Ci siamo, finalmente. I Dino hanno comunicato ufficialmente la data di uscita del nuovo album: il 18 settembre 2012. E hanno diffuso anche una nuova, simpatica foto.
Dinosaur Jr: nuovo album il 18 settembre 2012
Si chiama I Bet on Sky (qui la copertina) ed è il terzo album dopo la reunion di J+Murph+Lou del 2005, il decimo dal 1985.
Per ora, abbiamo solo questa anticipazione: un video di Lou Barlow che suona un pezzo dall’album. Ma sappiamo che i Dinosaur Jr. presenteranno in anteprima live il disco a Salerno, il 18 luglio.
Il precedente risale al 2009 ed è Farm. A tempi, Farm non ha mi ha conquistato subito: una volta sentito il singolo (Over It) mi si è arenato un pò nell’abitudine. Facile che succeda con band che hanno, sicuro, cambiato sound nel corso del tempo ma che comunque, modestamente, ascolti da 20 anni e, sempre modestamente, hai visto svariate volte dal vivo. Presto, comunque, ho capito che mi sbagliavo di grosso. L’album procede alla grande con pezzi molto diversi l’uno dall’altro, dalla ballata al brano più tipico, dalle canzoni (due) che portano la firma di Lou Barlow alle ritmiche più simpatiche e divertenti da canticchiare, anche ironicamente. In effetti, la chitarra di J. Mascis ha questo pregio, in questo e in altri dischi: è a tratti seriosissima e meravigliosa, a tratti ironica e beffarda.
Tornando nello specifico a Farm, contiene canzoni memorabili, come per esempio Said the People e Ocean in the Way. Il concerto all’estragon di Bologna di settembre 2009 fu uno spettacolo potentissimo, praticamente metal, in cui la band ha eseguito i pezzi dell’allora ultimo album con una spontaneità e una semplicità disarmanti e piacevolissime.
Aspetto i Dino in Italia il 18 luglio, nella consapevolezza che, in base a un confronto velocissimo tra la foto diffusa in attesa dell’uscita di I Bet on Sky e la foto diffusa all’uscita di Farm…
Dinosaur Jr, Farm (2009)
i rapporti tra Lou Barlow e J. Mascis sono migliorati molto.
Ah, il rock… È quella roba che se ti prende durante i teneri anni dell’adolescenza non ti molla mica più. È una cosa quella lì che ha una potenza inaudita. Una volta due miei amici uscivano con la stessa ragazza, si odiavano. Poi una sera ci fu un concerto rock e andammo tutti e tre, escludendo la ragazza. Hanno scambiato due parole (“Ciao”, “Ciao”) e non hanno fatto pace, ma si sono mossi insieme per vedere il rock, e non si sono presi a pugni. L’ho raccontato a un altro amico. “The power of rock!” ha commentato lui. Era Mario Macerone.
E proprio in onore del grande Mario Macerone scrivo questo articolo “The Power of Rock 2012 prima parte”, senza sapere se ce ne sarà una seconda. Si tratta di un’idea estremamente imprecisa, senza pretese: considero gli ultimi dischi rock che ho comprato e scrivo due righe su quelli che mi sono piaciuti di più, o di meno. Nessuna velleità enciclopedica, o di rubrica completa. Nessuna volontà di scrivere solo su roba nuova, o vecchia. Entrambe.
Here We Go.
Between The Times and The Tides Lee Ranaldo
Lee Ranaldo ha fatto uscire per Matador Beetween the Times and the Tides. Grazie al cielo è un disco in cui la sua chitarra si sente un bel pò, in cui Ranaldo non si vergogna di fare uscire la (sua) parte viva dei Sonic Youth. La fantasia non gli manca, Ranaldo lo dimostra nei casi in cui l’arrangiamento diventa intrigante e pure complesso. Non gli manca neanche un lato tenero. Ma quando parte, riesce a scheggiare quasi quanto in passato, quando era insieme al prode Thurston Moore (& Co.): nel 1992 in Wish Fulfillment di Dirty, o nel 1988 in Rain King di Daydream Nation… o in Skip Tracer di Washing Machine, 1995.
A+E Graham Coxon
Anche Graham Coxon ha fatto uscire un disco negli ultimi mesi. Si chiama A+E. Coxon l’avevo abbandonato prima di Love Travels at Illegal Speeds, quindi dopo Happiness in Magazines. Mi sono pentito di averlo fatto. Questo tizio è in grado di tirare fuori una chitarra che ancora urla, e che a volte miagola. In fondo credo che sia questo uno dei segreti di Coxon. Se segui solo quello che fa la chitarra durante le canzoni, è come passare a fare un salto dal macellaio, dove la tenerezza della carne contrasta senza successo la violenza della mannaia. Le capacità chitarristiche di Coxon erano già chiare nei Blur, ma dovevano essere liberate ed esplodere per manifestarsi appieno. E se a riascoltare 13 (1999) o Think Tank (2003) dei Blur a distanza di anni l’età si sente, a riascoltare The Sky is Too High o The Golden D (il primo e il secondo del Coxon, 1998 e 2000) non si nota neanche un capello bianco. Tra l’altro, in The Golden D Graham Coxon rifaceva That’s When I Reach For My Revolver, pubblicata nell’EP del 1981 Signals, Calls, and Marches dai Mission of Burma. Negli album solisti, Coxon abbatte ogni limite e possibilità di confronto: è lui che crea il sound, che, nel caso di A+E, è estremamente differente da una traccia all’altra (passate da The Truth a Seven Naked Valleys, o da Running for Your Life alla strofa di Bah Singer… e tenete presente che poi arriva Knife in The Cast). Ed è la chitarra che fa la differenza, non il resto.
Vs. Mission of Burma
È un piacere ri-scoprire a 33 anni, dopo qualche anno di polvere, un disco come Vs. dei Mission of Burma (1982). Con gli Husker Du, un altro gruppo americano anni ’80 sconvolgente. Vs. è stato pubblicato su Ace of Hearts Records ed è il primo album della band. Dentro Vs. c’è tantissima carne al fuoco: c’è l’elettronica, c’è il punk-rock, il cantautorato, la melodia, la distorsione, la noia, la rabbia, la depressione. Secrets è il brano che apre l’album e lo porta in una dimensione molto vicina ai migliori Sonic Youth, che proprio nel 1982 esordivano nel mercato discografico, con il primo EP. Poi c’è Trem Two, una ballata spiazzante, con un giro di chitarra (by Roger Miller) dolce e sospeso tra cadenze lente e ammalianti. È la canzone di cui mi sono innamorato su YouTube e che mi ha spinto a ri-cercare il cd.
Vs. è una sorta di sinfonia punk-rock-noise, senza compromessi, perchè libera da un contesto, seppur legata alla “scena” (ma c’era poi la consapevolezza di una “scena”?) indie americana anni ’80, attaccata a un’idea di canzone che va ben al di là della semplice idea della strofa, del bridge e del ritornello. La sposa, questa idea, ma la sconvolge, rivelando i suoi anfratti più misteriosi, con suoni meravigliosi.
Chissà se pensate che scrivo un mucchio di stronzate. Rimane comunque il fatto che continuo a immaginarmi un mondo in cui gli stronzi si combattono facendogli sentire la chitarra di Roger Miller in Trem Two, o la chitarra di Lee Ranaldo che salta su e va alla carica, o quella di Graham Coxon che trasforma le note da stupidine a un insieme di grandi idee geniali. In questo modo, contro gli stronzi, abbiamo un’arma (la chitarra rock) e ben tre tipi (differenti) di proiettili.
Siamo alle solite. Finisce una serie TV e ne cerchi un’altra. Le serie TV sono come i taralli, o come i Doriano. Finisce Fringe e arriva Games of Thrones. Prendi una pausa di riflessione da Games of Thrones e arriva Falling Skies. Falling Skies. Anche in questo caso, siamo alle solite: gli aleni hanno invaso la Terra, gli umani rimasti in vita fanno quello che possono per sopravvivere. In giro ci sono molti cuori infranti, rancori, remore, bambini geniali e uomini con le palle. L’occupazione aliena mette tutti sullo stesso piano: siamo tutti piccoli esseri infimi. I ragazzi però contano di più: gli alieni (esseri mostruosi) li rapiscono, gli ficcano una seconda spina dorsale sulla schiena, gli succhiano tutta la forza di volontà e li allevano come figli, come fanno gli animali.
Gli umani sono furbi: prendono in custodia un mostro, lo studiano, capiscono come fare a ucciderlo, di che cosa si nutre e che cosa attira la sua attenzione. Capiscono anche che quei cosi sviluppano un’energia forte. Falling Skies è prodotto da Steven Spielberg. I tempi sono sempre perfettamente calibrati (con qualche preferenza per la lentezza), gli attori molto bravi, gli alieni mostri ben fatti. Naturalmente, c’è una buonissima dose di paraculaggine: si calca molto la mano sull’amore paterno per i figli, sul dolore per la perdita dei cari, sulla difficoltà di vivere in una condizione di restrizione, con regole militari. Ma è bello così, perchè, se non fosse così, Falling Skies non avrebbe davvero la forza che ha, dovuta al fatto che il genere fantascientifico si è calato in questa serie nella paura di perdere tutto, la paura che gli alieni rubino corpo, cervello e anima dei figli.
Due sono i poteri cui fanno riferimento i sopravvissuti in fuga: quello militare e quello civile. Convincente la contrapposizione iniziale tra le due metà che si spartiscono il controllo, bella e per niente scontata l’idea in base alla quale il potere civile si contrappone al potere militare che attribuisce più importanza alla guerra in atto e mette in secondo piano la salvezza dei cittadini: tutto viene fatto per salvare la società, siamo in fuga e ci difendiamo per salvaguardare la popolazione, dice il capo dei civili (Tom Mason, Noah Wyle, ex John Carter in E.R. Medici in prima linea, ex Steve Jobs inI pirati di Silicon Valley); no, siamo in guerra, dice il comandante dei militari (Captain Dan Weaver, Will Patton). I militari sono rigidi, inizialmente, poi si ammorbidiscono, quando possono.
Al centro della storia è l’impianto, la seconda spina dorsale che gli alieni piazzano sulla schiena dei ragazzi catturati. Nascono tante domande. Quella eterna: gli alieni sono buoni o cattivi? A questo interrogativo la risposta, per fortuna, viene data subito: sono arrivati dal cielo, non per essere amici. Ci sono poi altre questioni, più focalizzate sulla storia specifica: quali conseguenze pagano i ragazzi sui quali viene innestato l’impianto? Una volta liberate, le vittime rimangono condizionate dagli alieni? Tutti? O solo quelli che sono stati impiantati più a lungo? Sono in contatto con loro?
Non so, mi fermo qui. Se volete saperne di più: fallingskiesitalia.blogspot.it.
Altrimenti, (doppio) appuntamento ogni domenica alle 21 su Cielo.