Ma da quant’è che adori il male assoluto? Big Cream, Rust

Big Cream.
Un nome che ti fa venire voglia di sbrucolarti nel gelato, in una vasca grande come quella nuvola spumosissima che hai visto ieri. È un’immagine poetica, troppo. Quindi meglio farsi venire in mente subito un’altra cosa. Le caramelle. Quelle di gelatina, con lo zucchero sopra, anche loro sono cremose. Le migliori sono le Leone (dal 1857). Pucciolotte che ogni volta che ne vedo una la contemplo pensando la mangio o non la mangio? È più bella, più gustosa, ma dentro è malvagia e nasconde un’ombra scura più di tutte le altre caramelle del mondo: l’iperglicemia. Per questo, è praticamente irresistibile: il fascino del male.

Cummenna avvocato del diavolo
Quando ho scoperto di adorare il male assoluto? Più o meno alle medie, quando tutto quello che mi piaceva era considerato inferiore, spazzatura, dai miei compagnucci. L’apice lo si raggiunse all’università, quando un ingegnere del cazzo amico di un mio compagno di appartamento mi chiamava sempre “altevnativo” (aveva la r moscia da cummenna) e lo diceva guardandomi con lo stesso disprezzo e la stessa rabbia con cui si guarda una roba proprio così diversa da non poterla accettare, come se fosse il male assoluto. In quel periodo ho scoperto che mi piace il male.

No way out
Fortuna che qualche amico con i miei stessi gusti l’avevo. Per un po’ di tempo, ho trascorso periodi sereni adorando il male, compravo dischi, andavo ai concerti, ne parlavo con i miei fviends. Poi un momento di oblìo, in cui iniziamo a diventare grandi, a nessuno pare freghi più un cazzo di quella musica, eccetera. Lo accetti di buon grado, ognuno fa le proprie scelte, respect, tanto che ci caschi anche tu. Per fortuna per un poco tempo. Dopodiché, più avanti, arriva il revival anni ’90 e tutti inziano a imitare, ascoltare, vestirsi come la musica del decennio in cui eri altevnativo. Che quindi è musica vecchia. Come ci sono i revival anni 60, 70 e 80, arrivano quelli dei 90, è giunto il momento, sono passati i vent’anni che servono per ‘ste cose. Sei fottuto. Sei come tuo zio che 20 anni fa ti menava la uallara coi Rolling miglior gruppo dell’universo, “altro che la roba che esce adesso”. Perché nel frattempo è uscita altra roba, gli stili si sono evoluti, ora sono altre le cose che piacciono ai giovani. C’è l’elettronica che ha fatto passi da gigante, e l’hip hop pure. La musica che ti piaceva una volta e ti piace ancora è roba da vecchi, ad alcuni piace, si, ma per altri è da buttare nel cestino e dimenticare, è ciò che non ti permette evolvere, è il male. E ci risiamo.

Tu che sei diverso
Poi invece è curioso che alcuni gruppi giovani siano così ingarriti con quella musica che si mettano a farla. È diverso da quello che era successo con l’hard rock o con la musica degli anni 60, per dire, almeno nella mia zona. Abito nella Valle del Rubicone, il posto in cui la maggior parte dei giovani ascolta cose cinghione tipo Creedence Clearwater Revival, Jethro Tull, Van Der Graaf Generator o anche non riccardone ma che riescono a esserlo lo stesso, tipo i Doors eccetera. C’è stato un periodo, negli anni 90 e anche nei 2000 in cui c’erano un sacco di cover band di quella roba. O comunque la gente che suonava la faceva smenando un casino sulla tecnica. Non ho mai condiviso l’amore per la stra-tecnica, mi toglie proprio tutta la poesia. Performing (e un album a scelta tra The Wall, Aqualung o L.A. Woman o non so che altro) in its enterity campeggiava in eterno sulle locandive. Quei ragazzi che lo facevano provavano un gusto incredibile nel replicare alla perfezione quei modelli, forse perché essendo i modelli grandi méntori della tecnica ti facevano sentire un po’ come a scuola, loro sulla cattedra, tu sotto. I ragazzi che adesso fanno l’indie rock (fuori dalla mia Valle) hanno dei modelli ma non li replicano, è difficile trovare una cover band dei Dinosaur Jr o dei Silkorm o dei Nirvana. Se scherzi su J Mascis con loro hai le stesse probabilità di essere preso a calci che se scherzi su Jim Morrison con gli altri regaz della Valle del Rubicone, ma l’atteggiamento strumenti alla mano è diverso. C’è più fantasia e personalità. Niente è stucchevole, in adorazione, c’è forza di volontà nel superare il mood fotocopiatrice. No vintage approach.

Ci stanno dentro
Mt. Zuma, per esempio, sono un gruppo i cui riferimenti sono chiari e dichiarati ma non ricalcati. La stessa cosa vale per i Big Cream, che tra l’altro hanno fatto uscire il 18 maggio il nuovo disco, Rust. Un altro tassello a favore della loro personalità e della non-copia-incollatura delle canzoni, è il fatto che in questo disco abbiano modificato il loro suono. Io vedo ancora in giro gente sul palco vestita con i calzoni di pitone che urla Light My Fire in un microfono qui da noi eh, e quindi sarò particolarmente sfortunato, ma i Big Cream hanno rimaneggiato la formazione (il vecchio chitarrista se n’è andato e l’ex batterista è diventato chitarrista, con un tiro da paura tra l’altro) e questo li ha spinti ad abbandonare quel velo di shoegaze (ma proprio un velino eh) che avevano, ad allontanarsi dai vecchi ascolti (emo) e a buttarsi senza paracadute su Dinosaur Jr, Silkworm eccetera. Non si sono accontentati di questo però. Come non sentire quel suono più in-uterino che prima non c’era. Via i pensieri, vendicano l’indie rock da tutte le discussioni, i pippoloni sulla retromania e sulla necessità di liberarsene. Non c’è bisogno di libersene, è divertente. Poi io a casa per i cazzi miei mi posso pure ascoltare Jlin. Freedom. Ma lasciamoci anche andare all’automazione, troviamo quello che di robotico c’è in noi, meccanizziamoci, usiamo la coazione a ripetere nella vita, riprendiamo il passato e rimettiamolo sul piatto (però non come fanno i fricchettoni). Che parta la riconciliazione con l’indie rock più sfacciato e più soddisfacente, ci sono gruppi che lo fanno anche adesso e gli stanno dando nuova linfa vitale. La nostra automazione è la loro creatività.

E scopriamo anche il fascino dell’ascoltare questi pezzi di passato dentro a questo flusso digitale di informazioni che una volta non esisteva ma che adesso regna, detto anche streaming. Due epoche che s’incontrano nel mondo che amiamo a dismisura, che frequentiamo ogni giorno (il UEB), e stanno bene insieme. Dev’essere un segno del destino. Sono così perfette insieme che non lo si può ignorare, e non posso ignorare una e neanche l’altra. Abbandoniamoci alla fusione. Godiamoci questi pezzi di passato mai terminato schizzati dentro all’UEB, che continua e continuerà ad essere il nostro futuro, interpretati dai giovani che ci stanno dentro, rotoliamoci dentro alla crema e godiamoci il corto circuito. I Big Cream sono così dentro al mondo e al tempo che hanno fatto uscire il disco in cassettina e anche su spotify, perché appartengono a entrambe le epoche e le fanno convivere. Sono come viaggiatori del tempo che fanno la musica, la congelano, la portano con sé nel viaggio nel passato, la risuonano, la ricongelano, la riportano nel presente, riscontrano qualche differenza di device, la riadattano e si riparte. Solo quando tutto è deciso, il disco è pronto: Rust. L’astronave della copertina è la loro DeLorean.

Pogability
Rust è potente, sin dall’inizio. È un’energia dentro al passato ma anche fuori. Non c’è altra canzone con cui si possa immaginare meglio un pogo di Cannon Fuse. Un po’ meno gancio ce l’ha Ruins, ma rimane sempre alto il livello della pogabilità. Poi, con Desert Evening, una canzone di Neil Young con lo scazzo sfacciato e provocatorio del solito Cobain, precipitiamo al livello zero. È una bellissima e depressiva canzone con un vago retrogusto di Alice in Chains. Sembra che i Big Cream siano caduti nella noia della provincia americana e abbiano trovato il canale giusto per tirarla fuori. Ma loro sono di Zola Predosa: la testimonianza del fatto che tutto il mondo è paese. Qual è la storia di questi tre ragazzi? Vivono vite più o meno serene, almeno credo, ma trovano il modo di cacciare delle note così ad altissimo tasso di pessimismo e fastidio, a testimonianza del fatto che non è come vivi ma come la vivi. White Witch un po’ si riprende, le due chitarre qui si divertono più del solito. Rust è un disco in cui di intrecci belli tra basso e chitarre ce ne sono. Se li vedrete dal vivo, noterete in particolare quanto ci dà il chitarrista. La pogabilità torna elevatissima con Peanuts, che è una di quelle canzoni in cui all’inizio ti vedi già col dito alzato sotto al palco, e improvvisamente sei capovolto, hai i piedi in su. Poi, torna la lentezza di Desert Evening. In questo senso, in Rust ci sono passaggi che non prevedesti neanche col siero del futuro. Peanuts risale la china gradualmente e alla fine ti trovi ancora coi piedi in aria. Non poteva mancare la ballata in stile finta-ballata, Hawaiian Snow: facciamo una pausa ma non troppo, han detto. Qui il basso con la sua lentezza infinita sbranca tutto proprio come quando registravi le tue canzoni in cantina tempi fa. Si chiama Stile. Quanto avremmo immaginato che potesse venire fuori dal batterista un campanaccio? Zero. E invece succede subito, in Golden Scissors, che per il resto ha la stessa presabene di Endless Nameless ma è incredibilmente blues. Non abbiamo tempo per farci prendere malissimo, questi sono tempi in cui non è che puoi stare lì a. Let’s pop con Little Check. Han detto: tutto bene, ripigliati. Poga un po’. Il cielo si apre nel gran finale con Gatlin, in cui la pogability torna a livelli stellari.

C’è bisogno che questi ragazzi si allontanino dai modelli per esprimere completamente se stessi? Sicuramente si, più avanti magari, per ora hanno voglia di e sono bravissimi a suonare questo: il male assoluto. È un male aggiornato, attraente, ancora più irresistibile delle caramelle Leone, che mantengono pur sempre quell’aria un po’ vintage, esattamente come i Doors. E a me l’aria vintage mi fa cagare, capito?

Ascolta Rust >>> bandcamp

LUI MENTA. TRAMONTO: i Van Pelt in Italia

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Agosto, nel 2014, arrivò come tutti gli altri Agosto degli altri anni. Godersi le ferie, forse andare via per qualche giorno, magari rivedere qualche amico che è da un anno che non vedi. Nel 2014, a casa, avevamo pianificato tutto tranne l’aereo almeno da aprile: un bel giro in macchina in Sicilia, con partenza non intelligente il 12 agosto e ritorno il 19. In Romagna abbiamo il mare, molti lo odiano, ma quelli che ce lo invidiano ce lo invidiano di brutto, i milanesi in particolare. Per loro, la riviera è un sogno e se gli dici che il mare è sporco e la proposta turistica è ferma a 40 anni fa – sempre Liscio tradizionale, Liscio delle nuove generazioni, Liscio di domani, cibo grasso e sale giochi – la prendono sul personale, anzi, sul regionale. Ma cosa dici? È perché tu ce l’hai sempre, vieni a vivere in Brianza poi mi dici. Cose così. L’abitudine nasconde le fortune in effetti. Non averle a portata di mano, d’altra parte, tende a fartele idealizzare. Non so quale delle due posizioni sia vera, immagino che tutto sia relativo, ma sembra davvero una sfida senza fine: sono anni che mi capita di cascarci dentro, alla volta di maggio o al massimo giugno, ogni anno.

Sicché nel 2014 io e la mia ragazza decidiamo di scappare dal nostro mare e andare a cercarne un altro, molto più bello, perché siamo degli irriconoscenti. Nei giorni successivi alla prenotazione, la Fede pianifica tutto, io sono contentissimo perché mi sembra che decidiamo tutto insieme, in realtà decide tutto lei. Siamo carichi: andiamo qui, poi lì, amore ti porto alla Valle dei Templi che non ci sei mai stata, andiamo a mangiare il pistacchio e le mandorle a Bronte e ad Aci Trezza sulle tracce dei Malavoglia. A maggio siamo ancora lontani, siamo nel pieno dell’attesa e l’affrontiamo con serenità. Senonché, iniziano a girare strane voci. Su Facebook, alcuni amici iniziano a spammare date in Italia dei Van Pelt nei giorni intorno a ferragosto. La prima è il 13 a Vittorio Veneto, a Treviso, altro posto in cui c’invidiano il mare. E noi gli invidiamo il vino. La seconda è fantasma, stanno cercando il posto in cui farla. Poi, una mattina, viene fuori, boom, all’improvviso: il 14 agosto, all’HanaBi di Marina di Ravenna. In riviera! All’improvviso la riviera romagnola si trasforma nel posto più cool d’Italia, dove tutti festeggeremo il sempre odiato ferragosto, per vedere la miglior band del mondo, insieme agli amici vecchi e nuovi con cui l’abbiamo condivisa o la condividiamo ancora. Dopo i primi minuti di gioia totale, durante i quali in ufficio ho sorriso a 36 denti anche al collega puzzone che mi stava uccidendo col suo alito, ecco che mi arriva l’ossigeno al cervello e con lui anche la verità, crudele: il 14 agosto. Noi partiamo per la Sicilia il 12. Tengo botta, non mando nessun messaggio alla mia ragazza. Tanto sa già tutto. Esco dall’ufficio e mi precipito da lei, che per fortuna lavora in un negozio e uno può entrare quando vuole. Lei va raccontando in giro che quel giorno entrai urlando VOI MI VOLETE MORTO. Io non ricordo che sia successo, voi potete crederci però. Ero al bivio della vita: portare in vacanza la mia morosa in un posto romantico ma anche pieno di storia e letteratura (leggi: fare IL figurone definitivo) o vedere dal vivo i Van Pelt. Non The Lapse o Chris Leo da solo, i Van Pelt, la mia chitarra la mia batteria la mia voce e il mio basso preferiti tutti insieme, anni di fissa su come Chris Leo suona la chitarra, anni di ascolti, gruppo di amici, gruppo di ascolto con gli amici, periodo della vita finito che ritorna a essere il presente tutte le volte che in macchina, sul piatto o con l’mp3 sento quelle tre note di The Good, The Bad & The Blind. Tre note, bastano tre note per fermare il mondo. Tutto questo, il 14 agosto.

Cosa facciamo? Sicilia o Van Pelt? Qualche secondo di indecisione finché lei non pronuncia le fatidiche parole “Se vuoi, possiamo spostare la prenotazione.. partiamo il 14 subito dopo il concerto”. Io dico sì ed equivale a un sì per tutta la vita. “Tutto tranne l’aereo”, ricordate? Decisione saggia, perché cambiare prenotazione senza perdere soldi all’hotel si fa, per l’aereo è più complicato. Problemi da viaggiatore Ryan. E la tabella di marcia si aggiornò in un attimo: prepariamo le valigie, andiamo a Marina di Ravenna, guardiamo il concerto, partiamo subito dopo, E45 fino a Roma, a Fiumicino abbiamo il volo alle 7, atterriamo a Catania, noleggiamo la macchina ed è fatta. Tutto in una notte.

Il 14 dormo buona parte del pomeriggio, verso le 19 partiamo e andiamo a Marina. Mangiamo una piadina cattivissima in un baracchino sulla strada, i Van pelt iniziano a suonare, fanno un concerto stupendo, anche se non siamo tutti lì, alcuni amici mancano, anzi troppi, ma è la vita. Mi risveglio che sto guidando e siamo già arrivati a Terni. Ci fermiamo in un Autogrill dove un uomo e una donna stanno festeggiando il ferragosto in silenzio, fumando dentro al locale, sopra a un posacenere che ha lo stesso profilo dei monti dell’Appennino che ci siamo da poco lasciati alle spalle, davanti a una birra e al video poker. Minchia. Da quella sera, penso spesso dio benedica la riviera romagnola e quello che ci permette di fare.

Sempre in quei giorni, era venuta fuori un’altra data dei Van Pelt, un secret show in un giardino a Corlo di Ferrara, il 12. Di quella sera, Flying Kids Records e Gringo Records hanno fatto uscire, quest’anno, dopo circa un anno e mezzo, un doppio vinile che inizia con Chris Leo che dice

“Enrico, quando tu sei pronto noi siamo pronti. Pronto.”

E attaccano con The Young Alchemist, Nanzen Kills a CatThe Good, The Bad & The Blind. Nel frattempo, in quest’anno e mezzo, sono successe alcune cose. Tra queste, un matrimonio (non il nostro) durante il quale a un certo punto ci siamo messi tutti le maschere dello sposo e abbiamo buttato su una chiavetta USB con le sue canzoni preferite di sempre. La terza era The Good, The Bad & The Blind. Lui non c’era il 14 agosto, ma la sera del suo matrimonio se l’è ballata tutta quella canzone, sotto alla consolle. In questo momento fuori c’è la nebbia grossa e sono in cerca di certezze facili ma a me sembra chiaro che, in quel modo, almeno un po’ di quella serata di un anno e mezzo fa allo sposo gliel’abbiamo restituita.

Al contrario, Tramonto, seppur in altro luogo, della serata del 14 agosto 2016 non ne restituisce solo un po’, ma ridà tutto: i momenti di esaltazione, di commozione e quelli di divertimento. In più, ha l’intimità propizia di un secret show, a un metro da quel nano con le espadrillas e il tirabaci che è Chris Leo. Che alla fine del disco, per presentare l’ultima canzone (St. John the Divine), chiede al pubblico se qualcuno la conosce, uno risponde di si e lui inizia a urlare “Bugiardo! Lui menta, lui menda!” e poi dice una cosa come: “aiscek e faindeeee.. ee fvadello”. E i Van Pelt attaccano, chitarra, basso e batteria incastrati come solo loro li sanno incastrare. Simpatia e saper suonare. Che è poi quello che offriamo noi qui sulla riviera romagnola.

Fvadello, ascolta TRAMONTO

Disco week-end. Labradors, The Great Maybe

Labradors-The-Great-MaybeÈ possibile che alcuni dischi d’inverno non dicano tanto e in primavera sbombino? Si che è possibile, è una questione di sensazioni che sei disposto a recepire (oppure no) se sei di un umore (oppure no). Succede solo se sei meteoropatico. E non deve essere per forza una patologia, basta anche solo una cosa superficiale. Cioè è sufficiente subire anche solo un po’ l’influenza di un cielo azzurro o di un cielo grigio. Per quanto mi riguarda, un cielo grigio di solito mi deprime e mi mette addosso un po’ di malinconia, che non è una cosa bella, ma a volte mi ci crogiolo. C’è chi trova divertente un cielo nuvoloso, ma solo chi è bipolare. Un cielo sereno in primavera, magari col sole, mi fa venire la bolgia. Anche se quando siamo verso metà giugno mi già ha rotto. E non vado mai al mare.

The Great Maybe dei Labradors in gennaio non mi aveva colpito particolarmente. Verso marzo ho iniziato a sentirci robe. Ho iniziato a non essere d’accordo sul fatto che il disco abbia un suono che ricorda solo gli anni ’90. È forse perché il mio cervello processa in modo sbagliato le informazioni, ma secondo me è così. Il suono dei Labradors è morbidissimo, negli anni ’90 spesso i dischi rock suonavano secchi e definiti e mi piaceva molto il fatto che un album registrato a Los Angeles potesse eventualmente sentirsi come uno registrato a Bagnile di Cesena.

Gli anni ’90 in The Great Maybe ci sono, ma i richiami non sono mai diretti, c’è sempre qualcosa che mi fa dire “però non suona del tutto anni ’90”. The Great Maybe ricorda i Foo Fighters dei primi due dischi che, pur essendo usciti nel ’95 e nel ’97, nella mia testa non hanno un suono anni ’90 ma uno tutto loro, che col tempo è stato distrutto, e adesso, pensando a com’era all’inizio, non so neanche dove collocarlo quel suono, perché mi sembra che non sia mai esistito. Le canzoni che mi ricordano di più i FF sono Big Sure e Tearing Up the Globe e non è solo una questione di “suono” ma di modo di spingere sul ritmo e renderlo incalzante. La batteria elettronica che parte in mezzo a Tearing Up the Globe la trasforma però in qualcos’altro, una specie di space rock con un basso a metà tra gli AIR e i Pink Floyd, ma sempre con la fotta di mantenere alto il ritmo. Il finale di Big Sure è la cosa che ho più voglia di vedere eseguita dal vivo dal mese di marzo.

Il primo pezzo di The Great Maybe (I Won’t Let Anyone Hurt You) mi spiazza ancora come la prima volta: sembra una delle ballate che scriveva Coxon quando era in forma e, allo stesso tempo, una canzone scritta per un film, per una scena di serenità. Non è l’unico episodio spiazzante del disco. C’è anche Mario, in cui Willis Earl Beal ed Evan Dando cantano su una musica brasiliana e il tutto ricorda una canzone hawaiana che ho sentito nel film Aloha. Si, ci sono delle cose riconducibili ai veri anni ’90 (il Re Evan) ma sono sinceramente dettagli. Leggere i commenti che ricollegavano The Great Maybe solo agli anni ’90 e poi sentire che inizia con I Won’t Let Anyone Hurt You me l’ha fatto piacere subito: effetto sorpresa.

Ci sono dei passaggi cattivi e scattosi come l’hard rock (l’inviato di neuronE che li ha visti dal vivo al Magazzino Parallelo di Cesena conferma che ‘sta cosa dell’hard rock vale anche per il live). All I Have Is My Heart ha quel tiro (non il suono) punk rock che ti fa muovere i piedi e da questo punto di vista ha la stessa forza di Work di Rihanna e degli Hold Steady, contemporaneamente. Paws non suona assolutamente come i Blink 182 ma ha la loro spavalderia dei momenti migliori. Strangelove, nei crescendo e poi nelle esplosioni, suona come i Minnie’s di adesso, quindi si può dire ci siano anche influenze di oggi, tra l’altro provenienti dalla stessa regione: la Lombardia. In Someone Else viene fuori Gran Prix, il disco peggiore dei Teenage Fanclub, che comunque riascolto sempre volentieri e che viene ripreso nella sua unica cosa veramente buona: le melodie pop.

Hate Summer, l’EP precedente, era meno ricco. The Great Maybe ha cambiato strada e mi ha fatto venire in mente cose molto diverse tra loro. Non si tratta solo di suoni, ritmiche o voci, ma anche di sensazioni. Non so se è così per tutti, ma per me alla fine un disco è fatto anche delle sensazioni che ti dà quando l’hai ascoltato molte volte, ci sei entrato dentro e sei arrivato a un buon livello di profondità. Che non è per forza l’ultima fermata.

streaming

Il pesce

(locandina di FF)

Il pesce potrebbe essere in un’ampolla. Se saltasse fuori lo farebbe per due motivi: per spirito d’avventura nel tentativo di combattere il tedio totale, oppure per cercare di raggiungere il pavimento, rimanere per un tempo sufficiente senz’acqua e trovare la morte. La locandina potrebbe essere

ampolla

così (click)

Se è un pesce più fortunato, invece, è in mare, e se salta fuori lo fa per mangiarsi un insetto. Quando è in aria, raggiunge la parte più alta della traiettoria a una velocità che diminuisce gradualmente, si ferma per un attimo, cattura il suo cibo, precipita a velocità crescente. Hanno sempre catturato i miei pensieri: il fatto che veda la preda da sott’acqua; lui che si prepara al salto e dà il colpo di muscolo; che nel nanosecondo in cui si ferma in aria riesca a fare proprio quello che vuole; che mentre è in aria assuma la forma di una foglia. La locandina potrebbe essere questa:

(ri-click)

Una prospettiva più ampia, un orizzonte più vasto, qualsiasi pesce la preferirebbe. E questa sera il nostro pesce è davvero al mare, all’Hana Bi appunto, se piove non ha nessuna paura di bagnarsi saltando ed è lo stesso un pesce felice. Perché è libero, se schiarisce conta le stelle che cadono e magari se ne mangia una capitata troppo vicina alla superficie dell’acqua, mentre ascolta non tanto i Merchandise quanto i Pueblo People e i Clever Square, che hanno fatto due tra i miei dischi dell’anno. Tutto nella Flying Kids Night.

(su Facebook)

PUEBLO PEOPLE, Giving Up On People

Giving_Up_On_People-COVER

Sono molte le cose che mi piacciono del disco dei Pueblo People. Parto da quelle aperture da strofa a ritornello, che hanno lo stesso respiro di quando spalanchi gli occhi per la prima volta dopo anni (posso solo immaginarlo, ma è come se fosse successo). Le chitarre girano benissimo, la batteria è perfettamente in sintonia con le variazioni di intensità e i bassi tengono sempre alto il livello della tensione. Mi suona nella testa la chitarra di I’m Waiting For My Man anche se non so se c’entra davvero qualcosa. Al quarto ascolto mi rendo conto che Giving Up On People mi fa pensare a cose musicalmente lontane e, quando le metto a fuoco, se torno indietro incontro altri passaggi che alla fine mi allontanano dall’esito finale precedente. Allora capisco che era solo una suggestione e che nel mezzo c’è una canzone dei Pueblo People che non assomiglia veramente ad altre cose. Il mio è onanismo, ma la musica che stimola la masturbazione mentale, o anche fisica se vi va, è la musica buona. Poi arriva Dog People. Dog People è la cinghiata post core con la dolcezza del Mark Linkous che si concede la gioia di ballare (piano) con Maria’s Little Elbow, solo con un tocco di spavalderia in più (e The Overthrow è il suo giusto seguito). Dopo c’è Contemporary Life, con il coro più scoglionato della storia.
The Truth (Is In Here) e Not Nothing partono da un giro di chitarre chiuse e vagamente legnose in stile Paisley, ma c’è di più. The Truth (Is In Here) è la canzone che ho ascoltato più volte, per via di quelle chitarre. Le chitarre belle non sono una novità per i Pueblo People, visto che in Phantom Ships (Sentiero di guerra, 2014) sembrava di stare in mezzo a un oceano schizofrenico, con molta meno preoccupazione per le sbavature rispetto a Giving Up On People e un chiaro riferimento al garage per due terzi dell’ep. I quattro pezzi di The First Four Moon (2013) invece sono piuttosto diversi tra loro. I Pueblo People lavorano sempre sulla massa del suono. Sono passati da una massa spaccata in quattro, a una più definita, poi a Giving Up On People, che ha un suono più omogeneo e una scrittura più dettagliata. Possono ricordare Walkabouts, Neil Young, Go!Zilla (come, non so, Pollution), Pearl Jam, Mudhoney, Black Mountain o Dream Syndicate ma sono diversi. Almeno due cose li definiscono: l’esito del percorso di costruzione fatto negli anni sulle chitarre, che ha permesso di ottenere chitarre tese ma che concedono pochissimo alla rigidità, e la voce, insicura ma imponente, e triste, ascoltarla è come guardare un gigante enorme che acquista e perde sicurezza nei movimenti, di continuo, ne è consapevole ed è triste per questo. È sempre stata cosìadesso gli opposti sono ancora più marcati.
Giving Up On People è un disco deprimente e spaccone, come le sue parole, e comunica di conseguenza, in modo irregolare, prima è aggressivo poi il contrario. Questa è la confusione che mi piace, quando le carte si mischiano e i riferimenti s’incasinano, non mi piace quella roba tutta liscia e perfettamente inquadrata e inquadrabile, mi piacciono il fastidio e la sofferenza, la linearità mista al suo contrario, la depressione ma anche il riscatto, quando nelle canzoni c’è talmente tanta roba che non c’è più un preciso punto di riferimento, e non si capisce più niente. In quei casi, non resta che ascoltare per tentare di capirci il più possibile.

Giving Up On People esce il 25 maggio. LP per Sangue Dischi, diNotte Records, Sonatine Produzioni, Fooltribe Concerti e Dischi, CD per Flying Kids Records. lo puoi ascoltare in streaming su Rumore. I precedenti, su bandcamp.

Unhappy, Idiot Lane

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Sono tornati di moda i calzoni rotti. L’altro giorno mia mamma mi ha chiesto se per caso ne voglio un paio, al mercato ne ha visti di bellissimi. Una volta mi sgridava se li mettevo, e io questo ho avuto anche il coraggio di ricordarglielo. Alla fine il revival ha di buono che serve a ripassare o conoscere, magari a contestualizzare. Come i jeans rotti, sono rispuntati fuori un sacco di gruppi, il problema è che ci tocca anche Manu Chao diocristo. Alcune volte vedi la morte negli occhi di chi torna, proprio è chiaro che è un filthy lucre. Altre volte sembrano passati due giorni. O entrambe le cose. C’è invece chi non ha mai smesso di suonare e lo fa sempre allo stesso modo, come Stephen Malkmus. Poi ci sono i giovani che fanno i dischi nuovi dopo aver divorato quelli dei vecchi. Come gli Unhappy. Mia mamma è la persona a cui voglio più bene tra quelle a cui piacciono i jeans rotti, ma mi fa un po’ incazzare questa cosa che le piacciono adesso. Gli Unhappy hanno fatto un disco e si sono sciolti. Avevano bisogno di farlo, poi basta. La cosa era impellente e l’impellenza è necessità, non una roba fatta perché sono tornati gli anni ’90.

Idiot Lane è uscito a novembre 2014 su Flying Kids Records. Io sono lento, come sempre.

Tempo fa al lavoro lo ascoltavo. A un certo punto ho dovuto staccare gli auricolari dal computer per far vedere un video a un collega che mi dava il tormento. Poi ho fatto altro e le cuffie sono rimaste staccate. Quando ho rischiacciato play la chitarra di The Idiot l’hanno sentita tutti in ufficio (un open space, ideale per concentrarsi). Una ha detto “Bello, cos’è?”. Le giro il link, li ascolta, dice che il cantante è stonato, ma tranquilla. Lei ha (credo) 39 anni, non si chiama Arianna ma facciamo finta che sia così, è una fan degli Spandau Ballett, li ama proprio. Ascolta quasi solo loro, il suo è un altro mondo (come anche il mio rispetto al suo), in cui però c’è spazio per uno che canta sul filo dell’intonazione o stonando. Poi un’altra (33 anni, non si chiama Francesca) si è messa ad ascoltare gli Unhappy e ha detto che copiano i Pavement. E stop lì, bollati. Il primo dato è che in quel momento eravamo in tre in ufficio a sentire Idiot Lane. Arianna è sembrata disponibile ad allargare i propri gusti musicali anche se il termine di paragone rimane sempre lo stesso: la musica con cui è cresciuta. È la musica del cuore, che l’ha fatta diventare ciò che è, che però può anche essere sporcata con quello che vuole, se vuole. Francesca invece è una cinghiona: uno che stona, anche se lo fa per un motivo, è una merda. Sposeresti una cinghiona? Cosa pensi dei Pavement? Perché se non ti piacciono, lascia stare gli Unhappy, ma potresti andare d’accordo con la cinghiona. Se ti piacciono, ascolta gli Unhappy e troverai qualcosa in più, qualcosa che parte da lì, rimane lì, ma ha una sua vita. Sposeresti una che ascolta gli Spandau Ballett? Se è una ragazza curiosa, si. Se sei disposto a far finta di essere interessato agli Spandau Ballett (do ut des), per andarle incontro potresti partire facendole ascoltare In the Sink. Inizia con una chitarra simile a The Idiot che le era tanto piaciuta, ha quel suono di basso e batteria più rotondo, una seconda parte punk vagamente anni ’80, il cantante spinge particolarmente ma il salto dalla prima alla seconda parte potrebbe farle pensare che la musica può cambiare, all’improvviso, non essere sempre tutta uguale. E iniziare a piacerle.

Quando cresci dentro a un terreno molto fertile ti può succedere di creare qualcosa di diverso ma non troppo, di simile ma non esattamente, e può anche essere che tu sia contento di questo. Associare gli Unhappy ai Pavement è la cosa più facile. Idiot Lane è suonato bene, è bello, come i Pavement. I Pavement con Slanted Enchanted hanno stampato nella mia testa, e non solo nella mia, l’idea di dargliela su e suonare così, facendo finta di non aver voglia. Il punk aveva detto che tutti potevano suonare dopo i cinghioni presuntuosi del progressive, i Nirvana l’avevano ridetto, i Pavement hanno detto che non saper suonare può essere anche una finta, una questione di estetica. Il secondo disco, Crooked Rain Crooked Rain, era già più quadrato, con una sezione ritmica e arrangiamenti stabilissimi. Slanted and Enchanted era una presa in giro, ad ascoltarlo andando oltre quella sensazione, il basso e la batteria erano già precisissimi (da subito, da Summer Babe). Puoi suonare sghembo, sfondare i suoni, ma se non tieni il tempo come un martello una canzone come In the mouth a desert non ha quella botta. Idiot Lane non ricorda quel disco lì, perché non neanche dà l’impressione di essere storto, ma dritto. Dritto e basta: la caratterizzazione forte della sezione ritmica di Slanted and Echanted viene superata, replicarla ancora sarebbe stato inutile. Anche nei momenti di tensione massima, dove la canzone si stira di più (Secret Job, Atom Blues), basso e batteria degli Unhappy suonano come orologi sincronizzati. Gli Unhappy prendono su anche il blues di Terror Twilight e i suoi giri di chitarra accomodanti. Le chitarre di Slanted and Enchanted sono molto diverse da quelle di TT, in mezzo c’è un percorso: negli Unhappy c’è tutto quel percorso.
I Pavement suonavano nel periodo dei calzoni rotti, e magari li avranno pure indossati, ma non erano quelli dei calzoni rotti. Gli stessi anni, ma una cosa dichiaratamente diversa: amo me stesso e voglio vivere al posto di odio me stesso e voglio morire. Gli Unhappy sono un po’ come la prima canzone di Idiot Lane, che si chiama die fast ma dice too young to die fast: anche i temi dei Pavimenti ritornano.
Ma i Pavement non sono l’unica cosa. Superchunk, Grandaddy, Preston School of Industry ci sono tutti. Alcune volte, per quanto sono piene, le chitarre mi ricordano gli Sneeze del secondo disco, che è uscito l’anno scorso, altre volte i Velvet Underground. Il cantante stona, ma molto meglio di Malkmus, come Daniel Johnston senza il dolore dentro. The Narrator nella sua parte più distorta è i Kyuss, quelli meno rotoloni e più secchi, e la chitarra in Hypercorrection Overreaction è quella di Sparklehorse. Da qualche parte, oltre il muro del suono, ho sentito i Sonic Youth. Conduct dei Fuck è un altro disco che Idiot Lane mi ha ricordato, negli stessi momenti in cui mi ricorda i Velvet. Un sacco di cose, ma gli Unhappy non impacchettano tutto e fanno un disco con le idee degli altri, come gli Yuck. Le canzoni sono un insieme di bassi e chitarre che cambiano di continuo e di batterie che suonano ogni volta con una delicatezza e una forza diversa. Sono pieni di idee, molte delle quali così belle da far suonare un loro modo di vedere gli anni ’90.

Non ho fatto ricerche, credo che i jeans rotti esistessero già negli anni ’80, ma se me ne fai vedere un paio io penso ai ’90. Un giorno l’Arianna è venuta in ufficio coi calzoni rotti, neanche poco, e gli anni ’80, la sua passione, sono entrati nei ’90, come quando The Fall sono entrati nei Pavement. E The Fall sono una delle influenze dichiarate degli Unhappy. C’è un legame forte ma gli Unhappy hanno un loro punto di vista. Non copiano, amano quella musica, bruciano quell’amore in un solo disco. Idiot Lane è un album personale e voluto. E curioso, come l’Arianna.

Ascoltalo qui. Ma ad ascoltarlo sul vinile, guadagna tremila dimensioni.

Giorgio e lo sguazzone assassino (Quello della copertina è un cane o una iena)

do nascimiento giorgio

“Ciao Giorgio, hai visto che è uscito il nuovo dei Do Nascimiento e che si chiama come te?”
“Ah dì, si ho visto…”

“Eh. OH, hai sentito che parla dello sguazzone?”
“Eh. Ho sentito.”

“Noi con lo sguazzone c’abbiamo ucciso uno, al bar Tonino, ti ricordi?”
“Mi ricordo. E mi ricordo anche che io mi son fatto la galera, e voi stronzi niente.”
“Daiii… Siamo scappati, lo stavi facendo anche tu ma sei inciampato. Pensavo ci fossimo chiariti su sta cosa…”

“Chiariti un cazzo. Guarda che magari adesso con i Do Nascimiento che han tirato fuori lo sguazzoneh qui in paese riaprono le indagini…”
“Uh! Non vorrai mica cantare adesso?”

“Beh vi starebbe come una cazzo di camicia nuova. Quante cose mi sono perso chiuso in galera per tutto quel tempo? Per voi non è cambiato un cazzo, per me è cambiato tutto, faccio una vita di merda da quella volta, con la rabbia di esser sempre un coglione e non aver detto la verità.”

“Ma dai, è passato un sacco di tempo! Così fai la figura del permalosone, occhio.”
“Permaloso tua nonna. Perché poi vieni qui a tirare fuori lo sguazzone assassino?”
“Ma così, ero venuto per parlare del disco, pensa te. Però sei stronzo, quante cose nuove hai imparato in galera? Alla fine ce l’hai sempre raccontato come tempo speso bene, a leggere, studiare…”

“Speso bene un cazzo, mi è mancato tutto per anni, mi è mancata Roberta, mi sono mancati i miei, mi è mancato un casino il mio cane anche se sembra una iena, mi siete mancati anche voi, pensa che coglione.”

“Adesso te la passi bene… hai sposato Roberta un mese fa!”
“Quindi? Merito di voi stronzi che mi avete spedito in galera a riflettere eh?!”
“Beh, la lontananza aiuta certe cose…”

“Te la dò io la distanza che aiuta! Si fanno un sacco di errori, e il mio più grosso è stato non dire la verità subito.”

“Se fai la spia adesso ti spacchiamo.”
“No io non canto perché non sono come voi, ma vi saluto, vado via con la Roberta.”
“Ah, ecco… E dov’è che andate di bello?”
“Sei proprio una merda.”

(Boh.)

Tutte le volte i Do Nascimiento mi sembra che mi parlino. Tombino mi aveva parlato tantissimo e per il futuro aspettavo. Quando aspetto vuol dire che c’è qualcosa che non va o che si deve completare. Aspetto, poi arriva il momento, poi aspetto ancora.
Dopo aver aspettato, alcune volte il tempo e le cose erano cambiati e purtroppo non potevano tornare come prima. Alcune persone mi mancano, con altre parlo poco volentieri, altre mi parlano del loro tempo passato, delle persone e delle cose che mancano a loro. Rido, ma quello che manca resta lì. In Giorgio c’ho visto questo, vabé e il ricordo di quegli sballati dei Cap’n Jazz. E con quello che ho visto in Giorgio Giorgio ci scherza o ci gira dentro un dito grosso così. I Do Nascimiento hanno una loro purezza, che è l’incontro tra bere lo sguazzoneh e suonare verità estreme che servono per giocare, incazzarsi, tornare tranquilli, rendersi conto di cose.

Oggi Giorgio esce per Flying Kids (il vinile con Lampino dentro) e per Flying Kids con To Lose La Track (il cd). Per ora info e streaming, preordine del vinile qui, del cd su TLLT o su FKR.

Vaffanculo, anzi no

non-ti-divertire-troppo

Nel 1996 i Sex Pistols si riuniscono per la prima volta e partono con il Filthy Lucre Tour. Tra amici se ne parla, si discute, chi è contrario, chi a favore e chi non gliene frega. Io ero contrario, il mio amico Romano a favore. Diceva che per fortuna non sono tutti problematici come Kurt Cobain e non tutti vanno in crisi se fanno successo e guadagnano soldi. Il mio amico Romano quella volta non l’ho mandato affanculo perchè era più grande e anche grosso, però avrei voluto. Nel ’96 avevo 18 anni e nel desiderio di mandare affanculo e alla fine non riuscire a farlo stanno un po’ i miei anni novanta. Uscivo spesso con gli amici, poi a un certo punto ho cambiato gruppo perché in quello vecchio non c’era nessuno che venisse con me ai concerti. Un gesto di rottura. Ma questo gesto di rottura, ecco, non era inserito in uno stile di vita altrettanto di rottura. Io credevo di essere alternativo, ma quando andavo ai concerti c’era spesso un sacco di gente, ed era bello, quindi il gioco dell’alternativo aveva davvero poco respiro, e infatti poi si è esaurito, proprio come la musica che mi piaceva, che i giornalisti chiamavano “alternative”, definizione che naturalmente ripudiavo.
Quando andavamo ai concerti o altrove ci divertivamo molto e quasi sempre, ma il basso profilo era la nostra regola non scritta e mai stabilita. Per esempio nessuno di noi si è mai tolto la maglietta rimanendo a petto nudo sotto a un palco. Oppure per esempio abbiamo smesso di andare alle giostre perché era il regno di quelli dell’autoscontro, quelli che si mettevano a sedere sul bordo della macchina, non sul sedile. Ecco quelli erano proprio il contrario di noi, però si divertivano, si vedeva, avevano un sacco di ragazze, facevano paura a tutti. Una sera un gruppo di quelli ci ha fermato, ci ha chiesto da accendere, ci ha accerchiato e ha tentato di darci un sacco di botte con il tirapugni. Noi eravamo in tre, veloci come gazzelle, e siamo scappati. Non credo sia appropriata la parola LOSER per descriverci (l’ho sempre odiata), l’espressione giusta è esattamente basso profilo, uno stile di vita. E pensavo No se faccio questo però dopo non va bene per questo motivo, Se vado là però poi dopo non va bene perché… (Lo penso ancora). Bello divertirsi, ma c’era sempre un limite dettato dalla, boh, coscienza, o più che altro da una tendenza naturale a limitarsi. Mi ubriacavo, andavo alle feste, non da solo, con i miei amici, ma stavo da una parte, non al centro della pista. Nanni Moretti non l’avevo neanche sentito nominare. Stavo ai bordi della pista quando c’era Mrs Robinson, che era una bolgia storica, e pogavo con quelli che erano vicino a me, non con quelli al centro che tenevano i gomiti alti urlando che ce l’avevano grosso. Io sapevo che quella Mrs Robinson era la cover dei Lemonheads, non l’originale. Loro no. Era la più bella cover mai fatta e mi divertivo un sacco, ma non limonavo mai.

Non ti divertire troppo è un libro della Flying Kids Records che racconta l’alternative rock americano anche di quel periodo, oltre che degli anni ’80; un racconto per ogni gruppo, copertina di ZeroCalcare, spoiler di Capra dei Gazebo Penguins sui Neutral Milk Hotel e introduzione di Mike Watt. Esce il 21 maggio e lo si compra qui.

 

ignoranza QUASI senza filtro (rubrica: a new era)

Qualche mese fa mi sono bullato del fatto che iniziavano ad arrivarmi sulla mail un po’ di richieste di recensioni. Adesso mi arriva di tutto, dalla merda fresca alle cose belle. E questa volta ho recensito di tutto, da gennaio a marzo. Ho messo dentro anche gli album che dopo la prima traccia tutti non li avrei ascoltati neanche morto (quindi apprezzate lo sforzo). Ho escluso quelli a cui penso sia forse il caso di dedicare non solo qualche riga, perché conosco i precedenti. Questo “metodo” è molto attaccabile perché magari un album di un baluba qualsiasi finisce per piacermi di più di uno da cui mi aspetto qualcosa e allora scrivo di più sul primo che sul secondo. Che poi in realtà è quello che spero. Questa volta però non è successo. Poi magari sugli album che ho lasciato da parte non ho cose intelligenti da dire e non scriverò mai più niente. Ma per questo vedrò. Comunque resta figo secondo me ricevere una richiesta di recensione di un disco ascoltato in streaming su Rockit, di cui Rockit parla poco ma bene, e parlarne poco e male, non per fare il bastian contrario ma perché secondo me è una cosa orrenda (I Robot) e le cose orrende che ti arrivano in posta vanno segnalate.

civetta

L’inverno della civetta. Progetto molto collettivo nato a Genova al Greenfog Recording Studio in collaborazione con DreaminGorilla Records (Savona) e Taxi Driver Records (Genova). Non so se valeva la pena di far fare della strada a tanta gente per arrivare a questo tipo risultato. Mi sembra tutto molto fatto con la carta copiativa e non sono bastati cotanti musicisti per tirare fuori un’idea. Senza cuore, mi pare. Una cosa indefinita tra grunge, metal, screamo, musica da monastero, city ramblers, orchestre fuzz e post rock e tutto questo contaminare potrebbe anche essere una caratteristica positiva ma non lo è. La Liguria suona così, o magari no, ma questo è quello che è saltato fuori questa volta.

sjesau exploding views

SJ Esau, Exploding Views (Fromscratch Records). Un disco superscritto e la capacità di essere il punto di incontro tra Mika, Doseone dei cLOUDDEAD (che collabora) e l’Anticon: sono due motivi per dire che Exploding Views è da ascoltare, come più o meno tutte le cose che escono da Fromscratch Rec. Superscritto è un complimento perché vuol dire che vengono fuori SJ Esau e la sua abilità nello scrivere – appunto – e che è scritto superbene e con supergusto, anche troppo. Ogni tanto mi piacerebbe che si sporcasse con qualche distorsione un po’ meno calcolata. Non mi piace tutto, ma è tutto molto al di sopra del livello.

low standards high five

Low Standards, High FivesRevolushhhh EP (Flying Kids Records). A parte che è la copertina più bella del 2014. Revolushhhh è un disco emo. Emo come i Crash Of Rhinos. Ecco. Chitarra circolare, batteria sfonda con un sacco di cassa, basso splettrato a scheggia, cori e ritornelli con la botta. Tornando alla copertina, non so in generale che ruolo debba avere in un disco, ma di sicuro uno importante. Questa un po’ mi fa intuire vagamente come suona l’EP, così come il nome Low Standards, High Fives. Le braccia al cielo non sono solo quelle di Lucio Battisti ma anche quelle a occhi chiusi, piedi che scalciano e bocca aperta a gridare un coro di Revolushhhh che ti piace. Consiglio quello di Flying High, Looking Down che è un po’ come tendere dal basso le braccia verso l’alto.

kairo

Kairo, 13 (Fallodischi, La Fine, Upwind). Il giro di copertine fighe prosegue, questa è la seconda di questa pagina, non la quarta. Dai quella di Exploding Views non è male ma non è il massimo, un po’ i Flaming Lips ospiti a Linea Verde, e quella con la civetta io in casa non la voglio. Di solito amo i dischi come 13, sinceri. Di solito e anche questa volta. 13 suona sfondo e basta, il cantante mette in piedi melodie che dire che sono tra il classico leggero italiano (Vestiti) e quello emo non è un’offesa ma una cosa possibile. Il resto è punk rock neanche troppo sgangherato, che può ricordare sia Minnie’s sia Altro. Se devo dire una canzone dico …una promessa, romanticona e con una batteria, un basso e una chitarra suonati benissimo. L’Amo è di Napoli, Kairo è di Napoli e Napoli suona così, credo.

gouton rouge carne

Gouton Rouge, Carne (V4V Records). Non è male ma è già sentito, power pop che copia abbastanza i Male Bonding addolcendone le distorsioni, con testi profondi e voci dilatate, o falsetti. Odio il falsetto. Un po’ New York un po’ italiano che fa l’americano che va benissimo ma lo fa male, poi vengono fuori i Jesus And Mary Chain che francamente come influencer hanno rotto r cazzo. Per il resto ci sono le cose più banali di Verdena, Tiger!Shit! e anche altro. Non credo che lo riascolterò.

I Robot, Australia (West Link Recorders). Praticamente Biagio Antonacci distorto e quello che avrebbero potuto diventare i Negrita se non fossero ingrassati. C’è un altro gruppo che si chiama Australia e ha fatto un disco che si chiama Robot. Se è uno scherzo, carino.

Ecole Du CielHeartbeat War Drum (V4V con Fallo DIschi, Hysm? e Qsdr). Post hc, post rock, non è che poi se ne sentisse la necessità, come di tante altre cose però. In più, credo che sia molto carente in termini di scrittura. Il che equivale a dire in questo caso: NOIA. Peggio rispetto al primo EP.

johnny fishborn

Se non fosse che Johnny Fishborn mi ricorda Brian Molko non sarebbe male. Ma solo il fatto che mi ricordi Brian Molko fa cadere ogni speranza che possa piacermi di qui fino alla mia morte. Quando ascolto musica contano anche le suggestioni, voglio dire, sono un metro di giudizio, mi entrano nel cervello e mi influenzano. Windmill Girl ha una bruttissima copertina, un basso con un suono pessimo e una pessima abitudine di entrare nelle canzoni con la delicatezza di un elefante, ma la cosa peggiore è il missaggio, forse causa del basso maleducato. C’è un non so che di glam che rovina il già difficile ascolto, dovuto al fatto che c’è qualcosa che non va tra gli strumenti, tutti suonati come se non fossero parte di canzoni ma pezzi incollati tra loro. Mi risulta tutto un po’ rigido insomma, nella volontà chiara di incidere il disco d’autore che gioca un po’ con la voce, con le sonorità, con le ritmiche e i titoli improponibili come Sun Salva Doors, così, come se la musica fosse un gioco ma in realtà no perché di base c’è qualcosa di insopportabilmente serioso in questo album. E magari Johnny Fisborn a scrivere canzoni non è neanche male, ma dovrebbe liberarsi dei pessimi musicisti di cui si è circondato e provare a scrivere solo per se stesso. E lavorare sulla voce, perché con questa voce qui Brian Molko mi incombe un po’ troppo. Ma poi no, anche nei pezzi più scarni di Midnight Rain e The Man Without the Bread c’è qualcosa di incredibilmente pesante e poco sincero. Mi sa che è irrecuperabile.

amanita phalloides

Con Amanita Phalloides (DreaminGorilla Records) sembra di tornare a quando andavano di moda pesantemente i piccoli suoni alla Commodore con le tastierine e i riverberini. Ma noi ci siamo rotti il cazzo e ascoltiamo solo elettronica tamarra. Quella non è una copertina. Proseguendo sulla strada della circa-elettronica, questa volta epica e sofferta, ecco qua Some Evil EP di Sequen_ce. Proprio non ce la facevi a chiamarti solo Sequence? L’underscore è una malattia. In effetti non c’è un genere sotto il quale si possa classificare questo EP, se non il non ti riascolterò mai più finché non deciderai di dare una cazzo di idea alla tua musica che così non mi rimbalza solo perché non è una palla. I tubatubatubatu cià in As I Don’t non ci volevano. Poi sono arrivato a Onironauta (Dischi Bervisti, Woodworm e DreaminGorilla Records) dei Kaleidoscopic, non oltre il quarto pezzo comunque, quello che si chiama come loro. Ho letto la presentazione del disco nella pagina privata, non bisognerebbe scrivere certe cose, si creano troppe aspettative oppure ti fai odiare, e poi l’album è screamo-metal-rockitaliano-filosofico-caciarone, cattivo gusto in tutto. Roba fatta molto peggio di quella che ascoltavamo 12 anni fa che già 11 anni fa non aveva troppo senso ascoltare. Non si può dire che sia roba vecchia perché c’è il revival e però insomma c’è modo e modo di revivalare. Acid Muffin non è un granché come nome, e anche l’EP chiamarlo Nameless non mi sembra il caso. Cazzo, cercate qualcosa di più originale, ho capito che fate musica Grunge, però gattini miei. Un EP Grunge più alla Bush che altro, con una chitarra solista che rovina il poco di buono che c’è anche perché in alcuni momenti il basso e la batteria sembrano ispirarsi a lei e allora basta subito. E il campanaccio, il campanaccio. Il missaggio è pessimo ma non direi che sta lì il problema. I gruppi che ho sentito in giro di recente e che fanno questa musica sembrano tutti della parrocchia. Svecchiatevi.

Inizio a pensare che il mio sia un metodo sbagliato. Alla fine infatti il problema è un altro: devo filtrare di più, forse, selezionare meglio quello su cui scrivo. Basta che respiri, praticamente, questa volta è andata così, ma non so se ripeterò l’esperienza. O magari lo farò sempre, non filtrare quasi per niente dico. Adesso vediamo.

Prime Stale Air al Brainstorm. Riempiamogli il locale.

prime stale air

Il 31 luglio al Parco di Fusignano il Branstorm di Fusignano (RA) ha organizzato la terza edizione del Prime Open Air, al parco. E’ stato bello perché c’era il prato, il caldo, la birra, la piada con la salsiccia e una serie di gruppi che dal vivo sanno suonare.
I ragazzi del Brainstorm non sono gente che aspetta un anno per organizzare un altro festival. Non importa se è freddo: hanno un posto caldo, al chiuso, con un sacco di righe bianche e rosse sui muri e un buon impianto. Il Brainstorm, appunto. E al Brainstorm hanno messo in piedi la winter edition del Prime Open Air, il Prime Stale Air. Non ho le prove, però sono quasi certo, che sia esattamente il significato che hanno voluto dargli, ma “stale air” significa “aria viziata”. Non dobbiamo preoccuparci di questo perché al Brainstorm ci sono molte finestre. Se il 21 sentiamo odore di stantìo, però, non ce ne frega un cazzo. Anzi, mai sentito locale rock che non sapesse di uomo sudato, soprattutto dopo che non si può più fumare. La legge Sirchia è del 2003 ed è una delle più belle dell’Italia degli ultimi 10 anni, seconda solo all’interdizione dai pubblici uffici di Berlusconi. Se Sirchia ha deciso che dopo aver fatto serata era bello tornare a casa senza puzza di fumo addosso, non ha potuto e non potrà niente, né lui né nessun altro Ministro della Salute, contro il tanfo che si sente nei locali dove si fa sbrang sbrang con le chitarre. Da quando Sirchia ci ha fatto la legge, i club di tutt’Italia sono migliori, perché si sente quello che si deve sentire. Quindi, per non fare uscire la stale air, sabato 21 dicembre al Brainstorm non apriranno le finestre, e fanno bene: allora, comunque, vuol dire che siamo nel posto giusto.
E siamo nel posto giusto perché suonano i Chambers (To Lose La Track, Shove Records) e i Lantern (V4V, Flying Kids Records e Fallo Dischi), che dal vivo sono bravissimi (entrambi), insieme a La Svolta e Combo Disaster, punk/hc local heroes. I Lantern fanno dello screamo italiano, dei Chambers abbiamo già parlato, qui e qui. L’ultima cosa che hanno pubblicato i Chambers è This Is Not A Love Song, una cover dei P.i.L. su TINALS, compilation dei gruppi italiani più tosti, uscita, per ora nei suoi primi due episodi, su audiocassetta per To Lose La Track. E magari i Chambers al Prime Stale ci fanno pure This Is Not A Love Song. I Lantern il 21 li vedrò per la seconda volta e mi dovranno convincere di più della prima. A gennaio arriva il disco nuovo, Diavoleria, e magari ci fanno pure qualche canzone nuova.
Ritorno sul fatto che quelli del Brainstorm non hanno avuto voglia di aspettare un altro luglio prima di rifare un festival. E’ gente che non sta ferma, che si sbatte per fare in modo che gli unici nostri passatempi quando arriviamo nella bassa ravennate non siano uccidere zanzare o tagliare nebbia a fette. Posto bello, gruppi belli, fuori è freddo, dentro è caldo. Gente che spacca, riempiamogli il locale.

Righe al Brainstorm