Mt.Zuma e altre cose che secondo me c’entrano con loro

Qualche giorno fa Manuel Agnelli ha pontificato sull’indie italiano. Ha detto che non ha i contenuti, non ha l’attitudine, è musica leggera camuffata da indie perché non esce per una major, è il peggior Venditti fatto male, eccetera. Qualcuno gli dica che The Giornalisti vogliono fama e figa e non gliene frega niente di essere indipendenti. Poi c’è stata la risposta di Paradiso, dei The Giornalisti, che ha detto che il peggior Venditti è comunque meglio del miglior Agnelli. In sostanza si son fatti due chiacchere a distanza, senza troppo impegno, e hanno tirato la merda sopra a chi era più facile tirarla: Venditti. Mi sono un po’ risentito di questa cosa e ho scritto all’ufficio stampa di Venditti per avere una replica o qualcosa di simile. Non ho avuto risposta e dovevo immaginarmelo prima: non possono rispondere a tutti e in fondo, anche se in cuor suo avrebbe voluto mandarli affanculo, era chiaro che Venditti avrebbe scelto di non rispondere alle provocazioni. Sarebbe stato divertente però. Al di là di tutto questo, e oltre al fatto che Agnelli non ha capito la differenza che in tutto il mondo si è creata da anni tra indie e indipendente, la cosa che mi ha fatto più incazzare è che continui a sentenziare molto sulla musica indie credendo di parlare di musica indipendente e non sapendone niente, non sapendo che in realtà la musica indipendente in Italia esiste ma che è un’altra e lui non sa neanche dove cercarla. È rimasto fermo al Tora! Tora! Festival o alla serata degli Afterhours a Sanremo, quel periodo in cui si sentiva capo dell’indie italiano e voleva assolutamente divulgare il verbo, mantenendo l’attitudine.

Per esempio, i Mt.Zuma. Con una battuta su un comunicato stampa hanno asfaltato tutto quello che Agnelli ha detto. Non l’hanno fatto di proposito, la loro non è una risposta pensata e strutturata per Manuel Agnelli, e neanche una risposta. È presa da un altro momento, da una situazione lontana, è talmente estranea da essere successa prima dell’intervista. Corrispondendo però alla realtà del mondo di cui Agnelli parla senza sapere nulla, può essere considerata una risposta alle sue teorie.
Facciamo conto che i Mt.Zuma dopo le prove vadano sempre in una pizzeria al taglio di Bologna, di quelle in cui un quadretto o uno spicchio sono grandi quanto una mano di Gianni Morandi. La pizzaiola li conosce bene ormai, tanto che una sera gli chiede perché dopo mesi di sala prove siano ancora lì e non vadano a X Factor. Loro, masticando la crosta bubble gum della pizza e cercando di risolvere il pastone che gli si è fermato sul gozzo con un sorso di Splugen, rispondono: “Vorremmo farcela da soli”, “Sì, ma anche non farcela, da soli”.

E tutte le teorie di Agnelli perdono senso, se ne hanno avuto mai. Adesso come adesso, i Mt.Zuma non vogliono farsi conoscere e questo sembra proprio il contrario del “divulgare il verbo” per essere d’esempio ad altri. Vogliono suonare la musica che vogliono suonare, anche a pochissimi, che però valgono oro. Non c’è un disegno di conquista o la volontà di mantenere un’attitudine decisa per legge, comunque il disco è bello e mi pare che sia una cosa importante. Non esiste un solo modo di fare, non esiste solo la voglia di far diventare famoso l’indie, ma immagino che uno che suona possa anche voler semplicemente suonare quello che vuole. I Mt.Zuma sono con una piccola etichetta, More Letters Records, suonano musica che nessuna radio passerebbe ma con le melodie più belle che si possano sentire. E And I Love You and I Don’t Mind è un pezzo del testo di Anna and I che riassume tutto con otto parole. La comunione d’intenti, le idee chiare sui gruppi che ti piacciono davvero, distorcere tutto, il voler suonare, saper suonare ma non saper suonare e farlo subito sono sufficienti per fare un disco così, più spedito di ogni band con un percorso chiaro in testa, che è legittimo, ma non può essere imposto da un guru. In Romagna per descrivere qualcuno che va sempre dritto al punto si dice “ha poche ossa nella maletta”. Di solito si usa per le persone ma penso che si possa usare anche per un disco. Quando Manuel era indie, o diceva di se stesso di esserlo, e si proclamava ambasciatore della musica indipendente in Italia portando in giro il Tora! Tora!, aveva già perso tutto, non conosceva più lo spirito che ha permesso ai Mt.Zuma di fare il disco che hanno fatto.

Al netto di tutte queste pippe, la musica dei Mt.Zuma è amore per l’indie rock degli anni ’90, di quelli con la chitarra che viaggia con giri veloci e distorti, il basso corre come se la strada fosse solo in discesa, con una spontaneità, una voglia e un’originalità che a volte penseresti che non possono coesistere, la batteria sembra stare lì solo per tenere in piedi tutto in realtà dietro ha un mondo suo e la voce canta le melodie più immediate ma necessarie che ci siano, come alcuni Sebadoh. Aggiungi il noise rock e Neil Young meno hippie e puoi immaginare che i Mt.Zuma stiano facendo una scorpacciata di questa roba in questo momento e la stiano riversando dentro alla loro musica, con quella forza che solo questo attimo d’amore può dare, e nessun altro momento successivo. Credo facciano parte di una serie di gruppi venuti fuori in Italia negli ultimi tempi, come Big Cream e Any Other, il cui decennio-riferimento è lo stesso ma ognuno dei quali ha preferenze precise. Una volta c’erano anche i Clever Square e gli Unhappy, purtroppo adesso non esistono più. Può anche essere considerata musica eccessivamente legata a determinati modelli, di cui magari prima o poi ci si libererà, ma per quanto mi piaccia sentire che qualcuno (Alex G) cerca di sporcare con idee nuove i punti di partenza, questi dischi continuano a uscire e io continuo ad ascoltarli e non è che ci sia nessuno che mi obbliga a farlo, che mi punta una pistola alla tempia, quindi è chiaro che ci provo gusto. Perchè è proprio anche l’idea che mi piace, quella di fare una cosa unica della musica che vuoi ascoltare, prenderla, masticarla con foga e trasformarla di nuovo in canzoni, come un organismo vivente che genera vita mangiando solo quello che gli piace. In più, se sei anche capace di scrivere i pezzi belli come i Mt.Zuma, allora fai bingo.

streaming: Mt.Zuma (6 pezzi)

Cosa bolle in pentola: musica di questo tempo roba per starci dentro

In questo tempo di distruzione della politica italiana, in cui nessun ci sta dentro e ci permette di credere in un futuro migliore, come invece succedeva ai tempi di Berlinguer – mi raccontava mio babbo – è necessario trovare qualcosa per farcela passare al meglio possibile. La musica è sempre stata una fantastica medicina da questo punto di vista, e lo è ancora. Certo oggi è difficile scegliere cosa ascoltare, perché internet e bla bla bla. È un momento in cui saltano tutti i punti di rifermento e anche figure fondamentali della musica e della critica musicale sbarellano e sbroccano, o semplicemente cambiano direzione prendendo le strade più assurde e iniziando ad ascoltare roba che non avresti mai detto. E io cosa faccio? Rimango lì a dire ma cosa sta succedendo? E cerco comunque di capirci qualcosa e non perdere la bussola e il tempo, non rovinarmi ad ascoltare cose di cui non m’interessa assolutamente niente semplicemente perché bisogna ascoltarle perché tutti ne parlano. Il percorso musicale. È quello che uno cerca sempre di costruirsi, giusto? Deve essere diverso da quello degli altri, o può essere anche simile, l’importante è che sia vero. E se mento anche a me stesso mi trovo dritto dentro a un film in una scena qualsiasi in cui si dice “ho mentito a me stesso”. Per quanto sia bello vedere i film, lo sarebbe un po’ meno vivere in un set perennemente. Quindi devo ascoltare quello che mi fa stare bene, o anche male, basta che mi faccia stare in qualche modo davvero. Bello essere musicalmente onnivori, ma c’è un limite e consiste proprio nel godere di quello che si ascolta, guardare aventi e pensare voglio ascoltare questo per sempre. Oppure a un certo punto anche guardarsi indietro e dire “questa è la mia musica, ne voglio ancora”. O anche cambiare direzione, purché sia una svolta sincera.

Quindi, in questo periodo di fanatismi complottari e di post verità M5S su qualsiasi cosa (l’altro giorno un collega mi ha detto “chi usa il foglio di carta potenzialmente è un assassino”) ho bisogno di certezze, o anche di qualcosa che sia l’opposto di una certezza per farmi capire cos’è la certezza. I tempi cambiano. Per esempio, qualche anno fa in certi momenti avevo la certezza che mi sarei preso quattro schiaffoni di lì a breve da mia mamma (mia mamma non ha mai esercitato la violenza su di me eh, si parla solo di quegli schiaffoni educativi): a una festa a casa mia, a un certo punto un amico ha preso la pentola più grande che c’era, l’ha messa sul fuoco e c’ha buttato dentro tutto quello che gli andava. L’ha chiamato il Cosa bolle in pentola. Il giorno dopo la pentola era tutta bruciata, da buttare. Il giorno dopo ancora mia mamma è tornata a casa, l’ha scoperta, mi ha dato quattro schiaffi e io ero sicuro che l’avrebbe fatto. Dicevo, i tempi sono cambiati perché le certezze sono diverse, oggi. Ma neanche tanto, a pensarci bene. Quella volta di questo gioco incredibile del mio amico, dopo averle prese da mia madre, mi sono chiuso in camera non a piangere ma ad ascoltare a ripetizione What’s the Frequency, Kenneth? I R.E.M mi piacciono tantissimo ancora oggi: sono una certezza. Quindi, le cose (oggi) non sono cambiate neanche tanto perché, in questi tempi bui e in cui nessuno sa darti al di fuori della tua famiglia una sicurezza che sia una, una buona idea che sia una, una soddisfazione, in questi tempi in cui neanche mia mamma mi dà più gli schiaffoni, in cui nessuno sa riempirti lo stomaco con una cosa bella, bisogna far ricorso alla musica che ti piace e trovare qualcosa che sia nel percorso. La certezza vuol dire speranza, sicurezza e consapevolezza che si può cambiare e in meglio. Casualmente ho trovato tutto questo in tre dischi, ultimamente.

Rocket, (Sandy) Alex G. Alcune volte è un omaggio a Elliott Smith, altre lo senti che si libera del passato e parte, si spinge oltre e rischia. Alex Giannascoli, polistrumentita di Philadelphia, studente della Temple University, ex The Skin Cells, dal 2010 sull’onda di un ego trip profondo e teso che gli ha fatto fare passi da gigante. Lui è la speranza che abbia ancora senso scrivere canzoni indie rock e ha voglia di dare spazio al gioco e alla sperimentazione. Il suo modo di scrivere sembra non-sentito da nessun altra parte. Quello che mi piace di questo disco è che, prima, imposta i suoi modelli (il country, Elliott Smith) poi li abbandona. Qualche volta tornano ma i pezzi più sperimentali ritagliano uno spazio all’evoluzione e alla speranza che ci sia ancora qualcosa di significativo da dire a partire dai riferimenti, al di là dei riferimenti, spesso sinceri e bellissimi, ma pur sempre fotocopiativi. Quando sperimenta, Alex G è dark e psichedelico, scattoso e ruvido. Ma anche capace di melodie che potrebbero andare avanti per ore. Passa da jazz al blues, da pezzi strumentali country-Carpenter a robe alla Beastie Boys e Talibam, dalla ballata al pianoforte. E autotune, che sembra una malattia, invece è una tendenza, da cui si è fatto prendere anche lui e l’ha messo dentro al pop rock, rubandolo all’hip hop. Lo tollero.

Snow dei New Year. Quando pensi di essere rimasto senza parole e trovi il disco che dice quello che vorresti sentirti dire. Snow è proprio quello che mi aspettavo, lo volevo così e me l’hanno dato così. Alex G e The New Year rappresentano due modi diversi di interpretare il passato e svilupparlo nel presente, entrambi abbracciabili. Il presente è il passato non sviluppato, decontestualizzato ma ancora incantevole: forse perché l’hanno vissuto, The New Year non hanno intenzione di cambiarlo. Oppure è il coraggio di forzare e osare e forse Alex G lo riesce a fare perché quel passato l’ha semplicemente amato ma non vissuto. Non so, però mi servono entrambi, adesso, per capirci qualcosa.

An Open Letter To The Scene di Walter Schreifeis è un disco del 2010 tornato a galla grazie a un amico su Facebook. Walter Schreifeis ha suonato in gruppi come Gorilla Biscuits, Quicksand, Youth of Today eccetera. Una volta erano il meglio, almeno per un po’ di tempo, ho sempre preferito l’indie rock all’hardcore ma comunque mi facevano partire il testosterone queste band, nel senso che mi caricavano le gambe. Ma Walter Schreifeis è l’esempio di come si possa cambiare in meglio seguendo il corso del tempo e della vita (diventando vecchi ndr) e seguendo miracolosamente lo stesso percorso di chi ascolta. Se avesse fatto un altro disco hardcore mi avrebbe bollato il cervello, An Open Letter To The Scene invece è la sicurezza che le cose possono migliorare con il passare del tempo. E (ti dirò di più) rimanere migliori anche a sette anni di distanza dalla pubblicazione.

QUELLO CHE NON MI È SERVITO.
Spiral Stairs, Doris and the Daggers. Pensavo di trovarci almeno un po’ di orgoglio, un po’ di vita da nonno. Invece è un disco di jingle, pieno di quella gioia che trovi solo quando hai una certa età e sorridi senza motivo. Niente a che vedere con The Real Feel.
Guided by Voices, August by Cake. Robert Pollard è ancora capace di scrivere 31 canzoni per un disco, stupisce la forza fisica, il suo portentoso andare avanti e ancora avanti e avanti. È un prova fisica, una maratona senza doping. Un disco bellissimo, una roccia dell’indie rock, il Presidente. Ma non mi ha dato per ora quello che volevo. Per me Pollard è un’Istituzione, come la Chiesa o lo Stato. Ma adesso non volevo un’Istituzione.
Dichotomy Desaturated di CFM è un bella cavalcata sulla chitarra, una chitarra di quelle convinte di bastare a se stesse per andare lontano con la mente, e che non serva il peyote. Questa chitarra può essere una certezza per molti, non lo è per me perché in fondo l’ho ascoltata come ne ho ascoltate molte altre simili. E perché questo disco mi ha fatto venire un dubbio: non l’ho mai provato, ma se l’avessi fatto, la mia vita sarebbe stata meglio se a un certo punto avessi preso il peyote?
Feedtime, Gas. Alcune cose sanno di muffa ma è il blues senza speranza. Che per ora lascio stare.

QUELLO CHE MI È SERVITO ANCORA MENO.
Liberato è su Spotify. Liberato è la fotta per i neo melodici che viene quando si avverte un forte desiderio di smettere di ascoltare le cose per prendere altre strade e dimostrare a se stessi di aver fatto il giro di boa e aver capito. La musica di Liberato non la trovo nemmeno attuale perché quando partono Nove Maggio e Tu T’e Scurdat’ ‘e Me il cielo si fa subito All That She Wants. La mistica del linguaggio mesculato è come la confusione delle lingue, una babele nella Napoli dell’amore e della guerra, ma non ce la faccio a non ridere. Non so se lui l’ha fatto per far ridere. Non posso farci niente, mi viene in mente il cantante napoletano, quello biondo, naturalmente no Nino D’angelo, ma quello ch’è andato a X Factor. Marco Marfé, arrestato perché era coinvolto in un giro di usura. Un altro invece è Raffaello Migliaccio, che ha sparato a un tipo. Questo brodo di malavita è quello dentro al quale crescono (spesso). In effetti loro sono piuttosto anni 90, storie da gangster, vita nell’illegalità e cose così, ripropongono esattamente il modello di musicista napoletano-americano che mi aspetto. ma agli americano gliel’abbiamo insegnato noi a fare i gangster, quindi si potrebbe dire che Liberato riproduce un modello italiano, rifatto dagli americani nel gangsta rap e ripreso per rivendicarne la paternità dai melodici della tradizione e dai neo melodici. Non so se Liberato delinque, però non mi suona un granché innovativo, né nazionalmente né internazionalmente parlando. È tutto gliccioso e spumoso come i suoi colleghi neo melodici e mi pare di sentire uno di quei dischi dance che ballavano a Non è la Rai. Mi pare un ascolto del giro di boa e non mi pare una certezza, o una garanzia di futuro. Il futuro non deve essere una garanzia, ok, si costruisce sulla rivoluzione, sulle cose nuove nuovissime e imprevedibili. Ma le categorie di rivoluzione e cose nuove e nuovissime uno se le costruisce un po’ come vuole, magari sbagliando rispetto all’oggettività, ma sapendo che quelle categorie sono sue.

È molto triste sentire Volare di Rovazzi-Morandi e rimanere apatico fino a quando Morandi non fa il suo solo. Il vecchio oscura il giovane. Che brutta immagine del futuro. Ma è il giovane che ha scritto il testo e ha lasciato al vecchio la parte migliore, per far credere ai frignoni come me che il vecchio sia migliore del giovane. Un punto per Rovazzi, quindi. Peccato però per quella cosa del rimanere apatico per quasi tutto il pezzo, Andiamo a comandare era una bomba sin dall’inizio. Un po’ Blink 182 Volare, nel suo incipit. Rovazzi, al contrario di Liberato, è davvero contemporaneo, perché è la summa di youtuber, musica da tamarri da prendere alla leggera, ma anche da studiare come fenomeno musicale. Ma si è già sgonfiato. E soprattutto è quello che chiamano geniale perché è troppo stupido. La stupidità è un regalo degli anni 90, ma quella era una stupidità costruttiva, Rovazzi distrugge, soprattutto distrugge le palle già alla sua terza canzone.

Passo e chiudo con il testo di Open Letter To The Scene di Walter Schreifeis.

A good man has gone
Into the great beyond
Straight edge or skinhead
Often both at the same time
He had a good influence on many people´s lives
You’ll bend up the eyes

Don’t forget the struggle, don’t forget the streets
Don’t sell out!
An open letter to the scene
And not everybody liked him all the time
But at the sunday matinee he filled the sky

To dear departed
And to the broken hearted family
At the hardcore funeral
I cried and i cried
For the passing of a hero on the lower eastside
Not everybody liked him all the time
At the sunday matinee he filled the sky

Don’t forget the struggle, don’t forget the streets
Don’t sell out!
An open letter to the scene

To dear departed
And to the broken hearted family
At the hardcore funeral
I cried and i cried
For the passing of a hero on the lower eastside
Not everybody liked him all the time
At the sunday matinee he filled the sky

Don’t forget the struggle, don’t forget the streets
Don’t sell out!
An open letter to the scene

I Had A Chiacchierata (no intervista) con Girless sul disco nuovo

Questa non è un’intervista, una di quelle cose in cui uno fa una domanda e l’altro in qualche modo deve rispondere perché altrimenti non è più un’intervista, quelle in cui una volta fatto tutto, se non vuoi fare lo stronzo, rispedisci tutto all’interlocutore per una letta veloce, oppure anche no. Questo è solo il resoconto, non completo ma con quello che mi ricordo io e solo col punto di vista mio, di una chiacchierata di dieci minuti, o forse un po’ di più, e non programmata, con Tommaso Gavioli ovvero Girless.

È successo la sera del concerto di Bob Nanna, in una location romantica sul Porto Canale di Cesenatico: fuori dal The Brew. L’attacco è stato tutto dedicato alla libreria della mia morosa, che per il record store day ha fatto la vetrina con alcuni dischi, tra cui anche I Have A Call di Girless, ha messo la foto su Facebook, lui l’ha vista e gli è piaciuta. Quindi mi ha detto: bella! e mi ha raccontato la storia dell’adesivo che c’è appiccicato sopra al cd. Storia che racconterei se solo riuscissi a buttarla giù senza duecento giri di parole. C’ho provato e in questo momento non ci riesco. In sostanza, che l’adesivo fosse stato attaccato lì sopra, sbam!, come una patacca, lui l’ha saputo (con piacere) vedendo la foto della vetrina.

Il disco parla della vita di otto personaggi celebri morti suicidi. Girless immagina i loro pensieri e quello che li ha portati a fare quella scelta. I titoli delle canzoni sono i nomi delle persone, come in Persona di Urali ma con contenuti molto diversi. Anche l’ultimo disco di Lorenzo Senni si chiama Persona e il motivo ce lo spiega lui su Noisey: “È una parola che esiste in italiano e in inglese con significati leggermente diversi: individuo e personaggio. Poi c’è questo videogioco giapponese che si chiama Persona basato sulla dicotomia tra i protagonisti e creature che rappresentano l’incarnazione di aspetti segreti del loro carattere: emergono in battaglia e li aiutano. Questa dualità mi ha sempre interessato tra quello che ho vissuto e come mi presento. Tra aspetti apparentemente inconciliabili di me. Torniamo sempre alla storia delle aspettative disilluse, alla fine“. Quindi si potrebbe pensare che tra musicisti italiani più o meno diversi tra loro ci sia un interesse comune nei confronti di quello che sta dentro e dietro alle persone e alle loro vite. Il genere è l’adpersonamuz, per ora ha pochi rappresentanti, ma esploderà, perché i contenuti e lo storytelling sono già la base di tutto.

I Have A Call di Girless mi piace per metà, nel senso che le ballate folk mi piacciono molto, e penso che Tommaso abbia una bella voce e sia bravo a scrivere quel tipo di pezzi con la chitarra. Mentre le canzoni più urlate non mi piacciono. Da qui è partita la conversazione sul disco. Esattamente come per la parte 2 dell’ultimo album dei Girless & Orphan, coi pezzi più pub punk non ce la faccio, gli ho detto. Al che lui mi ha gentilmente fatto notare che di quel tipo lì ce ne sono poche nell’album solista, e in effetti ha ragione, perché sono tre: MarioLuigi e un po’ di Sylvia.

Abbiamo parlato soprattutto di Mario (Monicelli), Virginia (Woolf) e Vladimir (Majakovskij). Le canzoni contengono quello che Tommaso sa dei personaggi, che sapeva già o che ha imparato per preparare il disco. Ha studiato, ha letto e ha scritto. Ricordo che un’altra volta mi aveva detto di non essere un grandissimo lettore (di professione fa il medico), ma per fare il disco si è trovato a leggere biografie, poesie e romanzi, e gli è piaciuto. Quando fare una cosa ti porta al di fuori di te stesso e ti permette di conoscere robe nuove, di studiare insomma, è un risultato molto utile. In questo caso scrivere canzoni è diventato un mezzo per imparare, che secondo me non è male per niente. Le poesie che ha letto sono quelle di Majakovskij e, per quanto nel momento in cui abbiamo parlato io non conoscessi benissimo i testi delle canzoni, ero comunque stupito di ritrovarlo tra gli otto. Majakovskij non è un personaggio così conosciuto. Sì ok, sappiamo chi è, ma gli altri della lista sono più noti, quasi tutti, tranne forse Giuseppe Pinelli e Sylvia Plath. Mentre Tommaso diceva questa cosa, io pensavo a quella volta in cui a un amico, all’esame di maturità, chiesero Majakovskij e il mio amico fece scena muta. Per stessa ammissione (postuma) del professore, con quella domanda lo volle inculare, perché Majakovskij non era neanche in programma.

Di Monicelli penso che non fosse antipatico solo perché a volte rilasciava dichiarazioni da stronzo. Parlandone, Tommaso c’ha beccato in pieno: alla fine a Monicelli non interessava arrivare dov’era arrivato, voleva solo fare i suoi film, raccontare le sue storie e si è sempre comportato di conseguenza. Era onesto, sincero, e così è rappresentato nella canzone, che infatti è una di quelle in cui Girless urla.

Mi rendo conto che l’articolo in certi passaggi sia privo di collegamenti, ma la conversazione è stata così. Non sempre mentre parli colleghi in modo armonioso, ma per costruire il discorso salti di qua e di là tentando di mettere insieme tutti i pezzi che ti passano per la testa in quel momento.

Poi abbiamo parlato anche di Ernst (Hemingway), il singolo, e io gli ho ricordato che in settembre, il giorno prima che uscisse, c’eravamo incontrati proprio lì, fuori dal The Brew. Un posto di mare, neanche a farlo apposta. È passato molto tempo tra il lancio e l’uscita, anche perché in ottobre Tommaso è partito per un tour con Brightr, poi s’è preso tutto il tempo per fare le cose che andavano fatte, e la release è stata all’inizio di aprile. Cosa ci siamo detti sul suicidio di Hemingway? Niente, solo che la canzone è bellissima, ho detto io. I learned the sea can set you free but nothing can keep me warm riassume tutto, aggiungo adesso. Non abbiamo parlato di Pinelli, che in realtà “è stato suicidato”.

Virginia è la canzone in cui si nota di più il tocco di tutto il disco, che non dice mai davvero il come si sono suicidati, ma il perché, raccontando cose che diventano metafora del percorso che ha condotto a quella scelta. Ci sono richiami diretti al mezzo usato (le scale di Primo Levi, il colpo di pistola di Hemingway) ma Girless non la mette mai giù diretta, ci gira intorno. Virginia Woolf è un personaggio difficilissimo, in balìa di una sindrome depressiva potentissima. Alla fine, ha deciso di riempirsi le tasche di sassi e buttarsi in un fiume. Sono quasi sicuro che Tommaso abbia parlato di questo dettaglio, anche se non sicurissimo. È una scena che da quando la so mi è rimasta impressa, e quando si parla di Virginia Woolf mi si piazza davanti al cervello. Di sicuro, Tommaso ha parlato della lettera al marito, e di acqua. E ne parla anche nel testo della canzone – adesso che ho studiato lo so – con un arpeggio abbastanza ipnotico sotto. Nelle parole di Girless viene fuori bene la difficoltà di trattare le vite degli altri e il suicidio: non sono mai descrittive, più che altro evocative, e quindi delicate. Non è che Girless ti dice: HO CAPITO IO COME BISOGNA FARE A PARLARE DI STE COSE, LEGGI E ASCOLTA QUI. No, che sia difficile si sente, ed è una delle cose migliori del disco.

A un certo punto ci siamo messi a dire cose sul suono, colpa mia, che gli ho detto che il disco suona bene. Al che lui ha iniziato (giustamente) a darmi alcuni dettagli. Il lavoro sulla chitarra e la voce è stato fatto tutto allo Stop Studio di Rimini ed è riuscito bene. Perché comunque, sembra, ma non è così facile farle uscire bene, anche se sono solo due. A volte senti delle cose talmente pressate… Io annuivo.

A mezzanotte e sette è venuto fuori Ivan, cioè Urali, che ha detto a Tommaso: “Vai a fare gli auguri di compleanno alla tua morosa che è passata la mezzanotte” e Tommaso si è fiondato dentro. Al che io e Ivan ci siamo detti che sette minuti di ritardo sono imperdonabili, e ci siamo messi a parlare, completamente di altro. O, non c’era modo di liberarsi delle rock star quella sera.

Streaming di I Have A Call.