Recensioni generator the 3 pipponi serie: Tiger Shit, Blue Crime, Halfalib

Se uno ascolta Corners, l’ultimo disco dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (To Lose La Track), sembra l’album di un gruppo che fa la sua cosa da anni, ha le mani in pasta da sempre nel noise rock e riesce a riprodurne tutte sfumature senza difficoltà. E invece no, nel senso che non fanno la stessa cosa da anni e non c’è pilota automatico. È il primo disco in cui prendono con così tanta decisione quella strada. Nel 2013 hanno pubblicato Forever Young, che è un po’ un insieme indefinito di cose, più spostato verso i Male Bonding e in cui a volte le chitarre vanno in direzioni impreviste, già noise ok (Broken) ma anche math rock (The Smell) per dire. Lo stesso gioco intorno alla chitarra è in Whispers, del 2010, che suona più simile a Corners ma mai così pieno di distorsione, per le incursioni new wave e purtroppo anche di uno stile pulito e metallico alla Placebo (Vampire). Nel 2008 è uscito Be Yr Own Shit, che probabilmente è il disco della giovinezza, post punk e funk punk (Last Gang In Town), dove hanno fatto cose che hanno deciso di non fare mai più. Quindi, Corners ha il vantaggio di essere perfettamente dentro a suo stile e contemporaneamente di essere il primo esito noise rock così deciso di un percorso guadagnato col tempo. È fresco ma consapevole. I Tiger Shit vengono da una storia musicale insieme relativamente breve ma ascolti Corners e sembra l’unico modo possibile di fare noise rock adesso. Li guardi dal vivo e sono quello che ti aspetti da un gruppo che fa questo genere di musica. E questo mi fa sentire a casa. Non è sempre vero che bisogna ascoltare cose che vadano oltre i nostri confini, a volte è necessario soddisfare subito il desiderio di sentirsi assecondati dalla musica.
Corners procede senza prenderla di corsa, alternando canzoni più tirate a canzoni meno ed è un bel modo per evitare che la monotonia della chitarra che suona così prenda il sopravvento sulle canzoni e su tutto il disco: ecco perché funzionano le quattro all’inizio: Weird Times, Shamaless Pt. 1, Silver, Sacramento. Dopo un po’, anche l’alternanza rischierebbe di diventare monotona e quindi i Tiger Shit tirano fuori un pezzo un può scoglionato (Highland Park), un altro con un finale di chitarra da ascoltare con le orecchie a padiglione per i rivoli che inventa (Teen Forever) e poi Holidays, primo vero momento di riposo della chitarra. Ci sono delle volte in cui si fa tanto parlare delle chitarrone, chitarre grosse, chitarre di qui e di là, però poi c’è qualcosa che non torna, non fanno nessun effetto, non prendono. La chitarra di Corners è quella dei dischi noise rock ma ha una ragnatela tutta sua. Per iniziare, rimane sempre in superficie e crea una palude da cui non passerebbe neanche uno spillo, poi lascia che alle proprie spalle continui a suonare l’acqua melmosa e penetra nelle vene della terra sottostante. Fa una gran corsa all’inizio del disco e poi prende un respiro. Arrivata a BlowingFurther e Girls riparte con un andamento diverso, più veloce ma meno tormentato, come se si fosse sfogata prima e adesso volesse fermare la testa e andare solo sulle gambe. Sembra quasi una persona ed è la chitarra più viva che io abbia sentito ultimamente nei dischi di chitarre.

L’ep dei Blue Crime si chiama SubmarineBronson Recordings poco più di un mese fa ha fatto il suo primo party. Non so se lo sapete, ma sulla serata ho scritto questa cosa su Rumore. No, così per dire. Alla festa non hanno suonato i Blue Crime – che comunque saranno al Beaches Brew – ma gruppi che fanno roba completamente diversa. E questo è uno dei punti: l’etichetta del Bronson produce robe diverse, come altre etichette (Sonatine) ma non come tutte le altre etichette, quindi può essere considerato un motivo di vanto. Subamarine è un 7”, due canzoni che rimandano ad atmosfere precise, dream pop da un lato (Gypsy Cat) e Shannon Wright dall’altro (Blue Nocturnal), mischiando tutto con il noise rock e l’atmosfera dark. I punti di forza di Gypsy Cat sono la melodia, la struttura solida e il suono, bello deciso. La forza di Blu Nocturnal invece è quella di essere diversa da Gypsy Cat e più simile alle ballate psyco pop del lavoro precedente: per oscurità e paranoia lisergica ricorda Batman di Bunker. Sappiamo che la Bronson Recordings è di Ravenna. I Blue Crime invece vengono da Amsterdam e sono arrivati fino a Ravenna per trovarsi un’etichetta. O Ravenna è arrivata fino a loro per fargli il disco. Comunque sia, chi come me crede che la musica unisca le cose lontane non può pensare che sia casuale l’incontro delle acque di Amsterdam, ordinate e nordiche, con quelle di Ravenna, indomabili e spaventose, governate dal porto, che a vederlo da fuori sembra un posto così carico di incazzatura inespressa. Arrivando al punto, le chitarre di Gypsy Cat mi hanno ricordato quando nel 2015 l’acqua ha sommerso la campagna di Ravenna, rendendola immobile e piena di tensione. Blu Nocturnal invece mi ha ricordato la calma dei canali dell’Amstel ad Amsterdam. Sicuramente è una cosa mia, ma nell’ep trovano spazio questi due mondi, due espressioni diverse di una stessa matrice. Sono tutte e due riconducibili a qualcosa di dark, ma il primo lato è l’unione di tre cose (forza, pop, oscurità) che creano un tessuto più resistente, mentre il secondo non me l’aspettavo, e quindi è una cosa positiva, ma la tensione cala troppo. Vorrei che il prossimo disco fosse più come Gypsy Cat. Le acque calme possono far comodo nella vita vera, ma quando si trasformano in canzoni, se diventano tumultuose, fanno la differenza.

Halfalib è l’altro lato di Any Other: stessi componenti, risultati molto diversi, lo si nota da Malamocco (uscito per WWNBB). Alla guida di tutti c’è il bassista e questa è la grande carta in tavola che è stata cambiata nel passaggio da Any Other a Halfalib. In matematica, se cambi l’ordine degli addendi i risultato non cambia, in musica si.
Quando vedo per la prima volta un gruppo dal vivo, mi faccio delle domande sulle persone che suonano. È una cosa che va anche al di là della musica. Può succedere che mi fissi in particolare con uno di quelli che sono sul palco. Ci sono i casi in cui mi passa dopo tre minuti ma ci sono anche le volte in cui inizio a chiedermi chissà che musica ascolta a casa, come gli piace la pizza, se è astemio, se è uno stronzo o no. Non c’ho mai parlato, l’ho solo visto suonare dal vivo ma Marco (il bassista) sembra un tipo che si fa un sacco di cazzi suoi, riservato, ma che poi se lo conosci è fenomenale, una mente vulcanica e una personalità artistica ben definita. Si vede quando suona il basso: potrebbe anche non fare mai lo stesso giro se fosse per lui. Lo fa anche con Halfalib: infila strumenti, voci e idee tra le righe più nascoste delle canzoni, di continuo. In questo modo, è stato in grado di prendere gli Any Other e rovesciarli come un calzino, portando un trio chitarra basso e batteria a suonare cose diverse, passando dai Modest Mouse, o comunque da una musica che ha riferimenti precisi e dichiarati, a un altro posto. Non da una zona di conforto a una zona più complessa. A una zona nuova. E quali sono altri riferimenti di Malamocco? Questo disco fa un effetto strano. Le prime tre volte mi sembrava sperimentale, poi alla quarta è diventato pop, ma non tutto pop, cioè è pop ma a episodi circoscritti, come il pianoforte dolce che spicca all’improvviso, dopo aver latitato tutto il tempo ed essere stato sottomesso al sax, in Il troppo moltiplicarsi senza continuarsi conduce a, un pezzo che a volte è tribale (ma non triviale). Questa è la qualità migliore di Malamocco: unire le voci alla Jeff Tweedy a un mondo (appena sfiorato Wilco in The Whole Love) di dolcezza elettronica, per poi passare a svisate jazz: Human After Odd è l’esempio migliore per capire. Ma il massimo del disco è Liebe Fénix II Instant, che spiazza e sconfigge più di una volta il fronte che sostiene fino alla morte la necessità della risposta alla domanda si ma, che genere fa questa band?. In una sola canzone puoi trovare prima i Beatles, poi Yann Tiersen, l’ignoranza degli Aucan, il tiro senza filtro anti grattugia dei Death Grips, poi ancora i Beatles.
Tra l’altro, alla faccia dei sostenitori dell’importanza della definizione del genere, penso sia il caso di parlare d’altro, cioè del significato della parola Malamocco e di WWNBB. WWNBB vuol dire “We Were Never Being Boring” ed è il nome di un collettivo il cui motto su bandcamp dice “We want music to never turn into something boring for us. It would mean that we have become boring. Because music does not die with mp3′s or copyright: boredom is what brings it down, when it becomes a habit. All we need is a small do-it-yourself collective, as tiny as a simple smile“. Il rischio abitudine e noia è reale. Non è simpatico quando succede ma può succedere di stancarsi della musica, anche a uno che suona, che si può stancare di fare sempre le stesse canzoni. Lo diceva Capra nel suo disco solista. Ecco perché volevo parlare un attimo di WWNBB, perché la sua missione è difficile, si oppone alla natura dell’uomo, che ogni tanto smette di provare interesse, si allontana dalle cose e inizia a cercare soddisfazione in altro. L’abbandono della musica non porta per forza alla noia. Potrebbe. Ma potrebbe avere come conseguenza qualcosa di nuovo e diverso. Comunque, io credo che ascoltare musica salvi la vita quindi credo nel motto di bandcamp di WWNBB.
Parlando invece del significato di Malamocco, bisogna dire che è il nome di una piccola città al Lido di Venezia. Quindi ancora acqua. Voglio ufficilmente informarvi che non ho il trip dell’acqua, del nuoto o del mare, ma non sarei neanche scontento di averlo. Il nome antico di Malamocco è Metamauco e la leggenda narra che “l’antica Metamauco fosse localizzata in posizione più esterna dall’attuale Malamocco, verso il mare. Sussistono ancora dicerie locali secondo le quali, nei giorni di mare calmo, è possibile scorgere le rovine della città che, sempre la tradizione, vorrebbe distrutta da un devastante maremoto” (wiki). Sicuramente non sarà vero, ma è bellissimo, e alcuni passaggi del disco fanno un po’ quell’effetto lì: li senti, un attimo dopo scompaiono del tutto e ti chiedi se li hai sentiti veramente. Per fortuna che si può tornare indietro anche con l’mp3 e provare che non sei matto. E se puoi fare rewind, non è l’mp3 a uccidere la musica, ma il non ascoltare più musica. Comunque, arrivando al punto, da una “scena” che vive di math rock, emo, screamo e indie rock, viene fuori Halfalib che cambia le carte in tavola e guarda un po’ più in là, allontanandosi sia dal mondo che lo circonda tutti i giorni sia da se stesso. Malamocco è un disco insolito, il sorprendente rovescio del calzino di Any Other.

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