Cosa bolle in pentola: musica di questo tempo roba per starci dentro

In questo tempo di distruzione della politica italiana, in cui nessun ci sta dentro e ci permette di credere in un futuro migliore, come invece succedeva ai tempi di Berlinguer – mi raccontava mio babbo – è necessario trovare qualcosa per farcela passare al meglio possibile. La musica è sempre stata una fantastica medicina da questo punto di vista, e lo è ancora. Certo oggi è difficile scegliere cosa ascoltare, perché internet e bla bla bla. È un momento in cui saltano tutti i punti di rifermento e anche figure fondamentali della musica e della critica musicale sbarellano e sbroccano, o semplicemente cambiano direzione prendendo le strade più assurde e iniziando ad ascoltare roba che non avresti mai detto. E io cosa faccio? Rimango lì a dire ma cosa sta succedendo? E cerco comunque di capirci qualcosa e non perdere la bussola e il tempo, non rovinarmi ad ascoltare cose di cui non m’interessa assolutamente niente semplicemente perché bisogna ascoltarle perché tutti ne parlano. Il percorso musicale. È quello che uno cerca sempre di costruirsi, giusto? Deve essere diverso da quello degli altri, o può essere anche simile, l’importante è che sia vero. E se mento anche a me stesso mi trovo dritto dentro a un film in una scena qualsiasi in cui si dice “ho mentito a me stesso”. Per quanto sia bello vedere i film, lo sarebbe un po’ meno vivere in un set perennemente. Quindi devo ascoltare quello che mi fa stare bene, o anche male, basta che mi faccia stare in qualche modo davvero. Bello essere musicalmente onnivori, ma c’è un limite e consiste proprio nel godere di quello che si ascolta, guardare aventi e pensare voglio ascoltare questo per sempre. Oppure a un certo punto anche guardarsi indietro e dire “questa è la mia musica, ne voglio ancora”. O anche cambiare direzione, purché sia una svolta sincera.

Quindi, in questo periodo di fanatismi complottari e di post verità M5S su qualsiasi cosa (l’altro giorno un collega mi ha detto “chi usa il foglio di carta potenzialmente è un assassino”) ho bisogno di certezze, o anche di qualcosa che sia l’opposto di una certezza per farmi capire cos’è la certezza. I tempi cambiano. Per esempio, qualche anno fa in certi momenti avevo la certezza che mi sarei preso quattro schiaffoni di lì a breve da mia mamma (mia mamma non ha mai esercitato la violenza su di me eh, si parla solo di quegli schiaffoni educativi): a una festa a casa mia, a un certo punto un amico ha preso la pentola più grande che c’era, l’ha messa sul fuoco e c’ha buttato dentro tutto quello che gli andava. L’ha chiamato il Cosa bolle in pentola. Il giorno dopo la pentola era tutta bruciata, da buttare. Il giorno dopo ancora mia mamma è tornata a casa, l’ha scoperta, mi ha dato quattro schiaffi e io ero sicuro che l’avrebbe fatto. Dicevo, i tempi sono cambiati perché le certezze sono diverse, oggi. Ma neanche tanto, a pensarci bene. Quella volta di questo gioco incredibile del mio amico, dopo averle prese da mia madre, mi sono chiuso in camera non a piangere ma ad ascoltare a ripetizione What’s the Frequency, Kenneth? I R.E.M mi piacciono tantissimo ancora oggi: sono una certezza. Quindi, le cose (oggi) non sono cambiate neanche tanto perché, in questi tempi bui e in cui nessuno sa darti al di fuori della tua famiglia una sicurezza che sia una, una buona idea che sia una, una soddisfazione, in questi tempi in cui neanche mia mamma mi dà più gli schiaffoni, in cui nessuno sa riempirti lo stomaco con una cosa bella, bisogna far ricorso alla musica che ti piace e trovare qualcosa che sia nel percorso. La certezza vuol dire speranza, sicurezza e consapevolezza che si può cambiare e in meglio. Casualmente ho trovato tutto questo in tre dischi, ultimamente.

Rocket, (Sandy) Alex G. Alcune volte è un omaggio a Elliott Smith, altre lo senti che si libera del passato e parte, si spinge oltre e rischia. Alex Giannascoli, polistrumentita di Philadelphia, studente della Temple University, ex The Skin Cells, dal 2010 sull’onda di un ego trip profondo e teso che gli ha fatto fare passi da gigante. Lui è la speranza che abbia ancora senso scrivere canzoni indie rock e ha voglia di dare spazio al gioco e alla sperimentazione. Il suo modo di scrivere sembra non-sentito da nessun altra parte. Quello che mi piace di questo disco è che, prima, imposta i suoi modelli (il country, Elliott Smith) poi li abbandona. Qualche volta tornano ma i pezzi più sperimentali ritagliano uno spazio all’evoluzione e alla speranza che ci sia ancora qualcosa di significativo da dire a partire dai riferimenti, al di là dei riferimenti, spesso sinceri e bellissimi, ma pur sempre fotocopiativi. Quando sperimenta, Alex G è dark e psichedelico, scattoso e ruvido. Ma anche capace di melodie che potrebbero andare avanti per ore. Passa da jazz al blues, da pezzi strumentali country-Carpenter a robe alla Beastie Boys e Talibam, dalla ballata al pianoforte. E autotune, che sembra una malattia, invece è una tendenza, da cui si è fatto prendere anche lui e l’ha messo dentro al pop rock, rubandolo all’hip hop. Lo tollero.

Snow dei New Year. Quando pensi di essere rimasto senza parole e trovi il disco che dice quello che vorresti sentirti dire. Snow è proprio quello che mi aspettavo, lo volevo così e me l’hanno dato così. Alex G e The New Year rappresentano due modi diversi di interpretare il passato e svilupparlo nel presente, entrambi abbracciabili. Il presente è il passato non sviluppato, decontestualizzato ma ancora incantevole: forse perché l’hanno vissuto, The New Year non hanno intenzione di cambiarlo. Oppure è il coraggio di forzare e osare e forse Alex G lo riesce a fare perché quel passato l’ha semplicemente amato ma non vissuto. Non so, però mi servono entrambi, adesso, per capirci qualcosa.

An Open Letter To The Scene di Walter Schreifeis è un disco del 2010 tornato a galla grazie a un amico su Facebook. Walter Schreifeis ha suonato in gruppi come Gorilla Biscuits, Quicksand, Youth of Today eccetera. Una volta erano il meglio, almeno per un po’ di tempo, ho sempre preferito l’indie rock all’hardcore ma comunque mi facevano partire il testosterone queste band, nel senso che mi caricavano le gambe. Ma Walter Schreifeis è l’esempio di come si possa cambiare in meglio seguendo il corso del tempo e della vita (diventando vecchi ndr) e seguendo miracolosamente lo stesso percorso di chi ascolta. Se avesse fatto un altro disco hardcore mi avrebbe bollato il cervello, An Open Letter To The Scene invece è la sicurezza che le cose possono migliorare con il passare del tempo. E (ti dirò di più) rimanere migliori anche a sette anni di distanza dalla pubblicazione.

QUELLO CHE NON MI È SERVITO.
Spiral Stairs, Doris and the Daggers. Pensavo di trovarci almeno un po’ di orgoglio, un po’ di vita da nonno. Invece è un disco di jingle, pieno di quella gioia che trovi solo quando hai una certa età e sorridi senza motivo. Niente a che vedere con The Real Feel.
Guided by Voices, August by Cake. Robert Pollard è ancora capace di scrivere 31 canzoni per un disco, stupisce la forza fisica, il suo portentoso andare avanti e ancora avanti e avanti. È un prova fisica, una maratona senza doping. Un disco bellissimo, una roccia dell’indie rock, il Presidente. Ma non mi ha dato per ora quello che volevo. Per me Pollard è un’Istituzione, come la Chiesa o lo Stato. Ma adesso non volevo un’Istituzione.
Dichotomy Desaturated di CFM è un bella cavalcata sulla chitarra, una chitarra di quelle convinte di bastare a se stesse per andare lontano con la mente, e che non serva il peyote. Questa chitarra può essere una certezza per molti, non lo è per me perché in fondo l’ho ascoltata come ne ho ascoltate molte altre simili. E perché questo disco mi ha fatto venire un dubbio: non l’ho mai provato, ma se l’avessi fatto, la mia vita sarebbe stata meglio se a un certo punto avessi preso il peyote?
Feedtime, Gas. Alcune cose sanno di muffa ma è il blues senza speranza. Che per ora lascio stare.

QUELLO CHE MI È SERVITO ANCORA MENO.
Liberato è su Spotify. Liberato è la fotta per i neo melodici che viene quando si avverte un forte desiderio di smettere di ascoltare le cose per prendere altre strade e dimostrare a se stessi di aver fatto il giro di boa e aver capito. La musica di Liberato non la trovo nemmeno attuale perché quando partono Nove Maggio e Tu T’e Scurdat’ ‘e Me il cielo si fa subito All That She Wants. La mistica del linguaggio mesculato è come la confusione delle lingue, una babele nella Napoli dell’amore e della guerra, ma non ce la faccio a non ridere. Non so se lui l’ha fatto per far ridere. Non posso farci niente, mi viene in mente il cantante napoletano, quello biondo, naturalmente no Nino D’angelo, ma quello ch’è andato a X Factor. Marco Marfé, arrestato perché era coinvolto in un giro di usura. Un altro invece è Raffaello Migliaccio, che ha sparato a un tipo. Questo brodo di malavita è quello dentro al quale crescono (spesso). In effetti loro sono piuttosto anni 90, storie da gangster, vita nell’illegalità e cose così, ripropongono esattamente il modello di musicista napoletano-americano che mi aspetto. ma agli americano gliel’abbiamo insegnato noi a fare i gangster, quindi si potrebbe dire che Liberato riproduce un modello italiano, rifatto dagli americani nel gangsta rap e ripreso per rivendicarne la paternità dai melodici della tradizione e dai neo melodici. Non so se Liberato delinque, però non mi suona un granché innovativo, né nazionalmente né internazionalmente parlando. È tutto gliccioso e spumoso come i suoi colleghi neo melodici e mi pare di sentire uno di quei dischi dance che ballavano a Non è la Rai. Mi pare un ascolto del giro di boa e non mi pare una certezza, o una garanzia di futuro. Il futuro non deve essere una garanzia, ok, si costruisce sulla rivoluzione, sulle cose nuove nuovissime e imprevedibili. Ma le categorie di rivoluzione e cose nuove e nuovissime uno se le costruisce un po’ come vuole, magari sbagliando rispetto all’oggettività, ma sapendo che quelle categorie sono sue.

È molto triste sentire Volare di Rovazzi-Morandi e rimanere apatico fino a quando Morandi non fa il suo solo. Il vecchio oscura il giovane. Che brutta immagine del futuro. Ma è il giovane che ha scritto il testo e ha lasciato al vecchio la parte migliore, per far credere ai frignoni come me che il vecchio sia migliore del giovane. Un punto per Rovazzi, quindi. Peccato però per quella cosa del rimanere apatico per quasi tutto il pezzo, Andiamo a comandare era una bomba sin dall’inizio. Un po’ Blink 182 Volare, nel suo incipit. Rovazzi, al contrario di Liberato, è davvero contemporaneo, perché è la summa di youtuber, musica da tamarri da prendere alla leggera, ma anche da studiare come fenomeno musicale. Ma si è già sgonfiato. E soprattutto è quello che chiamano geniale perché è troppo stupido. La stupidità è un regalo degli anni 90, ma quella era una stupidità costruttiva, Rovazzi distrugge, soprattutto distrugge le palle già alla sua terza canzone.

Passo e chiudo con il testo di Open Letter To The Scene di Walter Schreifeis.

A good man has gone
Into the great beyond
Straight edge or skinhead
Often both at the same time
He had a good influence on many people´s lives
You’ll bend up the eyes

Don’t forget the struggle, don’t forget the streets
Don’t sell out!
An open letter to the scene
And not everybody liked him all the time
But at the sunday matinee he filled the sky

To dear departed
And to the broken hearted family
At the hardcore funeral
I cried and i cried
For the passing of a hero on the lower eastside
Not everybody liked him all the time
At the sunday matinee he filled the sky

Don’t forget the struggle, don’t forget the streets
Don’t sell out!
An open letter to the scene

To dear departed
And to the broken hearted family
At the hardcore funeral
I cried and i cried
For the passing of a hero on the lower eastside
Not everybody liked him all the time
At the sunday matinee he filled the sky

Don’t forget the struggle, don’t forget the streets
Don’t sell out!
An open letter to the scene

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