Calcio, musica e biscotti

biscotto 2004

Se prendiamo una settimana e la consideriamo un arco di tempo a cui dobbiamo dare per forza un significato, notiamo un sacco di cose in più che altrimenti non noteremmo. A volte succede che c’è una roba che ritorna e che, quando arrivi alla fine della settimana, ti fa dire questa è proprio stata la settimana del, non so, temperino. Direttamente o indirettamente, ce l’hai sempre tra i piedi. Questa settimana, per esempio, ho fatto colazione con i biscotti alla farina di riso che ha preparato la mia morosa. Alcuni erano lisci, altri per metà bagnati nel cioccolato fondente. Lunedì 13 l’Italia ha pareggiato con la Svezia e ha mancato la qualificazione ai mondiali. L’unica considerazione sensata che posso fare a proposito, oltre al fatto che quest’estate mi mancherà vedere le partite sotto al portico di Diego, è che alla Svezia la nazionale italiana è legata per alcune delle più clamorose cose brutte degli ultimi tempi. Anche se Ibrahimovic l’altro ieri ha detto che non è mai successo, agli europei del 2004 Svezia e Danimarca ci fecero il biscotto. Nelle prime due giornate del girone C, l’Italia aveva pareggiato con entrambe. Prima di Danimarca-Svezia e della nostra partita con la Bulgaria, svedesi e danesi erano primi con 4, noi terzi con 2 e i bulgari avevano 0 punti. Danimarca-Svezia finì 2-2, l’Italia vinse 2-1 con la Bulgaria ma fu eliminata lo stesso. La cosa è piaciuta in particolare modo ai tifosi svedesi, tanto che decisero di fare quello striscione famoso e che, lunedì scorso, hanno cantato biscotto-biscotto ai giocatori italiani all’uscita dello stadio. Erano 13 anni che aspettavano il momento giusto. Questa, a casa mia, è stata decisamente la settimana del biscotto, in Italia per tutti è stata la settimana del remember-biscotto. A volte siamo tutti sulla stessa barca.

Su Google ci sono un sacco di biscotti. Ci sono anche abbastanza, non troppi, nomi di gruppi con biscotti. Basta cercare “nomi band biscotti” e/o “band names biscuits” e vengono fuori Gorilla Biscuits, Limp Bizkit, The Lonely Biscuits, The Disco Biscuits, Maryland Cookies, Half man half biscuit, Petit Biscuit, Oreo Speedwagon. A proposito, fino alla settimana scorsa c’era un tubo nuovo di Oreo in cucina. Questa settimana, martedì mattina, era a metà. Io non sono stato, non so come si facciano a mangiare gli Oreo se ci sono i biscotti fatti in casa sul tavolo.

Uno dei gruppi italiani che mi ha più gasato negli ultimi tre anni, e che non ha biscotti nel nome, è Cayman the Animal, animali romani che fanno l’hard core punk con un’inventiva che averne la metà per fare un disco basta. Il loro ultimo è Apple Linder. All’inizio di quest’anno è uscito Rabid Dogs, il terzo album di Monsieur Gustavo Biscotti (e qui torniamo al punto), che assomiglia a Apple Linder, oppure no. Nel senso che Rabid Dogs è più lineare e Apple Linder invece ogni tanto spezza le strofe con schegge in nuove direzioni, tanto improvvise quanto brevi. Apple Linder ha più trovate. Quello che Rabid Dogs ha in comune con lui sono due parole: Hot Snakes. Quindi, se hai voglia di ascoltare un disco tipo Swami Records, questo è il bandcamp, altrimenti gira al largo.
Tra le etichette che hanno fatto Rabid Dogs c’è anche Antena Krzyku, polacca di fama mondiale che sul sito vende Bulldozer 12″ dei Big Black. Bulldozer con Rabid Dogs non non ha niente in comune sul lato wave più dark. Di sicuro però i due dischi hanno in comune quel cazzo di abbastanza lungo periodo tra anni 80 e 90 in cui Touch And Go e Homestead hanno gettato le basi, poi ereditate in parte anche dalla Swami Records, di quel suono tesissimo in generale ma con un sacco di declinazioni, di cui i Big Black hanno dato l’interpretazione più cattiva e da cui Monsieur Gustavo Biscotti ha preso lo slego più hc punk.
Monsieur Gustavo Biscotti ha suonato a Fano ieri in una serata organizzata da Sonatine Produzioni e se mi fosse venuto in mente prima di ieri che questa è stata la settimana del biscotto sarebbe stato meglio, perché adesso l’unica cosa che posso dire è “ci siete andati?” e non “andateci”. Comunque, a Fano, una volta c’ho visto PJ Harvey e se non sbaglio in centro c’era un forno in cui ho comprato dei biscotti buonissimi. Erano lingue di gatto. Va bene lo stesso come collegamento, anche se nella copertina del disco di Monsieur Gustavo Biscotti ci sono due cani?

Rifare tutto e rifarlo più ostile. Montana, un’anteprima del nuovo disco

Nel 2015 tre quarti della vecchia formazione si è dispersa, nel 2016 la loro storia è ripartita. Adesso i Montana sono tornati, accuditi e guidati da mani concrete. Arrivati in studio nella primavera di quest’anno con il carico di fatica spesa nel rifare tutto daccapo, l’hanno buttata tutta dentro ai microfoni. Hanno fatto la loro cosa, senza pugnette si dice dalle mie parti. Nessuna perdita di tempo: ricomporsi, scrivere e provare, registrare. Farlo bene, non fare in fretta ma arrivare dritti al punto. Correre, potenti e controllati. Il resto non conta. La costanza nelle gambe gli è rimasta dai tempi dell’hard core, la forza dall’era del metallo. In questo periodo di ricostruzione hanno urlato solo quando hanno registrato le voci, per il resto hanno fatto tutto mantenendo basso il profilo. E quando ho infilato negli auricolari il nuovo disco, è stata l’esplosione finale di una rinascita ottenuta senza disperdere energie all’esterno ma scaricandole tutte nel risultato finale.

Qualche giorno fa ho letto un’intervista ad Adam Granduciel dei War On Drugs che parlava della forza curativa della musica, in cui lui vede un processo utile a capire te stesso e il mondo. Io non ci credo. Una canzone deve dire come stanno le cose, punto. Chi la scrive non deve sperare di trovarci la cura ma un canale in cui parlarsi e parlare chiaramente. Non serve per guarire ma per capire. Chi la ascolta si deve aspettare di trovarci la verità. Niente di consolante, c’è sempre il risvolto ostile che non puoi non considerare. Per esempio, A Crow Looked At Me di Mount Eerie non c’entra nulla coi Montana ma è bellissimo perché parla della morte senza tante menate ed è molto reale. Biografico. I Montana sono sempre stati spaventosi da quanto sono diretti, nella musica e nei testi. Lo sono ancora di più nel disco nuovo, che non poteva essere diverso, visto che è il risultato di mesi di scornate testarde per ricomporre il gruppo.

È il disco migliore che abbiano fatto finora. La chitarra e la batteria non mollano un attimo, come sempre, ma questa volta hanno un suono più impastato, contrapposto a una scrittura lucidissima, come sempre, ma questa volta di più. Il suono mi ha ricordato la ruvidità di Legless Bull dei Governement Issue. Per altre cose invece il disco dei Montana gli è molto distante. Legless Bull ha molte parti di hard core, 10 minuti 10 canzoni. Praticamente 10 improvvisi schizzi di follia. I Montana mantengono le velocità e la foga del punk rock, raramente si scaricano con l’hard core, piuttosto allargano le chitarre e i ritmi verso il post hard core. Mancano totalmente di voci sboccate, per fortuna: vanno dritto in generale e vanno dritto anche lì, senza pugnette (appunto). Nessuno schizzo di follia, è tutto sotto controllo. Il controllo non porta rigidità, i giri del basso e la cassa della batteria che a volte intervengono con più evidenza a spezzare l’andamento delle canzoni sono i mezzi attraverso i quali le maglie dei dischi precedenti si sbrancano. Per colpire ancora di più, i Montana hanno detto ciao quasi del tutto ai passaggi rock’n’roll di Spergiuro (2015) e li hanno stretti nella morsa di un punk rock chitarra, basso e batteria, diretto e cinico ma capace di costruire dinamiche notevoli. I testi sono in linea, più franchi, fermi e reali di sempre. Non serve altro per dire le cose che bisogna dire.

Si chiama La stagione ostile, esce per Crapoulet Records, To Lose La Track e Sonatine Produzioni tra un mese spaccato in digitale, il 10 novembre in vinile. Ma qui puoi ascoltare subito Giudizio in anteprima assoluta mondiale.

Love at first Fig: Bennett

E chi sono i Bennett? È già un anno che mi sono fatto questa domanda. Adesso la risposta la sanno tutti, ma allora non la sapeva nessuno. Quel nome mi è apparso per la prima volta sul programma dell’Italian Party 2016. Tramite risposte stitiche a un paio di domande ho scoperto qualcosa. 1) Che si tratta di alcuni avanzi della mossa toscana: bassista dei Chambers, chitarrista e cantante dei Disquieted By, batterista degli Autumn Leaves Fall In. 2) Che fanno musica melodica e pesante. 3) Nient’altro. Su YouTube c’era già un video di un live in un locale, era buio e sembrava che il cantante avesse appena squartato un uomo, nel retro, e stesse scaricando l’adrenalina nel post hard core. Il video aveva un sacco di visualizzazioni. Non so per gli altri ma per me è stato amore a prima vista. Comunque, questi Bennett avevano già fatto un concerto in giro e per trovare uno straccio di qualcosa bisognava guardare su You Tube. Mattacchioni.

Il mese dopo, compaiono sul palco piccolo dell’Italian Party. Era un caldo pomeriggio d’estate e l’aria era fermissima, come se anche lei stesse aspettando in pace qualcosa che le piaceva molto. Non c’è stato nessuno che ha urlato STANNO PER SUONARE I BENNETT ma è come se ci fosse stato. L’attesa era palpabile. La ballotta toscana stava generando la fotta. Del resto, una simile super band (e qui faccio finta di conoscere da sempre gli Autumn Leaves Fall In) non poteva che creare amore. E infatti. I Disquieted By hanno fatto il mio disco preferito del 2012 (giuro). Dopo un po’ hanno cessato di esistere, lasciando un grande vuoto. Andare a vedere i Bennett era andare a vedere il nuovo gruppo del tipo (David) dei Disquieted By: la cosa era buona anche solo per questo.

Del concerto all’Italian Party ricordo che ogni canzone fu un ripigliarsi dopo un periodo di astinenza, perché i Bennett avevano proprio tutta la forza beffarda e ignorante ma precisa dei Disquieted By. Il cantante sembrava una statua quando si bloccava negli stop, proprio come faceva una volta, ma non suonava più indossando solo un paio di culotte. Era tutto vestito. Un mio amico l’ha abbracciato. L’atmosfera era famigliare, come quando arrivi al pranzo di Natale e inizi a salutare tutti e, dopo i 35 anni, ti lasci andare perché ti fa un gran piacere.

Il giorno dopo ho scritto BENNETT su facebook e ho preso un sacco di like. Dopodiché, silenzio per nove mesi. Non io, loro. Lo faranno o non lo faranno questo disco, boh. Poi sono tornati, a marzo 2017, credo, con un video dedicato a Jean Louis Bennett. Sono andato a vederli al Magazzino Parallelo, a uno degli Heavy Show organizzati dal tipo dei Riviera. Ho tentato di fare una foto alla faccia di David pietrificato durante uno stop prima di un go, non è venuta un granché ma l’ho messa lo stesso su Instagram con un po’ di filtri. E ho preso un sacco di like.

Passano le settimane, e niente disco. Poi, il messaggio. I Bennett mandano una mail in cui chiedono agli amici di fare un trailer promozionale, la mail gira e arriva in qualche modo anche a me, ci provo due o tre volte, faccio schifo e rinuncio. Dopo un po’, del trailer non si sa ancora nulla. C’è un motivo, hanno cambiato strategia: Luca Benni, il mio uomo alla Bennett, mi chiede di filmarmi mentre dico una cosa tipo i Bennett fanno cagare, sono molto contento, lo faccio e glielo mando. Sulla porta del mio bagno di casa c’è la targhetta “toilette” e solo dopo un po’ di giorni mi viene in mente che avrei potuto usare quella, come scenografia. Troppo tardi, pazienza. Il 20 maggio il video ESCE: in sottofondo c’è Confidence e tutti dicono che i Bennett fanno cagare. Il mio video non l’hanno messo, perchè oltre a far cagare sono pure degli stronzi. Il promo gira un bel po’ e monta l’attesa del disco, attesa per il 16 giugno. Intanto, su Instagram, loro iniziano a seguire tutti e a un certo punto la mia ragazza mi dice “i Bennett hanno iniziato a seguirmi su Instagram”. Oh_oh. Mi parte subito l’immagine di David senza culotte.

Su TheNewNoise esce l’intervista e vengono fuori le prime date. Lo streaming su Rumore arriva il 12 giugno: eccolo, il disco. È stato come una montagna all’alba. Lentamente è venuto fuori dal buio e si è mostrato. Grande e grosso. Non fa mica cagare, è bellissimo. Believe the hype, non dare retta a quelli del trailer. Ti piace la roba melodica e pesante? I Bennett sono cattivi e simpatici. Non cattivi simpatici come quei personaggi dei film che fanno la battuta e un minuto dopo commettono il crimine peggiore dell’universo (prima scherzavo con la storia dell’uomo fatto a pezzi), cattivi simpatici perché la loro musica è molto pesa, con picchi di satanismo, ma sembra fatta per cullarti. Si capisce meglio quando li vedi dal vivo. Gli vuoi bene e li vorresti abbracciare anche tu, ma intanto ti arriva la chitarra sui denti. È difficile scansarla perché ha quel movimento circolare infinito che t’imbambola.

Dicevo, per me è stato amore a prima vista. Love at first sight, come diceva Kilye Minogue, o Love at first fight, come dicono loro, o love at the first fig, cosa che mi succede ogni anno, dopo un anno di attesa, quando raccolgo il primo fico (in realtà, matalone, quello viola, grande) dall’albero di mio suocero. Quando arriva fine maggio vado e chiedo “Mario! Quando arrivano i mataloni?”, risposta: “Eeeeeh”, che vuol dire che devo portare ancora un po’ di pazienza. Dalla finestra della sala lo vedo, l’albero, ogni tanto lo guardo, ogni tanto vado giù e mi ci metto sotto a controllare a che punto sono. Quando arrivano è una droga. La natura è così meravigliosa che al secondo giro l’albero cambia genere, fa i fichi normali (quelli verdi, che mi piacciono ma non c’è paragone) perché se ti disse troppi mataloni ti stancheresti e l’anno dopo non fremeresti più come quello precedente. I mataloni durano poco quindi, l’attesa rinizia presto. E, quest’anno, il primo matalone è arrivato insieme al primo disco dei Bennett: si sono fatti aspettare uguale, lo stesso tempo, con la stessa intensità. E te ne hanno data poco per volta. Alla fine, sono finiti addirittura su Repubblica.

La promozione dei Bennett non è paragonabile a quella di macchine da guerra del marketing, come i Radiohead o gli U2, che inventano rompicapo quasi ogni volta che fanno uscire qualcosa. In quei casi la percezione di chi assiste è di fastidio nei confronti di un meccanismo che fa finta di giocare e di essere geniale in realtà spinge un prodotto. È musica, ma la stessa strategia potrebbe essere utilizzata per qualsiasi altra cosa. Lo scopo è fare promozione, ok, ma per riuscire davvero serve qualcosa di meno pensato, di almeno apparente spontaneo, di meno fastidioso, e che faccia parlare di musica, non del gruppo allo stesso modo in cui si potrebbe parlare di sigarette o di una macchina. Non c’è nessuna differenza nel dire “i Radiohead hanno oscurato il sito” rispetto a “la Marlboro ha oscurato il sito” perché al centro c’è un marchio, non un contenuto. BRAND. I Bennett hanno promosso il disco in modo simpatico e con tempistiche perfette. Per budget, dimensione e tipo di pubblico questi gruppi non sono paragonabili tra loro, ma a volte i colossi potrebbero copiare dai gruppi indipendenti per apparire più credibili. Oppure, facciano come vogliono, tanto in fondo, chissene, io ascolto ti Bennett. Che mentre scrivevo hanno pubblicato un altro spot.

Non confonderlo con bennettband.bandcamp.com, il bandcamp che t’interessa si chiama pigliabennett.bandcamp.com. E il disco è uscito per To Lose La track e Sonatine.

NUOVO DIE ABETE

Quando ti svegli alla mattina ti giri verso l’altra parte del letto e non c’è nessuno perché avete orari diversi e v’incrociate solo alla sera tardi, poi guardi l’orologio ed è tardissimo, così che non puoi fare neanche una pisciata con calma. Almeno ti lavi la faccia. Ora però, caffè. La moka è chiusa da ieri e sembra sigillata col silicone, tiri tiri ma niente. Allora prendi lo straccio sporco di fianco al lavello e riesci ad aprirla, vai per svuotare il filtro e il caffè bagnato ti casca a un centimetro dal bidone, tutto per terra. Porca troia, lo puoi urlare perché tanto sei solo in casa. Lasci tutto così com’è e riempi la caffettiera. Il caffè lo bevi e senti che ti arriva in testa. Era necessario. Mangi una frutta sul tavolo e un pezzo di pane lo mastichi mentre ti vesti ma mentre t’infili la seconda gamba dei pantaloni inciampi e caschi sul letto, con la testa di fianco al comodino coi libri che ancora non hai letto. Più che altro adesso sembri una scimmia, per questo continui a leggere qualcosa. Quella mattina ti capita anche quello che non dovrebbe capitarti mai: all’improvviso, devi andare in bagno: hai preso un frescone. Quando? Perché? La doppietta caffè-kiwi funziona, ma non pensavi così in fretta. Il ritardo di questa mattina era già scritto nelle stelle di ieri sera, quando pensavi a quanto sono buoni i kiwi mentre lavavi i piatti dopo aver cenato da solo. Caghi, quindi. Finalmente esci di casa, ti avvii. Dentro la macchina c’è puzza di olio perché c’era una perdita, l’hai portata dal meccanico un mese fa, lui l’ha messa a posto ma la puzza dentro c’è ancora. La frizione fa un rumore strano, potrebbe spaccarsi il cambio, 200 euro. Giri in macchina sperando che non succeda, vorresti pregare il signore per chiedergli che non succeda, ma succederà sicuro, quando – non so – devi prendere il treno e non ti aspetta. Ma come si fa a pregare. Pensando a tutto questo, arrivi in ufficio. Non ti sei preparato il pranzo e non hai preso su neanche la frutta. Toccherà mangiare un buonissimo tramezzino kebab e peperoni della macchinetta. Nella prima parte della mattinata vengono, in successione, a romperti i coglioni: il capo, il capo, il secondo capo, il terzo capo, il quarto, il capo. Ognuno di loro ha indetto almeno una riunione in giornata, però tutti devono andare via presto oggi e domani non ci sono quindi sono tutte riunioni indispensabili oggi. Riunioni. È una gioia sognare di appiccare fuoco a tutto. Ma poi bruceresti anche il tuo stipendio. Hai dieci minuti per finire un lavoro che avevi iniziato prima di raggiungere la prima sala della prima riunione, lo fai ascoltando i Marnero e pensando che è martedì e a fine settimana uscirà il nuovo Die Abete e la prossima settimana potrai ascoltare quello prima di andare in riunione. I dieci minuti finiscono, il capo ti chiama e inizia il vortice, sei carico come un marnero, dai qualche risposta del cazzo (però hai ragione) ma tutto sommato stai calmo. Parole fino alle 12:30, fanno tre ore e mezza in tutto. Arrivi che hai voglia di mangiare kebab e peperoni. In pausa vorresti solo dormire e invece tocca stare in ufficio perché c’è troppo poco tempo per fare qualsiasi cosa e ti devi ciucciare i colleghi. Alcuni sono simpatici, dai. Coup de theatre e chiedi se qualcuno di loro ti accompagna a prendere un caffè buono al bar, nessuno ti segue, la puzza in macchina è tossica e la scusa che hai usato altre volte per non prenderla su per andare a fare un cazzo di aperitivo dopo il lavoro ti si rivolta contro e ti lascia solo. Il caffè è buono lo stesso, comunque. Meriggiare pallido e assorto. D’inverno è caldo, d’estate si bolle davanti al computer. Ora è primavera e non c’è male. Tutti i capi sono fuori ma c’è in giro il collega zelante. È lì da più anni di te ed è così gentile e falso quando ti parla che è sicuro che da dietro t’incula. È successo. Parla male di tutti con te, parla male di te con tutti. Lo mandi a fare in culo in silenzio e gli dici scusa sono occupato (vattene di qui!) tutti i santi giorni. Lui se ne va chiedendo scusa come se ti avesse già dato una coltellata dietro alla schiena, cosa che succederà tra un minuto durante il quale tu lo vorresti ammazzare e seppellire sotto una stele di piombo. Il trend del declino continua: ti sbagli e clicchi sulla X sbagliata cancellando il lavoro dell’ora precedente. Niente di irrimediabile ma cazzo se ti fa girare i coglioni. Per il tempo rimanente guardi l’orologio ogni cinque minuti. Non la vivi bene. Sbrighi il resto dei lavori abbastanza bene, esci pensando che è bello andare a fare la spesa in quel supermercato pieno di commessi stronzi, ma assapori già la mela che ti mangerai mentre riempi il carrello senza pagarla. Stronzi ma rincoglioniti. Una mela al giorno toglie il medico di torno. Osservandomi dall’esterno, non mi suscito niente di diverso che sdegno. Lei torna tardi, quindi puoi fare la spesa che vuoi e mangiare una roba veloce senza impegno anche stasera. Oppure una schifezza surgelata. Perché sei giovane, tra qualche anno quella roba non la vorrai vedere neanche col binocolo, dicono. Paghi, butti il torsolo dalla tasca al cestino subito fuori, sali in macchina, ciao, domani prendo una Val Venosta Red Delicious, la mela di Biancaneve. È dura ma i denti li hai buoni, a parte quella carie a destra. Mangi tutto a sinistra e hai risolto. A casa fai tutto quello che devi fare, spazzare il caffè, docciare, mangiare, bere. E prosegui cercando di dare un senso alla tua giornata, pensando che molti anni sono passati col pensiero di dare un senso poi all’improvviso capisci che il tempo è passato davvero e solo adesso ti rendi conto di quanto ne hai perso. Vorresti leggere ma Facebook e Instagram ti assorbono per un’ora. Intanto, però, ascolti The Name Is Not the Named dei Gazebo, non sei tutto da buttare dai. All’improvviso senti il rumore della porta che si apre, è lei. Sono le undici e tre quarti infatti. Vi abbracciate, vi baciate, la guardi e pensi che qualcuno è più stanco di te che ti lamenti di un comodo lavoro d’ufficio. Quattro chiacchere che se sono buone possono valere anche tutta la giornata, ma non è sempre così, questa sera non è così. Il tempo brucerà anche la nostra casa amore. Adesso a letto, buonanotte. Di notte si dorme, a meno che tu non abbia preso il caffè dopo le 16. Cazzo, l’ho preso alle 5 e un quarto. Ti addormenti mezz’ora prima della sveglia. Ti svegli, giornata abbastanza terribile ieri, speriamo meglio oggi. Se siete d’accordo, azzeriamo tutto e ripartiamo da capo.

Senza denti, Die Abete: streaming
To Lose La Track, Sonatine produzioni, Shove Records, Tanato Records, Longrail Records
Copertina: Collettivo Canemorto

(il vecchio die abete)

Recensioni generator the 3 pipponi serie: Tiger Shit, Blue Crime, Halfalib

Se uno ascolta Corners, l’ultimo disco dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (To Lose La Track), sembra l’album di un gruppo che fa la sua cosa da anni, ha le mani in pasta da sempre nel noise rock e riesce a riprodurne tutte sfumature senza difficoltà. E invece no, nel senso che non fanno la stessa cosa da anni e non c’è pilota automatico. È il primo disco in cui prendono con così tanta decisione quella strada. Nel 2013 hanno pubblicato Forever Young, che è un po’ un insieme indefinito di cose, più spostato verso i Male Bonding e in cui a volte le chitarre vanno in direzioni impreviste, già noise ok (Broken) ma anche math rock (The Smell) per dire. Lo stesso gioco intorno alla chitarra è in Whispers, del 2010, che suona più simile a Corners ma mai così pieno di distorsione, per le incursioni new wave e purtroppo anche di uno stile pulito e metallico alla Placebo (Vampire). Nel 2008 è uscito Be Yr Own Shit, che probabilmente è il disco della giovinezza, post punk e funk punk (Last Gang In Town), dove hanno fatto cose che hanno deciso di non fare mai più. Quindi, Corners ha il vantaggio di essere perfettamente dentro a suo stile e contemporaneamente di essere il primo esito noise rock così deciso di un percorso guadagnato col tempo. È fresco ma consapevole. I Tiger Shit vengono da una storia musicale insieme relativamente breve ma ascolti Corners e sembra l’unico modo possibile di fare noise rock adesso. Li guardi dal vivo e sono quello che ti aspetti da un gruppo che fa questo genere di musica. E questo mi fa sentire a casa. Non è sempre vero che bisogna ascoltare cose che vadano oltre i nostri confini, a volte è necessario soddisfare subito il desiderio di sentirsi assecondati dalla musica.
Corners procede senza prenderla di corsa, alternando canzoni più tirate a canzoni meno ed è un bel modo per evitare che la monotonia della chitarra che suona così prenda il sopravvento sulle canzoni e su tutto il disco: ecco perché funzionano le quattro all’inizio: Weird Times, Shamaless Pt. 1, Silver, Sacramento. Dopo un po’, anche l’alternanza rischierebbe di diventare monotona e quindi i Tiger Shit tirano fuori un pezzo un può scoglionato (Highland Park), un altro con un finale di chitarra da ascoltare con le orecchie a padiglione per i rivoli che inventa (Teen Forever) e poi Holidays, primo vero momento di riposo della chitarra. Ci sono delle volte in cui si fa tanto parlare delle chitarrone, chitarre grosse, chitarre di qui e di là, però poi c’è qualcosa che non torna, non fanno nessun effetto, non prendono. La chitarra di Corners è quella dei dischi noise rock ma ha una ragnatela tutta sua. Per iniziare, rimane sempre in superficie e crea una palude da cui non passerebbe neanche uno spillo, poi lascia che alle proprie spalle continui a suonare l’acqua melmosa e penetra nelle vene della terra sottostante. Fa una gran corsa all’inizio del disco e poi prende un respiro. Arrivata a BlowingFurther e Girls riparte con un andamento diverso, più veloce ma meno tormentato, come se si fosse sfogata prima e adesso volesse fermare la testa e andare solo sulle gambe. Sembra quasi una persona ed è la chitarra più viva che io abbia sentito ultimamente nei dischi di chitarre.

L’ep dei Blue Crime si chiama SubmarineBronson Recordings poco più di un mese fa ha fatto il suo primo party. Non so se lo sapete, ma sulla serata ho scritto questa cosa su Rumore. No, così per dire. Alla festa non hanno suonato i Blue Crime – che comunque saranno al Beaches Brew – ma gruppi che fanno roba completamente diversa. E questo è uno dei punti: l’etichetta del Bronson produce robe diverse, come altre etichette (Sonatine) ma non come tutte le altre etichette, quindi può essere considerato un motivo di vanto. Subamarine è un 7”, due canzoni che rimandano ad atmosfere precise, dream pop da un lato (Gypsy Cat) e Shannon Wright dall’altro (Blue Nocturnal), mischiando tutto con il noise rock e l’atmosfera dark. I punti di forza di Gypsy Cat sono la melodia, la struttura solida e il suono, bello deciso. La forza di Blu Nocturnal invece è quella di essere diversa da Gypsy Cat e più simile alle ballate psyco pop del lavoro precedente: per oscurità e paranoia lisergica ricorda Batman di Bunker. Sappiamo che la Bronson Recordings è di Ravenna. I Blue Crime invece vengono da Amsterdam e sono arrivati fino a Ravenna per trovarsi un’etichetta. O Ravenna è arrivata fino a loro per fargli il disco. Comunque sia, chi come me crede che la musica unisca le cose lontane non può pensare che sia casuale l’incontro delle acque di Amsterdam, ordinate e nordiche, con quelle di Ravenna, indomabili e spaventose, governate dal porto, che a vederlo da fuori sembra un posto così carico di incazzatura inespressa. Arrivando al punto, le chitarre di Gypsy Cat mi hanno ricordato quando nel 2015 l’acqua ha sommerso la campagna di Ravenna, rendendola immobile e piena di tensione. Blu Nocturnal invece mi ha ricordato la calma dei canali dell’Amstel ad Amsterdam. Sicuramente è una cosa mia, ma nell’ep trovano spazio questi due mondi, due espressioni diverse di una stessa matrice. Sono tutte e due riconducibili a qualcosa di dark, ma il primo lato è l’unione di tre cose (forza, pop, oscurità) che creano un tessuto più resistente, mentre il secondo non me l’aspettavo, e quindi è una cosa positiva, ma la tensione cala troppo. Vorrei che il prossimo disco fosse più come Gypsy Cat. Le acque calme possono far comodo nella vita vera, ma quando si trasformano in canzoni, se diventano tumultuose, fanno la differenza.

Halfalib è l’altro lato di Any Other: stessi componenti, risultati molto diversi, lo si nota da Malamocco (uscito per WWNBB). Alla guida di tutti c’è il bassista e questa è la grande carta in tavola che è stata cambiata nel passaggio da Any Other a Halfalib. In matematica, se cambi l’ordine degli addendi i risultato non cambia, in musica si.
Quando vedo per la prima volta un gruppo dal vivo, mi faccio delle domande sulle persone che suonano. È una cosa che va anche al di là della musica. Può succedere che mi fissi in particolare con uno di quelli che sono sul palco. Ci sono i casi in cui mi passa dopo tre minuti ma ci sono anche le volte in cui inizio a chiedermi chissà che musica ascolta a casa, come gli piace la pizza, se è astemio, se è uno stronzo o no. Non c’ho mai parlato, l’ho solo visto suonare dal vivo ma Marco (il bassista) sembra un tipo che si fa un sacco di cazzi suoi, riservato, ma che poi se lo conosci è fenomenale, una mente vulcanica e una personalità artistica ben definita. Si vede quando suona il basso: potrebbe anche non fare mai lo stesso giro se fosse per lui. Lo fa anche con Halfalib: infila strumenti, voci e idee tra le righe più nascoste delle canzoni, di continuo. In questo modo, è stato in grado di prendere gli Any Other e rovesciarli come un calzino, portando un trio chitarra basso e batteria a suonare cose diverse, passando dai Modest Mouse, o comunque da una musica che ha riferimenti precisi e dichiarati, a un altro posto. Non da una zona di conforto a una zona più complessa. A una zona nuova. E quali sono altri riferimenti di Malamocco? Questo disco fa un effetto strano. Le prime tre volte mi sembrava sperimentale, poi alla quarta è diventato pop, ma non tutto pop, cioè è pop ma a episodi circoscritti, come il pianoforte dolce che spicca all’improvviso, dopo aver latitato tutto il tempo ed essere stato sottomesso al sax, in Il troppo moltiplicarsi senza continuarsi conduce a, un pezzo che a volte è tribale (ma non triviale). Questa è la qualità migliore di Malamocco: unire le voci alla Jeff Tweedy a un mondo (appena sfiorato Wilco in The Whole Love) di dolcezza elettronica, per poi passare a svisate jazz: Human After Odd è l’esempio migliore per capire. Ma il massimo del disco è Liebe Fénix II Instant, che spiazza e sconfigge più di una volta il fronte che sostiene fino alla morte la necessità della risposta alla domanda si ma, che genere fa questa band?. In una sola canzone puoi trovare prima i Beatles, poi Yann Tiersen, l’ignoranza degli Aucan, il tiro senza filtro anti grattugia dei Death Grips, poi ancora i Beatles.
Tra l’altro, alla faccia dei sostenitori dell’importanza della definizione del genere, penso sia il caso di parlare d’altro, cioè del significato della parola Malamocco e di WWNBB. WWNBB vuol dire “We Were Never Being Boring” ed è il nome di un collettivo il cui motto su bandcamp dice “We want music to never turn into something boring for us. It would mean that we have become boring. Because music does not die with mp3′s or copyright: boredom is what brings it down, when it becomes a habit. All we need is a small do-it-yourself collective, as tiny as a simple smile“. Il rischio abitudine e noia è reale. Non è simpatico quando succede ma può succedere di stancarsi della musica, anche a uno che suona, che si può stancare di fare sempre le stesse canzoni. Lo diceva Capra nel suo disco solista. Ecco perché volevo parlare un attimo di WWNBB, perché la sua missione è difficile, si oppone alla natura dell’uomo, che ogni tanto smette di provare interesse, si allontana dalle cose e inizia a cercare soddisfazione in altro. L’abbandono della musica non porta per forza alla noia. Potrebbe. Ma potrebbe avere come conseguenza qualcosa di nuovo e diverso. Comunque, io credo che ascoltare musica salvi la vita quindi credo nel motto di bandcamp di WWNBB.
Parlando invece del significato di Malamocco, bisogna dire che è il nome di una piccola città al Lido di Venezia. Quindi ancora acqua. Voglio ufficilmente informarvi che non ho il trip dell’acqua, del nuoto o del mare, ma non sarei neanche scontento di averlo. Il nome antico di Malamocco è Metamauco e la leggenda narra che “l’antica Metamauco fosse localizzata in posizione più esterna dall’attuale Malamocco, verso il mare. Sussistono ancora dicerie locali secondo le quali, nei giorni di mare calmo, è possibile scorgere le rovine della città che, sempre la tradizione, vorrebbe distrutta da un devastante maremoto” (wiki). Sicuramente non sarà vero, ma è bellissimo, e alcuni passaggi del disco fanno un po’ quell’effetto lì: li senti, un attimo dopo scompaiono del tutto e ti chiedi se li hai sentiti veramente. Per fortuna che si può tornare indietro anche con l’mp3 e provare che non sei matto. E se puoi fare rewind, non è l’mp3 a uccidere la musica, ma il non ascoltare più musica. Comunque, arrivando al punto, da una “scena” che vive di math rock, emo, screamo e indie rock, viene fuori Halfalib che cambia le carte in tavola e guarda un po’ più in là, allontanandosi sia dal mondo che lo circonda tutti i giorni sia da se stesso. Malamocco è un disco insolito, il sorprendente rovescio del calzino di Any Other.

MAIL ORDER. Cayman the Animal / Futbolín / Guerrra

futbolinNon è facile scrivere su tutti i dischi che mi arrivano in posta. Tendo ad ascoltare tutto, ma alcuni scivolano via sul piano inclinato della mia indifferenza. Mi fa molto piacere che mi arrivino, vuol dire che il mio blog è stato preso in considerazione. Nel caso degli uffici stampa o delle etichette che fanno promozione, la mia mail è una tra mille. In alcuni casi, da etichette e da gruppi, credo mi sia successo di ricevere mail solo per me, perché era appena stato fatto un invio massivo ed ero rimasto fuori o perché hanno voluto fare così. Comunque sia, non sono obbligato a scriverne solo perché mi hanno mandato un disco e non capisco la delusione arrabbiata di alcuni quando non scrivo. Non capisco neanche quelli che s’incazzano perché ho scritto che non mi piace il disco. Il mio giudizio se è sincero vale qualcosa, se non lo è non vale niente. Mi sento comunque un po’ in colpa quando non scrivo, ma mi passa. Per recuperare, a volte intensifico e raddoppio gli ascolti. Mi piace moltissimo farlo ma non sempre ma dà degli input, e mi piace farlo in modo sincero. Non voglio scrivere qualcosa a cazzo perché devo farlo, ma voglio scrivere la verità, dal mio punto di vista (lo scrivo io, è chiaro eh), che è l’unica cosa che mi fa passare quel nervoso che mi viene quando non scrivo. Cerco di dedicare più tempo possibile a questa cosa ma a volte la vita di tutti i giorni non me lo permette.
Il nuovo disco dei Cayman the Animal, Apple Linder, conosciuto su Facebook perché una delle etichette che ha prodotto il disco (Sonatine – le altre sono: Escape From Today, To Lose La Track e Mother Ship Records) ne ha parlato, non c’entra niente con la intro del post e non l’ho ricevuto in posta, ma è comunque una delle cose migliori che io abbia sentito ultimamente. Un insieme di roba figa come Fugazi, Refused, NOFX e Blink 182 con le chitarre che ricordano totalmente il passato ma sono forti di inventiva spregiudicata, velocità e passaggi lenti pesi. Avevo ascoltato, tempo fa e poi più, anche Aquafelix EP, il precedente. Una domenica pomeriggio di qualche settimana fa mi sono infilato nella nebbia timida di Igea Marina per andare a vederli dal vivo al Kas8. Mi piace molto andare da quelle parti, che poi sono queste parti, perché sono vicine a quella che è casa mia da qualche anno, non da sempre, quindi sono zone famigliari, ma sulle quali ho solo ricordi recenti, che fanno un effetto diverso rispetto a quelli più vecchi. Era la prima volta che vedevo un concerto dentro alla sala prove del Kas8 e vedere un concerto dentro a una sala prove è una delle mie cose preferite. Logisticamente e personalmente era una situazione strategica molto attraente. Il concerto è stato uno dei concerti più lisci che abbia mai visto, sembrava stessero bevendo un bicchier d’acqua in realtà erano in cinque a suonare, ma mi ha un po’ infastidito che l’abbiano buttato in caciara romanesca, una cosa in più perché musicalmente sono precisi e potenti e non serve nient’altro. Mi sa che loro sono così, ci scherzano su un sacco. Il disco mi è arrivato no-mail, si-facebook, si-concerto, un modo relativamente nuovo e uno relativamente vecchio di conoscere roba, entrambi molto validi. Nell’edizione in vinile, la copertina è un posterone.
Il disco dei Futbolín (V4V Records) mi è arrivato in posta invece. Da sempre questa è una rubrica anche sulle copertine. In quella dei Futbolin c’è un orso in piscina che vince sugli avversari in concorso oggi. L’orso è il tema dell’album, quello che ha subìto troppo delusioni, che non può fare a meno di sentirsi diverso da tutto il resto e allora si chiude in casa per stare bene ma la casa ha giardino e piscina e allora si sente ancora più diverso. Nel video di To All the Teen Crashes On Earth a essere chiuso in casa è un brachiosauro di gomma con una telecamera sul collo. Una soggettiva alla Smack My Bitch Up. E alla fine scopriamo che è un brachiosauro maschio, perché come scoprimmo essere donna che fa sesso con un’altra donna quella che portava la soggettiva dei Prodigy, così se il branchiosauro incontra due maschi deve essere maschio per forza. Lo stile è lo screamo math che fa coppia con l’emo math che ultimamente ha preso piede creando un filone con Valerian Swing e Delta Sleep in testa e altri che srazzano un po’ per vie personali, sulle quali si può incontrare anche il post rock reggiano dei Giardini di Mirò, come nel caso dei Mood. Il disco dei Futbolín inizia molto math (Exes & Fingers), poi mantiene ritmiche quasi sempre con rullante in anticipo e chitarra che gira su stessa, sempre molto distorta ma tanto definita da sembrare patinata, con alcuni (pochi) momenti in cui viene fuori una sensibilità diversa che va oltre quell’impostazione fissa, come gli attimi un po’ più dritti e meno avvitati di The Blond Song e To All the Teen Crashes On Earth.
Sempre emersi dalla posta e sempre del giro math prog ma solo strumentali (chitarra, batteria), più sporchi e anche più jazzati sono i Guerrra di Soprusi (Kaspar House, Cave Canem DIY), che chiamano le canzoni con i nomi di notissimi personaggi sfortunati, tra cui Ipazia, interpretata anche da Rachel Weisz in Agorà, in onore alle diverse sfighe che la formazione ha subìto nel corso degli anni. Scompare la componente emo, compare quella psycho trippy (Alan Turing). Le canzoni hanno diversi cambi di tempo, chitarra e batteria stoppano e ripartono, si girano intorno, sono irrefrenabili, danno pure prova di una precisione di una potenza di una tecnica invidiabili, ma dopo un po’ li abbandonerei e li lascerei soli nel loro trip, che è sanissimo ma non fa per me. Alla fine viene fuori un sax a siglare la trasversalità di Soprusi e a suggellare la raffinatezza che un genere primitivo come il math può raggiungere con altre trovate che non siano i vertical di chitarra, raffinati ma cinghioni. La copertina è l’ultima classificata.

CASO, Cervino

2014-08-18 19.50.35

La strada faceva una curva larga, se la percorrevi da casa mia verso la zona Ippodromo, a destra avevi l’asilo dove lavorava mia mamma e un vecchio campo da calcio con le porte in legno scheggiato, frequentato dai tossici nel periodo in cui l’eroina andava fortissimo e le siringhe le trovavi per terra come le cicche delle sigarette, a sinistra c’era un parchetto spelacchiato chiuso da quei recinti fatti con i rami più grossi degli alberi verniciati di marrone. Il lato lungo del campetto era chiuso dal muro in mattoni a vista di una struttura fatiscente, l’ex Macello Comunale. Ero alle medie, in quel parco trascorrevo i week end a giocare a calcio con i miei amici. Il campo era una cosa rimediata. A distanza di 50 metri l’uno dall’altro c’erano due alberi, in mezzo niente. Gli altri due pali li facevano con due maglie appallottate, per la traversa andavano a sentimento, anche se, quando capitava, dover definire se il pallone era alto oppure no era un guaio serio. In larghezza, il campo andava da qualche metro più in là rispetto a uno di quei giochi in ferro a forma di croce che servivano per arrampicarsi, cadere e sbattere il mento, fino al muro del Macello. Il muro era diviso in tanti spazi uguali, corrispondenti alle stanze interne e delimitati da colonne di mattoni sporgenti di qualche centimetro. Quando l’erba cresceva, vicino al muro era probabile trovarci merde secche di cane o siringhe. Quando il Comune tagliava l’erba era una festa e potevamo pure farci una tedesca usando come porta lo spazio tra una colonna e l’altra. Per la traversa andavamo a sentimento. La tedesca si giocava a porta unica, uno faceva il portiere, gli altri dovevano segnare per fargli scalare il punteggio, che partiva da dieci. Il colpo di testa valeva due, il goal normale uno. La rovesciata quattro. Chi tirava fuori andava in porta e così via. Portieri che si tuffavano contro il muro per salvare anche un solo punto ce ne sono stati e ci sono state anche un sacco di grattugiate sui mattoni, sui gomiti o sui fianchi. Sopra la traversa immaginaria c’erano delle finestre a forma di mezza luna, con le grate di ferro arrugginite e i vetri rotti. Noi ci tiravamo dentro i Magnum o gli Svedesi, i petardi che si accendevano a fiammifero che andavano per la maggiore. Due giorni fa ho visto tre ragazzi che ne tiravano a raffica dentro una siepe all’uscita da scuola, per far scappare di corsa due ragazze davanti a loro, e vedere le gonne che si muovevano e si alzavano anche un po’. Dentro al Macello ci finiva anche il pallone, che passava sopra la parte più bassa del muro e veniva ingoiato da questa mega struttura, che è ancora in piedi tra l’altro. L’ingresso era chiuso da un cancello con le punte, altissimo, nero e con le bolle di ruggine. La prima volta che ci sono entrato dentro non ero da solo, ma con gli altri, e fu spaventoso. C’era un grande cortile, un edificio centrale con la scritta blu “Macello Comunale” e un numero romano, e tante stanze di uguali dimensioni lungo due viali, a destra e sinistra. Praticamente una città. L’edificio centrale era sbarrato, non ricordo di esserci mai entrato. La maggior parte delle stanze laterali erano chiuse, ma in alcune le porte erano state sfondate. In una di quelle stanze ho messo il naso la prima volta. Mi ricordo un materasso, della carta bagnata, arbusti secchi e il freddo conservato dai muri grossi nonostante la porta aperta. Chissà cosa c’era nelle stanze chiuse. Non c’era custode. Recuperammo il pallone, che si era fermato in mezzo al piazzale, e scappammo. Non ricordo di preciso quante altre volte sono entrato, se sono entrato altre volte, ma i palloni li recuperavamo tutti, quindi qualcuno c’andava (di solito chi lo colpiva col piede a banana e lo mandava di là). Con il passare del tempo nessuno aveva più paura ad andare a recuperare la palla. Credi di diventare grande, l’abitudine alle cose non ti fa nemmeno più provare paura per un luogo freddo e misterioso, lo diventi davvero, e alla fine ti allontani dai posti che ti hanno fatto crescere. Adesso dentro all’ex Macello ci sono un bar e un dormitorio per universitari. E tutto è bello pulito.
A un certo punto, quel gruppo di amici si sfaldò. Alcuni di noi, io compreso, si trasferirono in un altro giardino pubblico, più grande, che si chiamava, si chiama tutt’ora, Serravalle. Serravalle è lungo e stretto e costeggia la Mura Federico Comandini, vicino al centrissimo della città. Nonostante questo e nonostante fosse frequentato da un sacco di famiglie e bambini, era pieno di siringhe. Immagino che Cesena possa essere stato un posto in cui l’eroina andava forte sia per noia sia per disagio: è uno di quei paesoni in cui la gente mediamente sta bene ma il benessere non sempre coincide con le possibilità di un ragazzo di fare cose che gli piacciono. È così oggi ed era così tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei ’90, ma allora c’era molta eroina, oggi ce n’è di meno. Poi Cesena è uno sputo, chissà nelle grandi città. A Serravalle ho passato molto tempo della mia infanzia, anche da piccolissimo, prima di andare al campetto dell’ex Macello, non solo dopo. Nel 1986, dopo Cernobyl, ci raccomandavano di non toccare l’erba del prato, ma ci si andava lo stesso. Che strana idea di sicurezza che avevamo. Mi chiedevo se davvero mi sarei ammalato se avessi toccato un filo d’erba. A Serravalle feci il passo, l’evoluzione: là c’era un campo da calcetto con le porte in metallo e con la rete. E c’era un supervisor delle partite, l’allenatore di tutti: Gastone, detto Gas. Aveva 70 anni, o 60 portati male, nella vita faceva il restauratore di mobili antichi, nel week end il nostro coach. Quando giocavamo urlava a tutti, il suo suggerimento preferito era “Tiraaa!” dopo il quale faceva una pausa per recuperare un polmone. È stato il primo uomo, e forse l’unico, a cui ho sentito ammettere di essere andato a puttane, lo raccontava come un’avventura in un paese esotico, con gli occhi dell’esploratore. Non so neanche se è ancora vivo. Pensare che lo vedevo tutti i sabato pomeriggio.
Il numero degli amici era cresciuto e dopo un inizio segnato da qualche screzio la fusione tra ex Macello e Serravalle funzionò. Funzionò a un punto tale da non crederci. Un sabato pomeriggio, io non sapevo niente, quando arrivai ai giardini c’erano (quasi) tutti i miei amici attorno a una panchina, alcuni urlavano, altri avevano la faccia molto seria. In mezzo, seduto, piccolo e insicuro, c’era il capo della banda di tizi che qualche settimana prima avevano cercato di farmi il culo col tirapugni, tornato sul luogo del delitto per dimostrare coraggio. Io, ovviamente, me ne sono stato da una parte, a guardare la scena dei miei amici che minacciavano una persona in dieci e lo facevano per prendere le mie difese, mie, di uno dell’ex Macello, oltre che per marcare il territorio. Comunque, ne ero veramente orgoglioso. Col tempo, quel fatto ha cambiato caratteristiche ai miei occhi e ho iniziato a vederlo come a una cosa bruttissima, facile, da codardi. Dieci contro uno. Col tempo, vedi con chiarezza certe cazzate che hai fatto tu o che hanno fatto i tuoi amici e puoi anche diventare una persona migliore. Col tempo, anche quel gruppo si è sfaldato, o almeno una buona parte di esso, io di sicuro me ne sono andato, dopo qualche scazzo, mancanza di interessi comuni e la fine delle scuole Superiori.
Prima che finisse anche l’Università, ho fatto un viaggio a Parigi. Ai miei genitori avevo detto che sarei andato a trovare un amico a Londra, invece raggiunsi una ragazza a Parigi. Naturalmente mi hanno scoperto: mia mamma telefonò al cellulare, il cellulare era staccato, rispose la voce registrata della compagnia telefonica francese e la copertura saltò. Comunque, la settimana iniziò con l’accoglienza migliore che io abbia mai ricevuto, passò attraverso notti in banco in giro per i bar e un concerto dei Sonic Youth, il migliore di sempre, e finì malissimo. Era sera, nel sottopasso della metropolitana, la mattina dopo avevo l’aereo per tornare a casa e il dialogo fu questo. Lei: “Domani mattina non riesco ad accompagnarti all’aeroporto”. Io per ripicca: “No, ma infatti nessuno te l’ha chiesto”. Lei: “Ah ok, allora ciao”. “Ciao”. Girammo le spalle e ognuno per la sua strada. La pancia mi si “spaccò” in quindici punti, proprio come le “buste della spesa”. Qualche giorno dopo (ancora mi bruciava) mi arrivò un messaggio da parte sua, un messaggio bello, positivo, che ha spaccato lo schermo da che non me l’aspettavo, a cui però devo ancora rispondere. Aveva trovato lavoro, sarebbe rimasta ancora per un po’ in Francia. Poi è passato molto tempo durante il quale ci siamo visti davvero poco. Ma capita che le cose ti diano la possibilità di fare “replay”, cambino e si aggiustino a tal punto da non crederci. Una sera ha deciso di non insegnarmi la scorciatoia per riportarla a casa e in effetti quest’anno, quando arriva Halloween, è il decimo anno che sto insieme a quella ragazza.

La canzone 5, la 6 e la 11 di Cervino sono Lario, Buste e FM. È il primo disco di Caso con la band, però Lario la suona da solo. A volte col tempo si cambia in meglio, si aggiungono pezzi che migliorano le cose che fai. Caso all’inizio suonava la batteria, poi cantava e suonava la chitarra acustica da solo, poi quella elettrica con il gruppo. Non l’ho mai sentito suonare la batteria, ma mi piaceva quando suonava da solo e mi piace adesso, in alcuni momenti anche di più. Le canzoni sono malinconiche ma anche forti come i pensieri e i ricordi che ci stanno dietro. Lario, FM e Buste mi hanno fatto pensare alle cose che ho scritto nella pezza che vi ho attaccato oggi.

PUEBLO PEOPLE, Giving Up On People

Giving_Up_On_People-COVER

Sono molte le cose che mi piacciono del disco dei Pueblo People. Parto da quelle aperture da strofa a ritornello, che hanno lo stesso respiro di quando spalanchi gli occhi per la prima volta dopo anni (posso solo immaginarlo, ma è come se fosse successo). Le chitarre girano benissimo, la batteria è perfettamente in sintonia con le variazioni di intensità e i bassi tengono sempre alto il livello della tensione. Mi suona nella testa la chitarra di I’m Waiting For My Man anche se non so se c’entra davvero qualcosa. Al quarto ascolto mi rendo conto che Giving Up On People mi fa pensare a cose musicalmente lontane e, quando le metto a fuoco, se torno indietro incontro altri passaggi che alla fine mi allontanano dall’esito finale precedente. Allora capisco che era solo una suggestione e che nel mezzo c’è una canzone dei Pueblo People che non assomiglia veramente ad altre cose. Il mio è onanismo, ma la musica che stimola la masturbazione mentale, o anche fisica se vi va, è la musica buona. Poi arriva Dog People. Dog People è la cinghiata post core con la dolcezza del Mark Linkous che si concede la gioia di ballare (piano) con Maria’s Little Elbow, solo con un tocco di spavalderia in più (e The Overthrow è il suo giusto seguito). Dopo c’è Contemporary Life, con il coro più scoglionato della storia.
The Truth (Is In Here) e Not Nothing partono da un giro di chitarre chiuse e vagamente legnose in stile Paisley, ma c’è di più. The Truth (Is In Here) è la canzone che ho ascoltato più volte, per via di quelle chitarre. Le chitarre belle non sono una novità per i Pueblo People, visto che in Phantom Ships (Sentiero di guerra, 2014) sembrava di stare in mezzo a un oceano schizofrenico, con molta meno preoccupazione per le sbavature rispetto a Giving Up On People e un chiaro riferimento al garage per due terzi dell’ep. I quattro pezzi di The First Four Moon (2013) invece sono piuttosto diversi tra loro. I Pueblo People lavorano sempre sulla massa del suono. Sono passati da una massa spaccata in quattro, a una più definita, poi a Giving Up On People, che ha un suono più omogeneo e una scrittura più dettagliata. Possono ricordare Walkabouts, Neil Young, Go!Zilla (come, non so, Pollution), Pearl Jam, Mudhoney, Black Mountain o Dream Syndicate ma sono diversi. Almeno due cose li definiscono: l’esito del percorso di costruzione fatto negli anni sulle chitarre, che ha permesso di ottenere chitarre tese ma che concedono pochissimo alla rigidità, e la voce, insicura ma imponente, e triste, ascoltarla è come guardare un gigante enorme che acquista e perde sicurezza nei movimenti, di continuo, ne è consapevole ed è triste per questo. È sempre stata cosìadesso gli opposti sono ancora più marcati.
Giving Up On People è un disco deprimente e spaccone, come le sue parole, e comunica di conseguenza, in modo irregolare, prima è aggressivo poi il contrario. Questa è la confusione che mi piace, quando le carte si mischiano e i riferimenti s’incasinano, non mi piace quella roba tutta liscia e perfettamente inquadrata e inquadrabile, mi piacciono il fastidio e la sofferenza, la linearità mista al suo contrario, la depressione ma anche il riscatto, quando nelle canzoni c’è talmente tanta roba che non c’è più un preciso punto di riferimento, e non si capisce più niente. In quei casi, non resta che ascoltare per tentare di capirci il più possibile.

Giving Up On People esce il 25 maggio. LP per Sangue Dischi, diNotte Records, Sonatine Produzioni, Fooltribe Concerti e Dischi, CD per Flying Kids Records. lo puoi ascoltare in streaming su Rumore. I precedenti, su bandcamp.

Spergiuro e Fra dei Montana

montana-spergiuro

A volte ascolto un disco e penso cose che in quel momento non credo scriverò. Non perché penso che non ne valga la pena, ma perché non sono nel momento in cui penso per scrivere. Mi è successo con Spergiuro, il nuovo disco dei Montana. Ho pensato a una cosa senza pensare che l’avrei scritta, poi sono ritornato indietro e ho pensato che potevo partire da lì. Adesso ve la scrivo. I Montana sono un gruppo senza paura, scrivono canzoni così potenti che non è importante se appartengono a un genere, file under: punk rock, ma è necessario che escano fuori, che non stiano chiuse da qualche parte. Quella chitarra non può trattenersi, ogni volta attacca e prosegue sulla propria strada a muso duro. I cambi di direzione sono tantissimi e continui ma tutto corre nella stessa direzione: la fine del disco, che brucia in un attimo. E non c’è niente di meglio di un disco punk rock che suona naturale, è una cosa che dà una soddisfazione enorme, quando lo ascolto e sento che le canzoni vanno avanti con il massimo della spontaneità praticamente godo. Chitarra e batteria insieme suonano in modo incredibile perché i Montana usano bene il suono ruvido e secco, e l’arte della velocità. Questo è il loro punk rock. Ho sempre avuto un debole accecante per il punk rock storto e ho sempre avuto un debole accecante per il punk rock più quadrato. Spergiuro è quadrato e mi da un motivo in più per continuare ad ascoltare queste cose. I Montana uniscono i 4/4 alle lunghe discese veloci dell’hc alle ritmiche a spirale che non ti lasciano stare e l’insieme è perfetto, è definito, una specie di valanga. Magnete è così per esempio. E Elite è di più, un pezzo crossover, la migliore soluzione di chitarra del disco. E adesso un’occhiata ai testi. I testi di Spergiuro sono arrabbiati e cattivi, per questo mi piacciono molto. La mia frase preferita è <<Al cospetto della tua autorità scorrono fiumi di risentimento che alla prossima piena abbatteranno casa tua>>. Amo anche questo disco dei Montana.

Qualche giorno fa Fra me l’ha girato e io ho iniziato ad ascoltarlo. Gli ho riscritto e gli ho chiesto se aveva voglia di rispondere a qualche domanda via mail. Mi ha risposto di sì, io gli ho risposto, lui mi ha risposto e io gli ho risposto e lui mi ha risposto ancora. Più o meno è andata così. Quello che leggete sotto è precisamente il risultato, a parte che avevo scritto hungry invece di angry.

Rispetto a Debuttanti, Spergiuro mi sembra più compatto. C’è una forza diversa, non è solo velocità ma soprattutto massa, cioè non siete solo veloci ma anche più “ingombranti”, più grossi e un po’ meno taglienti. Non ho capito niente o è cambiato davvero qualcosa?
Ciao Giacomo! Sì effettivamente anche noi siamo convinti che rispetto a Debuttanti questo nuovo disco risulti più compatto e anche “colorato”, in un certo senso: considera che quando avevamo registrato quel primo disco suonavamo assieme con quella formazione da nemmeno sei mesi, quindi nel lasso di tempo che è intercorso c’è stata l’occasione di conoscersi meglio tra noi, di suonare di più assieme e di farsi diversi viaggi per l’Italia per via dei nostri concerti: tutte cose che, insomma, aiutano a creare l’amalgama giusto che occorre all’interno del gruppo, portandoci anche una maggiore consapevolezza di quello che volevamo effettivamente suonare con Montana. Speriamo, a questo punto, che la sensazione che hai avuto vada progressivamente crescendo con il proseguire di questo percorso, visto che diventare gruppo è un processo lento e nient’affatto semplice da gestire: la musica non è altro che un riflesso di una crescita che sta avvenendo, in primis, tra individui. Il nuovo disco risulta più compatto perché più compatto è l’affiatamento tra di noi, più massiccio perché abbiamo imparato a ragionare sulla somma delle nostre intenzioni scansando la prevalenza delle individualità.

Ciao Fra! Conoscersi a vicenda è, secondo me giustamente, un elemento fondamentale all’interno di un gruppo. Lo sai meglio di me, in Italia To Lose La Track, con cui avete pubblicato Debuttanti, ha fatto dell’amicizia la base da cui partire per produrre dischi; Bastonate.com ha pubblicato recentissisimamente un post (www.bastonate.com/2015/01/13/i-tuoi-soldi-mio-culo/) in cui tra le altre cose si dice che (cerco di riassumere) l’amicizia è determinante anche nel momento in cui un gruppo manda il disco a un amico che ha un blog, quindi anche nel rapporto tra chi fa la musica e chi ne può scrivere liberamente. I gruppi, come dici tu, funzionano se i componenti si conoscono il meglio possibile. Circa un anno fa, o forse anche un po’ di più, Manuel Agnelli (XL di luglio 2013), in una delle sue interviste sulla musica indipendente italiana, della quale non è assolutamente rappresentante, ha parlato in modo negativo del circuito di amicizie grazie alle quali (e solo grazie a quelle dice lui) i piccoli gruppi vengono conosciuti. Come se a lui non avesse mai giovato questo tipo di passaparola (e anche questo è un tema già affrontato da Bastonate), come se fosse una cosa negativa, come se lui fosse passato a un livello superiore, fosse andato oltre, e guardasse dall’alto quello che succede. Secondo me lui è passato oltre davvero, nel senso che è musicalmente morto, ma quello che mi ha fatto pensare è che, visto il percorso disastroso di Manuel Agnelli, anche l’ambiente che oggi è davvero indipendente in Italia, e adesso in Italia è un momento particolarmente fiorente, in futuro potrebbe corrompersi e rinsecchirsi come Manuel Agnelli: magari chi raggiungerà un po’ di fama non avrà più l’atteggiamento che ha oggi, farà musica per abitudine e basta, e tutto sarà finito. È una mia paura, non vuol dire che sarà per forza così. Che ne pensi?
Beh io sono dell’avviso che, quando si parla di amicizia e passaparola nell’ottica che tu esponi, questa può sottostare a due ben diverse tipologie di rapporto: l’interesse o l’affinità. Se dietro a determinati rapporti c’è una mera questione di interesse (come mi sembra di evincere nell’accezione che intende Manuel Agnelli in quella intervista) allora si parlerebbe, in sostanza, di una sorta di mafietta musicale, un do ut des che sarebbe sì tristissimo, ma che non mi sembra nemmeno realmente descrittivo della situazione di un certo underground nazionale: nessuno (almeno in questo giro strettamente indipendente, nel vero senso della parola) con la musica che fa o con gli articoli che scrive ci compra il nuovo modello di BMW o ci paga le rate del mutuo sulla casa, dai, quindi ingenuamente voglio mettere l’interesse da parte e ragionare solo sul discorso del “facciamo le nostre scelte e le nostre cose in base ad una questione di amicizia perché questa è caratterizzata da una disinteressata affinità umana”. Così leggo il manifesto di To Lose La Track come così interpreto l’analisi di Bastonate che hai citato (la prima, quella col link, ndr), e in nessuna altra maniera. Poi, chiaro, esiste sempre chi è incapace di prendere determinate iniziative senza pensare a un qualche interesse o tornaconto, ma è anche vero che certe intenzioni si fiutano abbastanza facilmente: a partire dalla triste e antica tradizione dello “scambio date tra band” (ovvero: non me ne frega nulla del tuo gruppo, ma se fai suonare il mio nella tua città poi io mi adopererò per una vostra data qui) fino a quei soggetti che nemmeno conosci eppure ti contattano perché “ho visto che la tua band è andata in tour in quel posto fantastico e volevo chiederti chi ve lo ha organizzato, così rompo le scatole e ci vado anche io con il mio gruppo”. Certa gente esisterà sempre, ma non è di questo che stiamo parlando. Dietro l’uscita di un disco c’è tanta cura, attenzione e promozione da parte di chi lo pubblica (e avendo anche io una piccola etichetta DIY assieme alla mia compagna – Sonatine Produzioni – so che significa), dietro l’organizzazione di un concerto o di un festival ci sono una marea di premure e dettagli che vanno curati con dedizione, e tutto ciò costa tempo e fatica: se, quindi, nel momento in cui mi accollo certi sforzi preferisco farlo nei confronti di gente che conosco, che so che non mi romperà l’anima e non mi stresserà con mille richieste o ansie inutili, che si dimostrerà piacevole e collaborativa, che mi saprà venire incontro nelle esigenze, allora che problema ci dovrebbe essere nel definirlo un “faccio le cose per gli amici”? Se il concetto di amicizia è questo ha tutto il suo senso, anche perché, mi ripeto, con i risultati del mio sforzo non ci compro il nuovo modello di BMW e non ci pago le rate del mutuo sulla casa. Postilla a parte, invece, per quanto riguarda il passaparola per merito (sì, esiste anche questo), davanti al quale non si può che alzare le mani.

montana

i Montana

Hai parlato di dettagli di cui prendersi molta cura, in ogni vostro disco (ma soprattutto Spergiuro) c’è un’unione infallibile tra chitarra e batteria, qualsiasi direzione prenda una l’altra la segue con una precisione millimetrica. Se anche cambiano strada da sole per un attimo, poi ritornano vicine. La trovo una cosa bella e concreta, non nuova, ok, ma voi riuscite a farla benissimo. Quando avete registrato, è una cosa su cui avete lavorato molto?
Ecco, questa è una domanda a cui è difficilissimo rispondere, non te lo nascondo: fermo restando che tutto viene svolto in completa spontaneità e naturalezza, è anche vero che dietro ai Montana ci sono una serie di background musicali che possono, a volte, apparire inconciliabili tra loro, ma che alla fine riescono sempre a trovare i propri spazi e i propri equilibri. Pensa solo che io, che sono alla voce, vengo da diversi anni di militanza in un gruppo grind / fastcore (Un Quarto Morto) mentre Terenzio, che è alle chitarre, proviene da una lunga esperienza con un gruppo garage (The Barbacans). Come conciliare tutti questi percorsi che, ovviamente, hanno il loro peso anche all’interno dei Montana? Mica facile eh… Per fortuna Ale e Lepo, ovvero batteria e basso, sono ragazzi che hanno sempre suonato di tutto e quindi spesso sono loro stessi a rappresentare la chiave di raccordo tra identità musicali non semplici da far collimare. L’aspetto che sottolinei tu, sull’unione tra chitarra e batteria, in realtà è un aspetto su cui non abbiamo mai lavorato al dettaglio, complice anche il fatto che non siamo un gruppo che prova molto spesso, ahimè. Penso solo che questa sia, appunto, l’unica maniera che abbiamo trovato per far convergere influenze così lontane tra loro e la cosa bella è che, spesso e volentieri, il risultato è qualcosa di completamente diverso ed indipendente dalla somma delle intenzioni in causa. Se la vedi così, scrivere canzoni risulta un gioco davvero stimolante, oltretutto.

Ultimamente ho sentito altri gruppi (in realtà uno: Io e la Tigre) fare questo tipo di discorso, della differenza di provenienza e gusto musicale che raggiunge una sintesi nel gruppo, e il risultato mi è piaciuto anche in quel caso. Mi chiedo però se, venendo da mondi musicali diversi, alcune volte non siano emersi dei dissensi (musicali) interni e mi chiedo se sia stato più o meno facile uscirne. Per esempio, invento, a un certo punto Terenzio ha fatto un giro di chitarra che a te non è piaciuto perché era troppo garage, gliel’hai detto e c’è stata un po’ di tensione, che però poi ha portato nella giusta direzione per il disco. Come dicevi tu, la varietà di background musicali può essere anche motivo di diversità di punti di vista su una determinata cosa e su questo, credo, un po’ bisogna lavorare.
Certo che i dissensi emergono, e per fortuna: li ritengo anche la parte più stimolante del lavoro di composizione e il fattore che può portare a migliori risultati finali, anche perché questo significa che si sta facendo qualcosa insieme e nessuno ha preparato la pappa pronta per tutti gli altri. Ognuno ha le proprie idee e il proprio approccio naturale nella scrittura, ma ciò che non piace o non è condiviso può sempre essere rielaborato piuttosto che scartato. Un riff così così, rigirato e riadattato a dovere, può sempre diventare un riff che spettina e, al di là dei gusti personali, quando una cosa suona bene sappiamo riconoscerla tutti e quattro.

Tornando al discorso sui dettagli e al vostro disco nuovo, Spergiuro è estremamente curato da questo punto di vista: i suoni sono molto ben definiti e tutto l’album è suonato molto bene. Hai parlato anche di spontaneità e naturalezza. Ho una brevissima esperienza in studio di registrazione (una canzone, eheh), però mi sembra di ricordare che ci fosse – visto che le cose tra i componenti del gruppo andavano benone, eravamo prima di tutto amici (a proposito di quello che si diceva prima) – l’unione di due cose che apparentemente sembrano l’opposto l’una dall’altra ma che in realtà in quel caso non lo erano: abbiamo registrato su un 4 piste, due chitarre, un basso, la voce e la batteria, non in presa diretta, ma se non ricordo male, siamo riusciti a registrare ogni strumento buona la prima, questo garantiva precisione e naturalezza. Era come una specie di unione di intenti, o qualcosa del genere, che ci ha permesso di essere concentrati e ottenere questo risultato senza ripetere le cose tante volte. La mia è un’idea romantica dettata dal candore del ricordo oppure c’è qualcosa di possibile? Per voi com’è andata? Ripetendo in studio molte volte i pezzi (non so se vi è capitato di farlo, di doverlo fare) secondo te potrebbe perdersi la spontaneità sul disco?
Da questo punto di vista possiamo ritenerci una band estremamente fortunata, davvero: il nostro batterista è anche un fonico e ha un proprio studio di registrazione nel garage della casa dei suoi nonni. Viene da sé che abbiamo curato con lui tutto quello che riguarda le registrazioni, e non c’è persona che può sapere meglio cosa si vuole ottenere alla fine del lavoro che uno dei componenti stessi del gruppo. Quando ti parlavo della nostra fortuna, però, il discorso non si limitava solo a questo: il nostro chitarrista vive in campagna e la nostra sala prove è nella taverna di casa sua, io mi occupo da anni di stampe di dischi e di materiale vario (sai, l’etichetta di cui ti parlavo prima e anche altre precedenti esperienze) per cui ho una certa confidenza con questi aspetti, la mia compagna è un’illustratrice e può aiutarci per tutto ciò che riguarda la grafica del gruppo e dei vari prodotti e, per chiudere il cerchio, abbiamo un bassista enologo che sa come indirizzarci nei momenti di relax, eheh… Insomma, si può quasi parlare di autarchia…

Tornando alle registrazioni, a dire il vero non abbiamo mai registrato in presa diretta (a parte il nostro primo demo) ma non perdiamo nemmeno eccessivo tempo nel ripetere all’infinito le prese degli strumenti: semmai, preferiamo perdere qualche ora in più in fase di missaggio, per fare in modo che tutto ci soddisfi appieno… Alla fine non dobbiamo affittare uno studio o pagare nessuno per fare questo lavoro, possiamo prenderci il nostro tempo ed è quindi giusto prestare attenzione su quello che si fa (senza dover cadere nel maniacale, ovviamente), anche se questo ci porta, a volte, ad allungare i tempi non di poco… ma poco male, visto che nessuno ci impone alcuna scadenza!

Cosa pensi del punk rock adesso, in Italia e all’estero?
Penso comunque che sia un universo troppo grande e sfaccettato per poterne fare una descrizione unitaria. Fermo restando che né io né gli altri ragazzi del gruppo ci siamo mai limitati all’ascolto di solo punk rock (altrimenti sarebbe una discreta vitaccia, mentre abbiamo una gamma di ascolti piuttosto variegata, a dirla tutta), è anche vero che, suonando tutti da diversi anni, siamo arrivati a quel punto in cui le persone valgono molto di più della musica che propongono, in termini di qualità e di atteggiamento: spesso è possibile trovare molta più attitudine da punk rocker in un ragazzo che se ne va in giro con la chitarra acustica in spalla che in una band con magliette Ramones d’ordinanza e tutti i crismi che lo stereotipo del genere richiede. Leggendo Neuroni ho notato che, in più occasioni, hai prestato la tua attenzione su Caso: dunque immagino che capirai cosa intendo dire, no?
Il punk rock è linfa vitale, te lo dice uno come me che è cresciuto con il catalogo Lookout, Fat Wreck e No Idea (tanto quanto Touch & Go, SST, Dischord o Amphetamine Reptile, tanto per dire), soprattutto perché è in grado di indirizzare verso la corretta maniera di intendere la musica, nel momento in cui si intuisce l’inutilità di concetti come arrivismo, protagonismo o prevaricazione. Se non si riesce a comprendere questo (e temo che in tempi attuali, con l’eccesso di input contrastanti e fittizi a cui una persona può essere soggetta, il rischio si possa effettivamente correre) il punk rock resta un genere musicale, tendenzialmente divertente ma noioso sulla lunga distanza, soprattutto quanto più è tendente al dogmatismo.

Penso di capire cosa intendi. Caso in effetti è l’esempio perfetto. Il punk rock ha sofferto e soffre di stereotipi, e anche l’alternatività e la diversità in certi casi è diventata stereotipo, nel momento in cui tutti sono diventati diversi allo stesso modo. Una delle cose che danno cuore a questo atteggiamento è quella di avere un atteggiamento diverso, non perché deciso a tavolino, ma perché si è se stessi e non si può essere in un altro modo. Se non lo sei spontaneamente, è giusto ed è meglio che tu faccia altro. In alcune situazioni essere se stessi e esseri diversi su un palco è molto difficile. Ho visto concerti in cui il pubblico, sedicente punk rock o comunque alternativo, si comportava veramente male di fronte a qualcuno che stava facendo musica diversa da quella che si aspettava. E quella gente non si rende conto che l’alternatività che tanto sbandierano la tradiscono proprio nel momento in cui lanciano offese a chi suona. A volte noi del pubblico siamo un grosso problema. Mi sembra molto vero quello che dici sul punk rock: sono le persone che lo fanno, non la musica. Solo le persone che lo fanno possono renderlo diverso. Anche solo il fatto che sia diventato un genere l’ha prima trasformato in business poi fossilizzato: sempre le stesse canzoni e gli stessi atteggiamenti, di cui mi sono rotto. Non poca gente si è rotta, a quanto pare, e secondo me l’attenzione crescente verso gruppi fatti da gente normale, senza atteggiamenti di chissà che tipo, ce lo fa capire.
Che il punk rock sia diventato un brand come un altro è fuori discussione, d’altronde siamo immersi in una società che vive per catalogazioni (e la musica non fa eccezione), per cui non è facile trovare un qualcosa, fenomeno o attitudine che sia, che non abbia già il suo bel marchio registrato (in senso metaforico eh). Dico solo che, se è vero che per guidare occorre la patente e quindi – in teoria – la conoscenza delle regole stradali, per fare e per vivere il punk rock occorre una certa cultura in materia che, se viene studiata e assimilata a dovere, insegna. Che il mondo del punk rock sia infestato da teste di cazzo è comunque anche storia attuale (non mi far fare nomi dai, ma sto comunque pensando a certe grosse band a stelle e strisce), ma chi ha studiato la storia sa ben riconoscerle, non è affatto difficile. E a questo riguardo fammi togliere la soddisfazione di citare il buon Lance Hahn dei J Church, che cantava: “Rock and Roll is history, it’s like reading in a library”. Tutto dipende da che pagine la gente si legge e se ne capisce il senso: da questo punto di vista, che si tratti di musicisti o pubblico non è che faccia molta differenza…

Col tempo ho imparato che conoscere veramente la musica vuol dire studiarla, studiarne le evoluzioni e i cambiamenti, le cose nuove e le cose vecchie. Non so se è sempre piacevole, anzi non lo è sempre. Infatti io non sono sempre bravissimo in questo. Lo fai per passione, e quella passione ti porta a fare cose incredibili, come stare sveglio parte della notte per scrivere un articolo, o (che ne so) una canzone, oppure svegliarti alle 6 del mattino quando (mettiamo il caso) hai un lavoro che ti permetterebbe di dormire due ore in più. L’ho imparato leggendo le riviste: leggevo articoli di persone che sapevano tutto, e ogni volta tiravano fuori cose nuove, li stimavo, li invidiavo e capivo che per arrivare a quei livelli bisognava studiare. Come in qualsiasi altra cosa. Rompersi il culo. Adesso questo discorso si è evoluto: non ci sono più solo i giornalisti musicali che studiano, ma anche i blogger, che magari per lavoro fanno altre cose, ma passano il proprio tempo libero ad ascoltare, leggere, vedere. Non è gente che lo fa per campare, lo fa perchè vuole, perchè non può non farlo, se non lo fa non è a posto, è inquieta. La trovo una cosa potentissima, nel senso di bellissima. Devi avere un altro lavoro, altrimenti non si può fare, ma nel momento in cui hai un altro lavoro e ti puoi permettere di non farti pagare, allora vuoi farlo, hai piacere di farlo e non lo fai per arrotondare. Anche questa, come la necessità di studiare il rock’n’roll di cui parla Lance Hahn, non tutti la capiscono, non tutti la interpretano allo stesso modo, io so che quelli che sbagliano sono quelli che chiedono 30 euro senza fattura per scrivere una rece a un gruppo che gli ha mandato il disco, ma loro pensano che a sbagliare sia io che non chiedo 30 euro. Torno sempre sugli stessi argomenti, è normale secondo te?
È un discorso soggettivo, non c’è che dire. Ognuno vive certe esperienze a modo proprio decidendo quanto può o vuole investirci. Anche io per vivere non suono certo nei Montana, ma sono un lavoratore dipendente (oltretutto fuori sede) che timbra il cartellino 4 volte al giorno per 5 giorni la settimana. Quindi, legittimamente, dopo la quarta timbratura quotidiana sono libero di decidere che fare del mio (poco) tempo libero residuo, compreso il spenderlo in una sala prove a tirare giù riff o a cercare arrangiamenti. Così come un blogger può spenderlo per un articolo o per una recensione, sapendo comunque che non è di quello che sta campando. Siamo sempre nell’ambito delle attività fatte disinteressatamente, quindi immerse in un alone di “purezza” che già le giustifica di per sé (sì, sto appositamente evitando il termine “passione”). Poi io di come si comporta una band nei confronti della stampa e viceversa ne so davvero poco, come ti dicevo l’ultima band significativa che ho avuto (e che è durata quasi 5 anni) suonava roba praticamente grind e si muoveva in un micro-circuito che si alimentava praticamente da sé, senza necessità di doversi promozionare ulteriormente: siamo anche riusciti a farci un tour in Australia di 16 date ma non perché eravamo sulle copertine delle riviste in edicola, non so se mi spiego…

Quindi, premesso che la mia conoscenza in materia è piuttosto scarsa, quel poco che mi viene da dire è: se esistono giornalisti (o critici, o blogger, non so quale sia la definizione più adatta) che sono delle firme autorevoli, hanno competenza invidiabile e sono anche riusciti a crearsi un loro seguito di lettori a mo’ di “opinion leaders”, allora ci sta che campino di quello o che comunque arrotondino scrivendo, percependo soldi in cambio di un articolo (certo che per 30 euro a botta ce ne è da scrivere eh!…). Però la rete è un contenitore immenso, di webzine e blog ce ne sono a centinaia e a volte ho l’impressione che chi scrive e si esprime su certi dischi o concerti ne sappia la metà di me: con questi come la mettiamo? Vorresti chiedermi dei soldini solo perché stai parlando del mio gruppo? E se poi non riesci nemmeno a capire quello che sia il senso e l’intento di questo gruppo, che si fa? Se scrivi cose che mi danneggiano (non perché tu ne stia parlando necessariamente male, ma solo perché  stai fraintendendo il significato di quello che faccio)? E se ogni tuo riferimento o associazione è inappropriato o fuorviante?

Dai, insomma, è un po’ come se il muratore che ti rifà il salotto di casa ti abbattesse accidentalmente il muro portante invece della parete in cartongesso: come la mettiamo col pagamento del lavoro?
Io non metto in discussione che in certi casi possa essere legittimo parlare di compensi perché, in un verso o nell’altro, di lavorare si parla, ma se ci vogliamo mettere in mezzo dei soldini ci deve essere della professionalità alla base, che fa da garanzia all’investimento: poi ciascuno è libero di scegliere se investire o meno. “Nel bene o nel male purché se ne parli” non è un concetto che giova molto alla musica underground, temo.

Aggiungo una domanda sui testi di Spergiuro, che sono incazzati, quindi mi piacciono. Sono più incazzati di quelli di Debuttanti. In un home video una volta ho visto un’intervista a Henry Rollins in cui gli veniva chiesto, parlando della Rollins Band, “Why are you so angry?”. Non ricordo assolutamente cosa rispose, ma ricordo che lo fece ridendo. Perchè i tuoi testi sono così arrabbiati?
Non lo so, mi sono usciti sempre così, anche con le precedenti band (anzi, temo che prima fosse anche peggio). Forse perché ho sempre suonato in gruppi che fanno musica abbastanza nervosa e, di conseguenza, la associo a testi e concetti piuttosto incazzati. Ci vuole una certa genialità per riuscire a piazzare testi rilassati e positivi su basi cariche di tensione e viceversa, e io non sono certo Mark Oliver Everett, ahimè. Quello che mi sto sforzando di fare (e in questo caso c’è davvero un lavoro in corso, alla faccia della naturalezza) è aggiungere qualche dose di cinismo e ironia per sdrammatizzare un po’ qua e là, ma non è mica facile: i testi davvero buoni di solito mi escono in massimo mezz’ora e rimetterci poi le mani, per sistemarli e rivisitarli, è un’operazione che richiede un’abbondante dose di coraggio…

Ok. Grazie Fra.

Spergiuro esce in vinile 12” e digitale il 16 febbraio per Crapoulet Records, Sonatine Produzioni e Fallo dischi, a me l’hanno girato in anteprima perché sono figo, ma non figo come loro, nel frattempo su bandcamp potete ascoltare tutto il resto dei Montana.

Montana / Debuttanti

montana debuttanti

Alcune volte i Ramones sono ancora il mio gruppo preferito. Quando ho visto un video in cui Elio (e le Storie tese) a Radio Dee Jay diceva che le canzoni dei Ramones sono tutte uguali mi sono arrabbiato. Quanta differenza passa tra Beat On the BratCome Back Baby Elio non lo sa, e non diciamoglielo neanche. Con la certezza di aver già vinto – facile e in modo schiacciante – sulla spocchia di Elio da tempo ex-simpatico, ho voglia di ascoltare un gruppo punk rock italiano di adesso, che non siano gli Altro. Mi piacciono gli Altro ma vorrei qualcosa di nuovo, un gruppo che abbia fatto un disco solo o al massimo un disco e un EP così non c’è abbastanza carne al fuoco perché qualcuno possa dire che le canzoni sono tutte uguali. Com’è successo ancora, To Lose La Track risolve il mio problema, perché ho ritirato fuori il disco dei Montana, Debuttanti (Sonatine Produzioni, oltre a TLLT, settembre 2013). Debuttanti è un disco veloce di quella velocità senza nessun filtro di cui ho bisogno da quando ho 15 anni. Mi piacciono le batterie punk rock/hc quando sono buttate lì come devono e in questo caso mi piacciono la chitarra che regna e mi fa abbastanza godere – e a volte, ma sono attimi brevi, perde la concentrazione e svisa alla classica – e la voce per niente delicata che mi ricorda i gruppi punk di una volta della mia città. Sono le cose che m’interessano di più e il fatto che i testi dei Montana siano intelligenti m’interessa relativamente, o almeno così la pensavo al primo, secondo e terzo ascolto. All’inizio la cosa bella era ascoltare di continuo le canzoni, facendole ripartire quando finivano, cioè ogni 20 minuti neanche. Poi ho scoperto che sono belli anche i testi, fanno la morale, attaccano i difetti delle altre persone, parlano dei propri come se fossero pregi, parlano della vita di tutti i giorni e suggeriscono i modi che potremmo scegliere per condurla con rettitudine e senza noia (streaming qui). Per quanto il titolo della canzone non sia il massimo, anzi è proprio il minimo, il testo di Punkomat è molto punk, nel senso di sincero e differente (E’ vero son nato ricco e questo mi imbarazza un po’: conosco bene cosa è la ribellione, ma mi credete soltanto un figlio di papà. Voglio tacere il mio stato sociale per non lasciare spazio alle vostre infamità. Anche io so distruggere e non conta poi molto se qualcuno è pronto a saldare i miei danni mentre voi altri patite pene mostruose). Un’altra canzone parla di Lazzaro in prima persona. Non sono convinto che i testi dei Montana nascondano a volte una vena ironica quindi ho deciso di ignorarla.
Debuttanti non è solo un disco sincero, è un disco che nella sincerità infila parti ruvide e spigolose, per niente accomodanti, e per questo è un ottimo disco. Mentre scrivo è il Record Store Day e penso che un negoziante dovrebbe spingere album come questo, per promuovere l’immagine del record shop come posto in cui puoi comprare anche la musica nuova, indipendente, buona e veloce. Mi rendo conto che c’ho messo sette mesi a scrivere così poche righe ma tutto quello che volevo dire su Debuttanti l’ho detto, a parte che lo dovete ascoltare.