LUI MENTA. TRAMONTO: i Van Pelt in Italia

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Agosto, nel 2014, arrivò come tutti gli altri Agosto degli altri anni. Godersi le ferie, forse andare via per qualche giorno, magari rivedere qualche amico che è da un anno che non vedi. Nel 2014, a casa, avevamo pianificato tutto tranne l’aereo almeno da aprile: un bel giro in macchina in Sicilia, con partenza non intelligente il 12 agosto e ritorno il 19. In Romagna abbiamo il mare, molti lo odiano, ma quelli che ce lo invidiano ce lo invidiano di brutto, i milanesi in particolare. Per loro, la riviera è un sogno e se gli dici che il mare è sporco e la proposta turistica è ferma a 40 anni fa – sempre Liscio tradizionale, Liscio delle nuove generazioni, Liscio di domani, cibo grasso e sale giochi – la prendono sul personale, anzi, sul regionale. Ma cosa dici? È perché tu ce l’hai sempre, vieni a vivere in Brianza poi mi dici. Cose così. L’abitudine nasconde le fortune in effetti. Non averle a portata di mano, d’altra parte, tende a fartele idealizzare. Non so quale delle due posizioni sia vera, immagino che tutto sia relativo, ma sembra davvero una sfida senza fine: sono anni che mi capita di cascarci dentro, alla volta di maggio o al massimo giugno, ogni anno.

Sicché nel 2014 io e la mia ragazza decidiamo di scappare dal nostro mare e andare a cercarne un altro, molto più bello, perché siamo degli irriconoscenti. Nei giorni successivi alla prenotazione, la Fede pianifica tutto, io sono contentissimo perché mi sembra che decidiamo tutto insieme, in realtà decide tutto lei. Siamo carichi: andiamo qui, poi lì, amore ti porto alla Valle dei Templi che non ci sei mai stata, andiamo a mangiare il pistacchio e le mandorle a Bronte e ad Aci Trezza sulle tracce dei Malavoglia. A maggio siamo ancora lontani, siamo nel pieno dell’attesa e l’affrontiamo con serenità. Senonché, iniziano a girare strane voci. Su Facebook, alcuni amici iniziano a spammare date in Italia dei Van Pelt nei giorni intorno a ferragosto. La prima è il 13 a Vittorio Veneto, a Treviso, altro posto in cui c’invidiano il mare. E noi gli invidiamo il vino. La seconda è fantasma, stanno cercando il posto in cui farla. Poi, una mattina, viene fuori, boom, all’improvviso: il 14 agosto, all’HanaBi di Marina di Ravenna. In riviera! All’improvviso la riviera romagnola si trasforma nel posto più cool d’Italia, dove tutti festeggeremo il sempre odiato ferragosto, per vedere la miglior band del mondo, insieme agli amici vecchi e nuovi con cui l’abbiamo condivisa o la condividiamo ancora. Dopo i primi minuti di gioia totale, durante i quali in ufficio ho sorriso a 36 denti anche al collega puzzone che mi stava uccidendo col suo alito, ecco che mi arriva l’ossigeno al cervello e con lui anche la verità, crudele: il 14 agosto. Noi partiamo per la Sicilia il 12. Tengo botta, non mando nessun messaggio alla mia ragazza. Tanto sa già tutto. Esco dall’ufficio e mi precipito da lei, che per fortuna lavora in un negozio e uno può entrare quando vuole. Lei va raccontando in giro che quel giorno entrai urlando VOI MI VOLETE MORTO. Io non ricordo che sia successo, voi potete crederci però. Ero al bivio della vita: portare in vacanza la mia morosa in un posto romantico ma anche pieno di storia e letteratura (leggi: fare IL figurone definitivo) o vedere dal vivo i Van Pelt. Non The Lapse o Chris Leo da solo, i Van Pelt, la mia chitarra la mia batteria la mia voce e il mio basso preferiti tutti insieme, anni di fissa su come Chris Leo suona la chitarra, anni di ascolti, gruppo di amici, gruppo di ascolto con gli amici, periodo della vita finito che ritorna a essere il presente tutte le volte che in macchina, sul piatto o con l’mp3 sento quelle tre note di The Good, The Bad & The Blind. Tre note, bastano tre note per fermare il mondo. Tutto questo, il 14 agosto.

Cosa facciamo? Sicilia o Van Pelt? Qualche secondo di indecisione finché lei non pronuncia le fatidiche parole “Se vuoi, possiamo spostare la prenotazione.. partiamo il 14 subito dopo il concerto”. Io dico sì ed equivale a un sì per tutta la vita. “Tutto tranne l’aereo”, ricordate? Decisione saggia, perché cambiare prenotazione senza perdere soldi all’hotel si fa, per l’aereo è più complicato. Problemi da viaggiatore Ryan. E la tabella di marcia si aggiornò in un attimo: prepariamo le valigie, andiamo a Marina di Ravenna, guardiamo il concerto, partiamo subito dopo, E45 fino a Roma, a Fiumicino abbiamo il volo alle 7, atterriamo a Catania, noleggiamo la macchina ed è fatta. Tutto in una notte.

Il 14 dormo buona parte del pomeriggio, verso le 19 partiamo e andiamo a Marina. Mangiamo una piadina cattivissima in un baracchino sulla strada, i Van pelt iniziano a suonare, fanno un concerto stupendo, anche se non siamo tutti lì, alcuni amici mancano, anzi troppi, ma è la vita. Mi risveglio che sto guidando e siamo già arrivati a Terni. Ci fermiamo in un Autogrill dove un uomo e una donna stanno festeggiando il ferragosto in silenzio, fumando dentro al locale, sopra a un posacenere che ha lo stesso profilo dei monti dell’Appennino che ci siamo da poco lasciati alle spalle, davanti a una birra e al video poker. Minchia. Da quella sera, penso spesso dio benedica la riviera romagnola e quello che ci permette di fare.

Sempre in quei giorni, era venuta fuori un’altra data dei Van Pelt, un secret show in un giardino a Corlo di Ferrara, il 12. Di quella sera, Flying Kids Records e Gringo Records hanno fatto uscire, quest’anno, dopo circa un anno e mezzo, un doppio vinile che inizia con Chris Leo che dice

“Enrico, quando tu sei pronto noi siamo pronti. Pronto.”

E attaccano con The Young Alchemist, Nanzen Kills a CatThe Good, The Bad & The Blind. Nel frattempo, in quest’anno e mezzo, sono successe alcune cose. Tra queste, un matrimonio (non il nostro) durante il quale a un certo punto ci siamo messi tutti le maschere dello sposo e abbiamo buttato su una chiavetta USB con le sue canzoni preferite di sempre. La terza era The Good, The Bad & The Blind. Lui non c’era il 14 agosto, ma la sera del suo matrimonio se l’è ballata tutta quella canzone, sotto alla consolle. In questo momento fuori c’è la nebbia grossa e sono in cerca di certezze facili ma a me sembra chiaro che, in quel modo, almeno un po’ di quella serata di un anno e mezzo fa allo sposo gliel’abbiamo restituita.

Al contrario, Tramonto, seppur in altro luogo, della serata del 14 agosto 2016 non ne restituisce solo un po’, ma ridà tutto: i momenti di esaltazione, di commozione e quelli di divertimento. In più, ha l’intimità propizia di un secret show, a un metro da quel nano con le espadrillas e il tirabaci che è Chris Leo. Che alla fine del disco, per presentare l’ultima canzone (St. John the Divine), chiede al pubblico se qualcuno la conosce, uno risponde di si e lui inizia a urlare “Bugiardo! Lui menta, lui menda!” e poi dice una cosa come: “aiscek e faindeeee.. ee fvadello”. E i Van Pelt attaccano, chitarra, basso e batteria incastrati come solo loro li sanno incastrare. Simpatia e saper suonare. Che è poi quello che offriamo noi qui sulla riviera romagnola.

Fvadello, ascolta TRAMONTO

Disco week-end. Labradors, The Great Maybe

Labradors-The-Great-MaybeÈ possibile che alcuni dischi d’inverno non dicano tanto e in primavera sbombino? Si che è possibile, è una questione di sensazioni che sei disposto a recepire (oppure no) se sei di un umore (oppure no). Succede solo se sei meteoropatico. E non deve essere per forza una patologia, basta anche solo una cosa superficiale. Cioè è sufficiente subire anche solo un po’ l’influenza di un cielo azzurro o di un cielo grigio. Per quanto mi riguarda, un cielo grigio di solito mi deprime e mi mette addosso un po’ di malinconia, che non è una cosa bella, ma a volte mi ci crogiolo. C’è chi trova divertente un cielo nuvoloso, ma solo chi è bipolare. Un cielo sereno in primavera, magari col sole, mi fa venire la bolgia. Anche se quando siamo verso metà giugno mi già ha rotto. E non vado mai al mare.

The Great Maybe dei Labradors in gennaio non mi aveva colpito particolarmente. Verso marzo ho iniziato a sentirci robe. Ho iniziato a non essere d’accordo sul fatto che il disco abbia un suono che ricorda solo gli anni ’90. È forse perché il mio cervello processa in modo sbagliato le informazioni, ma secondo me è così. Il suono dei Labradors è morbidissimo, negli anni ’90 spesso i dischi rock suonavano secchi e definiti e mi piaceva molto il fatto che un album registrato a Los Angeles potesse eventualmente sentirsi come uno registrato a Bagnile di Cesena.

Gli anni ’90 in The Great Maybe ci sono, ma i richiami non sono mai diretti, c’è sempre qualcosa che mi fa dire “però non suona del tutto anni ’90”. The Great Maybe ricorda i Foo Fighters dei primi due dischi che, pur essendo usciti nel ’95 e nel ’97, nella mia testa non hanno un suono anni ’90 ma uno tutto loro, che col tempo è stato distrutto, e adesso, pensando a com’era all’inizio, non so neanche dove collocarlo quel suono, perché mi sembra che non sia mai esistito. Le canzoni che mi ricordano di più i FF sono Big Sure e Tearing Up the Globe e non è solo una questione di “suono” ma di modo di spingere sul ritmo e renderlo incalzante. La batteria elettronica che parte in mezzo a Tearing Up the Globe la trasforma però in qualcos’altro, una specie di space rock con un basso a metà tra gli AIR e i Pink Floyd, ma sempre con la fotta di mantenere alto il ritmo. Il finale di Big Sure è la cosa che ho più voglia di vedere eseguita dal vivo dal mese di marzo.

Il primo pezzo di The Great Maybe (I Won’t Let Anyone Hurt You) mi spiazza ancora come la prima volta: sembra una delle ballate che scriveva Coxon quando era in forma e, allo stesso tempo, una canzone scritta per un film, per una scena di serenità. Non è l’unico episodio spiazzante del disco. C’è anche Mario, in cui Willis Earl Beal ed Evan Dando cantano su una musica brasiliana e il tutto ricorda una canzone hawaiana che ho sentito nel film Aloha. Si, ci sono delle cose riconducibili ai veri anni ’90 (il Re Evan) ma sono sinceramente dettagli. Leggere i commenti che ricollegavano The Great Maybe solo agli anni ’90 e poi sentire che inizia con I Won’t Let Anyone Hurt You me l’ha fatto piacere subito: effetto sorpresa.

Ci sono dei passaggi cattivi e scattosi come l’hard rock (l’inviato di neuronE che li ha visti dal vivo al Magazzino Parallelo di Cesena conferma che ‘sta cosa dell’hard rock vale anche per il live). All I Have Is My Heart ha quel tiro (non il suono) punk rock che ti fa muovere i piedi e da questo punto di vista ha la stessa forza di Work di Rihanna e degli Hold Steady, contemporaneamente. Paws non suona assolutamente come i Blink 182 ma ha la loro spavalderia dei momenti migliori. Strangelove, nei crescendo e poi nelle esplosioni, suona come i Minnie’s di adesso, quindi si può dire ci siano anche influenze di oggi, tra l’altro provenienti dalla stessa regione: la Lombardia. In Someone Else viene fuori Gran Prix, il disco peggiore dei Teenage Fanclub, che comunque riascolto sempre volentieri e che viene ripreso nella sua unica cosa veramente buona: le melodie pop.

Hate Summer, l’EP precedente, era meno ricco. The Great Maybe ha cambiato strada e mi ha fatto venire in mente cose molto diverse tra loro. Non si tratta solo di suoni, ritmiche o voci, ma anche di sensazioni. Non so se è così per tutti, ma per me alla fine un disco è fatto anche delle sensazioni che ti dà quando l’hai ascoltato molte volte, ci sei entrato dentro e sei arrivato a un buon livello di profondità. Che non è per forza l’ultima fermata.

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Il pesce

(locandina di FF)

Il pesce potrebbe essere in un’ampolla. Se saltasse fuori lo farebbe per due motivi: per spirito d’avventura nel tentativo di combattere il tedio totale, oppure per cercare di raggiungere il pavimento, rimanere per un tempo sufficiente senz’acqua e trovare la morte. La locandina potrebbe essere

ampolla

così (click)

Se è un pesce più fortunato, invece, è in mare, e se salta fuori lo fa per mangiarsi un insetto. Quando è in aria, raggiunge la parte più alta della traiettoria a una velocità che diminuisce gradualmente, si ferma per un attimo, cattura il suo cibo, precipita a velocità crescente. Hanno sempre catturato i miei pensieri: il fatto che veda la preda da sott’acqua; lui che si prepara al salto e dà il colpo di muscolo; che nel nanosecondo in cui si ferma in aria riesca a fare proprio quello che vuole; che mentre è in aria assuma la forma di una foglia. La locandina potrebbe essere questa:

(ri-click)

Una prospettiva più ampia, un orizzonte più vasto, qualsiasi pesce la preferirebbe. E questa sera il nostro pesce è davvero al mare, all’Hana Bi appunto, se piove non ha nessuna paura di bagnarsi saltando ed è lo stesso un pesce felice. Perché è libero, se schiarisce conta le stelle che cadono e magari se ne mangia una capitata troppo vicina alla superficie dell’acqua, mentre ascolta non tanto i Merchandise quanto i Pueblo People e i Clever Square, che hanno fatto due tra i miei dischi dell’anno. Tutto nella Flying Kids Night.

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