Ma da quant’è che adori il male assoluto? Big Cream, Rust

Big Cream.
Un nome che ti fa venire voglia di sbrucolarti nel gelato, in una vasca grande come quella nuvola spumosissima che hai visto ieri. È un’immagine poetica, troppo. Quindi meglio farsi venire in mente subito un’altra cosa. Le caramelle. Quelle di gelatina, con lo zucchero sopra, anche loro sono cremose. Le migliori sono le Leone (dal 1857). Pucciolotte che ogni volta che ne vedo una la contemplo pensando la mangio o non la mangio? È più bella, più gustosa, ma dentro è malvagia e nasconde un’ombra scura più di tutte le altre caramelle del mondo: l’iperglicemia. Per questo, è praticamente irresistibile: il fascino del male.

Cummenna avvocato del diavolo
Quando ho scoperto di adorare il male assoluto? Più o meno alle medie, quando tutto quello che mi piaceva era considerato inferiore, spazzatura, dai miei compagnucci. L’apice lo si raggiunse all’università, quando un ingegnere del cazzo amico di un mio compagno di appartamento mi chiamava sempre “altevnativo” (aveva la r moscia da cummenna) e lo diceva guardandomi con lo stesso disprezzo e la stessa rabbia con cui si guarda una roba proprio così diversa da non poterla accettare, come se fosse il male assoluto. In quel periodo ho scoperto che mi piace il male.

No way out
Fortuna che qualche amico con i miei stessi gusti l’avevo. Per un po’ di tempo, ho trascorso periodi sereni adorando il male, compravo dischi, andavo ai concerti, ne parlavo con i miei fviends. Poi un momento di oblìo, in cui iniziamo a diventare grandi, a nessuno pare freghi più un cazzo di quella musica, eccetera. Lo accetti di buon grado, ognuno fa le proprie scelte, respect, tanto che ci caschi anche tu. Per fortuna per un poco tempo. Dopodiché, più avanti, arriva il revival anni ’90 e tutti inziano a imitare, ascoltare, vestirsi come la musica del decennio in cui eri altevnativo. Che quindi è musica vecchia. Come ci sono i revival anni 60, 70 e 80, arrivano quelli dei 90, è giunto il momento, sono passati i vent’anni che servono per ‘ste cose. Sei fottuto. Sei come tuo zio che 20 anni fa ti menava la uallara coi Rolling miglior gruppo dell’universo, “altro che la roba che esce adesso”. Perché nel frattempo è uscita altra roba, gli stili si sono evoluti, ora sono altre le cose che piacciono ai giovani. C’è l’elettronica che ha fatto passi da gigante, e l’hip hop pure. La musica che ti piaceva una volta e ti piace ancora è roba da vecchi, ad alcuni piace, si, ma per altri è da buttare nel cestino e dimenticare, è ciò che non ti permette evolvere, è il male. E ci risiamo.

Tu che sei diverso
Poi invece è curioso che alcuni gruppi giovani siano così ingarriti con quella musica che si mettano a farla. È diverso da quello che era successo con l’hard rock o con la musica degli anni 60, per dire, almeno nella mia zona. Abito nella Valle del Rubicone, il posto in cui la maggior parte dei giovani ascolta cose cinghione tipo Creedence Clearwater Revival, Jethro Tull, Van Der Graaf Generator o anche non riccardone ma che riescono a esserlo lo stesso, tipo i Doors eccetera. C’è stato un periodo, negli anni 90 e anche nei 2000 in cui c’erano un sacco di cover band di quella roba. O comunque la gente che suonava la faceva smenando un casino sulla tecnica. Non ho mai condiviso l’amore per la stra-tecnica, mi toglie proprio tutta la poesia. Performing (e un album a scelta tra The Wall, Aqualung o L.A. Woman o non so che altro) in its enterity campeggiava in eterno sulle locandive. Quei ragazzi che lo facevano provavano un gusto incredibile nel replicare alla perfezione quei modelli, forse perché essendo i modelli grandi méntori della tecnica ti facevano sentire un po’ come a scuola, loro sulla cattedra, tu sotto. I ragazzi che adesso fanno l’indie rock (fuori dalla mia Valle) hanno dei modelli ma non li replicano, è difficile trovare una cover band dei Dinosaur Jr o dei Silkorm o dei Nirvana. Se scherzi su J Mascis con loro hai le stesse probabilità di essere preso a calci che se scherzi su Jim Morrison con gli altri regaz della Valle del Rubicone, ma l’atteggiamento strumenti alla mano è diverso. C’è più fantasia e personalità. Niente è stucchevole, in adorazione, c’è forza di volontà nel superare il mood fotocopiatrice. No vintage approach.

Ci stanno dentro
Mt. Zuma, per esempio, sono un gruppo i cui riferimenti sono chiari e dichiarati ma non ricalcati. La stessa cosa vale per i Big Cream, che tra l’altro hanno fatto uscire il 18 maggio il nuovo disco, Rust. Un altro tassello a favore della loro personalità e della non-copia-incollatura delle canzoni, è il fatto che in questo disco abbiano modificato il loro suono. Io vedo ancora in giro gente sul palco vestita con i calzoni di pitone che urla Light My Fire in un microfono qui da noi eh, e quindi sarò particolarmente sfortunato, ma i Big Cream hanno rimaneggiato la formazione (il vecchio chitarrista se n’è andato e l’ex batterista è diventato chitarrista, con un tiro da paura tra l’altro) e questo li ha spinti ad abbandonare quel velo di shoegaze (ma proprio un velino eh) che avevano, ad allontanarsi dai vecchi ascolti (emo) e a buttarsi senza paracadute su Dinosaur Jr, Silkworm eccetera. Non si sono accontentati di questo però. Come non sentire quel suono più in-uterino che prima non c’era. Via i pensieri, vendicano l’indie rock da tutte le discussioni, i pippoloni sulla retromania e sulla necessità di liberarsene. Non c’è bisogno di libersene, è divertente. Poi io a casa per i cazzi miei mi posso pure ascoltare Jlin. Freedom. Ma lasciamoci anche andare all’automazione, troviamo quello che di robotico c’è in noi, meccanizziamoci, usiamo la coazione a ripetere nella vita, riprendiamo il passato e rimettiamolo sul piatto (però non come fanno i fricchettoni). Che parta la riconciliazione con l’indie rock più sfacciato e più soddisfacente, ci sono gruppi che lo fanno anche adesso e gli stanno dando nuova linfa vitale. La nostra automazione è la loro creatività.

E scopriamo anche il fascino dell’ascoltare questi pezzi di passato dentro a questo flusso digitale di informazioni che una volta non esisteva ma che adesso regna, detto anche streaming. Due epoche che s’incontrano nel mondo che amiamo a dismisura, che frequentiamo ogni giorno (il UEB), e stanno bene insieme. Dev’essere un segno del destino. Sono così perfette insieme che non lo si può ignorare, e non posso ignorare una e neanche l’altra. Abbandoniamoci alla fusione. Godiamoci questi pezzi di passato mai terminato schizzati dentro all’UEB, che continua e continuerà ad essere il nostro futuro, interpretati dai giovani che ci stanno dentro, rotoliamoci dentro alla crema e godiamoci il corto circuito. I Big Cream sono così dentro al mondo e al tempo che hanno fatto uscire il disco in cassettina e anche su spotify, perché appartengono a entrambe le epoche e le fanno convivere. Sono come viaggiatori del tempo che fanno la musica, la congelano, la portano con sé nel viaggio nel passato, la risuonano, la ricongelano, la riportano nel presente, riscontrano qualche differenza di device, la riadattano e si riparte. Solo quando tutto è deciso, il disco è pronto: Rust. L’astronave della copertina è la loro DeLorean.

Pogability
Rust è potente, sin dall’inizio. È un’energia dentro al passato ma anche fuori. Non c’è altra canzone con cui si possa immaginare meglio un pogo di Cannon Fuse. Un po’ meno gancio ce l’ha Ruins, ma rimane sempre alto il livello della pogabilità. Poi, con Desert Evening, una canzone di Neil Young con lo scazzo sfacciato e provocatorio del solito Cobain, precipitiamo al livello zero. È una bellissima e depressiva canzone con un vago retrogusto di Alice in Chains. Sembra che i Big Cream siano caduti nella noia della provincia americana e abbiano trovato il canale giusto per tirarla fuori. Ma loro sono di Zola Predosa: la testimonianza del fatto che tutto il mondo è paese. Qual è la storia di questi tre ragazzi? Vivono vite più o meno serene, almeno credo, ma trovano il modo di cacciare delle note così ad altissimo tasso di pessimismo e fastidio, a testimonianza del fatto che non è come vivi ma come la vivi. White Witch un po’ si riprende, le due chitarre qui si divertono più del solito. Rust è un disco in cui di intrecci belli tra basso e chitarre ce ne sono. Se li vedrete dal vivo, noterete in particolare quanto ci dà il chitarrista. La pogabilità torna elevatissima con Peanuts, che è una di quelle canzoni in cui all’inizio ti vedi già col dito alzato sotto al palco, e improvvisamente sei capovolto, hai i piedi in su. Poi, torna la lentezza di Desert Evening. In questo senso, in Rust ci sono passaggi che non prevedesti neanche col siero del futuro. Peanuts risale la china gradualmente e alla fine ti trovi ancora coi piedi in aria. Non poteva mancare la ballata in stile finta-ballata, Hawaiian Snow: facciamo una pausa ma non troppo, han detto. Qui il basso con la sua lentezza infinita sbranca tutto proprio come quando registravi le tue canzoni in cantina tempi fa. Si chiama Stile. Quanto avremmo immaginato che potesse venire fuori dal batterista un campanaccio? Zero. E invece succede subito, in Golden Scissors, che per il resto ha la stessa presabene di Endless Nameless ma è incredibilmente blues. Non abbiamo tempo per farci prendere malissimo, questi sono tempi in cui non è che puoi stare lì a. Let’s pop con Little Check. Han detto: tutto bene, ripigliati. Poga un po’. Il cielo si apre nel gran finale con Gatlin, in cui la pogability torna a livelli stellari.

C’è bisogno che questi ragazzi si allontanino dai modelli per esprimere completamente se stessi? Sicuramente si, più avanti magari, per ora hanno voglia di e sono bravissimi a suonare questo: il male assoluto. È un male aggiornato, attraente, ancora più irresistibile delle caramelle Leone, che mantengono pur sempre quell’aria un po’ vintage, esattamente come i Doors. E a me l’aria vintage mi fa cagare, capito?

Ascolta Rust >>> bandcamp

Mt.Zuma e altre cose che secondo me c’entrano con loro

Qualche giorno fa Manuel Agnelli ha pontificato sull’indie italiano. Ha detto che non ha i contenuti, non ha l’attitudine, è musica leggera camuffata da indie perché non esce per una major, è il peggior Venditti fatto male, eccetera. Qualcuno gli dica che The Giornalisti vogliono fama e figa e non gliene frega niente di essere indipendenti. Poi c’è stata la risposta di Paradiso, dei The Giornalisti, che ha detto che il peggior Venditti è comunque meglio del miglior Agnelli. In sostanza si son fatti due chiacchere a distanza, senza troppo impegno, e hanno tirato la merda sopra a chi era più facile tirarla: Venditti. Mi sono un po’ risentito di questa cosa e ho scritto all’ufficio stampa di Venditti per avere una replica o qualcosa di simile. Non ho avuto risposta e dovevo immaginarmelo prima: non possono rispondere a tutti e in fondo, anche se in cuor suo avrebbe voluto mandarli affanculo, era chiaro che Venditti avrebbe scelto di non rispondere alle provocazioni. Sarebbe stato divertente però. Al di là di tutto questo, e oltre al fatto che Agnelli non ha capito la differenza che in tutto il mondo si è creata da anni tra indie e indipendente, la cosa che mi ha fatto più incazzare è che continui a sentenziare molto sulla musica indie credendo di parlare di musica indipendente e non sapendone niente, non sapendo che in realtà la musica indipendente in Italia esiste ma che è un’altra e lui non sa neanche dove cercarla. È rimasto fermo al Tora! Tora! Festival o alla serata degli Afterhours a Sanremo, quel periodo in cui si sentiva capo dell’indie italiano e voleva assolutamente divulgare il verbo, mantenendo l’attitudine.

Per esempio, i Mt.Zuma. Con una battuta su un comunicato stampa hanno asfaltato tutto quello che Agnelli ha detto. Non l’hanno fatto di proposito, la loro non è una risposta pensata e strutturata per Manuel Agnelli, e neanche una risposta. È presa da un altro momento, da una situazione lontana, è talmente estranea da essere successa prima dell’intervista. Corrispondendo però alla realtà del mondo di cui Agnelli parla senza sapere nulla, può essere considerata una risposta alle sue teorie.
Facciamo conto che i Mt.Zuma dopo le prove vadano sempre in una pizzeria al taglio di Bologna, di quelle in cui un quadretto o uno spicchio sono grandi quanto una mano di Gianni Morandi. La pizzaiola li conosce bene ormai, tanto che una sera gli chiede perché dopo mesi di sala prove siano ancora lì e non vadano a X Factor. Loro, masticando la crosta bubble gum della pizza e cercando di risolvere il pastone che gli si è fermato sul gozzo con un sorso di Splugen, rispondono: “Vorremmo farcela da soli”, “Sì, ma anche non farcela, da soli”.

E tutte le teorie di Agnelli perdono senso, se ne hanno avuto mai. Adesso come adesso, i Mt.Zuma non vogliono farsi conoscere e questo sembra proprio il contrario del “divulgare il verbo” per essere d’esempio ad altri. Vogliono suonare la musica che vogliono suonare, anche a pochissimi, che però valgono oro. Non c’è un disegno di conquista o la volontà di mantenere un’attitudine decisa per legge, comunque il disco è bello e mi pare che sia una cosa importante. Non esiste un solo modo di fare, non esiste solo la voglia di far diventare famoso l’indie, ma immagino che uno che suona possa anche voler semplicemente suonare quello che vuole. I Mt.Zuma sono con una piccola etichetta, More Letters Records, suonano musica che nessuna radio passerebbe ma con le melodie più belle che si possano sentire. E And I Love You and I Don’t Mind è un pezzo del testo di Anna and I che riassume tutto con otto parole. La comunione d’intenti, le idee chiare sui gruppi che ti piacciono davvero, distorcere tutto, il voler suonare, saper suonare ma non saper suonare e farlo subito sono sufficienti per fare un disco così, più spedito di ogni band con un percorso chiaro in testa, che è legittimo, ma non può essere imposto da un guru. In Romagna per descrivere qualcuno che va sempre dritto al punto si dice “ha poche ossa nella maletta”. Di solito si usa per le persone ma penso che si possa usare anche per un disco. Quando Manuel era indie, o diceva di se stesso di esserlo, e si proclamava ambasciatore della musica indipendente in Italia portando in giro il Tora! Tora!, aveva già perso tutto, non conosceva più lo spirito che ha permesso ai Mt.Zuma di fare il disco che hanno fatto.

Al netto di tutte queste pippe, la musica dei Mt.Zuma è amore per l’indie rock degli anni ’90, di quelli con la chitarra che viaggia con giri veloci e distorti, il basso corre come se la strada fosse solo in discesa, con una spontaneità, una voglia e un’originalità che a volte penseresti che non possono coesistere, la batteria sembra stare lì solo per tenere in piedi tutto in realtà dietro ha un mondo suo e la voce canta le melodie più immediate ma necessarie che ci siano, come alcuni Sebadoh. Aggiungi il noise rock e Neil Young meno hippie e puoi immaginare che i Mt.Zuma stiano facendo una scorpacciata di questa roba in questo momento e la stiano riversando dentro alla loro musica, con quella forza che solo questo attimo d’amore può dare, e nessun altro momento successivo. Credo facciano parte di una serie di gruppi venuti fuori in Italia negli ultimi tempi, come Big Cream e Any Other, il cui decennio-riferimento è lo stesso ma ognuno dei quali ha preferenze precise. Una volta c’erano anche i Clever Square e gli Unhappy, purtroppo adesso non esistono più. Può anche essere considerata musica eccessivamente legata a determinati modelli, di cui magari prima o poi ci si libererà, ma per quanto mi piaccia sentire che qualcuno (Alex G) cerca di sporcare con idee nuove i punti di partenza, questi dischi continuano a uscire e io continuo ad ascoltarli e non è che ci sia nessuno che mi obbliga a farlo, che mi punta una pistola alla tempia, quindi è chiaro che ci provo gusto. Perchè è proprio anche l’idea che mi piace, quella di fare una cosa unica della musica che vuoi ascoltare, prenderla, masticarla con foga e trasformarla di nuovo in canzoni, come un organismo vivente che genera vita mangiando solo quello che gli piace. In più, se sei anche capace di scrivere i pezzi belli come i Mt.Zuma, allora fai bingo.

streaming: Mt.Zuma (6 pezzi)

Perchè scrivo recensioni e qualche disco dalla mia mail

homelette

Uno dei motivi per cui continuo a scrivere recensioni è perché mi piace ascoltare dischi e poi ragionarci su. Come sono i passaggi della chitarra, ascoltare bene il basso, cosa mi ricorda il climax di una canzone, cose di questo tipo. Un altro motivo per cui continuo a scrivere recensioni è perché ne sento il bisogno, mi viene un’idea su un disco e non sono in pace finché non l’ho messa giù, non riesco a fare altro. Cioè si, posso anche fare altro ma poi l’idea me la scordo e mi arrabbio.
Due motivi personali quindi, che vanno al di là del discorso relativo a quante persone leggono gli articoli del blog. Neuroni letto da poche persone, più che altro i miei amici, e mi chiedo sempre, ogni volta che pubblico qualcosa, perché continuo e perdo tempo in questa cosa quando potrei farne altre, cento volte più utili. Poi passa qualche giorno a rimuginare, a lamentarmi di me stesso e a dire che non ho niente da dire di significativo (diverso, più approfondito, più acuto) rispetto ad altri, e nello stesso tempo continuo a pensare a quale potrebbe essere l’argomento della recensione successiva. È come un processo, sempre uguale, che va avanti da quando ho iniziato a scrivere su questo blog. L’utilità delle recensioni è cambiata per alcuni appassionati, per altri no, e sono convinto che questi altri, seppure siano in minoranza, le leggano ancora per capire cosa ascoltare tra le centinaia di dischi disponibili. Io lo faccio ancora, magari c’è qualcun altro che fa come me. Poi magari si fanno un’opinione loro e sono in totale disaccordo col giornalista, ma dal testo sono partiti. Ci sono alcuni giornalisti che sono ancora in grado di influenzare il mio pensiero, perché li leggo da anni, perché li leggo da un mese e mi hanno colpito, perché li stimo e so che amano la musica. Per quelle persone penso che valga ancora la pena leggere di musica.
Se penso a come sono cambiati i miei gusti musicali da quando ho iniziato a scrivere recensioni, posso dire che sono cambiati molto. Ci sono cose uscite 20 anni fa che ascolto ancora, ma ci sono cose che non ascolto più da tempo. Il cambiamento avrebbe avuto luogo anche se non avessi avuto la fissazione della scrittura, di sicuro. Ma scrivere ha decisamente reso più profondo il tentativo di capire cosa stavo ascoltando. È una cosa personale, estremamente legata ai miei limiti personali, che sono quelli di uno che non lo fa di professione, cosa che comporta anche dei vantaggi, come per esempio poter scrivere quello che voglio, come voglio, riportando le fonti che voglio oppure nessuna. Se uno mi legge e non gli piaccio, non torna più, se succede il contrario, torna un’altra volta. Ma, dopo i momenti di sconforto, penso chi se ne frega, e che posso fare di meglio. Non è che me ne frego di quello che pensano gli altri, solo che sta cosa è più forte. Se scrivo, vado più a fondo in quello che ascolto. E secondo me questo, quando avrò 70 anni, mi sarà stato utile. È una prospettiva che riguarda solo me, ma magari c’è qualcun altro che pensa a questo percorso quando pensa al perchè scrive recensioni. Se non ho capito male qualcuno c’è. Un percorso moltiplicato per 1000 volte. I risultati sono le recensioni, o le cose simili, che piacciono oppure no, ma prima del risultato c’è un percorso.

Questa intro è stata ispirata da La morte della recensione in generale e di quella del disco di oggi in particolare e Le recensioni di dischi sono morte, i blog sono morti e anche io non so bene perché continuo a leggere queste robe

Adesso, un altro motivo per cui continuo a scrivere: spaccarmi di ascolti delle cose che mi arrivano in posta, una dopo l’altra, e buttare giù qualche idea vagamente sensata a riguardo.

Mi è arrivato questo gruppo che si fa chiamare Nobody Cried for Dinosaurs e il loro Ten Billion Years Later EP (Dischi Mancini). Non è un problema loro, è un problema mio. Non ho mai sopportato il pop rock con le batterie che saltellano e s’incastrano perfettamente alle chitarre pulite che girano sempre su se stesse. Non mi piacciono le progressioni perfette. E quello che c’è di più lontano da quello che cerco nella musica è il suono limpido come inno alla gioia o il suono limpido che nasconde sentimenti non del tutto positivi (Mexico). Non sono mai riuscito ad apprezzare né la musica della spensieratezza né quella della spensierata malinconia. Preferirei la disperazione. AustraliA: del primo disco ne riconosco solo una parte, quella dei suoni saturi come gli Sparklehorse, che ormai sono diventati un classico, provenendo dagli anni ’90. Quello che non ritrovo in The Very Truth (secondo disco, diNotte Recs) sono le canzoni, ballabilissime ma senza nessuna idea sulla melodia. Quello che trovo in eccesso invece è la patina, che non permette di afferrare davvero le distorsioni della chitarra, i suoni e la varietà dei movimenti del synth, anche belli (le parti riuscite meglio del disco), ma privi di una profondità. Queste cose insieme non mi permettono di dire che il disco mi sia piaciuto. Questi bassi rotondi che reggono il ritmo come se fossero un reggiseno grande che regge du poppe, queste chitarre melodiose un po’ ribelli un po’ cielline un po’ epiche, questi rullanti così netti sono le cose che mi sono arrivate per prime all’orecchio di Buona musica! di La macchina di von Neumann (autoprodotto). La verità è che non tollero più i passaggi lenti (Bistecca) del post rock strumentale, che ti propongono musica come se quella malinconia fosse la verità. Vado meglio con le parti più incazzate. Faccio fatica a proseguire nell’ascolto del disco quando sento che è stato inserito uno che parla e mi dice che c’è chi ci vuole vendere una verità con cui lui non è d’accordo. In questo modo quella voce ci sta vendendo come verità il suo non essere d’accordo. Questo dire che quella non è la verità e che nessuno ha la verità in tasca con l’atteggiamento di chi in realtà crede di averla: lo trovo intollerabile. Questo atteggiamento non pervade in particolare tutto questo disco ma penso che sia un po’ il succo che mi ciuccio ogni volta che sento il post rock alla Mogwai (La supposizione è la madre di tutte le cazzate) o tutto quello che è venuto dopo. Aggiungo, in Buona musica!, un basso troppe volte eccessivamente cinghione e la classica chitarra post rock che pirulla, e diventa chiaro che non ho più niente a che spartire con questo tipo di musica. Mi è piaciuto molto il comunicato di Veleno & poesia (o Poesia & veleno, l’ordine non importa, a giudicare dalla mail che ho ricevuto) degli autoprodotti I DOTTORI che dice che le influenze della band sono Queens of the Stone Age, System of a Down, Faith No More, Rino Gaetano, Celentano e Gaber prima maniera, Fred Bongusto e Buscaglione, i Muse, con “l’obiettivo sonoro” di incrociare il rock potente e la canzone italiana, come se Rino Gaetano o De André incontrassero gli Who. Il fatto è che è tutto vero, io aggiungerei anche gli Stadio, per la triste malinconia dell’obiettivo sonoro, raggiunto dai Dottori. Il cantante ha la R alla Manuel Agnelli e questa alla fine è probabilmente la cosa più insopportabile del disco perché tutto il resto del desiderio che sta sotto al disco (fare breccia nel pubblico dei Negrita con una proposta meno sputtanata e più profonda dal punto di vista dei contenuti) si può comprendere.

“è probabile che se a nostra volta sbarcassimo su marte, non vi troveremmo altro che la terra stessa”

è lo scenario di impossibile fuga che i DOTTORI, ben lungi dal volerci curare, dipingono per noi. È un rock che si prende la briga di filosofeggiare e che attraverso i testi vuole insegnare a vivere la vita. I contenuti quindi mancano, ma possono colpire nel segno. Per quanto riguarda l’essere meno sputtanati dei Negrita, beh.
Potrebbe andare peggio solo se incrociassimo, a tutto quel popo’ di influenze dei DOTTORI, Il Teatro degli Orrori, il blues rock, un senso dell’umorismo alla Ligabue e la visione della vita di Morgan, cosa che succede solo con i John Holland Experience (Pronti? DreaminGorilla Records, Taxi Driver, TADCA, Electric Valley, Scatti Vorticosi, Brigante, Longrail, Edison Box, Omoallumato). Mi rendo conto che spesso questa rubrica si è trasformata album dopo album in una cosa comica e ha finito per mancare di analisi musicale privilegiando accostamenti verosimili ma allo stesso tempo scritti con quella mezza intenzione di far sorridere (lo ammetto). I Dottori e John Holland Experience sono l’esempio preciso di quello che sto dicendo. Si tratta di due album dello stesso genere, il Rock Italiano, definizione che individua le proprie influenze originarie nelle chitarre degli anni ’70 e nei testi dei cantautori italiani riconosciuti come regola. Gli anni ’70 non li ho mai ascoltati seriamente. Sui cantautori, nati come voci diverse e poi brutalizzati e sminuiti in citazioni superficiali e continue, penso che i loro messaggi di dissenso abbiano perso la forza proprio nel momento in cui hanno incontrato il favore di un pubblico vastissimo, perché in quel momento il loro dissenso non è stato più tale ma è diventato pensiero condiviso. Ne ha parlato diverse volte Francesco su Bastonate. È vero che al TARGET DI RIFERIMENTO del Rock Italiano non gliene frega niente e vuole ballare e cantare cose che, anche se non lo riguardano, appena le canta quello lì lo riguardano in automatico. Ma non c’è niente che mi piaccia in questi gruppi, mi va di scriverci su, perché quando li ascolto mi vengono in mente queste cose, anche se magari molti non li prendono neanche in considerazione: li considerano inferiori rispetto a gruppi magari meno famosi. Così come chi invece li ascolta considera inferiori gli artisti meno noti. Che complessità l’essere umano quando si tratta di gusti musicali.

C’è un’altra cosa. Quella dell’esplicitare il prendersi poco sul serio come una caratteristica fondamentale della band, come un suo plus. Succede a volte che il Rock Italiano che mi arriva nella mail si prenda poco sul serio e associ alle preziosissime solo guitars un atteggiamento da cazzone per missione. Non mi piace. SeM E Le Visioni Distorte dicono di incarnare lo spirito dei Motorhead prendendosi poco sul serio. Non sono mai stato un fan dei Motorhead e ho sentito dire che Lenny Kilmister era un simpaticone, ma sono sicuro che i Motorhead abbiano significato e significhino di più della dichiarazione d’intenti di SeM (dal comunicato stampa): “Come sei i Motorhead si fossero mangiati i Rats mentre Caparezza applaudiva”. Perché prendersi poco sul serio? Perché farne una caratteristica forte? Se uno ha qualcosa da dire, quando lo ascolto non mi preoccupo davvero se si prende molto sul serio o no. Questa cosa del prendersi poco sul serio è sopravvalutata. La fai perché ti viene, e basta, se non ce l’hai dichiararla non servirà a farla diventare reale. Non riguarda solo SeM, ma anche, per esempio, La macchina di von Neumann.
Allo stesso tempo, SeM porta avanti un discorso di sensibilizzazione molto importante che nemmeno negli ambienti più illuminati della musica è stato ancora capito del tutto: “SeM ha creato un format video esilarante che cerca di sdrammatizzare sull’eterno concetto dei generi musicali, del fatto che chi ama il metal odia il pop e chi ascolta Ligabue immagina che il rock sia solo rumore. È disponibile la seconda puntata in cui si svela come sarebbero gli Iron Maiden se strimpellassero come Edoardo Bennato” (fonte: comunicato stampa).

Dopo un incipit di Ice, Cold, Green Tea che è un incrocio tra True Blood e Banshee, gli Homelette partono con un folk vagamente country, completamente dilaniato, con voci sottili e stirate alla Elliot Smith e allucinazioni alla Tim Buckley. Ice, Cold, Green Tea mi ricorda tutti e due, Elliott Smith nell’arpeggio e nel ridurre a brandelli la serenità che la melodia creata potrebbe dare, Tim Buckley nel dilatarla. Gli Homelette mi ricordano anche Daniel Johnston in quella lievissima stortura da nastro vecchio di una musicassetta e nelle stonature della voce, che nei cori di Grey Days sono pure degne di un John Frusciante su cui però non insisto troppo su perché ultimamente (negli ultimi 24 anni) non mi piace più tantissimo. Tornando quindi a Johnston, di base gli Homelette hanno il suo stesso grande desiderio: essere pop, ma la testa (dentro) è un disastro. Io non posso pensare che gli Homelette siano ridotti come lui, ma i loro arpeggi così leggeri sulle corde e allo stesso tempo così pesanti nel riverbero che producono me lo ricordano. E oggi hanno reso l’ufficio un posto veramente intimo. Stasera, a casa, con Snowball era tornato il piacere del piccolo fuoco acceso per scaldare la sala di Sparklehorse, soprattutto grazie certe flessioni della voce.
Mornin’ Hollows è uscito per la More Letters Records, la stessa dei Big Cream, e io mi sono un po’ lasciando andare con gli accostamenti. Ma cosa c’è di più ragionevole del pensare alle altre cose che mi ricorda una canzone, cercare di capire se ha davvero un senso quello a cui sto pensando, un senso derivato dalle possibili influenze sul suono e sulla scrittura, e cercare di scriverlo? Mornin’ Hollows è curato nei dettagli, nella scelta delle sonorità e nei passaggi da strofa a ritornello, a volte bruschi, a volte morbidi e sereni. Un disco davvero bellone.

Come ogni episodio di Le recensioni nella mail, anche questo è una gara di copertine. Ha vinto quella degli Homelette, non perchè mi paccia particolarmente ma perchè le altre non avevano senso.

 

djsco wok end – Creamy Tales dei Big Cream

bigcream

È sabato pomeriggio, sto leggendo il giornale e ascoltando un disco con le cuffie e sto pensando che non c’è niente di meglio da fare al sabato pomeriggio che ascoltare un disco con le cuffie e leggere il giornale, se sei da solo. Il disco è quello dei Big Cream, Creamy Tales. Mi ha fatto venire in mente chi, ascoltando questo disco, ne criticherebbe le imperfezioni. Gente con la mania che un disco sia perfetto, che una batteria non sia mai indietro, che non ci sia nessuno sfasamento tra lei, la chitarra e il basso. Sono mostri non tanto lontani da noi in fondo, o per lo meno da me: ne ho uno anche in ufficio. Di sicuro ha una visione della musica diversa da quella che ha il 50% delle persone lì dentro, ma con i gusti non ci becchiamo proprio. Quindi ho concluso che il disprezzo musicale reciproco può esserci anche tra persone che cercano nella musica qualcosa di più che non siano i Coldplay, cosa che è abbastanza scontata in alcuni momenti della mia vita, ma non lo è per la maggior parte delle ore dei giorni della settimana, che trascorro in ufficio. Così, a pensarci adesso che è sabato e sono almeno 10 km distante da quel posto, posso dire che della loro opinione non me ne frega un cazzo e che penso che la verità stia da una parte sola, cioè la mia. E mentre ascolto Creamy Tales la mia verità è che non c’è niente di meglio di questo tipo di rock che unisce un sacco di cose diverse che appartengono all’uomo di sempre: tristezza, rabbia, gioia, malinconia. Che io sappia, l’uomo si è sempre arrabbiato, sentito triste, felice o malinconico. Nel Medioevo come nell’antica Roma, all’inizio del ‘900 come oggi e come quando girava con la minigonna di pelliccia. Invece, la chitarra di Joe Bonamassa cosa mi dà? Niente, al limite un po’ di tristezza. Dentro a Creamy Tales ci sono tutte le cose che sono state scritte in altre recensioni: Dinosaur jr, Sebadoh, Nirvana, Pixies, Pavement, i primi più significativi Yuck, anche se per me i primi Yuck non è che abbiano avuto più significato di quanto ne abbiano gli Yuck di adesso, cioè quello di un gruppetto. Però la cosa che ho sentito di più dentro all’ep (6 canzoni) dei Big Cream è l’abbandono di Something in the way dei Nirvana, declinato in modi diversi, con più ritmo, con più energia, con più voglia di vivere. Un abbandono energico. È possibile? Boh, evidentemente se l’ho sentito dentro ai Big Cream è possibile. Ci sono pezzi che qualcuno definirebbe derivativi, ma sono cose belle (come ha già detto quel gran figo di Arturo Compagnoni). Belle è l’aggettivo migliore che mi viene in mente e che usavamo sempre prima che uno squallido intellettualismo prendesse possesso dei nostri cervelli e impoverisse la loro capacità di volare a partire da un unico semplice aggettivo: sono belle le chitarre all’inizio di What a mess; la voce in Sleepy cloud, il suo ritornello e relativi cori, la chitarra che pare una bestia sofferente che non dà tregua al padrone che deve salvarla, vuole farlo, ma non sa come; il basso e il cratere chitarristico che si apre al  minuto 2:08 in Sleep therapy; gli stacchi della batteria che c’è poco dopo – e a questo punto io ci sento anche i Fugazi e i Karate, quindi questi ragazzi aprono anche a interpretazioni impreviste e imprevedibili, non solo a quegli anni 90; il fatto che ci siano due canzoni di fila con la parola sonno nel titolo; la melodia di Space collage. E secondo me a questi ragazzi (di tre che sono ne conosco più o meno uno e mezzo) piacciono anche i Male Bonding (Slush, la più Something in the way di tutte – leggi grande tono scazzato – anche se più veloce), che poi tutto il tono dei Male Bonding è derivativo di Something in the way, quindi tutto torna come in un calcolo matematico anche se matematico in questo mondo incerto c’è poco poco. Poi via, si va avanti nell’ascolto di questo ep che non può fare altro che mettere una botta nel vostro week end se avete un minimo di gusto musicale e visione per apprezzare quello che si può fare con tre strumenti e tre amici. Abbiate pazienza, io passo tutti i giorni NON con colleghi a cui NON frega un cazzo di musica e non ne parlano ma che hanno gusti musicali diversi dai miei e li ritengono gli unici possibili. Nel week end devo sfogarmi. Creamy Tales dei Big Cream è un ottimo modo per farlo e per concentrare il cervello su qualcosa di creativo. perché, guardate, che questo disco non è solo un omaggio a quel tipo di musica, dentro ci sono delle belle idee. Sentitelo, vedrete che è vero.