Mad Zanni oltre la sfera del suono: la rece di Ricordo quasi tutto

Ricordo quasi tutto è la rappresentazione di ricordi felici e meno felici attraverso field recordings e onde sinusoidali manipolate: le passeggiate invernali sulla spiaggia, i fuochi d’artificio sul mare, il viaggio sull’autostrada per andare in ospedale. Per parlarne sembra esserci un modo solo: ascoltare i suoni e dire cosa mi ricordano.

Conchiglie, cani, gabbiani, mare e nebbia mi ricorda quelle volte in cui da piccoli io, mia cugina e mio fratello uscivamo dalla spiaggia di Tagliata di Cervia e per andare a casa passavamo dalla pineta a piedi nudi. Mia cugina, che era la più piccola e anche la più veloce, tutte le volte che arrivava sulla strada si voltava indietro e urlava “State attenti che tra gli aghi ci sono le siringhe drogate!”. In effetti, erano gli anni ‘80 e di eroina in giro ce n’era abbastanza.

Paura, fulmini e saette. Dalla nostra casa di Tagliata si vede il mare. Una volta c’era un gran temporale e noi guardavamo dalla finestra le onde che montavano. Non erano quelle di Peniche, ma insomma, erano spaventose lo stesso. A un certo punto è venuto fuori un surfista. Ci siamo inchiodati a guardarlo, scompariva dal nostro campo visivo e ricompariva, scompariva e ricompariva, scompariva e ricompariva. Poi a un certo punto non è più ricomparso. Io ero sicuro di averlo visto affondare ma mia mamma mi diceva “Sarà andato a casa!”. Il giorno dopo l’ho costretta a guardare sul giornale per vedere se ci fosse scritto qualcosa, ma niente.

Onde sinusoidali, esplosioni e inutili ricordi. Ho visto tantissime volte i fuochi d’artificio sulla spiaggia, ma non so perché gli scoppi di questa traccia mi hanno ricordato quelli del fuoco del camino di quella volta che mio babbo si è bruciato una mano.

Ok, basta racconti, potrebbero essere noiosissimi. La cosa importante è che si capisca che Ricordo quasi tutto tira proprio fuori i ricordi di chi ha vissuto certi posti, ma anche di chi non li ha vissuti. Nel senso che il mare di Zanni è quello dei lidi ravennati, però a me questi suoni ricordano anche Tagliata, che è sotto Cervia e Ravenna ma ha un’atmosfera e una flora diverse rispetto a Marina Romea. Mi ricordano anche Cesenatico o Gatteo mare, che sono le spiagge che ho frequentato di più, da più grande, e sono proprio un’altra cosa. Per questo Zanni non è solo la voce del mare della bassa, ma di tutta la costa romagnola, tranne Riccione e Cattolica, dove gli avventori hanno sempre amato rumori diversi. 

Ricordo quasi tutto non parla solo di mare. Anzi, va talmente lontano dal mare che arriva in ospedale, dove Zanni deve andare spesso e per forza, e dove l’unica cosa simile al mare è il silenzio con un sottofondo, là di onde, lì di macchine e macchinari. Anche i titoli delle tracce si allontanano dal mare. Sono per lo più elenchi di parole. Le ho messe tutte insieme in un elenco unico:

Conchiglie, cani, gabbiani, mare, nebbia, paura, fulmini, saette, scogli, novembre, apnea, fuoco, notte, perline, onde sinusoidali, esplosioni, ricordi, nulla, Linosa, Europa.

Il mare è solo uno dei temi. I titoli descrivono il contenuto della traccia, circa. Ti portano anche da un’altra parte rispetto ai suoni, innescando davvero pensieri paralleli a quelli innescati dai suoni. Insomma, occupano il loro posto. E così questo disco di suoni diventa anche un disco di parole, soprattutto scritte, perchè la densità di quelle dette è molto bassa. Ma, alla fine di tutto, a essere più importanti sono le immagini. Ogni elemento di Ricordo quasi tutto contribuisce a generarne alcune: molti dei suoni scelti sono così definiti e riconoscibili che generano per forza delle immagini, le parole dei titoli fanno lo stesso effetto, i ricordi sono fatti di immagini di per se stessi. E le immagini a cui si ricollegano suoni e parole sono uguali per tutti, i ricordi sono diversi da persona a persona. La cosa fighissima è che questo disco dice alcune cose universali e altre personali, e lo fa con un metodo di comunicare solo suo, in un messaggio che diventa unico e differente allo stesso tempo e che si nutre prima di suoni, poi di parole e alla fine anche di immagini.

Sarebbe interessante chiedere a uno di, non so, Milano, uno che non conosce bene il mare, che effetto gli fa ascoltare Ricordo quasi tutto. Tutti i dischi suscitano impressioni diverse in ognuno di noi, ma questo è fatto di immagini legate a un immaginario preciso, che fa o non fa parte di te. Per un milanese, Ricordo quasi tutto potrebbe non significare nulla, o essere un mondo nuovo, ricollegabile magari solo a un’estate di qualche anno fa in cui è venuto in villeggiatura. Lo stesso vale per l’ospedale. Tutti siamo andati in ospedale, ma non tutti ci siamo andati con quella frequenza (Onde sinusoidali, esplosioni e inutili ricordi fa sentire tutto il peso del rituale quotidiano del ricovero). Come in pochi altri dischi, il cambiamento del punto di vista cambia moltissimo l’impressione di chi ascolta.

Lo scopo del disco, quindi, potrebbe essere creare delle immagini. Se fosse vero, tutto tornerebbe, perché la fotografia è il campo in cui Zanni è più prolifico. Alcune delle immagini create da Ricordo quasi tutto potrebbero essere per esempio le foto che pubblica come @fulminiesaette su Instagràm. Ricordo quasi tutto passa da essere un disco di suoni, e quindi tutto tranne che concreto, a un disco tanto concreto da richiamare foto che esistono già.

Esce l’8 marzo per Bronson Recordings.

La vera storia di Martin Bisi e del BC Studio

Foto: Nathan Kensinger

A Gowanus (Brooklyn, NY) c’è un canale. È lungo tre chilometri, oggi ha cinque ponti che lo attraversano e nell’800 era il centro nevralgico di un sistema manifatturiero molto redditizio. Vedeva due tipi di movimentazione: le merci venivano trasportate verso il porto di Red Hook, la merda e i liquami inquinanti rimanevano proprio tutti fermi lì, nel canale. Dopo la seconda guerra mondiale, la crisi del settore manifatturiero trasformò quel quartiere nel posto in cui prendevano casa… i reduci. Allegria. Il canale invece si mantiene in forma e a quel punto in pratica è diventata un’entità non umana padrona di Gowanus, che nel frattempo cade pure sotto il controllo della Mafia, che (dicono) usa il canale come altre volte si usano i pilastri di cemento delle autostrade. Ah ma che bel posticino, BOB. All’inizio degli anni ’80 un po’ di artisti, che si sistemano in alcuni spazi inutilizzati, iniziano a popolare il quartiere. Per un paio d’anni, ‘81 e ‘82, l’ex fabbrica di proiettili diventa per esempio sede del Memorial Artyard, la compagnia che si prende bene a organizzare storie anche outdoor, lì nei dintorni del simpatico canaletto. Dopodiché ci sono 30 anni in cui, in un’atmosfera di abbandono e situazione generale comunque non salutarissima, il quartiere rimane abbastanza vivo dal punto di vista artistico. Negli anni ‘90 il canale si becca il premio “Most Polluted Body of Water of the USA”, grazie alla presenza di coliformi fecali, virus, batteri ed estremofili. Solo nel 2010 il Governo della città si accorge che proprio a Gowanus può sorgere una zona nuova da far diventare uguale a tutto il resto e inizia a ripulirla. Dal 2013 al 2016 un piano urbanistico dei residenti e del City Planning Department modifica non poco l’area. Oggi, si legge anche sull’internet, Gowanus è piena di localini e vita notturna.

Nel 1979, Martin Bisi, diciottenne di Manhattan con un passato musicale accademico alle spalle e la voglia sfrenata di smettere con quella roba noiosa, con Bill Laswell dei Material e l’aiuto economico di Brian Eno (fresco produttore di No New York)decide di aprire uno studio di registrazione per fare dell’avanguardia e rovesciare come un calzino tutti gli studi classici. Lo studio lo chiamano prima OAO (Operation All Out) e dove lo aprono? A Gowanus. Quando più o meno nell’84 Laswell se ne va perché gli stavano crescendo sul petto delle strane macchie, Bisi, che avrebbe potuto cogliere al volo l’occasione e cambiare location, visto che fuori proliferano i coliformi fecali, decide di rimanere e semplicemente cambiare nome allo studio, in BC Studio. La scusa ufficiale sarà che l’affitto cosa meno, a Gowanus.

I primi giorni di attività del BC sono assolutamente frenetici. Tutto fila liscio, a parte le puzze che vengono dal canal, per lo più c’è gente che va e viene e fa le prove. A un certo punto Martin va a fumarsi una paglia in riva al canale. La sua mente vaga senza sosta a quello che avrebbe voluto fare in quel posto, con le idee ben chiare in testa, ma anche un po’ spaventato, com’è normale che sia, di fronte al suo progettone di creare musica nuova, contemporanea. Gli mancano i soldi e deve trovarli! Così, immerso nei pensieri, ammaliato e incantato da quel posto che gli provoca talvolta entusiasmo talvolta una tristezza indescrivibile, soprappensiero casca nel canale. Passava di lì Brian Eno che accorre velocissimo. All’inizio si sbaglia e tira su il cadavere di un picciotto, poi però ce la fa e salva Martin. Che, a quel punto, sta delirando parole sconnesse come “accademia merda”, “avanguardia necessaria”, “need money”. Eno viene subito ammaliato da quello sconosciuto e gli presta un sacco di soldi, lì, sull’unghia.
Martin si è ripreso all’istante e da quel giorno non si è fermato un attimo, la sua energia inesauribile, la sua calma e la sua professionalità sono diventate famose a New York, tanto che tutti i musicisti più fighi sono andati da lui a registrare.

Ma cos’è successo quando Martin è caduto in acqua? È stato chiaramente contagiato: il demone della produzione manifatturiera, nascosto nell’acqua inquinata, si è impossessato di lui e lui registra, registra, registra comune un matto, produce, co-produce, co-produce. Energia infinita (per non dormire mai), calma (per avere a che fare con tutti quegli artisti) e professionalità (per fare il culo a tutti): questo è Super Bisi.

Il BC Studio diventa negli anni una specie di polmone musicale di New York, che si alimenta della vitalità più sotterranea della città e dell’acqua malsana del Gowanus. Vitalità e malasanità sono necessarie a Bisi per registrare quella musica, sono una fonte di energia e ispirazione inesauribile per tirare fuori le esperienze più significative della scena underground degli Stati Uniti e del mondo intiero. BC Studio complex of insanity, lo definisce lui. E la sua insanity conquista infatti tutta la città e richiama un sacco di gente che va a registrare lì: Afrika Bambaataa (qui una storia bellissima su di lui), John Zorn, Sonic Youth, Ruins, Swans, Unsane, Cop Shoot Cop, Maceo Parker, Arto Lindsay, White Hills, Cinema Cinema, Larkin Grimm, Boredoms, Helmet, Cibo Matto, Murder Inc, Ginger Baker, Dresden Dolls, Herbie Hancock eccetera. Circa 90 dischi registrati, missati, prodotti o coprodotti tra 1981 e ‘99. Circa 30 negli anni 2000 e ’10 fino al 2017 (oltre a otto dischi a nome suo). Senza limiti di generi musicali e per mille case discografiche: Polydor, SST, CBS/Sony, RCA, Landslide, Sacred Bones, Atonal, Elektra Musician, Celluloid, Homestead, Blast First, Virgin, Rough Trade, Parlophone, Big Cat UK, Geffen, Amphetamine, Matador, Alternative Tentacles, Warner Bros, Thrill Jockey. Ce n’è per tutti gusti. Ce l’ha il palmares Martin o no? Ed è grazie al bagno che si è fatto nel Gowanus! Powerful insanity. La lista completa dei dischi è qui.

Nel 1984, quando la gioventù e i superpoteri di Martin erano una coppia invincibile, Laswell, con la scusa di essere diventato famoso con i Material grazie alla canzone Rockit, oggi un classico dell’hip hop, registrata con un certo Herbie Hancock che frequentava lo studio e che con quella canzone vinse un Grammy, insomma Laswell se ne va. Il vero motivo sta nel fatto che la troppa vicinanza con Bisi lo stava contaminando. E poi Martin era insopportabile, non dormiva un attimo, lavorava solo. Laswell tornerà 4 anni dopo, praticamente tossicodipendente di Martin Bisi, che evidentemente aveva qualcosa… provocava dipendenza, per Laswell e per tutti i gruppi d’avanguardia di NY. Brian Eno invece si vedeva già poco dall’82. Quell’anno pure lui si registrò un dischino ai BC (Ambient 4: On Land), sfruttando, finché ne sopportò l’eccessiva vicinanza, l’incredibile potenza di Bisi, e poi non ci fece più niente. Lui aveva un ego più grande di Laswell e non tornò.

She’s in a bad mood, But I won’t fall for it, I believe all her lies, But I can’t fall for it”. No Martin, non sono i Creedence Clearevival o come si chiamano, sono i Sonic Youth e infatti te li sei accattati.

Quando Laswell se ne va, Martin non può smettere, è lanciatissimo. Non ci pensa proprio a trasferirsi e andare lontano dal canale. Cambia semplicemente il nome il BC Studio e lo fa decollare. Proprio nell’84, attirati dall’interesse che Martin aveva per l’hip hop, a Gowanus arriva Thurston Moore, per registrare Bad Moon Rising. Era chiaramente preso malissimo per quelle canzoni così obscure che aveva scritto ma la serenità d’animo e la tranquillità di Martin, nonché la sua energia inesauribile, hanno permesso a Thurston e al suo gruppo di terminare le registrazioni e addirittura tornare una seconda volta in quel posticino e fare Death Valley 69, con una Lydia Lunch appena ventiseienne e carica come una pallottola, e poi altre volte ancora. Con Michael Gira degli Swans, invece, è stata più dura vincere la gara a chi ce l’aveva più grosso, ma alla fine Martin ce l’ha fatta.

E invece no, cioè si, Martin Bisi ha fatto quasi tutto questo. Non ha fatto quella gara con Gira, non ha consolato Thurston Moore e non è caduto nel canale, però negli scantinati nello Studio c’è uno stagno (davvero) uno stagno, si vede bene nel documentario Sound and Chaos: The Story of BC Studio. Secondo me ogni tanto ci va a mettere a mollo i piedi, per tenere alto il livello della carica batterica). Ma tutto il resto l’ha fatto, ed è abbastanza esaltante che un’unica persona abbia concentrato intorno a sé talmente tanta musica e nomi importanti. Ha disegnato una linea concettuale musicale coerentissima. Ok, alla fine Gowanus è a New York e non è a Macerone, ma ha un valore anche l’arrivare a proporsi (e a essere considerato) come LO studio in cui a New York vanno/andavano a registrare i musicisti di un certo tipo. È uno status che va conquistato e mantenuto con scelte precise e non credo sia facile farlo per più di 30 anni. È un modo di proporsi e scegliere a priori e a livello concettuale i musicisti con cui lavorare: parti dall’idea, ti crei dei precedenti precisi che fanno la tua storia e la tua discografia e sarai identificato con loro, li scegli per essere scelto. Tutto questo a prescindere dal genere musicale.

Il BC Studio è stato l’anello di congiunzione tra la musica di New York e qualsiasi tipo di realtà produttiva (piccola, media, grande, grandissima), denominatore comune superpartes a cui frega un cazzo di chi fa uscire il disco, l’importante è incidere musica che vada nella direzione della sperimentazione, della novità. Martin vuole che vadano a suonare da lui, vuole sentire il suono che viene fuori da musicisti diversissimi tra loro ma che hanno in comune una cosa: un luogo, in cui converge tutto. Martin Bisi ha avuto il potere di leggere dentro alla scena underground di NY e di tirarne fuori il suono. Se quei dischi li avesse fatti qualcun altro in qualche altro posto sarebbero stati sicuramente diversi, meglio o peggio, forse ugualmente rappresentativi, non lo so, ma la realtà inevitabile è che quei dischi, che hanno dato un corpo a un sacco di musica underground, sono stati registrati lì, in un quartiere imperfetto, in una caverna imperfetta, al BC Studio. La cui discografia è come la lista di Kurt Cobain, però per l’underground newyorkese: ascolti i dischi e hai una panoramica completa. Bisi supereroe davvero per questo. Mettiamola così: la compilation No New York, prodotta da Brian Eno nel 1978, un anno prima di cacciare i soldi per il BC Studio, è quella della No Wave, registrata altrove, ai Big Apple Studio di NY. Da quel momento in avanti e per un tot di tempo ci pensa il BC a registrare quello che succede a NY.

Mancano i Suicide. Perché mancano i Suicide? Ho cercato sull’internet, ho letto addirittura un libro, ma non ho trovato niente a riguardo. Se qualcuno sa qualcosa, parli ora.

Uno splendido supereroe di mezz’età

Negli anni ‘10 Martin Bisi ha rallentato un po’ il ritmo. Anche un supereroe con i superpoteri con il tempo che avanza ha bisogno di rallentare. Nel 2016 ha deciso di fare una festa per i 35 anni della BC: un weekendone di concerti nella sua caverna a Gowanus con tutti i suoi amici. Così, un po’ ammaliato da se stesso e da quello che è riuscito a fare da quel giorno in cui è caduto nel canale e ha acquisito i superpoteri di Re(gistratore) dell’underground newyorkese, di quella serata c’ha fatto un disco. La particolarità del disco, oltre a fissare per sempre il weekend celebrativo, è quella di non essere una semplice raccolta o un best of delle robe registrare al BC, ma un concerto che non si ripeterà a cui hanno partecipato moltissimi musicisti della Bisi crew che si sono organizzati in gruppi di improvvisazione misti e hanno registrato pezzi originali di fronte a un pubblico selezionato (fan dello studio, matti del quartiere e così via). 13 canzoni tra noise, art-rock, punk, free jazz, hip-hop eccetera, missate ad Abbey Road.. no, scherzo, ovviamente lì al BC Studio da Martin Bisi.

Dopo la festa e chiuso il missaggio, era un po’ triste, perché il canale e il suo stagno personale non erano più quelli di una volta, e lui lo avvertiva forte. Per questo motivo, Martin si è messo a cercare come un pazzo su internet un posto, un fiume, uno specchio d’acqua, qualcosa che fosse simile al suo Gowanus pre-riqualificazione. Ed è finito a scoprire la riviera romagnola su google immagini. Ha prenotato un aereo e c’è andato subito. Dopo aver chiesto un po’ in giro, e comunque volendo assolutamente partecipare almeno una notte alla proverbiale baldoria rivierasca, scopre un posto che fa proprio al caso suo, che tra l’altro si chiama come un film che gli piace molto, Hana-Bi, in una città con un nome composto: Marina di Ravenna. Ci va, ci trova proprio una festa anni ’90 e a fine serata conosce il proprietario del locale, Chris. È amore a prima vista, reciproco. Martin scopre tutto un modo, e anche che Chris ha un’etichetta. Dopo la festa al BC, Martin era un po’ triste anche perché non sapeva a chi dare il suo disco. A New York sempre gli stessi nomi, le stesse etichette, due palle. Deve sempre continuare a rimpensare il proprio approccio alla musica: come negli anni ha registrato di tutto cambiando direzione, anche nella scelta dell’etichetta voleva cambiare direzione. A Marina di Ravenna ha trovato quella che lo ispira: la Bronson Recordings.

Il disco è uscito il 20 aprile.

Angolo incertezza. Il futuro dello studio è incerto (timore mio, nessuno mi ha fatto la soffiata) perché Gowanus adesso sta diventando cool e sta subendo un processo di gentrificazione che sa dio e finirà per alzare i prezzi degli affitti costringendo ad andarsene alcuni degli abitanti e degli artisti che sono lì da tempo. Tra questi, Super Martin, che non può nulla contro il Mostro della gentrificazione e della riqualificazione. Però c’ha lasciato più di cento dischi da ascoltare. Alcuni dei quali per anni li ho solo ascoltati e riascoltati, senza chiedermi da dov’è che venissero. Vengono da Gowanus e da Martin Bisi, produttore, antagonista culturale, selettore selezionato, Supereroe. Speriamo che la contaminazione, dentro di lui, non si esaurisca mai.

Bandcamp di BC35
www.martinbisi.com

La prima foto è di Nathan Kensinger, la seconda di Nicole Capoblanco e le ho rubate tutte e due da internet.

ELM – DOG

Dog scatena un immaginario preciso, chiaro come un’accetta ficcata nel tronco di un albero, o nella testa di qualcuno. Quando spingi play gli Elm ti hanno già chiuso nel baule di un’Impala nera, legato mani e piedi, tappato la bocca con lo scotch da pacchi. Tra poco ti scaricano nella polvere di un’Interstate, ti danno l’ultimo carico di botte e ti lasciano lì per sempre, da solo con il nulla. Fino a quando, all’altezza di Mayhem, un loro amico che si fa chiamare Leatherface ti tira su da terra, ti porta in casa sua, chiude la porta e ti getta in pasto a gente invasata con l’inferno. Se riesci a scappare, all’altezza di Boogie, l’ultima cosa che senti sono i tuoi urli. Poi, fine. È stato breve (35 minuti), come un film slasher ambientato nell’America perduta, ma terrificante. E (incredibile il fascino della paura), quando è finito hai voglia di riascoltarlo. Se vuoi, riattacca Banister, ma sappi che inizierà tutto daccapo, perché Dog è un incubo circolare, come una sega elettrica.
Insieme, gli Elm e la Bronson Recordings nel 2016 hanno fatto uscire un ep in cassetta e quest’anno il disco nuovo, Dog. Dog riparte dalla stessa canzone che chiudeva l’ep, Banister, lo stesso dente della sega elettrica, strappato da una 2 kilowatt e piantato nelle gengive di una quattro kilowatt. E in effetti il disco prosegue il discorso dell’ep, sulla strada del noise dell’Amphetamine Reptile, schiacciando il piede sull’acceleratore del rock’n’roll ma riuscendo a mettere insieme ritmo (tipo Feedtime) e carneficina (tipo Hammerhead). Nell’ep, se c’era una qualche intenzione di far sbucare fuori un ritmo un minimo preso bene, veniva sommersa e soffocata totalmente dalle distorsioni. Nel disco, invece, gli Elm provano un po’ più di gusto per il ritmo, pure un po’ accattivante, ma hanno l’accortezza di non esagerare in questo senso e tutto quello che c’è rimane funzionale a sottolineare la carneficina delle distorsioni.
La loro violenza è legata a una tradizione noise precisa, la quale è a sua volta legata a un immaginario cinematografico di massacro irrazionale in cui Dog è a mollo del tutto. Il video di Mayhem, quando ho iniziato a scrivere questo post, non l’avevo ancora visto ma è la trasposizione in immagini di quello che ho scritto. Con un finale diverso. Rispetto alla morte, a me spaventa di più l’idea della ripetizione senza fine, un vero seme della follia, che lascia però sempre viva la speranza di fuggire. Gli Elm invece la fanno più corta: la violenza che finisce con la morte è la più definitiva, ti piazza sotto terra senza possibilità di ritorno. Ogni canzone di Dog va dritta come un fuso verso l’obiettivo: concludersi, lasciando dietro di sé una scia di bassi impastatissimi e batterie avvinghiatissime alla chitarra che ringhia. Gli Elm sono spietati nel portare a termine ogni giro e incisivi nel marcare il percorso che conduce alla fine. Sono tornati per darci di nuovo una lezione di quanto sia necessario essere dritti per poter raccontare bene certe nefandezze suonando noise.