Kevin Garcia dei Grandaddy, ciao

Capitolo 1

Sulla Statale Romea a Cesena, nel ’97, c’era un capannone. Ce n’erano tanti, ma io ne frequentavo solo uno. Era il momento in cui le attività fiorivano, l’economia viaggiava e la città era felice. I tempi erano così propizi che a un certo punto il proprietario di un negozio di dischi nel buco del culo del centro storico decise di abbandonare la posizione nel buco del culo del centro storico, ma comunque in centro storico, per spostarsi sulla Romea, in quel capannone. Meno passaggio, ma anche meno affitto, l’adrenalina della scommessa e più metri quadri. Il nome, lo stesso: DeeJay Mix.

Il negozio non si era solo spostato. Mentre in centro era un posto per dj, nel senso che i disc jokey di house, trance o robe così c’andavano a comprare i dischi da mettere sul piatto nelle serate in riviera, sulla Romea rimase figo per i dj ma diventò anche un posto per tutti. Non per tutti come un Marco Polo. Super specializzato per tutti. Gli altri negozi di dischi della città (tre) erano il classico One Man Shop. Da DeeJay Mix invece, cosa incredibile per una città di provincia, c’erano più commessi, a ognuno dei quali era affidato un settore. Specializzazione vera.

C’era il numero uno, un dj, un tipo strano, che parlava come Yoghi con la zeppola di Muccino ma vendeva un casino. Urlava sempre. Per uscire da dietro al bancone lo saltava come nella pubblicità dell’olio cuore. E cose così. Era uno in bolgia, in dritto fisso. Stava nella parte in fondo a destra del capannone, io lo vedevo sempre da lontano perché il suo era un angolo che non frequentavo. Ogni tanto sfrecciava verso l’uscita. Poi ce n’erano altri con cui non mai parlato. Subito all’ingresso sulla destra, invece, c’erano Davide e Matteo, che più o meno si alternavano, e tenevano il rock. Io mi servivo da loro.

A un certo punto DeeJay Mix si spostò di nuovo, nella zona delle concessionarie, in un ex capannone per macchine, di quelli plasticosi, pulitissimi ma che sanno di benzina. Un posto figo. Venne fuori anche un commesso per l’hip hop. Era il momento di Eminem e 50 Cent, ma anche della Rawkus. Tiravano parecchio, ma il tipo della house vinceva sempre. Il suo angolo era sempre in fondo a destra, impreziosito dalla presenza più o meno costante di Marco Moda, dj ibrido rock-dance ai tempi molto noto in zona, famoso anche per i capelli neri lisci e lunghissimi e per il chiodo sopra alle canotte a manica larghissima. Ascella nera. Matteo s’era fatto avvocato. Mi è dispiaciuto un po’, anche perché mi aveva venduto Under The Western Freeway, ma i miei master in quel momento erano Davide (quello di prima), specializzato nel rock e nell’indie rock, e Tomaso con una m, all’hip hop, ed ero comunque molto contento di loro. Non si sovrapponevano neanche per sogno. C’era tutta una parte dedicata alle cose che vendevano veramente, e qualcuno che ci stava dietro, spesso anche il padrone, un signore pelato, alto. Aveva senso: quella divisione rispecchiava i gusti dei clienti. Adesso possiamo ascoltare gli Shellac e Rihanna, uno dopo l’altro, e nessuno o quasi si lamenta. Una volta non si poteva. Nel giro indie, se dicevi che ti piaceva Baby One More Time di Britney Spears, o eri il genio, o non capivi un cazzo, a seconda della tua posizione nella gerarchia sociale. Genio o coglione, comunque non era una cosa che rientrava nella media. DeeJay Mix andava fuori dal tracciato degli altri negozi anche perché ti vendeva senza problemi i Take That in combo con i Big Black. E lo faceva consapevolmente.

A quel punto della storia, DJM poteva permettersi di pagare più commessi, senza neanche troppo turnover. Le cose andarono bene per un po’. Poi iniziarono a girare voci che tutti quei commessi non riusciva più a pagarli, e piano piano la storia di allora diventa quella di oggi: poco dopo ha chiuso. Adesso, di solito, vado in un altro negozio, un classico One Man Shop, in centro, un po’ nel buco del culo, ma solo un po’.

Capitolo 2

Il 18 aprile è uscito il nuovo disco dei New Year, Snow. Lo stesso giorno, il gruppo ha inviato una newsletter per condividere la speranza che tutte le copie acquistate in preorder arrivassero. Non arrivassero in tempo, arrivassero. Non so perché ma mi è suonata come quella volta che la hostess in aereo mi si è seduta accanto e mi ha detto “speriamo di atterrare..”, una specie di fai quello che desideri fare, adesso o mai più. Avendo cannato il preorder, ho ordinato subito una copia, in vinile.
Tre giorni fa, mentre ero al lavoro, mi è arrivata la notifica del corriere che mi diceva che un pacco non era stato consegnato a casa mia perché al momento della consegna qualcuno aveva dichiarato che non conosceva il destinatario, cioè io. Emozionato per tutto l’affetto che la mia famiglia mi riserva quando non ci sono, ho controllato e ho scoperto che il numero civico era sbagliato, di uno. Colpa di non so chi, ma non mia, PayPal ha l’indirizzo giusto. Nel posto in cui abito, un solo numero civico di differenza può corrispondere a una distanza sufficiente a fare in modo che un vicino di casa sia un perfetto sconosciuto, non perché abito nel deserto, ma perché l’età media dei vicini si aggira intorno agli 80 anni. E infatti, alla consegna del pacco, il vicino ha dichiarato “Qui non c’è nessun Giacomo Sacchetti!”. E il pacco è tornato in magazzino. Lo recupero subito. Recuperato.

Perché

I Grandaddy sono boscaioli americani, con le camicie a scacchi e le barbe. Il primo disco, Under The Western Freeway (1997), è il risultato del lavoro di taglia legna ruvidi ma dolci, è distorto ma sembra il rumore che fa un bambino quando gioca. Tra una chitarra e l’altra vengono fuori suoni infantili. E la voce leggerissima di Jason Lytle. Appena li ho conosciuti me li immaginavo grugnire mentre brandivano l’accetta e l’abbatevano sui ciocchi di legna, poi li vedevo in casa bere un alcolico forte per scaldarsi al camino e dire parole dolci alla mamma. A.M. 180 parte con la tastierina di Tim Dryden ed esplode nelle chitarre di Jason Lytle e Jim Fairchild. Summer Here Kids si divide tra il ritmo spezzato e gracchiante del ritornello e quella vocina limpida. La batteria è disegnatissima e il basso di Kevin Garcia è il cuore di tutto, sempre, il tronco dell’albero su cui appoggi i tronchetti da tagliare, il saggio che ti guida e ti suggerisce con grande calma dove andare, sicuro ma per niente invadente. Al primo disco, i Grandaddy erano la prosecuzione ideale di Someday I Will Treat You Good di Mark Linkous, privati della fantasia disperata, aggiunti di forza controllata. Sugli Sparklehorse il potere della deriva fisica e psichica ha lentamente preso il sopravvento. Nei Grandaddy no, era tutto controllato, lo è sempre stato, sempre di più, anche in Last Place (uscito due mesi fa, undici anni dopo Just LiKe The Fambly Cat), che è così sotto controllo da dare l’impressione di essere fatto col pilota automatico. Tutto regolare, agli inizi come alla fine. La distorsione e la dolcezza impostate una volta e poi usate per sempre allo stesso modo. Un mondo creato con precisione per le esigenze di chiunque ci si trovasse bene dentro, un po’ via di fuga, un po’ disperato, un po’ stupido. Mettersi nelle cuffie quella roba vuol dire sicurezza, riparo da qualsiasi influenza esterna. Magari in casa, davanti a una grappa, un camino e l’inverno fuori. Come in Dept. of Disappearance, disco solista di Jason Lytle del 2012. Nessuna infiltrazione, nessuna malattia, come se il mondo non fosse mai andato avanti. Però c’è andato, avanti.

Già The Sophtware Slump (2000) mi aveva gasato meno. Under The Western Freeway ha sempre stracciato tutti i dischi successivi. Ha creato un mondo che da lì in poi è sempre esistito. Il cd l’ho ascoltato un sacco, preso e rimesso nella stessa posizione dello scaffale per anni, preso e rimesso lì, preso e rimesso. A un certo punto ho cambiato casa agli scaffali e lui è voluto rimanere sempre lì. Il nuovo millennio si presumeva ci avrebbe aperto gli occhi e portato nuove ideone. A me ha fatto capire che i Grandaddy sono molto legati al loro tempo e hanno davvero senso se contestualizzati nel periodo in cui sono nati. Sono irremediabilmente legati al momento in cui ho comprato Under The Western Freeway, da Matteo di DeeJay Mix. Se penso ai Grandaddy, un minuto dopo penso a DeeJay mix. E il contrario. Quel processo per cui quando pensi a una cosa te ne viene in mente subito un’altra aiuta a costruire un passato. Ma c’è stato un momento in cui quelle due cose hanno iniziato a essere troppo lontane, e non è che ho dubitato davvero che siano successe ma il dubbio è diventato incredibilmente plausibile. I Grandaddy sono incastrati in quel momento di vent’anni fa: ho ordinato il cd, mi hanno telefonato per dirmi che era arrivato, sono andato a ritirarlo. Se il ricordo ha la responsabilità di aver circoscritto troppo la cosa, loro hanno quella di essersi fatti circoscrivere e non essere cambiati, mai. Bloccati dentro a Under The Western Freeway, in quel ricordo. Protettivi, nei confronti di se stessi e di chi li ascolta, hanno creato un bozzolo, dentro al quale sono rimasti, senza passare allo stadio successivo. Io ero nel bozzolo con loro, ma a un certo punto ho sentito qualcosa spezzarsi e sono uscito. Penso che l’istante preciso sia stato Sumday, nel 2003.

Ma Under The Western Freeway è sempre stato lì, nello spazio che si riserva alle certezze.

Il 3 maggio è morto Kevin Garcia, in seguito a un infarto. In quel momento un’accetta si è abbattuta su quel disco e su quel mondo. I Grandaddy, sempre musicalmente così lontani dalla malattia, hanno ceduto sotto la forza di un colpo solo, sul cuore, e tutto un immaginario è stato sotterrato. Un disco importante rimane un disco importante ma quando il giochino si rompe, si rompe. Mi ostino a rivivere all’infinito quei momenti, a comprare vinile, a trovate bello anche solo entrare in un negozio di dischi, ad ascoltare roba che sembra anni ’90, a provare piacere nell’alternarsi di ruvido e dolce, a buttar su Under The Western Freeway, in realtà quel mondo vivacchia solo, nelle repliche e repliche e repliche e nei revival, revival, revival. Nel momento in cui ho saputo della morte di Kevin Garcia, ho realizzato che quel mondo è morto con lui. Era successo anche con Mark Linkous e adesso la sensazione si ripresenta, in un altro loop da cui non si esce. È il mondo con cui sono cresciuto, ma alcune volte mi chiedo se sia giusto continuare ad assecondarlo oppure se si debba seppellirlo e cambiare strada e ascoltare solo la musica di oggi. E non ho la risposta. Non è chiaro, se ami qualcosa ma allo stesso tempo ti rendi conto che ti ha incastrato, è difficile scegliere come comportarsi.

Mentre ci penso, oggi pomeriggio vado a comprare un bel disco dal mio One Man Shop.

Brooklyn VS Manhattan (vai nei negozi di dischi er Cittadone edition)

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Other Music, NY

In metropolitana c’era un ragazzo nero, molto alto e magro. No un regazzino, ma uno della mia età, nel pieno del limbo “se non lo faccio adesso nun lo faccio più”. Volto scavato, all’inizio era fermo e silenzioso. All’improvviso, quando il treno ha preso velocità, ha mollato il palo, con una mano si è alzato la maglia davanti, con l’altra ha iniziato a toccarsi a ripetizione tre punti precisi: fibbia, buco della cintura, passante dei calzoni. Fibbia, buco, passante. E intanto diceva cose sottovoce, in una lingua non umana. Quando ha alzato lo sguardo era molto carico e ha iniziato a rappare facendo avanti e indietro lungo il corridoio. Si capiva solo che c’erano delle rime dentro, secondo la mia opinione naturalmente tutte a livelli altissimi, tipo Eminem nel 2002. L’ha fatto per un minuto. Quando il treno ha iniziato a rallentare per fermarsi, si è bloccato e con l’indice della mano destra ha iniziato a toccarsi indice, medio e anulare della mano sinistra. Indice, medio, anulare. E intanto diceva cose sottovoce. Non ha chiesto soldi. Quando il treno si è fermato, è sceso con la tranquillità di un navigatone senza problemi psicologici. Era un power? Un furbacchione? O la sua inquietudine era vera? Io gli ho creduto.

Era la fine della nostra prima giornata a New York. In mattinata sono andato da Other Music, nell’East Village di Manhattan. Other Music ha aperto nel 1995, all’ombra di un gigantesco e vicinissimo Tower Records. Tre anni dopo, a rendere più scura e fredda quell’ombra, è arrivato anche un Virgin Megastore. Oggi Virgin e Tower non ci sono più, da qualche anno. Naturalmente Other Music c’è ancora (sinnò non c’andavo) ma chiude il 25 giugno. L’altra mattina c’era un sacco di gente. Erano tutti lì perché chiude o è sempre così? Magari non sempre, ma spesso, da quello che si legge in questa intervista a uno dei soci, Josh Madell. Le vendite vanno ancora molto bene. Allora perché chiude? Il mercato è cambiato, l’economia è cambiata, internet soddisfa prima di Other Music ogni richiesta dei clienti e non sembra esserci un futuro. “We’re trying to step back before it becomes a nightmare”, cit. È una presa di posizione realistica. Anche a New York alla gente inizia a non fregargliene niente di andare in un negozio di dischi se può scaricare comodamente da casa spendendo molto meno. È una battaglia dura quella.

Quindi quelli di OM si sono detti: fermiamoci per fare altro, che abbia sempre a che fare con la musica, ma altro. Facciamo un’etichetta: Other Music Recording Co. ha aperto nel 2012 in partnership con Fat Possum e fa uscire roba pop-psichedelica. Sempre con un occhio di riguardo per i gruppi de tendenza (cosa che vale per buon parte dello stock anche per il negozio), l’etichetta darà seguito all’attività svolta fino a oggi con il negozio limitandola alla produzione. “Vendo solo robba mia e non in ‘sto camerone de 60 metri” sembra dire Josh Madell, e sembra dire anche

“Ce stamo affa’ a guera. Quei contadini de bruklin ce stanno a rubba quei cinque cagnacci che se so fermati al 2000 e compreno ancora il supporto fisico caaaa musica drentro. Sti babbioni. Però noi con quei gabbioni ce campiamo e quindi me tira erculo”.

Il secondo motivo per cui Other Music chiude è che il centro daa musica si è spostato a Brooklyn, dove ha aperto anche Rough Trade, che non è solo un record shop ma un bar e una venue per dei gigs, mentre a Manhattan molti hanno chiuso, rimangono Bleecker Street Records e Generation. Other Music è sempre stato un negozio di dischi e stop e i proprietari non vogliono trasformarlo in altro. Nessun compromesso, nessun cazzo di bar, nessun palco per fare concerti. Ineccepibile come linea di condotta, anche perché le spese aumenterebbero non poco.

Mi vengono in mente alcune cose. Uno: mentre in Italia i negozi di dischi chiudono perché non ce n’è, a new York i quartieri si rubano i clienti. E arricchiscono l’offerta. Al di là di tutto, questo dà più valore al supporto fisico, che diventa la caramella con cui il negoziante conquista il cliente, il cibo con cui lo prende per la gola. Quindi deve essere buono e se deve essere buono lo standard della proposta si alza, in tutti i negozi. Di conseguenza quelli che aprono hanno spesso una buona proposta, aggiornata, che fa voglia, con prezzi leggermente diversi (Rough Trade è il più caro sulle novità in vinile: devono pagarsi anche il bar?). Passando da un negozio all’altro trovi da un lato una proposta simile, dall’altro una proposta particolare che caratterizza ogni singolo posto, cosa che succede anche in Italia. Se poi qualcuno decide che non c’è futuro, ha i suoi motivi, dovuti al fatto che magari non ci sono gli sghej per ampliare e cambiare l’attività, visto che Rough Trade di soldi negli anni ne ha fatti un po’ di più rispetto a Other Music.

Due: da noi, tenere la botta vendendo dischi, alcolici, cocktail, panozzi e organizzando gigs è durissima, da loro è il nuovo-vecchio trend, quello giusto, che funziona, e un povero stronzo che vuol fare il suo negozio di dischi (pure storico) se ne va affanculo non perché non vende ma perché un quartiere è meno sborone di 15 anni fa. Ed è il quartiere oltre a internet che decide di non dargli futuro. Paese strano l’America, pieno di contraddizioni. Da un lato la musica fisica vende ancora, dall’altro la moda la fa da padrona e la musica senza il trend non ha futuro.

La musica vende ancora ma deve essere addobbata di qualcosa, che può essere un cocktail o un concerto, tutte cose buonissime per carità, ma questo mi porta al punto numero

tre: il vinile non costa pochissimo in nessun posto (20-25 dollari in media, mi sembra), eppure c’è gente che s’ammazza per prenderli. Li ho visti con questi occhi. Perché va così. Bersi un drink al pomelo e mesqal con un vinilotto sotto braccio da Rough Trade costa un troiaio ma va bene: ascolti la musica giusta filodiffusa, parli con gente, finché andrà sarà bellissimo e imprescindibile. Ma quando non andrà più di moda? Niente, non succederà niente, perché molta musica figa non entra in quei circuiti, non viene ascoltata in filodiffusione, quindi continuerà a essere prodotta esattamente come adesso. Però i negozi di dischi scompariranno anche dal quartiere del momento, e sarà un peccato. Molta musica la posso comprare on line, sui siti delle etichette o su bandcamp (MAI su Amazon), anche se per li gruppi americani dall’Italia devo spendere un’unghia in spedizione, ma ci sto. Il problema non è la musica, quindi. Il problema è che sta scomparendo un mondo attorno alla musica e i posti in cui quel mondo sopravvive meno peggio (a New York, per esempio) ci riesce per altri motivi, che rendono la musica un pretesto e potrebbero sostituirla col salame, se fosse il trend del momento. E la gente potrebbe drinkare cocktail non “vegani” (visto che il vegan non sarà più di moda) e disquisire delle diverse tipologie di insaccati appesi al soffitto. I concerti sono i concerti, ed è bellissimo andarci, ma ho avuto come l’impressione che la gente ci vada perché va di moda ascoltare la musica, e le mode finiscono.

“Ma vedete d’anna’ ffanculo” direbbe il Sig. Maddell.

Non avevo mai pensato a quanto, con il tempo, possa essere rilevante, in una città come New York, la zona in cui apri. Tutto è legato a dove si sposta la tendenza. Tu puoi essere (stato) anche il negozio più figo del mondo ma hai semplicemente fatto parte della tendenza, non l’hai fatta tu. E lo scopri solo dopo anni, prima credevi di essere chissà chi. Lo stesso fatto che Other Music produca musica de trend ne è la dimostrazione. Il Village non è più il Village e se avevi aperto un’attività perché quello era il posto in cui essere, sei fregato. New York è un cittadone. Vista da fuori, detta le regole. Dentro, è piena di persone che le regole le seguono, proprio come Cesena. Magari uno ha un’idea che prende piede, e tutti dietro. Ma com’è che succede che un quartiere, inizia a dettare legge? Chi lo decide? Ho trovato questo articolo del 2011 che dice che essere residente a Manhattan o nell’East Village significa fare parte di una specie di élite. Da un certo punto di vista è vero (sto cercando di tradurre l’articolo). A Manhattan stanno un sacco di persone ricchissime provenienti da posti di vaccari come l’Arizona che decidono di passare la vecchiaia proprio lì. “Rich uncool people” vengono definiti. Quello della transumanza è un fenomeno iniziato 20 anni fa circa – quando ha aperto Other Music. A me non importa, però dal punto di vista di un negoziante che deve trovare il posto in cui aprire è un’informazione molto interessante. Anche alcune star, che potrebbero permettersi una casa a Manhattan (più cara di Brooklyn), decidono di prendersela a Brooklyn perché c’è maggior cultura (per citare il sindaco uscente di Gatteo) e più giovani. A quanto pare “Brooklyn vs Manhattan” è una questione dibattuta da tempo, discussioni su discussioni. Fermo restando che – al netto della questione economica (che se ci sei dentro significa che almeno fino ad ora te lo sei potuto permettere) – non mi dovete rompere il cazzo con la storia che non vi passa vivere a Manhattan, quello che posso fare è esprimere un’opinione superficiale basata su un’esperienza di qualche giorno. Brooklyn mi è sembrata molto più vivibile, decisamente non meno cara ma più pianificata per trascorrerci del tempo normale, non solo quello da squalo, facendo tutte le cose che devi fare per vivere e fartela passare molto bene. Anche le strade sembrano renderti la vita molto più semplice. E le case, anche solo a vederle da fuori, sono più basse, più normali, più accoglienti. Ecco perché Brooklyn sta stracciando Manhattan, perché è normcore. Col tempo la gente se n’è accorta, il normcore ha preso piede e per Manhattan è finita. Quello che interessa a me, che non andrò mai a vivere là ma potrò al massimo tornarci come turista, è diverso da quello che interessa ai local: io voglio dormire, mangiare e bere spendendo il giusto, assaggiare nuovi cocktail, non andare sotto a una macchina mentre guardo in aria e altre cose così, tra le quali vedermi un concertino e farmi un giro nei negozi di dischi. A Brooklyn a quanto pare vengono fuori come i funghi.

Quattro: per esempio a Brooklyn ci sono Music Matters e Captured Tracks. La Captured Tracks Records ha beccato nel proprio roster dei pezzi da novanta dell’indie pop contemporaneo come Mac DeMarco, Perfect Pussy, Mourn (quelli di adesso, non quelli hc) e DIIV. Negli ultimi anni ne ha indovinate di più rispetto all’Other Music e anche questo è segno del passaggio di attenzione da un quartiere all’altro. Rimane il fatto che solo nel 2013 OM Recording Co. ha prodotto il primo 7” dei Nude Beach, di Brooklyn, quindi il fatto che sia cambiato il vento non impedisce all’etichetta di andarsi a prendere i gruppi dall’altra parte del fiume e di farsi porta voce anche di quel quartiere, non per forza in termini di suono, quanto di rappresentatività.

Cinque: la moda più il quartiere giusto a NY fanno sopravvivere un negozio di dischi, un altro lo fanno chiudere. Come sempre, è la legge di Murphy.

record connection ephrata

Record Connection, Ephrata

Sei: internet sta sostituendo i negozi fisici ma negli Stati Uniti in giro ce ne sono ancora, anche dove non te l’aspetteresti, come quello a Ephrata (Washington) in mezzo alle mucche (va bene Facebook, ma hanno un sito della madonna). E qui siamo fuori città. Vale lo stesso discorso? serve qualcosa di cool per vendere? A Ephrata di cool c’è il commesso e il posto, un po’ da nerd della musica. C’è un catalogo infinito di dischi e cd nuovi e usati. Ho pochi termini di paragone per le mani e non posso dire che le mie conclusioni siano assolute, ma è possibile avere un negozio al di fuori delle dinamiche della città, come il Record Connection di Ephrata. Entri dentro e ti trovi di fronte a centinaia di dischi e cd. Al commesso vestito e pettinato come Steven Adler gliene sbatte i coglioni se si vive meglio a Manhattan o Brooklyn, mette su i Cheap Trick, fa il grosso con un cliente perché li conosce meglio di lui e (imprevedibile) mi sorride quando vado a pagargli 10 dollari per due cd usati dei REM anche se gli fanno cagare. Questo è un altro mondo ed è più o meno il paradiso, con prezzi super (15 dollari in media per i dischi, cd usati vendibili a 3 euro, come nuovi) e addirittura le novità. Ma, visto che non voglio cadere nel luogo comune del buon selvaggio, dico anche che le novità da RC costano esattamente come a Nuova York e che da Other Music ce ne sono molte di più e anche più ricercate, sempre rimanendo nel campo ristretto dell’indie punk emo noise rock degli ultimi 15-20 anni. Il che per assurdo mi fa dire che posti come quello di Ephrata, meno aggiornati rispetto ai negozi del Cittadone, sono fuori da certe dinamiche ma non agevolano tantissimo l’acquisto delle ultime uscite nei negozi e la danno vinta a internet. Lo puoi sempre ordinare, ma perdi delle possibilità di vendita di fronte a chi ti obietta allora lo ordino su internet.

Other Music era un negozio della madonna, con una buona scelta anche su altri generi come hip hop ed elettronica e prezzi buoni anche sul nuovo, in cd e vinile. Anche con le tasse, la spesa era affrontabile. Comunque, nulla è perduto, continuano a fare musica, a scoprire gente, magari tra un po’ andrà di modissima il rap e faranno fare un disco anche al mio amico, quello dell’inizio dell’articolo, che avrà 50 anni (se andrà benissimo), io sarò lì a dire l’ho visto rappare in metro quando nun era nessuno addirittura prima del demo e, naturalmente, era molto meglio.

Terminare le discoggrafie tranne l’EPPI’

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Ho completato la mia collezione dei The Evens. Il primo l’avevo in chede’, il secondo l’avevo scaricato, il terzo pure. Ho comprato anche il secondo in cd. The Odd (il terzo, uscita Dischord numbero 180) era stato ordinato in Germania per natale 2012 ma non è mai arrivato. Abbiamo protestato seriamente, ce l’hanno rispedito ma non è mai arrivato. Lost. L’ordine era per il vinile, quindi io non potevo non comprarlo sullo stesso supporto spendendo quasi il doppio rispetto al cd.
Li ho presi in due posti storici e questo mi rende fiero. Non mi capita spesso di comprare in posti storici. E non storici nel senso che, non so, sono stati costruiti nel XII secolo, ma che riguardano fatti/momenti/idee che fanno parte della piccola storia e che si sono incrociati con la mia ancora più piccola storia. Washington ha partorito gente come i Fugazi e la Dischord, o i Governement Issue (John Stabb RIP). Io ho comprato The Odd a Washington, da Smash Records. Fornitura punk hard core post hc da far arrossire il dio di questa roba, Henry Rollings never Stoned, cd usati a 5 euro, prezzi giusti su tutto (tasse escluse, ma le tasse in DC sono inferiori a quelle nello Stato di ny).

The Evens (Dischord 150) e Get Evens (Dischord 160) li ho comprati da Generation Records a New York, che io non avevo mai sentito dire. Figo è figo. È uno dei negozi di dischi rimasti a Manhattan dopo che la coolness si è spostata a B-Brooklyn. È abbastanza vecchio e tenuto in modo mediamente menefreghista da sembrare vero. Il commesso non ti saluta, gli scaffali sono sguarniti quanto basta da apparire “boh, cazzo mene” ma non così tanto da permetterti di dire scandalo! come sono messi??!! Vinile in media a 20 euro, cd a 15. Gran piano interrato con più cd usati della casa di Scaruffi, prezzi bellissimi tasse escluse. E nello stato di ny le tasse sono le più cattive di tutti.

The Evens sono uno dei miei gruppi preferiti, la cosa più primitiva e melodica allo stesso tempo che io abbia mai sentito. Sono Ian McKaye e Emi Farina, la sorella simpatica della famiglia Farina, quella di Goffo. Si può dire che si sente l’influenza dei Fugazi e degli Embrace, senza raggiungere quei livelli di distorsione gretta e aumentando l’importanza delle melodie ascoltabili. E si sente il minimalismo brutal dei The Warmers, pre-gruppo della farina.
Ci sono queste masse di suono che si spostano come montagne di pongo. E ci sono queste voci che danno equilibrio a tutto. Da Washington passa il fiume Potomac, che mi ha dato la stessa impressione: potente ma equilibrato. In città, fuori non so. La melodia è anche negli arpeggi della chitarra, una Danelectro (baritono, dai toni da bara). La Danelectro è la stessa che i miei genitori hanno regalato a mio fratello un po’ di anni fa. Ha un suono di cui mi sono innamorato subito, così datato e proprio perché tale di una cattiveria addolcita dagli anni. Ed è quel suono lì. Che The Evens usano sia per arpeggiare sia per montare una carica da uomo esperto e scafato ancora in grado di piazzare le note come e dove devono essere piazzate.

E il disco migliore è l’ultimo. Adesso ce l’ho, nonostante le resistenze della Merkel, che in piena crisi ha complottato affinché io non comprassi niente che fosse prodotto negli States. Embargo. Ma io sono andato là e ho completato la mia collezione. Dà ancora molte soddisfazioni comprare nei dischi nei negozi, soprattutto se in questo modo sconfiggi la Germania, terra in cui il rock non esiste. Mi manca l’eppì, che poi è un 7” (ma nel titolo del post suonava meglio eppì) che contiene due canzoni di The Odd ed è il Dischord 170: ogni 10 anni The Evens fanno uscire una roba. L’ultima uscita Dischord è 180 e 1/2. Siamo lontani.