Vai nei negozi di dischi: a Berlino (Pete Doherty è uno stronzo)

Ce ne sono milioni di negozi di dischi a Berlino. Noi siamo andati in questi, quindi non rompete il cazzo con i no, è più bello questo, quell’altro. Una cosa in particolare mi è piaciuta dell’andare per dischi a Berlino, essere capitato qui.

hard wax, berlin

Cioè all’Hard Wax (Paul-Lincke-Ufer 44, metro Kottbusser Tor o Gorlitzer Bhf). Siamo arrivati a Kreuzberg, abbiamo cercato l’indirizzo e siamo capitati nella zona residenziale più calma della città, con i bambini che tornano a casa da soli da scuola sotto al sole. Paul-Lincke-Ufer è fatta di appartamenti, negozi, garage. Una via, insomma. Il civico 44 è in un cortile in cui c’è un meccanico delle bici e delle moto, in tizio in un open space che ti fa la limonata fresca o ti vende una birra con un’ape gigante sopra e un’altra roba che in questo momento non mi ricordo. Tutto nella più trasandata coolness. Un po’ come entrare nell’appartamento dei miei zii, che però è meno figo, saliamo al secondo piano e lì c’è Hard Wax. Non è il fascino dell’esotico, è più che altro il fatto che il vinile di elettronica è diverso rispetto al vinile rock. Cioè, lì non si preoccupano dell’art work. Busta nera, gialla, bianca, bustina di plastica rigida, etichetta tipo prove della scientifica e basta. La cosa più elaborata è il centrino. Non sarò in grado di dire con precisione i generi, perché non so una mazza, ma trovate techno, dubstep, house, disco, drum&bass e appunto elettronica. Se siete degli intripponi di questi generi musicali, andateci. Se siete dei pesci fuor d’acqua come me, andateci.

gita fuori porta a ratisbona
Oltre alla capitale, della Germania abbiamo visitato anche Wittenberg, per Martin Luthero, e Ratisbona, per la birra. Una notte Pete Doherty ha sfondato la vetrina e ha rubato due dischini e una chitarrina allo Shadillac, in Kramgrasse 1. Chiedere di farsi raccontare al padrone com’è andata non è stata una buona idea perché la visione dei suoi denti all’ora di pranzo non è appetitosa e perché, anche lui, sembrava avere fame. Non era contento di raccontarlo, non ne aveva, non gli importava della pubblicità, poche seghe ragazzi, noi siamo qui per vendere cultura, non per parlare di un coglione sbronzo. Bravo Doherty, a Ratisbona non succede mai niente, hai fatto succedere qualcosa. Lo Shadillac non è il mio negozio di dischi tedesco preferito: se c’è qualche 60enne che legge neuroni, ci vada, perché è molto ben fornito di anni ’60 e ’70, soprattutto usato; e negli indipendenti ci mette un po’ di tutto. Cd usati di qualsiasi genere sono in ottime condizioni e costano 5 euro; il vinile non costa più di 20, a parte qualche reissue deluxe. Non tiene Babyshambles.

Prima di sapere tutto questo, cercando su google “record shop in regensburg” avevamo ricavato informazioni sbagliate: secondo un sito di cui non ricordo il nome (appuntarselo mai) il fattaccio doveva essere successo in un altro negozio, Am Ostentor, Ostengasse 15. Andiamo anche lì. La questione del furto occupò un posto importante nella nostra giornata ratisboniana. Fare quattro chicchere col padrone è stato piacevole per due motivi. 1. Quando gli ho chiesto che avevo sentito parlare del furto perpetrato da una famosa rock star di un gruppo famoso di cui non ricordavo il nome – oh, in quel momento non me lo ricordavo – lui mi ha detto che era successo in un altro negozio, di cui mi ha dato l’indirizzo e di cui mi ha parlato benissimo, e che in quel momento non ricordava neanche lui il nome della rock star. Ecco il valore della musica di Pete Doherty: in un negozio di dischi, il padrone non si ricorda chi è, anche se si è reso protagonista di uno spiacevole fatto di cronaca in città. Appena Doherty ne combina una, la notizia diventa subito più importante di lui e della sua musica. 2. Quando poi gli ho detto che in Italia molti negozi di dischi hanno chiuso negli ultimi anni, mi ha risposto DA JA?! molto stupito. Perché comunque lui con quei quattro dischi e un buon giro di gente ci campa bene, e non mi ha neanche parlato di download gratuiti, illegali, legali e Spotify. Am Ostentor è piccolo, 20 metri quadri, e tiene cd usati da 5 a 10 euro, nuovi a circa 15. Il vinile (dalla seconda alla quinta mano) tutto sotto ai 20. Novità zero, solo cose vecchie, provenienti da qualsiasi decennio. E del gran German Rock. Ho notato che in Germania il German Rock è molto presente nei negozi. Non so se si tratta di gruppi che possono corrispondere ai Negrita oppure agli eroi locali di turno, ma comunque c’è attenzione, per entrambe le fasce. Sicuramente molta è merda, come quella italiana che trovi da noi negli iper, ma non credo che da Ostentor ci fosse roba tipo Negrita tedeschi, così sulla fiducia. Sempre che esistano i Negrita tedeschi insomma. Il proprietario dell’Am Ostentor era il tipico metal hippie, con gusti musicali molto pesi e il ritmo di vita di uno veramente che la vita la prende molto bene.

am ostentor ratisbona

ritorno a berlino
Tornati nel cuore dell’Impero, ho scoperto che il mio negozio di dischi preferito in città nonostante il nome è Vinyl a gogo, il più caro di tutti. (Krossener 24 am Boxhagener Platz). Il tizio si chiama Andreas. Gli ho comprato: Quicksand, Manic Compression; The Smiths sull’onda dell’entusiasmo di un articolo letto su Blow Up; Killing Joke, Fire Dancer. Lui se l’è presa un po’ quando gli ho chiesto se potevo controllarli e mi ha detto DA JA?! e in inglese che strana richiesta, io non compro vinile malmesso. Devo avergli risposto una cosa come sono italiano, ho la sindrome dell’inculata. Lui non ha riso e mi ha raccontato del suo shop on line. Tanto per dare un’idea di quello che ha:
– catalogo 70, 80, 90
– selezione a volo d’uccello per gli anni 2000
– gli imperdibili del punk e cose anche più recenti e meno note
– metal: selezione non saprei di che tipo, di sicuro non c’erano troppe cose sputtanatissime
– catalogo emo/hc buono con i must (più emo che hc)
– musica tedesca e berlinese dai 90 fino a oggi, ma anche il classico kraut classico
– reggae e hip hop, ma non l’universo mondo
– novità poche (questa cosa delle non-novità è strana, anche Am Ostentor non ne aveva, ma ci poteva stare; da Vinyl a gogo me ne aspettavo di più; mi sono interrogato e informato su sta cosa, m’hanno detto che sono capitato nei posti sbagliati e magari al momento sbagliato).

Prezzi altissimi, visto che è tutto usato. In media 20 euro al pezzo. I prezzi più alti se li vedesse Salvini direbbe che sono uno dei motivi principali per cui vuole uscire dall’Europa, e che basta con i tedeschi che vogliono fare l’economia europea: la prima stampa di At the Drive Relationship of Command 125 euro, quella di Pere Ubu Modern Dance un prezzo piuttosto alto che non ricordo (appuntarselo mai). Quelli che costano così si possono anche lasciare lì, tutto il resto si fa. Salvini ascolta Per Ubu, spesso bevono insieme. Il Vinyl a gogo è fico, Matte, anche da fuori.

vynil a gogo, berlin

Core Tex (Oranienstrasse 3) è un posto hard core metal ska dove ancora l’hard metal deve essere uno duro che se fa il negoziante deve trattare male il cliente. Non c’è poliziotto buono, tutti cattivi e fanno tutti i rutti. Qui dentro ci sono le felpe più brutte che io abbia mai visto. E’ un gran posto, un po’ poser ma fornitissimo, anche di novità, rarità e 7”, e i prezzi sono buoni (un cd nuovo = sotto ai 20 euro).
Molto più hippie Heisse Scheiben, dove vendevano anche Gianna Nannini e Gianni Morandi in mezzo a un catalogo niente male di rock classico, jazz, disco, hip hop, drum&bass, reggae, ska, blues, country, clubmusic, musica da chiesa, city rambleror, beer rock e francese porno anni 30 (18/20 euro il nuovo; 5/18 l’usato, a seconda delle condizioni, pessime o no). Tutto in legno fenolico.
Piatto Forte invece è il negozio di Michele D’Alessio, uno dei cento batteristi dei Negazione. Non mi sembrava troppo presentabile, il negozio, e da quando ci sono stato io (estate 2013) ha chiuso (sei mesi fa) e deve riaprire domani, in un altro posto, Gorlitzer strasse 52 primo piano, sopra al Nest Café, di cui io non so nulla ma che è molto famoso. E vi mollo un gioiello, la foto della vecchia sede, che testimonia lo stato di decadenza fisica in cui si trovava il Piatto Forte, a causa della gentrificazione.

piatto forte, berlino

Quindi questi sono i negozi di dischi che abbiamo avuto il tempo di vedere a Berlino e non solo, intersecando le nostre uscite con la storia, i costumi, la religione, la contemporaneità, le api, la vita nei quartieri e la criminalità in Germania. Ditemi voi quali altri si possono visitare la prossima volta che andiamo. E ditemi anche che quando non so come chiudere un articolo è meglio scrivere solo Ciao.

Monaco.

ignoranza QUASI senza filtro (rubrica: a new era)

Qualche mese fa mi sono bullato del fatto che iniziavano ad arrivarmi sulla mail un po’ di richieste di recensioni. Adesso mi arriva di tutto, dalla merda fresca alle cose belle. E questa volta ho recensito di tutto, da gennaio a marzo. Ho messo dentro anche gli album che dopo la prima traccia tutti non li avrei ascoltati neanche morto (quindi apprezzate lo sforzo). Ho escluso quelli a cui penso sia forse il caso di dedicare non solo qualche riga, perché conosco i precedenti. Questo “metodo” è molto attaccabile perché magari un album di un baluba qualsiasi finisce per piacermi di più di uno da cui mi aspetto qualcosa e allora scrivo di più sul primo che sul secondo. Che poi in realtà è quello che spero. Questa volta però non è successo. Poi magari sugli album che ho lasciato da parte non ho cose intelligenti da dire e non scriverò mai più niente. Ma per questo vedrò. Comunque resta figo secondo me ricevere una richiesta di recensione di un disco ascoltato in streaming su Rockit, di cui Rockit parla poco ma bene, e parlarne poco e male, non per fare il bastian contrario ma perché secondo me è una cosa orrenda (I Robot) e le cose orrende che ti arrivano in posta vanno segnalate.

civetta

L’inverno della civetta. Progetto molto collettivo nato a Genova al Greenfog Recording Studio in collaborazione con DreaminGorilla Records (Savona) e Taxi Driver Records (Genova). Non so se valeva la pena di far fare della strada a tanta gente per arrivare a questo tipo risultato. Mi sembra tutto molto fatto con la carta copiativa e non sono bastati cotanti musicisti per tirare fuori un’idea. Senza cuore, mi pare. Una cosa indefinita tra grunge, metal, screamo, musica da monastero, city ramblers, orchestre fuzz e post rock e tutto questo contaminare potrebbe anche essere una caratteristica positiva ma non lo è. La Liguria suona così, o magari no, ma questo è quello che è saltato fuori questa volta.

sjesau exploding views

SJ Esau, Exploding Views (Fromscratch Records). Un disco superscritto e la capacità di essere il punto di incontro tra Mika, Doseone dei cLOUDDEAD (che collabora) e l’Anticon: sono due motivi per dire che Exploding Views è da ascoltare, come più o meno tutte le cose che escono da Fromscratch Rec. Superscritto è un complimento perché vuol dire che vengono fuori SJ Esau e la sua abilità nello scrivere – appunto – e che è scritto superbene e con supergusto, anche troppo. Ogni tanto mi piacerebbe che si sporcasse con qualche distorsione un po’ meno calcolata. Non mi piace tutto, ma è tutto molto al di sopra del livello.

low standards high five

Low Standards, High FivesRevolushhhh EP (Flying Kids Records). A parte che è la copertina più bella del 2014. Revolushhhh è un disco emo. Emo come i Crash Of Rhinos. Ecco. Chitarra circolare, batteria sfonda con un sacco di cassa, basso splettrato a scheggia, cori e ritornelli con la botta. Tornando alla copertina, non so in generale che ruolo debba avere in un disco, ma di sicuro uno importante. Questa un po’ mi fa intuire vagamente come suona l’EP, così come il nome Low Standards, High Fives. Le braccia al cielo non sono solo quelle di Lucio Battisti ma anche quelle a occhi chiusi, piedi che scalciano e bocca aperta a gridare un coro di Revolushhhh che ti piace. Consiglio quello di Flying High, Looking Down che è un po’ come tendere dal basso le braccia verso l’alto.

kairo

Kairo, 13 (Fallodischi, La Fine, Upwind). Il giro di copertine fighe prosegue, questa è la seconda di questa pagina, non la quarta. Dai quella di Exploding Views non è male ma non è il massimo, un po’ i Flaming Lips ospiti a Linea Verde, e quella con la civetta io in casa non la voglio. Di solito amo i dischi come 13, sinceri. Di solito e anche questa volta. 13 suona sfondo e basta, il cantante mette in piedi melodie che dire che sono tra il classico leggero italiano (Vestiti) e quello emo non è un’offesa ma una cosa possibile. Il resto è punk rock neanche troppo sgangherato, che può ricordare sia Minnie’s sia Altro. Se devo dire una canzone dico …una promessa, romanticona e con una batteria, un basso e una chitarra suonati benissimo. L’Amo è di Napoli, Kairo è di Napoli e Napoli suona così, credo.

gouton rouge carne

Gouton Rouge, Carne (V4V Records). Non è male ma è già sentito, power pop che copia abbastanza i Male Bonding addolcendone le distorsioni, con testi profondi e voci dilatate, o falsetti. Odio il falsetto. Un po’ New York un po’ italiano che fa l’americano che va benissimo ma lo fa male, poi vengono fuori i Jesus And Mary Chain che francamente come influencer hanno rotto r cazzo. Per il resto ci sono le cose più banali di Verdena, Tiger!Shit! e anche altro. Non credo che lo riascolterò.

I Robot, Australia (West Link Recorders). Praticamente Biagio Antonacci distorto e quello che avrebbero potuto diventare i Negrita se non fossero ingrassati. C’è un altro gruppo che si chiama Australia e ha fatto un disco che si chiama Robot. Se è uno scherzo, carino.

Ecole Du CielHeartbeat War Drum (V4V con Fallo DIschi, Hysm? e Qsdr). Post hc, post rock, non è che poi se ne sentisse la necessità, come di tante altre cose però. In più, credo che sia molto carente in termini di scrittura. Il che equivale a dire in questo caso: NOIA. Peggio rispetto al primo EP.

johnny fishborn

Se non fosse che Johnny Fishborn mi ricorda Brian Molko non sarebbe male. Ma solo il fatto che mi ricordi Brian Molko fa cadere ogni speranza che possa piacermi di qui fino alla mia morte. Quando ascolto musica contano anche le suggestioni, voglio dire, sono un metro di giudizio, mi entrano nel cervello e mi influenzano. Windmill Girl ha una bruttissima copertina, un basso con un suono pessimo e una pessima abitudine di entrare nelle canzoni con la delicatezza di un elefante, ma la cosa peggiore è il missaggio, forse causa del basso maleducato. C’è un non so che di glam che rovina il già difficile ascolto, dovuto al fatto che c’è qualcosa che non va tra gli strumenti, tutti suonati come se non fossero parte di canzoni ma pezzi incollati tra loro. Mi risulta tutto un po’ rigido insomma, nella volontà chiara di incidere il disco d’autore che gioca un po’ con la voce, con le sonorità, con le ritmiche e i titoli improponibili come Sun Salva Doors, così, come se la musica fosse un gioco ma in realtà no perché di base c’è qualcosa di insopportabilmente serioso in questo album. E magari Johnny Fisborn a scrivere canzoni non è neanche male, ma dovrebbe liberarsi dei pessimi musicisti di cui si è circondato e provare a scrivere solo per se stesso. E lavorare sulla voce, perché con questa voce qui Brian Molko mi incombe un po’ troppo. Ma poi no, anche nei pezzi più scarni di Midnight Rain e The Man Without the Bread c’è qualcosa di incredibilmente pesante e poco sincero. Mi sa che è irrecuperabile.

amanita phalloides

Con Amanita Phalloides (DreaminGorilla Records) sembra di tornare a quando andavano di moda pesantemente i piccoli suoni alla Commodore con le tastierine e i riverberini. Ma noi ci siamo rotti il cazzo e ascoltiamo solo elettronica tamarra. Quella non è una copertina. Proseguendo sulla strada della circa-elettronica, questa volta epica e sofferta, ecco qua Some Evil EP di Sequen_ce. Proprio non ce la facevi a chiamarti solo Sequence? L’underscore è una malattia. In effetti non c’è un genere sotto il quale si possa classificare questo EP, se non il non ti riascolterò mai più finché non deciderai di dare una cazzo di idea alla tua musica che così non mi rimbalza solo perché non è una palla. I tubatubatubatu cià in As I Don’t non ci volevano. Poi sono arrivato a Onironauta (Dischi Bervisti, Woodworm e DreaminGorilla Records) dei Kaleidoscopic, non oltre il quarto pezzo comunque, quello che si chiama come loro. Ho letto la presentazione del disco nella pagina privata, non bisognerebbe scrivere certe cose, si creano troppe aspettative oppure ti fai odiare, e poi l’album è screamo-metal-rockitaliano-filosofico-caciarone, cattivo gusto in tutto. Roba fatta molto peggio di quella che ascoltavamo 12 anni fa che già 11 anni fa non aveva troppo senso ascoltare. Non si può dire che sia roba vecchia perché c’è il revival e però insomma c’è modo e modo di revivalare. Acid Muffin non è un granché come nome, e anche l’EP chiamarlo Nameless non mi sembra il caso. Cazzo, cercate qualcosa di più originale, ho capito che fate musica Grunge, però gattini miei. Un EP Grunge più alla Bush che altro, con una chitarra solista che rovina il poco di buono che c’è anche perché in alcuni momenti il basso e la batteria sembrano ispirarsi a lei e allora basta subito. E il campanaccio, il campanaccio. Il missaggio è pessimo ma non direi che sta lì il problema. I gruppi che ho sentito in giro di recente e che fanno questa musica sembrano tutti della parrocchia. Svecchiatevi.

Inizio a pensare che il mio sia un metodo sbagliato. Alla fine infatti il problema è un altro: devo filtrare di più, forse, selezionare meglio quello su cui scrivo. Basta che respiri, praticamente, questa volta è andata così, ma non so se ripeterò l’esperienza. O magari lo farò sempre, non filtrare quasi per niente dico. Adesso vediamo.

Mi piacciono le parole semplici.

caso, bart cosmetic, goldaline my dear al brainstorm di fusignano

La letteratura italiana è piena di parole semplici che descrivono robe complesse. E iniziando così ho già perso metà dei lettori possibili. Però era davvero necessario come incipit, perchè è un po’ che sono in fissa con sta roba, con le parole semplici che dicono cose enormi intendo. Sono talmente in fissa che adesso come adesso un testo di una canzone o è scritto così oppure lo vorrei scannellare con la gomma. Non molto tempo fa nella migliore libreria d’Italia mi hanno fatto scoprire una poesia in dialetto romagnolo di Raffaello Baldini; è scritta sulla copertina di una sua raccolta di poesie pubblicata da Einaudi, quindi non è che io sia proprio un Archimede della poesia. Il dialetto romagnolo non è del tutto semplice per chi non è romagnolo, ma la traduzione in italiano si. Non l’avete mai letta, dovete leggerla.

Mo acsè
Mo acsè, dal vólti, quant a tòurn a chèsa,
la sàira, préima d’infilé la cèva,
a sòun, drin, drin,
u n’arspònd mai niseun.

(Ma così, delle volte, quando torno a casa,
la sera, prima d’infilare la chiave,
suono, drin, drin,
non risponde mai nessuno.)

All’inizio per dare una spiegazione di semplice volevo scrivere non ermetico. Dire non ermetico sarebbe stato come dire il contrario di ermetico ma l’ermetismo poetico non c’entra niente, perché è più complesso del non facilmente comprensibile. Io invece volevo dire esattamente non facilmente comprensibile. Il collegamento all’attitudine di quei poeti di inizio 900 sarebbe stato immediato, ma sbagliato. Ermetico nel linguaggio di tutti i giorni ha preso proprio il significato di non facilmente comprensibile, ma parlando di testi scritti la definizione sarebbe stata ambigua. Quindi, non tiriamo in ballo l’ermetismo poetico. Semplice significa semplice. Ed è il contrario di difficile o elevato.

C’è stato un momento in cui volevo spaccarmi solo di testi difficili. Pensavo che lasciassero più spazio all’immaginazione, e che il loro livello fosse più alto. Stronzate. Quando a scuola o all’università studi la letteratura italiana è bellissimo, perché se hai un po’ d’interesse, trovi tempo e voglia di conoscere cose, più o meno istituzionali, più o meno nuove, più o meno due coglioni da aggrapparsi al lampadario. Per esempio, all’università ti dicono che “Sto / con le quattro / capriole / di fumo / del focolare” (Ungaretti) sono tra i versi più semplici ma enormi mai scritti. Ed è vero, a parte le capriole (perché tu non dici oh stasera non voglio seghe voglio passare la serata con le mie capriole di fumo), solo che dopo magari conosci Montale e finisce che leggi le poesie di tuo nonno che parlano della Seconda Guerra Mondiale e ti spaccano in due, ma dici che le parole sono troppo semplici. Montale e Ungaretti sono entrambi considerati modelli dai poeti ermetici, quindi vedete che quel gruppo è complesso. È una specie di lotta in cui tu sei la parte contesa: leggi, le parole semplici ti piacciono, ma ormai hai conosciuto Dino Campana e pensi che il suo modo di scrivere sia più completo. Non è che apprezzi i poeti perché sono difficili, ma una parte del processo di conoscenza dei testi è la fase dello studio del significato, e questo percorso rende ancora più affascinante il messaggio. Tutto vero.
Ungaretti però diceva che gli piaceva farsi le storie da solo, davanti al camino, alla ricerca della solitudine che lo tranquillizza. In Mo acsè Baldini usa un campanello per dire che si sente solo, e triste nel momento in cui prende consapevolezza di esserlo. Due modi diversi di porsi di fronte alla solitudine, e di esprimerla, con parole semplici. E qui la svolta, la curva a U, il salto della quaglia.

Per essere più dinamico, sposto l’attenzione dai poeti ai cantautori. Nel 2014 sono tanti quelli quasi nuovi usciti con un disco. Come se non bastasse, i gruppi CANTAUTORALI dei vecchi non mollano anche se dovrebbero: pochi giorni fa è uscito il reloaded di Hai paura del buio? degli Afterhours, l’anno scorso è uscito l’ultimo album dei Marlene Kuntz. Nella musica italiana sono proprio questi i signori che mi ha fatto apprezzare i testi non immediati. Per quanto mi riguarda, la storia di quali testi mi piacciono ha raggiunto di recente il proprio momentaneo epilogo: è arrivato qualcun altro e il modo di scrivere kuntziano della prima ora l’ho messo in cantina insieme al SuperTele sgonfio e sporco di murcia. Non credo più che sia necessario rimanere stupito di una parola o di una metafora complessa, ho bisogno che un testo dica qualcosa, e che lo dica sparandomelo in faccia senza mezzi termini. Perché in fondo le parole ricercate per esprimere cose enormi, che si potrebbero esprimere anche con parole semplici, sono mezzi termini, perché per raggiungere il loro significato devi percorrere una strada indiretta. Mi serve ascoltare e riascoltare, leggere e rileggere, ma parole semplici significano che l’autore non ha voluto usare altre armi per conquistarti se non quello che vuole dire. Non ci sono cazzi. Non è buono solo l’uno o l’altro modo di scrivere, ma è la mia posizione adesso.

Dicevo, è arrivato qualcuno che mi ha risvegliato dal letargo del termine complesso. È arrivato Raudo dei Gazebo Penguins, dove il testo sembra buttato giù così, oh questo ci sta bene mettiamolo, e forse lo è, a volte è metaforico, ma in modo diretto, e mi spacca in quattro.
Poi è arrivato Caso, con La linea che sta al centro (To Lose La Track). Caso mi commuove fino alle lacrime, o mi fa venire la pelle d’oca, che è poi quello che chiedo di fare a un cantautore. I suoi testi li ho capiti tutti subito, e che cosa bella è che una canzone ti entri dentro senza fare troppi giri nel cervello. Caso usa le metafore, ed è subito chiaro il legame con quello che vuole dire. E questo mi fa sentire umano, non uno studioso. Caso non usa parole per sentirsi e farti sentire figo e per darsi un fascino trasgressivo, come la figa e il cazzo di Manuel Agnelli; usa parole che scrivono una storia, attorno a una gioia o a un dolore, o a non so cos’altro. Non è per forza una storia raccontata alla maniera di uno storyteller, o per lo meno non lo è sempre, ma spesso è un percorso fatto di ricordi, persone, metafore, salti semantici e fisici, cose piene di roba insomma, non immagini che usano la sensazionalità di termini che pensano a se stessi, a essere belli, e non a comunicare. Comprendere una poesia è un processo non per forza difficile, il significato deve essere significativo (avanti così), perché la bellezza del testo non deve consistere solo nella ricerca della sua comprensione. Caso ti dice le cose, sono grandi, e il cd lo ascolti mille volte. #casomania

Di parole ne usa un sacco (una sola difficile: palindromo), anzi si mangia la musica con le parole, cioè a volte mette più parole di quelle che ce ne dovrebbero stare, e questo modo di metterle giù ti fa correre dietro ai testi. Schianta un modo di scrivere definito molto bene dai Marlene in passato: fare aderire perfettamente il testo alla musica anche se il significato non è troppo chiaro; testi esteticamente belli, insomma. Non so se è meglio o peggio, ma quello di Caso è un modo molto diverso di fare. E lo trovo più figo.
Chi gode del riflesso della mancanza di tempi morti o di momenti in cui, come succede per altri cantautori, tipo Brunori Sas, pensi che non sei solo tu ad annoiarti ma anche lui, è la chitarra, che poi è l’unico strumento nella maggior parte delle canzoni. Motore e Andata e ritorno cambiano il ritmo dell’album (in Motore c’è anche la batteria) e Caso sembra i 7 Seconds. Non è poi così facile cantare le sue canzoni. Dal vivo di solito è solo con la sua ombra, cioè con la sua chitarra, e con le parole corre ancora di più, quindi sono proprio lui e la sua ombra a scheggiare più di tutti.

E dal vivo li potete vedere tra non molto tempo, il 4 aprile al Brainstorm di Fusignano, nella formula descritta a meraviglia dal flyer. Oltre a loro suonano Bart dei Cosmetic (La Tempesta) di Sogliano, che esistono più o meno da quando esiste Sogliano, e Goldaline, my dear (Stop Records), che viene dai Girless & The Orphan, di cui è il bassista. Autori belli, musica bella, una serata che mi immagino fatta da tutta la gente in platea, e in mezzo alla gente Caso, Bart e Goldaline che suonano senza jack come se fossimo tutti a bere un drink e a stare bene insieme.
Come sempre io amo il Brainstorm e questa volta lo amo di più perché organizza queste serate acustiche in un momento in cui sono preso molto bene dalle cose acustiche. Certi locali ti fanno bene, il Brainstorm per esempio mi fa bene.

Io Caso l’avevo anche intervistato.

Caso+Bart Cosmetic+Goldaline, my dear: l’evento su fb