Non tutti i baretti muoiono baretti

La Baretto theory è una teoria campanilista romagnola che dice che, al giorno d’oggi, in Romagna, c’è sempre un baretto in giro dove fanno un concertino. Il bar per essere un baretto deve avere in pratica solo una caratteristica: quando ci pensi, devi pensare “non l’avrei mai detto”. Non vuol dire che non gli dai una cicca in generale (no offense!), ma che non gli avresti dato una cicca per i concertini: non l’avresti mai detto che avrebbero potuto farli. Però lì fa. E c’è un momento così magico per quel baretto, così magico, che almeno una volta ti capita di chiederti “chissà cosa fanno al baretto stasera”. E devi essere veloce a trovare il programma su facebook, perchè basta un attimo e il bar chiude o il gestore non ha più cazzi di fare concerti. Anche se, bisogna dirlo, non tutti i baretti muoiono baretti.

Una volta c’era il Bar del Popolo di Ponte Pietra, più di recente il bar Bagnile di Bagnile, e pochi altri eletti. Non è da tutti. Adesso li fanno al Bike Cinetico di Montaletto, al Diamond di Gabicce Mare, all’Agorà di Finale Emilia, che tra poco fa gli Shelter. Colpo da maestri. Ma già gli Shelter sono troppo famosi eh (e infatti l’Agorà è quasi un Pub, e Finale Emilia è in Emilia). Il concertino, infatti, dev’essere di un gruppo non sconosciuto ma raro, e (possibilmente ma se succede lo si perdona) non local: almeno deve arrivare da un’altra provincia. Ho dei ricordi, probabilmente falsati da me stesso, che negli anni novanta ci fossero meno baretti, o forse eravamo meno al corrente di quello che succedeva, perchè si sa non c’era un gran internet. Però c’era Massimo, detto anche Minimo (davvero, no battute), che andava a tutti i concertini, e se avevi la fortuna di incontrarlo durante la vasca in centro al sabato pomeriggio ti aggiornava su tutto. Adesso tutto è cambiato, c’è sempre un bar impossibile dei tuoi paraggi che chiamerà a suonare qualcuno che interessa almeno a un tuo amico oltre che a te e la geolocalizzazione fa miracoli in termini di spam.

Ma chi è il Re di questi baretti pur avendone trasceso la conditio sine qua non?
Chi è che tiene botta da anni senza chiudere mai?
Il Sidro (già Raquana).

Ora non è più un baretto (cioè, entri e c’è il palco, quindi a meno che tu non abbia il prosciutto negli occhi, lo vedi che fanno i concerti) ma una volta si. Faceva le cover band dei Doors provenienti da tutta Italia, principalmente San Mauro Pascoli. Prima ancora tutta quella parte di locale che adesso è palco era zona fumatori, costruita con la velocità di un lampo, con le installazioni dei MUTONIA (chi?!), subito dopo il divieto di fumare nei locali pubblici imposto dal ministro Sirchia: era la prima sala smokers della Romagna ed era affollatissima, ma questo credo di averlo già scritto in un altro post.

Per chiarire il concetto di baretto: all’inizio il Sidro era l’unico bar che ti dava da bere le Tenents super, una roba che sbombava, una birra da nove gradi. Ne bevevi 3 ed eri da portare a dormire. Quindi era un ottimo bar, ma non gli avresti mai dato un futuro come posto di concertini. E invece, ha iniziato, anche se con le cover band dei Doors. Si parte, da lontano, ma da qualche parte bisogna pur partire. Periodi bui, ma da lì al futuro è stato un attimo: la sala fumatori è stata smantellata e le nuove gestioni hanno smesso la Tenents rossa, perchè altrimenti i clienti andavano a casa troppo presto, e hanno avuto in qualche modo la voglia di fare concerti. È passato Geoff Farina nel periodo più triste della sua vita, i Fine Before You Came nel periodo più triste della loro vita (acustici), i Fuzztones in una notte in cui pioveva sudore. Sono sicuro che tra un po’ passerà J. Mascis. Per il resto, il Sidro è da un po’ il mio ex-baretto preferito, che garantisce concertini di gruppi underground italiani buonissimi, con una regolarità discreta.

E sabato 30 novembre suonano in due, gli Action Dead Mouse e gli Unoauno, in una serata all’insegna della presa male.

Gli Action Dead Mouse l’ultima volta che li ho visti erano talmente decimati da essere soltanto uno, il cantante, per motivi di sfiga. Loro si muovono su un territorio tra nirvana e sclero e in quest’ottica non è male ascoltare con concentrazione i testi. Che sembrano dire sempre cose diverse, anche se con le stesse parole. Cioè: una stessa frase ogni volta potrebbe avere significati diversi. Altri gruppi, che pure mi piacciono molto, non sono capaci di farlo: i testi sono belli ma dicono sempre la stessa cosa, ogni volta che li ascolto scavano sugli stessi significati, per approfondirli. Ed è giusto così, ma gli Action Dead Mouse hanno qualcosa in più: il pregio di riuscire a far partire flip diversi del cervello. E questo può prenderti bene, oppure male, in questo senso dicevo tra nirvana e sclero. Per esempio, cosa vuol dire “il contrario di annegare”? Non è certo.

Quindi, quella al Sidro è una nuova occasione per vedere che effetto fanno dal vivo. Perchè l’ultima volta all’Italian Party il cantante da solo con la chitarra è stato bravissimo in una situazione non preparata e poco facile, ma non era del tutto a suo agio e si sentiva, è umano, come si sentiva la mancanza del basso e della batteria, non trascurabili. Perchè la musica che fanno non è che passi proprio inosservata.

Bene. Il disco si chiama Il contrario di annegare, è uscito per To Lose La Track, È Un Brutto Posto Dove Vivere, Floppy Dischi e Ideal Crash ed è un incrocio di Riviera, The Death of Anna Karina e FBYC. Almeno mi sembra.

Gli Unoauno (Ribéss Records) vengono accostati ai gruppi italiani che parlano più che cantare: ai Massimo Volume, per dire. Molti sono contrari al cantate che parla, in generale. Ma, adesso, se scegli di cantare così è perché ti piace proprio: chi, se non te stesso, ti fa fare una scelta di quel tipo, adesso che quella roba lì non va neanche a regalarla? Per farla, devi essere in fissa, e se uno è in fissa con questa roba è una fissa sincera. È una scelta da apprezzare.

Cantano alla Massimo Volume, o alla CSI, lo stile è quello sicuro, ma c’è una cosa da dire: non sono né i Massimo Volume né i CSI, e questo è un vantaggio per gli Uno a Uno. I loro testi sono mille volte più freschi, messi di fianco a quelli di Il nuotatore dei Massimo Volume sono totalmente nuovi. Hanno anche un’altra cosa che mi piace: non sono disperati, ma taglienti e arrabbiati, sensibilmente ironici, e questo mi porta a pensare che siano sinceri. Sono di solito più propenso a credere che un testo pieno di disperazione abbia più possibilità di essere falso rispetto a uno non disperato e reattivo. Per chi scrive testi è più comodo compiacersi della merda che non cercare di uscirne, anche per questo in giro ci sono più testi disperati che reattivi. In più, il compiacimento pessimista è un approccio che ti permette di conquistare più facilmente chi ti ascolta. Il dolore piace di più. Se uno che scrive ne è consapevole, e gli interessa piacere, fa finta di stare male. Non ho detto che tutti i testi disperati non valgono niente, ma solo che alcuni, contestualizzati nella vita e nella storia dell’autore, possono apparire poco sinceri. I più sinceri sono quelli in cui è chiaro che l’autore non è sceso a compromessi, per un motivo o per un altro, perché ha preso una strada difficile, poco accomodante o poco paracula. E gli Unoauno col cazzo che sono scesi compromessi, mi pare.

Vorrei aggiungere che la musica è un pugno nello stomaco ed è la seconda cosa molto convincente del disco oltre ai testi. Insomma se cercate della roba nuova, no. Se invece cercate un disco con un bel ritmo serrato e una bella grinta, nelle parole e nella musica, e delle chitarre noise rock, ma anche più sprangose, allora sì. Il disco si chiama Barafonda e il posto ideale per suonarlo è proprio il Sidro. È il bozzolo giusto per gli Unoauno, ma anche per gli Action Dead Mouse, perché ne amplifica sia la negatività sia il lato tenero, in quella sala così low profile e così combat allo stesso tempo.

Sala in cui, in una delle prossime serate, vorrei vedere i Bulgarelli, grazie.

Il link all’evento su facebook

Lo strano caso del Dottor Theo Hilton e mister Zumm Zumm: Theo Zumm

Nel 2004 Theo Hilton suonava già nei Defiance, Ohio. Erano di Columbus, Ohio, ma si chiamavano Defiance, Ohio. Oltre ai Pretty Hot, in quel periodo Theo Hilton aveva anche un altro progetto, solista: Zumm Zumm, che fino al 2019 pareva aver avuto solo un anno di vita, il 2003, e invece no. Con l’uscita di Theo Zumm abbiamo scoperto che è ancora vivo.

Trovo strano il rapporto tra l’evoluzione musicale di Theo Hilton e i nomi che ha attribuito a sé e ai suoi dischi. Mi rendo conto che sia un argomento di un’importanza ridicola, ma io lo trovo strano. I Zumm Zumm erano sembrati un gruppo estemporaneo dicevo, composto da Theo Hilton, la sua ombra e poco altro, che avevano fatto uscire solo Crusp Srexstling, un disco folk punk, e stop. Da quel momento, Theo Hilton non ha mai abbandonato del tutto quel genere ma l’ha sempre più mimetizzato con altro, sempre di più, sempre di più, fino a sostituirlo del tutto, nei miracolosi Nana Grizol. Quindi, c’erano speranze che non prestasse più attenzione al folk punk.

I Pretty Hot sono più o meno contemporanei a Zumm Zumm ma sono più pop punk, anche perché c’è l’influenza di tutti gli altri componenti, ma contano poco nella sua carriera, perché Theo li abbandona nel 2005 (dei Pretty Hot si trova un sacco di materiale in questo sito non sicuro ma molto ben fatto: non me n’è mai fregato niente del vintage di cui si parla di solito, vestiti, mobili eccetera, ma ho un debole per i siti vintage). E li abbandona perché in quel momento suona parecchio con i Defiance, Ohio, nei quali l’amore per il fòlk punk è ancora evidente ma alcune volte si intravvedono vie d’uscita illuminanti, anche se magari sono solo episodi, tipo Calling Old Friends. Calling Old Friends non è ripulita del tutto dal punkaccio folk, ma sembra parlare attraverso altro, è come se ci fosse ancora il germe dentro ma la melodia riuscisse a vivere anche di se stessa, complice un testo valido per tutto l’universo e per sempre (senza esagerare).

A quel punto, nel 2006, nascono i Nana Grizol, in cui Theo Hilton riesce a esprimere al meglio la sua brillantissima capacità di scrivere canzoni e testi, e abbandona del tutto il punk e il folk. Lo ritrovi forse in Blackbox e Gave on (dentro a Ruth) ma è tutto un altro taglio. I Nana Grizol prendono su un bel po’ della Elephant 6, con cui hanno contatti direttissimi, visto che si formano ad Athens, e spingono un sacco con la tromba. Quindi in qualche modo non è più il folk da pub l’elemento disturbante ma le scivolate da fricchettone alla Elephant 6 appunto. Parallelamente, però, col tempo Theo Hilton rallenta, rallenta, rallenta un sacco, cioè scrive canzoni più lente, oppure trova ritmi medi nuovi, che sanno di vecchio ma sono anche originali, e queste novità lo portano con i Nana Grizol a fare cose memorabili, come Cinicysm, Tambourine N Thyme, Mississipi Swells (la mia preferita, dentro a Orsa Minor), per le quali mi permetto di perdonargli tutte le svisate da freak. Anche perché continuo ancora oggi a giustificare le (infinite) svisate da freak dei Cyrculatory System o degli Apples in Stereo, per dire, quindi non posso sgridare i Nana Grizol per le loro scappate freak, episodiche. E anche perché le batterie dei Nana Grizol, in particolare quelle di Orsa Minor, sono divertenti come poche altre.

Però. Nel 2010, in piena corsa Nana Grizol, Theo Hilton non è del tutto soddisfatto di quello che sta facendo e fa uscire un disco di 21 canzoni a nome “Nana Nemo”. E qui inizia a ripetere i nomi. Non ho mai ascoltato i Nana Nemo, non li trovo da nessuna parte, e non so se sono folk punk. All’inizio degli anni ’10, Hilton suona anche con i The Music Tapes, poi fa uscire una cosa con Toby Foster, e una volta si chiama Theo e l’altra Theodor, che cambia veramente poco ma continua a divertirmi molto questa sua fissa di cambiare i nomi ma anche, allo stesso tempo, ripeterli. Dicevo, non so se Nana Nemo è folk punk, ma di sicuro lo è, nove anni dopo, almeno per tre quarti, il nuovo disco dei Nana Grizol, che non è altro che un disco di canzoni scritte come Zumm Zumm, tra il 2003 e il 2005. S’intitola Theo Zumm e quindi mi sputa proprio in faccia che l’animo folk punk di Zumm Zumm esiste ancora. E si sente. È come un fantasma. Anche se negli anni ha subìto delle trasformazioni, il germe del folk punk è ancora lì. Pensavo ce ne fossimo liberati, e invece.

Devo dire che questo disco, Theo Zumm, quando è uscito, mi ha fatto un po’ girare le palle. Ma cosa ti salta in testa di pubblicare delle canzoni di quel tipo a due anni di distanza da Orsa Minor, dove non avrai (mi rivolgo direttamente a Theo, che notoriamente legge questo blog) abbandonato del tutto quel gusto zigano che ti piace tanto, ma ti sei lasciato per sempre alle spalle tutto il folkpunkismo. Zumm Zumm invece c’era dentro fino al collo, al folkpunkismo. C’è qualcosa di bello in Theo Zumm che cerca un distacco dal punk e diventa semplicemente folk o qualcosa di simile. Grow Up The Fence, Tin Foil Boats con quel coro femminile un po’ rock’n’roll un po’ gospel, giusto un cicchetto di Velvet Underground in I Think War Is Pretty Evil. Ma non basta, perché la capacità di scrittura di Theo Hilton è bloccata, non ci sono illuminazioni giovanili. Alcune sono proprio registrazioni al volo, iniziano e finiscono all’improvviso dal nulla, come si fa quando hai un’idea e la butti giù nel registratore, senza preoccuparti di costruirci attorno qualcosa di più perché non la vuoi perdere. Sarebbe una cosa ancora adesso interessante, se ci fossero più spunti che ci facessero capire a che punto stava la personalità artistica e inquieta di Theo Hilton, scontento dei Defiance, Ohio e in fuga dai Pretty Hot.

Capisco il desiderio di mostrare il rapporto di continuità nella discontinuità tra cosa stava succedendo in quel momento (2003) e quello che sarebbe successo dopo, dal 2006 in avanti coi Nana Grizol. Capisco anche il desidero di sottolineare che quando eri Zumm Zumm le tue influenze erano tante (Motorpsycho, NOFX, Sebadoh eccetera) e che avevi già quel qualcosa dentro che poi ci avrebbe regalato la delicatezza dei Nina Grizol (Drawing Lines e Circle Round the Moon, Tiny Rainbows). Capisco tutto questo. Ma il materiale di Theo Zumm non è abbastanza esplicito nel collegare passato e futuro, è debole, sono troppe le canzoni che appartengono al passato senza nessuna sfumatura in più che faccia presagire qualcos’altro. Alcune volte, e anche in questo caso, pubblicare canzoni scritte anni prima non ha troppo senso, perché non fanno altro che cristallizzare il passato. Sarà anche giusta la voglia di pubblicare queste canzoni, ma è sicuramente sbagliata la decisione di farlo a nome Nana Grizol.

C’è una parte folle dentro a Theo Hilton che vuole far venir fuori ancora il suo spirito folk punk: è Zumm Zumm, che è ancora dentro di lui e ce l’ha fatta, è venuto fuori e ha creato Theo Zumm, ha vinto, nel 2019. Sarà contento. Ma il suo touch down va a discapito del percorso in crescita che Theo Hilton ha costruito con i Nana Grizol, in particolare con Ruth e Orsa Minor. Theo, aridacce i Nana Grizol, quelli veri. Io, per conto mio, ho già declassato Theo Zumm e non lo chiamo più “album” ma “compilation”, come suggerisce il malefico ma sempre sul pezzo Discogs.

E se qualcuno dovesse mai leggere questo articolo, e leggerlo fino a qui, e dovesse chiedersi “ma cos’ha questo contro il folk punk da pub?”, gli risponderei che una volta mi sono ritrovato da solo in un pub a York e mentre bevevo una birra è successo l’inferno. C’era un live di un gruppo che si chiamava The Yorkers o qualcosa del genere e non c’era una canzone che i clienti non sapessero a memoria. Le cantavano tutte, e ballavano anche, naturalmente, sui tavoli, sotto, in bagno. Io ero lì, in mezzo, in un tavolino da due, con gli occhioni sbarrati a guardarmi intorno. Sono certo che uno dei baristi al bancone mi abbia fissato per almeno due minuti filati pensando “e chi cazzo è questo? Meniamolo”. In effetti ero un po’ a disagio, mi sono scolato la birra alla velocità di due canzoni e mezzo e sono uscito. è che quel modo di cantare così arrabbiato posticcio, quel basso e quella chitarra power chord, quella batteria speedy tempo, tutto in modalità combat, sono un cliché troppo abusato, e non riesco a vederci più nessuna traccia di sincerità. Poi, quando parte il pezzo ska, è la fine.

La forza di una pizza, un ricordo di Daniel Johnston

La prima volta che ho sentito Daniel Johnston ero al volante della Golf GL di mio fratello, la stessa macchina con cui qualche anno dopo avrei consegnato pizze per una pizzeria buonissima di Cesena. Che gran bel lavoro, consegnare la pizza, è un po’ come portare la felicità a casa delle persone (vale per tutti, tranne che per quelli a cui non piace la pizza, che sono pochi, ma ci sono). Alcune volte l’ho portata ai pazienti del reparto psichiatrico dell’ospedale. Non so come mai, non so quali astri benevoli s’incrociassero nel cielo, ma quando al pomeriggio ascoltavo Daniel Johnston, alla sera mi capitava sempre quella consegna, e mi s’innescava un corto circuito pazzesco dovuto all’incontro in un posto solo (la mia testa) degli psicopatici dell’ospedale più lo psicopatico che usciva dalle casse. No, scherzo, è una balla. Ma la morte di Daniel Johnston mi ha fatto tornare alla mente le consegne in psichiatria. Non era un’esperienza del tutto piacevole, ma comunque non ero preso male. Quelli erano matti veri, non come quelli che si vedono nei film, però la pizza gli piaceva un casino, ne sono sicuro, perché quando arrivavo erano tutti molto contenti, ognuno a modo suo. E in quel momento la pizza era la cosa in comune tra me e loro, anche se per pochi minuti. Io consegnavo felice i cartoni al dottore, prendevo i soldi e me ne andavo. A volte, ci scappava pure una bella mancia.

Don’t play cards with Satan

Daniel Johnston era schizofrenico. A meno che non lo siamo anche noi, non penso che possiamo capire la sua musica fino in fondo. Non possiamo sentire le cose come faceva lui, comprendere gioia, tristezza, semi-umorismo o autocommiserazione. Non possiamo identificarci. E ancora meno possiamo comprendere il suo stato catatonico di bomba da medicinali, a meno che non li prendiamo anche noi. Possiamo amare le melodie deboli ma giganti, essere presi bene o male per quello che dice. Ma lui non parla di sé e quindi di noi come un comune cantautore. Parla solo di sé. Daniel Johnston non era la rappresentazione della nostra cameretta, ma solo della sua. Dovremmo farlo ascoltare a quelli che stanno al reparto psichiatrico, loro potrebbero capirlo davvero. Possiamo capire davvero perché in Don’t play cards with Satan urla mille volte “Satan” come un invasato? No. È facile, da persona normale, assistere alla follia da semplice osservatore, senza esserne coinvolto in nessun modo. Guardi un mondo malato che è altro da te e non ci devi stare dentro neanche per un attimo. Per dire, guardi questo video su Antonio Ligabue, ami la malattia e il talento che lavorano insieme, perché è lì che l’arte diventa imprescindibile, quando nasce da una visione sofferta della realtà. Sofferta e parallela, mai intersecata alla nostra. Non può esserlo. Io, una volta consegnata la pizza, me ne andavo. Ci ripensavo, dopo, magari anche per un po’, ma me n’ero già andato. È facile essere fan di Daniel Johnston. Lo ascolti, ti rimane della roba dentro, magari anche per molto tempo, ma la vita continua. Per lui invece la musica era una condizione perpetua e necessaria, una via di fuga dalla malattia da tenere in vita tutti i giorni. Dalle canzoni non se ne andava mai, Daniel Johnston. O quando se ne andava, andava a stare ancora peggio. Cioè: è successo che non si presentasse ai concerti perché stava troppo male.

True Love Will Find You in the End

Però, se la teoria degli schizofrenici che possono essere compresi solo dagli schizofrenici fosse la sola valida, Daniel Johnston avrebbe avuto un pubblico più ridotto. In realtà ha conquistato il mondo. Quindi? Tra immedesimazione e condivisione c’è una differenza abbastanza sottile, però c’è. Nessuno può essersi immedesimato, ok, ma può aver condiviso cose con lui. Daniel Johnston parlava di stati d’animo, odio, amore, tristezza, e quelli sono comuni a tutti. La sua capacità di presentarceli scarni, ridotti all’osso, ma veri, li ha resi universali.

Si, ok… Però la sua musica rimane pur sempre il tentativo inutile di combattere la malattia e da questo punto di vista rimane insondabile per chi sta bene di testa. Non solo la musica. I disegni, il gelato, come dice qui, e tonnellate di medicine. Tutte armi che contro la malattia sono servite solo lì per lì, perché calmavano le acque torbide della sua mente. Ma sul lungo periodo sono state completamente inutili. L’arte non può curare il cuore, che se si vuole fermare si ferma e stop. Noi questo non potremo mai provarlo.

Quindi lui era noi e solo lui allo stesso tempo. Era raggiungibile e irraggiungibile, in lui universalità e insondabilità convivono. Le emozioni di un matto sono diventate quelle delle persone senza patologie mentali, il suo modo di combattere i demoni diventa il nostro, due mondi diversi condividono le stesse speranze e le stesse delusioni pur rimanendo diversi. Che cosa gigantesca.

Lo schizofrenico che dà voce a tutti diventa un po’ più normale? O siamo noi a diventare un po’ matti? NO è la risposta a entrambe le domande. Ma i punti di vista, il nostro e il suo, alla fine si sovrappongono. Il freak è uscito dal recinto dei freak. Ci ha raccontato le sue gioie e le sue paranoie e noi abbiamo capito che erano anche le nostre. È una roba inverosimile, ma è così. Ha superato il limite tra persone normali e malati di mente e li ha fatti incontrare davvero, ha trovato dei punti in comune e ha reso esplicito il fatto che sentiamo le stesse cose. Quanti artisti schizofrenici ci sono in giro? Sicuramente molti, ma la sua forza è più evidente, perché lui ha conquistato il mondo. Ok, magari non era ultrafamoso, ma era famoso. E non ha conquistato solo i poveri stronzi che ascoltano la musica che non piace a nessuno. Anche i National, i Wilco e i Pearl Jam gli hanno reso omaggio. David Bowie, probabilmente. Quanto e se questi omaggi possano influenzare i fan delle rock star che li hanno fatti è un dubbio interessante. Sicuramente non tutti sono in grado di comprendere la semplicità e la forza disarmanti di Daniel Johnston e molti lo liquidano con un “si, ma che tristezza”. Rimane il fatto che Daniel Johnston fosse nel cuore pure dei vostri fottuti paladini del rock e dovreste almeno essere curiosi. Dal momento in cui la notizia della sua morte ha iniziato a circolare, le bacheche dei social sono state invase da foto, canzoni e articoli su di lui. Qualcuno sicuramente a quel punto deve aver pensato, come succede sempre, “adesso fanno tutti finta di amare questo tipo, ma io non l’ho mai sentito nominare”. O “come mai prima non avete mai condiviso una sua canzone?”. Penso che sia sbagliato prendere Facebook come metro di conoscenza dei gusti degli altri, cioè dire “se non lo metti su Facebook non lo conosci”. Può non essere così. Poi magari qualcuno non conosceva Daniel Johnston, ha visto che un sacco di amici condividevano cose, ha avuto la curiosità di ascoltarlo, gli è piaciuto e l’ha condiviso. È una cosa bella lo stesso. Quindi, chiudendo questa parentesi, se nel 2019 non lo conoscevate ancora, dovreste farvi due domande e almeno tentare di rimediare. Ma non perché era famoso e lo dovete conoscere, ma perché era Daniel Johnston. Secondo me, poi vedete voi.

Tornando a bomba, da una parte c’è lo schizofrenico con tutte le sue manie, dall’altra, ma nello stesso posto, il cantautore che ha conquistato il mondo. Sono la stessa persona, sempre uguale, senza nessun compromesso per il successo. Quella stessa persona che ha creato, concretizzato, fissato per sempre e anche illuso la speranza per un sacco di gente, con la sua canzone più conosciuta, True Love Will Find You in the End. Anche i suoi disegni erano abbastanza conosciuti. Uno su tutti: Jeremiah, quello della maglietta, che compare più volte anche nel film Whip It (caricato per intero su YouTube). Tra gli altri ce n’è uno meno conosciuto, ma che mi piace moltissimo, che poi è quello che ho messo lassù. L’ha fatto qualche anno fa (nel 2015?) per la Supreme. Grazie a quel disegno, abbiamo la certezza di condividere con Daniel Johnston almeno una cosa: l’amore per la pizza. Sembra uno scherzo ma non lo è. Piazzando quella pizza lì, rendendola l’oggetto del desiderio di un personaggio che decide di non andare a scuola per mangiarla, Daniel Johnston ha aperto il suo mondo ancora di più e ad ancora più persone. Quelli a cui non piace la pizza sono pochi, abbiamo detto. Tutti quelli a cui piace non possono fare altro che sorridere di fronte a quel disegno, oltre a chiedersi per curiosità chi l’ha fatto se non lo sanno, perché tutti vorrebbero tantissimo saltare la scuola, il lavoro o qualsiasi appuntamento importante, ma un po’ palloso, e mangiarsi una pizza. Che quindi rappresenta la fuga, il gesto ribelle del nostro lato anticonformista. Tutti sognano almeno una pizza a settimana.

Ciao piccolo mostro, se il mio sogno di aprire una pizzeria si dovesse mai realizzare, nel menù ne metterò una che si chiama come te. Con salamino, carciofini e una tonnellata di mancarone. A quel punto del 21° secolo, chissà in quanti riconosceranno il tuo nome e la ordineranno solo perché si chiama così?