Recensioni generator the 3 pipponi serie: Tiger Shit, Blue Crime, Halfalib

Se uno ascolta Corners, l’ultimo disco dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (To Lose La Track), sembra l’album di un gruppo che fa la sua cosa da anni, ha le mani in pasta da sempre nel noise rock e riesce a riprodurne tutte sfumature senza difficoltà. E invece no, nel senso che non fanno la stessa cosa da anni e non c’è pilota automatico. È il primo disco in cui prendono con così tanta decisione quella strada. Nel 2013 hanno pubblicato Forever Young, che è un po’ un insieme indefinito di cose, più spostato verso i Male Bonding e in cui a volte le chitarre vanno in direzioni impreviste, già noise ok (Broken) ma anche math rock (The Smell) per dire. Lo stesso gioco intorno alla chitarra è in Whispers, del 2010, che suona più simile a Corners ma mai così pieno di distorsione, per le incursioni new wave e purtroppo anche di uno stile pulito e metallico alla Placebo (Vampire). Nel 2008 è uscito Be Yr Own Shit, che probabilmente è il disco della giovinezza, post punk e funk punk (Last Gang In Town), dove hanno fatto cose che hanno deciso di non fare mai più. Quindi, Corners ha il vantaggio di essere perfettamente dentro a suo stile e contemporaneamente di essere il primo esito noise rock così deciso di un percorso guadagnato col tempo. È fresco ma consapevole. I Tiger Shit vengono da una storia musicale insieme relativamente breve ma ascolti Corners e sembra l’unico modo possibile di fare noise rock adesso. Li guardi dal vivo e sono quello che ti aspetti da un gruppo che fa questo genere di musica. E questo mi fa sentire a casa. Non è sempre vero che bisogna ascoltare cose che vadano oltre i nostri confini, a volte è necessario soddisfare subito il desiderio di sentirsi assecondati dalla musica.
Corners procede senza prenderla di corsa, alternando canzoni più tirate a canzoni meno ed è un bel modo per evitare che la monotonia della chitarra che suona così prenda il sopravvento sulle canzoni e su tutto il disco: ecco perché funzionano le quattro all’inizio: Weird Times, Shamaless Pt. 1, Silver, Sacramento. Dopo un po’, anche l’alternanza rischierebbe di diventare monotona e quindi i Tiger Shit tirano fuori un pezzo un può scoglionato (Highland Park), un altro con un finale di chitarra da ascoltare con le orecchie a padiglione per i rivoli che inventa (Teen Forever) e poi Holidays, primo vero momento di riposo della chitarra. Ci sono delle volte in cui si fa tanto parlare delle chitarrone, chitarre grosse, chitarre di qui e di là, però poi c’è qualcosa che non torna, non fanno nessun effetto, non prendono. La chitarra di Corners è quella dei dischi noise rock ma ha una ragnatela tutta sua. Per iniziare, rimane sempre in superficie e crea una palude da cui non passerebbe neanche uno spillo, poi lascia che alle proprie spalle continui a suonare l’acqua melmosa e penetra nelle vene della terra sottostante. Fa una gran corsa all’inizio del disco e poi prende un respiro. Arrivata a BlowingFurther e Girls riparte con un andamento diverso, più veloce ma meno tormentato, come se si fosse sfogata prima e adesso volesse fermare la testa e andare solo sulle gambe. Sembra quasi una persona ed è la chitarra più viva che io abbia sentito ultimamente nei dischi di chitarre.

L’ep dei Blue Crime si chiama SubmarineBronson Recordings poco più di un mese fa ha fatto il suo primo party. Non so se lo sapete, ma sulla serata ho scritto questa cosa su Rumore. No, così per dire. Alla festa non hanno suonato i Blue Crime – che comunque saranno al Beaches Brew – ma gruppi che fanno roba completamente diversa. E questo è uno dei punti: l’etichetta del Bronson produce robe diverse, come altre etichette (Sonatine) ma non come tutte le altre etichette, quindi può essere considerato un motivo di vanto. Subamarine è un 7”, due canzoni che rimandano ad atmosfere precise, dream pop da un lato (Gypsy Cat) e Shannon Wright dall’altro (Blue Nocturnal), mischiando tutto con il noise rock e l’atmosfera dark. I punti di forza di Gypsy Cat sono la melodia, la struttura solida e il suono, bello deciso. La forza di Blu Nocturnal invece è quella di essere diversa da Gypsy Cat e più simile alle ballate psyco pop del lavoro precedente: per oscurità e paranoia lisergica ricorda Batman di Bunker. Sappiamo che la Bronson Recordings è di Ravenna. I Blue Crime invece vengono da Amsterdam e sono arrivati fino a Ravenna per trovarsi un’etichetta. O Ravenna è arrivata fino a loro per fargli il disco. Comunque sia, chi come me crede che la musica unisca le cose lontane non può pensare che sia casuale l’incontro delle acque di Amsterdam, ordinate e nordiche, con quelle di Ravenna, indomabili e spaventose, governate dal porto, che a vederlo da fuori sembra un posto così carico di incazzatura inespressa. Arrivando al punto, le chitarre di Gypsy Cat mi hanno ricordato quando nel 2015 l’acqua ha sommerso la campagna di Ravenna, rendendola immobile e piena di tensione. Blu Nocturnal invece mi ha ricordato la calma dei canali dell’Amstel ad Amsterdam. Sicuramente è una cosa mia, ma nell’ep trovano spazio questi due mondi, due espressioni diverse di una stessa matrice. Sono tutte e due riconducibili a qualcosa di dark, ma il primo lato è l’unione di tre cose (forza, pop, oscurità) che creano un tessuto più resistente, mentre il secondo non me l’aspettavo, e quindi è una cosa positiva, ma la tensione cala troppo. Vorrei che il prossimo disco fosse più come Gypsy Cat. Le acque calme possono far comodo nella vita vera, ma quando si trasformano in canzoni, se diventano tumultuose, fanno la differenza.

Halfalib è l’altro lato di Any Other: stessi componenti, risultati molto diversi, lo si nota da Malamocco (uscito per WWNBB). Alla guida di tutti c’è il bassista e questa è la grande carta in tavola che è stata cambiata nel passaggio da Any Other a Halfalib. In matematica, se cambi l’ordine degli addendi i risultato non cambia, in musica si.
Quando vedo per la prima volta un gruppo dal vivo, mi faccio delle domande sulle persone che suonano. È una cosa che va anche al di là della musica. Può succedere che mi fissi in particolare con uno di quelli che sono sul palco. Ci sono i casi in cui mi passa dopo tre minuti ma ci sono anche le volte in cui inizio a chiedermi chissà che musica ascolta a casa, come gli piace la pizza, se è astemio, se è uno stronzo o no. Non c’ho mai parlato, l’ho solo visto suonare dal vivo ma Marco (il bassista) sembra un tipo che si fa un sacco di cazzi suoi, riservato, ma che poi se lo conosci è fenomenale, una mente vulcanica e una personalità artistica ben definita. Si vede quando suona il basso: potrebbe anche non fare mai lo stesso giro se fosse per lui. Lo fa anche con Halfalib: infila strumenti, voci e idee tra le righe più nascoste delle canzoni, di continuo. In questo modo, è stato in grado di prendere gli Any Other e rovesciarli come un calzino, portando un trio chitarra basso e batteria a suonare cose diverse, passando dai Modest Mouse, o comunque da una musica che ha riferimenti precisi e dichiarati, a un altro posto. Non da una zona di conforto a una zona più complessa. A una zona nuova. E quali sono altri riferimenti di Malamocco? Questo disco fa un effetto strano. Le prime tre volte mi sembrava sperimentale, poi alla quarta è diventato pop, ma non tutto pop, cioè è pop ma a episodi circoscritti, come il pianoforte dolce che spicca all’improvviso, dopo aver latitato tutto il tempo ed essere stato sottomesso al sax, in Il troppo moltiplicarsi senza continuarsi conduce a, un pezzo che a volte è tribale (ma non triviale). Questa è la qualità migliore di Malamocco: unire le voci alla Jeff Tweedy a un mondo (appena sfiorato Wilco in The Whole Love) di dolcezza elettronica, per poi passare a svisate jazz: Human After Odd è l’esempio migliore per capire. Ma il massimo del disco è Liebe Fénix II Instant, che spiazza e sconfigge più di una volta il fronte che sostiene fino alla morte la necessità della risposta alla domanda si ma, che genere fa questa band?. In una sola canzone puoi trovare prima i Beatles, poi Yann Tiersen, l’ignoranza degli Aucan, il tiro senza filtro anti grattugia dei Death Grips, poi ancora i Beatles.
Tra l’altro, alla faccia dei sostenitori dell’importanza della definizione del genere, penso sia il caso di parlare d’altro, cioè del significato della parola Malamocco e di WWNBB. WWNBB vuol dire “We Were Never Being Boring” ed è il nome di un collettivo il cui motto su bandcamp dice “We want music to never turn into something boring for us. It would mean that we have become boring. Because music does not die with mp3′s or copyright: boredom is what brings it down, when it becomes a habit. All we need is a small do-it-yourself collective, as tiny as a simple smile“. Il rischio abitudine e noia è reale. Non è simpatico quando succede ma può succedere di stancarsi della musica, anche a uno che suona, che si può stancare di fare sempre le stesse canzoni. Lo diceva Capra nel suo disco solista. Ecco perché volevo parlare un attimo di WWNBB, perché la sua missione è difficile, si oppone alla natura dell’uomo, che ogni tanto smette di provare interesse, si allontana dalle cose e inizia a cercare soddisfazione in altro. L’abbandono della musica non porta per forza alla noia. Potrebbe. Ma potrebbe avere come conseguenza qualcosa di nuovo e diverso. Comunque, io credo che ascoltare musica salvi la vita quindi credo nel motto di bandcamp di WWNBB.
Parlando invece del significato di Malamocco, bisogna dire che è il nome di una piccola città al Lido di Venezia. Quindi ancora acqua. Voglio ufficilmente informarvi che non ho il trip dell’acqua, del nuoto o del mare, ma non sarei neanche scontento di averlo. Il nome antico di Malamocco è Metamauco e la leggenda narra che “l’antica Metamauco fosse localizzata in posizione più esterna dall’attuale Malamocco, verso il mare. Sussistono ancora dicerie locali secondo le quali, nei giorni di mare calmo, è possibile scorgere le rovine della città che, sempre la tradizione, vorrebbe distrutta da un devastante maremoto” (wiki). Sicuramente non sarà vero, ma è bellissimo, e alcuni passaggi del disco fanno un po’ quell’effetto lì: li senti, un attimo dopo scompaiono del tutto e ti chiedi se li hai sentiti veramente. Per fortuna che si può tornare indietro anche con l’mp3 e provare che non sei matto. E se puoi fare rewind, non è l’mp3 a uccidere la musica, ma il non ascoltare più musica. Comunque, arrivando al punto, da una “scena” che vive di math rock, emo, screamo e indie rock, viene fuori Halfalib che cambia le carte in tavola e guarda un po’ più in là, allontanandosi sia dal mondo che lo circonda tutti i giorni sia da se stesso. Malamocco è un disco insolito, il sorprendente rovescio del calzino di Any Other.

MAIL ORDER. Cayman the Animal / Futbolín / Guerrra

futbolinNon è facile scrivere su tutti i dischi che mi arrivano in posta. Tendo ad ascoltare tutto, ma alcuni scivolano via sul piano inclinato della mia indifferenza. Mi fa molto piacere che mi arrivino, vuol dire che il mio blog è stato preso in considerazione. Nel caso degli uffici stampa o delle etichette che fanno promozione, la mia mail è una tra mille. In alcuni casi, da etichette e da gruppi, credo mi sia successo di ricevere mail solo per me, perché era appena stato fatto un invio massivo ed ero rimasto fuori o perché hanno voluto fare così. Comunque sia, non sono obbligato a scriverne solo perché mi hanno mandato un disco e non capisco la delusione arrabbiata di alcuni quando non scrivo. Non capisco neanche quelli che s’incazzano perché ho scritto che non mi piace il disco. Il mio giudizio se è sincero vale qualcosa, se non lo è non vale niente. Mi sento comunque un po’ in colpa quando non scrivo, ma mi passa. Per recuperare, a volte intensifico e raddoppio gli ascolti. Mi piace moltissimo farlo ma non sempre ma dà degli input, e mi piace farlo in modo sincero. Non voglio scrivere qualcosa a cazzo perché devo farlo, ma voglio scrivere la verità, dal mio punto di vista (lo scrivo io, è chiaro eh), che è l’unica cosa che mi fa passare quel nervoso che mi viene quando non scrivo. Cerco di dedicare più tempo possibile a questa cosa ma a volte la vita di tutti i giorni non me lo permette.
Il nuovo disco dei Cayman the Animal, Apple Linder, conosciuto su Facebook perché una delle etichette che ha prodotto il disco (Sonatine – le altre sono: Escape From Today, To Lose La Track e Mother Ship Records) ne ha parlato, non c’entra niente con la intro del post e non l’ho ricevuto in posta, ma è comunque una delle cose migliori che io abbia sentito ultimamente. Un insieme di roba figa come Fugazi, Refused, NOFX e Blink 182 con le chitarre che ricordano totalmente il passato ma sono forti di inventiva spregiudicata, velocità e passaggi lenti pesi. Avevo ascoltato, tempo fa e poi più, anche Aquafelix EP, il precedente. Una domenica pomeriggio di qualche settimana fa mi sono infilato nella nebbia timida di Igea Marina per andare a vederli dal vivo al Kas8. Mi piace molto andare da quelle parti, che poi sono queste parti, perché sono vicine a quella che è casa mia da qualche anno, non da sempre, quindi sono zone famigliari, ma sulle quali ho solo ricordi recenti, che fanno un effetto diverso rispetto a quelli più vecchi. Era la prima volta che vedevo un concerto dentro alla sala prove del Kas8 e vedere un concerto dentro a una sala prove è una delle mie cose preferite. Logisticamente e personalmente era una situazione strategica molto attraente. Il concerto è stato uno dei concerti più lisci che abbia mai visto, sembrava stessero bevendo un bicchier d’acqua in realtà erano in cinque a suonare, ma mi ha un po’ infastidito che l’abbiano buttato in caciara romanesca, una cosa in più perché musicalmente sono precisi e potenti e non serve nient’altro. Mi sa che loro sono così, ci scherzano su un sacco. Il disco mi è arrivato no-mail, si-facebook, si-concerto, un modo relativamente nuovo e uno relativamente vecchio di conoscere roba, entrambi molto validi. Nell’edizione in vinile, la copertina è un posterone.
Il disco dei Futbolín (V4V Records) mi è arrivato in posta invece. Da sempre questa è una rubrica anche sulle copertine. In quella dei Futbolin c’è un orso in piscina che vince sugli avversari in concorso oggi. L’orso è il tema dell’album, quello che ha subìto troppo delusioni, che non può fare a meno di sentirsi diverso da tutto il resto e allora si chiude in casa per stare bene ma la casa ha giardino e piscina e allora si sente ancora più diverso. Nel video di To All the Teen Crashes On Earth a essere chiuso in casa è un brachiosauro di gomma con una telecamera sul collo. Una soggettiva alla Smack My Bitch Up. E alla fine scopriamo che è un brachiosauro maschio, perché come scoprimmo essere donna che fa sesso con un’altra donna quella che portava la soggettiva dei Prodigy, così se il branchiosauro incontra due maschi deve essere maschio per forza. Lo stile è lo screamo math che fa coppia con l’emo math che ultimamente ha preso piede creando un filone con Valerian Swing e Delta Sleep in testa e altri che srazzano un po’ per vie personali, sulle quali si può incontrare anche il post rock reggiano dei Giardini di Mirò, come nel caso dei Mood. Il disco dei Futbolín inizia molto math (Exes & Fingers), poi mantiene ritmiche quasi sempre con rullante in anticipo e chitarra che gira su stessa, sempre molto distorta ma tanto definita da sembrare patinata, con alcuni (pochi) momenti in cui viene fuori una sensibilità diversa che va oltre quell’impostazione fissa, come gli attimi un po’ più dritti e meno avvitati di The Blond Song e To All the Teen Crashes On Earth.
Sempre emersi dalla posta e sempre del giro math prog ma solo strumentali (chitarra, batteria), più sporchi e anche più jazzati sono i Guerrra di Soprusi (Kaspar House, Cave Canem DIY), che chiamano le canzoni con i nomi di notissimi personaggi sfortunati, tra cui Ipazia, interpretata anche da Rachel Weisz in Agorà, in onore alle diverse sfighe che la formazione ha subìto nel corso degli anni. Scompare la componente emo, compare quella psycho trippy (Alan Turing). Le canzoni hanno diversi cambi di tempo, chitarra e batteria stoppano e ripartono, si girano intorno, sono irrefrenabili, danno pure prova di una precisione di una potenza di una tecnica invidiabili, ma dopo un po’ li abbandonerei e li lascerei soli nel loro trip, che è sanissimo ma non fa per me. Alla fine viene fuori un sax a siglare la trasversalità di Soprusi e a suggellare la raffinatezza che un genere primitivo come il math può raggiungere con altre trovate che non siano i vertical di chitarra, raffinati ma cinghioni. La copertina è l’ultima classificata.

CASO, Cervino

2014-08-18 19.50.35

La strada faceva una curva larga, se la percorrevi da casa mia verso la zona Ippodromo, a destra avevi l’asilo dove lavorava mia mamma e un vecchio campo da calcio con le porte in legno scheggiato, frequentato dai tossici nel periodo in cui l’eroina andava fortissimo e le siringhe le trovavi per terra come le cicche delle sigarette, a sinistra c’era un parchetto spelacchiato chiuso da quei recinti fatti con i rami più grossi degli alberi verniciati di marrone. Il lato lungo del campetto era chiuso dal muro in mattoni a vista di una struttura fatiscente, l’ex Macello Comunale. Ero alle medie, in quel parco trascorrevo i week end a giocare a calcio con i miei amici. Il campo era una cosa rimediata. A distanza di 50 metri l’uno dall’altro c’erano due alberi, in mezzo niente. Gli altri due pali li facevano con due maglie appallottate, per la traversa andavano a sentimento, anche se, quando capitava, dover definire se il pallone era alto oppure no era un guaio serio. In larghezza, il campo andava da qualche metro più in là rispetto a uno di quei giochi in ferro a forma di croce che servivano per arrampicarsi, cadere e sbattere il mento, fino al muro del Macello. Il muro era diviso in tanti spazi uguali, corrispondenti alle stanze interne e delimitati da colonne di mattoni sporgenti di qualche centimetro. Quando l’erba cresceva, vicino al muro era probabile trovarci merde secche di cane o siringhe. Quando il Comune tagliava l’erba era una festa e potevamo pure farci una tedesca usando come porta lo spazio tra una colonna e l’altra. Per la traversa andavamo a sentimento. La tedesca si giocava a porta unica, uno faceva il portiere, gli altri dovevano segnare per fargli scalare il punteggio, che partiva da dieci. Il colpo di testa valeva due, il goal normale uno. La rovesciata quattro. Chi tirava fuori andava in porta e così via. Portieri che si tuffavano contro il muro per salvare anche un solo punto ce ne sono stati e ci sono state anche un sacco di grattugiate sui mattoni, sui gomiti o sui fianchi. Sopra la traversa immaginaria c’erano delle finestre a forma di mezza luna, con le grate di ferro arrugginite e i vetri rotti. Noi ci tiravamo dentro i Magnum o gli Svedesi, i petardi che si accendevano a fiammifero che andavano per la maggiore. Due giorni fa ho visto tre ragazzi che ne tiravano a raffica dentro una siepe all’uscita da scuola, per far scappare di corsa due ragazze davanti a loro, e vedere le gonne che si muovevano e si alzavano anche un po’. Dentro al Macello ci finiva anche il pallone, che passava sopra la parte più bassa del muro e veniva ingoiato da questa mega struttura, che è ancora in piedi tra l’altro. L’ingresso era chiuso da un cancello con le punte, altissimo, nero e con le bolle di ruggine. La prima volta che ci sono entrato dentro non ero da solo, ma con gli altri, e fu spaventoso. C’era un grande cortile, un edificio centrale con la scritta blu “Macello Comunale” e un numero romano, e tante stanze di uguali dimensioni lungo due viali, a destra e sinistra. Praticamente una città. L’edificio centrale era sbarrato, non ricordo di esserci mai entrato. La maggior parte delle stanze laterali erano chiuse, ma in alcune le porte erano state sfondate. In una di quelle stanze ho messo il naso la prima volta. Mi ricordo un materasso, della carta bagnata, arbusti secchi e il freddo conservato dai muri grossi nonostante la porta aperta. Chissà cosa c’era nelle stanze chiuse. Non c’era custode. Recuperammo il pallone, che si era fermato in mezzo al piazzale, e scappammo. Non ricordo di preciso quante altre volte sono entrato, se sono entrato altre volte, ma i palloni li recuperavamo tutti, quindi qualcuno c’andava (di solito chi lo colpiva col piede a banana e lo mandava di là). Con il passare del tempo nessuno aveva più paura ad andare a recuperare la palla. Credi di diventare grande, l’abitudine alle cose non ti fa nemmeno più provare paura per un luogo freddo e misterioso, lo diventi davvero, e alla fine ti allontani dai posti che ti hanno fatto crescere. Adesso dentro all’ex Macello ci sono un bar e un dormitorio per universitari. E tutto è bello pulito.
A un certo punto, quel gruppo di amici si sfaldò. Alcuni di noi, io compreso, si trasferirono in un altro giardino pubblico, più grande, che si chiamava, si chiama tutt’ora, Serravalle. Serravalle è lungo e stretto e costeggia la Mura Federico Comandini, vicino al centrissimo della città. Nonostante questo e nonostante fosse frequentato da un sacco di famiglie e bambini, era pieno di siringhe. Immagino che Cesena possa essere stato un posto in cui l’eroina andava forte sia per noia sia per disagio: è uno di quei paesoni in cui la gente mediamente sta bene ma il benessere non sempre coincide con le possibilità di un ragazzo di fare cose che gli piacciono. È così oggi ed era così tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei ’90, ma allora c’era molta eroina, oggi ce n’è di meno. Poi Cesena è uno sputo, chissà nelle grandi città. A Serravalle ho passato molto tempo della mia infanzia, anche da piccolissimo, prima di andare al campetto dell’ex Macello, non solo dopo. Nel 1986, dopo Cernobyl, ci raccomandavano di non toccare l’erba del prato, ma ci si andava lo stesso. Che strana idea di sicurezza che avevamo. Mi chiedevo se davvero mi sarei ammalato se avessi toccato un filo d’erba. A Serravalle feci il passo, l’evoluzione: là c’era un campo da calcetto con le porte in metallo e con la rete. E c’era un supervisor delle partite, l’allenatore di tutti: Gastone, detto Gas. Aveva 70 anni, o 60 portati male, nella vita faceva il restauratore di mobili antichi, nel week end il nostro coach. Quando giocavamo urlava a tutti, il suo suggerimento preferito era “Tiraaa!” dopo il quale faceva una pausa per recuperare un polmone. È stato il primo uomo, e forse l’unico, a cui ho sentito ammettere di essere andato a puttane, lo raccontava come un’avventura in un paese esotico, con gli occhi dell’esploratore. Non so neanche se è ancora vivo. Pensare che lo vedevo tutti i sabato pomeriggio.
Il numero degli amici era cresciuto e dopo un inizio segnato da qualche screzio la fusione tra ex Macello e Serravalle funzionò. Funzionò a un punto tale da non crederci. Un sabato pomeriggio, io non sapevo niente, quando arrivai ai giardini c’erano (quasi) tutti i miei amici attorno a una panchina, alcuni urlavano, altri avevano la faccia molto seria. In mezzo, seduto, piccolo e insicuro, c’era il capo della banda di tizi che qualche settimana prima avevano cercato di farmi il culo col tirapugni, tornato sul luogo del delitto per dimostrare coraggio. Io, ovviamente, me ne sono stato da una parte, a guardare la scena dei miei amici che minacciavano una persona in dieci e lo facevano per prendere le mie difese, mie, di uno dell’ex Macello, oltre che per marcare il territorio. Comunque, ne ero veramente orgoglioso. Col tempo, quel fatto ha cambiato caratteristiche ai miei occhi e ho iniziato a vederlo come a una cosa bruttissima, facile, da codardi. Dieci contro uno. Col tempo, vedi con chiarezza certe cazzate che hai fatto tu o che hanno fatto i tuoi amici e puoi anche diventare una persona migliore. Col tempo, anche quel gruppo si è sfaldato, o almeno una buona parte di esso, io di sicuro me ne sono andato, dopo qualche scazzo, mancanza di interessi comuni e la fine delle scuole Superiori.
Prima che finisse anche l’Università, ho fatto un viaggio a Parigi. Ai miei genitori avevo detto che sarei andato a trovare un amico a Londra, invece raggiunsi una ragazza a Parigi. Naturalmente mi hanno scoperto: mia mamma telefonò al cellulare, il cellulare era staccato, rispose la voce registrata della compagnia telefonica francese e la copertura saltò. Comunque, la settimana iniziò con l’accoglienza migliore che io abbia mai ricevuto, passò attraverso notti in banco in giro per i bar e un concerto dei Sonic Youth, il migliore di sempre, e finì malissimo. Era sera, nel sottopasso della metropolitana, la mattina dopo avevo l’aereo per tornare a casa e il dialogo fu questo. Lei: “Domani mattina non riesco ad accompagnarti all’aeroporto”. Io per ripicca: “No, ma infatti nessuno te l’ha chiesto”. Lei: “Ah ok, allora ciao”. “Ciao”. Girammo le spalle e ognuno per la sua strada. La pancia mi si “spaccò” in quindici punti, proprio come le “buste della spesa”. Qualche giorno dopo (ancora mi bruciava) mi arrivò un messaggio da parte sua, un messaggio bello, positivo, che ha spaccato lo schermo da che non me l’aspettavo, a cui però devo ancora rispondere. Aveva trovato lavoro, sarebbe rimasta ancora per un po’ in Francia. Poi è passato molto tempo durante il quale ci siamo visti davvero poco. Ma capita che le cose ti diano la possibilità di fare “replay”, cambino e si aggiustino a tal punto da non crederci. Una sera ha deciso di non insegnarmi la scorciatoia per riportarla a casa e in effetti quest’anno, quando arriva Halloween, è il decimo anno che sto insieme a quella ragazza.

La canzone 5, la 6 e la 11 di Cervino sono Lario, Buste e FM. È il primo disco di Caso con la band, però Lario la suona da solo. A volte col tempo si cambia in meglio, si aggiungono pezzi che migliorano le cose che fai. Caso all’inizio suonava la batteria, poi cantava e suonava la chitarra acustica da solo, poi quella elettrica con il gruppo. Non l’ho mai sentito suonare la batteria, ma mi piaceva quando suonava da solo e mi piace adesso, in alcuni momenti anche di più. Le canzoni sono malinconiche ma anche forti come i pensieri e i ricordi che ci stanno dietro. Lario, FM e Buste mi hanno fatto pensare alle cose che ho scritto nella pezza che vi ho attaccato oggi.