma poi la soddisfazione non riesci a raggiungerla e allora la musica non è davvero tua. Puoi fare musica X per anni e poi iniziare a fare musica Z ed essere soddisfatto oppure no. Così come puoi ascoltare una musica X per anni e poi scoprire altri generi, lasciarli scivolare sul piano inclinato della tua indifferenza oppure trovare un nuovo amore.

Quindi, può esserci un tipo di musica che ti piace più di tutte ma puoi avere anche altre anime, che ti fanno essere un po’ Gilberto ma non proprio Gilberto. Il mio rapporto con il noise metal è così. È diverso, per esempio, dalle fasi delle salse che metti dentro al toast. All’inizio, intorno ai 20 anni, ci metti il Ketchup, poi inizi a metterci la mostarda e sembri non voler più smettere. Ma arriva il momento in cui metti solo la maionese, per poi scoprire la salsa allo yogurt, speziata o meno. Infine, quando sei più grande e hai la gastrite, non metti più salse. E ogni volta che passi da una fase all’altra, della fase precedente non ne vuoi più sapere, chiuso, non se ne parla. Ecco, con certa musica che mi piace non è così. Ci sono cose che non riesco ad ascoltare nemmeno più da lontano – tipo andavo matto per i Guns e adesso non ce la faccio proprio – ma non è con tutto così. Mi piace ancora Madonna, appunto. E per tanto tempo ho ascoltato altro ma una volta che in me è stato posato il seme del noise, è cresciuto, lentamente – e ci mancherebbe che io andassi veloce – ma è cresciuto. Il seme è stato Stag dei Melvins (1996) e da lì ho scoperto quel miracolo dei TAD, il perfetto anello di congiunzione tra il grunge e il noise metal, poi gli UNSANE e la AmRep. Era come se quelle ritmiche lente e pesanti mi ipnotizzassero, tirando fuori un’energia latente, non proprio afferrabile e utilizzabile, ma presente e viva. Una figata, completamente diversa da gruppi che già amavo. 

Ancora adesso, quando ascolto noise metal, sento la stessa cosa. Tra i miei eroi del noise metal di adesso ci sono i BENNETT. Che poi forse non si possono definire proprio noise metal, forse noise core, post hard core, forse tutte queste cose insieme. Ma insomma, la prima volta che li ho visti dal vivo sono rimasto impietrito, era come se mi cullassero in modo speciale, con le loro urla senza senso. Conoscevo già i Disquieted By che mi avevano fatto esattamente lo stesso effetto, e che avevo sperato tantissimo di vedere dal vivo, poi tra una cosa e un’altra è successo una volta sola. Una sola, ma indelebile. E i BENNETT dal vivo sono granitici, compatti e lentamente scattosi. I loro stop sono come un fermo immagine, c’è stato qualcosa prima e ci sarà, nell’immediato, qualcosa anche dopo, qualcosa che ti aspetti, che rimane per un attimo fuori campo, poi rientra e crea un’attesa che ti fa esplodere. Oddio, è una cosa che si può dire di ogni genere che usi lo stop and go, ma durante quel primo concerto avevo fatto una foto in cui David (il cantante) era preso a metà di un movimento, in quell’attimo in cui si era stoppato seguendo lo stop della musica, il che rendeva precisamente quest’idea. Ed era un po’ come le copertine degli UNSANE (tipo Wreck o Scattered, ma anche Blood Run) che lasciano sempre qualcosa fuori campo, qualcosa di violento. Io da quel momento penso ai BENNETT come alla band degli stop e delle ripartenze più potenti dell’universo (senti The season, la seconda di II, il disco nuovo; oppure Hurricane, la sei). Però i BENNETT non sono un gruppo violento. Non sono solo capaci di unire il noise metal a delle melodie catchy, cosa che credo sia una caratteristica del genere, ma spingono tantissimo nella direzione catchy, senza perdere di vista il suono peso (Red H(v)elm(v)et). E in più spingono moltissimo in direzione scrittura (Distant): le loro canzoni sono piene di svolte improvvise, di cambi di giro sorprendenti. In Romagna si chiama ARSIÓUR, quella foga di muoversi, di fare, di cambiare. È proprio una specie di scadore, un pruritone che non ti fa stare fermo, né con il corpo né con la mente, un moto perpetuo, una ricerca continua. In II si traduce in tanti cambiamenti di intensità e ritmo, dentro ogni canzone, e nel non essere mai fermo anche quando è fermo. Tutto questo, insieme alle lande desolate di ritmo sempre uguale che riescono a creare (All right), rende i BENNET gli eroi del noise sludge metal arsiòur core in Italia. Almeno per me, eh.

Questo tipo di cose non è sempre stata la mia comfort zone, ma mi ci trovo benissimo lo stesso. Negli anni ho preso confidenza col genere ma non è quel tipo di confidenza che mi permette di dire che si tratti di una vera e propria comfort zone. Che poi io sono un po’ in fissa con gli UNSANE, ma i BENNETT possono essere avvicinati anche a Torche o Cherubs. A proposito di Cherubs, in fila a un loro concerto qualche anno fa sentivo quelli davanti a me che elencavano le volte che li avevano visti dal vivo, o tutte le volte che avevano visto un concerto noise o sludge metal in vita loro. Una volta nella mia città si diceva che uno che si vanta, “sborra”. Ecco, loro sborravano un casino. Praticamente avevano visto solo di quella. Io invece no, per me era uno dei primi concerti noise. Uno di loro a un certo punto però ha detto che uno dei concerti più belli che avesse mai visto era quello dei Lemonheads, “uno dei miei gruppi preferiti anche se non c’entrano un cazzo”, cit.. Gli altri lo guardavano storto ma io lo volevo abbracciare come un fratello, però ho lasciato stare. Questo per dire che le nostre comfort zone principali s’incrociavano ma soprattutto trovavano altre comfort zone parallele in territori più o meno vicini. Individui te stesso, quello in cui ti riconosci e ti sei riconosciuto per anni, ami tutta quella roba lì senza la quale non potresti neanche esistere, ma ci può essere anche una parte di te che va in un’altra direzione, che fa sempre parte di te, non è minore, non è inferiore, né meno importante, né in contraddizione. È un altro lato. È possibile sentirsi a casa ascoltando un genere, ma anche un altro, con uno sei nella tua casa di sempre, con l’altro nella tua casa nuova, che senti che sta diventando una seconda casa, o semplicemente una delle case. Ogni volta che attacco il nuovo disco dei BENNETT sento un brivido di casa, non è la mia solita casa, quella in cui abito da una vita, ma è la mia casa. Del resto, casa è dove la fai*.

Bennett II (il cui vinile voglio ricordarlo è color MOSTARDA) lo ascoltate e comprate qui:

*cit. Wanda Maximoff