I Had A Chiacchierata (no intervista) con Girless sul disco nuovo

Questa non è un’intervista, una di quelle cose in cui uno fa una domanda e l’altro in qualche modo deve rispondere perché altrimenti non è più un’intervista, quelle in cui una volta fatto tutto, se non vuoi fare lo stronzo, rispedisci tutto all’interlocutore per una letta veloce, oppure anche no. Questo è solo il resoconto, non completo ma con quello che mi ricordo io e solo col punto di vista mio, di una chiacchierata di dieci minuti, o forse un po’ di più, e non programmata, con Tommaso Gavioli ovvero Girless.

È successo la sera del concerto di Bob Nanna, in una location romantica sul Porto Canale di Cesenatico: fuori dal The Brew. L’attacco è stato tutto dedicato alla libreria della mia morosa, che per il record store day ha fatto la vetrina con alcuni dischi, tra cui anche I Have A Call di Girless, ha messo la foto su Facebook, lui l’ha vista e gli è piaciuta. Quindi mi ha detto: bella! e mi ha raccontato la storia dell’adesivo che c’è appiccicato sopra al cd. Storia che racconterei se solo riuscissi a buttarla giù senza duecento giri di parole. C’ho provato e in questo momento non ci riesco. In sostanza, che l’adesivo fosse stato attaccato lì sopra, sbam!, come una patacca, lui l’ha saputo (con piacere) vedendo la foto della vetrina.

Il disco parla della vita di otto personaggi celebri morti suicidi. Girless immagina i loro pensieri e quello che li ha portati a fare quella scelta. I titoli delle canzoni sono i nomi delle persone, come in Persona di Urali ma con contenuti molto diversi. Anche l’ultimo disco di Lorenzo Senni si chiama Persona e il motivo ce lo spiega lui su Noisey: “È una parola che esiste in italiano e in inglese con significati leggermente diversi: individuo e personaggio. Poi c’è questo videogioco giapponese che si chiama Persona basato sulla dicotomia tra i protagonisti e creature che rappresentano l’incarnazione di aspetti segreti del loro carattere: emergono in battaglia e li aiutano. Questa dualità mi ha sempre interessato tra quello che ho vissuto e come mi presento. Tra aspetti apparentemente inconciliabili di me. Torniamo sempre alla storia delle aspettative disilluse, alla fine“. Quindi si potrebbe pensare che tra musicisti italiani più o meno diversi tra loro ci sia un interesse comune nei confronti di quello che sta dentro e dietro alle persone e alle loro vite. Il genere è l’adpersonamuz, per ora ha pochi rappresentanti, ma esploderà, perché i contenuti e lo storytelling sono già la base di tutto.

I Have A Call di Girless mi piace per metà, nel senso che le ballate folk mi piacciono molto, e penso che Tommaso abbia una bella voce e sia bravo a scrivere quel tipo di pezzi con la chitarra. Mentre le canzoni più urlate non mi piacciono. Da qui è partita la conversazione sul disco. Esattamente come per la parte 2 dell’ultimo album dei Girless & Orphan, coi pezzi più pub punk non ce la faccio, gli ho detto. Al che lui mi ha gentilmente fatto notare che di quel tipo lì ce ne sono poche nell’album solista, e in effetti ha ragione, perché sono tre: MarioLuigi e un po’ di Sylvia.

Abbiamo parlato soprattutto di Mario (Monicelli), Virginia (Woolf) e Vladimir (Majakovskij). Le canzoni contengono quello che Tommaso sa dei personaggi, che sapeva già o che ha imparato per preparare il disco. Ha studiato, ha letto e ha scritto. Ricordo che un’altra volta mi aveva detto di non essere un grandissimo lettore (di professione fa il medico), ma per fare il disco si è trovato a leggere biografie, poesie e romanzi, e gli è piaciuto. Quando fare una cosa ti porta al di fuori di te stesso e ti permette di conoscere robe nuove, di studiare insomma, è un risultato molto utile. In questo caso scrivere canzoni è diventato un mezzo per imparare, che secondo me non è male per niente. Le poesie che ha letto sono quelle di Majakovskij e, per quanto nel momento in cui abbiamo parlato io non conoscessi benissimo i testi delle canzoni, ero comunque stupito di ritrovarlo tra gli otto. Majakovskij non è un personaggio così conosciuto. Sì ok, sappiamo chi è, ma gli altri della lista sono più noti, quasi tutti, tranne forse Giuseppe Pinelli e Sylvia Plath. Mentre Tommaso diceva questa cosa, io pensavo a quella volta in cui a un amico, all’esame di maturità, chiesero Majakovskij e il mio amico fece scena muta. Per stessa ammissione (postuma) del professore, con quella domanda lo volle inculare, perché Majakovskij non era neanche in programma.

Di Monicelli penso che non fosse antipatico solo perché a volte rilasciava dichiarazioni da stronzo. Parlandone, Tommaso c’ha beccato in pieno: alla fine a Monicelli non interessava arrivare dov’era arrivato, voleva solo fare i suoi film, raccontare le sue storie e si è sempre comportato di conseguenza. Era onesto, sincero, e così è rappresentato nella canzone, che infatti è una di quelle in cui Girless urla.

Mi rendo conto che l’articolo in certi passaggi sia privo di collegamenti, ma la conversazione è stata così. Non sempre mentre parli colleghi in modo armonioso, ma per costruire il discorso salti di qua e di là tentando di mettere insieme tutti i pezzi che ti passano per la testa in quel momento.

Poi abbiamo parlato anche di Ernst (Hemingway), il singolo, e io gli ho ricordato che in settembre, il giorno prima che uscisse, c’eravamo incontrati proprio lì, fuori dal The Brew. Un posto di mare, neanche a farlo apposta. È passato molto tempo tra il lancio e l’uscita, anche perché in ottobre Tommaso è partito per un tour con Brightr, poi s’è preso tutto il tempo per fare le cose che andavano fatte, e la release è stata all’inizio di aprile. Cosa ci siamo detti sul suicidio di Hemingway? Niente, solo che la canzone è bellissima, ho detto io. I learned the sea can set you free but nothing can keep me warm riassume tutto, aggiungo adesso. Non abbiamo parlato di Pinelli, che in realtà “è stato suicidato”.

Virginia è la canzone in cui si nota di più il tocco di tutto il disco, che non dice mai davvero il come si sono suicidati, ma il perché, raccontando cose che diventano metafora del percorso che ha condotto a quella scelta. Ci sono richiami diretti al mezzo usato (le scale di Primo Levi, il colpo di pistola di Hemingway) ma Girless non la mette mai giù diretta, ci gira intorno. Virginia Woolf è un personaggio difficilissimo, in balìa di una sindrome depressiva potentissima. Alla fine, ha deciso di riempirsi le tasche di sassi e buttarsi in un fiume. Sono quasi sicuro che Tommaso abbia parlato di questo dettaglio, anche se non sicurissimo. È una scena che da quando la so mi è rimasta impressa, e quando si parla di Virginia Woolf mi si piazza davanti al cervello. Di sicuro, Tommaso ha parlato della lettera al marito, e di acqua. E ne parla anche nel testo della canzone – adesso che ho studiato lo so – con un arpeggio abbastanza ipnotico sotto. Nelle parole di Girless viene fuori bene la difficoltà di trattare le vite degli altri e il suicidio: non sono mai descrittive, più che altro evocative, e quindi delicate. Non è che Girless ti dice: HO CAPITO IO COME BISOGNA FARE A PARLARE DI STE COSE, LEGGI E ASCOLTA QUI. No, che sia difficile si sente, ed è una delle cose migliori del disco.

A un certo punto ci siamo messi a dire cose sul suono, colpa mia, che gli ho detto che il disco suona bene. Al che lui ha iniziato (giustamente) a darmi alcuni dettagli. Il lavoro sulla chitarra e la voce è stato fatto tutto allo Stop Studio di Rimini ed è riuscito bene. Perché comunque, sembra, ma non è così facile farle uscire bene, anche se sono solo due. A volte senti delle cose talmente pressate… Io annuivo.

A mezzanotte e sette è venuto fuori Ivan, cioè Urali, che ha detto a Tommaso: “Vai a fare gli auguri di compleanno alla tua morosa che è passata la mezzanotte” e Tommaso si è fiondato dentro. Al che io e Ivan ci siamo detti che sette minuti di ritardo sono imperdonabili, e ci siamo messi a parlare, completamente di altro. O, non c’era modo di liberarsi delle rock star quella sera.

Streaming di I Have A Call.

IL CRANIO IN DUE PARTI #3: GIRLESS & THE ORPHAN

 

Girless-and-the Orphan-Nice-Guy

Rosario Fontanella

Il disegno di Rosario* nella tavola successiva potrebbe anche decidere di tagliarsi il cranio in due parti, lobi frontale e parietale di qua, occipitale e temporale di là, e dopo aver capito che contengono cose differenti, opposte, tenerle separate, perché così funzionano meglio. I Girless & The Orphan hanno pubblicato da poco il nuovo disco, che è diviso in due parti, e ho pensato che forse è stato un po’ come aprirsi la testa e guardarci dentro per capire cosa appartiene al passato e cosa un po’ più al presente. La prima parte la suonano al Prime Open Air 4, la seconda deve ancora uscire.

Io ho già scritto cosa penso del vostro nuovo disco, The Circle And the Barrel Part 1. Quindi adesso ne parli tu, e come editore illuminato ti lascio tutta la libertà di dire tutto quello che vuoi.
Tu hai scritto e ci è piaciuto quello che hai scritto. Non so cosa potrei aggiungere. So che questo disco è abbastanza diverso da quello precedente (quello col titolo mega lungo che chissà come mi è venuto in mente) anche se ad un ascolto esterno potrebbe non sembrare. È abbastanza diverso negli intenti e nel modo. Abbiamo deciso di fare tutto con molta più urgenza e meno arrangiamenti. È tutto molto più istintivo. Non credi? Forse non si nota. Però è stato così. Probabilmente col vecchio disco volevamo finalmente fare le cose seriamente, non ci siamo riusciti, o per lo meno non ci è piaciuto il risultato. Se ti prendi troppo seriamente è lì che cominci a pisciare fuori dal vaso. Quindi registrazioni veloci, testi semplici, arrangiamenti scarni. Volevamo fare quel disco che ci sarebbe piaciuto ascoltare quando avevamo 16 anni. La seconda parte lo sarà ancora di più.

Non avevo notato che è più istintivo, anche del primo disco mi piace la spontaneità (quindi non ho capito niente) e la tensione che si crea ad ascoltare le canzoni. E credo che in qualche modo la tensione, cioè l’impellenza che i pezzi hanno di farsi sentire, il modo in cui corrono dall’inizio alla fine, sia una specie di spontaneità, quasi il risultato di uno scrivere di getto. E questo, appunto, secondo me vale sia per il primo che per il secondo disco. The Circle And the Barrel Part 1 ha almeno una cosa in più: le canzoni sono tutte più belle, da un tuo punto di vista è il risultato di una pulizia fatta sugli arrangiamenti, per me è il risultato del fatto che c’è qualcosa in più, che in Ntbwaeeby non c’era: i pezzi hanno una forza maggiore. Forse però stiamo dicendo la stessa cosa… Che ne pensi?
Innanzitutto grazie. E si, anche secondo me le canzoni nuove son migliori. Però vorrei spiegarmi meglio, che nella risposta prima sembra che non voglia rendergli giustizia: Ntwaeeby a me piace, è un buon disco e ha due-tre pezzi che secondo me sono tra i migliori che abbiamo mai scritto. Ed è chiaro che la spontaneità si senta. Si deve sentire, perchè in effetti anche quelle erano canzoni che avevano un messaggio urgente. Penso a Mein Vatikampf, per dirne una. Però l’approccio per l’ultimo disco è stato diverso: ricordo che per Ntwaeeby passavamo pomeriggi interi a pensare a cosa mettere lì, cosa mettere là, come arrangiare, che ritmo inserire, ecc ecc. C’erano molti strumenti, suoni troppo diversi da amalgamare. Alla fine ti fai prendere la mano e rischi di fare un gran casotto. Invece per questo disco è stato tutto più rapido, abbiamo volutamente evitato l’abbondanza. Siamo entrati in studio tutti consapevoli di cosa volevamo e quasi sempre quando qualcuno proponeva un’idea era buona alla prima. Quindi forse, si, anche per tutto questo, le canzoni sono più belle. Almeno per noi. La spontaneità è più negli intenti forse, per questo tu non hai notato una differenza sostanziale da ascoltatore. Ma ti ringrazio perchè sei un bellissimo ascoltatore.

La seconda parte del disco non è ancora finita e la prima è già uscita. Interviene in questo caso necessariamente una riflessione sul tempo. Quanto della Part 2 è stato pensato mentre stavate facendo la Part 1 e quanto invece non c’entra niente? Completandolo in un arco di tempo più lungo, fare un disco e dividerlo in due uscite ti dà una prospettiva più ampia sulla musica che ci metterai dentro (soprattutto sulla seconda parte che è privilegiata perché ha più tempo per crescere e cambiare)? Mmm… Il mio discorso ha un senso oppure no?
Il tuo discorso ha un senso. Purtroppo in realtà nel nostro caso è andata un po’ diversamente. In realtà entrambi i dischi, seppur in fase embrionale, erano già pronti in inverno. Addirittura, reggiti forte, il primo dei due che avevamo inizialmente pensato di fare uscire era quello che adesso è diventato la seconda parte. Non ricordo perchè, penso abbia deciso qualcuno della Stop. Inoltre le due parti sono nettamente diverse, ed è anche per questo che abbiamo deciso di dividerle. Di sicuro ti dà un’idea su quello che devi o non devi fare per promuoverlo. Per questo disco la pubblicità è ridotta all’osso, persino noi non lo abbiamo fatto girare più di tanto. Ci piace questa cosa, è una libertà che non tutti possono permettersi. La sovraesposizione è un cancro e noi ci teniamo alla salute.

Vorrei che mi dicessi qualcosa sui suoni del nuovo disco, che rispetto al precedente sono stati registrati e prodotti molto meglio. Avete fatto tutto allo Stop Studio di Rimini, com’è andata?
Tutto lì, come sempre. È andata come sempre benone, lì è come stare in famiglia, le registrazioni sono dilatatissime nel tempo, si fa tutto con calma, si ragiona sempre tutti insieme ed è forse il modo migliore per creare una canzone. Poi sì, sono migliorati tantissimo i suoni perchè siamo tutti, incredibilmente, migliorati. I ragazzi sono ottimi sia dal punto di vista della registrazione e della produzione, che poi son le due cose che un po’ mi mancano, che proprio non ci capisco una fava. E poi è l’unico studio che ci permette di pagare in mega ritardo, quindi per noi è ottimo.

Facebook potrebbe essere un buon modo per spammare musica. Che tipo di rapporto avete con i social network? Facebook lo usate relativamente poco perché non vi viene di farlo o per scelta?Come ho già detto prima, odio la sovraesposizione. Odierei la mia band se la vedessi sulla home di facebook tutto il giorno. Una volta di sicuro lo usavamo di più, poi col tempo abbiamo capito alcune cose. Credo faccia parte del percorso di una band il capire come usare al meglio i mezzi di informazione. Non fraintendermi, io vado su facebook giornalmente e molti canali della band passano tramite esso. Ma non mi interessa di far sapere alla gente qualcosa riguardo alla mia band più volte al giorno. È un po’ come cominciare a spammare ogni giorno il tuo prossimo disco che esce fra 5 mesi. A qualcuno potrà interessare, ma è davvero così che vuoi che la tua band venga conosciuta? Per sfinimento? Hai presente quelli che dicono “eh ma è solo un modo affinchè la mia musica arrivi a più gente possibile” quando devono giustificarsi per aver venduto il culo? Cazzate. La gente che hai è quella che ti meriti. Potrà aumentare progressivamente, ma i fan che hai comportandoti coerentemente sono quelli che ti meriti. Il resto è fuffa. Se apri per Ligabue certi discorsi poi non li puoi più fare. Se paghi un ufficio stampa per avere 30 recensioni in più idem. Se sponsorizzi la tua pagina in un giorno avrai 100 like in più. E allora? A sto punto paga direttamente per gonfiare i dati di vendite e scala le classifiche. C’è chi lo fa.

* l’illustrazione è ispirata a A Nice Guy, che è proprio dentro The Circle And the Barrel Part 1.

(Tommy grazie)

UNO A CRANIO #1: URALI

URALI_COLORE

Fabrizio Baldoni

Venerdi c’è il Prime Open Air 4. Abbiamo chiesto a 5 amici che sapevamo essere in grado di farlo bene di illustrare i 5 gruppi che suonano, uno a cranio. Poi ho fatto delle interviste che se non fosse per le risposte sarebbero come calarsi del ghiaccio sul collo a gennaio. Questo è URALI e il disegno è di Fabrizio Baldoni.

Adesso c’è ancora un nuovo cantautorato italiano, che è un po’ un flusso continuo, sono anni che c’è il nuovo cantautorato italiano. Il tuo disco è tutt’altro ma basta un passo piccolo così perché ti ci trovi infilato dentro, anche non volendo: ti basta cantare italiano. Non credo che la lingua italiana sia indispensabile nelle canzoni italiane. Hai mai pensato di fare un disco in italiano? Credi che possa essere un’evoluzione o cambia poco?
Onestamente no e non credo succederà almeno sotto il moniker Urali.
A questo punto e in questo momento storico passare all’italiano sarebbe solo una ruffianata per rimediare più pubblico, preferisco fare solo ed esclusivamente come pare a me.
Sono dunque d’accordo con te: non è indispensabile l’italiano nelle canzoni italiane, dipende tutto dalla propria confidenza con le lingue e attraverso quale si esprimono meglio i concetti.
Non disprezzo a prescindere chi canta in italiano ovviamente, solo non mi ci rimedio a scrivere cose che mi soddisfino.

Sei nei Cosmetic e lavori anche con i Girless&TheOrphan. Ma come Urali sei solo. Quali sono le prime differenze che ti vengono in mente tra suonare solista o in un gruppo e le cose per cui ti piace fare musica nel primo o nel secondo modo?
Per prima cosa mi pesa troppo la solitudine dei viaggi in macchina quando si va a suonare in giro, magari lontano.
Alla fine la parte più bella del tour è stare in furgoncino tutti insieme.
Quindi ecco odio viaggiare da solo, amo farlo con la band, in compagnia.
Dal punto di vista compositivo invece, come solista, la totale libertà decisionale sulla scrittura, arrangiamenti e registrazione dei pezzi all’inizio mi spaventava, ora inizio a godermela.
In fondo stare in una band è una continua ricerca del compromesso perfetto limando il tuo ego per non farlo cozzare con quello degli altri.
Con Urali ho dovuto raggiungere e impormi livelli di severità altissimi, passando momenti di incertezza totale sulle mie capacità apparentemente irrisolvibili, non avendo nessuno che potesse impormi altre idee o tanto meno consigliarmi. Autogestione e poca auto-indulgenza uniche vie.
Quindi questa “sfida” nel suonare da soli diciamo è affascinante, ma la puzza di quattro amici che suonano in un garage è comunque una delle cose migliori al mondo, ecco.

Il suono della tua chitarra mi ricorda gli Weezer, Graham Coxon, i Kyuss, dal vivo e su disco. Mark Kozelek è un essere strano. In Mistress (di cui fai la cover) vi incontrate perfettamente, per il suono che date alla canzone e per la gioia di vivere. Cos’altro avete in comune? C’è un motivo particolare per cui hai scelto di rifare quella canzone?
A ridosso della chiusura del disco uscito a gennaio ho ascoltato tantissimo sia i Red House Painters sia i Sun Kil Moon e mi hanno entrambi influenzato tantissimo. Credevo che la versione che avevo in testa e che poi ho registrato funzionasse bene assieme alle altre mie canzoni così l’ho buttata dentro senza pensarci troppo. Poi come dici tu Kozelek è un essere strano.
Un artista vero, forse l’essere umano che ho più studiato dal punto di vista artistico cercando di portargli via qualche segreto: impossibile. Ha una classe impareggiabile, ha veramente trovato un corrispettivo musicale allo spleen, alla presamale. Quindi in comune forse non abbiamo niente, lui è un genio, io no!

A Rimini c’è un posto che si chiama Stop Studio, di cui sei il 50%. Parlamene un po’.
Stop Studio è una stanza di qualche metro quadro costruita dal mio socio Andrea dentro ad un garage ed era il nostro punto di lancio per conquistare il mondo. Ci divertiamo a registrare le band in particolare i ragazzini da svezzare musicalmente e i nostri amici coi quali ci divertiamo sempre un sacco. È una specie di lavoro per il tempo che ti occupa. Testa bassa e passione per ora, ma è bello starci dentro.

(buona la prima, domani i DAGS!).

GIRLESS & THE ORPHAN the circle and the barrel part 1

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È uscito il nuovo ep dei Girless & The Orphan, si chiama The Circle and The Barrel Part 1 (Stop Records, Fallo Dischi, To Lose La Track), è la prima parte di un album intero e prevede una Part 2.
Si, a me i Girless piacciono, quindi scriverò bene e dirò che le nuove canzoni sono belle. Ma non sono solo belle, sono migliori, rispetto a Nothing to be worried about except everything but you, che comunque era il mio disco di Natale 2012.
The Circle and The Barrel Part 1 è stato registrato allo Stop Studio di RIMINI, come Ntbwaeeby. Ci sono dischi che non suonano, che non raggiungono quel grado d’insieme che ti permette di sentire un respiro, sottile o più corposo, una vita. The Circle And The Barrel Part 1 parte con Hodmen And Ghost Writers, una ballata, poi vola con F.A.S.C., scelto come singolo mica per il cazzo. Vola nel senso che l’album inizia davvero a prendere corpo in quel momento, con un suono così impastato da dare il gusto di un bel piatto di tagliatelle, in nostalgia, con un bicchiere di rosso. Le chitarre di The Circle and The Barrel escono in modo meno diretto e brutale, il basso è meno rigido rispetto Ntbwaeeby.
The Circle and The Barrel è pieno di ballate acustiche (quattro canzoni su sei), esclusa F.A.S.C., e poi c’è A Nice GuyOpen Books mi ricorda che, in qualsiasi stagione mi trovi, se arriva il disco giusto, quella stagione la trasforma nella stagione ideale, entrandomi dentro e modellando la percezione delle cose, caldo o freddo non importa perché quella musica mi fa sentire a casa, e in casa, alla temperatura giusta. Adesso è estate, l’altra volta era inverno, casa mia è leggermente cambiata rispetto a 2 anni fa, ma la sensazione di sicurezza è la stessa.
Rubo e interpreto un pezzo della tag line dei Girless, acoustic & anarchic rock: dentro la Part 1 prevale l’acustico, ma acustico non è per forza solo intimistico, è anche anarchico. Probabilmente fino a Nice Guy acustico è intimistico. Con Nice Guy si cambia registro, l’anarchico e l’acustico diventano una cosa sola, e quando parte la batteria acustica l’intimistico viene sotterrato, anche solo per poco, ma in modo brutale, con quella rabbia (anticipata in F.A.S.C) che Girless mette nel modo di cantare e attraverso la quale riesce a sfogare una melodia pop che non vuole esserlo completamente (pop) perché la voce stride come quella di un gruppo emo dei più disperati, e sotto c’è una chitarra acustica che non molla gli stessi accordi per tutta la canzone. Andando oltre la separazione, che non esiste, tra acustico e anarchico, i Girless & The Orphan rendono tutto quello che suonano con un gusto musicale inattaccabile. Continuano a ricordarmi Hey There Delilah, Sodastream e Motorphsyco tutti insieme, continuano a essere solo loro. Toccano accordi riconducibili a stili diversi (emo, punk, folk), sempre mettendoci dentro quella sensibilità che serve per rendere una canzone vera, anche nei dettagli. Come le doppie voci e le spazzole in 27 and counting.

The Circle And The Barrel è diviso in due parti pubblicate in momenti diversi quindi. In casi come questo mi chiedo cosa succede. Che peso ha il tempo che trascorre tra la creazione della Part 1 e della Part 2, e il lavoro fatto per la prima influenza, cambia o in qualche modo incide sulla seconda parte? Ho saputo da facebook che ieri hanno registrato le chitarre della Part 2, quindi le due parti non sono state registrate insieme. Nella mia testa romantica mi piace pensare (ma sbaglio tutto di sicuro) che, se delle idee sono venute dopo da una canzone registrata prima, forse sono finite dentro un pezzo della Part 2, anche diversissimo da tutta la Part 1. Così le due parti sarebbero quasi una cosa sola, perché poi questa mossa di dividere in due il disco non è che mi piaccia troppo, mi divide a metà la fotta. M’hanno detto che la seconda parte sarà molto diversa dalla prima, quindi il mio discorso potrebbe anche avere senso. Boh, per ora so di sicuro che dal vivo, le prossime volte, i Girless & The Orphan suoneranno The Circle and The Barrel con la batteria, finalmente.

[streaming]

Mi piacciono le parole semplici.

caso, bart cosmetic, goldaline my dear al brainstorm di fusignano

La letteratura italiana è piena di parole semplici che descrivono robe complesse. E iniziando così ho già perso metà dei lettori possibili. Però era davvero necessario come incipit, perchè è un po’ che sono in fissa con sta roba, con le parole semplici che dicono cose enormi intendo. Sono talmente in fissa che adesso come adesso un testo di una canzone o è scritto così oppure lo vorrei scannellare con la gomma. Non molto tempo fa nella migliore libreria d’Italia mi hanno fatto scoprire una poesia in dialetto romagnolo di Raffaello Baldini; è scritta sulla copertina di una sua raccolta di poesie pubblicata da Einaudi, quindi non è che io sia proprio un Archimede della poesia. Il dialetto romagnolo non è del tutto semplice per chi non è romagnolo, ma la traduzione in italiano si. Non l’avete mai letta, dovete leggerla.

Mo acsè
Mo acsè, dal vólti, quant a tòurn a chèsa,
la sàira, préima d’infilé la cèva,
a sòun, drin, drin,
u n’arspònd mai niseun.

(Ma così, delle volte, quando torno a casa,
la sera, prima d’infilare la chiave,
suono, drin, drin,
non risponde mai nessuno.)

All’inizio per dare una spiegazione di semplice volevo scrivere non ermetico. Dire non ermetico sarebbe stato come dire il contrario di ermetico ma l’ermetismo poetico non c’entra niente, perché è più complesso del non facilmente comprensibile. Io invece volevo dire esattamente non facilmente comprensibile. Il collegamento all’attitudine di quei poeti di inizio 900 sarebbe stato immediato, ma sbagliato. Ermetico nel linguaggio di tutti i giorni ha preso proprio il significato di non facilmente comprensibile, ma parlando di testi scritti la definizione sarebbe stata ambigua. Quindi, non tiriamo in ballo l’ermetismo poetico. Semplice significa semplice. Ed è il contrario di difficile o elevato.

C’è stato un momento in cui volevo spaccarmi solo di testi difficili. Pensavo che lasciassero più spazio all’immaginazione, e che il loro livello fosse più alto. Stronzate. Quando a scuola o all’università studi la letteratura italiana è bellissimo, perché se hai un po’ d’interesse, trovi tempo e voglia di conoscere cose, più o meno istituzionali, più o meno nuove, più o meno due coglioni da aggrapparsi al lampadario. Per esempio, all’università ti dicono che “Sto / con le quattro / capriole / di fumo / del focolare” (Ungaretti) sono tra i versi più semplici ma enormi mai scritti. Ed è vero, a parte le capriole (perché tu non dici oh stasera non voglio seghe voglio passare la serata con le mie capriole di fumo), solo che dopo magari conosci Montale e finisce che leggi le poesie di tuo nonno che parlano della Seconda Guerra Mondiale e ti spaccano in due, ma dici che le parole sono troppo semplici. Montale e Ungaretti sono entrambi considerati modelli dai poeti ermetici, quindi vedete che quel gruppo è complesso. È una specie di lotta in cui tu sei la parte contesa: leggi, le parole semplici ti piacciono, ma ormai hai conosciuto Dino Campana e pensi che il suo modo di scrivere sia più completo. Non è che apprezzi i poeti perché sono difficili, ma una parte del processo di conoscenza dei testi è la fase dello studio del significato, e questo percorso rende ancora più affascinante il messaggio. Tutto vero.
Ungaretti però diceva che gli piaceva farsi le storie da solo, davanti al camino, alla ricerca della solitudine che lo tranquillizza. In Mo acsè Baldini usa un campanello per dire che si sente solo, e triste nel momento in cui prende consapevolezza di esserlo. Due modi diversi di porsi di fronte alla solitudine, e di esprimerla, con parole semplici. E qui la svolta, la curva a U, il salto della quaglia.

Per essere più dinamico, sposto l’attenzione dai poeti ai cantautori. Nel 2014 sono tanti quelli quasi nuovi usciti con un disco. Come se non bastasse, i gruppi CANTAUTORALI dei vecchi non mollano anche se dovrebbero: pochi giorni fa è uscito il reloaded di Hai paura del buio? degli Afterhours, l’anno scorso è uscito l’ultimo album dei Marlene Kuntz. Nella musica italiana sono proprio questi i signori che mi ha fatto apprezzare i testi non immediati. Per quanto mi riguarda, la storia di quali testi mi piacciono ha raggiunto di recente il proprio momentaneo epilogo: è arrivato qualcun altro e il modo di scrivere kuntziano della prima ora l’ho messo in cantina insieme al SuperTele sgonfio e sporco di murcia. Non credo più che sia necessario rimanere stupito di una parola o di una metafora complessa, ho bisogno che un testo dica qualcosa, e che lo dica sparandomelo in faccia senza mezzi termini. Perché in fondo le parole ricercate per esprimere cose enormi, che si potrebbero esprimere anche con parole semplici, sono mezzi termini, perché per raggiungere il loro significato devi percorrere una strada indiretta. Mi serve ascoltare e riascoltare, leggere e rileggere, ma parole semplici significano che l’autore non ha voluto usare altre armi per conquistarti se non quello che vuole dire. Non ci sono cazzi. Non è buono solo l’uno o l’altro modo di scrivere, ma è la mia posizione adesso.

Dicevo, è arrivato qualcuno che mi ha risvegliato dal letargo del termine complesso. È arrivato Raudo dei Gazebo Penguins, dove il testo sembra buttato giù così, oh questo ci sta bene mettiamolo, e forse lo è, a volte è metaforico, ma in modo diretto, e mi spacca in quattro.
Poi è arrivato Caso, con La linea che sta al centro (To Lose La Track). Caso mi commuove fino alle lacrime, o mi fa venire la pelle d’oca, che è poi quello che chiedo di fare a un cantautore. I suoi testi li ho capiti tutti subito, e che cosa bella è che una canzone ti entri dentro senza fare troppi giri nel cervello. Caso usa le metafore, ed è subito chiaro il legame con quello che vuole dire. E questo mi fa sentire umano, non uno studioso. Caso non usa parole per sentirsi e farti sentire figo e per darsi un fascino trasgressivo, come la figa e il cazzo di Manuel Agnelli; usa parole che scrivono una storia, attorno a una gioia o a un dolore, o a non so cos’altro. Non è per forza una storia raccontata alla maniera di uno storyteller, o per lo meno non lo è sempre, ma spesso è un percorso fatto di ricordi, persone, metafore, salti semantici e fisici, cose piene di roba insomma, non immagini che usano la sensazionalità di termini che pensano a se stessi, a essere belli, e non a comunicare. Comprendere una poesia è un processo non per forza difficile, il significato deve essere significativo (avanti così), perché la bellezza del testo non deve consistere solo nella ricerca della sua comprensione. Caso ti dice le cose, sono grandi, e il cd lo ascolti mille volte. #casomania

Di parole ne usa un sacco (una sola difficile: palindromo), anzi si mangia la musica con le parole, cioè a volte mette più parole di quelle che ce ne dovrebbero stare, e questo modo di metterle giù ti fa correre dietro ai testi. Schianta un modo di scrivere definito molto bene dai Marlene in passato: fare aderire perfettamente il testo alla musica anche se il significato non è troppo chiaro; testi esteticamente belli, insomma. Non so se è meglio o peggio, ma quello di Caso è un modo molto diverso di fare. E lo trovo più figo.
Chi gode del riflesso della mancanza di tempi morti o di momenti in cui, come succede per altri cantautori, tipo Brunori Sas, pensi che non sei solo tu ad annoiarti ma anche lui, è la chitarra, che poi è l’unico strumento nella maggior parte delle canzoni. Motore e Andata e ritorno cambiano il ritmo dell’album (in Motore c’è anche la batteria) e Caso sembra i 7 Seconds. Non è poi così facile cantare le sue canzoni. Dal vivo di solito è solo con la sua ombra, cioè con la sua chitarra, e con le parole corre ancora di più, quindi sono proprio lui e la sua ombra a scheggiare più di tutti.

E dal vivo li potete vedere tra non molto tempo, il 4 aprile al Brainstorm di Fusignano, nella formula descritta a meraviglia dal flyer. Oltre a loro suonano Bart dei Cosmetic (La Tempesta) di Sogliano, che esistono più o meno da quando esiste Sogliano, e Goldaline, my dear (Stop Records), che viene dai Girless & The Orphan, di cui è il bassista. Autori belli, musica bella, una serata che mi immagino fatta da tutta la gente in platea, e in mezzo alla gente Caso, Bart e Goldaline che suonano senza jack come se fossimo tutti a bere un drink e a stare bene insieme.
Come sempre io amo il Brainstorm e questa volta lo amo di più perché organizza queste serate acustiche in un momento in cui sono preso molto bene dalle cose acustiche. Certi locali ti fanno bene, il Brainstorm per esempio mi fa bene.

Io Caso l’avevo anche intervistato.

Caso+Bart Cosmetic+Goldaline, my dear: l’evento su fb

URALI

urali stop records

URALI no, URALI si. Chi lo stronca, chi il contrario. Io sono tra i secondi. URALI non ha una sola briciola di malessere, non esprime noia, la noia l’avete voi dentro, se avete pensato che vi annoi. URALI (si chiama Ivan Tonelli ed è una parte consistente di Stop Records e Stop Studio) che presenta le sue canzoni dal vivo, oppure che risponde alle domande delle interviste, è un tipo tutt’altro che noioso, va molto dritto al problema: deve fare un pezzo, parla poco e fa il pezzo; deve dire una cosa, fa pochi giri di parole e la dice. Con le sue canzoni, URALI fa una cosa altrettanto semplice e immediata: prende una chitarra molto distorta e canta. Con un’idea semplice, mette all’angolo gli altri cantautori contemporanei (il cantautorato italiano è rinato, è alla sua quindicesima vita) che vogliono essere molto bravi e per dimostrarlo si arrampicano su testi intelligentissimi e strumenti che fanno finta di usare. La soluzione musicale di URALI è fuori dallo schema ti scrivo testi un po’ incomprensibili un po’ comprensibili così pensi che siano poesia anche se tocco davvero superficialmente le tematiche e faccio anche il polistrumentista. Anche URALI è un cantautore si, anche se in Italia uno che suona così non viene normalmente definito cantautore perché può ricordare autori stranieri come, boh, Graham Coxon, che non vengono chiamati cantautori, perché i cantautori sono quelli italiani e fanno riferimento in qualche modo alla tradizione cantautorale italiana (negli USA sono folk singer, presumo); ma lo è, tecnicamente URALI è un cantautore. Tecnicamente significa che scrive e canta i pezzi. Non è un cantautore tradizionale, ma considerando come viene chiamata in causa e come viene interpretata adesso la tradizione dai nuovi cantautori (cioè come nel corsivo di 4 righe fa), preferisco l’idea che ha avuto URALI. A me piacciono i vecchi cantautori, quelli più tosti, De André e De Gregori, perché capisco quello che cantano, perché in quanto cantautori mi fanno tremare le vene dei polsi dicendomi qualcosa di universalmente vero, sull’amore, sulla vita, sulla politica, su molte cose. Molti, oggi, hanno la presunzione di saperlo fare ma non lo fanno, ma manco per il cazzo. CASO, lo fa. URALI si propone in modo diverso: tecnicamente è un cantautore, appunto, ma la sua forza sta da un’altra parte. Non m’importa se canta in inglese, e il suo messaggio non è immediato, m’importa che mi dica con chiarezza qual’è la sua idea. In qualche modo è molto più cantautore degli altri perché, fuori dal solco della tradizione, comunque dice la sua, lascia il segno, e stop.

Che poi magari a URALI dei cantautori non gliene frega un cazzo.

Ed ecco cosa mi dice URALI. Io ho pensato che volesse dire: io, con una chitarra in mano, faccio questo in questo modo. Il valore del suo album, che si chiama URALI, non sta solo nel suono distorto ma in tutti i movimenti della chitarra che s’infilano uno sotto l’altro. Si passa da un pezzo eseguito con la chitarra acustica (e uno con la classica) al drone; la chitarra non ha un attimo di tranquillità, ha la fregola, si muove sopra e sotto, passa da suonate più pop a giri dispersivi e psichedelici, e tutto è buttato dentro a un cd con 8 pezzi che scorrono più o meno lenti, pesanti, ma del tutto diversi l’uno dall’altro. Folk, ma anche shoegaze. La sensazione è la stessa di alcuni incipit o alcuni pezzi di Sons of Kyuss, e se io avessi fatto un disco e uno mi dicesse che quando lo ascolta gli ricorda quella pesantezza, io sarei contento. URALI non ha la batteria ma l’uovo che riesce a creare intorno a chi ascolta è quello.
URALI canta sopra alle chitarre senza troppe menate. Ecco perché è un disco bellissimo: perché unisce una chitarra a volte davvero scostante a una voce normale. Della chitarra ho già cercato di parlare, adesso tenterò di parlare della voce. La cosa più spiazzante che succede quando ti trovi di fronte a URALI che suona dal vivo è che la chitarra è disturbatissima e non va d’accordo con la voce, per niente proprio, tranne in alcuni momenti, come per esempio in The Lover (Mistress), cover dei Red House Painters, o in The Flux, una delle (due) canzoni acustiche. Ma non è la voce che non ci sta, è la chitarra, che raggiunge un livello di saturazione tale per cui sembra non esistere altro. E allora la voce va a farsi fottere, e te la dimentichi; ma nel momento in cui URALI parte col pezzo acustico, torna a essere presente e ti accorgi che in realtà è davvero una bella voce; al pezzo distorto successivo hai sanato la rottura e le senti entrambe, chitarra e voce. Su disco l’effetto scompare un po’, perché sconta forse un missaggio non perfetto, ma va bene lo stesso. Sono convinto del fatto che URALI vinca dal vivo, e questa è un ottima cosa. Perché comunque è anche empatico, lui suona e il pubblico lo ascolta col naso all’aria. Sembra semplice, ma alcune volte proprio non scatta.

urali.bandcamp.com – stoprecords.it