Poche ossa nella maletta: Contrasto dei Riviera

riviera contrasto

Un misto di arroganza, forza e simpatia li trasforma negli Hulk (quello interpretato da Mark Ruffalo) dell’emo. Dal vivo il pubblico è completamente fuori controllo ma loro sono peggio. Però suonano. Un insieme invidiabile di disciplina e bolgia. E me li immagino identici in studio. Poi magari mi sbaglio e in studio vanno col papillon e sono ordinatissimi, perché in effetti i dischi sono minuziosi. Però non si può negare la loro natura da Giamburrasca. Spingono, spingono tantissimo con un filo di gas. Impossibile non amarli. Sono di Forlì e hanno fatto uscire da poco Contrasto: siore e siori, i Riviera.

Sia che tu stia ascoltando l’album sia che tu li stia vedendo in concerto, è facile che inizi a cantare. Canti insieme agli altri ma i testi non sono scritti a tavolino per fare quell’effetto. Altri testi di altri gruppi emo sono vuoti, lo capisci dalle parole, e però parte il sing-along in automatico. È perché in fondo sono scritti bene, appositamente per quello. I testi dei Riviera non sono scritti appositamente. Si capisce che dentro c’è la vita di una persona. Anche qui, si capisce dalle parole, e poi si capisce perché non sono comprensibili sempre e questa cosa li rende reali, perché la comunicazione non può essere al 100% ogni singolo minuto: a volte ha dei buchi. Tra alcune frasi non chiarissime ne spunta fuori una chiarissima che dà senso a tutta la canzone. Sembrano quasi tutti ritagli messi insieme seguendo un flusso di coscienza. Il contrasto tra la parte che non capisco e quella che capisco è la forza del testo, perché quella che capisco, nell’istante stesso in cui la capisco e contrapposta a quella che non capisco, diventa potentissima. Terrazzo le batte tutte in questo senso. Una cosa non comprensibile immediatamente nasconde comunque l’esigenza di comunicare. Contrasto ha quest’esigenza, sennò non esisterebbe, ma dice le cose senza preoccuparsi di renderle appetibili, ecco cosa fa. Però lo diventano, e il pubblico canta, e per questo sono più forti di mille altri gruppi che si sforzano un sacco a scrivere parole da sing along e, si, ce la fanno lì per lì, però non rimangono.

Mi piace la batteria. Sempre presente, come se ruzzolasse. Prende il via e sembra non riuscire a fermarsi, tanto che alla fine delle canzoni mi meraviglio sempre che non vada avanti da sola. In Rodeo, oppure Bronte, per esempio. Comunque, non manca il tappetone di chitarre, la chitarra che sembra zoppicare malamente, in realtà contribuisce a far camminare benissimo tutto il pezzo, e i fiati che “non sono più getti d’acqua di canna ma un rivolo che irrora il terreno” come dicono su Rumore. La voce urla, a volte più a volte meno, altre volte arriva a strozzarsi.

Il basso è bello cicciuzzo ed è la prima differenza che ho notato rispetto a Riviera. L’ho sentito e non ho potuto fare altro che volergli bene perché dà proprio gusto. Ed è come quando guardi un film horror, che se la tensione cala troppo ti annoi, e quindi non vuoi che cali. Il basso ha la stessa importanza di quella tensione lì e in Contrasto non cala mai. In Bronte c’è una parte batteria-basso che dà l’idea di come suona per tutto il disco. Il cambiamento del suono dei Riviera sta molto nel nuovo basso che rende le canzoni più grosse, grasse, ciccione.

La musica, che suona confortevole, come quando mangi una mousse mignon in un boccone, e i testi, che invece sono come quando mangi il croccante, spigolosi, divisi tra picchi di significato comprensibile e baratri ermetici, sono contrapposti. Ma insieme decollano. E, questo, io lo trovo incredibilmente liberatorio e affascinante.

In Scogli poi è bellissimo. C’è lui che racconta che lei l’ha preso in giro e a un certo punto dice “mi hai detto di esser certa nell’essere parte di me, dev’esser vero, me lo potevi almeno presentare”. DEV’ESSER VERO è urlato in coro con chiara ironia. Le parole continuano a essere un po’ scollegate tra loro: è l’ironia del coro a dire tutto. Il coro ha tutto un altro significato, non è più un urlo di dolore. È più un “A stronza!”. Qualche briciola di passato c’è ma siamo pronti a darla al gatto. C’è tutto l’emo alla Crash of Rhinos che volete e di dire che i Riviera non sono emo non me la sento, però c’è qualcosa che non mi torna del tutto. E credo sia proprio questa cosa di parlare di cose dolorose e poi distruggerle, non alimentarle.

Come succede spesso nei gruppi, nella storia recente dei Riviera ci sono stati alcuni cambiamenti. Il vecchio bassista ha smesso, sono nati alcuni figli e così via. E loro, come altri gruppi sono andati avanti, non hanno preso una pausa (ogni tanto spuntavano fuori dal vivo) e quando hanno avuto i pezzi, hanno fatto uscire il disco. Ripeto, lo fanno in tanti, però con loro mi suona più brusca la cosa. Il loro modo di comunicare è così, come nei testi, hanno le difficoltà ma le distruggono e lo fanno con la voglia di farla finita presto, non perché non gli freghi o perché siano machiavellici ma perché non vogliono pensarci più e perché diversamente non si può fare se si vuole continuare. Poche ossa nella maletta, insomma, si dice in Romagna, e credo anche a Forlì.

Si sente proprio che la vita gli passa attraverso, ma dei cambiamenti prendono il meglio. Chi sono i Riviera per ostacolare i cambiamenti? Sono forse degli Dei? No, ma neanche dei frignoni che stanno lì a lagnarsi. È la prima volta che fanno un disco post questi cambiamenti ed è venuto meglio dei precedenti, perché a suonare insieme ci vuole allenamento ma a trasformare le cose in abitudine è un attimo e dopo un po’ rischiano di fare la muffa. Accettare le novità e proseguire impedisce che succeda. La motocicletta li ha presi sottoè uscita dalla copertina di Riviera e li ha investiti. Allora pedalare. Non è sempre facile coniugare la vita e le cose che vorremmo continuare a fare. A volte sono in contrasto, a volte no. Alla fine, i contrasti, si possono anche risolvere, o per lo meno governare: i Riviera l’hanno fatto. Hanno fatto Contrasto governando il contrasto più grande, quello tra la vita e la band. Non credete a chi vi dice che la vita da band è tutta rose e fiori, è propaganda per la musica fredda e senza cuore. Credete a chi mette in mezzo alla musica i cazzi della vita. Lo fanno in tanti, eh, ma io me li immagino i Riviera che si sentono al telefono:

Vasu: “Oh, abbiamo i pezzi nuovi, ce la fai a venire che facciamo il disco nuovo?”
Paride (babbo da non troppo e in partenza per Amsterdam con la famiglia): “Ok”.

Al di là della gag, magari non è stato semplicissimo subito, però il passo in avanti di Contrasto è il non arrovellarsi più sugli ostacoli ma superarli. Suono nuovo e tutto il resto sono una conseguenza. Ed è venuto fuori il miglior disco dei Riviera. Maturo non direi. Cresciuto.

CONTRASTO IN STREAMING.

Dangerfield dei NIET

niet dangerfeld cover ludovica abdinur

Se state cercando di stabilizzare le onde di una radio che non ricevete bene e iniziate a sentire una chitarra che sembra una scorreggiona, una cassa di una batteria e una voce in inglese di cui capite solo play e boy, fermatevi perché è il nuovo ep dei NIET, Dangerfield. Che inizia davvero così, con una radio che si sincronizza, come la vecchia Rock’n’roll High School. Poi ogni tanto torna qualche rumore non codificabile, tipo un Alien che passa di lì (non so se è vero, ho interpretato), e potrebbe essere anche questo il motivo per continuare e ascoltare tutto il disco. Ma, naturalmente, non è l’unico.

Ho deciso che i NIET fanno parte di una cerchia di gruppi italiani che fanno noise, ognuno per i fatti suoi ma con alcune cose in comune. Da nord a sud: gli Ultrakelvin di Padova, gli ELM di Cuneo, le Tacobellas di San Felice sul Panaro (Modena) e i Sonic3 di Riccione. Essendo i NIET di Portomaggiore (Ferrara), sono longitudinalmente lontani ma latitudinalmente vicini agli ELM e proprio con loro hanno in comune un certo sapore di Amphetamine. A volte sono meno pesti, corrono di più quando la batteria parte e in quei casi assomigliano ai Sonic3. Dello schizzoidismo alla Ultrakelvin invece non hanno niente ma schizzano fuori da un qualsiasi percorso regolare anche loro, a modo loro, lontani dal voler dare a chi ascolta quello che si aspetta. Nel senso che i passaggi sono improvvisi e spesso portano a cambi di marcia inaspettati. Provare MDZhB per credere. Mi hanno ricordato gli Ultrakelvin anche per le aperture della chitarra, tipo quella nella seconda parte di All work no play. Padova e Ferrara del resto sono lì, in un fazzoletto di terra. Sempre da Padova, 15 anni fa spuntavano fuori i Redworm’sfarm con Amazing, e secondo me i NIET ricordano molto quel disco, per la brutalità dei ritmi. Alcune volte invece si lasciano andare a momenti cupi come la nebbia sul fiume e il noise prende un’altra piega, rallenta, rasenta il grunge e lo stoner, e allora siamo ancora nel tempo presente e le Tacobellas sono dietro l’angolo, precisamente sul Panaro, davvero poco distante da Portomaggiore. Quante cose diverse possono nascere così vicine tra loro. Quante sfumature può ancora avere un disco noise punk fatto bene.

Punk perché Dangerfield (come anche l’altro ep, Home) prende forma lentamente e i ritmi più veloci alla Fear fuoriescono da quelli più lenti alla Unsane come se fossero i loro figli. Velocità secca e tempi da bradipo che avanza – spingendo con tutte le forze che ha – occupano rispettivamente lo stesso spazio e si mescolano. Un’altra cosa che i due ep hanno in comune sono le parole, sempre incomprensibili. Una differenza sta invece nel suono: Home è più punk e Nirvana, Dangerfield più noise. Ma non è una distinzione sempre vera, nel senso che a volte le carte si confondono in maniera molto bella, non è facile e non ha senso dire cosa è noise e cosa è punk e questo fresco e bruciante mischione è la forza dei NIET. Non c’è pericolo di annoiarsi “perché il genere è vecchio eccetera eccetera”, non ce n’è il tempo e le canzoni non te lo permettono. Continuano tutti a dire che conoscono il futuro delle chitarre, e che non è roseo, perché il presente è la morte, ma boh, dischi come questo ne dimostrano ancora tutta la forza. Datemene ancora.

STREAMING DI TUTTI I NIET. La copertina di Dangerfield è di Ludovica Abdinur, che suona nelle Frown, di FERRARA.

Athens Pop Fest 2018: il report

athens pop fest 2018

Hai controllato che la tua patente non sia scaduta? Prima di partire, io e la mia ragazza abbiamo fatto una cena con i parenti e siamo finiti a parlare di multe e polizia. Ognuno ha raccontato il suo aneddoto tra un bicchiere di bianco e l’altro e la serata è scivolata via che è stato un piacere. Ridevo sotto i baffi di quelli che si scordano di rinnovare la patente. Il giorno dopo controllo la mia e scopro che non è scaduta, ma scadutissima. Smetto di ridere. Quante possibilità c’erano che mi fermassero in autostrada verso l’aeroporto di Bologna? Pochissime, ma la sfiga è sempre in agguato.
Ho avuto culo, perché ho trovato un dottore che visitasse il 6 agosto. Avete mai fatto la visita oculistica per rinnovare la patente? Ah, praticamente una TAC. Durata 1 minuto e 50 secondi (cronometrati), con il medico che non si capiva cosa dicesse e io che rispondevo a caso, l’ho superata. 100 euro all’autoscuola e patente nuova.
Alle due del pomeriggio del 6 agosto, mentre ero sotto i ferri del dottore, arriva la notizia del camion esploso. Mia mamma mi telefona per dirmi che mia zia le ha detto che ci sono 100 morti. Mia zia <3… quella che una volta ha visto una pantera sotto casa. Comunque, incredibile che ci siamo stati solo due morti e non davvero 100. Per noi, nessun problema di spostamenti, perché per l’aeroporto Marconi si esce prima. Dopo poche ore eravamo sull’aereo per Atlanta, poi Athens GA, al Pop Festival. Super.

Abbiamo fatto scalo ad Amsterdam. Dopo i controlli all’ingresso, sono stato selezionato per ulteriori accertamenti. Non prima di prendere due caffè allo Starbucks però. Quando ordini, allo Starbucks ti chiedono il nome, così ti chiamano quando la tua roba è pronta e sanno a chi darla. Un buon metodo, considerate le file.

“Giacomo” dico io al cassiere
“Sorry?”
“Giacomo”
“Saicom”
“No, Giacomo”
“Ok”. E scrive.

Tempo 10 minuti e i caffè sono pronti. Chiamano il mio nome: “Jacqueline!”.

Per gli ulteriori accertamenti, mi presento dall’incaricato, che incomincia a farmi le sue domande confondenti, che con me raggiungono il loro scopo.

“Sei sempre stato vicino al tuo bagaglio?”
“SI”
“Dov’è il tuo bagaglio adesso?”
“Ah, l’ho lasciato là alla mia ragazza”.

Il poliziotto mi ha intimato di andarlo a prendere, che doveva fare l’ispezione, per la quale mi ero già immaginato guanti in lattice e due dita su per il culo, invece per fortuna con i guanti in lattice una seconda incaricata ha solo fatto tamponi su qualsiasi oggetto contenuto nel mio zaino, anche sul pad del computer. Per fortuna che la sera prima non mi ero fatto una riga di coca lì sopra. Preso in custodia in un angolino da un terzo incaricato, sono stato palpato con tenacia e poi spedito sull’aereo con un calcio nel culo.

Anni fa, il professore di Tecnica delle Medie predisse alla mia fidanzata che sarebbe morta in un viaggio all’estremo nord. Per arrivare ad Atlanta siamo passati dalla Groenlandia: lei era terrorizzata, ma abbiamo vinto il ghiaccio anche con la suola liscia (cit.) e tutto è andato bene. Atlanta l’abbiamo vista per poco, e da sotto i piloni dell’uscita dell’aeroporto: il cielo era grigio. Abbiamo chiamato un Uber e siamo arrivati dritti al nostro motel ad Athens, GA, un Days Inn con piscina posizionato meravigliosamente rispetto al centro della città. Erano le 8 di sera, eravamo svegli da 24 ore ma siamo andati al “calcio d’inizio” del festival al The Foundry: i Wieuca, quattro giovanissimi ceffi sfasati duri che però suonano a meraviglia l’indie rock un po’ psycho. Ho comprato il cd. Purtroppo ci siamo persi Kxng Blanco, rapper old school, che comunque ha sbombato, accompagnato da una crew di ragazzi carichi, ci dicono. E chi ce lo dice? Renato, che abbiamo incontrato là (lo sapevamo, non è stato un caso) e che mi ha offerto subito una Tropicalia, una birra IPA all’aroma di limone. La mia ragazza si era già accomodata fuori (91°F = 33°C) a mangiare patatine fritte (molto buone). La serata, che doveva proseguire con “drink veloce prima di andare a dormire”, si è conclusa con qualche brindisi di troppo e The Great Beyond. Parlando, l’ho chiamata “I’m Pushin’ an elephant” e mi sono guadagnato il rimprovero severo di Renato, che è il più grande fan del mondo dei R.E.M. A mia discolpa posso dire che la fissa per quella canzone non mi è ancora passata dal ’99 e mi è venuta da chiamarla con le prime parole del ritornello perché per me ha l’importanza di un’enciclica.
Athens è la città dei R.E.M, dei B’52 e di tanta altra musica. Quella sera abbiamo anche parlato di come risenta dell’influenza di altro, più che dei R.E.M. Io dissentivo, ma alla fine avevo torto.

[Prima notte: sonno profondissimo].

Il giorno dopo siamo andati a fare una passeggiata nel Campus dell’Università, di fronte alla facoltà di Giurisprudenza. Decine di futuri avvocati di belle speranze attraversavano i 92°F del parco in giacca e cravatta, per poi sparire in biblioteca, dentro a una nube di aria condizionata a palla. Noi eravamo seduti su una panchina in calzoni corti e sandali a scanocchiarci le dita dei piedi. Poi siamo andati a mangiare un hamburger da The Grill, un diner vecchio di 50 anni autentico come le sua macchie sul soffitto, che avevano una certa eleganza.

I concerti erano tutti al chiuso. Ad ascelle inesperte potrebbe sembrare inopportuno: un festival estivo al chiuso?! Ma fuori c’erano sempre quei famosi 91-92°F e alle due del pomeriggio sarebbe stato difficile resistere senza evaporare. Come in biblioteca e in ogni posto al chiuso che si rispetti, c’è un’aria condizionata che ti surgela il sudore all’istante. Non fanno eccezione il Little Kings Shuffle Club e al Georgia Theatre, le due location dell’Athens Pop Festival. Che ufficialmente, dopo il kick off della sera prima, è iniziato quel giorno.

Per colpa dell’hamburger buonissimo di The Grill non abbiamo visto Michael Potter al Little Kings. Siamo arrivati un po’ pieni e trafelati, all’ingresso ci ha fatto entrare Marie A. Uhler, la batterista degli Eureka California, e io mi sono un po’ emozionato, sentendomi un’idiota. Abbiamo inaugurato con i Big Baby, tre ragazzi di Richmond, Virginia, basso distorto che spesso e volentieri finisce sopra la chitarra, che altrettanto spesso disegna ritmi tropicali (e il tropicale, a partire dalla birra, è una delle tendenze di questa edizione del festival: vedremo anche i Flamingo Shadows). Poi, A Certain Smile, un po’ senza chitarra per i miei gusti. Dopodiché, hanno suonato gli Air Sea Dolphin che oltre a essere l’ennesimo buon gruppo di Robert Schneider hanno sfoggiato anche il miglior batterista del festival:

Sembra un coltivatore di pesche (quindi già, esteticamente, gli voglio molto bene), è evidentemente uno spostato, peccato non averlo filmato mentre si muoveva tra il pubblico dopo il concerto, con sguardo vispo e attento, e una vena di follia. Che trasferisce sulla batteria quando suona, sempre dritto ma decisamente frenetico.
A quel punto, dopo una pausa di un paio d’ore, un caffè bollente e un bagno refrigerante in piscina, è iniziata la prima sera di festival. È stato un crescendo, poi un calando. Lambda Celsius, ragazza di Nashville col caschetto biondo che ha alzato ai massimi livelli il grado di teatralità e di new wave, trascinandomi nell’indifferenza, e che pareva dire: “Fottiti pop rock”. E invece no, era una inserita, amica di tutti e molto simpatica. Poi è arrivato DopeKnife, con Linqua Franqa. A un certo punto Dope ci ha chiesto di portargli un oggetto. Sapeva che gli sarebbe arrivato di tutto e che avrebbe avuto di che divertirsi. E infatti. Se gli metti delle cose a caso sotto al naso Dopeknife cosa fa? Un freestyle. Bellissimo. Il resto è stato una noia mortale. No scherzo, è stato una bomba. Tra l’altro, ascoltandolo prima del festival, non pensavo fosse così dolce e paciocco, DopeKnife: fumo, coltelli, il coltello della dopa, lo pensavo più gangsta, nell’atteggiamento proprio. Ma meglio così: ha una scrittura old school, il mood delle canzoni è gangsta alla Ice T, sul cd è un duro ma dal vivo ha un modo di fare simpaticissimo e giocoso, alla De La Soul.

Uno dei cuori del fermento musicale di Athens è Mike, l’organizzatore del festival e capo della HHBTM Records. Un tipo simpatico, un po’ sulle nuvole, un po’ hippie come atteggiamento, easy, ma molto in gamba. Ha tutto sotto controllo. Ed è il primo Mike che abbiamo incontrato durante la vacanza, proprio quella sera. È amico di Renato, che tra l’altro ha portato la Flying Kids a fare da sponsor al festival.

Il frullo della pesca della Georgia mi è partito quando ho visto la targa dello Stato: una pesca, non color Nettarina, ma con diverse sfumature, dall’arancione, al giallo, al bianco, e un effetto velluto vero sulla buccia. È una storia triste. Le ho cercate con tanto desiderio, anche all’Athens Farmers Market del mercoledì, a due passi dal Little Kings, ma niente. Quando finalmente ne ho trovate due, per caso, dentro a una ciotolina di vetro, tristi, abbandonate, rosse un po’ scure, del tutto simili alle romagnole (che io adoro, ma avrei voluto esplorare i nuovi mondi delle pesche georgiane), non ho neanche avuto l’istinto di mangiarle. Le ho ignorate. Erano lì da chissà quanto, senza più il sole dentro, conservate alle temperature glaciali di un interno americano super ariacondizionato, e hanno ammazzato il desiderio. Un sogno ucciso dall’aria condizionata. A continuare a cercare, a ordinarne una al ristorante dopo mangiato, avrei potuto realizzarlo. Ma non l’ho fatto. Perché magari erano state conservate in frigo. Adesso un po’ mi sono pentito, perché avrei potuto assaggiarle lo stesso, fare finta di niente, essere un po’ hippie.

E a proposito di hippie, subito dopo Dope hanno suonato i Marshmallow Coast in perfetto stile folk psico noise alla Elephant 6, un fiume che si muove a rilento, e rischia di far stagnare l’acqua, e allo stesso tempo una furia pop. Come Mount Eerie ai primi tempi dei Microphones. Come la palpebra che ti cala e va giù, giù, e pum! quando arriva in fondo ti risvegli di soprassalto.

Una sera eravamo al bar del roof top del teatro in cerca di un tavolino, ci sembrava che i Rat Fancy ne stessero abbandonando uno e ce ne siamo impossessati prima che se ne fossero effettivamente andati. “Ve ne state andando vero?” gli abbiamo chiesto. Hanno raccolto tutte le loro cose in fretta e se ne sono andati. Non è stato un episodio fluido. Comunque, i Rat Fancy hanno suonato dopo i Marshmallow. Sono in due, Diana e Gregory, di Los Angeles, ma sul palco erano con gli Eureka California. Hanno fatto un disco che si chiama Suck A Lemon che è proprio come succhiare un limone. Gregory è un chitarrista molto fantasioso e con un gran gusto.

A quel punto è arrivato il momento della cena: da Filipino. La cassiera aveva un tono così gentile da farti arrabbiare, ma i noodles erano buonissimi. È una cosa che hanno: dei sorrisi incredibili (nel senso di non credibili) quando devi pagare. Non sono tutti così, non tutti spingono troppo e rendono evidente che sono gentilissimi perché vogliono la mancia, ma molti lo fanno. Comunque, in media un cameriere prende poco più di due dollari all’ora, quindi la mancia gliela dai volentieri.
Un’altra cosa che hanno al Sud è un accento bellissimo. Un giorno ho chiesto una birra al bar, con qualche esitazione il barista mi ha detto che l’aveva finita e mi ha proposto un’altra cosa, vendendomela con una gran descrizione di cui io ho capito solo “red”. Una birra rossa ho pensato: ottimo! Aveva il sapore di ciliegia e allo stesso tempo sembrava lambrusco: mi aveva venduto una birra-lambrusco alla ciliegia e io avevo capito che mi avrebbe dato una birra ambrata. Bellissimo l’accento del sud!
Però, quel “dialogo” col barista è servito a qualcosa. Appena appoggiato il bicchiere di lambrusco per me sul bancone e afferrati i soldi dalle mie mani, è passato al cliente successivo.

“Vuoi una birra?” ha chiesto a un signore che si era appena seduto di fianco a me.
“No” ha risposto quel signore, guardandomi con un sorriso.
“No?” gli ha richiesto il barista.
“No, no, bevo sempre birra, concedimi una pausa” ha aggiunto il signore, urlando fortissimo. Ecco, quel signore è un amico di Renato, si sono conosciuti l’anno scorso per via della passione comune per gli Husker Du. Si chiama Mike, è il secondo Mike della vacanza e se il barista non mi avesse abbindolato col lambrusco all’americana non l’avrei incontrato.

Joe Jack Talcum è una specie di eroe. Ex cantante dei The Dead Milkmen e membro di altri progetti, è un ragazzo tranquillo, che si aggirava per il festival come se fosse lì per lo stesso motivo per cui c’ero io. A chi lo salutava “Hi, Joe” lui diceva “Hey”. Ha suonato da solo con la chitarra, molto piacevole e accolto calorosamente dal pubblico. Dopodiché, il calore del pubblico è leggermente scemato con gli Essex Green (troppo country e Belle & Sebastian anche per i miei gusti) per ritornare a fare a botte con l’aria condizionata con gli Elf Power, noto gruppo locale. A me non sono mai piaciuti, per due motivi: 1) preferivo i Mercury Rev (ci assomigliano, soprattutto a quelli di Deserter’s Song, ma non sono così potenti); 2) la voce del cantante, un falsetto buono buono, che non sopporto.

[Poi, tutti a letto].

Il giorno seguente (e siamo a giovedì) è stato uno dei migliori. Purtroppo ci siamo persi gli Hunger Anthem from Athens causa pranzo disorganizzato, prima al Big City Bread poi dal Filipino. Ma cos’è questo Filipino? È uno dei protagonisti assoluti della vacanza, il furgoncino di street food filippino ufficiale del festival, che faceva dei noodle molto buoni e delle nuvole di gamberi multicolore. Per piacere di cronaca: come seconda colazione abbiamo preso pancake e frutta al The Grit, un posto molto bello per mangiare a tutte le ore. Altra nota di piacere, nei giorni del festival abbiamo sempre bevuto Topo Chico, l’acqua con gas distribuita gratis al Little Kings, senza la quale avremmo speso almeno 100 dollari in più in acqua.

Suggested Friends (ne parlo più sotto)

Gli Shut Ups non sono da includere tra i gruppi che hanno reso quel pomeriggio un pomeriggio migliore, ma Positive No, Joy Cleaner e Zooey si. I Positive No fanno dell’indie rock scritto e suonato da dio ed è bastato questo per farmi venire gli occhi lucidi. Tra l’altro, sono amici dei Van Pelt. Su Weird Hugs la cantante ha abbracciato tutti, noi compresi, e nei giorni seguenti c’ha sempre salutato come se fossimo suoi amici: molto hippie. I Joy Cleaner hanno iniziato soporiferi e si sono svegliati all’improvviso per l’ultimo pezzo (Disposable Outcome). È stato talmente figo che ho comprato il cd al banchetto. Il banchetto cumulativo di tutti i gruppi che suonavano ogni giorno era sempre uno dei posti più affollati. Si pagava con la carta di credito! Ultimi del pomeriggio sono stati gli Zooey di Tallahassee, che fanno show gaze in cui non si sente la voce, hanno lo spleen, sono giovanissimi, quindi benissimo, ho comprato la cassetta.

Con gli Zooey si è messo a piovere e i due concerti previsti sul roof top a partire dalle 5 sono stati spostati in un locale che esiste ma dal nome premonitore, davanti al teatro: il Nowhere Bar. Un alone di mistero da quel momento ha avvolto i due gruppi: dove sono? I Love Language – che ricordavano un po’ troppo David Gray – si sono materializzati a fine serata sul tetto quando non pioveva più, ma i Moon Racer non so che fine abbiano fatto.
L’alone di mistero te lo danno gli Antlered Aunt Lord, che con il loro sound epico, un po’ emocore e Neutral Milk Hotel si confermano un gruppo della madonna. Peccato che un sandwich e un cocktail ci abbiano inchiodato qualche minuto di troppo al tavolino del Clarke’s e siamo arrivati in ritardo al teatro. In pratica, uno dei gruppi che aspettavo di più è rimasto incastrato in un panino. Abbiamo cannato anche i Buxton. Ma non gli Ampline (con MIKE degli R. Ring), che hanno fatto un concerto punk rock tirato, senza fronzoli e di poche parole.

Le parole gliele ha messe subito dopo Robert Pollard con Guided By Voices. Hanno suonato due ore, lui ha detto 8 milioni di cose, ha fatto tutti i suoi gorgheggi e acuti, si è trattenuto (si fa per dire) con l’alcol ma non con le spaccate aeree. Al pubblico ha offerto birre, estratte come per magia dal suo frigo da pic-nic, riposto con grande attenzione dal roadie ai piedi della batteria durante il sound check. Peccato che fossero in bottiglie di vetro e che i buttafuori abbiano dovuto ritirarle maledicendolo. Ma non fa niente Robert, il club ormai era aperto ed era come se fosse tuo quando eri sul palco. Un concerto fiume di 36 canzoni. E poteva andare anche peggio, visto che per la data precedente a Birmingham, Alabama, ne ha fatte 52. Scaletta da super brividi anche se a memoria non saprei ripeterla neanche dopo una doppia dose di Be Total Mind Plus: di sicuro hanno fatto Sport Comfort, Steppenwolf, I’m a Scientist, I’m a Tree, Ironmen, Soldier, Hudson Rake, Space Gun eccetera. C’è la foto sul lo @instagbv comunque. Mi è mancata My Valuable Hunting Knife ma non è grave. Completo camicia pantalone e Vans, alla David Lynch, Pollard è stato padrone del Georgia Theatre per tutto il tempo in cui è stato sul palco, poi è scomparso. Cosa che non si può dire del bassista e del chitarrista, rimasti in giro a ubriacarsi senza vergogna per due giorni. Posso dire di aver pisciato con loro sia quella sera che quella successiva. Poi basta, visto che il sabato hanno suonato a Jacksonville, Florida. Comunque, ho pisciato due volte con i GBV.

La serata si è conclusa con David Barbe (ex bassista degli Sugar di Bob Mould) sul tetto. A un certo punto, una ragazza, guardando il palco da lontano, si è avvicinata a noi e ha detto, proprio rivolta a noi: “Ma non doveva suonare Dave Barbe?”, “È quello”, “Aaaa, non l’avevo riconosciuto.. è tanto un bravo ragazzo” e se n’è andata. Barbe suona ed è direttore del dipartimento musicale della UGA. Insomma, è proprio un bravo ragazzo. Forse una volta ha conosciuto e amato quella ragazza, lei non l’ha voluto e ora prova simpatia per lui. Non lo saprò mai, comunque il concerto era tutto chitarre psichedeliche lente, no tropical ma rilassanti, e dopo un po’ siamo tornati al nostro fantastico Days Inn perché river Pollard ci aveva distrutto. In senso positivo eh.

[They call me Sleep Over Jack].

Venerdì mattina siamo andati a fare il tour bus delle case storiche. So che può sembrare una cosa da turisti anziani, lo è, ma è stato molto bello. Abbiamo scoperto le caratteristiche dell’architettura residenziale di Athens e quali personalità più o meno illustri hanno vissuto in città. Ho scoperto che mi piace guardare come sono fatti i portici delle case e quante sedie a dondolo ci sono sotto. Ci sono alcune sedie enormi. Sopra, non c’è seduto quasi mai nessuno.

Siamo arrivati al Little Kings un po’ in ritardo (pranzo al The Grit, ce la siamo presa comoda). Non ci siamo comunque risparmiati e abbiamo cannato completamente solo Ew: c’è chi dice “meglio”, c’è chi dice “peccato”. Gli Ultra Beauty di Washington hanno la scorrevolezza di un camion incastrato tra due muri, ma la loro velocità inesplosa ha preparato l’atmosfera per entrambi i concerti seguenti: prima le Blushing, più languide e dream pop con convinzione, poi le Rose Ette, che hanno dato la svolta brìo alla giornata. Le Rose Ette sono di Houston, ma “nessun problema” perché sono veramente piacevoli, leggère come il mio cervello in ferie, spolpando le ultime ore del pomeriggio.
Momento Slits con i Gauche. Cena sul roof top con hamburgerino e patatine e arriviamo al piano terra del Georgia Theatre non in tempo per i Pohgoh (mi sa che è stato un peccato) e giusto in tempo per Wesdaruler, rapper old school che accompagnerà anche Linqua Franqa l’indomani, e i Flasher, che mescolano bene shoegaze, punk rock, garage e DEVO.

Poi il teatro si trasforma nella casa degli hippie, con gli Oh-Ok, il gruppo di Lynda Stipe, sorella. Gli Oh-OK fanno una specie di post punk con una spiccata propensione al pop, Lynda è felice e il concerto è una festa: sul palco sono in mille, sono di Athens, sono stati attivi solo un paio d’anni negli anni 80 e la città è venuta a salutarli in massa. In giro ci sono anche mamma Stipe e Mike Mills… e MIKE a quel punto è stato proclamato ufficialmente Nome Della Settimana. Poi ha suonato solo Dean Wareham (i Galaxie 500) con la moglie Britta. È il Family Day al Georgia Theatre! Questo party tutto famigliare e cittadino aveva però anche un risvolto politico: il 6 novembre ci saranno le elezioni di metà mandato per la Camera dei rappresentanti, il Senato e i governor (i leader di ogni stato) e Lynda Stipe aveva la maglietta di Stacey Abrams, candidata democratica a governare la Georgia, prima donna nera a correre per questo ruolo per un partito di maggioranza. Tutti, in quella sala, erano suoi sostenitori, era chiaro.

Sempre proiettati in avanti gli His Name Is Alive, rapiti da una svolta hard rock anni ’80 molto raffinata. Non li conoscevo prima di Athens ma Giovanni mi ha detto che una volta erano uno dei gruppi più interessanti della 4AD. Sicuramente qualcosa deve essere andato storto. Poi, per ultime, le Ex Hex di Mary Timony. Abbastanza inutili, perché non aggiungono niente al garage punk già sentito centomila volte. Per carità, gran mestiere, ma chiuso lì.

[Vado a letto, neanche troppo stanco, pensavo peggio]

Sabato è stata una grande giornata, sin dalla mattina. È stato il giorno in cui siamo capitati dentro a Epiphany, l’unico negozio di Athens in cui non trasmettono musica bella ma video delle proprietarie che parlano di come Cristo abbia cambiato la loro vita: per questo, tutto il negozio è ispirato a e da Lui. Un lato oscuro di Athens che non avevamo notato fino a quel momento.
Dopo una passeggiata nel parco del fiume Ocone, ci siamo trovati di fronte al Railroad Trestle, il traliccio della ferrovia che fino al 1973 collegava il centro della città con l’esterno, oltre al fiume. Nel 2000 stava per essere demolito ma una raccolta fondi dei cittadini l’ha salvato. Perché dovrebbe anche solo minimamente interessarvi tutto ciò? Perché è il traliccio del retro della copertina di Murmur dei R.E.M. A pochi passi da lì, poi, c’è Mama’s Boy. Perché è importante Mama’s Boy? Perché è un ristorante di soul food incredibile: ho mangiato una spalla di maiale gigante affogata nella salsa olandese con un grosso biscuit e 2 uova. Se vi capita di andare ad Athens, dovete andarci e mangiarvela.
Solo a quel punto, allora, potevo iniziare la giornata di muzic e avventurarmi verso due dei concerti che aspettavo di più: Eureka California e Linqua Franqa.

Quel ponte di legno

Sulla spalla del maiale ci siamo persi Jim Shorts, stile Bill To Spill, e Lydia Brambila, cantautrice dream pop che evoca atmosfere di acqua, alberi e fauni. Siamo arrivati per Hothead, seconda cantautrice della giornata, più hippie rispetto a Lydia B, con melodie più decise e una chitarra più suonata e meno arpeggiata. Era accompagnata da un ballerino che ogni tanto faceva un coro, Mauro Repetto degli 883, però ricciolino. I Suggested Friends hanno suonato subito dopo e sono stati la scoperta migliore del festival. Unici inglesi presenti, rielaborano fortissimo modelli diversi degli anni ’80 e ’90, dalle Sleater Kinney alle Marine Girls e il risultato sono melodie da leccarsi le orecchie e chitarre con suoni degni del miglior sound checker del mondo. Disco sold out, sennò lo compravo. Da ascoltare anche l’altro gruppo della bassista, i Mammoth Penguins.
I Flamingo Shadow fanno un passo indietro: i loro suoni sono così dolci, ondulati e cantilenanti che mi invitano a ordinare una Tropicalia. Non il mio gruppo preferito ma una buona idea prima di iniziare la serata. Non prima però di un tuffo in piscina e un rotolo al The Gritt, eletto a quel punto Miglior Posto Fighetto In Cui Mangiare della vacanza, un altro campionato rispetto al Filipino.

Il concerto di Linqua Franqa è stato voce, rap, personalità, impegno politico-sociale, ballo, poesia. In pratica, ha conquistato tutto il teatro. Lei è una local, nera, PhD in linguistica e Commissario della Contea in Georgia, carica per la quale ha prestato giuramento sulla biografia di Malcom X. “Grande amore ma anche grande tristezza, perché so che non la vedrò mai più” (cit. la mia morosa). È stata la regina delle prese bene sul palco, spigliata, divertente, aggressiva nella misura giusta.

lingua franca

Wesdaruler e Linqua Franqa

Lo stesso non si può dire di Jake Ward degli Eureka California che è il re dei presi male, categoria che mi piace tantissimo e a cui ritengo di appartenere. La presa male, però, può giocare qualche scherzo. Hanno fanno un bel SET, ma è mancato qualcosa. L’atmosfera, nei giorni precedenti, non è mai stata come per questi due concerti. Mentre per gli Oh-Ok sembrava di essere ospiti di una grande famiglia, per Linqua e gli Eureka nell’aria c’era una carica esplosiva. Non era la famiglia a creare l’atmosfera, era la voglia di sentirli suonare. Ed era anche la serata conclusiva. I bar sfornavano birre a tutto spiano e qualcuno camminava storto. Purtroppo se n’erano andati i GBV, altrimenti avremmo potuto pisciare insieme per la terza volta.
Dicevo, la presa male gioca brutti scherzi. Gli Eureka California hanno le canzoni, i suoni e la miccia che fa partire la scaglia. Quella sera però gli è mancata, a volte, un po’ di decisione. Possibili motivi? L’emozione di suonare nel teatro della propria città, far parte dell’organizzazione del festival e quindi di essere coinvolti direttamente in tutto, essere arrivati all’ultima sera, un po’ stanchi forse: un insieme di cose che probabilmente non gli hanno permesso di essere al top. Io comunque, per sicurezza, ho comprato tutti i loro cd e una maglietta al banchetto, semplicemente strisciando la carta di credito. La batterista Marie Uhler vince il premio Ammazza Che Schiena, nell’edizione precedente (ATP novembre 2016) conquistato da quella dei Low.

Man Or Astro-man? e The Mummies han chiuso le porte del festival. Sono molto simili: da anni fanno la stessa roba per un pubblico granitico, abbastanza orgoglioso, legato alla tradizione e ai suoni di una volta, quelli ultra osannati del garage surf. Fanno riferimento a immaginari vicini tra loro: i film horror di serie b per The Mummies, la fantascienza per i MoA. Dal vivo, The Mummies fanno più caciara, i MoA in fondo sono più seri, anche nelle gag, anche se sono più giovani. Entrambi i concerti sono stati un po’ noiosi.

Era l’ultima sera. Il giorno seguente, dopo una camminata tra le case storiche, tra cui quella di Peter Buck, abbiamo pranzato al Donderos, uno dei ristoranti più hippie della città, ottimo. Poi abbiamo salutato Renato e siamo partiti per Atlanta. Due giorni dopo abbiamo preso l’aereo per tornare in Italia. Era il 14 agosto e, mentre eravamo in aria, è crollato il ponte Morandi a Genova.

Cosa ho imparato

“Ero certo: da qualche parte esisteva. Era inconcepibile che in un paese dove prosperava un ideale così profondamente radicato e una fantasia così sfrenata per le piccole città, non ci fosse, in un punto imprecisato, la città ideale – luogo di lavoro e di pace, senza mastodontici centri commerciali e oceanici parcheggi, senza industrie e chiese drive-in, senza Kwik-Krap e Jiffi-Shit (mini-market di merda, ndr) e senza l’obbrobrio del consumismo sfrenato”.

Bill Bryson, America perduta

Quando io e la mia ragazza ci trasferiremo ad Athens, verrà sicuramente fuori un jiffi-shit subito, ma per ora non l’abbiamo visto. È strano anche che non ci sia neanche un negozio di souvenir e oggetti assurdi dei R.E.M per adescare i fan. Di solito, gli americani sono bravissimi a museizzare tutto con cartelli, transenne, visite guidate, gadget. In questo caso non è così. Per dire, i “luoghi dei R.E.M” in giro non sono neanche tanto segnalati. Dev’essere il segno del tempo che passa, o una dimostrazione di rispetto. Oppure è perché i R.E.M si fanno tantissimo i fatti loro. Per dire ancora: venerdì Mike Mills è andato al bar e la barista abbastanza giovane gli ha chiesto un documento. All’inizio mi sono stupito poi ho pensato che sia normale che le nuove generazioni non lo conoscano. O forse gli ha chiesto un documento proprio per vedere se fosse lui. Perché infatti avrebbe dovuto chiederglielo, visto che Mills ha i capelli bianchi? Ma se gliel’avesse chiesto per avere la certezza, poi avrebbe dovuto compiere un’azione da fan, tipo chiedergli un autografo o qualcosa di simile. E invece no. È un caso che rimarrà senza soluzione. Comunque, in un modo o nell’altro, Mills non era troppo interessato né al farsi né al non farsi riconoscere e forse è stato proprio questo atteggiamento, e la fuga di Stipe a New York, a fare in modo che in città non sorgessero jiffi-shit dedicati.
Allo stesso tempo un mondo R.E.M c’è in città, tra vecchi fan e collezionisti di dischi e persone che incontri per strada e iniziano a parlarne se gli dai corda. La serata Oh-Ok è stata una festa, piena di gente che si è ritrovata lì. La mia sensazione è stata quella di partecipare a qualcosa che verrà ricordato, non i Queen a Wembley, ma una cosa più umana, un saluto da lontano anche ai R.EM. Non c’è mitizzazione, e nemmeno commercializzazione, ma il ricordo è vivo. Nessuno dei R.E.M è morto, ok, ma non voglio tirargliela e per ora le cose mi sembra stiano così.

Di sicuro, dal punto di vista musicale, la città sente più l’influenza di altro, Per esempio, del giro Elephant 6, nato a Denver ma poi trasferitosi ad Athens. Ci sono talmente tante cose lì dentro, talmente tanti stili, che diventa un pozzo di ispirazione. Robert Schneider, che con l’Elephant 6 ha fondato the Apples In Stereo, prodotto i Neutral Milk Hotel qualche anno fa e fatto molto altro, continua a fare cose. Ha pure suonato al festival con gli Air Sea Dolphin e il pubblico era contento. Da Wuxtry Records mi ha fatto lo scontrino John Fernandez degli Olivia Tremor Control. Insomma, Athens è una specie di mondo in cui prendono vita all’improvviso tutti i miei amici, che sono sempre stati lontani fisicamente. Lì, sono vicini.
La musica, insieme all’Università, è stata la cosa che ha salvato la città e non l’ha fatta diventare un’Epiphany Town o un’ennesima Castle Rock, dove fanatismo religioso e carenza di lavoro deprimono le persone. È una città hippie, piena di freak vecchi e giovani innamorati del mondo, per questo un po’ ferma nel tempo. E allo stesso tempo è indie rock, con un fermento vero e band che suonano le chitarre, oggi, come se le avessero scoperte ieri. Molti dei gruppi del festival non sono local ma l’Athens Pop ne richiama tanti ogni anno in città, e la città diventa un catalizzatore.
Poi, quando entri in un qualsiasi negozio (a parte Epiphany) ti capita di sentire… i Lemonheads. E quindi compri tutto. Per strada, ti giri e vedi Lingua Franqa che discute di politica con uno, oppure vai a mangiare e di fianco hai i Jim Shorts al completo e il cantante degli Essex Green con i suoi quattro figli e la moglie. Quando eravamo lì, ci sembrava quasi che il ghiaccio che abbiamo nel cuore piano piano si andasse a squagliare (cit.). Non posso fare finta di non aver idealizzato almeno un po’ ma alla fine, in un’estate, vivere un momento da romanzo ci può stare.