Pesca sportiva

Guido gestiva il braccio del canale in cui si faceva la pesca sportiva. Gli adulti gareggiano proprio, i ragazzini si mettevano da un lato, con le canne finte. Guido diceva di avere un campo di canne di bambù vicino a casa, poco lontano da lì. Quando erano alte abbastanza le tagliava e quando era ora le verniciava, ognuna di un colore diverso. Ai ragazzini piaceva usarle sul canale per pescare e lui gliele regalava, così imitavano i grandi e passavano il tempo mentre i genitori facevano la gara a chi pescava di più, in termini di peso, per vincere una bici, un prosciutto o lo stendipanni elettrico. Io non ho mai capito bene questa cosa della pesca sportiva, peschi un pesce e poi lo ributti, non è più crudele che mangiarselo, però insomma è crudele lo stesso, è come dirgli sono io il più forte, comando io il tuo destino. A un pesce. Però quel giorno ho giocato alla pesca sportiva dei ragazzini, l’unica volta che ho pescato in vita mia. 
Vai che ti diverti, mi dicevano.
No non voglio, dicevo io. 
Vai che ti diverti. 
No non voglio.
E alla fine ero andato.

Guido mi aveva dato tutto, il filo, l’esca e la canna. La mia era blu. A un certo punto, mentre ero seduto sul muretto e aspettavo che mio babbo mi venisse a dire che aveva vinto ALMENO un prosciutto, mi sono appisolato. Per pochi secondi, perché poi ho sentito la canna tirare. Ho sobbalzato e l’ho stretta più forte perché non mi scappasse. Probabilmente era un sardoncino, ma tirava come uno squalo. Così mi sono alzato e ho puntato i piedi, in assetto anti scivolo. Ma un certo punto, tac, la mia canna blu si è spezzata, una metà mi è rimasta in mano, l’altra se l’è portata via il pesce, che si allontanava libero. Aveva vinto, evitando così quegli attimi di terrore imprigionato dentro un piccolo secchiello. Io, con la mia mezza canna in mano, guardavo Guido, guardavo mio babbo da lontano e poi guardavo gli altri ragazzi, che stavano ridendo di me. E per la prima volta mi sono sentito come quei pesci della pesca sportiva, pescati e poi ributtati in acqua. 
Non ho mai più pescato in vita mia.

Oggi è uscito BLU, il nuovo singolo di CASO, e questo è un ricordo che mi è tornato in mente ascoltandolo.

BLU spacca.

Irrisolvibile: Hey What dei LOW

Hey What è come una casa, con due finestre, una sul giorno una sulla notte. Affacciandoti alla prima senti i suoni familiari, all’altra rumori poco decifrabili. Nelle stanze interne, suoni e rumori si mischiano sprigionando tutta la loro forza: talvolta, sono così perfetti da fare il giro e coincidere l’uno con l’altro; in altri momenti, si scontrano. La casa diventa un posto di conforto o turbamento, a seconda. Hey What è quella casa.

Dire chi la vince, se suoni o rumori, è difficile. Ma è in questa incertezza che sta l’equilibrio. Riconciliarsi con l’irrisolto non è facile. I due poli di questa strana instabilità sono ugualmente forti e ben definiti all’interno dei Low: da una parte le voci melodiche di Alan Sparhawk e Mimi Parker, così potenti perché puntano a diventare l’àncora delle canzoni; dall’altra i rumori di BJ Burton che ogni volta che interviene mette giù una briscola e getta la melodia nella confusione, ponendola di fronte alla casualità.

Non vince nessuno.

Il cuore del disco è questo dualismo irrisolvibile. Tutto calcolato, tutto perfettamente in grado di provocare angoscia o gioia. Un’altra cosa però: in ogni momento, Hey What è molto esplicito nel rivolgersi a chi l’ascolta. Per questo, è un disco emozionante.

Se la sua doppia natura dilemma rumoroso incomprensibile/luminosità cristallina e comprensibilissima si manterrà viva anche dopo molti ascolti, sarà ciò che mi farà impazzire. La casa, del resto, è sempre stato il luogo più adatto alla follia.

Nella foto Mimi Parker dal vivo un secolo fa (mi sa che l’ha scattata Diego)

Fromage, parbleu

Qualche giorno fa siamo tornati da un viaggio in Francia. No so neanch’io perché ma pubblico qui alcuni post che ho già messo su Instagram.

DANGERHOUSE RECORD STORE, LIONE

Questo ragazzo ha una sindrome che mi è familiare. Ha controllato tutti gli scaffali e le scatole senza tirare fuori niente, poi ha ricominciato il giro e ha preso su tutto quello che voleva comprare. L’ho sempre fatto anch’io, lo faccio ancora.

Bruno Biedermann, il proprietario di Dangerhouse (voto 10), gli ha detto: “Hai una buona memoria. Io facevo il contrario. Raccoglievo tutto subito e poi eventualmente scartavo”.

Andare nei negozi di dischi è bellissimo.

ANCORA LIONE

(bello il felafel riflesso sulla vetrina)

Qui invece l’atmosfera era un po’ più informale. Negozio più minimal, ben fornito (di novità e non). Il proprietario era più il tipo dal saluto distaccato. 

Oh, non ho trovato niente. Ma mi sembrava strano. Così ho iniziato a prepararmi la frase per chiedere. Difficoltà alta perché dovevo dire poche parole ma passando dal francese all’inglese e in più dovevo fare bene la z di The che per me che sono di Zezena è difficile. Ecco: “Es que vous avez quelque chose de The Fall”. E mi viene anche bene, tutto. Ma lui non capisce. Non dice niente, mi fa solo la faccia da non ho capito. Ripeto e la lingua non mi s’incolla neanche stavolta, un miracolo. “Ah! C’est folle” dice. “No folle, pourquoi?” dico io. “Noo” e mi fa segno di seguirlo. In una scatola indica i dischi dei The Fall e dice “Se Fall”. Aaaa. Ridiamo. Non era più distaccato. Ma io intanto penso che poteva dirmi che potevo dirglielo in romagnolo.

Comunque dopo mi ha detto “Se Fall, one of my favourite band” molto gasato. E io “Oui! For me too”. E vedi, se non ci capiamo con le lingue, ci capiamo con la musica.

REIMS

Ieri siamo andati in questo negozio di dischi, My Little Sound Shop, molto simpatico. Era dentro uno di quei posti tipo ex capannone di una fabbrica che il comune da in gestione a dei tipi che dentro ci fanno un bar e dicono a un amico o dai ti do questo spazio così ci apri un negozio di dischi. Sono entrato che avevo un fiiilo di mal di testa, sapevo che sarebbe cresciuto nel giro di poco ed ero già pronto a prendere un gran Moment Act. 

Non conoscevo la metà dei dischi che aveva My Little Sound Shop ma sono riuscito comunque a comprarne due, vecchiotti: Body/Head di Kim Gordon e EP2 di FKA Twigs. Quando sono uscito abbiamo deciso di farci un birrozzo al bar. Finito il birrozzo abbiamo deciso di prenderne un altro e di mangiare. Io ho preso un Hamburger con le patatine. All’ultimo morso mi sono ripreso, e non avevo più bisogno del Moment. E allora ho pensato che (un negozio di dischi può aiutare MA) a volte, servono due birrozzi e un Hamburger per farti passare il mal di testa.

10 SETTEMBRE 2021

Oggi è uscito il nuovo disco dei Low e contemporaneamente è il 25° compleanno di The Doctor Came At Dawn di Smog. 

In libreria abbiamo creato l’Archivio Gridelli, in omaggio e ricordo di Oscar, un nostro amico che una volta gestiva Rev Up, il negozio di dischi di Cesena, e che ora purtroppo non c’è più. L’archivio all’inizio consisteva in circa 200 dischi che Oscar ci aveva dato da vendere. Oggi ne sono rimasti pochi. Tra i primi titoli che avrei voluto portarmi dietro c’era The Doctor Came At Dawn. Ma “No, di quello ne ho una copia sola e me la tengo io” aveva detto Oscar. Più che DATO i dischi, infatti, ce li aveva CONCESSI. Poi c’era anche C’mon dei Low. “Quello prendilo che ne ho un sacco e, oh, non riesco a venderlo. Difficile che ci riesca tu se non ci riesco io ma la speranza è l’ultima a morire”. Per questo amavo Oscar, era sempre scorbutico e divertente. Oggi, giorno in cui esce il nuovo disco dei Low e The Doctor Came At Dawn compie 25 anni, me li ascolto ripensando a lui.

RONCHAMP

Quando sulla statale abbiamo visto la deviazione per la Cappella di Notre Dame du Haut di Le Corbusier, abbiamo detto cos’è? andiamo/non andiamo/andiamo/non andiamo? e alla fine siamo andati. Abbiamo attraversato la campagna e siamo saliti sul cucuzzolo su cui si trova. Ho mandato subito foto a mio fratello (architetto) e a un certo punto gli ho chiesto “ma tu la conoscevi?” e lui mi ha risposto “ma è un masterpiece del ‘900 e di sempre”. Mi sono scusato e sono andato nello shop a sfogare la mia vergogna. C’ho trovato un libricino quadrato, con la copertina colorata degli stessi colori della luce che esce dalle finestre della cappella, e con degli schizzi di progetto di Le Corbusier: lo stesso libro l’avevamo sempre avuto in casa. Allora ho mandato una foto della copertina a mio fratello. “Si, l’aveva comprato il babbo quando c’è andato con Sleepy Jordan (un suo amico ndr)” ha risposto. E allora ho pensato che, a volte, per unire i puntini, basta una deviazione.

CHAOURCE

Come ambasciatore nonché produttore di colesterolo di Romagna in visita in Francia, ho preso come un affronto il fatto che il museo del formaggio fosse chiuso. Incidente diplomatico.

Instagram: neuroni.blog e the_recordroom