Le ferie senza wi-fi.

foto: achille

A luglio il futuro immediato si prospettava nero. Tutto ebbe inizio un anno fa, quando decidemmo di passare da TIM a Fastweb. Non è che TIM non andasse bene, era solo per risparmiare due lire. All’inizio era tutto bello, il nuovo router era un’astronave dalle luci grandissime verdi che di notte non davano fastidio (quelle di TIM sì). La nuova connessione non era una scheggia, ma lo streaming funzionava a meraviglia, quindi le cose andavano bene tra noi. La storia dei tentativi di vedere qualcosa in streaming da casa di Gatteo è, infatti, una lunga scia di insuccessi, motivo ufficiale di sempre dalle autorità della telefonia: “perché la centralina è lontanissima, è a Savignano”. Dieci minuti a piedi. Quindi, avere uno streaming buono per noi era una conquistona. Le cose andavano proprio bene insomma.

Poi dev’essere successo qualcosa, dev’essersi spostata ancora più lontano la centralina, perché è arrivata la bolletta di aprile maggio ed era spropositata, tipo più di tre volte tanto quanto avremmo dovuto pagare. Da quel momento, siamo entrati nella giungla delle segnalazioni all’192193: il 5 luglio è la data ufficiale della prima. L’192193 è il numero che chiami quando hai una gran voglia di provare quella bellissima sensazione, dopo 30 minuti di attesa almeno, della cornetta che non si stacca, si scolla, da un orecchio sudato e bollente, che poi è il tuo. Solo in quel momento riesci a dare al tempo libero il valore che ha davvero. Fino al 1° agosto quella che solitamente provavo solo durante le telefonate con mia mamma, un paio di volte a settimana non di più, è diventata un’emozione quotidiana. Troppa energia per noi, troppa grazia, abbiamo pensato a casa, io e la mia ragazza, che conviviamo. Già viviamo nel peccato, così ci siamo distribuiti le telefonate per non andare all’inferno per lussuria, o per lo meno per andarci insieme. I nostri problemi erano due: internet era fermo (e le luci del router erano diventate rosse, si vedevano di notte); il telefono non è che non andava, la linea c’era ma il tu tu tu era diventato un Bonghin’1000, una grande festa di merda con mille bonghi che suonavano e un digiridù che procurava un fastidioso e ininterrotto fruscio di fondo. Impossibile parlare. Praticamente, tutti i problemi che potevamo avere, li avevamo.

Quelli di Fastweb hanno una strategia infallibile per cui quando li chiami fanno tutto quello che è in loro potere, lo fanno sempre, ma non serve mai a niente. Chiami e vieni messo in attesa, minino 10 minuti, poi ti passano un operatore, di cui ti danno un nome inventato e il numero di matricola che però non si sente mai perché in quell’istante salta sempre la voce. Ogni volta, spieghi daccapo quello che ti sta succedendo, ti fanno staccare e riattaccare anche il cavo del phon se per caso l’hai lasciato nella presa di corrente, ti danno una speranza, seppur piccola, che tutto torni a funzionare, ma alla fine è vana. E ogni volta che riattacchi oltre all’orecchio devi recuperare anche la fiducia nel web. È terribile. Ti fanno arrabbiare un po’ e, alla fine di tutto, fai la segnalazione di guasto. Se non fai le verifiche, niente ticket. È tutto necessario, nulla è superfluo. L’operatore solitamente sta a Durazzo ma se per caso ti richiama al cellulare, per completare i logici controlli che hai già fatto dieci volte, il prefisso è di Milano. Incuriosito, chiedi perché e John parte con un discorso sui server, tu rispondi “ah ok” perché di base non ti frega un cazzo, vuoi solo che ti funzioni la linea, lui percepisce la tua noncuranza, s’innervosisce e ti ripete la storia del server però leggermente diversa, così, per confonderti, nella speranza che ti dimentichi il vero motivo della chiamata. Ma non succede. John è anche quello che a un certo punto mi ha chiesto se gentilmente potevo staccare la spina a cui era attaccato l’elettrodomestico più grande di casa perché c’era il caso che interferisse.

Un’altra tattica che usano è quella di fare finta che la tua segnalazione precedente non esista. C’è poco da fare, loro nel terminale non la vedono. Poi, se insisti, all’improvviso gli salta fuori sullo schermo. In un modo o nell’altro, ed è una regola scritta sulla pietra visto che queste telefonate hanno una sceneggiatura di ferro, le segnalazioni valgono un lasso di tempo preciso: se entro 72 non è intervenuto il tecnico, si può rifare un nuovo ticket, altrimenti assolutamente no. Dal 5 luglio al 1° agosto ogni tre giorni abbiamo fatto una segnalazione e le uniche due volte in cui s’è visto, anzi sentito, un tecnico sono state: la prima, quando ha telefonato, dopo 30 secondi è caduta la linea e lui è scomparso per sempre; la seconda, quando ci ha detto che che era impossibile risolvere il nostro problema. Nel frattempo, quasi ci spiassero e ascoltassero tutto, gli squali TIM telefonavano per dirci che era impossibile che i tecnici Fastweb risolvessero il problema, perché le linee sono TIM e Fastweb non sa intervenire. Tornate a TIM, il prezzo è stracciato (alla prima telefonata), no è un po’ più alto (alla seconda), ma signore! chi le ha detto questa tariffa, è impossibile, il prezzo è lo stesso di sempre (alla fine).

Chiude la vicenda un operatore, credo Willy, che ci ha detto che i rumori erano dovuti al fatto che sulla centralina vicina a casa nostra (forse l’avevano spostata ancora) c’era stata una grande tempesta che aveva incasinato tutto e che era difficilissimo per il tecnico risolvere il problema. Era il 20 luglio e la tempesta era stata così forte che nessuno di noi ne conservava memoria. Quella è stata la scintilla che ha fatto scattare l’orgoglio, il BASTA PRESE IN GIRO, basta bonghi. Per evitare di cascare dentro al tifone successivo, che avrebbe potuto portare via la casa, non solo la linea telefonica, e dopo una decina di segnalazioni valide 72 ore, all’alba del 3 agosto abbiamo mandato un fax all’Amministrazione di Fastweb, che deve funzionare un po’ come gli Affari Interni perchè dopo due giorni è venuto un tecnico e ha sistemato tutto. Fino all’altro ieri, ci hanno telefonato tutti il giorni per chiederci se andava tutto bene. Tutto sommato, non si può dire che non abbiano un buon servizio clienti. Nel 2018 disdiciamo senza pagare i costi di disattivazione, che ti toccano per forza se mandi tutto in vacca prima di due anni di contratto.

Prima del fax, all’improvviso, in una notte caldissima, di quelle che solo questa lunga estate della telefonia bollente ci ha saputo regalare, le luci del router sono tornate verdi e internet ha ripreso a funzionare. Ma, anche dopo, ogni giorno si viveva nell’incertezza, tra una tempesta invisibile ma fortissima e una linea telefonica strafatta di digiridù che avrebbe potuto abbandonarci per sempre, da un momento all’altro, lasciandoci per tutto agosto senza web e soprattutto senza la possibilità di seguire su Instagram l’Athens Popfest 2017. Ok, avrei potuto farlo dallo smartphone ma succhiando del credito e succhiare credito quando sono in casa mi sembra una cosa stupida.

E si, questa è una storia di denuncia.

Concludendo, sono stato all’Athens Popfest nel boh, durante un viaggio negli Stati Uniti in cui siamo stati anche a Savannah. Suonarono The Music Tapes, c’andammo su consiglio del commesso di Wuxtry, dove comprai anche un poster di Real Emotional Trash, quindi era sicuramente almeno il 2008. Mi piacerebbe abbastanza tornarci. Quest’anno, da qui, la mia classifica dei quattro gruppi migliori, oltre a Lingua Franca, è 4) Schande, 3) Saline 2) Antlered Aunt Lord, 1) The Foresters, ma tra qualche giorno arriva un post più dettagliato sull’Athens Popfest 2017. Da là proprio.

STRIPPI D’AGOSTO. Alla fine, si festeggia.

Potrebbe avere senso il liscio fatto da gente di Memphis? Ridi, si. All’inizio. Poi se potessi prenderesti un aereo e andresti là a dire “O ma non senti come ti viene? Il liscio è una cosa della nostra terra. Della Romagna!”. Sgrunt. Proprio ti sembrerebbe fuori luogo sentirlo suonare dagli americani. Non perché non si può permettere allo straniero di suonarlo, ma perché il liscio ha senso suonato da chi appartiene alla terra in cui è nato, così non prende quella piega comica che non per forza deve avere. Come il blues, di cui ci siamo appropriati anche se non è nostro e non possiamo sentirne né trasmetterne il significato. Un sacco di italiani fanno il blues e pensano per giunta di farlo bene solo perché usano, non so, un’armonica importata dagli Stati Uniti. Ma lo rendono comico. Comicissimo, quando rincarano la dose e nei testi parlano di serpenti scuoiati, ossa, maledizioni e libellule del Mississippi. Come i Four Tramps. Pensate a, non so, un signore sessantenne di Memphis che per hobby ha suonato il blues per 40 anni e poi ha sentito i Four Tramps. Cosa potrebbe dire mai. Al contrario di quello che è successo con punk e new wave, non si è mai creata una tradizione blues italiana, neanche con Pino Daniele. Il massimo che ha fatto l’Italian bluesman è mescolarsi con il rock all’italiana di chitarristi che adorano Braido e i Pearl Jam e batteristi a cui piace avere 30 PELLI e 20 piatti davanti, di gente che fa concerti con i teschi infilati nelle mutande o a cui piace fare musica in 1000 a 1000 metri, quelle cose da Rock che devono essere esagerate in qualcosa di parallelo alla musica perché con la musica non sanno dire niente di proprio. E alla fine è davvero un disastro. Il disco dei Four Tramps si chiama Pura Vida e lo trovi su Spotify. TRB records.

Four Tramps

I Mush dalle ceneri dei Kaleidoscopic hanno fatto un disco omonimo punk post-hc sulle orme di Fine Before You Came, Distanti, Montana, Bruuno. Mi piacciono Vona e L’inverno, le idee ci sono, i suoni anche e non è un disco malvagio. Ma a volte le canzoni crollano (Non è più agostoIl mio grido più forte). Edè colpa di quello schema, spremutissimo, di chitarre che partono calme, poi s’ingrossano, poi tornano di nuovo calme eccetera. C’è in giro il generatore automatico di chitarre fatte così.
Le doppie voci sono più CCCP che emo, quindi c’è anche un legame con la tradizione tradizione, ma la cosa più invadente sono i testi poco realistici e totalmente piegati al dolore costruito: un classico romantico core italiano, è evidente che ci dev’essere in giro anche il generatore automatico di testi disperati. Tra un generatore automatico e l’altro, in pochi (i Montana, per esempio) hanno saputo trasformare questo punk in un’aggressività più originale. Mi chiedo se tutto il vomitare odio e disperazione senza speranza di cui tutti si riempiono la bocca non sia.. non sincero (quando mai), ma non sia ora di fare basta. Streaming. Labelz: Dreamingorilla Records, Valuum Records, È Un Brutto Posto Dove Vivere, Entes Anomicos, Dotto, Controcanti, Atomic Soup Records, ’58SRS e Insonnia Lunare Records.

C’è stato un momento in cui abbiamo smesso di parlare dei Cani e abbiamo iniziato a parlare dei The Giornalisti. Si sono dati il cambio nell’influenzare la musica italiana che vuole arrivare. I The Giornalisti hanno fatto un passo in più: hanno davvero invaso le radio, cosa che i Cani avevano fatto in minima parte. Non so se è una cosa reale ma di sicuro è quello che percepisco ed è un incubo: gruppi che prima mi ricordavano i Cani adesso mi ricordano i The Giornalisti, i gruppi nuovi uscivano e prima ricordavano i Cani, adesso ricordano i The Giornalisti. Colombre prima ricordava i Cani, adesso i Giornalisti. Il più affermato diventa il più copiato, a prescindere da quello che fa e da quello che fanno gli altri. È una questione di percezione, ma è così. Il problema è anche la musica dei gruppi di seconda fila, così anonima da poter essere associata a uno o all’altro influencer, indifferentemente. Poi, il mercato ha preso il sopravvento e occupa, dentro al tuo cervello e anche fuori, la prima posizione tra tutti gli influencer. Siamo al punto in cui il mercato influenza il mercato e si alimenta con se stesso.
Giornalisti e Cani sono diversi tra loro ma il passaggio è stato abbastanza veloce, in peggio e indolore. In mezzo c’è stato Calcutta. A livello di scrittura i Cani e Calcutta hanno un loro ambiente, un loro modo di essere e di confrontarsi col mondo, parlano di quello. Che ti piacciano o no, quando iniziano a scrivere una canzone hanno voglia di finirla e parlano di qualcosa. Pamplona o Riccione invece menano il can per l’aia sul significato delle frasi. È il modo di fare che mi dà fastidio: i testi vengono scritti a volte azzeccandoci un po’ di più (prendo a schiaffi le onde come se fossero te eccetera), altre senza voglia, cioè senti proprio che Paradiso ha messo giù la prima cagata che gli è venuta in mente (il mezzo panino), tanto è estate, chi vuoi che se ne preoccupi. Le strofe non girano bene, spesso deve forzare la pronuncia e gli accenti. Manca la voglia di scrivere tutta una canzone almeno con un po’ di grazia. C’è svogliatezza. Sono pigri. E le basi lo sono altrettanto, non c’è un’idea che sia una. Eppure, stanno facendo lo sfacelo.
I Vangarella Country Club appartengono alla scuola dei Cani e col disco sono usciti appena in tempo (fine maggio-metà giugno) per non appartenere alla scuola The Giornalisti. Per Noia dischi, intitolano l’album ai Fuccboy, cioè a quei tipi che vanno in giro con i vestiti tutti firmati e il cavallo dei pantaloni basso. Per capire bene chi sono, c’è questo precisissimo articolo. I testi si muovono su un sentiero le cui tappe sono lamentela, descrizione della realtà e darsi delle arie. Non sono testi da fuccboy e questo genera proprio un fottuto corto circuito col titolo. Le basi assottigliano quelle dei Cani a tal punto da poter sembrare il cuneo verso Ghali, senza il reggaetton. Vengono da L’importanza del Liceo Classico (2016), si sono ripuliti molto, adesso sono vicini ai primi M+A, Humana avrebbe potuto essere una hit, ma solo al livello dei Cani, non di più. Gramsci campeggia sulla testata del loro bandcamp.

Festeggiamo oggi anche la prima mail arrivata dall’estero IN REDAZIONE: il nuovo singolo dei Borghesia di Lubiana, Rodovnik, dedicato a Srečko Kosovel, poeta sloveno del primo ‘900. Completamente all’oscuro della sua esistenza, ho cercato subito di informarmi. La cosa più interessante di tutte è che per alcune delle sue poesie Kosovel ha usato i simboli matematici. Ma anche che, comunque, è difficile dire se fosse costruttivista, impressionista, espressionista o dadaista. Certo è che fosse sempre impegnato politicamente contro l’oppressore straniero. E questo piace molto ai Borghesia. La sua presa male per la decadenza dell’Europa e la speranza per una nuova alba sono altre sue caratteristiche, evidenti da subito, anche a un occhio poco esperto come il mio. La presa male con speranza è sicuramente anche la caratteristica prima dei Borghesia, nei dischi vecchi (godetevi su Spotify) come nell’ultimo singolo. Insomma, un matrimonio annunciato. Loro erano una band new wave elettro pop, poi sono diventati aggrotech e feticisti, alla fine si sono politicizzati. Difficile scegliere un’etichetta sola, anche per loro. Certo è che sono sempre stati oscuri ma anche molto ballabili. Ed estremante lucidi: il futuro in cui Kosovel riponeva le proprie speranze è adesso, e l’Europa litiga per Fincantieri. Infatti, visto che i Borghesia sono ballabili ma non fuori dal tempo, come testo per Rodovnik hanno scelto il Kosovel contro il potere più gelido e laconico, così laconico da essere ironico, ma non ironico solare, ironico per starci dentro. No hope for a new dawn. Del resto, Srečko morì a 22 anni dopo aver preso un colpo di freddo che si trasformò in meningite mentre aspettava il treno per Lubiana. Sfiga sempre viva. Cosa festeggiamo a fare.

Disco nuovo dei Borghesia entro l’anno, per Moonlee records.

IN AGOSTO. Io e la Tigre, Per sempre

I grandi della mia famiglia non hanno mai avuto una passione fulminante per la musica italiana. Ci sono canzoni che, per l’età che hanno, non possono non amare, di Celentano, della Caselli o dell’Equipe 84. Gino Paoli non lo includo perché mi sta sul cazzo, ma nella lista c’è anche lui. Ma non c’è mai stato nessuno in fissa, che mi abbia passato dischi con i cuori negli occhi, per dire. Mio zio era il più interessato, molto interessato per esempio alla trasgressione di Zucchero, alla voce di Gaetano Curreri degli Stadio o alla carriera e alla vicenda personale di Luigi Tenco. Però, interessato, niente di più. Il primo appassionato di musica in famiglia è stato mio fratello, che non includo tra i “grandi” e che ha iniziato credo coi Bad Brains, nel ’90 circa. Di strada da fare per arrivare a quella musica italiana ce n’era. La prima tacca l’ha segnata con Ivan Graziani. Poi un po’ di De Gregori. De André gli sembrava politica vecchia in cui già non c’era più da credere, Lucio Dalla era un figo, su quello zingaro di Rino Gaetano eravamo d’accordo: non ci hai mai avuto. La musica italiana, quella della tradizione e dei cantautori, non è mai stata comunque una sua priorità. Mai visto un Sanremo per più di dieci minuti. Io invece, vi dirò, la sfangavo e a un certo punto ci sono andato sotto. Degli autori che conoscevano anche i miei genitori mi piaceva che raccontassero un’epoca finita, un periodo fatto di semplicità e di estati in cui il refrigerio dalla calura lo cercavi in un ghiacciolo alla menta e non nel condizionatore, un periodo in cui nelle campagne ti stupivi ancora quando arrivava il cemento. Degli altri invece mi piaceva che raccontassero un mondo più vicino nel tempo, anche se già lontano, in modo più ironico, come in Banana Republic. O che raccontassero le cose attraverso la poesia, che pensavo avrebbe avuto un valore per sempre. Ma più di tutto mi piaceva il fatto che quella musica fosse lontana da quella che ascoltavano gli altri ragazzi che avevo intorno, dal metal, dal punk o dall’hard core. Mi piacevano da matti gli Shelter ma mi piaceva anche Luigi Tenco e non la trovavo una contraddizione.
Su IO e la Tigre, con il tempo, si sono scoperte un sacco di cose interessanti, ma la più interessante è che IO ascolta un certo tipo di musica, la Tigre un’altra. Generalizzo al massimo: IO ascolta i cantautori, la Tigre ascolta il punk. I ruoli all’interno del gruppo sono divisi anche in base ai loro gusti musicali, lo dicono anche loro da sempre: la carezza e lo schiaffo. Le canzoni sono spesso a metà tra una e l’altro, a volte prevale una, a volte l’altro – perché IO e la Tigre sono due vasi comunicanti non due monoliti – ma spesso ci sono tutti e due: prendi per esempio Il lago dei ciliegi e Cuore nel primo EP, Lei sa e Io e il mio cane in 10 e 9. Su quest’idea forte hanno costruito un ep e un disco.
Poi è arrivato Non finirà e qualcosa è cambiato. La cosa nuova è il rap di Slat, che s’inserisce su una melodia che ha quell’abbandono alla Luigi Tenco e una progressione che ti tira via. Poi, in Tu per me e Bianconiglio ritornano IO e la Tigre. Ma una cosa nuova c’è anche in L’indifferenza. Chiude l’ep e per la prima volta azzera tutto, come neanche Buonanotte o Lentamente (di 10 e 9) avevano fatto, e mantiene solo Cristina Donà e tutti gli autori italiani che piacciono ai grandi di casa mia in un colpo solo. Non finirà è il segno della curiosità di fare le cose partendo sempre, ok, dall’idea iniziale, ma anche volendo provare a vedere come viene e come va, sottraendo e anche aggiungendo. Non so, ma c’è qualcosa di così costruttivo..

STREAMING

Lomax, Oggi odio tutti

Cover Filippo Cremisi

Alan Lomax era un etnomusicologo, produttore musicale e antropologo di Austin, Texas, che inventò un sistema di classificazione degli stili del canto popolare, il Cantometrics. È morto nel 2002. I Lomax si chiamano così perché ne condividono la curiosità per la musica. E basta, per nessun altro motivo, credo. Per esempio però, Alan Lomax ha detto una frase bellissima che è “Ora che in tutto il mondo la gente comincia a sentire il gusto amaro dell’epoca postindustriale, il blues del delta ha trovato un pubblico mondiale”. Woody Allen. Woody Allen è un altro personaggio illustre, per me più illustre di Alan Lomax, nel senso che lo conosco meglio, visto che Alan Lomax praticamente non lo conosco, che fa parte del loro primo EP, che si chiama Oggi odio tutti. Di Woody Allen ripropongono la riflessione “sull’idea per un racconto sulla gente ammalata, che si crea continuamente problemi inutili e nevrotici perché questo gli impedisce di occuparsi dei più insolubili e terrificanti problemi universali” all’inizio di Manhattan, dal film (proprio) Manhattan. Il pensiero di Woody Allen prosegue con un elenco di cose per cui vale la pena vivere. Sono cose belle, oddio, più o meno belle, a seconda dei gusti personali, per esempio io odio Frank Sinatra, sono cose belle ma dette con un tono di voce che ti fa venire un sacco di dubbi persino sul fatto che esistano. Infatti i Lomax ci mettono sopra il basso e lo lasciano (a Woody) ciarlare in sottofondo, e dopo un po’ non è neanche più un sottofondo. Le cose belle non esistono, o meglio, esistono ma le devi trovare sono alla distorsione del basso. Il titolo dell’EP parla (abbastanza) chiaro. Parla della rabbia causata dalle delusioni degli scazzi di tutti i giorni. In un’intervista ho letto che sono cose adolescenziali ma te le porti dietro anche quando diventi un po’ più grande. Magari ti succedono cose per cui non puoi più dargli tanto retta, alle paranoie, ma loro rimangono. Woody Allen è il personaggio migliore che si potesse trovare per indicare questa cosa. Manhattan è il film perfetto. E Woody Allen aveva 44 anni quando l’ha fatto. Woody Allen è molti di noi, o per lo meno alcuni. Parla di problemi psichici apertamente ma li nasconde anche dietro situazioni tragicomiche. I Lomax no, sono diretti e cattivi. I Lomax potrebbero, se io avessi fatto un figlio, e l’avessi fatto abbastanza presto, essere i miei figli. I miei potenziali figli hanno fatto un disco che parla dei grandi in modo molto più chiaro di quanto i grandi non riescano a fare di se stessi. È la prima volta che mi capita di pensare che canzoni di tre ragazzi che hanno la metà dei miei anni parlano un po’ di me. Oggi odio tutti, Come tutti i giorni (che dev’essere altrove), Non vedo l’ora che muori. UN PO’ perché io non odio tutti tutti, ma molti. Non è colpa mia. Per esempio, tra poco andrò in ufficio e di sicuro qualcuno farà qualcosa per farsi odiare, da me. I ragazzi parlano di se stessi ma anche dei grandi e sono più consapevoli dei grandi. Una bella cosa a cui pensare. Bella si fa per dire. Molti gruppi adulti parlano degli adulti ma lo fanno da adulti, tranne gli Altro, che affrontano i problemi come se avessero vent’anni. I Lomax vengono da San Felice sul Panaro, sono in tre, mi ricordano la disciplina dell’odio dei Negazione, fanno punk storto come gli Altro ma con una base ritmica ancora più forte, lo confondono con il nu wave e il post punk e fanno uscire Oggi odio tutti. Ora che in tutto il mondo la gente comincia a sentire il gusto amaro dell’epoca postcrisi, e torna a pensare alle nevrosi e ai più insolubili e terrificanti problemi universali come prima cosa, il post punk dei Lomax, che parla di umore umano oltre al denaro, trova un pubblico mondiale (semicit. Alan Lomax meets Woody Allen).

 

 

COSTUME E SOCIETÀ. Da togliere il fiato

È un problema mio, non c’è dubbio. Ciò non toglie che sia un problema. In generale, ascolto la musica in cui riconosco qualcosa di me, non quella in cui si riconoscono gli altri. Ci sono persone che vanno a qualsiasi concerto, unico filtro è che sia l’evento del momento, di cui tutti parlano, a cui tutti andranno o per lo meno desidererebbero andare. Vanno tutti agli stessi concerti. E poi scrivono, fisso, un commento entusiasta su Facebook, perché bisogna farlo, è la regola. A fine anno, se ci pensi, la tua pagina è come un supermercato, con tutte le esperienze fantastiche per chi ama il rock. È importante. Magari sei anche andato a vedere un gruppo che caghi solo tu (ho detto magari), ma non lo scrivi. Ha poca importanza, perché agli altri non interessa. Con i gruppi giusti invece ogni volta è il concerto della vita, da togliere il fiato, che ti mette in pace col mondo (tutte espressioni molto romantiche), la meraviglia che ti fa prendere 50 like. Non importa se ti perdi tutto il resto, che non ti permette di prenderli.
A me non frega un cazzo della musica in generale, mi frega di quella che mi piace. Non ho mai capito quelli che dicono “eh, ho una grande passione per la musica”. “Musica” in che senso. Tutta? Nella “musica” c’è anche Fabbri Fibra. Non capisco i supermercati della musica. Quelli della musica giusta sono un loro sottoinsieme, che si distingue perché pensa che certa musica sia obbligatoria. E il live ti lascia senza forze. Tre giorni dopo, altro live, naturalmente da cuoricione. C’è da farsi venire un infarto.
La soluzione sarebbe cancellarli da Facebook, o cancellarsi. Però perché? In fondo mi danno anche le idee per scrivere sul blog la mattina del 31 luglio. E poi sono persone interessanti, che fanno un sacco di cose, grazie a loro uno si tiene aggiornato sui concerti, li vive in diretta. Quindi, non c’è rimedio. Vado a uccidermi, lo faccio mentre entro in ufficio, dove la maggior parte della gente ride sotto i baffi se gli dico che la sera prima ho fatto le due perché sono tornato tardi da un concerto in cui ci saranno state si e no 50 persone, mentre loro si mangiavano l’ombra di un bosco e si bevevano cinque bottiglie di vino in due.
Fine prima parte dell’angolo della vita di merda di quello che ha meno like di tutti.

Seconda parte. Dipende da quanto uno ha tempo di rimuginarci, ma ci sono alcune persone che ti fanno riflettere con pessimismo sulle cose che fai. Sarebbe più bello che ti facessero critiche sensate, ma non tutti sono abbastanza intelligenti. Criticano senza cognizione di causa, questo li porta a non centrare il bersaglio. Lo fanno per provocare, per attirare l’attenzione, perché gli manca qualcosa che non riescono a ottenere e le cose che non vanno negli altri sono la scusa per non mettere mai in gioco se stessi. Di motivi ce ne sono molti, ma alla fine sono davvero poco interessanti, perché, di fronte alle cose che dicono, al netto di quelle che non corrispondono alla verità, è sufficiente una briciola minuscola di convinzione in quello che fai per riuscire a pensare con freddezza e concludere che siano tutte stronzate. E sono uno stronzo pure io che che ci rimugino. Quindi, tanti saluti a chi ha rotto il cazzo e torno ad ascoltare quello che loro non sentono perché “eh ma queste erano cose che ascoltavamo 20 anni fa”. E a casa si mettono su un cd di progrock.
Fine seconda parte (credo sia l’ultima), così è chiaro che sono molto permaloso.

21 facce (circa) per 21 gruppi: Italian Party 2017

Docente di storia della fotografia, il professor Marra non esprimeva mai un giudizio sulle cose che spiegava ma si sputtanava irrimediabilmente con il tono della voce. “Non c’è un modo migliore dell’altro, la fotografia concettuale non è meglio di quella classica” diceva, ma le 5 parole che separavano “concettuale” da “classica” erano per lui come un percorso verso l’inferno della noia. L’opinione sincera la lasciava al non detto, che più o meno era “ma se t’intrippi con la concettuale, ti cambia la vita”.

Visto che tra le sue malcelate fotte c’erano i ritratti, quelli senza tanti fronzoli, il giorno in cui ci parlò di Portraits di Thomas Ruff giuro che almeno un paio di volte gli è venuta la voce rotta. La lezione del prof. era: lo sguardo impassibile di TR rende i soggetti anonimi, aiutato dai fondali monocromatici, dai vestiti da Germania Est anni 80, da colori spenti ed espressioni neutre.

Non ricordo se li avevo anche allora, ma adesso ho dei dubbi su quell’interpretazione. Quei ritratti non sono solo piatti per come sono costruiti, sono anche esplosivi per l’effetto che fanno. È la confusione delle dimensioni: Thomas Ruff ha fatto di tutto per rendere le foto monodimensionali, ma l’ha fatto per ottenere qualcosa di penetrante. Questi ritratti non sono “anonimi”, perché c’è una cosa che rompe in modo continuativo e definitivo l’anonimato: ci sono le facce. E non solo perché sono “facce”, quelle che trovi anche nelle carte d’identità a identificare ognuno di noi. Il piattume di tutte le altre componenti delle foto ci permette di concentrarci solo sulle facce. Ed è a causa della faccia che un ritratto non può mai essere completamente inespressivo perché la faccia, anche con l’espressione più neutra del mondo, dice sempre qualcosa.

Tendo a fare foto alle persone di nascosto. C’è il pericolo che mi scoprano ed è piacevole, perché la percentuale di rischio che corro è molto bassa. Trovare il matto che mi becca e mi mena perché gli ho fatto una foto senza permesso è raro, al massimo mi guarda male. Al peggio, mi è capitato che mi inseguisse, per farmi a sua volta una foto come per, boh, spararmi con la stessa pallottola. La componente pericolo è niente se confrontata con l’ansia di chiedere il permesso. Il problema dei ritratti sta nel fatto che il permesso lo devo chiedere per forza. Quando si tratta di sconosciuti, a volte lo chiedo, altre rimango senza foto. Con gli amici, non ho grossi problemi. Sentirsi fare questo tipo di richiesta fa spesso scattare nella persona che deve essere fotografata un’emozione difficile da gestire, tra egocentrismo e vergogna, correnti opposte ma ugualmente selvagge che, scatenate in un unico momento, portano a un’indecisione folle. Alcuni la riescono a vincere, altri no. Tra quelli che la vincono, c’è chi dice comunque no. Ma ci sono anche quelli che dicono si.

Ho in mente come se fosse ieri il momento in cui Marra ha proiettato nel buio dell’aula il primo ritratto di Thomas Ruff che io abbia mai visto. S’intitola Peter Martin. Quando sono uscito dall’aula, mi sono infilato gli auricolari e ho ascoltato Sultans of Sentiment dei Van Pelt, quasi tutto, sulla strada di casa, con la faccia di Peter Martin davanti agli occhi. Quante cose ci sono al mondo così legate tra loro che se pensi a una ti viene in mente l’altra e viceversa? Non so, magari ce ne sono un treno, ma io sono particolarmente fiero di questa. Ogni tanto i ritratti di Ruff mi tornano in mente e mi torna in mente anche che sono legati a quel disco. E viceversa. Spesso riascolto quel disco e allora mi torna in mente Thomas Ruff. Poi, a volte, mi torna pure la voglia di fotografare delle facce.

Con abbastanza piacere, da qualche anno preparo qualcosa per parlare un po’ dell’Italian Party, il festival di To Lose La Track. Quando ho iniziato a pensare a cosa avrei potuto fare quest’anno, all’inizio non ne avevo idea, poi mi sono tornati in mente Sultans of Sentiment e Peter Martin. E all’inizio volevo fare delle magliette con i nomi dei gruppi che suonano al festival, una per gruppo, farle indossare a persone diverse e far loro una foto. I passaggi per raggiungere il risultato erano affrontabili, ma la percentuale di rischio che le magliette venissero uno schifo era molto alta. E ho rinunciato. Che poi perché le magliette, non so. Cioè, lo so, è perché adesso vanno tantissimo, ma alla fine vaffanculo. E se non fosse stata la mia fidanzata a darmi l’idea dei cartelli, forse avrei scritto un pippone sui gruppi e basta, che sarebbe stato sicuramente peggio, o forse no, anche perché il pippone l’ho scritto lo stesso. Comunque, abbiamo spiegato la cosa ad alcuni amici e gli abbiamo chiesto se avevano voglia di farsi fotografare. Hanno detto tutti Siiiii. Le idee migliori che mi vengono sono sempre quelle degli altri, anche perché hanno un senso. Quest’idea aveva un senso addirittura nei miei ricordi, dove i Van Pelt incontrano Thomas Ruff e la musica con le chitarre incontra il ritratto fotografico

Ad alcuni ho fatto io la foto, ad altri ho spedito il foglio e se la sono fatta da soli, o se la sono fatta fare. Band distribuite (più o meno) a caso, una sola regola: che si vedessero il nome del gruppo e la faccia. Alcuni mi hanno fregato ma l’idea c’è. Una faccia, un gruppo. Niente di concettuale quindi, ma la faccia è sempre la faccia. Scusa, Marra.

 

Di gente che si ficca il microfono in gola

(Testo e foto di Maicol)

Sabato 1 luglio c’era Vasco a Modena, che raccoglieva 220.000 persone oneste per i suoi 40 anni di carriera. A Bologna, Zona Roveri, invece, suonavano i Dillinger Escape Plan, che dopo 20 anni di sberle e passeggiate sulle teste del pubblico han deciso di fare basta. Quindi salutarli era d’obbligo.

Passeggiare sulle teste: https://youtu.be/r-lxwlgyhhA

Non sono mai stato un gran metallaro, neanche i DEP in realtà lo sono, ma li ho conosciuti nei primi anni ‘00 quando andava un sacco il metal-core e mi han sempre gasato. Hanno pubblicato 6 album e all’inizio qualcuno ha azzardato a paragonarli, come innovatori, ai Faith No More, difatti il buon Patton ci cantò dentro per un EP mentre aspettavano di assumere quella bestia di Greg Puciato. Credo di averli visti 4 o 5 volte, non ricordo di preciso e quella volta ad Amsterdam non ero esattamente sveglio. Sempre live esplosivi, impeccabili, sempre locali abbastanza scarni (a parte al Vidia, lì era bello pieno, ma era l’apice di quel periodo del cazzo coi ciuffi in faccia, quindi non vale), quei concerti che se vuoi menare qualcuno ti butti in mezzo alla mischia, e quando ti stufi o stai di lato con la birra in mano o sei già in seconda fila. I concerti belli insomma.

Nel 2017, l’altra sera, al loro ultimo live italiano ci saran state 300 persone, o forse 400, più o meno giovani, qualche anzianotto, quasi tutti entro i 40, 5 donne in totale, escludendo le bariste. La metà della gente indossava magliette dei NIN, l’altra metà mi piace pensare fossero ingegneri, perché è quel genere un po’ così, tutto tecnica, rabbia, convulsioni, che ti immagini Ben Weinman (mente e chitarra del gruppo) scrivere i pezzi con una mano mentre si sfila delle trasformate di Fourier con l’altra. E poi quando sono andato per prendere da bere al bar c’era la fila. Quella vera, lunga 5-6 metri, con due persone affiancate per volta, composta. Che Andrea mi aveva appena raccontato di quando due giorni prima, al concerto dei Depeche Mode, gli avevano pisciato sui garretti, per dire.

A far da spalla c’erano OvO e Zeus, non li commento perché non li so apprezzare, mio limite, ma non ce ne sarebbe nemmeno bisogno. Così come della performance dei Dillinger non dirò nulla, perché non c’è nulla da dire, se non che mancheranno. E le foto parlano da sole.

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Love at first Fig: Bennett

E chi sono i Bennett? È già un anno che mi sono fatto questa domanda. Adesso la risposta la sanno tutti, ma allora non la sapeva nessuno. Quel nome mi è apparso per la prima volta sul programma dell’Italian Party 2016. Tramite risposte stitiche a un paio di domande ho scoperto qualcosa. 1) Che si tratta di alcuni avanzi della mossa toscana: bassista dei Chambers, chitarrista e cantante dei Disquieted By, batterista degli Autumn Leaves Fall In. 2) Che fanno musica melodica e pesante. 3) Nient’altro. Su YouTube c’era già un video di un live in un locale, era buio e sembrava che il cantante avesse appena squartato un uomo, nel retro, e stesse scaricando l’adrenalina nel post hard core. Il video aveva un sacco di visualizzazioni. Non so per gli altri ma per me è stato amore a prima vista. Comunque, questi Bennett avevano già fatto un concerto in giro e per trovare uno straccio di qualcosa bisognava guardare su You Tube. Mattacchioni.

Il mese dopo, compaiono sul palco piccolo dell’Italian Party. Era un caldo pomeriggio d’estate e l’aria era fermissima, come se anche lei stesse aspettando in pace qualcosa che le piaceva molto. Non c’è stato nessuno che ha urlato STANNO PER SUONARE I BENNETT ma è come se ci fosse stato. L’attesa era palpabile. La ballotta toscana stava generando la fotta. Del resto, una simile super band (e qui faccio finta di conoscere da sempre gli Autumn Leaves Fall In) non poteva che creare amore. E infatti. I Disquieted By hanno fatto il mio disco preferito del 2012 (giuro). Dopo un po’ hanno cessato di esistere, lasciando un grande vuoto. Andare a vedere i Bennett era andare a vedere il nuovo gruppo del tipo (David) dei Disquieted By: la cosa era buona anche solo per questo.

Del concerto all’Italian Party ricordo che ogni canzone fu un ripigliarsi dopo un periodo di astinenza, perché i Bennett avevano proprio tutta la forza beffarda e ignorante ma precisa dei Disquieted By. Il cantante sembrava una statua quando si bloccava negli stop, proprio come faceva una volta, ma non suonava più indossando solo un paio di culotte. Era tutto vestito. Un mio amico l’ha abbracciato. L’atmosfera era famigliare, come quando arrivi al pranzo di Natale e inizi a salutare tutti e, dopo i 35 anni, ti lasci andare perché ti fa un gran piacere.

Il giorno dopo ho scritto BENNETT su facebook e ho preso un sacco di like. Dopodiché, silenzio per nove mesi. Non io, loro. Lo faranno o non lo faranno questo disco, boh. Poi sono tornati, a marzo 2017, credo, con un video dedicato a Jean Louis Bennett. Sono andato a vederli al Magazzino Parallelo, a uno degli Heavy Show organizzati dal tipo dei Riviera. Ho tentato di fare una foto alla faccia di David pietrificato durante uno stop prima di un go, non è venuta un granché ma l’ho messa lo stesso su Instagram con un po’ di filtri. E ho preso un sacco di like.

Passano le settimane, e niente disco. Poi, il messaggio. I Bennett mandano una mail in cui chiedono agli amici di fare un trailer promozionale, la mail gira e arriva in qualche modo anche a me, ci provo due o tre volte, faccio schifo e rinuncio. Dopo un po’, del trailer non si sa ancora nulla. C’è un motivo, hanno cambiato strategia: Luca Benni, il mio uomo alla Bennett, mi chiede di filmarmi mentre dico una cosa tipo i Bennett fanno cagare, sono molto contento, lo faccio e glielo mando. Sulla porta del mio bagno di casa c’è la targhetta “toilette” e solo dopo un po’ di giorni mi viene in mente che avrei potuto usare quella, come scenografia. Troppo tardi, pazienza. Il 20 maggio il video ESCE: in sottofondo c’è Confidence e tutti dicono che i Bennett fanno cagare. Il mio video non l’hanno messo, perchè oltre a far cagare sono pure degli stronzi. Il promo gira un bel po’ e monta l’attesa del disco, attesa per il 16 giugno. Intanto, su Instagram, loro iniziano a seguire tutti e a un certo punto la mia ragazza mi dice “i Bennett hanno iniziato a seguirmi su Instagram”. Oh_oh. Mi parte subito l’immagine di David senza culotte.

Su TheNewNoise esce l’intervista e vengono fuori le prime date. Lo streaming su Rumore arriva il 12 giugno: eccolo, il disco. È stato come una montagna all’alba. Lentamente è venuto fuori dal buio e si è mostrato. Grande e grosso. Non fa mica cagare, è bellissimo. Believe the hype, non dare retta a quelli del trailer. Ti piace la roba melodica e pesante? I Bennett sono cattivi e simpatici. Non cattivi simpatici come quei personaggi dei film che fanno la battuta e un minuto dopo commettono il crimine peggiore dell’universo (prima scherzavo con la storia dell’uomo fatto a pezzi), cattivi simpatici perché la loro musica è molto pesa, con picchi di satanismo, ma sembra fatta per cullarti. Si capisce meglio quando li vedi dal vivo. Gli vuoi bene e li vorresti abbracciare anche tu, ma intanto ti arriva la chitarra sui denti. È difficile scansarla perché ha quel movimento circolare infinito che t’imbambola.

Dicevo, per me è stato amore a prima vista. Love at first sight, come diceva Kilye Minogue, o Love at first fight, come dicono loro, o love at the first fig, cosa che mi succede ogni anno, dopo un anno di attesa, quando raccolgo il primo fico (in realtà, matalone, quello viola, grande) dall’albero di mio suocero. Quando arriva fine maggio vado e chiedo “Mario! Quando arrivano i mataloni?”, risposta: “Eeeeeh”, che vuol dire che devo portare ancora un po’ di pazienza. Dalla finestra della sala lo vedo, l’albero, ogni tanto lo guardo, ogni tanto vado giù e mi ci metto sotto a controllare a che punto sono. Quando arrivano è una droga. La natura è così meravigliosa che al secondo giro l’albero cambia genere, fa i fichi normali (quelli verdi, che mi piacciono ma non c’è paragone) perché se ti disse troppi mataloni ti stancheresti e l’anno dopo non fremeresti più come quello precedente. I mataloni durano poco quindi, l’attesa rinizia presto. E, quest’anno, il primo matalone è arrivato insieme al primo disco dei Bennett: si sono fatti aspettare uguale, lo stesso tempo, con la stessa intensità. E te ne hanno data poco per volta. Alla fine, sono finiti addirittura su Repubblica.

La promozione dei Bennett non è paragonabile a quella di macchine da guerra del marketing, come i Radiohead o gli U2, che inventano rompicapo quasi ogni volta che fanno uscire qualcosa. In quei casi la percezione di chi assiste è di fastidio nei confronti di un meccanismo che fa finta di giocare e di essere geniale in realtà spinge un prodotto. È musica, ma la stessa strategia potrebbe essere utilizzata per qualsiasi altra cosa. Lo scopo è fare promozione, ok, ma per riuscire davvero serve qualcosa di meno pensato, di almeno apparente spontaneo, di meno fastidioso, e che faccia parlare di musica, non del gruppo allo stesso modo in cui si potrebbe parlare di sigarette o di una macchina. Non c’è nessuna differenza nel dire “i Radiohead hanno oscurato il sito” rispetto a “la Marlboro ha oscurato il sito” perché al centro c’è un marchio, non un contenuto. BRAND. I Bennett hanno promosso il disco in modo simpatico e con tempistiche perfette. Per budget, dimensione e tipo di pubblico questi gruppi non sono paragonabili tra loro, ma a volte i colossi potrebbero copiare dai gruppi indipendenti per apparire più credibili. Oppure, facciano come vogliono, tanto in fondo, chissene, io ascolto ti Bennett. Che mentre scrivevo hanno pubblicato un altro spot.

Non confonderlo con bennettband.bandcamp.com, il bandcamp che t’interessa si chiama pigliabennett.bandcamp.com. E il disco è uscito per To Lose La track e Sonatine.

Teoria per scrivere recensioni liquide, al passo con The Life of Pablo

Il disco liquido esiste già, The Life of Pablo di Kanye West. “Disco liquido” è un’espressione che ho visto per la prima volta (almeno, io) in un articolo su Prismomag (vedi sotto, tra quattro paragrafi). Definizione. È “liquido” l’album pubblicato solo in streaming, in più di una release, ogni volta aggiornato con versioni diverse delle stesse tracce e canzoni aggiuntive. Il supporto fisico diventa inutile e la musica si mette al passo con internet. Fare un disco liquido è infatti come scrivere un articolo su un sito e aggiornarlo con le novità sull’argomento quando ci sono. Cosa che succede già… tutto sta nel vedere come vengono fatte queste modifiche.

Quando sono entrato in casa editrice nel 2007 molti ritenevano che lavorare su internet fosse molto più facile, perché si può correggere quasi tutto in ogni momento. Sul cartaceo non è possibile. Da un certo punto in avanti non si può più fare niente, la stampa rende definitiva una rivista e l’unica salvezza (parziale) è rimediare nel numero successivo. È tutto vero, ma in quel modo si voleva rimarcare la superiorità della carta, proprio perché era una prova più difficile. Al contrario, internet era inferiore, non perché fosse meno autorevole, ma perché era più facile. La conseguenza fu una specie di senso di colpa, non del mezzo ma di chi ci lavorava. Quindi, se si trattava di un piccolo errore, potevi correggerlo, ma se per caso avevi in mente di riformulare una frase o approfondire un concetto, partivano le fisime e spesso si finiva per fare un nuovo articolo in cui si riprendeva quello vecchio. I motivi erano due: non bisognava ingannare chi avrebbe letto e, più semplicemente, non bisognava creare confusione. Due motivi sacrosanti, ma legati al fatto che non ci si era liberati di un modello vecchio, quello cartaceo, e non si riusciva a usare in pieno il modello nuovo, internet. Oltre ai passi in avanti fatti con il 2.0 e con lo sviluppo e l’ottimizzazione dei testi, caratteristiche che hanno reso definitivamente diverso un testo prodotto su internet da uno su carta, dal punto di vista della possibilità di cambiare i testi già pubblicati senza andare all’inferno, da allora abbiamo fatto fondamentalmente due passi in avanti. Il primo: si possono fare modifiche consistenti, a patto che siano visibili e che sia chiaro al lettore cos’è successo. Fino a qualche anno (o mese?) fa, la regola da rispettare sempre su internet era mettere una nota, una data, rendere evidente la parte cancellata con un barrato. Da un certo punto di vista era (o è, si usa ancora) correttezza, necessaria. Dall’altro era come un’errata corrige su una rivista. Il secondo: l’articolo si può aggiustare, aggiornare, ribaltare, senza segnalarlo. Succede nei siti di news, non in quelli di approfondimento, ma ha iniziato a succedere da un po’. Se una news è vecchia e non vale più, non vale più, punto, quello che è successo prima dell’ultimo aggiornamento si può integrare con l’ultimo aggiornamento. Nessuno viene ingannato, ma più aggiornato, perché riceve tutte le notizie più recenti inserite in un discorso continuo, organico. In più, non si crea confusione, se il testo è fatto bene.

Questo tipo di libertà rispetto al modello cartaceo non ha ancora conquistato i siti di critica musicale, forse perché una recensione è un discorso con una parte iniziale, uno sviluppo e una conclusione e non è sempre possibile cambiare l’ordine delle cose tenendo in piedi lo stesso discorso. Non sempre è possibile, ma potrebbe esserlo: si potrebbe aggiustare un concetto, che nella nostra testa ha preso un’altra direzione, cambiare alcune parole, aggiungerne altre e l’articolo corrisponde all’idea che abbiamo del disco adesso. Dovrebbe essere possibile senza incontrare nessuna opposizione della vecchia guardia sostenitrice del “segnalare tutte le modifiche”, perché solo in questo modo l’articolo è sincero e corrisponde davvero ancora alla verità. Una volta ho letto un’intervista a un critico musicale che diceva che aveva cambiato opinione su quello che aveva scritto anni prima ma quando l’ha scritto lo pensava davvero. La sincerità è fondamentale, anche se alcune volte ci sono direttive editoriali che non la tengono in considerazione. Con l’internet liquido, se chi scrive ha voglia di sbattersi, questo problema non esiste più. Alle critiche non sarà più possibile rispondere che l’articolo è stato scritto un anno fa e che sono cambiate tante cose, eccetera. Solo in questo modo si scrive sull’ueb* e non su una specie di carta, solo così si sfruttano fino in fondo le possibilità che ci danno le piattaforme su cui facciamo i siti, dove veramente l’idea su un disco può cambiare nel tempo, e l’articolo seguire la sua evoluzione. Sarebbe bello che i contenuti web sulla musica diventassero questo: quando il tempo e gli ascolti mi fanno cambiare idea su un disco, modifico quello che avevo scritto, quando esce l’album successivo e mi fa vedere sotto una luce diversa quello precedente, intervengo sulla recensione che avevo scritto, senza preoccuparmi di segnalare il cambiamento con date e barrati ma ricreando il discorso. Oppure, visto che internet ci dà la possibilità di usufruire di un numero infinito di pagine, ogni nuova versione potrebbe essere pubblicata in una nuova pagina, in un nuovo link, e la versione successiva essere collegata a quella precedente, e viceversa. È un lavoro potenzialmente infinito ma non è obbligatorio farlo con tutti i dischi, solo su quelli per cui lo riteniamo opportuno. Ed è potenzialmente infinito proprio come lo è il lavoro di Kanye West sul suo disco liquido.

Come per le notizie: a volte i redattori le aggiornano, altre volte, visto che la mole di modifiche e novità è molto impegnativa, scrivono un articolo nuovo. È ok, la libertà di scegliere non deve essere limitata dalla possibilità di aggiornare liberamente un articolo, le possibilità devono convivere. Non si tratta di mettere sullo stesso piano due tipologie di utilizzo diverse, ma di sfruttare la stessa tecnologia per entrambe, se serve, se vogliamo, se è possibile. La libertà di farlo oppure no è un’altra possibilità che ci dà il web. Nelle testate vere, sarà una decisione delle Direzioni. Nei blog, saranno affari dei blogger. Aggiornare le recensioni non è un metodo obbligatorio, è uno dei metodi, internet ce li mette a disposizione tutti e sfruttare tutte le opportunità che ci dà vuol dire anche scrivere usando tutti i metodi possibili. Si può continuare a scrivere solo segnalando gli aggiornamenti di volta in volta o non modificando in nulla quello che è stato scritto, ma così rimaniamo fermi lì, al libro di carta trasportato sul web. E per commentare, criticare o parlare di musica – una musica che non usa già più il supporto fisico ma lo streaming e tutti i vantaggi che dà – usiamo un sistema non al passo con la musica stessa. Ha senso? Quando la musica esisteva solo su supporto fisico, la critica esisteva solo su carta. Erano alla pari, immodificabili una volta stampati. Poi sono nati molti siti internet e la carta è stata giudicata superata. Da un punto di vista dei costi e della fruizione dei contenuti, è davvero superata. Da un punto di vista della creazione dei contenuti, non ha senso dire che è superata se non si usa un metodo veramente diverso per, appunto, creare i contenuti. Molti siti internet sono vecchi già appena nati, perché non usano davvero internet. E usare davvero internet non vuol dire (solamente) fare il bene ottimizzazione e cazzi e mazzi. In campo musicale, adesso, una scrittura al passo con la musica di cui tratta dovrebbe essere liquida. E allora bisognerebbe provarci prima di tutto con le recensioni sull’hip hop e l’rnb.

Da ora in avanti saccheggerò un articolo molto bello uscito l’anno scorso in agosto su Prismomag.com, Appunti per un pop consapevolmente liquido di Francesco Farabegoli. Tutti i virgolettati sono suoi.

“Il 14 febbraio 2016 esce in streaming esclusivo su Tidal il nuovo album di Kanye West, The Life of Pablo. Il rapper dichiara di non essere intenzionato a fare uscire il disco fuori da Tidal, e che con tutta probabilità non produrrà mai più dischi fisici. Kanye West non è nuovo a dichiarazioni del genere, e non ha molto senso mettersi lì a fare la tara. Il disco rimane comunque in streaming esclusivo su Tidal (una piattaforma di cui, ricordiamo, West è socio) per un mese e mezzo: dopo 400 milioni di ascolti, arriva anche su Apple Music, Spotify e Google Play. È il primo aprile del 2016. Il problema è che, in realtà, non è lo stesso disco”.

“Non esattamente, almeno. Kanye West ha effettuato la prima correzione al disco nel mese di marzo: la tracklist è cambiata, e in una decina di pezzi ci sono alcune modifiche – guest vocals inserite o eliminate, tracce separate in due, testi diversi, arrangiamenti diversi… Il 31 marzo, il giorno prima della release di Pablo sulle altre piattaforme, viene fatta ascoltare persino una nuova traccia al release party dell’ultimo disco di Yo Gotti. La traccia si intitola Saint Pablo e leakka su internet, finendo per un breve lasso di tempo su Apple Music. A questo punto il disco è uscito in tre versioni diverse”.

Non si tratta di un’idea innovativa. Come scrive Francesco a proposito del cofanetto di Zaireeka dei Flaming Lips, uscito nel 1997: “Il gruppo in effetti ha pensato i quattro CD in modo che l’ascolto stia in piedi anche ascoltandone uno singolo; in questo modo Zaireeka può essere ascoltato, virtualmente, in quindici versioni: quattro CD singoli, sei combinazioni di due CD, quattro combinazioni di tre CD e il play simultaneo di tutti e quattro. E poi bisogna considerare le microvariazioni, le piccolissime differenze di runtime da un player all’altro, la precisione nel riuscire a far partire tutte le tracce nello stesso momento; e poi ci sono il volume puro di ogni impianto da cui la musica esce, e le caratteristiche del suono che esce dagli amplificatori di ogni impianto. Il numero di variabili fondamentali coinvolte nel processo rende Zaireeka un disco radicalmente diverso ogni volta che lo si ascolta“. La vera novità del disco di Kanye West consiste nell’aver sfruttato a pieno le potenzialità dello streaming: il suo album non sarebbe stato modificabile allo stesso modo se fosse stato pubblicato sui formati tradizionali, mp3 compreso. Se Kanye West ha pubblicato un nuovo disco-aggiornamento del precedente, non ha senso vedere ancora in giro una recensione del disco che non esiste più e che non corrisponde più con l’idea che di quel disco vuole dare l’autore. O non ha senso non vedere l’aggiornamento di quella recensione.

Kanye West fa hip hop. Molte delle novità adesso passano per quel genere – anche se non solo, ma la maggior parte di quelle che sono più in vista e che hanno una maggiore diffusione. Di sicuro, di dischi rock (uso questa parola mettendoci dentro tutti i generi che possono entrarci) liquidi non se ne sono ancora visti. Anche Zaireeka era un’opera statica. Ma fino a quando resisterà il rock a fare solo dischi in modo tradizionale? Quando non resisterà più, chi avrà già iniziato a scrivere recensioni liquide, potrà dire di averlo fatto per primo.

Un disco rock fluido serve, e presto anche. Infatti… “The Life of Pablo, anche in questo un disco estremamente 2016, risponde con grandissimo intuito a uno dei più grandi bisogni dei dischi pop che escono oggigiorno: monetizzare su un hype istantaneo. Il clamore generato dal disco oggi batte il tempo del totale disinteresse che la gente manifesterà dopodomani: per allora tutti si saranno fatti un’idea della musica, l’avranno espressa sui social o avranno pubblicato una recensione da qualche parte. Non potendo contrastare la tendenza dell’hype a durare sempre meno giorni, l’artista pop si attiva per moltiplicarlo in più episodi temporalmente scansionati. Le continue ri-pubblicazioni di Pablo costringono il fan fedele a continui riascolti, quantomeno per il dovere di cronaca e/o nell’ottica di sgamare la prossima mattata di Kanye West”.

Ma ha senso la supremazia della tecnologia sulla musica e sulla scrittura? Le porta a migliorare se stesse? Per concludere in qualche modo, ritorno un attimo a cose che ho scritto sopra. Con la musica liquida, cambia il concetto di opera d’arte, che non rimane sempre la stessa una volta conclusa, ma si aggiorna. È migliorativa nella misura in cui è un cambiamento forte. E lo è. Nella scrittura, è migliorativa nella misura in cui la critica su internet non è più contestualizzabile, in nessun modo. Normalmente, bisogna sempre contestualizzare un disco, una recensione, porli in rapporto ai tempi in cui sono stati realizzati. Aggiornando l’articolo, o il disco, nascono ogni volta rinnovati, ricontestualizzati ad adesso. Non muore la contestualizzazione, che arricchisce il contenuto, muoiono solo i limiti che essa impone ai testi col passare del tempo. E quando non ci troviamo d’accordo con quello che leggiamo non avrà nessun senso dire “bisogna contestualizzare”, che attualmente è giustissimo. È un vantaggio o no? Quando si spoglia un’opinione della protezione del tempo, la si mostra nuda senza la possibilità di essere protetta da niente, in quel momento la si mette davvero davanti al confronto con gli altri, per quello che è e per quello che vale. Dal punto di vista di chi scrive, è una soddisfazione enorme non dover più temere la frustrazione (più probabile su internet – con le condivisioni – che non con la carta) di ritrovarsi di nuovo di fronte a una cosa che ha scritto tempo fa e che non pensa più, ripescata da qualcuno. Per ritrovare quello che si è scritto anni fa ci sono le riviste e i libri. Perché dobbiamo usare internet allo stesso scopo? Internet ci dà la possibilità di rimaneggiare, rivedere, sviluppare (su una stessa pagina o su pagine diverse) ripensare un’idea e l’impostazione che le abbiamo dato in un articolo. Usiamola. La musica si è messa al passo con internet generalista, adesso l’internet sulla musica deve mettersi al passo con la musica. Problema: negli articoli per cui scegliamo la modalità “aggiorna sullo stesso link”, rimangono i concetti che vogliamo far rimanere ma scompare lo storico. Soluzione: ogni scelta è perdita e ci porta a definire ancora meglio la strada che abbiamo preso, differenziarla in modo forte dalla carta, perché deve coincidere con noi, essere la nostra opinione, adesso. La carta è un mezzo diverso, non dobbiamo bruciarla tutta, ma usarla per i suoi scopi. Internet ci mette di fronte a una scelta: per scrivere una recensione, possiamo usarlo come se fosse più o meno carta o come se fosse internet. Dentro a uno stesso sito, possiamo usare entrambi i modi. Chi decide di aggiornare liberamente, sfrutta le possibilità che la tecnologia gli offre in modo coerente e con un occhio di riguardo allo sviluppo di un contenuto vero e corretto da un punto di vista critico. Chi decide di non farlo, no.

* questa splendida gag nasce dal fatto che, nelle mail che inviava ai clienti, un commerciale con cui ho lavorato fino a qualche mese fa scriveva sempre “offerte per l’ueb”.

Mt.Zuma e altre cose che secondo me c’entrano con loro

Qualche giorno fa Manuel Agnelli ha pontificato sull’indie italiano. Ha detto che non ha i contenuti, non ha l’attitudine, è musica leggera camuffata da indie perché non esce per una major, è il peggior Venditti fatto male, eccetera. Qualcuno gli dica che The Giornalisti vogliono fama e figa e non gliene frega niente di essere indipendenti. Poi c’è stata la risposta di Paradiso, dei The Giornalisti, che ha detto che il peggior Venditti è comunque meglio del miglior Agnelli. In sostanza si son fatti due chiacchere a distanza, senza troppo impegno, e hanno tirato la merda sopra a chi era più facile tirarla: Venditti. Mi sono un po’ risentito di questa cosa e ho scritto all’ufficio stampa di Venditti per avere una replica o qualcosa di simile. Non ho avuto risposta e dovevo immaginarmelo prima: non possono rispondere a tutti e in fondo, anche se in cuor suo avrebbe voluto mandarli affanculo, era chiaro che Venditti avrebbe scelto di non rispondere alle provocazioni. Sarebbe stato divertente però. Al di là di tutto questo, e oltre al fatto che Agnelli non ha capito la differenza che in tutto il mondo si è creata da anni tra indie e indipendente, la cosa che mi ha fatto più incazzare è che continui a sentenziare molto sulla musica indie credendo di parlare di musica indipendente e non sapendone niente, non sapendo che in realtà la musica indipendente in Italia esiste ma che è un’altra e lui non sa neanche dove cercarla. È rimasto fermo al Tora! Tora! Festival o alla serata degli Afterhours a Sanremo, quel periodo in cui si sentiva capo dell’indie italiano e voleva assolutamente divulgare il verbo, mantenendo l’attitudine.

Per esempio, i Mt.Zuma. Con una battuta su un comunicato stampa hanno asfaltato tutto quello che Agnelli ha detto. Non l’hanno fatto di proposito, la loro non è una risposta pensata e strutturata per Manuel Agnelli, e neanche una risposta. È presa da un altro momento, da una situazione lontana, è talmente estranea da essere successa prima dell’intervista. Corrispondendo però alla realtà del mondo di cui Agnelli parla senza sapere nulla, può essere considerata una risposta alle sue teorie.
Facciamo conto che i Mt.Zuma dopo le prove vadano sempre in una pizzeria al taglio di Bologna, di quelle in cui un quadretto o uno spicchio sono grandi quanto una mano di Gianni Morandi. La pizzaiola li conosce bene ormai, tanto che una sera gli chiede perché dopo mesi di sala prove siano ancora lì e non vadano a X Factor. Loro, masticando la crosta bubble gum della pizza e cercando di risolvere il pastone che gli si è fermato sul gozzo con un sorso di Splugen, rispondono: “Vorremmo farcela da soli”, “Sì, ma anche non farcela, da soli”.

E tutte le teorie di Agnelli perdono senso, se ne hanno avuto mai. Adesso come adesso, i Mt.Zuma non vogliono farsi conoscere e questo sembra proprio il contrario del “divulgare il verbo” per essere d’esempio ad altri. Vogliono suonare la musica che vogliono suonare, anche a pochissimi, che però valgono oro. Non c’è un disegno di conquista o la volontà di mantenere un’attitudine decisa per legge, comunque il disco è bello e mi pare che sia una cosa importante. Non esiste un solo modo di fare, non esiste solo la voglia di far diventare famoso l’indie, ma immagino che uno che suona possa anche voler semplicemente suonare quello che vuole. I Mt.Zuma sono con una piccola etichetta, More Letters Records, suonano musica che nessuna radio passerebbe ma con le melodie più belle che si possano sentire. E And I Love You and I Don’t Mind è un pezzo del testo di Anna and I che riassume tutto con otto parole. La comunione d’intenti, le idee chiare sui gruppi che ti piacciono davvero, distorcere tutto, il voler suonare, saper suonare ma non saper suonare e farlo subito sono sufficienti per fare un disco così, più spedito di ogni band con un percorso chiaro in testa, che è legittimo, ma non può essere imposto da un guru. In Romagna per descrivere qualcuno che va sempre dritto al punto si dice “ha poche ossa nella maletta”. Di solito si usa per le persone ma penso che si possa usare anche per un disco. Quando Manuel era indie, o diceva di se stesso di esserlo, e si proclamava ambasciatore della musica indipendente in Italia portando in giro il Tora! Tora!, aveva già perso tutto, non conosceva più lo spirito che ha permesso ai Mt.Zuma di fare il disco che hanno fatto.

Al netto di tutte queste pippe, la musica dei Mt.Zuma è amore per l’indie rock degli anni ’90, di quelli con la chitarra che viaggia con giri veloci e distorti, il basso corre come se la strada fosse solo in discesa, con una spontaneità, una voglia e un’originalità che a volte penseresti che non possono coesistere, la batteria sembra stare lì solo per tenere in piedi tutto in realtà dietro ha un mondo suo e la voce canta le melodie più immediate ma necessarie che ci siano, come alcuni Sebadoh. Aggiungi il noise rock e Neil Young meno hippie e puoi immaginare che i Mt.Zuma stiano facendo una scorpacciata di questa roba in questo momento e la stiano riversando dentro alla loro musica, con quella forza che solo questo attimo d’amore può dare, e nessun altro momento successivo. Credo facciano parte di una serie di gruppi venuti fuori in Italia negli ultimi tempi, come Big Cream e Any Other, il cui decennio-riferimento è lo stesso ma ognuno dei quali ha preferenze precise. Una volta c’erano anche i Clever Square e gli Unhappy, purtroppo adesso non esistono più. Può anche essere considerata musica eccessivamente legata a determinati modelli, di cui magari prima o poi ci si libererà, ma per quanto mi piaccia sentire che qualcuno (Alex G) cerca di sporcare con idee nuove i punti di partenza, questi dischi continuano a uscire e io continuo ad ascoltarli e non è che ci sia nessuno che mi obbliga a farlo, che mi punta una pistola alla tempia, quindi è chiaro che ci provo gusto. Perchè è proprio anche l’idea che mi piace, quella di fare una cosa unica della musica che vuoi ascoltare, prenderla, masticarla con foga e trasformarla di nuovo in canzoni, come un organismo vivente che genera vita mangiando solo quello che gli piace. In più, se sei anche capace di scrivere i pezzi belli come i Mt.Zuma, allora fai bingo.

streaming: Mt.Zuma (6 pezzi)