Slacker Zombie, gli Unhappy vivono

Gli Unhappy hanno sempre e solo fatto dischi dopo che si sono sciolti. Unhappy, living dead. Trasformare un morto in un vivo, per esempio al cinema, non è mai stato dargli dignità, ma solo fino a “La terra dei morti viventi” però. Quel film cambiò tutto: gli zombie erano intelligenti e sapevano organizzarsi e questo, obiettivamente, gli dava dignità. Questo ep serve anche, dichiaratamente, a dare dignità alla sconfitta, che nel caso degli Unhappy è intesa proprio come la morte, cioè la fine del gruppo. Sempre che sia necessario dare dignità alla sconfitta (non ce l’ha già?). Ma teniamo buono che sia necessario. Allora, oltre che a Mark E. Smith, l’uomo più bello del mondo nonché leader del gruppo più sorprendente dello stesso mondo (The Fall), anche se lui veniva probabilmente da un altro pianeta, mi piace pensare (ma è assolutamente una mia illazione e prescinde dal fattore musicale, c’entra solo con il pensiero) che questo ep sia anche un omaggio all’idea che ispirò Romero per “La terra dei morti viventi”, cioè ammettere che i morti quando tornano in vita, se sono un pelo svegli, sono ancora più pericolosi e rischiano di fare il culo a tutti. E in alcuni casi ce la fanno:

Disco I DIS CHE

I DIS CHE. Mio nonno usava sempre questa espressione per raccontare cose sue o che aveva sentito in giro. I Nana Grizol sono di Athens GA e il loro disco nuovo, uscito ieri, racconta cosa significa crescere in quella città. Io non so nulla di cosa significhi crescere ad Athens GA. Quando ci sono stato (due volte) mi è piaciuta molto, ma i racconti dei Nana Grizol per me sono dei perfetti “i dis che”.

Potrei dire che Athens fosse come casa ma niente è come casa, quindi non me la sento. Però ero completamente a mio agio, cosa che non mi capita sempre, ma nemmeno spessissimo, a volte anche quando faccio cose belle non lo sono. Là ero tranquillo, e me ne sono accorto. È una terra di divisione, la Georgia. Sono lontanissimi dalla parità di diritti tra bianchi e neri. Ma c’è un movimento molto attivo che lotta per il cambiamento e spero che riesca a vincere. In particolare c’è una persona che si fa in quattro per portare in primo piano le ingiustizie nei confronti dei neri e per superarle. Si chiama Mariah Parker, aka Linqua Franqa, è Commissioner per il distretto 2 e rapper, e spero che presto le sue idee trionfino in concreto.

Quindi, ad Athens ho trovato questa brutta situazione. Ma ho trovato anche una città che ama la musica che amo io, un paio di club stupendi in cui vedere concerti e un sacco di posti in cui mangiare benissimo. Poi ho trovato la ferrovia abbandonata, l’ho seguita, ho trovato un sacco di case tipiche americane con il portico e la sedia a dondolo (sono dappertutto, ma lì le ho viste per la prima volta da vicino, c’ho passeggiato con calma nel mezzo e ho pure infilato il naso nel cancello di quella di Peter Buck). Ho trovato una bella dimensione. E sono contento, perchè non ero da solo, e ho condiviso questa cosa con la mia morosa (che tra poco diventerà mia moglie) e con un amico prezioso. Ma sarà lo stesso viverci? Non penso, non posso saperlo con certezza. La situazione dei neri mi dimostra che è una società ingiusta, che marcia sulle disuguaglianze. Ma mi piace quel posto. Non siamo su una bilancia, una cosa non fa da contrappeso all’altra, una situazione sociale pessima non è paragonabile alle cose che che mi piacciono. Sono i pro e i contro. Non potrei accettare con superficialità una società violenta e ingiusta solo perchè “qui mi piace”. Non sarei toccato dalle ingiustizie, perchè sono bianco, ma non mi piacerebbe vivere in uno stato che le avvalla… e qui… bing! Mentre scrivo ‘ste cose mi si accende il cervello. Io vivo in Italia e qui lo Stato di fatto non fa nulla per combattere i razzismi. Eppure io vivo qui. Sarebbe molto diverso negli USA?

Amo il tempo che ho trascorso ad Athens. Ma non ho il bagaglio di esperienze per capire davvero “South Somewhere Else”. Posso solo immaginarlo. I racconti che ci sono dentro mi fanno lo stesso effetto degli “i dis che” di mio nonno, mi piacciono un botto, avrei voluto esserci anch’io, e il fatto che avrei voluto viverli significa che non li ho vissuti, e quindi non posso abbracciarli in tutto e per tutto, non sono davvero miei. Strana sensazione. È quel distacco provocato da certi racconti o certe canzoni americane, che parlano delle caratteristiche di una terra in cui non ho mai vissuto ma che sento vicina. È una sensazione, irrealistica ma sincera allo stesso tempo. Boh, chissà com’è possibile.

Mio nonno e i Nana Grizol, “i dis che” e “South Somewhere Else”. È proprio vero che a volte posti lontani diventano vicinissimi, anche solo per una frase del mio nonno, che non c’entra niente e che penso non avesse neanche la più pallida idea che in America esiste una città che si chiama Atene.

Penso che “South Somewhere Else” possa diventare un mio Summer fav. Di sicuro è il mio disco i dis che dell’estate.

I Nana Grizol hanno lasciato andare via l’eccessivo languore gitano di alcune canzoni del passato, gli unici momenti in cui mi cascano le palle per questo motivo sono l’inizio, le parti tra una strofa e l’altra e la fine di Jangle Manifesto, che per il resto è una canzone meravigliosa. Hanno rafforzato il lato emo e insistito benissimo su certi ritmi alla Tacoma Center 1600 o Mississippi Swells, ritmi che a volte prendono pure una piega più tirata, e la chitarra mantiene quel suono sporco e travolgente, come le acque del Mississippi (i dis). Hanno attraversato i due decenni del ventunesimo secolo aggiustando un po’ il tiro e assorbendo cose anche da realtà nuove, come i Sioux Fall.

Loro raccontano e io ascolto e non è male per niente perché per un po’ sono di nuovo ad Athens. La musica ha questo potere, che mi fa sentire da dio ma anche un po’ meschino, perché sono là ma in realtà non è vero. La musica che mi piace non sempre mi fa sentire sempre a mio agio, neanche lei. Che sia anche questa una parte del suo valore, ne sono convinto.

https://nanagrizol.bandcamp.com/album/south-somewhere-else