ignoranza QUASI senza filtro (rubrica: a new era)

Qualche mese fa mi sono bullato del fatto che iniziavano ad arrivarmi sulla mail un po’ di richieste di recensioni. Adesso mi arriva di tutto, dalla merda fresca alle cose belle. E questa volta ho recensito di tutto, da gennaio a marzo. Ho messo dentro anche gli album che dopo la prima traccia tutti non li avrei ascoltati neanche morto (quindi apprezzate lo sforzo). Ho escluso quelli a cui penso sia forse il caso di dedicare non solo qualche riga, perché conosco i precedenti. Questo “metodo” è molto attaccabile perché magari un album di un baluba qualsiasi finisce per piacermi di più di uno da cui mi aspetto qualcosa e allora scrivo di più sul primo che sul secondo. Che poi in realtà è quello che spero. Questa volta però non è successo. Poi magari sugli album che ho lasciato da parte non ho cose intelligenti da dire e non scriverò mai più niente. Ma per questo vedrò. Comunque resta figo secondo me ricevere una richiesta di recensione di un disco ascoltato in streaming su Rockit, di cui Rockit parla poco ma bene, e parlarne poco e male, non per fare il bastian contrario ma perché secondo me è una cosa orrenda (I Robot) e le cose orrende che ti arrivano in posta vanno segnalate.

civetta

L’inverno della civetta. Progetto molto collettivo nato a Genova al Greenfog Recording Studio in collaborazione con DreaminGorilla Records (Savona) e Taxi Driver Records (Genova). Non so se valeva la pena di far fare della strada a tanta gente per arrivare a questo tipo risultato. Mi sembra tutto molto fatto con la carta copiativa e non sono bastati cotanti musicisti per tirare fuori un’idea. Senza cuore, mi pare. Una cosa indefinita tra grunge, metal, screamo, musica da monastero, city ramblers, orchestre fuzz e post rock e tutto questo contaminare potrebbe anche essere una caratteristica positiva ma non lo è. La Liguria suona così, o magari no, ma questo è quello che è saltato fuori questa volta.

sjesau exploding views

SJ Esau, Exploding Views (Fromscratch Records). Un disco superscritto e la capacità di essere il punto di incontro tra Mika, Doseone dei cLOUDDEAD (che collabora) e l’Anticon: sono due motivi per dire che Exploding Views è da ascoltare, come più o meno tutte le cose che escono da Fromscratch Rec. Superscritto è un complimento perché vuol dire che vengono fuori SJ Esau e la sua abilità nello scrivere – appunto – e che è scritto superbene e con supergusto, anche troppo. Ogni tanto mi piacerebbe che si sporcasse con qualche distorsione un po’ meno calcolata. Non mi piace tutto, ma è tutto molto al di sopra del livello.

low standards high five

Low Standards, High FivesRevolushhhh EP (Flying Kids Records). A parte che è la copertina più bella del 2014. Revolushhhh è un disco emo. Emo come i Crash Of Rhinos. Ecco. Chitarra circolare, batteria sfonda con un sacco di cassa, basso splettrato a scheggia, cori e ritornelli con la botta. Tornando alla copertina, non so in generale che ruolo debba avere in un disco, ma di sicuro uno importante. Questa un po’ mi fa intuire vagamente come suona l’EP, così come il nome Low Standards, High Fives. Le braccia al cielo non sono solo quelle di Lucio Battisti ma anche quelle a occhi chiusi, piedi che scalciano e bocca aperta a gridare un coro di Revolushhhh che ti piace. Consiglio quello di Flying High, Looking Down che è un po’ come tendere dal basso le braccia verso l’alto.

kairo

Kairo, 13 (Fallodischi, La Fine, Upwind). Il giro di copertine fighe prosegue, questa è la seconda di questa pagina, non la quarta. Dai quella di Exploding Views non è male ma non è il massimo, un po’ i Flaming Lips ospiti a Linea Verde, e quella con la civetta io in casa non la voglio. Di solito amo i dischi come 13, sinceri. Di solito e anche questa volta. 13 suona sfondo e basta, il cantante mette in piedi melodie che dire che sono tra il classico leggero italiano (Vestiti) e quello emo non è un’offesa ma una cosa possibile. Il resto è punk rock neanche troppo sgangherato, che può ricordare sia Minnie’s sia Altro. Se devo dire una canzone dico …una promessa, romanticona e con una batteria, un basso e una chitarra suonati benissimo. L’Amo è di Napoli, Kairo è di Napoli e Napoli suona così, credo.

gouton rouge carne

Gouton Rouge, Carne (V4V Records). Non è male ma è già sentito, power pop che copia abbastanza i Male Bonding addolcendone le distorsioni, con testi profondi e voci dilatate, o falsetti. Odio il falsetto. Un po’ New York un po’ italiano che fa l’americano che va benissimo ma lo fa male, poi vengono fuori i Jesus And Mary Chain che francamente come influencer hanno rotto r cazzo. Per il resto ci sono le cose più banali di Verdena, Tiger!Shit! e anche altro. Non credo che lo riascolterò.

I Robot, Australia (West Link Recorders). Praticamente Biagio Antonacci distorto e quello che avrebbero potuto diventare i Negrita se non fossero ingrassati. C’è un altro gruppo che si chiama Australia e ha fatto un disco che si chiama Robot. Se è uno scherzo, carino.

Ecole Du CielHeartbeat War Drum (V4V con Fallo DIschi, Hysm? e Qsdr). Post hc, post rock, non è che poi se ne sentisse la necessità, come di tante altre cose però. In più, credo che sia molto carente in termini di scrittura. Il che equivale a dire in questo caso: NOIA. Peggio rispetto al primo EP.

johnny fishborn

Se non fosse che Johnny Fishborn mi ricorda Brian Molko non sarebbe male. Ma solo il fatto che mi ricordi Brian Molko fa cadere ogni speranza che possa piacermi di qui fino alla mia morte. Quando ascolto musica contano anche le suggestioni, voglio dire, sono un metro di giudizio, mi entrano nel cervello e mi influenzano. Windmill Girl ha una bruttissima copertina, un basso con un suono pessimo e una pessima abitudine di entrare nelle canzoni con la delicatezza di un elefante, ma la cosa peggiore è il missaggio, forse causa del basso maleducato. C’è un non so che di glam che rovina il già difficile ascolto, dovuto al fatto che c’è qualcosa che non va tra gli strumenti, tutti suonati come se non fossero parte di canzoni ma pezzi incollati tra loro. Mi risulta tutto un po’ rigido insomma, nella volontà chiara di incidere il disco d’autore che gioca un po’ con la voce, con le sonorità, con le ritmiche e i titoli improponibili come Sun Salva Doors, così, come se la musica fosse un gioco ma in realtà no perché di base c’è qualcosa di insopportabilmente serioso in questo album. E magari Johnny Fisborn a scrivere canzoni non è neanche male, ma dovrebbe liberarsi dei pessimi musicisti di cui si è circondato e provare a scrivere solo per se stesso. E lavorare sulla voce, perché con questa voce qui Brian Molko mi incombe un po’ troppo. Ma poi no, anche nei pezzi più scarni di Midnight Rain e The Man Without the Bread c’è qualcosa di incredibilmente pesante e poco sincero. Mi sa che è irrecuperabile.

amanita phalloides

Con Amanita Phalloides (DreaminGorilla Records) sembra di tornare a quando andavano di moda pesantemente i piccoli suoni alla Commodore con le tastierine e i riverberini. Ma noi ci siamo rotti il cazzo e ascoltiamo solo elettronica tamarra. Quella non è una copertina. Proseguendo sulla strada della circa-elettronica, questa volta epica e sofferta, ecco qua Some Evil EP di Sequen_ce. Proprio non ce la facevi a chiamarti solo Sequence? L’underscore è una malattia. In effetti non c’è un genere sotto il quale si possa classificare questo EP, se non il non ti riascolterò mai più finché non deciderai di dare una cazzo di idea alla tua musica che così non mi rimbalza solo perché non è una palla. I tubatubatubatu cià in As I Don’t non ci volevano. Poi sono arrivato a Onironauta (Dischi Bervisti, Woodworm e DreaminGorilla Records) dei Kaleidoscopic, non oltre il quarto pezzo comunque, quello che si chiama come loro. Ho letto la presentazione del disco nella pagina privata, non bisognerebbe scrivere certe cose, si creano troppe aspettative oppure ti fai odiare, e poi l’album è screamo-metal-rockitaliano-filosofico-caciarone, cattivo gusto in tutto. Roba fatta molto peggio di quella che ascoltavamo 12 anni fa che già 11 anni fa non aveva troppo senso ascoltare. Non si può dire che sia roba vecchia perché c’è il revival e però insomma c’è modo e modo di revivalare. Acid Muffin non è un granché come nome, e anche l’EP chiamarlo Nameless non mi sembra il caso. Cazzo, cercate qualcosa di più originale, ho capito che fate musica Grunge, però gattini miei. Un EP Grunge più alla Bush che altro, con una chitarra solista che rovina il poco di buono che c’è anche perché in alcuni momenti il basso e la batteria sembrano ispirarsi a lei e allora basta subito. E il campanaccio, il campanaccio. Il missaggio è pessimo ma non direi che sta lì il problema. I gruppi che ho sentito in giro di recente e che fanno questa musica sembrano tutti della parrocchia. Svecchiatevi.

Inizio a pensare che il mio sia un metodo sbagliato. Alla fine infatti il problema è un altro: devo filtrare di più, forse, selezionare meglio quello su cui scrivo. Basta che respiri, praticamente, questa volta è andata così, ma non so se ripeterò l’esperienza. O magari lo farò sempre, non filtrare quasi per niente dico. Adesso vediamo.

URALI

urali stop records

URALI no, URALI si. Chi lo stronca, chi il contrario. Io sono tra i secondi. URALI non ha una sola briciola di malessere, non esprime noia, la noia l’avete voi dentro, se avete pensato che vi annoi. URALI (si chiama Ivan Tonelli ed è una parte consistente di Stop Records e Stop Studio) che presenta le sue canzoni dal vivo, oppure che risponde alle domande delle interviste, è un tipo tutt’altro che noioso, va molto dritto al problema: deve fare un pezzo, parla poco e fa il pezzo; deve dire una cosa, fa pochi giri di parole e la dice. Con le sue canzoni, URALI fa una cosa altrettanto semplice e immediata: prende una chitarra molto distorta e canta. Con un’idea semplice, mette all’angolo gli altri cantautori contemporanei (il cantautorato italiano è rinato, è alla sua quindicesima vita) che vogliono essere molto bravi e per dimostrarlo si arrampicano su testi intelligentissimi e strumenti che fanno finta di usare. La soluzione musicale di URALI è fuori dallo schema ti scrivo testi un po’ incomprensibili un po’ comprensibili così pensi che siano poesia anche se tocco davvero superficialmente le tematiche e faccio anche il polistrumentista. Anche URALI è un cantautore si, anche se in Italia uno che suona così non viene normalmente definito cantautore perché può ricordare autori stranieri come, boh, Graham Coxon, che non vengono chiamati cantautori, perché i cantautori sono quelli italiani e fanno riferimento in qualche modo alla tradizione cantautorale italiana (negli USA sono folk singer, presumo); ma lo è, tecnicamente URALI è un cantautore. Tecnicamente significa che scrive e canta i pezzi. Non è un cantautore tradizionale, ma considerando come viene chiamata in causa e come viene interpretata adesso la tradizione dai nuovi cantautori (cioè come nel corsivo di 4 righe fa), preferisco l’idea che ha avuto URALI. A me piacciono i vecchi cantautori, quelli più tosti, De André e De Gregori, perché capisco quello che cantano, perché in quanto cantautori mi fanno tremare le vene dei polsi dicendomi qualcosa di universalmente vero, sull’amore, sulla vita, sulla politica, su molte cose. Molti, oggi, hanno la presunzione di saperlo fare ma non lo fanno, ma manco per il cazzo. CASO, lo fa. URALI si propone in modo diverso: tecnicamente è un cantautore, appunto, ma la sua forza sta da un’altra parte. Non m’importa se canta in inglese, e il suo messaggio non è immediato, m’importa che mi dica con chiarezza qual’è la sua idea. In qualche modo è molto più cantautore degli altri perché, fuori dal solco della tradizione, comunque dice la sua, lascia il segno, e stop.

Che poi magari a URALI dei cantautori non gliene frega un cazzo.

Ed ecco cosa mi dice URALI. Io ho pensato che volesse dire: io, con una chitarra in mano, faccio questo in questo modo. Il valore del suo album, che si chiama URALI, non sta solo nel suono distorto ma in tutti i movimenti della chitarra che s’infilano uno sotto l’altro. Si passa da un pezzo eseguito con la chitarra acustica (e uno con la classica) al drone; la chitarra non ha un attimo di tranquillità, ha la fregola, si muove sopra e sotto, passa da suonate più pop a giri dispersivi e psichedelici, e tutto è buttato dentro a un cd con 8 pezzi che scorrono più o meno lenti, pesanti, ma del tutto diversi l’uno dall’altro. Folk, ma anche shoegaze. La sensazione è la stessa di alcuni incipit o alcuni pezzi di Sons of Kyuss, e se io avessi fatto un disco e uno mi dicesse che quando lo ascolta gli ricorda quella pesantezza, io sarei contento. URALI non ha la batteria ma l’uovo che riesce a creare intorno a chi ascolta è quello.
URALI canta sopra alle chitarre senza troppe menate. Ecco perché è un disco bellissimo: perché unisce una chitarra a volte davvero scostante a una voce normale. Della chitarra ho già cercato di parlare, adesso tenterò di parlare della voce. La cosa più spiazzante che succede quando ti trovi di fronte a URALI che suona dal vivo è che la chitarra è disturbatissima e non va d’accordo con la voce, per niente proprio, tranne in alcuni momenti, come per esempio in The Lover (Mistress), cover dei Red House Painters, o in The Flux, una delle (due) canzoni acustiche. Ma non è la voce che non ci sta, è la chitarra, che raggiunge un livello di saturazione tale per cui sembra non esistere altro. E allora la voce va a farsi fottere, e te la dimentichi; ma nel momento in cui URALI parte col pezzo acustico, torna a essere presente e ti accorgi che in realtà è davvero una bella voce; al pezzo distorto successivo hai sanato la rottura e le senti entrambe, chitarra e voce. Su disco l’effetto scompare un po’, perché sconta forse un missaggio non perfetto, ma va bene lo stesso. Sono convinto del fatto che URALI vinca dal vivo, e questa è un ottima cosa. Perché comunque è anche empatico, lui suona e il pubblico lo ascolta col naso all’aria. Sembra semplice, ma alcune volte proprio non scatta.

urali.bandcamp.com – stoprecords.it

A New Era, le recensioni nella mail. Auden / BluNepal / Winter Dust

Pippone su tre primi album.

Love Is A Conspirancy degli Auden (V4V Records)

Love Is A Conspirancy è l’unico disco degli Auden, registrato nel 2002 e ripubblicato da V4V Records in ottobre 2013. Si tratta in effetti di un album emo (5 pezzi), con buoni arrangiamenti di chitarra e belle melodie distorte (il finale di My Wrong Sentimental Education) e non (l’inizio di My Wrong Sentimental Education). Il titolo è troppo emo e l’abum non è così emo, almeno non alla maniera più piagnona dei (per dire) Mineral. Non riusco a entrare dentro del tutto ai testi. In alcuni casi, e adesso cavatemi gli occhi, mi vengono in mente i Julia, solo con zero screamo. E i Van Pelt, per uscire un po’ dal tracciato. Non credo di bestemmiare se dico che le melodie vocali tirano (alcune) a Lee Ranaldo che scrive per i Sonic Youth. Però resta emo, si, le sonorità sono quelle, si, con la pronuncia inglese di un iraniano vissuto a Roma per qualche anno di lavoro (There Was Always Too Much Light In The Room). Gli Auden non si sono mai sciolti ufficialmente ma sono in letargo.

Follow The Sherpa è il primo album dei BluNepal

Follow The Sherpa è il primo album dei BluNepal (Wasabi Produzioni e Green Fog Records). Togli agli Air il tocco vellutato e ai Mogwai la potenza e rimane molto meno di quello che avevi all’inizio. Ma tutto è molto più complesso di così. I BluNepal sono grandissimi scrittori (e forse anche improvvisatori) e hanno il merito di saturare l’elettronica ed evitare (YouZi) di abbandonarsi completamente all’easy listening. Il suono è però più freddo e artificioso, ma meno monumentale, del rock sperimentale a cui tra le altre cose si ispirano. Into The Cinema (The Storm) è pure un bel pezzo, ma è vecchio e non riesco a trovargli un aggettivo più adeguato. Putroppo, mi ricordano i Goblin, e quando succede è un tunnel da cui non riesco a uscire. C’è anche Tomorrow Never Knows, cover dei Beatles. Proprio come i Beatles la mettono alla fine del disco, ma è un’interpretazione troppo suonata e troppo lunga, che mantiene l’impostazione dell’originale perdendone tutta la delicatezza, un po’ come se fossero i Kula Shaker a suonarla. Il disco esce il 20 gennaio.

Autumn Years dei Winter Dust

Autumn Years (Voice Of The Unheard) è un altro album emo/post-rock, debutto 7 pezzi dei Winter Dust. Parte benissimo con Fake Beaches, poi si perde con Undertow, che all’inizio riproduce le onde del mare per proseguire con distorsioni e pianoforte, e terminare con le onde del mare. C’è molta confusione, e la batteria non sempre regge il tempo. Tornano di nuovo i Mogwai e i Giardini di Mirò, ne ammiro sempre le sonorità e gli echi ma non mi basta. Il pianoforte, strumento che dovrebbe dare spessore all’album, è a episodi invadente e non così necessario. Credo che il problema stia proprio nella confusione che si crea nell’arrangiamento: spesso gli strumenti sembrano scollegati (Birthday) pur ricorrendo a distorsioni e singalong, che dovrebbero amalgamare. Il pianoforte, ancora, crea un altro elemento scollato dal resto e non aiuta. Tutto è molto urlato, anche le parti più melodiche. Per questi motivi si perde la poesia della dilatazione e dell’esplosione tipica dei generi cui si vorrebbe far riferimento.

Ciao.