21 facce (circa) per 21 gruppi: Italian Party 2017

Docente di storia della fotografia, il professor Marra non esprimeva mai un giudizio sulle cose che spiegava ma si sputtanava irrimediabilmente con il tono della voce. “Non c’è un modo migliore dell’altro, la fotografia concettuale non è meglio di quella classica” diceva, ma le 5 parole che separavano “concettuale” da “classica” erano per lui come un percorso verso l’inferno della noia. L’opinione sincera la lasciava al non detto, che più o meno era “ma se t’intrippi con la concettuale, ti cambia la vita”.

Visto che tra le sue malcelate fotte c’erano i ritratti, quelli senza tanti fronzoli, il giorno in cui ci parlò di Portraits di Thomas Ruff giuro che almeno un paio di volte gli è venuta la voce rotta. La lezione del prof. era: lo sguardo impassibile di TR rende i soggetti anonimi, aiutato dai fondali monocromatici, dai vestiti da Germania Est anni 80, da colori spenti ed espressioni neutre.

Non ricordo se li avevo anche allora, ma adesso ho dei dubbi su quell’interpretazione. Quei ritratti non sono solo piatti per come sono costruiti, sono anche esplosivi per l’effetto che fanno. È la confusione delle dimensioni: Thomas Ruff ha fatto di tutto per rendere le foto monodimensionali, ma l’ha fatto per ottenere qualcosa di penetrante. Questi ritratti non sono “anonimi”, perché c’è una cosa che rompe in modo continuativo e definitivo l’anonimato: ci sono le facce. E non solo perché sono “facce”, quelle che trovi anche nelle carte d’identità a identificare ognuno di noi. Il piattume di tutte le altre componenti delle foto ci permette di concentrarci solo sulle facce. Ed è a causa della faccia che un ritratto non può mai essere completamente inespressivo perché la faccia, anche con l’espressione più neutra del mondo, dice sempre qualcosa.

Tendo a fare foto alle persone di nascosto. C’è il pericolo che mi scoprano ed è piacevole, perché la percentuale di rischio che corro è molto bassa. Trovare il matto che mi becca e mi mena perché gli ho fatto una foto senza permesso è raro, al massimo mi guarda male. Al peggio, mi è capitato che mi inseguisse, per farmi a sua volta una foto come per, boh, spararmi con la stessa pallottola. La componente pericolo è niente se confrontata con l’ansia di chiedere il permesso. Il problema dei ritratti sta nel fatto che il permesso lo devo chiedere per forza. Quando si tratta di sconosciuti, a volte lo chiedo, altre rimango senza foto. Con gli amici, non ho grossi problemi. Sentirsi fare questo tipo di richiesta fa spesso scattare nella persona che deve essere fotografata un’emozione difficile da gestire, tra egocentrismo e vergogna, correnti opposte ma ugualmente selvagge che, scatenate in un unico momento, portano a un’indecisione folle. Alcuni la riescono a vincere, altri no. Tra quelli che la vincono, c’è chi dice comunque no. Ma ci sono anche quelli che dicono si.

Ho in mente come se fosse ieri il momento in cui Marra ha proiettato nel buio dell’aula il primo ritratto di Thomas Ruff che io abbia mai visto. S’intitola Peter Martin. Quando sono uscito dall’aula, mi sono infilato gli auricolari e ho ascoltato Sultans of Sentiment dei Van Pelt, quasi tutto, sulla strada di casa, con la faccia di Peter Martin davanti agli occhi. Quante cose ci sono al mondo così legate tra loro che se pensi a una ti viene in mente l’altra e viceversa? Non so, magari ce ne sono un treno, ma io sono particolarmente fiero di questa. Ogni tanto i ritratti di Ruff mi tornano in mente e mi torna in mente anche che sono legati a quel disco. E viceversa. Spesso riascolto quel disco e allora mi torna in mente Thomas Ruff. Poi, a volte, mi torna pure la voglia di fotografare delle facce.

Con abbastanza piacere, da qualche anno preparo qualcosa per parlare un po’ dell’Italian Party, il festival di To Lose La Track. Quando ho iniziato a pensare a cosa avrei potuto fare quest’anno, all’inizio non ne avevo idea, poi mi sono tornati in mente Sultans of Sentiment e Peter Martin. E all’inizio volevo fare delle magliette con i nomi dei gruppi che suonano al festival, una per gruppo, farle indossare a persone diverse e far loro una foto. I passaggi per raggiungere il risultato erano affrontabili, ma la percentuale di rischio che le magliette venissero uno schifo era molto alta. E ho rinunciato. Che poi perché le magliette, non so. Cioè, lo so, è perché adesso vanno tantissimo, ma alla fine vaffanculo. E se non fosse stata la mia fidanzata a darmi l’idea dei cartelli, forse avrei scritto un pippone sui gruppi e basta, che sarebbe stato sicuramente peggio, o forse no, anche perché il pippone l’ho scritto lo stesso. Comunque, abbiamo spiegato la cosa ad alcuni amici e gli abbiamo chiesto se avevano voglia di farsi fotografare. Hanno detto tutti Siiiii. Le idee migliori che mi vengono sono sempre quelle degli altri, anche perché hanno un senso. Quest’idea aveva un senso addirittura nei miei ricordi, dove i Van Pelt incontrano Thomas Ruff e la musica con le chitarre incontra il ritratto fotografico

Ad alcuni ho fatto io la foto, ad altri ho spedito il foglio e se la sono fatta da soli, o se la sono fatta fare. Band distribuite (più o meno) a caso, una sola regola: che si vedessero il nome del gruppo e la faccia. Alcuni mi hanno fregato ma l’idea c’è. Una faccia, un gruppo. Niente di concettuale quindi, ma la faccia è sempre la faccia. Scusa, Marra.

 

Di gente che si ficca il microfono in gola

(Testo e foto di Maicol)

Sabato 1 luglio c’era Vasco a Modena, che raccoglieva 220.000 persone oneste per i suoi 40 anni di carriera. A Bologna, Zona Roveri, invece, suonavano i Dillinger Escape Plan, che dopo 20 anni di sberle e passeggiate sulle teste del pubblico han deciso di fare basta. Quindi salutarli era d’obbligo.

Passeggiare sulle teste: https://youtu.be/r-lxwlgyhhA

Non sono mai stato un gran metallaro, neanche i DEP in realtà lo sono, ma li ho conosciuti nei primi anni ‘00 quando andava un sacco il metal-core e mi han sempre gasato. Hanno pubblicato 6 album e all’inizio qualcuno ha azzardato a paragonarli, come innovatori, ai Faith No More, difatti il buon Patton ci cantò dentro per un EP mentre aspettavano di assumere quella bestia di Greg Puciato. Credo di averli visti 4 o 5 volte, non ricordo di preciso e quella volta ad Amsterdam non ero esattamente sveglio. Sempre live esplosivi, impeccabili, sempre locali abbastanza scarni (a parte al Vidia, lì era bello pieno, ma era l’apice di quel periodo del cazzo coi ciuffi in faccia, quindi non vale), quei concerti che se vuoi menare qualcuno ti butti in mezzo alla mischia, e quando ti stufi o stai di lato con la birra in mano o sei già in seconda fila. I concerti belli insomma.

Nel 2017, l’altra sera, al loro ultimo live italiano ci saran state 300 persone, o forse 400, più o meno giovani, qualche anzianotto, quasi tutti entro i 40, 5 donne in totale, escludendo le bariste. La metà della gente indossava magliette dei NIN, l’altra metà mi piace pensare fossero ingegneri, perché è quel genere un po’ così, tutto tecnica, rabbia, convulsioni, che ti immagini Ben Weinman (mente e chitarra del gruppo) scrivere i pezzi con una mano mentre si sfila delle trasformate di Fourier con l’altra. E poi quando sono andato per prendere da bere al bar c’era la fila. Quella vera, lunga 5-6 metri, con due persone affiancate per volta, composta. Che Andrea mi aveva appena raccontato di quando due giorni prima, al concerto dei Depeche Mode, gli avevano pisciato sui garretti, per dire.

A far da spalla c’erano OvO e Zeus, non li commento perché non li so apprezzare, mio limite, ma non ce ne sarebbe nemmeno bisogno. Così come della performance dei Dillinger non dirò nulla, perché non c’è nulla da dire, se non che mancheranno. E le foto parlano da sole.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Love at first Fig: Bennett

E chi sono i Bennett? È già un anno che mi sono fatto questa domanda. Adesso la risposta la sanno tutti, ma allora non la sapeva nessuno. Quel nome mi è apparso per la prima volta sul programma dell’Italian Party 2016. Tramite risposte stitiche a un paio di domande ho scoperto qualcosa. 1) Che si tratta di alcuni avanzi della mossa toscana: bassista dei Chambers, chitarrista e cantante dei Disquieted By, batterista degli Autumn Leaves Fall In. 2) Che fanno musica melodica e pesante. 3) Nient’altro. Su YouTube c’era già un video di un live in un locale, era buio e sembrava che il cantante avesse appena squartato un uomo, nel retro, e stesse scaricando l’adrenalina nel post hard core. Il video aveva un sacco di visualizzazioni. Non so per gli altri ma per me è stato amore a prima vista. Comunque, questi Bennett avevano già fatto un concerto in giro e per trovare uno straccio di qualcosa bisognava guardare su You Tube. Mattacchioni.

Il mese dopo, compaiono sul palco piccolo dell’Italian Party. Era un caldo pomeriggio d’estate e l’aria era fermissima, come se anche lei stesse aspettando in pace qualcosa che le piaceva molto. Non c’è stato nessuno che ha urlato STANNO PER SUONARE I BENNETT ma è come se ci fosse stato. L’attesa era palpabile. La ballotta toscana stava generando la fotta. Del resto, una simile super band (e qui faccio finta di conoscere da sempre gli Autumn Leaves Fall In) non poteva che creare amore. E infatti. I Disquieted By hanno fatto il mio disco preferito del 2012 (giuro). Dopo un po’ hanno cessato di esistere, lasciando un grande vuoto. Andare a vedere i Bennett era andare a vedere il nuovo gruppo del tipo (David) dei Disquieted By: la cosa era buona anche solo per questo.

Del concerto all’Italian Party ricordo che ogni canzone fu un ripigliarsi dopo un periodo di astinenza, perché i Bennett avevano proprio tutta la forza beffarda e ignorante ma precisa dei Disquieted By. Il cantante sembrava una statua quando si bloccava negli stop, proprio come faceva una volta, ma non suonava più indossando solo un paio di culotte. Era tutto vestito. Un mio amico l’ha abbracciato. L’atmosfera era famigliare, come quando arrivi al pranzo di Natale e inizi a salutare tutti e, dopo i 35 anni, ti lasci andare perché ti fa un gran piacere.

Il giorno dopo ho scritto BENNETT su facebook e ho preso un sacco di like. Dopodiché, silenzio per nove mesi. Non io, loro. Lo faranno o non lo faranno questo disco, boh. Poi sono tornati, a marzo 2017, credo, con un video dedicato a Jean Louis Bennett. Sono andato a vederli al Magazzino Parallelo, a uno degli Heavy Show organizzati dal tipo dei Riviera. Ho tentato di fare una foto alla faccia di David pietrificato durante uno stop prima di un go, non è venuta un granché ma l’ho messa lo stesso su Instagram con un po’ di filtri. E ho preso un sacco di like.

Passano le settimane, e niente disco. Poi, il messaggio. I Bennett mandano una mail in cui chiedono agli amici di fare un trailer promozionale, la mail gira e arriva in qualche modo anche a me, ci provo due o tre volte, faccio schifo e rinuncio. Dopo un po’, del trailer non si sa ancora nulla. C’è un motivo, hanno cambiato strategia: Luca Benni, il mio uomo alla Bennett, mi chiede di filmarmi mentre dico una cosa tipo i Bennett fanno cagare, sono molto contento, lo faccio e glielo mando. Sulla porta del mio bagno di casa c’è la targhetta “toilette” e solo dopo un po’ di giorni mi viene in mente che avrei potuto usare quella, come scenografia. Troppo tardi, pazienza. Il 20 maggio il video ESCE: in sottofondo c’è Confidence e tutti dicono che i Bennett fanno cagare. Il mio video non l’hanno messo, perchè oltre a far cagare sono pure degli stronzi. Il promo gira un bel po’ e monta l’attesa del disco, attesa per il 16 giugno. Intanto, su Instagram, loro iniziano a seguire tutti e a un certo punto la mia ragazza mi dice “i Bennett hanno iniziato a seguirmi su Instagram”. Oh_oh. Mi parte subito l’immagine di David senza culotte.

Su TheNewNoise esce l’intervista e vengono fuori le prime date. Lo streaming su Rumore arriva il 12 giugno: eccolo, il disco. È stato come una montagna all’alba. Lentamente è venuto fuori dal buio e si è mostrato. Grande e grosso. Non fa mica cagare, è bellissimo. Believe the hype, non dare retta a quelli del trailer. Ti piace la roba melodica e pesante? I Bennett sono cattivi e simpatici. Non cattivi simpatici come quei personaggi dei film che fanno la battuta e un minuto dopo commettono il crimine peggiore dell’universo (prima scherzavo con la storia dell’uomo fatto a pezzi), cattivi simpatici perché la loro musica è molto pesa, con picchi di satanismo, ma sembra fatta per cullarti. Si capisce meglio quando li vedi dal vivo. Gli vuoi bene e li vorresti abbracciare anche tu, ma intanto ti arriva la chitarra sui denti. È difficile scansarla perché ha quel movimento circolare infinito che t’imbambola.

Dicevo, per me è stato amore a prima vista. Love at first sight, come diceva Kilye Minogue, o Love at first fight, come dicono loro, o love at the first fig, cosa che mi succede ogni anno, dopo un anno di attesa, quando raccolgo il primo fico (in realtà, matalone, quello viola, grande) dall’albero di mio suocero. Quando arriva fine maggio vado e chiedo “Mario! Quando arrivano i mataloni?”, risposta: “Eeeeeh”, che vuol dire che devo portare ancora un po’ di pazienza. Dalla finestra della sala lo vedo, l’albero, ogni tanto lo guardo, ogni tanto vado giù e mi ci metto sotto a controllare a che punto sono. Quando arrivano è una droga. La natura è così meravigliosa che al secondo giro l’albero cambia genere, fa i fichi normali (quelli verdi, che mi piacciono ma non c’è paragone) perché se ti disse troppi mataloni ti stancheresti e l’anno dopo non fremeresti più come quello precedente. I mataloni durano poco quindi, l’attesa rinizia presto. E, quest’anno, il primo matalone è arrivato insieme al primo disco dei Bennett: si sono fatti aspettare uguale, lo stesso tempo, con la stessa intensità. E te ne hanno data poco per volta. Alla fine, sono finiti addirittura su Repubblica.

La promozione dei Bennett non è paragonabile a quella di macchine da guerra del marketing, come i Radiohead o gli U2, che inventano rompicapo quasi ogni volta che fanno uscire qualcosa. In quei casi la percezione di chi assiste è di fastidio nei confronti di un meccanismo che fa finta di giocare e di essere geniale in realtà spinge un prodotto. È musica, ma la stessa strategia potrebbe essere utilizzata per qualsiasi altra cosa. Lo scopo è fare promozione, ok, ma per riuscire davvero serve qualcosa di meno pensato, di almeno apparente spontaneo, di meno fastidioso, e che faccia parlare di musica, non del gruppo allo stesso modo in cui si potrebbe parlare di sigarette o di una macchina. Non c’è nessuna differenza nel dire “i Radiohead hanno oscurato il sito” rispetto a “la Marlboro ha oscurato il sito” perché al centro c’è un marchio, non un contenuto. BRAND. I Bennett hanno promosso il disco in modo simpatico e con tempistiche perfette. Per budget, dimensione e tipo di pubblico questi gruppi non sono paragonabili tra loro, ma a volte i colossi potrebbero copiare dai gruppi indipendenti per apparire più credibili. Oppure, facciano come vogliono, tanto in fondo, chissene, io ascolto ti Bennett. Che mentre scrivevo hanno pubblicato un altro spot.

Non confonderlo con bennettband.bandcamp.com, il bandcamp che t’interessa si chiama pigliabennett.bandcamp.com. E il disco è uscito per To Lose La track e Sonatine.

Teoria per scrivere recensioni liquide, al passo con The Life of Pablo

Il disco liquido esiste già, The Life of Pablo di Kanye West. “Disco liquido” è un’espressione che ho visto per la prima volta (almeno, io) in un articolo su Prismomag (vedi sotto, tra quattro paragrafi). Definizione. È “liquido” l’album pubblicato solo in streaming, in più di una release, ogni volta aggiornato con versioni diverse delle stesse tracce e canzoni aggiuntive. Il supporto fisico diventa inutile e la musica si mette al passo con internet. Fare un disco liquido è infatti come scrivere un articolo su un sito e aggiornarlo con le novità sull’argomento quando ci sono. Cosa che succede già… tutto sta nel vedere come vengono fatte queste modifiche.

Quando sono entrato in casa editrice nel 2007 molti ritenevano che lavorare su internet fosse molto più facile, perché si può correggere quasi tutto in ogni momento. Sul cartaceo non è possibile. Da un certo punto in avanti non si può più fare niente, la stampa rende definitiva una rivista e l’unica salvezza (parziale) è rimediare nel numero successivo. È tutto vero, ma in quel modo si voleva rimarcare la superiorità della carta, proprio perché era una prova più difficile. Al contrario, internet era inferiore, non perché fosse meno autorevole, ma perché era più facile. La conseguenza fu una specie di senso di colpa, non del mezzo ma di chi ci lavorava. Quindi, se si trattava di un piccolo errore, potevi correggerlo, ma se per caso avevi in mente di riformulare una frase o approfondire un concetto, partivano le fisime e spesso si finiva per fare un nuovo articolo in cui si riprendeva quello vecchio. I motivi erano due: non bisognava ingannare chi avrebbe letto e, più semplicemente, non bisognava creare confusione. Due motivi sacrosanti, ma legati al fatto che non ci si era liberati di un modello vecchio, quello cartaceo, e non si riusciva a usare in pieno il modello nuovo, internet. Oltre ai passi in avanti fatti con il 2.0 e con lo sviluppo e l’ottimizzazione dei testi, caratteristiche che hanno reso definitivamente diverso un testo prodotto su internet da uno su carta, dal punto di vista della possibilità di cambiare i testi già pubblicati senza andare all’inferno, da allora abbiamo fatto fondamentalmente due passi in avanti. Il primo: si possono fare modifiche consistenti, a patto che siano visibili e che sia chiaro al lettore cos’è successo. Fino a qualche anno (o mese?) fa, la regola da rispettare sempre su internet era mettere una nota, una data, rendere evidente la parte cancellata con un barrato. Da un certo punto di vista era (o è, si usa ancora) correttezza, necessaria. Dall’altro era come un’errata corrige su una rivista. Il secondo: l’articolo si può aggiustare, aggiornare, ribaltare, senza segnalarlo. Succede nei siti di news, non in quelli di approfondimento, ma ha iniziato a succedere da un po’. Se una news è vecchia e non vale più, non vale più, punto, quello che è successo prima dell’ultimo aggiornamento si può integrare con l’ultimo aggiornamento. Nessuno viene ingannato, ma più aggiornato, perché riceve tutte le notizie più recenti inserite in un discorso continuo, organico. In più, non si crea confusione, se il testo è fatto bene.

Questo tipo di libertà rispetto al modello cartaceo non ha ancora conquistato i siti di critica musicale, forse perché una recensione è un discorso con una parte iniziale, uno sviluppo e una conclusione e non è sempre possibile cambiare l’ordine delle cose tenendo in piedi lo stesso discorso. Non sempre è possibile, ma potrebbe esserlo: si potrebbe aggiustare un concetto, che nella nostra testa ha preso un’altra direzione, cambiare alcune parole, aggiungerne altre e l’articolo corrisponde all’idea che abbiamo del disco adesso. Dovrebbe essere possibile senza incontrare nessuna opposizione della vecchia guardia sostenitrice del “segnalare tutte le modifiche”, perché solo in questo modo l’articolo è sincero e corrisponde davvero ancora alla verità. Una volta ho letto un’intervista a un critico musicale che diceva che aveva cambiato opinione su quello che aveva scritto anni prima ma quando l’ha scritto lo pensava davvero. La sincerità è fondamentale, anche se alcune volte ci sono direttive editoriali che non la tengono in considerazione. Con l’internet liquido, se chi scrive ha voglia di sbattersi, questo problema non esiste più. Alle critiche non sarà più possibile rispondere che l’articolo è stato scritto un anno fa e che sono cambiate tante cose, eccetera. Solo in questo modo si scrive sull’ueb* e non su una specie di carta, solo così si sfruttano fino in fondo le possibilità che ci danno le piattaforme su cui facciamo i siti, dove veramente l’idea su un disco può cambiare nel tempo, e l’articolo seguire la sua evoluzione. Sarebbe bello che i contenuti web sulla musica diventassero questo: quando il tempo e gli ascolti mi fanno cambiare idea su un disco, modifico quello che avevo scritto, quando esce l’album successivo e mi fa vedere sotto una luce diversa quello precedente, intervengo sulla recensione che avevo scritto, senza preoccuparmi di segnalare il cambiamento con date e barrati ma ricreando il discorso. Oppure, visto che internet ci dà la possibilità di usufruire di un numero infinito di pagine, ogni nuova versione potrebbe essere pubblicata in una nuova pagina, in un nuovo link, e la versione successiva essere collegata a quella precedente, e viceversa. È un lavoro potenzialmente infinito ma non è obbligatorio farlo con tutti i dischi, solo su quelli per cui lo riteniamo opportuno. Ed è potenzialmente infinito proprio come lo è il lavoro di Kanye West sul suo disco liquido.

Come per le notizie: a volte i redattori le aggiornano, altre volte, visto che la mole di modifiche e novità è molto impegnativa, scrivono un articolo nuovo. È ok, la libertà di scegliere non deve essere limitata dalla possibilità di aggiornare liberamente un articolo, le possibilità devono convivere. Non si tratta di mettere sullo stesso piano due tipologie di utilizzo diverse, ma di sfruttare la stessa tecnologia per entrambe, se serve, se vogliamo, se è possibile. La libertà di farlo oppure no è un’altra possibilità che ci dà il web. Nelle testate vere, sarà una decisione delle Direzioni. Nei blog, saranno affari dei blogger. Aggiornare le recensioni non è un metodo obbligatorio, è uno dei metodi, internet ce li mette a disposizione tutti e sfruttare tutte le opportunità che ci dà vuol dire anche scrivere usando tutti i metodi possibili. Si può continuare a scrivere solo segnalando gli aggiornamenti di volta in volta o non modificando in nulla quello che è stato scritto, ma così rimaniamo fermi lì, al libro di carta trasportato sul web. E per commentare, criticare o parlare di musica – una musica che non usa già più il supporto fisico ma lo streaming e tutti i vantaggi che dà – usiamo un sistema non al passo con la musica stessa. Ha senso? Quando la musica esisteva solo su supporto fisico, la critica esisteva solo su carta. Erano alla pari, immodificabili una volta stampati. Poi sono nati molti siti internet e la carta è stata giudicata superata. Da un punto di vista dei costi e della fruizione dei contenuti, è davvero superata. Da un punto di vista della creazione dei contenuti, non ha senso dire che è superata se non si usa un metodo veramente diverso per, appunto, creare i contenuti. Molti siti internet sono vecchi già appena nati, perché non usano davvero internet. E usare davvero internet non vuol dire (solamente) fare il bene ottimizzazione e cazzi e mazzi. In campo musicale, adesso, una scrittura al passo con la musica di cui tratta dovrebbe essere liquida. E allora bisognerebbe provarci prima di tutto con le recensioni sull’hip hop e l’rnb.

Da ora in avanti saccheggerò un articolo molto bello uscito l’anno scorso in agosto su Prismomag.com, Appunti per un pop consapevolmente liquido di Francesco Farabegoli. Tutti i virgolettati sono suoi.

“Il 14 febbraio 2016 esce in streaming esclusivo su Tidal il nuovo album di Kanye West, The Life of Pablo. Il rapper dichiara di non essere intenzionato a fare uscire il disco fuori da Tidal, e che con tutta probabilità non produrrà mai più dischi fisici. Kanye West non è nuovo a dichiarazioni del genere, e non ha molto senso mettersi lì a fare la tara. Il disco rimane comunque in streaming esclusivo su Tidal (una piattaforma di cui, ricordiamo, West è socio) per un mese e mezzo: dopo 400 milioni di ascolti, arriva anche su Apple Music, Spotify e Google Play. È il primo aprile del 2016. Il problema è che, in realtà, non è lo stesso disco”.

“Non esattamente, almeno. Kanye West ha effettuato la prima correzione al disco nel mese di marzo: la tracklist è cambiata, e in una decina di pezzi ci sono alcune modifiche – guest vocals inserite o eliminate, tracce separate in due, testi diversi, arrangiamenti diversi… Il 31 marzo, il giorno prima della release di Pablo sulle altre piattaforme, viene fatta ascoltare persino una nuova traccia al release party dell’ultimo disco di Yo Gotti. La traccia si intitola Saint Pablo e leakka su internet, finendo per un breve lasso di tempo su Apple Music. A questo punto il disco è uscito in tre versioni diverse”.

Non si tratta di un’idea innovativa. Come scrive Francesco a proposito del cofanetto di Zaireeka dei Flaming Lips, uscito nel 1997: “Il gruppo in effetti ha pensato i quattro CD in modo che l’ascolto stia in piedi anche ascoltandone uno singolo; in questo modo Zaireeka può essere ascoltato, virtualmente, in quindici versioni: quattro CD singoli, sei combinazioni di due CD, quattro combinazioni di tre CD e il play simultaneo di tutti e quattro. E poi bisogna considerare le microvariazioni, le piccolissime differenze di runtime da un player all’altro, la precisione nel riuscire a far partire tutte le tracce nello stesso momento; e poi ci sono il volume puro di ogni impianto da cui la musica esce, e le caratteristiche del suono che esce dagli amplificatori di ogni impianto. Il numero di variabili fondamentali coinvolte nel processo rende Zaireeka un disco radicalmente diverso ogni volta che lo si ascolta“. La vera novità del disco di Kanye West consiste nell’aver sfruttato a pieno le potenzialità dello streaming: il suo album non sarebbe stato modificabile allo stesso modo se fosse stato pubblicato sui formati tradizionali, mp3 compreso. Se Kanye West ha pubblicato un nuovo disco-aggiornamento del precedente, non ha senso vedere ancora in giro una recensione del disco che non esiste più e che non corrisponde più con l’idea che di quel disco vuole dare l’autore. O non ha senso non vedere l’aggiornamento di quella recensione.

Kanye West fa hip hop. Molte delle novità adesso passano per quel genere – anche se non solo, ma la maggior parte di quelle che sono più in vista e che hanno una maggiore diffusione. Di sicuro, di dischi rock (uso questa parola mettendoci dentro tutti i generi che possono entrarci) liquidi non se ne sono ancora visti. Anche Zaireeka era un’opera statica. Ma fino a quando resisterà il rock a fare solo dischi in modo tradizionale? Quando non resisterà più, chi avrà già iniziato a scrivere recensioni liquide, potrà dire di averlo fatto per primo.

Un disco rock fluido serve, e presto anche. Infatti… “The Life of Pablo, anche in questo un disco estremamente 2016, risponde con grandissimo intuito a uno dei più grandi bisogni dei dischi pop che escono oggigiorno: monetizzare su un hype istantaneo. Il clamore generato dal disco oggi batte il tempo del totale disinteresse che la gente manifesterà dopodomani: per allora tutti si saranno fatti un’idea della musica, l’avranno espressa sui social o avranno pubblicato una recensione da qualche parte. Non potendo contrastare la tendenza dell’hype a durare sempre meno giorni, l’artista pop si attiva per moltiplicarlo in più episodi temporalmente scansionati. Le continue ri-pubblicazioni di Pablo costringono il fan fedele a continui riascolti, quantomeno per il dovere di cronaca e/o nell’ottica di sgamare la prossima mattata di Kanye West”.

Ma ha senso la supremazia della tecnologia sulla musica e sulla scrittura? Le porta a migliorare se stesse? Per concludere in qualche modo, ritorno un attimo a cose che ho scritto sopra. Con la musica liquida, cambia il concetto di opera d’arte, che non rimane sempre la stessa una volta conclusa, ma si aggiorna. È migliorativa nella misura in cui è un cambiamento forte. E lo è. Nella scrittura, è migliorativa nella misura in cui la critica su internet non è più contestualizzabile, in nessun modo. Normalmente, bisogna sempre contestualizzare un disco, una recensione, porli in rapporto ai tempi in cui sono stati realizzati. Aggiornando l’articolo, o il disco, nascono ogni volta rinnovati, ricontestualizzati ad adesso. Non muore la contestualizzazione, che arricchisce il contenuto, muoiono solo i limiti che essa impone ai testi col passare del tempo. E quando non ci troviamo d’accordo con quello che leggiamo non avrà nessun senso dire “bisogna contestualizzare”, che attualmente è giustissimo. È un vantaggio o no? Quando si spoglia un’opinione della protezione del tempo, la si mostra nuda senza la possibilità di essere protetta da niente, in quel momento la si mette davvero davanti al confronto con gli altri, per quello che è e per quello che vale. Dal punto di vista di chi scrive, è una soddisfazione enorme non dover più temere la frustrazione (più probabile su internet – con le condivisioni – che non con la carta) di ritrovarsi di nuovo di fronte a una cosa che ha scritto tempo fa e che non pensa più, ripescata da qualcuno. Per ritrovare quello che si è scritto anni fa ci sono le riviste e i libri. Perché dobbiamo usare internet allo stesso scopo? Internet ci dà la possibilità di rimaneggiare, rivedere, sviluppare (su una stessa pagina o su pagine diverse) ripensare un’idea e l’impostazione che le abbiamo dato in un articolo. Usiamola. La musica si è messa al passo con internet generalista, adesso l’internet sulla musica deve mettersi al passo con la musica. Problema: negli articoli per cui scegliamo la modalità “aggiorna sullo stesso link”, rimangono i concetti che vogliamo far rimanere ma scompare lo storico. Soluzione: ogni scelta è perdita e ci porta a definire ancora meglio la strada che abbiamo preso, differenziarla in modo forte dalla carta, perché deve coincidere con noi, essere la nostra opinione, adesso. La carta è un mezzo diverso, non dobbiamo bruciarla tutta, ma usarla per i suoi scopi. Internet ci mette di fronte a una scelta: per scrivere una recensione, possiamo usarlo come se fosse più o meno carta o come se fosse internet. Dentro a uno stesso sito, possiamo usare entrambi i modi. Chi decide di aggiornare liberamente, sfrutta le possibilità che la tecnologia gli offre in modo coerente e con un occhio di riguardo allo sviluppo di un contenuto vero e corretto da un punto di vista critico. Chi decide di non farlo, no.

* questa splendida gag nasce dal fatto che, nelle mail che inviava ai clienti, un commerciale con cui ho lavorato fino a qualche mese fa scriveva sempre “offerte per l’ueb”.

Mt.Zuma e altre cose che secondo me c’entrano con loro

Qualche giorno fa Manuel Agnelli ha pontificato sull’indie italiano. Ha detto che non ha i contenuti, non ha l’attitudine, è musica leggera camuffata da indie perché non esce per una major, è il peggior Venditti fatto male, eccetera. Qualcuno gli dica che The Giornalisti vogliono fama e figa e non gliene frega niente di essere indipendenti. Poi c’è stata la risposta di Paradiso, dei The Giornalisti, che ha detto che il peggior Venditti è comunque meglio del miglior Agnelli. In sostanza si son fatti due chiacchere a distanza, senza troppo impegno, e hanno tirato la merda sopra a chi era più facile tirarla: Venditti. Mi sono un po’ risentito di questa cosa e ho scritto all’ufficio stampa di Venditti per avere una replica o qualcosa di simile. Non ho avuto risposta e dovevo immaginarmelo prima: non possono rispondere a tutti e in fondo, anche se in cuor suo avrebbe voluto mandarli affanculo, era chiaro che Venditti avrebbe scelto di non rispondere alle provocazioni. Sarebbe stato divertente però. Al di là di tutto questo, e oltre al fatto che Agnelli non ha capito la differenza che in tutto il mondo si è creata da anni tra indie e indipendente, la cosa che mi ha fatto più incazzare è che continui a sentenziare molto sulla musica indie credendo di parlare di musica indipendente e non sapendone niente, non sapendo che in realtà la musica indipendente in Italia esiste ma che è un’altra e lui non sa neanche dove cercarla. È rimasto fermo al Tora! Tora! Festival o alla serata degli Afterhours a Sanremo, quel periodo in cui si sentiva capo dell’indie italiano e voleva assolutamente divulgare il verbo, mantenendo l’attitudine.

Per esempio, i Mt.Zuma. Con una battuta su un comunicato stampa hanno asfaltato tutto quello che Agnelli ha detto. Non l’hanno fatto di proposito, la loro non è una risposta pensata e strutturata per Manuel Agnelli, e neanche una risposta. È presa da un altro momento, da una situazione lontana, è talmente estranea da essere successa prima dell’intervista. Corrispondendo però alla realtà del mondo di cui Agnelli parla senza sapere nulla, può essere considerata una risposta alle sue teorie.
Facciamo conto che i Mt.Zuma dopo le prove vadano sempre in una pizzeria al taglio di Bologna, di quelle in cui un quadretto o uno spicchio sono grandi quanto una mano di Gianni Morandi. La pizzaiola li conosce bene ormai, tanto che una sera gli chiede perché dopo mesi di sala prove siano ancora lì e non vadano a X Factor. Loro, masticando la crosta bubble gum della pizza e cercando di risolvere il pastone che gli si è fermato sul gozzo con un sorso di Splugen, rispondono: “Vorremmo farcela da soli”, “Sì, ma anche non farcela, da soli”.

E tutte le teorie di Agnelli perdono senso, se ne hanno avuto mai. Adesso come adesso, i Mt.Zuma non vogliono farsi conoscere e questo sembra proprio il contrario del “divulgare il verbo” per essere d’esempio ad altri. Vogliono suonare la musica che vogliono suonare, anche a pochissimi, che però valgono oro. Non c’è un disegno di conquista o la volontà di mantenere un’attitudine decisa per legge, comunque il disco è bello e mi pare che sia una cosa importante. Non esiste un solo modo di fare, non esiste solo la voglia di far diventare famoso l’indie, ma immagino che uno che suona possa anche voler semplicemente suonare quello che vuole. I Mt.Zuma sono con una piccola etichetta, More Letters Records, suonano musica che nessuna radio passerebbe ma con le melodie più belle che si possano sentire. E And I Love You and I Don’t Mind è un pezzo del testo di Anna and I che riassume tutto con otto parole. La comunione d’intenti, le idee chiare sui gruppi che ti piacciono davvero, distorcere tutto, il voler suonare, saper suonare ma non saper suonare e farlo subito sono sufficienti per fare un disco così, più spedito di ogni band con un percorso chiaro in testa, che è legittimo, ma non può essere imposto da un guru. In Romagna per descrivere qualcuno che va sempre dritto al punto si dice “ha poche ossa nella maletta”. Di solito si usa per le persone ma penso che si possa usare anche per un disco. Quando Manuel era indie, o diceva di se stesso di esserlo, e si proclamava ambasciatore della musica indipendente in Italia portando in giro il Tora! Tora!, aveva già perso tutto, non conosceva più lo spirito che ha permesso ai Mt.Zuma di fare il disco che hanno fatto.

Al netto di tutte queste pippe, la musica dei Mt.Zuma è amore per l’indie rock degli anni ’90, di quelli con la chitarra che viaggia con giri veloci e distorti, il basso corre come se la strada fosse solo in discesa, con una spontaneità, una voglia e un’originalità che a volte penseresti che non possono coesistere, la batteria sembra stare lì solo per tenere in piedi tutto in realtà dietro ha un mondo suo e la voce canta le melodie più immediate ma necessarie che ci siano, come alcuni Sebadoh. Aggiungi il noise rock e Neil Young meno hippie e puoi immaginare che i Mt.Zuma stiano facendo una scorpacciata di questa roba in questo momento e la stiano riversando dentro alla loro musica, con quella forza che solo questo attimo d’amore può dare, e nessun altro momento successivo. Credo facciano parte di una serie di gruppi venuti fuori in Italia negli ultimi tempi, come Big Cream e Any Other, il cui decennio-riferimento è lo stesso ma ognuno dei quali ha preferenze precise. Una volta c’erano anche i Clever Square e gli Unhappy, purtroppo adesso non esistono più. Può anche essere considerata musica eccessivamente legata a determinati modelli, di cui magari prima o poi ci si libererà, ma per quanto mi piaccia sentire che qualcuno (Alex G) cerca di sporcare con idee nuove i punti di partenza, questi dischi continuano a uscire e io continuo ad ascoltarli e non è che ci sia nessuno che mi obbliga a farlo, che mi punta una pistola alla tempia, quindi è chiaro che ci provo gusto. Perchè è proprio anche l’idea che mi piace, quella di fare una cosa unica della musica che vuoi ascoltare, prenderla, masticarla con foga e trasformarla di nuovo in canzoni, come un organismo vivente che genera vita mangiando solo quello che gli piace. In più, se sei anche capace di scrivere i pezzi belli come i Mt.Zuma, allora fai bingo.

streaming: Mt.Zuma (6 pezzi)

Cosa bolle in pentola: musica di questo tempo roba per starci dentro

In questo tempo di distruzione della politica italiana, in cui nessun ci sta dentro e ci permette di credere in un futuro migliore, come invece succedeva ai tempi di Berlinguer – mi raccontava mio babbo – è necessario trovare qualcosa per farcela passare al meglio possibile. La musica è sempre stata una fantastica medicina da questo punto di vista, e lo è ancora. Certo oggi è difficile scegliere cosa ascoltare, perché internet e bla bla bla. È un momento in cui saltano tutti i punti di rifermento e anche figure fondamentali della musica e della critica musicale sbarellano e sbroccano, o semplicemente cambiano direzione prendendo le strade più assurde e iniziando ad ascoltare roba che non avresti mai detto. E io cosa faccio? Rimango lì a dire ma cosa sta succedendo? E cerco comunque di capirci qualcosa e non perdere la bussola e il tempo, non rovinarmi ad ascoltare cose di cui non m’interessa assolutamente niente semplicemente perché bisogna ascoltarle perché tutti ne parlano. Il percorso musicale. È quello che uno cerca sempre di costruirsi, giusto? Deve essere diverso da quello degli altri, o può essere anche simile, l’importante è che sia vero. E se mento anche a me stesso mi trovo dritto dentro a un film in una scena qualsiasi in cui si dice “ho mentito a me stesso”. Per quanto sia bello vedere i film, lo sarebbe un po’ meno vivere in un set perennemente. Quindi devo ascoltare quello che mi fa stare bene, o anche male, basta che mi faccia stare in qualche modo davvero. Bello essere musicalmente onnivori, ma c’è un limite e consiste proprio nel godere di quello che si ascolta, guardare aventi e pensare voglio ascoltare questo per sempre. Oppure a un certo punto anche guardarsi indietro e dire “questa è la mia musica, ne voglio ancora”. O anche cambiare direzione, purché sia una svolta sincera.

Quindi, in questo periodo di fanatismi complottari e di post verità M5S su qualsiasi cosa (l’altro giorno un collega mi ha detto “chi usa il foglio di carta potenzialmente è un assassino”) ho bisogno di certezze, o anche di qualcosa che sia l’opposto di una certezza per farmi capire cos’è la certezza. I tempi cambiano. Per esempio, qualche anno fa in certi momenti avevo la certezza che mi sarei preso quattro schiaffoni di lì a breve da mia mamma (mia mamma non ha mai esercitato la violenza su di me eh, si parla solo di quegli schiaffoni educativi): a una festa a casa mia, a un certo punto un amico ha preso la pentola più grande che c’era, l’ha messa sul fuoco e c’ha buttato dentro tutto quello che gli andava. L’ha chiamato il Cosa bolle in pentola. Il giorno dopo la pentola era tutta bruciata, da buttare. Il giorno dopo ancora mia mamma è tornata a casa, l’ha scoperta, mi ha dato quattro schiaffi e io ero sicuro che l’avrebbe fatto. Dicevo, i tempi sono cambiati perché le certezze sono diverse, oggi. Ma neanche tanto, a pensarci bene. Quella volta di questo gioco incredibile del mio amico, dopo averle prese da mia madre, mi sono chiuso in camera non a piangere ma ad ascoltare a ripetizione What’s the Frequency, Kenneth? I R.E.M mi piacciono tantissimo ancora oggi: sono una certezza. Quindi, le cose (oggi) non sono cambiate neanche tanto perché, in questi tempi bui e in cui nessuno sa darti al di fuori della tua famiglia una sicurezza che sia una, una buona idea che sia una, una soddisfazione, in questi tempi in cui neanche mia mamma mi dà più gli schiaffoni, in cui nessuno sa riempirti lo stomaco con una cosa bella, bisogna far ricorso alla musica che ti piace e trovare qualcosa che sia nel percorso. La certezza vuol dire speranza, sicurezza e consapevolezza che si può cambiare e in meglio. Casualmente ho trovato tutto questo in tre dischi, ultimamente.

Rocket, (Sandy) Alex G. Alcune volte è un omaggio a Elliott Smith, altre lo senti che si libera del passato e parte, si spinge oltre e rischia. Alex Giannascoli, polistrumentita di Philadelphia, studente della Temple University, ex The Skin Cells, dal 2010 sull’onda di un ego trip profondo e teso che gli ha fatto fare passi da gigante. Lui è la speranza che abbia ancora senso scrivere canzoni indie rock e ha voglia di dare spazio al gioco e alla sperimentazione. Il suo modo di scrivere sembra non-sentito da nessun altra parte. Quello che mi piace di questo disco è che, prima, imposta i suoi modelli (il country, Elliott Smith) poi li abbandona. Qualche volta tornano ma i pezzi più sperimentali ritagliano uno spazio all’evoluzione e alla speranza che ci sia ancora qualcosa di significativo da dire a partire dai riferimenti, al di là dei riferimenti, spesso sinceri e bellissimi, ma pur sempre fotocopiativi. Quando sperimenta, Alex G è dark e psichedelico, scattoso e ruvido. Ma anche capace di melodie che potrebbero andare avanti per ore. Passa da jazz al blues, da pezzi strumentali country-Carpenter a robe alla Beastie Boys e Talibam, dalla ballata al pianoforte. E autotune, che sembra una malattia, invece è una tendenza, da cui si è fatto prendere anche lui e l’ha messo dentro al pop rock, rubandolo all’hip hop. Lo tollero.

Snow dei New Year. Quando pensi di essere rimasto senza parole e trovi il disco che dice quello che vorresti sentirti dire. Snow è proprio quello che mi aspettavo, lo volevo così e me l’hanno dato così. Alex G e The New Year rappresentano due modi diversi di interpretare il passato e svilupparlo nel presente, entrambi abbracciabili. Il presente è il passato non sviluppato, decontestualizzato ma ancora incantevole: forse perché l’hanno vissuto, The New Year non hanno intenzione di cambiarlo. Oppure è il coraggio di forzare e osare e forse Alex G lo riesce a fare perché quel passato l’ha semplicemente amato ma non vissuto. Non so, però mi servono entrambi, adesso, per capirci qualcosa.

An Open Letter To The Scene di Walter Schreifeis è un disco del 2010 tornato a galla grazie a un amico su Facebook. Walter Schreifeis ha suonato in gruppi come Gorilla Biscuits, Quicksand, Youth of Today eccetera. Una volta erano il meglio, almeno per un po’ di tempo, ho sempre preferito l’indie rock all’hardcore ma comunque mi facevano partire il testosterone queste band, nel senso che mi caricavano le gambe. Ma Walter Schreifeis è l’esempio di come si possa cambiare in meglio seguendo il corso del tempo e della vita (diventando vecchi ndr) e seguendo miracolosamente lo stesso percorso di chi ascolta. Se avesse fatto un altro disco hardcore mi avrebbe bollato il cervello, An Open Letter To The Scene invece è la sicurezza che le cose possono migliorare con il passare del tempo. E (ti dirò di più) rimanere migliori anche a sette anni di distanza dalla pubblicazione.

QUELLO CHE NON MI È SERVITO.
Spiral Stairs, Doris and the Daggers. Pensavo di trovarci almeno un po’ di orgoglio, un po’ di vita da nonno. Invece è un disco di jingle, pieno di quella gioia che trovi solo quando hai una certa età e sorridi senza motivo. Niente a che vedere con The Real Feel.
Guided by Voices, August by Cake. Robert Pollard è ancora capace di scrivere 31 canzoni per un disco, stupisce la forza fisica, il suo portentoso andare avanti e ancora avanti e avanti. È un prova fisica, una maratona senza doping. Un disco bellissimo, una roccia dell’indie rock, il Presidente. Ma non mi ha dato per ora quello che volevo. Per me Pollard è un’Istituzione, come la Chiesa o lo Stato. Ma adesso non volevo un’Istituzione.
Dichotomy Desaturated di CFM è un bella cavalcata sulla chitarra, una chitarra di quelle convinte di bastare a se stesse per andare lontano con la mente, e che non serva il peyote. Questa chitarra può essere una certezza per molti, non lo è per me perché in fondo l’ho ascoltata come ne ho ascoltate molte altre simili. E perché questo disco mi ha fatto venire un dubbio: non l’ho mai provato, ma se l’avessi fatto, la mia vita sarebbe stata meglio se a un certo punto avessi preso il peyote?
Feedtime, Gas. Alcune cose sanno di muffa ma è il blues senza speranza. Che per ora lascio stare.

QUELLO CHE MI È SERVITO ANCORA MENO.
Liberato è su Spotify. Liberato è la fotta per i neo melodici che viene quando si avverte un forte desiderio di smettere di ascoltare le cose per prendere altre strade e dimostrare a se stessi di aver fatto il giro di boa e aver capito. La musica di Liberato non la trovo nemmeno attuale perché quando partono Nove Maggio e Tu T’e Scurdat’ ‘e Me il cielo si fa subito All That She Wants. La mistica del linguaggio mesculato è come la confusione delle lingue, una babele nella Napoli dell’amore e della guerra, ma non ce la faccio a non ridere. Non so se lui l’ha fatto per far ridere. Non posso farci niente, mi viene in mente il cantante napoletano, quello biondo, naturalmente no Nino D’angelo, ma quello ch’è andato a X Factor. Marco Marfé, arrestato perché era coinvolto in un giro di usura. Un altro invece è Raffaello Migliaccio, che ha sparato a un tipo. Questo brodo di malavita è quello dentro al quale crescono (spesso). In effetti loro sono piuttosto anni 90, storie da gangster, vita nell’illegalità e cose così, ripropongono esattamente il modello di musicista napoletano-americano che mi aspetto. ma agli americano gliel’abbiamo insegnato noi a fare i gangster, quindi si potrebbe dire che Liberato riproduce un modello italiano, rifatto dagli americani nel gangsta rap e ripreso per rivendicarne la paternità dai melodici della tradizione e dai neo melodici. Non so se Liberato delinque, però non mi suona un granché innovativo, né nazionalmente né internazionalmente parlando. È tutto gliccioso e spumoso come i suoi colleghi neo melodici e mi pare di sentire uno di quei dischi dance che ballavano a Non è la Rai. Mi pare un ascolto del giro di boa e non mi pare una certezza, o una garanzia di futuro. Il futuro non deve essere una garanzia, ok, si costruisce sulla rivoluzione, sulle cose nuove nuovissime e imprevedibili. Ma le categorie di rivoluzione e cose nuove e nuovissime uno se le costruisce un po’ come vuole, magari sbagliando rispetto all’oggettività, ma sapendo che quelle categorie sono sue.

È molto triste sentire Volare di Rovazzi-Morandi e rimanere apatico fino a quando Morandi non fa il suo solo. Il vecchio oscura il giovane. Che brutta immagine del futuro. Ma è il giovane che ha scritto il testo e ha lasciato al vecchio la parte migliore, per far credere ai frignoni come me che il vecchio sia migliore del giovane. Un punto per Rovazzi, quindi. Peccato però per quella cosa del rimanere apatico per quasi tutto il pezzo, Andiamo a comandare era una bomba sin dall’inizio. Un po’ Blink 182 Volare, nel suo incipit. Rovazzi, al contrario di Liberato, è davvero contemporaneo, perché è la summa di youtuber, musica da tamarri da prendere alla leggera, ma anche da studiare come fenomeno musicale. Ma si è già sgonfiato. E soprattutto è quello che chiamano geniale perché è troppo stupido. La stupidità è un regalo degli anni 90, ma quella era una stupidità costruttiva, Rovazzi distrugge, soprattutto distrugge le palle già alla sua terza canzone.

Passo e chiudo con il testo di Open Letter To The Scene di Walter Schreifeis.

A good man has gone
Into the great beyond
Straight edge or skinhead
Often both at the same time
He had a good influence on many people´s lives
You’ll bend up the eyes

Don’t forget the struggle, don’t forget the streets
Don’t sell out!
An open letter to the scene
And not everybody liked him all the time
But at the sunday matinee he filled the sky

To dear departed
And to the broken hearted family
At the hardcore funeral
I cried and i cried
For the passing of a hero on the lower eastside
Not everybody liked him all the time
At the sunday matinee he filled the sky

Don’t forget the struggle, don’t forget the streets
Don’t sell out!
An open letter to the scene

To dear departed
And to the broken hearted family
At the hardcore funeral
I cried and i cried
For the passing of a hero on the lower eastside
Not everybody liked him all the time
At the sunday matinee he filled the sky

Don’t forget the struggle, don’t forget the streets
Don’t sell out!
An open letter to the scene

I Had A Chiacchierata (no intervista) con Girless sul disco nuovo

Questa non è un’intervista, una di quelle cose in cui uno fa una domanda e l’altro in qualche modo deve rispondere perché altrimenti non è più un’intervista, quelle in cui una volta fatto tutto, se non vuoi fare lo stronzo, rispedisci tutto all’interlocutore per una letta veloce, oppure anche no. Questo è solo il resoconto, non completo ma con quello che mi ricordo io e solo col punto di vista mio, di una chiacchierata di dieci minuti, o forse un po’ di più, e non programmata, con Tommaso Gavioli ovvero Girless.

È successo la sera del concerto di Bob Nanna, in una location romantica sul Porto Canale di Cesenatico: fuori dal The Brew. L’attacco è stato tutto dedicato alla libreria della mia morosa, che per il record store day ha fatto la vetrina con alcuni dischi, tra cui anche I Have A Call di Girless, ha messo la foto su Facebook, lui l’ha vista e gli è piaciuta. Quindi mi ha detto: bella! e mi ha raccontato la storia dell’adesivo che c’è appiccicato sopra al cd. Storia che racconterei se solo riuscissi a buttarla giù senza duecento giri di parole. C’ho provato e in questo momento non ci riesco. In sostanza, che l’adesivo fosse stato attaccato lì sopra, sbam!, come una patacca, lui l’ha saputo (con piacere) vedendo la foto della vetrina.

Il disco parla della vita di otto personaggi celebri morti suicidi. Girless immagina i loro pensieri e quello che li ha portati a fare quella scelta. I titoli delle canzoni sono i nomi delle persone, come in Persona di Urali ma con contenuti molto diversi. Anche l’ultimo disco di Lorenzo Senni si chiama Persona e il motivo ce lo spiega lui su Noisey: “È una parola che esiste in italiano e in inglese con significati leggermente diversi: individuo e personaggio. Poi c’è questo videogioco giapponese che si chiama Persona basato sulla dicotomia tra i protagonisti e creature che rappresentano l’incarnazione di aspetti segreti del loro carattere: emergono in battaglia e li aiutano. Questa dualità mi ha sempre interessato tra quello che ho vissuto e come mi presento. Tra aspetti apparentemente inconciliabili di me. Torniamo sempre alla storia delle aspettative disilluse, alla fine“. Quindi si potrebbe pensare che tra musicisti italiani più o meno diversi tra loro ci sia un interesse comune nei confronti di quello che sta dentro e dietro alle persone e alle loro vite. Il genere è l’adpersonamuz, per ora ha pochi rappresentanti, ma esploderà, perché i contenuti e lo storytelling sono già la base di tutto.

I Have A Call di Girless mi piace per metà, nel senso che le ballate folk mi piacciono molto, e penso che Tommaso abbia una bella voce e sia bravo a scrivere quel tipo di pezzi con la chitarra. Mentre le canzoni più urlate non mi piacciono. Da qui è partita la conversazione sul disco. Esattamente come per la parte 2 dell’ultimo album dei Girless & Orphan, coi pezzi più pub punk non ce la faccio, gli ho detto. Al che lui mi ha gentilmente fatto notare che di quel tipo lì ce ne sono poche nell’album solista, e in effetti ha ragione, perché sono tre: MarioLuigi e un po’ di Sylvia.

Abbiamo parlato soprattutto di Mario (Monicelli), Virginia (Woolf) e Vladimir (Majakovskij). Le canzoni contengono quello che Tommaso sa dei personaggi, che sapeva già o che ha imparato per preparare il disco. Ha studiato, ha letto e ha scritto. Ricordo che un’altra volta mi aveva detto di non essere un grandissimo lettore (di professione fa il medico), ma per fare il disco si è trovato a leggere biografie, poesie e romanzi, e gli è piaciuto. Quando fare una cosa ti porta al di fuori di te stesso e ti permette di conoscere robe nuove, di studiare insomma, è un risultato molto utile. In questo caso scrivere canzoni è diventato un mezzo per imparare, che secondo me non è male per niente. Le poesie che ha letto sono quelle di Majakovskij e, per quanto nel momento in cui abbiamo parlato io non conoscessi benissimo i testi delle canzoni, ero comunque stupito di ritrovarlo tra gli otto. Majakovskij non è un personaggio così conosciuto. Sì ok, sappiamo chi è, ma gli altri della lista sono più noti, quasi tutti, tranne forse Giuseppe Pinelli e Sylvia Plath. Mentre Tommaso diceva questa cosa, io pensavo a quella volta in cui a un amico, all’esame di maturità, chiesero Majakovskij e il mio amico fece scena muta. Per stessa ammissione (postuma) del professore, con quella domanda lo volle inculare, perché Majakovskij non era neanche in programma.

Di Monicelli penso che non fosse antipatico solo perché a volte rilasciava dichiarazioni da stronzo. Parlandone, Tommaso c’ha beccato in pieno: alla fine a Monicelli non interessava arrivare dov’era arrivato, voleva solo fare i suoi film, raccontare le sue storie e si è sempre comportato di conseguenza. Era onesto, sincero, e così è rappresentato nella canzone, che infatti è una di quelle in cui Girless urla.

Mi rendo conto che l’articolo in certi passaggi sia privo di collegamenti, ma la conversazione è stata così. Non sempre mentre parli colleghi in modo armonioso, ma per costruire il discorso salti di qua e di là tentando di mettere insieme tutti i pezzi che ti passano per la testa in quel momento.

Poi abbiamo parlato anche di Ernst (Hemingway), il singolo, e io gli ho ricordato che in settembre, il giorno prima che uscisse, c’eravamo incontrati proprio lì, fuori dal The Brew. Un posto di mare, neanche a farlo apposta. È passato molto tempo tra il lancio e l’uscita, anche perché in ottobre Tommaso è partito per un tour con Brightr, poi s’è preso tutto il tempo per fare le cose che andavano fatte, e la release è stata all’inizio di aprile. Cosa ci siamo detti sul suicidio di Hemingway? Niente, solo che la canzone è bellissima, ho detto io. I learned the sea can set you free but nothing can keep me warm riassume tutto, aggiungo adesso. Non abbiamo parlato di Pinelli, che in realtà “è stato suicidato”.

Virginia è la canzone in cui si nota di più il tocco di tutto il disco, che non dice mai davvero il come si sono suicidati, ma il perché, raccontando cose che diventano metafora del percorso che ha condotto a quella scelta. Ci sono richiami diretti al mezzo usato (le scale di Primo Levi, il colpo di pistola di Hemingway) ma Girless non la mette mai giù diretta, ci gira intorno. Virginia Woolf è un personaggio difficilissimo, in balìa di una sindrome depressiva potentissima. Alla fine, ha deciso di riempirsi le tasche di sassi e buttarsi in un fiume. Sono quasi sicuro che Tommaso abbia parlato di questo dettaglio, anche se non sicurissimo. È una scena che da quando la so mi è rimasta impressa, e quando si parla di Virginia Woolf mi si piazza davanti al cervello. Di sicuro, Tommaso ha parlato della lettera al marito, e di acqua. E ne parla anche nel testo della canzone – adesso che ho studiato lo so – con un arpeggio abbastanza ipnotico sotto. Nelle parole di Girless viene fuori bene la difficoltà di trattare le vite degli altri e il suicidio: non sono mai descrittive, più che altro evocative, e quindi delicate. Non è che Girless ti dice: HO CAPITO IO COME BISOGNA FARE A PARLARE DI STE COSE, LEGGI E ASCOLTA QUI. No, che sia difficile si sente, ed è una delle cose migliori del disco.

A un certo punto ci siamo messi a dire cose sul suono, colpa mia, che gli ho detto che il disco suona bene. Al che lui ha iniziato (giustamente) a darmi alcuni dettagli. Il lavoro sulla chitarra e la voce è stato fatto tutto allo Stop Studio di Rimini ed è riuscito bene. Perché comunque, sembra, ma non è così facile farle uscire bene, anche se sono solo due. A volte senti delle cose talmente pressate… Io annuivo.

A mezzanotte e sette è venuto fuori Ivan, cioè Urali, che ha detto a Tommaso: “Vai a fare gli auguri di compleanno alla tua morosa che è passata la mezzanotte” e Tommaso si è fiondato dentro. Al che io e Ivan ci siamo detti che sette minuti di ritardo sono imperdonabili, e ci siamo messi a parlare, completamente di altro. O, non c’era modo di liberarsi delle rock star quella sera.

Streaming di I Have A Call.

Kevin Garcia dei Grandaddy, ciao

Capitolo 1

Sulla Statale Romea a Cesena, nel ’97, c’era un capannone. Ce n’erano tanti, ma io ne frequentavo solo uno. Era il momento in cui le attività fiorivano, l’economia viaggiava e la città era felice. I tempi erano così propizi che a un certo punto il proprietario di un negozio di dischi nel buco del culo del centro storico decise di abbandonare la posizione nel buco del culo del centro storico, ma comunque in centro storico, per spostarsi sulla Romea, in quel capannone. Meno passaggio, ma anche meno affitto, l’adrenalina della scommessa e più metri quadri. Il nome, lo stesso: DeeJay Mix.

Il negozio non si era solo spostato. Mentre in centro era un posto per dj, nel senso che i disc jokey di house, trance o robe così c’andavano a comprare i dischi da mettere sul piatto nelle serate in riviera, sulla Romea rimase figo per i dj ma diventò anche un posto per tutti. Non per tutti come un Marco Polo. Super specializzato per tutti. Gli altri negozi di dischi della città (tre) erano il classico One Man Shop. Da DeeJay Mix invece, cosa incredibile per una città di provincia, c’erano più commessi, a ognuno dei quali era affidato un settore. Specializzazione vera.

C’era il numero uno, un dj, un tipo strano, che parlava come Yoghi con la zeppola di Muccino ma vendeva un casino. Urlava sempre. Per uscire da dietro al bancone lo saltava come nella pubblicità dell’olio cuore. E cose così. Era uno in bolgia, in dritto fisso. Stava nella parte in fondo a destra del capannone, io lo vedevo sempre da lontano perché il suo era un angolo che non frequentavo. Ogni tanto sfrecciava verso l’uscita. Poi ce n’erano altri con cui non mai parlato. Subito all’ingresso sulla destra, invece, c’erano Davide e Matteo, che più o meno si alternavano, e tenevano il rock. Io mi servivo da loro.

A un certo punto DeeJay Mix si spostò di nuovo, nella zona delle concessionarie, in un ex capannone per macchine, di quelli plasticosi, pulitissimi ma che sanno di benzina. Un posto figo. Venne fuori anche un commesso per l’hip hop. Era il momento di Eminem e 50 Cent, ma anche della Rawkus. Tiravano parecchio, ma il tipo della house vinceva sempre. Il suo angolo era sempre in fondo a destra, impreziosito dalla presenza più o meno costante di Marco Moda, dj ibrido rock-dance ai tempi molto noto in zona, famoso anche per i capelli neri lisci e lunghissimi e per il chiodo sopra alle canotte a manica larghissima. Ascella nera. Matteo s’era fatto avvocato. Mi è dispiaciuto un po’, anche perché mi aveva venduto Under The Western Freeway, ma i miei master in quel momento erano Davide (quello di prima), specializzato nel rock e nell’indie rock, e Tomaso con una m, all’hip hop, ed ero comunque molto contento di loro. Non si sovrapponevano neanche per sogno. C’era tutta una parte dedicata alle cose che vendevano veramente, e qualcuno che ci stava dietro, spesso anche il padrone, un signore pelato, alto. Aveva senso: quella divisione rispecchiava i gusti dei clienti. Adesso possiamo ascoltare gli Shellac e Rihanna, uno dopo l’altro, e nessuno o quasi si lamenta. Una volta non si poteva. Nel giro indie, se dicevi che ti piaceva Baby One More Time di Britney Spears, o eri il genio, o non capivi un cazzo, a seconda della tua posizione nella gerarchia sociale. Genio o coglione, comunque non era una cosa che rientrava nella media. DeeJay Mix andava fuori dal tracciato degli altri negozi anche perché ti vendeva senza problemi i Take That in combo con i Big Black. E lo faceva consapevolmente.

A quel punto della storia, DJM poteva permettersi di pagare più commessi, senza neanche troppo turnover. Le cose andarono bene per un po’. Poi iniziarono a girare voci che tutti quei commessi non riusciva più a pagarli, e piano piano la storia di allora diventa quella di oggi: poco dopo ha chiuso. Adesso, di solito, vado in un altro negozio, un classico One Man Shop, in centro, un po’ nel buco del culo, ma solo un po’.

Capitolo 2

Il 18 aprile è uscito il nuovo disco dei New Year, Snow. Lo stesso giorno, il gruppo ha inviato una newsletter per condividere la speranza che tutte le copie acquistate in preorder arrivassero. Non arrivassero in tempo, arrivassero. Non so perché ma mi è suonata come quella volta che la hostess in aereo mi si è seduta accanto e mi ha detto “speriamo di atterrare..”, una specie di fai quello che desideri fare, adesso o mai più. Avendo cannato il preorder, ho ordinato subito una copia, in vinile.
Tre giorni fa, mentre ero al lavoro, mi è arrivata la notifica del corriere che mi diceva che un pacco non era stato consegnato a casa mia perché al momento della consegna qualcuno aveva dichiarato che non conosceva il destinatario, cioè io. Emozionato per tutto l’affetto che la mia famiglia mi riserva quando non ci sono, ho controllato e ho scoperto che il numero civico era sbagliato, di uno. Colpa di non so chi, ma non mia, PayPal ha l’indirizzo giusto. Nel posto in cui abito, un solo numero civico di differenza può corrispondere a una distanza sufficiente a fare in modo che un vicino di casa sia un perfetto sconosciuto, non perché abito nel deserto, ma perché l’età media dei vicini si aggira intorno agli 80 anni. E infatti, alla consegna del pacco, il vicino ha dichiarato “Qui non c’è nessun Giacomo Sacchetti!”. E il pacco è tornato in magazzino. Lo recupero subito. Recuperato.

Perché

I Grandaddy sono boscaioli americani, con le camicie a scacchi e le barbe. Il primo disco, Under The Western Freeway (1997), è il risultato del lavoro di taglia legna ruvidi ma dolci, è distorto ma sembra il rumore che fa un bambino quando gioca. Tra una chitarra e l’altra vengono fuori suoni infantili. E la voce leggerissima di Jason Lytle. Appena li ho conosciuti me li immaginavo grugnire mentre brandivano l’accetta e l’abbatevano sui ciocchi di legna, poi li vedevo in casa bere un alcolico forte per scaldarsi al camino e dire parole dolci alla mamma. A.M. 180 parte con la tastierina di Tim Dryden ed esplode nelle chitarre di Jason Lytle e Jim Fairchild. Summer Here Kids si divide tra il ritmo spezzato e gracchiante del ritornello e quella vocina limpida. La batteria è disegnatissima e il basso di Kevin Garcia è il cuore di tutto, sempre, il tronco dell’albero su cui appoggi i tronchetti da tagliare, il saggio che ti guida e ti suggerisce con grande calma dove andare, sicuro ma per niente invadente. Al primo disco, i Grandaddy erano la prosecuzione ideale di Someday I Will Treat You Good di Mark Linkous, privati della fantasia disperata, aggiunti di forza controllata. Sugli Sparklehorse il potere della deriva fisica e psichica ha lentamente preso il sopravvento. Nei Grandaddy no, era tutto controllato, lo è sempre stato, sempre di più, anche in Last Place (uscito due mesi fa, undici anni dopo Just LiKe The Fambly Cat), che è così sotto controllo da dare l’impressione di essere fatto col pilota automatico. Tutto regolare, agli inizi come alla fine. La distorsione e la dolcezza impostate una volta e poi usate per sempre allo stesso modo. Un mondo creato con precisione per le esigenze di chiunque ci si trovasse bene dentro, un po’ via di fuga, un po’ disperato, un po’ stupido. Mettersi nelle cuffie quella roba vuol dire sicurezza, riparo da qualsiasi influenza esterna. Magari in casa, davanti a una grappa, un camino e l’inverno fuori. Come in Dept. of Disappearance, disco solista di Jason Lytle del 2012. Nessuna infiltrazione, nessuna malattia, come se il mondo non fosse mai andato avanti. Però c’è andato, avanti.

Già The Sophtware Slump (2000) mi aveva gasato meno. Under The Western Freeway ha sempre stracciato tutti i dischi successivi. Ha creato un mondo che da lì in poi è sempre esistito. Il cd l’ho ascoltato un sacco, preso e rimesso nella stessa posizione dello scaffale per anni, preso e rimesso lì, preso e rimesso. A un certo punto ho cambiato casa agli scaffali e lui è voluto rimanere sempre lì. Il nuovo millennio si presumeva ci avrebbe aperto gli occhi e portato nuove ideone. A me ha fatto capire che i Grandaddy sono molto legati al loro tempo e hanno davvero senso se contestualizzati nel periodo in cui sono nati. Sono irremediabilmente legati al momento in cui ho comprato Under The Western Freeway, da Matteo di DeeJay Mix. Se penso ai Grandaddy, un minuto dopo penso a DeeJay mix. E il contrario. Quel processo per cui quando pensi a una cosa te ne viene in mente subito un’altra aiuta a costruire un passato. Ma c’è stato un momento in cui quelle due cose hanno iniziato a essere troppo lontane, e non è che ho dubitato davvero che siano successe ma il dubbio è diventato incredibilmente plausibile. I Grandaddy sono incastrati in quel momento di vent’anni fa: ho ordinato il cd, mi hanno telefonato per dirmi che era arrivato, sono andato a ritirarlo. Se il ricordo ha la responsabilità di aver circoscritto troppo la cosa, loro hanno quella di essersi fatti circoscrivere e non essere cambiati, mai. Bloccati dentro a Under The Western Freeway, in quel ricordo. Protettivi, nei confronti di se stessi e di chi li ascolta, hanno creato un bozzolo, dentro al quale sono rimasti, senza passare allo stadio successivo. Io ero nel bozzolo con loro, ma a un certo punto ho sentito qualcosa spezzarsi e sono uscito. Penso che l’istante preciso sia stato Sumday, nel 2003.

Ma Under The Western Freeway è sempre stato lì, nello spazio che si riserva alle certezze.

Il 3 maggio è morto Kevin Garcia, in seguito a un infarto. In quel momento un’accetta si è abbattuta su quel disco e su quel mondo. I Grandaddy, sempre musicalmente così lontani dalla malattia, hanno ceduto sotto la forza di un colpo solo, sul cuore, e tutto un immaginario è stato sotterrato. Un disco importante rimane un disco importante ma quando il giochino si rompe, si rompe. Mi ostino a rivivere all’infinito quei momenti, a comprare vinile, a trovate bello anche solo entrare in un negozio di dischi, ad ascoltare roba che sembra anni ’90, a provare piacere nell’alternarsi di ruvido e dolce, a buttar su Under The Western Freeway, in realtà quel mondo vivacchia solo, nelle repliche e repliche e repliche e nei revival, revival, revival. Nel momento in cui ho saputo della morte di Kevin Garcia, ho realizzato che quel mondo è morto con lui. Era successo anche con Mark Linkous e adesso la sensazione si ripresenta, in un altro loop da cui non si esce. È il mondo con cui sono cresciuto, ma alcune volte mi chiedo se sia giusto continuare ad assecondarlo oppure se si debba seppellirlo e cambiare strada e ascoltare solo la musica di oggi. E non ho la risposta. Non è chiaro, se ami qualcosa ma allo stesso tempo ti rendi conto che ti ha incastrato, è difficile scegliere come comportarsi.

Mentre ci penso, oggi pomeriggio vado a comprare un bel disco dal mio One Man Shop.

VOLGARITÀ. Gli youtuber non hanno niente da dire

Il mondo è spaccato in due. I giovani e i vecchi. Sono vaghissime come categorie, non si capisce. La prima comprende quelli che hanno al massimo vent’anni ed è effettivamente una questione d’età, la seconda quelli che quando parlano di qualsiasi cosa assumono la posa del centurione e giudicano sulla base della loro lunga esperienza, ed è una questione sopravvalutazione di se stessi. Può succedere, boh, a 28. Non succede sempre e non riguarda tutti. Io non sono così per esempio, ho molti mici che non sono così, ma alcuni che lo sono.
Non sarebbe niente se non fosse che queste due specie umane quando si trovano a parlare o parlano l’una dell’altra si vorrebbero disintegrare a vicenda. La violenza (violenta cui resisti non potest) nasce da sentimenti contrapposti: i giovani vedono gli altri come dinosauri, i dinosauri ricordano i tempi andati sempre come i migliori del mondo. Così, generazione dopo generazione, ci sono un sacco di epoche migliori. I più vecchi hanno sempre lo stesso atteggiamento, e anche i giovani, ma hanno più fantasia perché le loro armi sono le cose che cambiano: adesso, per lo più – come si chiama dai tempi di Sandra Bullock – la rete. Spesso, la loro arma, e allo stesso tempo il terreno di scontro, sono i social network e più in generale intermet. Quando arma e terreno di scontro sono la stessa cosa per uno dei due avversari, per l’altro è difficilissimo. E dovrebbe capirlo.
Nelle battaglie c’è sempre chi fa la parte del più sdronzo, è ovvio. Poi, che siano un po’ anfami anche i ragazzi è vero, ma a volte sono i vecchi che la prendono sul personale perché sentono che non ci stanno dietro, si sentono colpiti nell’orgollio e si ostinano ad arrancare. È proprio il caso di quei signori di una certa età (50-55? circa) che guardano i video su youtu’. Quella rumorosissima fetta di persone che non si danno solo da fare, sanno usare il cellulare, ricevono newsletter, hanno Facebook, ma si interessano anche di arte. In generale. E sanno la verità su chi la fa e anche su chi sfoga qualsiasi tipo di creatività sui social network. Non dicono youtu’ ma you tube, quindi confermano di essere al passo con le nuovissime tecnologie e il fatto che le usino e ne parlino dovrebbe voler dire che sono al passo coi tempi anche nella loro testa, anche come possibilità di arrivare a capire e giudicare cose che non gli appartengono. Potrebbero anche appartenergli, c’è tra quelli della loro età qualcuno che ci riesce, ma molti non ce la fanno. Io conosco YouTube! Ma poi non capiscono quello che vedono. Gli youtuber! Che mostri incoscienti sono gli youtuber? Non hanno niente da dire! E ci sono milioni di ragazzini che li seguono, i supermercati si riempiono di bambine urlanti che si fanno autografare il decolté! Abbiamo proprio toccato il fondo. Insistono, non si schiodano.

Una volta mi è capitato per lavoro di proiettare un video di FaviJ per una classe delle scuole superiori. Non sapevo che reazione avrebbero avuto i ragazzi. Hanno riso molto ma la prof era tesa, ed era sui 45. Io ho trovato alcune cose molto divertenti, alcune stupide, altre boh. Ma, se davvero quel Favi lì non ha niente da dire, perché quei ragazzi si sono divertiti così tanto? “Sono stupidi come lui” è la risposta ufficiale, a volte sottintesa a volte no. Invece noi siamo intelligenti, ridiamo solo con la comicità sopraffina, quella di Fiorello o di quei bolliti della Gialappa che non fanno più ridere da dieci anni, o dei comici di Sanremo. FaviJ dice qualcosa, comunica coi mezzi dei ragazzi, mette in gioco le cose con cui hanno a che fare tutti i giorni, ci scherza su. Riesce benissimo. Se vale la regola sei quello che mangi e se i regazzì sono come FaviJ, i più vecchi sono come Crozza e Benigni.

Ho sempre odiato quando uno (molto) più grande di te commenta quello che fai ricordando la stessa cosa fatta da lui MOLTI ANNI PRIMA. Ovviamooonte, il concetto che vuole esprimere è non c’è paragone. Qualche anno fa avevo spesso a che fare con il babbo di una mia ex morosa. Era un fan terminale dei Rolling Stones. Io ero della curva Beatles, quindi mi prendeva in giro già di base. Ma mentre per i Beatles semplicemente mi scherzava, perché comunque appartengono alla sua era, per altre cose mi tirava addosso proprio parole fatte di merda. Non prendeva neanche in considerazione di ascoltare la musica che usciva nel presente. Si torna sempre ad ascoltare la roba di quando eravamo giovani, ok, ma a volte quella roba bisognerebbe tenersela per sé, provare un po’ di vergogna di aver perso la curiosità, e ascoltare cose nuove. I tempi in cui avevo a che fare con “mr. Jagger over the top per sempre” erano gli anni 90, verso la fine, ero in bomba con un sacco di cose che mi sembravano le migliori del mondo perché erano nuove e ogni volta che ne parlavamo lui tirava fuori A day in the life, se voleva venirmi un po’ incontro, The Satanic Majestic Request IL Più BEL DISCO MAI STAMPATO o John Barleycorn Must Die dei Traffic CHE POTREBBE PIACERE anche A TE. Ogni altra cosa se confrontata con questi tre capisaldi non aveva quel significato, quella forza, quei cazzi. Quando qualche anno dopo gli ho detto che di Traffic mi piaceva molto di più il film è stata l’ultima volta che l’ho visto. Col tempo sono cresciuto col terrore di diventare come lui. Oggi abbiamo quasi 40 anni, certe volte capita di parlare di musica con uno più grande, che ha sempre il mento rivolto verso l’alto, come un duce della musica del mondo. Fronte unito di quelli alla soglia dei quaranta + i fan di FaviJ, all’urlo di ci siamo rotti il cazzo di sentirci dire dai grandi come dobbiamo vivere, chiudiamo questo paragrafo.

Proprio cinque giorni fa mi è capitato di essere in mezzo a una pletora di anti-youtuber. Uno di loro se la menava alla grandissima, appartenendo a una certa aristocrazia della critica. E insomma che diceva e diceva: “E poi ci sono questi youtuber che fanno un filmino lo pubblicano su YouTube e hanno milioni di visualizzazioni ma cosa fanno? Cosa fanno?!” (vena grossa nel collo e qualche secondo di suspense per chi ascoltava) “Niente! Non fanno niente, non sanno fare niente. E i ragazzini impazziti, s’innamorano”. Il caso volle che fosse dietro a una cattedra, gli mancava la stecca per indicare la lavagna ed eravamo a posto. In quel momento lui insegnava. E gli altri intorno annuivano, anche uno più giovane. Ammorbano anche i più giovani! “ANCHE COI BEATLES LE RAGAZZINE IMPAZZIVANO MA Lì C’ERA…” (interrompe il flusso di parole aristocratiche e guarda tutti, uno a uno, aspetta un attimo e) LA SOSTANZA urlano tutti in coro, come se si fossero messi d’accordo – ma non si erano messi d’accordo -, concordavano, erano presi dal discorso del più anziano e annuivano zi zi zi. Mi sembravano un poco invasati a dire la verità. Ed erano come i loro genitori o i genitori dei loro genitori che pensavano che il rock’n’roll fosse musica da posseduti.

Io sono superficiale e un povero incapace di gestire l’intermet cattivone, ma non capisco che differenza ci sia tra questi samurai della sostanza e i genitori delle ragazzine della beatles mania che pensavano che i Beatles fossero la merda e il diavolo impanati insieme e messi in vendita per scagarellare di frivolezza i cervelli dei loro figli. Non li capivano, e adesso i Beatles sono il massimo per tutto il mondo, sono lo standard. Tra quarant’anni gli youtuber saranno lo standard, snapchat sarà una cacatina che useranno i vecchi, che sono i giovani adesso. FaviJ sarà un grande romanziere istituzionalizzato. E ci saranno quelli che diranno che in FaviJ sì che c’era la sostanza mica adesso in questi qui che usavano lo strobiweb12.0… e le ragazzine impazziscono! È così chiaro che sarà così.

Ci sono anche persone di un’età X che fanno crociate culturalissime, coscientissime, contro i social network, e poi postano tre quattro volte al giorno su Facebook o istarma. Vogliono sconfiggere il mostro da dentro. Poi quando succede qualcosa di brutto attraverso Facebook urlano ECCO AVETE VISTO?! senza pensare che sono le persone a fare le cose brutte, non Facebook. Volete fottere Zuckerberg, fottetelo, disiscrivetevi, ma non avrete più un posto in cui scrivere opinioni.

Ok, l’ultimo paragrafo non c’entrava niente, abbiate pazienza. È la vita, sempre così. Neanch’io capisco completamente gli youtubez ma io faccio parte dei medio-vecchi alla soglia dei 40 e anche noi iniziamo a essere limitati. Quindi in realtà il mondo è spaccato in tre. La sottospecie di censura che i più vecchi e più coscienziosi vorrebbero imporre ai giovani, però, è un grosso limite del cervello di persone che hanno vissuto in un’altra età e non devono per forza capire tutto del mondo di adesso. Solo dovrebbero essere abbastanza intelligenti da non rinchiudere tutto nel confronto con quello che succedeva una volta. E adesso, decidete se siete dalla parte degli youtuber o della Sostanza con questo quìsss à la dr. Pira.

quante volte mangi la pizza in una settimana?
a. uno
b. millemila
c. mi fa cagare la pizza

ti piace la musica tecno?
a. mi fa venire la cagarella a spruzzo
b. me fà impazzì, me sballa
c. coglione, la musica techno non esiste più

ti piacciono di più i cani o gatti?
a. i catti
b. prendo sempre più like coi gatti
m. i furetti

amore è..
f. ostruzione delle vene
a. osteoporosi
b. soffrire di eiaculazione precoce

me ne sbatto di comprare il vinile perchè
a. pesa troppo
b. gira troppo
c. tagliano i centrini sempre troppo stretti e non mi s’infila nel tennics

non mi metto più gli slip al mare
a. perché mi casca
6. perchè ho freddo
c. mi metto solo il costume intero
d. il mare mi fa schifo

ridatemi il mio dolce forno albert. perchè
a. molto meglio del sushi che ti fa morire di infarto
b. Gordon Ramsay non ha mai cucinato altro che vinagrette
c. la cucina va di moda adesso, una volta friggevamo tutto

Se la maggior parte delle volte hai risposto A sei uno tosto che non si lascia tanto infinocchiare. Se hai dato più risposte B, la vita ti sorride sorridile anche tu. Se hai risposto soprattutto CI hai vinto perché di tutto questo – dei youtube, delle crociate contro e della solita roba, la vecchia musica no dai e invece quella nuova si perché dai – non te ne frega niente. Buon primo maggio.

Gazebo Penguins: Nebbia

 

C’è un momento in cui il passare del tempo cambia: prima passa e basta, poi ti rendi conto che è passato. Non so se c’è un’età precisa in cui succede, ma succede. In quel momento, ti rendi conto anche di quanto ne hai perso. Ma non voglio concentrarmi su questo. Raudo, il secondo disco dei Gazebo, è uscito quattro anni fa. Partendo da lì, posso fare un confronto con Nebbia, quello nuovo (To Lose La track). Il risultato del confronto è il cuore di Nebbia: il tempo porta cose buone, cose cattive, c’è caso che porti pure dei cambiamenti. C’è un parallelismo preciso in Nebbia: con le parole, racconta come sono le cose adesso e nonostante tutto, con la musica segna un cambiamento chiaro rispetto al passato. Se mi chiedo da solo se il tema del disco sia il risultato del passare del tempo rispondo ni, perché ogni cosa in qualche modo è il risultato del passare del tempo, ma soprattutto perché è impreciso. Se invece mi chiedo se il tema sia il cambiamento rispondo di si, però questo modo di esprimerlo sia con i testi sia con la musica porta con sé molte sfumature. Non tutto è direttamente riconducibile al cambiamento ma ci gira intorno.

I testi. Ci sono alcune frasi di Raudo a cui ripenso spesso, come quella di “Trasloco” che dice la faccia del vicino al balcone a guardarla si capisce che non cambia niente. Ci ripenso almeno ogni volta che vado sul balcone, il vicino mi saluta scambiandomi per la mia ragazza e torna in casa. Da quella frase posso pensare di tirare fuori l’idea di tempo che c’era in quel disco. Nebbia è diverso, dentro c’ho trovato l’importanza delle cose che magari non cambiano ma sono buone ed è bene che rimangano. Diventarne consapevoli è un cambiamento. È una visione positiva del tempo, inteso come il percorso lungo il quale si muove il cambiamento, che magari ti ferisce, ma alla fine ti fa capire cos’è importante. In alcuni momenti i testi mettono sul tavolo i due lati della medaglia: le cose stanno così, però di bello c’è questo. Si arriva a un tanto così dalla fine di tutto ma poi, in qualche modo, c’è un motivo per credere che non sia finito un bel niente: anche se sembra tutto nero non andare via (“Bismantova”). Il rischio è dietro l’angolo: è questione di un attimo e ci si perde davvero (“Nebbia”).
Non è tutto qui. Per non subire e basta il tempo, serve qualcosa di più. Sarebbe utile reagire e avere la freddezza di vedere le cose come stanno, prima che ci sotterrino. La reazione arriva in “Nebbia”, che parla della fine di un amore ma anche della speranza di azzerare tutto e ripartire daccapo, e completa il giro delle prime tre canzoni. “Bismantova”, che parte dalla foto con un’ex morosa e racconta della morte di un amico, è la paura della fine quando la speranza di ripartire non è neanche auspicabile. “Nebbia” precipita nella consapevolezza che sia realmente facile cascare dentro alla fine. “Febbre” è la speranza di una soluzione positiva. Speranza che non c’era quando si diceva il tempo e i ricordi si perdono una volta sola (“Difetto”, Raudo) e neanche in Santa Massenza (split con JMox post Raudo) in cui la fine era la morte di un fratello, senza la prospettiva di sviluppo vagamente concessa già in “Bismantova”. Per questo, “Bismantova” potrebbe essere una ripartenza da dove si era fermata “Riposa in piedi” di Santa Massenza.
Dopo tre canzoni di Nebbia la fine non è veramente la fine, anche se continuiamo ad averne paura. Quello era il disco solista di Capra ma, con le incertezze di Nebbia, i motivi di serenità di Sopra la panca diventano meno immediati. Chiudere gli occhi, riaprirli e ripartire da zero non è facile, ma ha senso tentare, esorcizzare e andare oltre. Ci sono testi che parlano di una cosa e poi all’improvviso sembrano passare a un’altra (“Bismantova”). C’è un legame tra le due argomentazioni e la forza dell’apparente differenza di significato è una specie di scossa che dà più peso al testo e ti costringe a mettere in moto un collegamento per non subire passivamente quello che dice la canzone. È lì, ma non è immediato come in Raudo: devi trovarlo, il significato, non è una semplice interpretazione, ma una forma di collegamento. In generale, il cambiamento di Nebbia non è un passaggio da testi più a testi meno comprensibili, anche se ci sono ellissi di significato che prima non c’erano, ma sta nel fatto che il risultato che vorresti raggiungere non è più così immediato.

Poi arriva “Soffrire non è utile”, la messa a fuoco, in due parole, di cosa si combina quando non si sta bene. Ci si arriva solo quando ne siamo fuori, oppure in un attimo di lucidità, quindi potrebbe essere una parentesi dentro a “Febbre” o il capitolo successivo. Di sicuro è un passo in più. Come in “Non morirò” (Raudo) c’è un corto circuito, un attimo in cui canzone e realtà si toccano e il significato del testo prende forza. Il borderò diventa il muro su cui scrivere il tag soffrire non è utile per diffondere il più possibile l’idea. Anche se poi l’idea viene subito privata dello status di verità che si era appena guadagnata in quanto tag quando dice ma a volte consola rovinarsi il fegato. Che soffrire ci faccia stare un po’ bene si sa, ma messa giù in questo corto circuito e con queste parole così chiare e semplici è più efficace del solito. Alla fine uno dei punti forti dei Gazebo Penguins sta proprio lì, nel dire cose vere senza farle passare come verità ma facendotele sentire tue.
Poi quattro canzoni che tagliano il tema in un altro modo, ma sono sempre riconducibili all’idea base. “Scomparire” è quella che descrive una reazione più aggressiva sul ripartire daccapo, diversa da tutto il resto del disco. Mentre nelle altre c’è un atteggiamento tipo osservo da qui e descrivo le cose facendo considerazioni su come le vedo, qui è più un fallo e vedrai cosa succede. In generale, i testi hanno un taglio meno feroce, qui no. “Fuoriporta” è strumentale ed è una specie di momento di passaggio, un attimo per respirare, e la “Porta” è quella da cui si rientra dopo essere stati fuori, il momento in cui si pensa al cosmo ma tornano sempre a galla il tempo che passa, la ricerca di un senso e il rapporto con un’altra persona. Dopo tutto, le fisse rimangono quelle. E queste cose si trovano non in dio ma in quello che succede ogni giorno. Nel mondo.
“Atlantide”. Per la prima volta, arrivano i Gazebo Penguins politici. Le città fanno sempre più fatica a convivere con le espressioni libere e si chiudono ancora di più anziché impegnarsi a creare una comunità e luoghi aperti alle opinioni e ai modi di essere e vivere. Le cose sono cambiate in peggio in questo caso, ma anche qui vale la speranza di tornare. Anche se adesso è tutto murato, dentro all’Atlantide rimane qualcosa che non si può cancellare. L’esperienza di anni e i segni lasciati sono pronti a riesplodere.

“Pioggia” è l’ultima. Chiude il discorso ritornando dentro alla porta di casa. Puoi innervosirti pensando a tutti i suoi difetti, ma alla fine la persona che ti fa incazzare può essere la sola per cui ha senso tornare: resto solo se resti con me. “Resto solo” potrebbe anche voler dire “se resti con me sono solo”, il che m’incasinerebbe tutto il discorso e sarei nella merda. Quindi, penso che la prima parte di “Pioggia” sia il punto di vista della persona che aspetta, la seconda quello della persona aspettata. I due punti di vista convergono in un unico luogo. C’è speranza, anche se a volte tocca dormire sul divano.

La musica. Prima c’è la voglia di fare le cose, poi la necessità di dare un senso al tempo. Dare un senso può coincidere con tante cose diverse, ma spesso coincide con il fare quello che ci fa stare bene. Questa forma di egoismo è anche una forma di altruismo, perché ci porta a creare cose che poi, magari, fanno stare bene anche gli altri. Nebbia segue questo proposito, cambiare per fare quello che ti piace, anche perché poi qualcuno lo capisce e magari piace anche a lui e s’intrippa in Nebbia tanto quanto aveva fatto con Raudo, o Legna. Le novità del disco si percepiscono bene, anche dal punto di vista musicale, e questo significa giocare a carte scoperte, che è sempre una cosa bella. C’è bisogno di gruppi che facciamo musica a prescindere dai generi ma a partire da quello che gli viene di fare. Non è così frequente, perché spesso si decide prima il genere da fare e poi si fa un disco, vedi lo screamo italiano di adesso.
In Nebbia la musica cambia, rimane distorta e pestata ma con meno rivoli di fuga, un suono sempre potente ma meno gracchiante. Si passa per esempio al finale di “nebbia” quando dice è questione di un attimo e ci si perde davvero: un giro di chitarra incrociato con la voce in modo da far perdere l’inizio e la fine della battuta in quarti, perché non coincide con la fine e inizio del significato del testo, e da creare un circolo brevissimo ma vorticoso. Questa è la differenza, almeno mi pare, tra il suono più rauco di Raudo (e ancora più di Legna) e le rotondità di Nebbia che nascondono un sottofondo di chitarre meno pungenti ma sempre presente e i cui singoli strati vanno a ingrossare il risultato finale più che arricchirlo con vie di fuga sottili. Resta la capacità di costruire giri che progrediscono, pur rimanendo uguali a se stessi in termini di accenti e battute, arricchendosi di componenti che prendono forza strada facendo, come succede anche nella seconda parte di “Bismantova”. Non si è mai potuto parlare di emo per loro, però molti ne parlavano, adesso è proprio vietato. Non è mai stato emo core perché non ha mai avuto granitici riferimenti a quel genere. Adesso i gazebo Penguins hanno cambiato quello che facevano, sono in quattro e non più in tre, hanno due chitarre fisso, e suoni della chitarra diversi. Per certi versi Nebbia è un disco d’autore, con un taglio tutto loro ma diverso dal “loro” di qualche anno fa. Mantenuti alcuni punti di riferimento (i cori in due, le chitarre pienissime), c’è un fervore diverso, una potenza meno indirizzata a esprimere la smania di dire e fare le cose, più concentrata sul consolidamento delle parti essenziali. Il suono è più controllato, aperto a un pubblico nuovo ma anche allo stesso pubblico che ha voglia di sentire un cambiamento. Come quando gli Husker Du hanno pubblicato Candy Apple Grey con la Warner. Era peggio? No, era diverso. E se ogni cambiamento verso una definizione migliore del suono, non più addomesticata ma guidata in modo diverso, venisse preso come un compromesso e un tradimento sarebbe un modo per imbrigliare la creatività e la sua voglia di cambiare, di mettere fine a un periodo e prendere quell’altra direzione.
Le differenze ci sono anche dal vivo. Nella data che ho visto io – ma mi sa che l’hanno fatto anche da altre parti – nella prima parte del concerto hanno fatto il disco nuovo, in fila, la seconda l’hanno dedicata ai pezzi vecchi. I pezzi vecchi hanno più presa e hanno già una loro storia, ma quelli nuovi segnano una svolta, rallentano il ritmo, la velocità delle battute è diversa, c’è più spazio per sviluppo di quello che sta in mezzo, è come se le colonne portanti di un edificio fossero state rafforzate e ci fosse più tempo tra una colonna e l’altra. Ma anche no, perché la velocità c’è sempre. Rimane la voglia di andare veloce ma la batteria mena di più sulle battute che reggono il ritmo. “Fuoriporta” segna bene il passaggio a un peso diversamente veloce, anche in contrapposizione a “Porta”, che riparte subito dopo con uno dei giri veloci e stoppati tipici di Capra. E per marcare ancora di più la differenza, al Bronson le canzoni vecchie le hanno prese più veloci del solito, sembrava quasi che avessero voglia di finire prima, in realtà era la seconda parte di un concerto che sviluppava un’idea.

Il resto. Questo tipo di cambiamento dei testi e dalla musica riflette il tema del disco. Per quanto le cose cambino, vengano fuori le difficoltà a metterci in pericolo, in certi casi rimangono alcune costanti, e vogliamo che rimangano. Nebbia delinea bene il tempo che passa. In Raudo era il tempo del trasloco e dell’andare a vivere da soli, Nebbia è quello della riflessione sulle cose difficili da accettare, sui momenti difficili da superare ma anche sul loro plausibile esito positivo. Alla fine, per quanto caratterizzata da momenti nebbiosi e di dubbio, la visione è ottimista e la prospettiva dipinta dal disco è serena, anche se non definitiva o compiuta. Avere la consapevolezza delle cose che ti fanno stare bene non significa averle conquistate, è chiaro in ogni frase del disco che tocca il problema.
Si può dire che Nebbia sia un concept sull’idea del tempo che porta al cambiamento da punti di vista che cambiano nel corso del disco: il tempo che passa, il tentativo di conservare quello che c’ha fatto trovare un punto d’incontro, la speranza di influenzare l’andamento delle cose in qualche modo. Il tempo passato sarà sempre di più e magari cambieranno ancora le priorità e le cose che ci fanno stare bene. Tra 20 anni, Nebbia sarà un ricordo ma rimarrà uno degli esempi di come le cose possano e debbano cambiare, o perché sentiamo noi la necessità o perché sono loro che cambiano e noi le assecondiamo. L’importante è mantenere in vita quello che in qualche modo ci fa stare bene. Cambierà il modo in cui lo facciamo ma non cambia che lo facciamo.

Nebbia streaming.