Kevin Garcia dei Grandaddy, ciao

Capitolo 1

Sulla Statale Romea a Cesena, nel ’97, c’era un capannone. Ce n’erano tanti, ma io ne frequentavo solo uno. Era il momento in cui le attività fiorivano, l’economia viaggiava e la città era felice. I tempi erano così propizi che a un certo punto il proprietario di un negozio di dischi nel buco del culo del centro storico decise di abbandonare la posizione nel buco del culo del centro storico, ma comunque in centro storico, per spostarsi sulla Romea, in quel capannone. Meno passaggio, ma anche meno affitto, l’adrenalina della scommessa e più metri quadri. Il nome, lo stesso: DeeJay Mix.

Il negozio non si era solo spostato. Mentre in centro era un posto per dj, nel senso che i disc jokey di house, trance o robe così c’andavano a comprare i dischi da mettere sul piatto nelle serate in riviera, sulla Romea rimase figo per i dj ma diventò anche un posto per tutti. Non per tutti come un Marco Polo. Super specializzato per tutti. Gli altri negozi di dischi della città (tre) erano il classico One Man Shop. Da DeeJay Mix invece, cosa incredibile per una città di provincia, c’erano più commessi, a ognuno dei quali era affidato un settore. Specializzazione vera.

C’era il numero uno, un dj, un tipo strano, che parlava come Yoghi con la zeppola di Muccino ma vendeva un casino. Urlava sempre. Per uscire da dietro al bancone lo saltava come nella pubblicità dell’olio cuore. E cose così. Era uno in bolgia, in dritto fisso. Stava nella parte in fondo a destra del capannone, io lo vedevo sempre da lontano perché il suo era un angolo che non frequentavo. Ogni tanto sfrecciava verso l’uscita. Poi ce n’erano altri con cui non mai parlato. Subito all’ingresso sulla destra, invece, c’erano Davide e Matteo, che più o meno si alternavano, e tenevano il rock. Io mi servivo da loro.

A un certo punto DeeJay Mix si spostò di nuovo, nella zona delle concessionarie, in un ex capannone per macchine, di quelli plasticosi, pulitissimi ma che sanno di benzina. Un posto figo. Venne fuori anche un commesso per l’hip hop. Era il momento di Eminem e 50 Cent, ma anche della Rawkus. Tiravano parecchio, ma il tipo della house vinceva sempre. Il suo angolo era sempre in fondo a destra, impreziosito dalla presenza più o meno costante di Marco Moda, dj ibrido rock-dance ai tempi molto noto in zona, famoso anche per i capelli neri lisci e lunghissimi e per il chiodo sopra alle canotte a manica larghissima. Ascella nera. Matteo s’era fatto avvocato. Mi è dispiaciuto un po’, anche perché mi aveva venduto Under The Western Freeway, ma i miei master in quel momento erano Davide (quello di prima), specializzato nel rock e nell’indie rock, e Tomaso con una m, all’hip hop, ed ero comunque molto contento di loro. Non si sovrapponevano neanche per sogno. C’era tutta una parte dedicata alle cose che vendevano veramente, e qualcuno che ci stava dietro, spesso anche il padrone, un signore pelato, alto. Aveva senso: quella divisione rispecchiava i gusti dei clienti. Adesso possiamo ascoltare gli Shellac e Rihanna, uno dopo l’altro, e nessuno o quasi si lamenta. Una volta non si poteva. Nel giro indie, se dicevi che ti piaceva Baby One More Time di Britney Spears, o eri il genio, o non capivi un cazzo, a seconda della tua posizione nella gerarchia sociale. Genio o coglione, comunque non era una cosa che rientrava nella media. DeeJay Mix andava fuori dal tracciato degli altri negozi anche perché ti vendeva senza problemi i Take That in combo con i Big Black. E lo faceva consapevolmente.

A quel punto della storia, DJM poteva permettersi di pagare più commessi, senza neanche troppo turnover. Le cose andarono bene per un po’. Poi iniziarono a girare voci che tutti quei commessi non riusciva più a pagarli, e piano piano la storia di allora diventa quella di oggi: poco dopo ha chiuso. Adesso, di solito, vado in un altro negozio, un classico One Man Shop, in centro, un po’ nel buco del culo, ma solo un po’.

Capitolo 2

Il 18 aprile è uscito il nuovo disco dei New Year, Snow. Lo stesso giorno, il gruppo ha inviato una newsletter per condividere la speranza che tutte le copie acquistate in preorder arrivassero. Non arrivassero in tempo, arrivassero. Non so perché ma mi è suonata come quella volta che la hostess in aereo mi si è seduta accanto e mi ha detto “speriamo di atterrare..”, una specie di fai quello che desideri fare, adesso o mai più. Avendo cannato il preorder, ho ordinato subito una copia, in vinile.
Tre giorni fa, mentre ero al lavoro, mi è arrivata la notifica del corriere che mi diceva che un pacco non era stato consegnato a casa mia perché al momento della consegna qualcuno aveva dichiarato che non conosceva il destinatario, cioè io. Emozionato per tutto l’affetto che la mia famiglia mi riserva quando non ci sono, ho controllato e ho scoperto che il numero civico era sbagliato, di uno. Colpa di non so chi, ma non mia, PayPal ha l’indirizzo giusto. Nel posto in cui abito, un solo numero civico di differenza può corrispondere a una distanza sufficiente a fare in modo che un vicino di casa sia un perfetto sconosciuto, non perché abito nel deserto, ma perché l’età media dei vicini si aggira intorno agli 80 anni. E infatti, alla consegna del pacco, il vicino ha dichiarato “Qui non c’è nessun Giacomo Sacchetti!”. E il pacco è tornato in magazzino. Lo recupero subito. Recuperato.

Perché

I Grandaddy sono boscaioli americani, con le camicie a scacchi e le barbe. Il primo disco, Under The Western Freeway (1997), è il risultato del lavoro di taglia legna ruvidi ma dolci, è distorto ma sembra il rumore che fa un bambino quando gioca. Tra una chitarra e l’altra vengono fuori suoni infantili. E la voce leggerissima di Jason Lytle. Appena li ho conosciuti me li immaginavo grugnire mentre brandivano l’accetta e l’abbatevano sui ciocchi di legna, poi li vedevo in casa bere un alcolico forte per scaldarsi al camino e dire parole dolci alla mamma. A.M. 180 parte con la tastierina di Tim Dryden ed esplode nelle chitarre di Jason Lytle e Jim Fairchild. Summer Here Kids si divide tra il ritmo spezzato e gracchiante del ritornello e quella vocina limpida. La batteria è disegnatissima e il basso di Kevin Garcia è il cuore di tutto, sempre, il tronco dell’albero su cui appoggi i tronchetti da tagliare, il saggio che ti guida e ti suggerisce con grande calma dove andare, sicuro ma per niente invadente. Al primo disco, i Grandaddy erano la prosecuzione ideale di Someday I Will Treat You Good di Mark Linkous, privati della fantasia disperata, aggiunti di forza controllata. Sugli Sparklehorse il potere della deriva fisica e psichica ha lentamente preso il sopravvento. Nei Grandaddy no, era tutto controllato, lo è sempre stato, sempre di più, anche in Last Place (uscito due mesi fa, undici anni dopo Just LiKe The Fambly Cat), che è così sotto controllo da dare l’impressione di essere fatto col pilota automatico. Tutto regolare, agli inizi come alla fine. La distorsione e la dolcezza impostate una volta e poi usate per sempre allo stesso modo. Un mondo creato con precisione per le esigenze di chiunque ci si trovasse bene dentro, un po’ via di fuga, un po’ disperato, un po’ stupido. Mettersi nelle cuffie quella roba vuol dire sicurezza, riparo da qualsiasi influenza esterna. Magari in casa, davanti a una grappa, un camino e l’inverno fuori. Come in Dept. of Disappearance, disco solista di Jason Lytle del 2012. Nessuna infiltrazione, nessuna malattia, come se il mondo non fosse mai andato avanti. Però c’è andato, avanti.

Già The Sophtware Slump (2000) mi aveva gasato meno. Under The Western Freeway ha sempre stracciato tutti i dischi successivi. Ha creato un mondo che da lì in poi è sempre esistito. Il cd l’ho ascoltato un sacco, preso e rimesso nella stessa posizione dello scaffale per anni, preso e rimesso lì, preso e rimesso. A un certo punto ho cambiato casa agli scaffali e lui è voluto rimanere sempre lì. Il nuovo millennio si presumeva ci avrebbe aperto gli occhi e portato nuove ideone. A me ha fatto capire che i Grandaddy sono molto legati al loro tempo e hanno davvero senso se contestualizzati nel periodo in cui sono nati. Sono irremediabilmente legati al momento in cui ho comprato Under The Western Freeway, da Matteo di DeeJay Mix. Se penso ai Grandaddy, un minuto dopo penso a DeeJay mix. E il contrario. Quel processo per cui quando pensi a una cosa te ne viene in mente subito un’altra aiuta a costruire un passato. Ma c’è stato un momento in cui quelle due cose hanno iniziato a essere troppo lontane, e non è che ho dubitato davvero che siano successe ma il dubbio è diventato incredibilmente plausibile. I Grandaddy sono incastrati in quel momento di vent’anni fa: ho ordinato il cd, mi hanno telefonato per dirmi che era arrivato, sono andato a ritirarlo. Se il ricordo ha la responsabilità di aver circoscritto troppo la cosa, loro hanno quella di essersi fatti circoscrivere e non essere cambiati, mai. Bloccati dentro a Under The Western Freeway, in quel ricordo. Protettivi, nei confronti di se stessi e di chi li ascolta, hanno creato un bozzolo, dentro al quale sono rimasti, senza passare allo stadio successivo. Io ero nel bozzolo con loro, ma a un certo punto ho sentito qualcosa spezzarsi e sono uscito. Penso che l’istante preciso sia stato Sumday, nel 2003.

Ma Under The Western Freeway è sempre stato lì, nello spazio che si riserva alle certezze.

Il 3 maggio è morto Kevin Garcia, in seguito a un infarto. In quel momento un’accetta si è abbattuta su quel disco e su quel mondo. I Grandaddy, sempre musicalmente così lontani dalla malattia, hanno ceduto sotto la forza di un colpo solo, sul cuore, e tutto un immaginario è stato sotterrato. Un disco importante rimane un disco importante ma quando il giochino si rompe, si rompe. Mi ostino a rivivere all’infinito quei momenti, a comprare vinile, a trovate bello anche solo entrare in un negozio di dischi, ad ascoltare roba che sembra anni ’90, a provare piacere nell’alternarsi di ruvido e dolce, a buttar su Under The Western Freeway, in realtà quel mondo vivacchia solo, nelle repliche e repliche e repliche e nei revival, revival, revival. Nel momento in cui ho saputo della morte di Kevin Garcia, ho realizzato che quel mondo è morto con lui. Era successo anche con Mark Linkous e adesso la sensazione si ripresenta, in un altro loop da cui non si esce. È il mondo con cui sono cresciuto, ma alcune volte mi chiedo se sia giusto continuare ad assecondarlo oppure se si debba seppellirlo e cambiare strada e ascoltare solo la musica di oggi. E non ho la risposta. Non è chiaro, se ami qualcosa ma allo stesso tempo ti rendi conto che ti ha incastrato, è difficile scegliere come comportarsi.

Mentre ci penso, oggi pomeriggio vado a comprare un bel disco dal mio One Man Shop.

Brooklyn VS Manhattan (vai nei negozi di dischi er Cittadone edition)

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Other Music, NY

In metropolitana c’era un ragazzo nero, molto alto e magro. No un regazzino, ma uno della mia età, nel pieno del limbo “se non lo faccio adesso nun lo faccio più”. Volto scavato, all’inizio era fermo e silenzioso. All’improvviso, quando il treno ha preso velocità, ha mollato il palo, con una mano si è alzato la maglia davanti, con l’altra ha iniziato a toccarsi a ripetizione tre punti precisi: fibbia, buco della cintura, passante dei calzoni. Fibbia, buco, passante. E intanto diceva cose sottovoce, in una lingua non umana. Quando ha alzato lo sguardo era molto carico e ha iniziato a rappare facendo avanti e indietro lungo il corridoio. Si capiva solo che c’erano delle rime dentro, secondo la mia opinione naturalmente tutte a livelli altissimi, tipo Eminem nel 2002. L’ha fatto per un minuto. Quando il treno ha iniziato a rallentare per fermarsi, si è bloccato e con l’indice della mano destra ha iniziato a toccarsi indice, medio e anulare della mano sinistra. Indice, medio, anulare. E intanto diceva cose sottovoce. Non ha chiesto soldi. Quando il treno si è fermato, è sceso con la tranquillità di un navigatone senza problemi psicologici. Era un power? Un furbacchione? O la sua inquietudine era vera? Io gli ho creduto.

Era la fine della nostra prima giornata a New York. In mattinata sono andato da Other Music, nell’East Village di Manhattan. Other Music ha aperto nel 1995, all’ombra di un gigantesco e vicinissimo Tower Records. Tre anni dopo, a rendere più scura e fredda quell’ombra, è arrivato anche un Virgin Megastore. Oggi Virgin e Tower non ci sono più, da qualche anno. Naturalmente Other Music c’è ancora (sinnò non c’andavo) ma chiude il 25 giugno. L’altra mattina c’era un sacco di gente. Erano tutti lì perché chiude o è sempre così? Magari non sempre, ma spesso, da quello che si legge in questa intervista a uno dei soci, Josh Madell. Le vendite vanno ancora molto bene. Allora perché chiude? Il mercato è cambiato, l’economia è cambiata, internet soddisfa prima di Other Music ogni richiesta dei clienti e non sembra esserci un futuro. “We’re trying to step back before it becomes a nightmare”, cit. È una presa di posizione realistica. Anche a New York alla gente inizia a non fregargliene niente di andare in un negozio di dischi se può scaricare comodamente da casa spendendo molto meno. È una battaglia dura quella.

Quindi quelli di OM si sono detti: fermiamoci per fare altro, che abbia sempre a che fare con la musica, ma altro. Facciamo un’etichetta: Other Music Recording Co. ha aperto nel 2012 in partnership con Fat Possum e fa uscire roba pop-psichedelica. Sempre con un occhio di riguardo per i gruppi de tendenza (cosa che vale per buon parte dello stock anche per il negozio), l’etichetta darà seguito all’attività svolta fino a oggi con il negozio limitandola alla produzione. “Vendo solo robba mia e non in ‘sto camerone de 60 metri” sembra dire Josh Madell, e sembra dire anche

“Ce stamo affa’ a guera. Quei contadini de bruklin ce stanno a rubba quei cinque cagnacci che se so fermati al 2000 e compreno ancora il supporto fisico caaaa musica drentro. Sti babbioni. Però noi con quei gabbioni ce campiamo e quindi me tira erculo”.

Il secondo motivo per cui Other Music chiude è che il centro daa musica si è spostato a Brooklyn, dove ha aperto anche Rough Trade, che non è solo un record shop ma un bar e una venue per dei gigs, mentre a Manhattan molti hanno chiuso, rimangono Bleecker Street Records e Generation. Other Music è sempre stato un negozio di dischi e stop e i proprietari non vogliono trasformarlo in altro. Nessun compromesso, nessun cazzo di bar, nessun palco per fare concerti. Ineccepibile come linea di condotta, anche perché le spese aumenterebbero non poco.

Mi vengono in mente alcune cose. Uno: mentre in Italia i negozi di dischi chiudono perché non ce n’è, a new York i quartieri si rubano i clienti. E arricchiscono l’offerta. Al di là di tutto, questo dà più valore al supporto fisico, che diventa la caramella con cui il negoziante conquista il cliente, il cibo con cui lo prende per la gola. Quindi deve essere buono e se deve essere buono lo standard della proposta si alza, in tutti i negozi. Di conseguenza quelli che aprono hanno spesso una buona proposta, aggiornata, che fa voglia, con prezzi leggermente diversi (Rough Trade è il più caro sulle novità in vinile: devono pagarsi anche il bar?). Passando da un negozio all’altro trovi da un lato una proposta simile, dall’altro una proposta particolare che caratterizza ogni singolo posto, cosa che succede anche in Italia. Se poi qualcuno decide che non c’è futuro, ha i suoi motivi, dovuti al fatto che magari non ci sono gli sghej per ampliare e cambiare l’attività, visto che Rough Trade di soldi negli anni ne ha fatti un po’ di più rispetto a Other Music.

Due: da noi, tenere la botta vendendo dischi, alcolici, cocktail, panozzi e organizzando gigs è durissima, da loro è il nuovo-vecchio trend, quello giusto, che funziona, e un povero stronzo che vuol fare il suo negozio di dischi (pure storico) se ne va affanculo non perché non vende ma perché un quartiere è meno sborone di 15 anni fa. Ed è il quartiere oltre a internet che decide di non dargli futuro. Paese strano l’America, pieno di contraddizioni. Da un lato la musica fisica vende ancora, dall’altro la moda la fa da padrona e la musica senza il trend non ha futuro.

La musica vende ancora ma deve essere addobbata di qualcosa, che può essere un cocktail o un concerto, tutte cose buonissime per carità, ma questo mi porta al punto numero

tre: il vinile non costa pochissimo in nessun posto (20-25 dollari in media, mi sembra), eppure c’è gente che s’ammazza per prenderli. Li ho visti con questi occhi. Perché va così. Bersi un drink al pomelo e mesqal con un vinilotto sotto braccio da Rough Trade costa un troiaio ma va bene: ascolti la musica giusta filodiffusa, parli con gente, finché andrà sarà bellissimo e imprescindibile. Ma quando non andrà più di moda? Niente, non succederà niente, perché molta musica figa non entra in quei circuiti, non viene ascoltata in filodiffusione, quindi continuerà a essere prodotta esattamente come adesso. Però i negozi di dischi scompariranno anche dal quartiere del momento, e sarà un peccato. Molta musica la posso comprare on line, sui siti delle etichette o su bandcamp (MAI su Amazon), anche se per li gruppi americani dall’Italia devo spendere un’unghia in spedizione, ma ci sto. Il problema non è la musica, quindi. Il problema è che sta scomparendo un mondo attorno alla musica e i posti in cui quel mondo sopravvive meno peggio (a New York, per esempio) ci riesce per altri motivi, che rendono la musica un pretesto e potrebbero sostituirla col salame, se fosse il trend del momento. E la gente potrebbe drinkare cocktail non “vegani” (visto che il vegan non sarà più di moda) e disquisire delle diverse tipologie di insaccati appesi al soffitto. I concerti sono i concerti, ed è bellissimo andarci, ma ho avuto come l’impressione che la gente ci vada perché va di moda ascoltare la musica, e le mode finiscono.

“Ma vedete d’anna’ ffanculo” direbbe il Sig. Maddell.

Non avevo mai pensato a quanto, con il tempo, possa essere rilevante, in una città come New York, la zona in cui apri. Tutto è legato a dove si sposta la tendenza. Tu puoi essere (stato) anche il negozio più figo del mondo ma hai semplicemente fatto parte della tendenza, non l’hai fatta tu. E lo scopri solo dopo anni, prima credevi di essere chissà chi. Lo stesso fatto che Other Music produca musica de trend ne è la dimostrazione. Il Village non è più il Village e se avevi aperto un’attività perché quello era il posto in cui essere, sei fregato. New York è un cittadone. Vista da fuori, detta le regole. Dentro, è piena di persone che le regole le seguono, proprio come Cesena. Magari uno ha un’idea che prende piede, e tutti dietro. Ma com’è che succede che un quartiere, inizia a dettare legge? Chi lo decide? Ho trovato questo articolo del 2011 che dice che essere residente a Manhattan o nell’East Village significa fare parte di una specie di élite. Da un certo punto di vista è vero (sto cercando di tradurre l’articolo). A Manhattan stanno un sacco di persone ricchissime provenienti da posti di vaccari come l’Arizona che decidono di passare la vecchiaia proprio lì. “Rich uncool people” vengono definiti. Quello della transumanza è un fenomeno iniziato 20 anni fa circa – quando ha aperto Other Music. A me non importa, però dal punto di vista di un negoziante che deve trovare il posto in cui aprire è un’informazione molto interessante. Anche alcune star, che potrebbero permettersi una casa a Manhattan (più cara di Brooklyn), decidono di prendersela a Brooklyn perché c’è maggior cultura (per citare il sindaco uscente di Gatteo) e più giovani. A quanto pare “Brooklyn vs Manhattan” è una questione dibattuta da tempo, discussioni su discussioni. Fermo restando che – al netto della questione economica (che se ci sei dentro significa che almeno fino ad ora te lo sei potuto permettere) – non mi dovete rompere il cazzo con la storia che non vi passa vivere a Manhattan, quello che posso fare è esprimere un’opinione superficiale basata su un’esperienza di qualche giorno. Brooklyn mi è sembrata molto più vivibile, decisamente non meno cara ma più pianificata per trascorrerci del tempo normale, non solo quello da squalo, facendo tutte le cose che devi fare per vivere e fartela passare molto bene. Anche le strade sembrano renderti la vita molto più semplice. E le case, anche solo a vederle da fuori, sono più basse, più normali, più accoglienti. Ecco perché Brooklyn sta stracciando Manhattan, perché è normcore. Col tempo la gente se n’è accorta, il normcore ha preso piede e per Manhattan è finita. Quello che interessa a me, che non andrò mai a vivere là ma potrò al massimo tornarci come turista, è diverso da quello che interessa ai local: io voglio dormire, mangiare e bere spendendo il giusto, assaggiare nuovi cocktail, non andare sotto a una macchina mentre guardo in aria e altre cose così, tra le quali vedermi un concertino e farmi un giro nei negozi di dischi. A Brooklyn a quanto pare vengono fuori come i funghi.

Quattro: per esempio a Brooklyn ci sono Music Matters e Captured Tracks. La Captured Tracks Records ha beccato nel proprio roster dei pezzi da novanta dell’indie pop contemporaneo come Mac DeMarco, Perfect Pussy, Mourn (quelli di adesso, non quelli hc) e DIIV. Negli ultimi anni ne ha indovinate di più rispetto all’Other Music e anche questo è segno del passaggio di attenzione da un quartiere all’altro. Rimane il fatto che solo nel 2013 OM Recording Co. ha prodotto il primo 7” dei Nude Beach, di Brooklyn, quindi il fatto che sia cambiato il vento non impedisce all’etichetta di andarsi a prendere i gruppi dall’altra parte del fiume e di farsi porta voce anche di quel quartiere, non per forza in termini di suono, quanto di rappresentatività.

Cinque: la moda più il quartiere giusto a NY fanno sopravvivere un negozio di dischi, un altro lo fanno chiudere. Come sempre, è la legge di Murphy.

record connection ephrata

Record Connection, Ephrata

Sei: internet sta sostituendo i negozi fisici ma negli Stati Uniti in giro ce ne sono ancora, anche dove non te l’aspetteresti, come quello a Ephrata (Washington) in mezzo alle mucche (va bene Facebook, ma hanno un sito della madonna). E qui siamo fuori città. Vale lo stesso discorso? serve qualcosa di cool per vendere? A Ephrata di cool c’è il commesso e il posto, un po’ da nerd della musica. C’è un catalogo infinito di dischi e cd nuovi e usati. Ho pochi termini di paragone per le mani e non posso dire che le mie conclusioni siano assolute, ma è possibile avere un negozio al di fuori delle dinamiche della città, come il Record Connection di Ephrata. Entri dentro e ti trovi di fronte a centinaia di dischi e cd. Al commesso vestito e pettinato come Steven Adler gliene sbatte i coglioni se si vive meglio a Manhattan o Brooklyn, mette su i Cheap Trick, fa il grosso con un cliente perché li conosce meglio di lui e (imprevedibile) mi sorride quando vado a pagargli 10 dollari per due cd usati dei REM anche se gli fanno cagare. Questo è un altro mondo ed è più o meno il paradiso, con prezzi super (15 dollari in media per i dischi, cd usati vendibili a 3 euro, come nuovi) e addirittura le novità. Ma, visto che non voglio cadere nel luogo comune del buon selvaggio, dico anche che le novità da RC costano esattamente come a Nuova York e che da Other Music ce ne sono molte di più e anche più ricercate, sempre rimanendo nel campo ristretto dell’indie punk emo noise rock degli ultimi 15-20 anni. Il che per assurdo mi fa dire che posti come quello di Ephrata, meno aggiornati rispetto ai negozi del Cittadone, sono fuori da certe dinamiche ma non agevolano tantissimo l’acquisto delle ultime uscite nei negozi e la danno vinta a internet. Lo puoi sempre ordinare, ma perdi delle possibilità di vendita di fronte a chi ti obietta allora lo ordino su internet.

Other Music era un negozio della madonna, con una buona scelta anche su altri generi come hip hop ed elettronica e prezzi buoni anche sul nuovo, in cd e vinile. Anche con le tasse, la spesa era affrontabile. Comunque, nulla è perduto, continuano a fare musica, a scoprire gente, magari tra un po’ andrà di modissima il rap e faranno fare un disco anche al mio amico, quello dell’inizio dell’articolo, che avrà 50 anni (se andrà benissimo), io sarò lì a dire l’ho visto rappare in metro quando nun era nessuno addirittura prima del demo e, naturalmente, era molto meglio.

Terminare le discoggrafie tranne l’EPPI’

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Ho completato la mia collezione dei The Evens. Il primo l’avevo in chede’, il secondo l’avevo scaricato, il terzo pure. Ho comprato anche il secondo in cd. The Odd (il terzo, uscita Dischord numbero 180) era stato ordinato in Germania per natale 2012 ma non è mai arrivato. Abbiamo protestato seriamente, ce l’hanno rispedito ma non è mai arrivato. Lost. L’ordine era per il vinile, quindi io non potevo non comprarlo sullo stesso supporto spendendo quasi il doppio rispetto al cd.
Li ho presi in due posti storici e questo mi rende fiero. Non mi capita spesso di comprare in posti storici. E non storici nel senso che, non so, sono stati costruiti nel XII secolo, ma che riguardano fatti/momenti/idee che fanno parte della piccola storia e che si sono incrociati con la mia ancora più piccola storia. Washington ha partorito gente come i Fugazi e la Dischord, o i Governement Issue (John Stabb RIP). Io ho comprato The Odd a Washington, da Smash Records. Fornitura punk hard core post hc da far arrossire il dio di questa roba, Henry Rollings never Stoned, cd usati a 5 euro, prezzi giusti su tutto (tasse escluse, ma le tasse in DC sono inferiori a quelle nello Stato di ny).

The Evens (Dischord 150) e Get Evens (Dischord 160) li ho comprati da Generation Records a New York, che io non avevo mai sentito dire. Figo è figo. È uno dei negozi di dischi rimasti a Manhattan dopo che la coolness si è spostata a B-Brooklyn. È abbastanza vecchio e tenuto in modo mediamente menefreghista da sembrare vero. Il commesso non ti saluta, gli scaffali sono sguarniti quanto basta da apparire “boh, cazzo mene” ma non così tanto da permetterti di dire scandalo! come sono messi??!! Vinile in media a 20 euro, cd a 15. Gran piano interrato con più cd usati della casa di Scaruffi, prezzi bellissimi tasse escluse. E nello stato di ny le tasse sono le più cattive di tutti.

The Evens sono uno dei miei gruppi preferiti, la cosa più primitiva e melodica allo stesso tempo che io abbia mai sentito. Sono Ian McKaye e Emi Farina, la sorella simpatica della famiglia Farina, quella di Goffo. Si può dire che si sente l’influenza dei Fugazi e degli Embrace, senza raggiungere quei livelli di distorsione gretta e aumentando l’importanza delle melodie ascoltabili. E si sente il minimalismo brutal dei The Warmers, pre-gruppo della farina.
Ci sono queste masse di suono che si spostano come montagne di pongo. E ci sono queste voci che danno equilibrio a tutto. Da Washington passa il fiume Potomac, che mi ha dato la stessa impressione: potente ma equilibrato. In città, fuori non so. La melodia è anche negli arpeggi della chitarra, una Danelectro (baritono, dai toni da bara). La Danelectro è la stessa che i miei genitori hanno regalato a mio fratello un po’ di anni fa. Ha un suono di cui mi sono innamorato subito, così datato e proprio perché tale di una cattiveria addolcita dagli anni. Ed è quel suono lì. Che The Evens usano sia per arpeggiare sia per montare una carica da uomo esperto e scafato ancora in grado di piazzare le note come e dove devono essere piazzate.

E il disco migliore è l’ultimo. Adesso ce l’ho, nonostante le resistenze della Merkel, che in piena crisi ha complottato affinché io non comprassi niente che fosse prodotto negli States. Embargo. Ma io sono andato là e ho completato la mia collezione. Dà ancora molte soddisfazioni comprare nei dischi nei negozi, soprattutto se in questo modo sconfiggi la Germania, terra in cui il rock non esiste. Mi manca l’eppì, che poi è un 7” (ma nel titolo del post suonava meglio eppì) che contiene due canzoni di The Odd ed è il Dischord 170: ogni 10 anni The Evens fanno uscire una roba. L’ultima uscita Dischord è 180 e 1/2. Siamo lontani.

(Vai nei negozi di dischi): Vieri Dischi di Arezzo

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Norina on the left

Una sera di tanti anni fa guardavo Telefono Giallo con Corrado Augias e mia mamma. Parlando di un omicidio violentissimo e noi eravamo un pubblico attentissimo. C’erano gli ospiti in studio che uscivano dalla Tv a tubo catodico e ci parlavano con convinzione delle loro teorie e c’era Corrado Augias prima che si mettesse a scrivere le rubriche su Repubblica e i libri sui misteri delle città, come coso di Super quark e suo figlio, bravissimi, soprattutto il padre, ma nulla se paragonati alla tensione scaraventata dentro alla mia adolescenza da Corrado Augias. Omicidio provinciale violento e pubblico rapito, dicevo. A un certo punto un ospite ruba completamente la scena e la mia attenzione, non solo per quello che dice, anche per il suo nome: Pesce Delfino. Pesce è il nome. Io neanche rido quando lo sento, rimango muto. Pesce Delfino (psicologo, criminologo) aveva una pelata enorme e i capelli solo sopra alle orecchie: come Bersani, ma bianchi e un po’ più lunghi. È come se quella puntata di Telefono Giallo l’avessero trasmessa ieri. Pesce Delfino è rimasto incastrato nella mia testa. E ogni tot mi torna in mente, stavolta forse perché è passato da poco il primo aprile e lui ai tempi mi sembrava uno scherzo dentro al tubo: di solito su Rai 3 erano tutti seri, pettinati bene e avevano nomi normali. Quanti italiani potranno chiamarsi Pesce di nome di battesimo? Solo lui. E poi quali genitori, sapendo di fare Delfino di cognome, danno al figlio il nome Pesce? Due mostri.

Pesce: “Ciao Franco, a domani e buona serata”
Franco: “Ciao Pesce, grazie, buona serata anche a te”.

Strano eh? Magari all’estero il nome Fish è diffuso. Rob Fish ce l’ha come cognome. Ci sono molti gruppi che si chiamano qualcosa-fish o fish-qualcos’altro. Il primo che mi è venuto in mente è Three Fish. Ma perché? Non potevano venirmi i Lungfish? Su discogs ce n’è per sette castighi, più di 20.000 risultati di artisti che si chiamano Black-stocazzo, e quasi 3.000 che si chiamano Fish-stocazzo (comprendono anche i nomi e i cognomi di persona). Per fish è un gran risultato, un’ottima proporzione di fronte a “black”, l’invincibile.

Fin qui il mio contributo al 1° aprile, passato da 4 giorni. Volevo pubblicare questa cosa dei nomi 4 giorni fa in una extended version ma sono arrivato lunghissimo e alla fine l’ho fatta corta.

Solo 4 giorni prima del primo aprile quest’anno era Pasquetta. E del resto Pasqua quest’anno è venuta molto presto. A Pasquetta facciamo sempre una gita sul porto canale di Cesenatico a vedere la nebbia lontana resa fumosa dal sole primaverile, o una gita fuori porta. A casa mia le gite fuori porta iniziano sempre per caso. La loro imprevedibilità le rende sicuramente brevi: neanche un giorno intero, qualche ora, si parte alle 11 e si torna alle 21 al massimo. Quest’anno c’era il sole, quindi siamo partiti sicuri verso la meta: Montevarchi. Abbiamo preso una strada che ho nel cuore, l’E45, che ti permette di arrivare dappertutto senza mai beccare traffico neanche a ferragosto, gratis, da Ravenna a Roma, passando per Sarsina – dove dai tempi di Plauto e dei miei compagni di classe delle superiori scorrono ancora i più portentosi litri di alcool mai visti dalle nostre parti – poi per la Toscana e l’Umbria.

Ma cosa c’è a Montevarchi. L’outlet di Prada. Siamo arrivati dopo circa due ore e venti, passando da tutte le stagioni: partiti con la primavera, attraversato l’autunno a San Piero in Bagno, l’inverno scozzese di Verghereto, la stagione delle piogge della primissima Toscana e poi dritti fino al sole timido di Arezzo. A Montevarchi era grigio: un velo di tristezza circondava l’hub di Prada. Siamo entrati in quella scatola piena di aria viziata, memori dell’altra volta in cui la mia ragazza, che aveva proposto ardentemente la trasferta, era uscita con niente, io – che mi ero opposto con decisione al viaggio – con un paio di mocassini marroni da nonno ma della vita, pagati 80 euro perché fallati (mai capito dove). Erano di quei mocassini di cui si dice “quelli se li tratti un po’ bene ti durano tutta la vita”, allora ho deciso di comprarli. Ho già detto che saranno quelli che vorrò nella tomba. A pasquetta siamo usciti a mani vuote, sono viaggi che le donne fanno soprattutto perché piace dare un’occhiata.

Arezzo. Il negozio di dischi di Arezzo centro si chiama Vieri Dischi. Quando compri qualcosa in Italia chiedi una bustina, che in Romagna corrisponde alla SPORTINA. Sulla sportina di Vieri Dischi c’è scritto Vieri Norina Dischi, dove Norina è tutt’ora la titolare. Vieri è un nome validissimo per tutti noi, chiunque abbia visto il genio pre-Sweet Years all’opera con il riflesso della rete che si gonfia negli occhi non può che amarlo. L’alberto tomba del calcio. Norina, inveizi, l’era e nom dla zia dla mi murousa. Hohra, l’è diventato altro.

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Vieri Dischi è un posto classico, dove puoi trovare Vasco Rossi sia in cd che in vinile e dove davvero chiunque sia appassionato di musica di cui si parla in giro può trovare cose da portare a casa. Le novità la Norina le ha soprattutto in cd, all’ingresso a sinistra. Di fronte, i vinili, qualche novità ma soprattutto catalogo sempreverde. Poco prima di noi era entrato un ragazzo, che poteva avere 15 anni, che ha supplicato sua mamma di comprargli un cd. Alla fine, dai e dai ancora, ce l’ha fatta. Ho tentato in tutti i modi di allungare il collo il più possibile ma non sono riuscito a capire che album fosse. Posti come questo, con una fornitura tosta di cd nuovi, quindi in controtendenza rispetto alla moda dei vinili iper gadgettosi e più alla portata anche di chi non ha un giradischi ma ama ascoltare musica lo stesso, permettono di far succedere scene come questa: un 15enne vuole tantissimo un cd. Da grande, magari, torna da Vieri da solo a comprarne un altro, poi un altro. Quello che gli piace, qualsiasi cosa, che si porterà a casa e ascolterà mille volte e quando smetterà di ascoltarlo lo metterà in mezzo ad altri 50/100/500 cd che avrà collezionato, perché negli anni, magari, avrà continuato a provare gusto nel comprare musica su un supporto fisico. Non so sotto quale forma la musica ci verrà proposta quando avrà 35 anni, ma lui potrà guardare la sua collezione di cd, che non avrà rivenduto per tirare su 3 euro, e ricorderà qualcosa i suoi cambiamenti, gli scazzi, i momenti migliori e quelli normali.

Quando la mamma aveva già fatto lo scontrino ed era uscita dal negozio con un figlio felice, è entrato un gruppo di diciottenni, molto gasati dal momento. Tra loro, una ragazza che guardandosi intorno a un certo punto ha detto “Si, ma che tristezza”. Il negozio della Norina non è dei più allegri, ok, ma io ho pensato che il suo non fosse un commento all’ambiente ma più un “si, ok, mi avete fatto vedere un posto che vende dischi, ma è triste e non mi dà niente in più rispetto a spotify, anzi mi dà qualcosa in meno, me ne vado”. E infatti è schizzata fuori. Il desiderio forte del 15enne si è infranto di fronte ai miei occhi nel modo diverso di ascoltare musica di una ragazza poco più grande di lui. Lui è un giovane vecchio, che pur non essendo di una volta, apprezza non tanto i piaceri di una volta ma quello che una volta era normale e che oggi non lo è. Non solo i giovani comprano la musica, e questo non l’ha mai negato nessuno, ma lo fanno secondo le proprie voglie ed esigenze. Quindi vanno oltre la moda, o ai momenti di entusiasmo collettivo del branco.

O magari tra un mese il 15enne se ne sbatterà già il cazzo di comprare cd. Se la sua voglia di ascoltare musica svanisse nel nulla, lui si perderebbe tantissime cose, la madre perderebbe una cosa con cui avrebbe potuto di sicuro fare felice suo figlio: regalargli un disco. Consideriamo sempre che il mio discorso si basa su età attribuite a cazzo a due campioni d’indagine, che ho avuto davanti agli occhi per cinque minuti.

All’ingresso di Vieri dischi, quindi, ci sono le novità in cd (15-20 euro), i vinili nuovi (20-25) e quelli da catalogo (20). A destra, la cassa, sommersa di dischi, tra cui Il Volo Christmas Edition, un sacco di copie, rimaste sul groppo alla Norina. In seconda linea, reparti (metal e altro che non ricordo) differenziati per posizione ma non segnalati con un cartellino, un biglietto, una targa, un vaffanculo, un qualcosa cazzo. In fondo, sulla parete, i cd a catalogo, sistemati in espositori risalenti al boom economico dietro a un vetro, non chiusi a chiave, ma abbastanza nascosti, in ordine alfabetico ma senza lettere a facilitare la ricerca. Se vuoi qualcosa, te devi scannà a trovarlo.

Ed è lì, davanti a quegli scaffali, che la mia ragazza e io, insieme, quindi è vero, abbiamo percepito quel disagio. Non nostro, ma di Vieri dischi. Quel disagio che in un negozio di dischi é il succo del discorso, serve quando Norina riempie gli scaffali, a metterci dentro quello che ci mette dentro, a far trovare ai clienti quello che trovano. E a me quello che ho trovato me. Ero già conquistato da quel sentimento, quando mi volto e vedo uno scaffalino di cassette (ok le cassette stanno cercando in tutti i modi di tornare, ma lì è tutto come a casa mia, con la scatolina appesa al muro fatta su misura) e (colpo di grazia) gli espositori di plastica per altri cd. Cd ovunque, bello perché è un supporto da cui non posso staccarmi, sentimentalmente e quindi nella vita. In realtà, gli espositori plasticoni sono ancora abbastanza diffusi, probabilmente perché nessun negoziate vuole investire altro tempo, spazio o soldi per risistemare un supporto che la gente compra sempre meno, ma ogni volta che li vedo per me è come se fosse la prima. Quello che volevo, però, l’ho trovato dentro agli scaffali del boom economico: The Lemonheads, che avevo solo masterizzato, a 20 euro, e Loud di Rihanna a 10 euro. E da quello che ho visto sono rispettivamente il prezzo più alto e il prezzo più basso per i cd a catalogo.

Vieri dischi non è il mio negozio di dischi ideale, che limitandomi a cose che ho scritto corrisponde a un ibrido di Les Yper Sound e Rev Up, ma è un posto in cui andrei regolarmente se fosse vicino a casa mia, perché quando c’è uno spazio così ampio dedicato ai cd in catalogo, di tutti i generi, tutti insieme, vuole dire che c’è un continuo rifornimento e si possono trovare robe sempre.

Alla cassa, comunque, Norina non ha fatto una piega per il mio acquisto old but variegato. Del resto, Evan dando è sempre stato in bilico tra distruzione e bellezza, come Rihanna.

CRONACA LOCALE. Dopodomani Oscar cambia gestione.

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Ci sono stati altri negozi di dischi a Cesena, ma nessuno è stato come Rev Up. Double Drake. Oscar. C’è stato Francolini, ma era uno che gonfiava molto i prezzi con la scusa di essere affilliato Dimar Rimini. C’era Righi, ma era uno che se gli chiedevi i Fugazi ti voleva vendere Jamiroquai perchè magari i Fugazi in quel momento non li aveva. È l’inventore dei ti potrebbe interessare anche di Amazon. C’era Sound&Vision: Giovanni prima di Oscar è arrivato a un tanto così da essere come Oscar ma a un certo punto si è sposato.

Oscar è precipitato in città all’improvviso, dicono da Londra o direttamente da una gita al mare con Pete Townsend, in un pomeriggio di fine estate se non sbaglio. Di quanti anni fa, non mi ricordo di preciso, ma secondo me una quindicina.

Sono passati diversi anni, adesso il negozio non chiude all’improvviso come era arrivato, sono mesi che gira la voce. Ma soprattutto il negozio non chiude, cambia solo gestione, lo rileva un ragazzo che suonava nei Nabat, a partire già da fine ottobre circa, dopo un normale momento di transizione durante il quale verrà sistemato anche l’interno del negozio. Io continuo ad andarci. La fornitura sarà sempre simile, con più metal e più street punk a quanto pare, forse, chissà.

Oscar era il poliziotto cattivo, mi mancherà (dicono che nei primi tempi sarà ancora là dentro, per il passaggio di consegna da vero aziendalista). Mi mancheranno le male parole e i mugugni. Ho passato ore senza accorgermene dentro a quel posto e forse proprio lì ho imparato che stare dentro a un negozio di dischi mi fa stare bene. Ho imparato anche che il talento di dj audio-video di Oscar è innegabile. Si sparava (si spara tutt’ora) film e musica quasi a tutte le ore, entravi e ti stordiva con il volume stratosferico delle pallottole di un cazzo di western o con Manu Dibango a tutto volume, o con tutte e due le cose. I momenti di silenzio erano surreali, attimi dallo spazio. Quei silenzi, a volte erano tali e quali alle risposte ai miei “ciao” appena entrato. Niente. Ok, forse ho esagerato, non teneva sempre la musica alta. Ma alla fine era bello quando lo faceva, entravi e saltavi sulla porta perché da fuori non è che si sentisse poi tantissimo, ti prendeva alla sprovvista.

Poi, ci sono i giorni in cui si sente tenero, e mette su i Beach House, tu entri e lui è tranquillo, sereno, t’impezza. L’atmosfera è rarefatta, volano sorrisi. Mai capito del tutto quell’uomo. Ma gli ho comprato il mondo, e ce l’ho ancora tutto a casa, il mondo. So che uno deve comprare dischi con misura, valutando bene cosa prendere su e cosa lasciare lì, soprattutto oggi che si può ascoltare tutto prima, ma io ho sempre comprato dischi che volevo comprare, qualche pacco l’ho preao, si, ma è da mettere in conto. ERA da mettere in conto, dai, adesso muovendo le chiappe sul computer ci si può informare bene. È una condanna, una malattia, una tosse del falegname, il raffreddore dell’eterno margusone. Non so. Ma l’ultimo disco da Oscar l’ho comprato sabato pomeriggio. Il primo, un tot di anni fa.

I sabato pomeriggio. Incontravo un sacco di gente là dentro, persone che non sopportavo e persone con cui mi davo appuntamento proprio lì. E persone che non vedevo da tempo. Non era male. Disco migliore comprato da Oscar: il primo dei Jesus Lizard, disco peggiore: il secondo dei Turin Brakes.

Se volete, domani c’è ancora il 4X2. Poi, un attimo di pausa e si riparte per… un altro giorno di gloria (gag).

#28 vai nei negozi di dischi scrausi

Il mio negozio di dischi scrauso preferito di sempre è La discoteca del Savio, vicino al Ponte di San Martino a Cesena. Adesso non esiste più, però era figo andarci perché, entrarci, era come tornare indietro di 30 anni (ha chiuso prima del 2000, secondo me). Ogni cosa era lì dentro da 30 anni, gli scaffali, lo stereo, la cassa, alcuni dischi. Non ci trovavi quasi mai le novità, perché il target era di nostalgici. Era gestito da marito e moglie. Il criterio con cui acquistavano dischi recenti era “se mi ricorda quand’ero giovane”. Ma la cosa più incredibile è che il vecchio conosceva tutti i gruppi nuovi, leggeva Blow Up, che allora era nata da poco, e una volta mi disse che i Flaming Lips erano retro’. Verità purtroppo ormai senza più una voce.
Al centro commerciale del Pilastro di Bologna c’è, di sicuro c’era fino a 2 anni fa, un negozio di dischi scrauso. Si chiama Master Blaster. Il profilo twitter (@MasterBlasterRS) è fermo all’11 aprile 2013 e il sito dà un DNS grandissimo. Temo non esista più. Non ci si può più andare.

Vai nei negozi di dischi #10 – Bleecker Street Records New York

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No non resisto. Ho due foto, una da fuori in cui si vede bene la vetrina, l’altra è questa qui. Dentro non ne ho fatte perché il proprietario, estremamente serioso, e serioso americano che è molto peggio del serioso italiano, perché privo di ironia e di sorriso latente sornione, mi ha spaventato. Ero sicuro che se mi avesse beccato mi avrebbe cacciato. E io non volevo essere cacciato da quel posto. Ma surprise!.
Non resisto a usare questa foto invece dell’altra perché, come potete vedere dallo sguardo in camera stile ti ammazzo dopo che ho finito la pizzetta e dalla mano sinistra del ragazzo a destra, i due tipi si sono accorti che li stavo fotografando. Ho fatto finta di niente con una bravura rara. Uno dei due mi ha urlato dietro “hey baby, don’t shoot me, kiss me”, io, anche un po’ fuori dal loro raggio visivo, ho fatto la faccia del “che bizzarra città new york, la gente grida le cose senza un perché, stavo solo facendo una foto alla vetrina” e sono entrato.
Una cosa di cui mi sono reso conto solo dopo un po’ che smarmittavo tra i vinili non lontani dalla cassa è che il padrone, l’uomo senza sorriso, aveva un rapporto ambiguo con la commessa. Ambiguo non nel senso di marpione, ma nel senso che a parole i ruoli erano invertiti, lei diceva a lui cose come “renditi utile prendimi una sportina”, “il conto lo faccio io perché se fai come hai fatto prima…” e così via. Lei controllava i nuovi arrivi, lei li prezzava e li sistemava tra gli scaffali, lei controllava i conti (sono stato dentro un po’ di tempo, si). Lui aveva la faccia di gesso, un muso grandissimo, qualsiasi cosa lei dicesse, commentava con un “mmh”. Però parlava, l’ho sentito dire cose ai clienti. A parte questo, sono certo che fosse lui il padrone. Non perché è il maschio. La prova inconfutabile l’ho avuta quando ho fatto cadere un cd – di fronte al quale mi ero perso e mi si è rammollita la mano (Vivadixiesubmarinetransmissionplot di Sparklehorse). Lui si è materializzato dietro di me (un secondo prima era al bancone), l’ha raccolto e m’ha guardato con uno sguardo che voleva dire “questo cd è mio, attento”. Aveva il piglio del padrone.

Non ho foto dell’interno però la sistemazione delle cose era molto classica e molto chiara. È passato qualche mese (da aprile), sicuramente non ricordo bene qualcosa. Comunque: ingresso, vetrina e cassa sulla destra (e fin qui era facile); novità (pochine a dire il vero), 7”, lunga parete di vinili catalogo rock/indie/alternative rock, poi classic rock, tutto sulla sinistra. Magliette del negozio appena entri. Al centro e sulla destra, lungo espositore di cd rock/indie/alternative rock e colonne sonore; country e usato sul fondo; soul, blues, hip-hop di sotto. Poster e dvd. Pareti coloratissime. Una bella stanza lungo un tot di metri insomma e in qua e in là effigi di John Lennon, Jim Morrison o David Lee Roth che ti guardano ognuno con un’espressione esaminatrice sua. Più o meno, la pianta è così:

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Ma perché il Bleecker Street Records si chiama così ma è in West Fourth Street 188? È una domanda che mi sono fatto anch’io. Nel 2013, dopo trent’anni, il negozio si è spostato da Bleecker Street, che si trova dietro l’angolo rispetto alla West Fourth. All’inizio sembrava dovesse chiudere, perché l’affitto nel vecchio posto, sotto una nuova proprietà, sarebbe salito a 27.000 dollari al mese. 27.000, erano muri preziosi. Ma alla fine non ha chiuso. Non so cosa ci sia adesso nella vecchia sede, forse un negozio di caramelle per adulti, però questo posto nuovo è interessante. All’angolo con la Jones Street è stata scattata la foto della copertina di Freewheelin’, vicino alla casa in cui viveva Bob Dylan con la ragazza che si porta a braccetto, Suze Rotolo. Siamo nel Greenwich Village, addirittura.

E che figata che l’episodio numero dieci di vai nei negozi di dischi la serie sia capitato a New York. Di quella città, così vuota, così noiosa, ho visto solo alcuni negozi di dischi, questo è quello in cui ho ritrovato il bozzolo, e ci sono tornato due volte in una settimana, settimana in cui ero con la mia ragazza e non potevo trascorrere tutto il tempo là dentro. Salvezza, direi, sennò chi la vede la città. Il bozzolo è la sensazione dello stare bene. Spesso però il bozzolo si rivela traditore. Ti sembra di avere tutto sotto controllo e provi una sana attrazione verso gli oggetti che ti circondano, alcuni li desideri davvero tantissimo. Ad altri ti ci vorresti accucciare sopra, come il tuo gatto si accuccia sul letto sui tuoi vestiti perché gli piace l’odore. Un disco che mi ha fatto questo effetto rivedendolo tra gli scaffali del Bleecker Street è stato Mindstate di Pete Phillie and Perquisite che comprai in cd da DeeJay Mix. DeeJay Mix era un negozio di dischi a Cesena che cambiò tre sedi, a quel tempo era già nell’ultima sede, poi chiuse. Ci lavorava Antonio, che per i dischi nuovi era il migliore feed umano che conoscessi. Le novità che potevano interessarti, te le faceva sentire. E anche quelle che non potevano interessarti, così, perché bisogna sempre ascoltare cose nuove. Mindstate fu una di queste, un gran disco, con quei suoni tra Snoop Dogg e una cosa seria. Raffinatissimo. Adesso Mindstate mi piace anche solo guardarlo e ricordare, mi piace il suo odore. Allora potevo ascoltarlo per ore. Il tempo m’ingabbiava, non mi permetteva di rendermi conto del fatto che passava, era traditore. Anche il bozzolo è traditore per lo stesso motivo, il tempo passa senza che me ne accorga. Passa un’ora e io credo siano venti minuti. Sono l’ultimo dei romantici.

Ok i prezzi al Bleecker Street Records non erano bassissimi, comunque ho trovato il modo di portarmi a casa un po’ di cose, perché il bozzolo è anche una specie di parassita che risveglia l’istinto, solitamente soffocato dal pensare le cose in un’ottica pratica. Come succede nel Demone sotto la pelle. Senza conseguenze tragiche ma solo personali. Una delle quali è il senso di colpa che segue l’acquisto. Ecco, parliamo del senso di colpa che segue l’acquisto. È causato dal fatto che adesso la musica è disponibile in altri modi, gratis, e io potrei anche, e infatti lo faccio, ma in molti di quei modi non me la porto veramente a casa. Ed è causato dal fatto che sono grande e devo smettere di comprare dischi, devo investire i miei soldi, non spenderli e basta. Ma si tratta di un investimento per la mia serenità. E sono molto motivato dal fatto che mi piace l’idea dello scambio tra me, l’artista e il negozio di dischi. Io dare soldi tu dare manufatto. Quando penso a queste cose, ecco che il senso di colpa mi passa. Si tratta di un pensiero di breve durata, non di un lungo percorso filosofico cognitivo. Perché tanto è un rimuginare sempre su cose che so già. Parassita non è una bella parola, rappresenta un dolore o un peso per chi lo subisce e un’offesa per chi lo è. Invece il bozzolo è una grande sensazione, e io sono contento quando ci sono dentro. Sono l’ultimo dei romantici. Ma dovevo comunque guardare al cambio. A fine aprile un dollaro era 0.89 euro, quindi non era troppo favorevole, solo un po’, e mi sono trattenuto. Tutto dipende da questo. Il vinile nuovo era prezzato tra i 15 e i 30 dollari, con picchi vari sempre più su per le edizioni deluxe. I cd nuovi costavano dai 10 ai 20. Usato: non pervenuto.

Ho comprato: Ancient Melodies of the Future dei Built to Spill in cd perchè ce l’avevo solo masterizzato e mi stavo antipatico; i Gray Matter in vinile, un gruppo Dischord di fine anni 80 che non conoscevo, preso così rischiando il pacco perché tanto Mackaye ha sempre ragione. Tra l’altro la sede della Dischord è al 3819 di Beecher Street di Washington, foneticamente c’è solo una L di differenza con Bleecker Street, che sia anche per questo che l’ho comprato?; il vinile doppio di Frankie Welfare Boy Age 5 dei Braid, edizione del quindicesimo anniversario, con artwork nuovo e via dicendo perché sono un gonzo del deluxe; 3-Way Tie (For Last) dei Minutemen in cd perché non ce l’avevo. Là dentro si respira aria di grandi classici ma si trovano tante cose diverse, soprattutto nella scansia a sinistra.

Hanno una gatta in negozio, è tranquilla, deve avere una certa esperienza. Quando sono uscito, il giorno in cui ho scattato la foto, ho dato un’occhiata in giro e ho visto che era definitivo: i due boys non mi stavano facendo la posta. Così ho avuto via libera per pensare in tranquillità. Ho pensato che la gatta mi assomigliasse. Come lei, ero tranquillo e beato, il senso di colpa mi era già passato.

www.bleeckerstreetrecordsnyc.com

Vai nei negozi di dischi #9: Dischi Volanti a Verona, o anche IL COMMESSO DELLA MUSICA

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Sono dentro, assisto subito a un dialogo tra due tipi:

tipo 1: “Oh sai che io non avevo mai ascoltato la PFM fino a una settimana fa?”
tipo 2: “Male! Hai avuto un sacco di tempo per farlo”

Ehy, tipo 2, ma non sarai mica il commesso?

Dischi volanti è un posto in cui il commesso è mille altri commessi di un negozio di dischi, quelli che ti saltano sulla testa coi piedi, riducono in poltiglia i tuoi ascolti e valorizzano solo ciò che non conosci. Non parlano di quello che ti piace ed evitano qualsiasi confronto. Mettono in chiaro i ruoli. Leggetevi La distanza di Baronciani e Colapesce, anche lì c’è quel commesso. La sua presenza la dice lunga sul suo potenziale e la sua popolarità. Presumo tutta colpa di Alta fedeltà, il libro che ha sdoganato un atteggiamento divertente all’inizio ma che adesso è diventato vecchio. I potenziali lettori di La Distanza sono da una parte i fan degli autori e della Bao Publishing, dall’altra un pubblico di incuriositi dal tratto e dalla storia (due ragazze e un ragazzo che si conoscono da poco fanno un viaggio insieme) o che ha voglia di leggersi una graphic novel azzurra stagno col calore dell’estate che viene fuori mentre la sfogli. Con la prima fetta di lettori vai sul sicuro: il discaio ironico e saccente funziona perché è probabilmente parte di quel mondo. Di fronte a tutti gli altri è un personaggio molto spendibile, ancora. È una macchietta, grazie alla quale si trasferiscono caratteristiche di snobismo e nerdismo sulla categoria e su quegli appassionati che vivono dentro a una logica perversa, per la quale esci dallo stato naturale di chi non capisce niente di musica solo se superi un question time. Ecco, di fronte al pubblico più allargato, questi personaggioni li si mette lì a fare specie a sé e i discai li si isola da quella parte del resto del mondo in cui i commessi sono gentili perché devono vendere. Insomma è un personaggio narrativamente ancora sfruttabile, ma a volte diventa quasi irreale.
Al discaio interessa vendere, spesso però è vittima di un’incontrollabile lotta del chi ce l’ha più grosso che lo proietta fuori dall’orbita terrestre dove i vinili escono dalle fontane col cioccolato e i cd crescono sugli alberi, e sono buonissimi da mangiare. Si fa l’amore tutti i giorni con ragazze coi capelli neri al suono del tuo disco preferito del momento e la sera si cena a mp3 o FLAC fritti e supporti musicali di stagione. La lotta avviene col cliente locals, o comunque più o meno abituale, e può essere all’ultimo colpo: ho visto un negoziante rifiutare i soldi da un cliente perché il disco in questione era brutto. Cazzo, per guadagnarsi questo tipo di confidenza ci vuole un sacco tempo. Ma se ce la fai viene con tutto il pacchetto: diventi cliente e ti becchi le pezze del padrone o del commesso, del discaio, diciamolo come volete. A volte il poliziotto cattivo che vende dischi è un personaggio accettato con un atteggiamento a metà tra il riverente e il divertito. Potrà essere narrativamente interessante, colto e appassionatissimo, ma non mi piace più il genere. Ho iniziato a sviluppare avversione quando il proprietario del negozio di dischi della mia città mi ha chiamato cerebroleso perché distrattamente avevo sistemato un cd al posto giusto ma girato dal verso sbagliato. Era qualcosa dei Minutemen. Io mi sono messo a ridere. Riverenza e divertimento, aggiungo compiacimento perché ti senti parte di qualcosa di perverso, per cui vieni offeso ma ti senti comunque figo perché, wow, sei nel tuo negozio di dischi. Ma un altro atteggiamento è possibile. Un mio amico, molto più sul pezzo di me, gli ha detto

“Perché te nella tua giornata quante altre cose hai da fare oltre a sistemare i dischi?”
la risposta è stata: “Oh cioè dio-bo”.

Una lezione di reattività immediata e necessaria. Proposta: parliamo di musica. Se non ho ascoltato la PFM vuol dire che ho ascoltato altro. Che cosa posso aver ascoltato che ha sottratto tempo alla grande PFM? Non lo sai, chiedimelo. Sarai un commesso migliore se lo farai, schiodati dal luogo comune, parlami seriamente, discuti, esprimi un punto di vista diverso senza sputarmi in faccia, ascolta, ci sono cose che potresti non sapere. Altrimenti è peggio per te. E succede questo, che in effetti è successo dai Dischi volanti:

“Scusa, avete il cd di Hollie Herdnon?”
“Chi?”

Poco prima l’avevo sentito parlare con grandi braccia in movimento e nonchalance “dell’elettronica di Kruder & Dorfmeister” quindi mi sono buttato come un uccello libero nel cielo a fargli una domanda sull’elettronica. Gli ho descritto la copertina – mi ha chiesto di farlo – e mi ha fatto vedere un cd con un fronte simile. Alla fine mi ha consigliato l’ultimo degli Archive. Che senso ha farsi Gigante se poi non conosci una delle uscite di cui la critica ha parlato di più negli ultimi mesi? Tutti, anche ilmucchio, rockol, ondarock.
Comunque non gliene faccio una colpa, al Dischi volanti. È una tradizione, quella a cui appartiene, non mi piace ma è così. E lui è un commesso simpatico e preparato (può succedere di perdersi una roba, ok?!), argomentava con precisione e il confronto col padrone (o socio, comunque sempre dietro alla cassa) sullo stato del magazzino l’ha superato senza un problema. Molto bene, considerando che lavora dentro a un negozio pieno di roba, tantissima.

Troppa. Cd in bilico sempre, doppie file, vinili-sardina, che non fanno neanche l’effetto a fisarmonica quando tenti di tirarli fuori perché sono stipatissimi. Hai presente l’effetto a fisarmonica? Tiri fuori un disco, ti seguono anche i sei che ci stanno attorno. Neanche quello. Vinile cementificato. Le questioni attorno a questo problema non sono di facile soluzione. Tieni fuori meno roba ma più facilmente consultabile. Oppure più roba ma di difficile consultazione. E dove li metti tutti i dischi se non li esponi? Se non li esponi non li vendi. Il magazzino rimane lì e s’ingrossa, d’altra parte però non puoi neanche spostarti in un altro negozio, gli affitti sono cari e poi la gente è abituata a venire lì dove sei adesso. Difficile, non dico di no. Alla fine di tutto il discorso, però, credo sia meglio avere qualche scatola per terra in più e qualche disco o cd invisibile in meno.
A proposito di PFM, della progressive italiana, all’ingresso di Dischi volanti, c’è un altarino con tutti i must have. Forse è uno spazio dai contenuti variabili, lo specialone mensile, possibile, lo verifico una volta che ci torno. Il resto è sistemato in categorie generichissime e giustissime: rock, hard rock, elettronica, world music, classica, italiani, americana, colonne sonore. Se i dischi fossero visibili sarebbe una pacchia. Sul vinile, il problema dell’impossibile da consultare è al momento compromettente. Tra i cd si può invece razzare, considerando che ci vuole più tempo del normale e facendo attenzione agli equilibri. Se avete tempo, razzate perché c’è molta roba.

Che nome figo Dischi Volanti per un negozio di dischi, mi fa pensare agli sguardi d’insieme che scocco sugli scaffali di roba quando entro. Ma anche all’entusiasmo creatosi attorno al vinile, responsabile di un aumento dei prezzi e colpevole della stampa di inutili edizioni-memorabilia con dentro i peli di cazzo dell’artista. Per non parlare dell’incisione del master digitale sul vinile, la faccenda più fottutamente neilyoungiana e seria di tutte, perché è pratica a quanto pare comune che compromette la qualità del suono e fotte tutti quelli che con gli occhi a cuore si avvicinano a qualsiasi vinile, prendono il volo per l’entusiasmo e spendono 40 euro quando potrebbero avere la stessa cosa a un prezzo molto inferiore se non fossero stati anche loro proiettati in una dimensione spazio-tempo parallela dove il realismo non esiste. Il nome Dischi volanti, però, è su quell’insegna da molto tempo prima di tutto questo hype. Non c’entra niente, suppongo sia una sovrapposizione di immaginario fantascientifico e musicale attraverso una parola che appartiene a entrambi, sovrapposizione che rende benissimo l’idea del disco che suona e che ti manda nello spazio perché ti piace la musica. Due righe sui prezzi: i cd vanno da 10 a 19 euro, molti sono a 18,90, anche le novità. Il vinili viaggiano da 20 a 38. Non sono bassi, ma forse solo un po’ più alti di quelli che trovi in altri posti.

Io ho comprato Here’s Where the Strings Come In dei Superchunk, un disco nuovo!

Perché non mi piace troppo il Record Store Day

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Domani è il Record Store Day. Ho guardato un po’ in giro su internet in questi giorni per capire cosa sarebbe uscito per l’occasione e ho visto che non è cambiato niente rispetto agli anni scorsi. Moltissimi siti danno spazio a una generica “festa del vinile” (confondendosi sul cosa viene festeggiato) e ne parlano come un’opportunità per i negozi di dischi di uscire dalla crisi. Il numero di cose pubblicate, il loro prezzo e la loro vendibilità sono tutti argomenti interessanti di cui non si parla troppo. Con alcune eccezioni di etichette indipendenti che stampano inediti che ha davvero senso comprare, alla fine non molto di quello che viene fatto per il Record Store Day viene fatto davvero per i negozi di dischi: quello che viene distribuito consta soprattutto di registrazioni particolari di quel pezzo, edizioni speciali di quell’album e via dicendo (e in Italia non arriva neanche tutto). Nessuno può pensare di salvare il mondo solo perché una volta all’anno organizza una festa di beneficenza e nessuno può pensare di salvare un negozio di dischi solo perché una volta all’anno si spinge la gente ad andare a comprare qualcosa e la si spinge dicendo che è uscito un live inedito di un gruppo di cui non conosce neanche il primo disco. Se per un giorno un negozio è pieno di gente è molto buono, ma non è la manna dal cielo. Pubblicizzare le edizioni speciali non significa spingere a frequentare un negozio, mentre proprio questo dovrebbe essere lo scopo: spingere a comprare la musica nei negozi, sempre. Poi, per il Record Store Day, sarebbe bello parlare di più di e-commerce, molti negozi di dischi ce l’hanno.

La prima parte in causa della festa in questione è composta dagli organizzatori, che hanno sbagliato l’idea alla base del Record Store Day. Te la vendono come se ci fosse un solo giorno per salvare l’universo. Ma è possibile? C’è anche tutto il resto dell’anno ed è un buon periodo per contribuire. Sono un po’ ripetitivo, ma ritornando su certi spunti possono venir fuori discorsi interessanti.
La seconda parte in causa sono le case discografiche che pensano che facendo uscire un live nel cesso degli U2 la vita dei negozi di dischi si risollevi. E’ sempre il solito problema: troppe pubblicazioni, moltissime delle quali buttate lì per dare un motivo per festeggiare. Il ragionamento ha dell’assurdo: si vogliono festeggiare i negozi di dischi cercando di incrementarne le vendite producendo dischi di cui non si sente il bisogno pur sapendo che una produzione incancrenita sulle solite cose non va da nessuna parte e che uno dei problemi dei negozi di dischi è il magazzino, che rischia sempre di stare fermo e di riempirsi fino a esplodere; si vuole festeggiare stampando cose aggiuntive senza tenere conto che non è che se spingi un picture disc dei Radiohead uscito per il Record Store Day e lo vendi ma alla fine ti rimane in casa l’ultimo album dei Radiohead ci hai guadagnato tanto; soprattutto si vuole festeggiare senza avere chiaro che alla fine è una cultura che va festeggiata (la musica e il pagarla) e che quindi è quella cultura che va diffusa, non serve a niente spingere la gente a comprare a spot un disco solo perché è una ricorrenza e non perché lo desidera. Ci sono molti appassionati di musica in giro per il mondo. Non tutti comprano musica su supporto fisico. Se non si vendono i dischi, i negozi (on o off line) non sopravvivono ma non sopravvivono neanche i musicisti e la musica non viene più prodotta (il discorso vale per i piccoli gruppi ma in un neanche tanto ipotetico futuro di apocalisse musicale in cui nessuno paga più la musica, nemmeno su iTunes e Spotify perché sono superati, può valere anche per i gruppi più main). Adesso, poi, è bello andare in giro con l’iPhone e gli auricolari ma, se non c’è più la musica da ascoltare, l’iPhone con gli auricolari sono inutili e se ti beccano che tieni gli auricolari ma non ascolti nulla c’è da vergognarsi, è come farsi beccare che ti fai telefonare dalla mamma per far vedere che hai lo smartphone ultimo grido.

Se frequenti un negozio di dischi sempre e ti capita di andarci nel giorno del Record Store Day è divertente. Se hai la possibilità di starci un po’ quel giorno, è raccomandabile cercare di capire dagli sguardi del negoziante, che un po’ conosci, se questo o quell’avventore vanno sempre o solo quel giorno. Il negoziante di solito è un po’ scafato e a meno che non sia un paraculo totale non si vende troppo la storia del Record Store Day perché sa benissimo che non si campa con quelli che vanno lì a comprare il disco perché hanno letto su internet che è la festa del disco. Quindi, non è che gli avventori occasionali del Record Store Day li tratti male (è tutto grasso che cola) ma dallo sguardo capisci. Ecco, un’altra parte in causa della questione Record Store Day sono quelli che vanno nel negozio di dischi solo in quel giorno lì, comprano una roba e tornano a casa con la coscienza pulita perché pensano di aver dato un contributo per salvare il negozio in cui hanno comprato. O, se non hanno la coscienza pulita perché non sono del tutto stupidi, pensano di aver fatto un gesto figo. E’ assurdo. E’ come dire che una pasticceria campa solo con le colombe che vende prima di Pasqua, o che un’azienda vinicola sopravvive solo con le vendite di una serata estiva in cui ha partecipato a una festa del vino sotto le stelle: quella sera sono tutti appassionati di vino e si sbronzano ma un picco di vendite all’anno, anche spalmato su un periodo come nel caso della colomba pasquale, non ti salva il sedere. E stiamo parlando di vino e dolci, che moltissimi ritengono molto più indispensabili e irrinunciabili di un disco.

Poi c’è chi ci va 3-4-5-6 volte al mese in un negozio di dischi, a parlare, a comprare, a conoscere o anche solo a stare bene. A voler fare bene le cose, è questo l’aspetto dei negozi di dischi che andrebbe pubblicizzato e diffuso. Tutti i giorni tutti utilizziamo un po’ del nostro tempo a parlare di musica sui social network, scambiandoci opinioni e link. Giustissimo, non sono contro. Questa cosa si faceva però già prima di Facebook, nei negozi di dischi, che sono fighi perché ci puoi incontrare gente che all’inizio ti sembra solo matta, poi ci stringi amicizia, inizi a incontrarla sempre in negozio anche se non ti dai appuntamento e ci parli di musica, mentre la ascolti, perché intanto il negoziante ha messo su il file mp3 nelle casse del suo stereo. Bisogna avere voglia di frequentare certi posti. Se hai la passione per la musica, frequentare un negozio di dischi come se fosse un luogo di ritrovo è facile. Per cui, magari all’inizio ti sembra un posto di folli, poi però scopri che non è vero, forse perché scopri che condividi le loro stesse passioni con la stessa intensità e se ci sono rimasti loro ci sei rimasto anche tu. Comunque dopo un po’ non pensi più che siano matti e capisci di conseguenza che i negozi di dischi non sono posti per soli disadattati, ma che sono pieni anche di persone semplicemente appassionate di musica, esattamente come il bar è pieno di persone appassionate di scala 40 che giocano a scala 40.

Il problema del RSD è anche di target: in quanti possono essere interessati davvero all’ennesima ristampa colorata? Non tutti, i grandi fan. Quindi il pubblico potenzialmente interessato si restringe. Pubblicando molte cose di molti gruppi questo pubblico cresce, potrebbe essere un’obiezione. Si, ma il problema rimane e a quel punto davvero non è più la festa dei negozi di dischi ma quella del cadeau, della produzione e distribuzione che mettono in circolazione cose che non avrebbero mai messo in circolazione (perché non volevano investirci) se non ci fosse stato il RSD. La cosa non mi suona come una cosa positiva. Io sono sicuramente un pivello, ma nella vita ci sono state poche band di cui ho desiderato avere tutto, edizioni speciali, colorate, stampe limitate e vergate con lo sperma dell’artista. Nella fattispecie, per esempio, i Pearl Jam. Non sono mai riuscito ad avere tutto, ovviamente, un po’ perché vivo in Italia, un po’ per questioni economiche e un po’ anche perché a un certo punto, di fronte all’ennesimo picture disc con Eddie Vedder coi capelli sudati e gli occhi sbarrati mi sono chiesto se mi stessero prendendo per il culo. Alcuni sono collezionisti compulsivi e comprano tutto, altri sono collezionisti normali, ma la maggior parte delle persone che frequenta un negozio di dischi è composta da persone normali, amanti di uno e più gruppi, e questa maggior parte di fronte all’ennesimo 7” speciale Record Store Day si ferma e si chiede se non è meglio indirizzare la propria spesa verso un altro disco, magari uno nuovo che ha già un po’ sentito su Spotify e gli è piaciuto, o magari uno che gli consiglia il padrone che conosce i suoi gusti. I dischi e i negozi che li vendono non vanno festeggiati distribuendo più o meno a caso edizioni deluxe nella speranza che qualcuno se le compri, ma va festeggiata la musica, quelli che la vendono, la gente che la compra e i posti in cui la compra. Un po’ retorico, si, ma in concreto si potrebbe investire, ogni anno, una parte del denaro utilizzato dalle case discografiche per stampare amenità in una campagna pubblicitaria sui negozi di dischi, senza idealizzarli, dicendo che sono posti pieni di puzzoni, di sapientoni che sembra che ascoltino musica solo loro, ma anche che ci sono persone normali, appassionate, che vogliono ascoltare musica, nuova per loro o nuova in assoluto, e non per forza la versione col clavicembalo di Sunday Morning dei Velvet Underground.