CASO, Cervino

2014-08-18 19.50.35

La strada faceva una curva larga, se la percorrevi da casa mia verso la zona Ippodromo, a destra avevi l’asilo dove lavorava mia mamma e un vecchio campo da calcio con le porte in legno scheggiato, frequentato dai tossici nel periodo in cui l’eroina andava fortissimo e le siringhe le trovavi per terra come le cicche delle sigarette, a sinistra c’era un parchetto spelacchiato chiuso da quei recinti fatti con i rami più grossi degli alberi verniciati di marrone. Il lato lungo del campetto era chiuso dal muro in mattoni a vista di una struttura fatiscente, l’ex Macello Comunale. Ero alle medie, in quel parco trascorrevo i week end a giocare a calcio con i miei amici. Il campo era una cosa rimediata. A distanza di 50 metri l’uno dall’altro c’erano due alberi, in mezzo niente. Gli altri due pali li facevano con due maglie appallottate, per la traversa andavano a sentimento, anche se, quando capitava, dover definire se il pallone era alto oppure no era un guaio serio. In larghezza, il campo andava da qualche metro più in là rispetto a uno di quei giochi in ferro a forma di croce che servivano per arrampicarsi, cadere e sbattere il mento, fino al muro del Macello. Il muro era diviso in tanti spazi uguali, corrispondenti alle stanze interne e delimitati da colonne di mattoni sporgenti di qualche centimetro. Quando l’erba cresceva, vicino al muro era probabile trovarci merde secche di cane o siringhe. Quando il Comune tagliava l’erba era una festa e potevamo pure farci una tedesca usando come porta lo spazio tra una colonna e l’altra. Per la traversa andavamo a sentimento. La tedesca si giocava a porta unica, uno faceva il portiere, gli altri dovevano segnare per fargli scalare il punteggio, che partiva da dieci. Il colpo di testa valeva due, il goal normale uno. La rovesciata quattro. Chi tirava fuori andava in porta e così via. Portieri che si tuffavano contro il muro per salvare anche un solo punto ce ne sono stati e ci sono state anche un sacco di grattugiate sui mattoni, sui gomiti o sui fianchi. Sopra la traversa immaginaria c’erano delle finestre a forma di mezza luna, con le grate di ferro arrugginite e i vetri rotti. Noi ci tiravamo dentro i Magnum o gli Svedesi, i petardi che si accendevano a fiammifero che andavano per la maggiore. Due giorni fa ho visto tre ragazzi che ne tiravano a raffica dentro una siepe all’uscita da scuola, per far scappare di corsa due ragazze davanti a loro, e vedere le gonne che si muovevano e si alzavano anche un po’. Dentro al Macello ci finiva anche il pallone, che passava sopra la parte più bassa del muro e veniva ingoiato da questa mega struttura, che è ancora in piedi tra l’altro. L’ingresso era chiuso da un cancello con le punte, altissimo, nero e con le bolle di ruggine. La prima volta che ci sono entrato dentro non ero da solo, ma con gli altri, e fu spaventoso. C’era un grande cortile, un edificio centrale con la scritta blu “Macello Comunale” e un numero romano, e tante stanze di uguali dimensioni lungo due viali, a destra e sinistra. Praticamente una città. L’edificio centrale era sbarrato, non ricordo di esserci mai entrato. La maggior parte delle stanze laterali erano chiuse, ma in alcune le porte erano state sfondate. In una di quelle stanze ho messo il naso la prima volta. Mi ricordo un materasso, della carta bagnata, arbusti secchi e il freddo conservato dai muri grossi nonostante la porta aperta. Chissà cosa c’era nelle stanze chiuse. Non c’era custode. Recuperammo il pallone, che si era fermato in mezzo al piazzale, e scappammo. Non ricordo di preciso quante altre volte sono entrato, se sono entrato altre volte, ma i palloni li recuperavamo tutti, quindi qualcuno c’andava (di solito chi lo colpiva col piede a banana e lo mandava di là). Con il passare del tempo nessuno aveva più paura ad andare a recuperare la palla. Credi di diventare grande, l’abitudine alle cose non ti fa nemmeno più provare paura per un luogo freddo e misterioso, lo diventi davvero, e alla fine ti allontani dai posti che ti hanno fatto crescere. Adesso dentro all’ex Macello ci sono un bar e un dormitorio per universitari. E tutto è bello pulito.
A un certo punto, quel gruppo di amici si sfaldò. Alcuni di noi, io compreso, si trasferirono in un altro giardino pubblico, più grande, che si chiamava, si chiama tutt’ora, Serravalle. Serravalle è lungo e stretto e costeggia la Mura Federico Comandini, vicino al centrissimo della città. Nonostante questo e nonostante fosse frequentato da un sacco di famiglie e bambini, era pieno di siringhe. Immagino che Cesena possa essere stato un posto in cui l’eroina andava forte sia per noia sia per disagio: è uno di quei paesoni in cui la gente mediamente sta bene ma il benessere non sempre coincide con le possibilità di un ragazzo di fare cose che gli piacciono. È così oggi ed era così tra la fine degli anni 80 e l’inizio dei ’90, ma allora c’era molta eroina, oggi ce n’è di meno. Poi Cesena è uno sputo, chissà nelle grandi città. A Serravalle ho passato molto tempo della mia infanzia, anche da piccolissimo, prima di andare al campetto dell’ex Macello, non solo dopo. Nel 1986, dopo Cernobyl, ci raccomandavano di non toccare l’erba del prato, ma ci si andava lo stesso. Che strana idea di sicurezza che avevamo. Mi chiedevo se davvero mi sarei ammalato se avessi toccato un filo d’erba. A Serravalle feci il passo, l’evoluzione: là c’era un campo da calcetto con le porte in metallo e con la rete. E c’era un supervisor delle partite, l’allenatore di tutti: Gastone, detto Gas. Aveva 70 anni, o 60 portati male, nella vita faceva il restauratore di mobili antichi, nel week end il nostro coach. Quando giocavamo urlava a tutti, il suo suggerimento preferito era “Tiraaa!” dopo il quale faceva una pausa per recuperare un polmone. È stato il primo uomo, e forse l’unico, a cui ho sentito ammettere di essere andato a puttane, lo raccontava come un’avventura in un paese esotico, con gli occhi dell’esploratore. Non so neanche se è ancora vivo. Pensare che lo vedevo tutti i sabato pomeriggio.
Il numero degli amici era cresciuto e dopo un inizio segnato da qualche screzio la fusione tra ex Macello e Serravalle funzionò. Funzionò a un punto tale da non crederci. Un sabato pomeriggio, io non sapevo niente, quando arrivai ai giardini c’erano (quasi) tutti i miei amici attorno a una panchina, alcuni urlavano, altri avevano la faccia molto seria. In mezzo, seduto, piccolo e insicuro, c’era il capo della banda di tizi che qualche settimana prima avevano cercato di farmi il culo col tirapugni, tornato sul luogo del delitto per dimostrare coraggio. Io, ovviamente, me ne sono stato da una parte, a guardare la scena dei miei amici che minacciavano una persona in dieci e lo facevano per prendere le mie difese, mie, di uno dell’ex Macello, oltre che per marcare il territorio. Comunque, ne ero veramente orgoglioso. Col tempo, quel fatto ha cambiato caratteristiche ai miei occhi e ho iniziato a vederlo come a una cosa bruttissima, facile, da codardi. Dieci contro uno. Col tempo, vedi con chiarezza certe cazzate che hai fatto tu o che hanno fatto i tuoi amici e puoi anche diventare una persona migliore. Col tempo, anche quel gruppo si è sfaldato, o almeno una buona parte di esso, io di sicuro me ne sono andato, dopo qualche scazzo, mancanza di interessi comuni e la fine delle scuole Superiori.
Prima che finisse anche l’Università, ho fatto un viaggio a Parigi. Ai miei genitori avevo detto che sarei andato a trovare un amico a Londra, invece raggiunsi una ragazza a Parigi. Naturalmente mi hanno scoperto: mia mamma telefonò al cellulare, il cellulare era staccato, rispose la voce registrata della compagnia telefonica francese e la copertura saltò. Comunque, la settimana iniziò con l’accoglienza migliore che io abbia mai ricevuto, passò attraverso notti in banco in giro per i bar e un concerto dei Sonic Youth, il migliore di sempre, e finì malissimo. Era sera, nel sottopasso della metropolitana, la mattina dopo avevo l’aereo per tornare a casa e il dialogo fu questo. Lei: “Domani mattina non riesco ad accompagnarti all’aeroporto”. Io per ripicca: “No, ma infatti nessuno te l’ha chiesto”. Lei: “Ah ok, allora ciao”. “Ciao”. Girammo le spalle e ognuno per la sua strada. La pancia mi si “spaccò” in quindici punti, proprio come le “buste della spesa”. Qualche giorno dopo (ancora mi bruciava) mi arrivò un messaggio da parte sua, un messaggio bello, positivo, che ha spaccato lo schermo da che non me l’aspettavo, a cui però devo ancora rispondere. Aveva trovato lavoro, sarebbe rimasta ancora per un po’ in Francia. Poi è passato molto tempo durante il quale ci siamo visti davvero poco. Ma capita che le cose ti diano la possibilità di fare “replay”, cambino e si aggiustino a tal punto da non crederci. Una sera ha deciso di non insegnarmi la scorciatoia per riportarla a casa e in effetti quest’anno, quando arriva Halloween, è il decimo anno che sto insieme a quella ragazza.

La canzone 5, la 6 e la 11 di Cervino sono Lario, Buste e FM. È il primo disco di Caso con la band, però Lario la suona da solo. A volte col tempo si cambia in meglio, si aggiungono pezzi che migliorano le cose che fai. Caso all’inizio suonava la batteria, poi cantava e suonava la chitarra acustica da solo, poi quella elettrica con il gruppo. Non l’ho mai sentito suonare la batteria, ma mi piaceva quando suonava da solo e mi piace adesso, in alcuni momenti anche di più. Le canzoni sono malinconiche ma anche forti come i pensieri e i ricordi che ci stanno dietro. Lario, FM e Buste mi hanno fatto pensare alle cose che ho scritto nella pezza che vi ho attaccato oggi.

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