ELM – DOG

Dog scatena un immaginario preciso, chiaro come un’accetta ficcata nel tronco di un albero, o nella testa di qualcuno. Quando spingi play gli Elm ti hanno già chiuso nel baule di un’Impala nera, legato mani e piedi, tappato la bocca con lo scotch da pacchi. Tra poco ti scaricano nella polvere di un’Interstate, ti danno l’ultimo carico di botte e ti lasciano lì per sempre, da solo con il nulla. Fino a quando, all’altezza di Mayhem, un loro amico che si fa chiamare Leatherface ti tira su da terra, ti porta in casa sua, chiude la porta e ti getta in pasto a gente invasata con l’inferno. Se riesci a scappare, all’altezza di Boogie, l’ultima cosa che senti sono i tuoi urli. Poi, fine. È stato breve (35 minuti), come un film slasher ambientato nell’America perduta, ma terrificante. E (incredibile il fascino della paura), quando è finito hai voglia di riascoltarlo. Se vuoi, riattacca Banister, ma sappi che inizierà tutto daccapo, perché Dog è un incubo circolare, come una sega elettrica.
Insieme, gli Elm e la Bronson Recordings nel 2016 hanno fatto uscire un ep in cassetta e quest’anno il disco nuovo, Dog. Dog riparte dalla stessa canzone che chiudeva l’ep, Banister, lo stesso dente della sega elettrica, strappato da una 2 kilowatt e piantato nelle gengive di una quattro kilowatt. E in effetti il disco prosegue il discorso dell’ep, sulla strada del noise dell’Amphetamine Reptile, schiacciando il piede sull’acceleratore del rock’n’roll ma riuscendo a mettere insieme ritmo (tipo Feedtime) e carneficina (tipo Hammerhead). Nell’ep, se c’era una qualche intenzione di far sbucare fuori un ritmo un minimo preso bene, veniva sommersa e soffocata totalmente dalle distorsioni. Nel disco, invece, gli Elm provano un po’ più di gusto per il ritmo, pure un po’ accattivante, ma hanno l’accortezza di non esagerare in questo senso e tutto quello che c’è rimane funzionale a sottolineare la carneficina delle distorsioni.
La loro violenza è legata a una tradizione noise precisa, la quale è a sua volta legata a un immaginario cinematografico di massacro irrazionale in cui Dog è a mollo del tutto. Il video di Mayhem, quando ho iniziato a scrivere questo post, non l’avevo ancora visto ma è la trasposizione in immagini di quello che ho scritto. Con un finale diverso. Rispetto alla morte, a me spaventa di più l’idea della ripetizione senza fine, un vero seme della follia, che lascia però sempre viva la speranza di fuggire. Gli Elm invece la fanno più corta: la violenza che finisce con la morte è la più definitiva, ti piazza sotto terra senza possibilità di ritorno. Ogni canzone di Dog va dritta come un fuso verso l’obiettivo: concludersi, lasciando dietro di sé una scia di bassi impastatissimi e batterie avvinghiatissime alla chitarra che ringhia. Gli Elm sono spietati nel portare a termine ogni giro e incisivi nel marcare il percorso che conduce alla fine. Sono tornati per darci di nuovo una lezione di quanto sia necessario essere dritti per poter raccontare bene certe nefandezze suonando noise.

Recensioni generator the 3 pipponi serie: Tiger Shit, Blue Crime, Halfalib

Se uno ascolta Corners, l’ultimo disco dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (To Lose La Track), sembra l’album di un gruppo che fa la sua cosa da anni, ha le mani in pasta da sempre nel noise rock e riesce a riprodurne tutte sfumature senza difficoltà. E invece no, nel senso che non fanno la stessa cosa da anni e non c’è pilota automatico. È il primo disco in cui prendono con così tanta decisione quella strada. Nel 2013 hanno pubblicato Forever Young, che è un po’ un insieme indefinito di cose, più spostato verso i Male Bonding e in cui a volte le chitarre vanno in direzioni impreviste, già noise ok (Broken) ma anche math rock (The Smell) per dire. Lo stesso gioco intorno alla chitarra è in Whispers, del 2010, che suona più simile a Corners ma mai così pieno di distorsione, per le incursioni new wave e purtroppo anche di uno stile pulito e metallico alla Placebo (Vampire). Nel 2008 è uscito Be Yr Own Shit, che probabilmente è il disco della giovinezza, post punk e funk punk (Last Gang In Town), dove hanno fatto cose che hanno deciso di non fare mai più. Quindi, Corners ha il vantaggio di essere perfettamente dentro a suo stile e contemporaneamente di essere il primo esito noise rock così deciso di un percorso guadagnato col tempo. È fresco ma consapevole. I Tiger Shit vengono da una storia musicale insieme relativamente breve ma ascolti Corners e sembra l’unico modo possibile di fare noise rock adesso. Li guardi dal vivo e sono quello che ti aspetti da un gruppo che fa questo genere di musica. E questo mi fa sentire a casa. Non è sempre vero che bisogna ascoltare cose che vadano oltre i nostri confini, a volte è necessario soddisfare subito il desiderio di sentirsi assecondati dalla musica.
Corners procede senza prenderla di corsa, alternando canzoni più tirate a canzoni meno ed è un bel modo per evitare che la monotonia della chitarra che suona così prenda il sopravvento sulle canzoni e su tutto il disco: ecco perché funzionano le quattro all’inizio: Weird Times, Shamaless Pt. 1, Silver, Sacramento. Dopo un po’, anche l’alternanza rischierebbe di diventare monotona e quindi i Tiger Shit tirano fuori un pezzo un può scoglionato (Highland Park), un altro con un finale di chitarra da ascoltare con le orecchie a padiglione per i rivoli che inventa (Teen Forever) e poi Holidays, primo vero momento di riposo della chitarra. Ci sono delle volte in cui si fa tanto parlare delle chitarrone, chitarre grosse, chitarre di qui e di là, però poi c’è qualcosa che non torna, non fanno nessun effetto, non prendono. La chitarra di Corners è quella dei dischi noise rock ma ha una ragnatela tutta sua. Per iniziare, rimane sempre in superficie e crea una palude da cui non passerebbe neanche uno spillo, poi lascia che alle proprie spalle continui a suonare l’acqua melmosa e penetra nelle vene della terra sottostante. Fa una gran corsa all’inizio del disco e poi prende un respiro. Arrivata a BlowingFurther e Girls riparte con un andamento diverso, più veloce ma meno tormentato, come se si fosse sfogata prima e adesso volesse fermare la testa e andare solo sulle gambe. Sembra quasi una persona ed è la chitarra più viva che io abbia sentito ultimamente nei dischi di chitarre.

L’ep dei Blue Crime si chiama SubmarineBronson Recordings poco più di un mese fa ha fatto il suo primo party. Non so se lo sapete, ma sulla serata ho scritto questa cosa su Rumore. No, così per dire. Alla festa non hanno suonato i Blue Crime – che comunque saranno al Beaches Brew – ma gruppi che fanno roba completamente diversa. E questo è uno dei punti: l’etichetta del Bronson produce robe diverse, come altre etichette (Sonatine) ma non come tutte le altre etichette, quindi può essere considerato un motivo di vanto. Subamarine è un 7”, due canzoni che rimandano ad atmosfere precise, dream pop da un lato (Gypsy Cat) e Shannon Wright dall’altro (Blue Nocturnal), mischiando tutto con il noise rock e l’atmosfera dark. I punti di forza di Gypsy Cat sono la melodia, la struttura solida e il suono, bello deciso. La forza di Blu Nocturnal invece è quella di essere diversa da Gypsy Cat e più simile alle ballate psyco pop del lavoro precedente: per oscurità e paranoia lisergica ricorda Batman di Bunker. Sappiamo che la Bronson Recordings è di Ravenna. I Blue Crime invece vengono da Amsterdam e sono arrivati fino a Ravenna per trovarsi un’etichetta. O Ravenna è arrivata fino a loro per fargli il disco. Comunque sia, chi come me crede che la musica unisca le cose lontane non può pensare che sia casuale l’incontro delle acque di Amsterdam, ordinate e nordiche, con quelle di Ravenna, indomabili e spaventose, governate dal porto, che a vederlo da fuori sembra un posto così carico di incazzatura inespressa. Arrivando al punto, le chitarre di Gypsy Cat mi hanno ricordato quando nel 2015 l’acqua ha sommerso la campagna di Ravenna, rendendola immobile e piena di tensione. Blu Nocturnal invece mi ha ricordato la calma dei canali dell’Amstel ad Amsterdam. Sicuramente è una cosa mia, ma nell’ep trovano spazio questi due mondi, due espressioni diverse di una stessa matrice. Sono tutte e due riconducibili a qualcosa di dark, ma il primo lato è l’unione di tre cose (forza, pop, oscurità) che creano un tessuto più resistente, mentre il secondo non me l’aspettavo, e quindi è una cosa positiva, ma la tensione cala troppo. Vorrei che il prossimo disco fosse più come Gypsy Cat. Le acque calme possono far comodo nella vita vera, ma quando si trasformano in canzoni, se diventano tumultuose, fanno la differenza.

Halfalib è l’altro lato di Any Other: stessi componenti, risultati molto diversi, lo si nota da Malamocco (uscito per WWNBB). Alla guida di tutti c’è il bassista e questa è la grande carta in tavola che è stata cambiata nel passaggio da Any Other a Halfalib. In matematica, se cambi l’ordine degli addendi i risultato non cambia, in musica si.
Quando vedo per la prima volta un gruppo dal vivo, mi faccio delle domande sulle persone che suonano. È una cosa che va anche al di là della musica. Può succedere che mi fissi in particolare con uno di quelli che sono sul palco. Ci sono i casi in cui mi passa dopo tre minuti ma ci sono anche le volte in cui inizio a chiedermi chissà che musica ascolta a casa, come gli piace la pizza, se è astemio, se è uno stronzo o no. Non c’ho mai parlato, l’ho solo visto suonare dal vivo ma Marco (il bassista) sembra un tipo che si fa un sacco di cazzi suoi, riservato, ma che poi se lo conosci è fenomenale, una mente vulcanica e una personalità artistica ben definita. Si vede quando suona il basso: potrebbe anche non fare mai lo stesso giro se fosse per lui. Lo fa anche con Halfalib: infila strumenti, voci e idee tra le righe più nascoste delle canzoni, di continuo. In questo modo, è stato in grado di prendere gli Any Other e rovesciarli come un calzino, portando un trio chitarra basso e batteria a suonare cose diverse, passando dai Modest Mouse, o comunque da una musica che ha riferimenti precisi e dichiarati, a un altro posto. Non da una zona di conforto a una zona più complessa. A una zona nuova. E quali sono altri riferimenti di Malamocco? Questo disco fa un effetto strano. Le prime tre volte mi sembrava sperimentale, poi alla quarta è diventato pop, ma non tutto pop, cioè è pop ma a episodi circoscritti, come il pianoforte dolce che spicca all’improvviso, dopo aver latitato tutto il tempo ed essere stato sottomesso al sax, in Il troppo moltiplicarsi senza continuarsi conduce a, un pezzo che a volte è tribale (ma non triviale). Questa è la qualità migliore di Malamocco: unire le voci alla Jeff Tweedy a un mondo (appena sfiorato Wilco in The Whole Love) di dolcezza elettronica, per poi passare a svisate jazz: Human After Odd è l’esempio migliore per capire. Ma il massimo del disco è Liebe Fénix II Instant, che spiazza e sconfigge più di una volta il fronte che sostiene fino alla morte la necessità della risposta alla domanda si ma, che genere fa questa band?. In una sola canzone puoi trovare prima i Beatles, poi Yann Tiersen, l’ignoranza degli Aucan, il tiro senza filtro anti grattugia dei Death Grips, poi ancora i Beatles.
Tra l’altro, alla faccia dei sostenitori dell’importanza della definizione del genere, penso sia il caso di parlare d’altro, cioè del significato della parola Malamocco e di WWNBB. WWNBB vuol dire “We Were Never Being Boring” ed è il nome di un collettivo il cui motto su bandcamp dice “We want music to never turn into something boring for us. It would mean that we have become boring. Because music does not die with mp3′s or copyright: boredom is what brings it down, when it becomes a habit. All we need is a small do-it-yourself collective, as tiny as a simple smile“. Il rischio abitudine e noia è reale. Non è simpatico quando succede ma può succedere di stancarsi della musica, anche a uno che suona, che si può stancare di fare sempre le stesse canzoni. Lo diceva Capra nel suo disco solista. Ecco perché volevo parlare un attimo di WWNBB, perché la sua missione è difficile, si oppone alla natura dell’uomo, che ogni tanto smette di provare interesse, si allontana dalle cose e inizia a cercare soddisfazione in altro. L’abbandono della musica non porta per forza alla noia. Potrebbe. Ma potrebbe avere come conseguenza qualcosa di nuovo e diverso. Comunque, io credo che ascoltare musica salvi la vita quindi credo nel motto di bandcamp di WWNBB.
Parlando invece del significato di Malamocco, bisogna dire che è il nome di una piccola città al Lido di Venezia. Quindi ancora acqua. Voglio ufficilmente informarvi che non ho il trip dell’acqua, del nuoto o del mare, ma non sarei neanche scontento di averlo. Il nome antico di Malamocco è Metamauco e la leggenda narra che “l’antica Metamauco fosse localizzata in posizione più esterna dall’attuale Malamocco, verso il mare. Sussistono ancora dicerie locali secondo le quali, nei giorni di mare calmo, è possibile scorgere le rovine della città che, sempre la tradizione, vorrebbe distrutta da un devastante maremoto” (wiki). Sicuramente non sarà vero, ma è bellissimo, e alcuni passaggi del disco fanno un po’ quell’effetto lì: li senti, un attimo dopo scompaiono del tutto e ti chiedi se li hai sentiti veramente. Per fortuna che si può tornare indietro anche con l’mp3 e provare che non sei matto. E se puoi fare rewind, non è l’mp3 a uccidere la musica, ma il non ascoltare più musica. Comunque, arrivando al punto, da una “scena” che vive di math rock, emo, screamo e indie rock, viene fuori Halfalib che cambia le carte in tavola e guarda un po’ più in là, allontanandosi sia dal mondo che lo circonda tutti i giorni sia da se stesso. Malamocco è un disco insolito, il sorprendente rovescio del calzino di Any Other.

Bronson Recordings Festival, 14 Gennaio 2017.

elm

ELM

di Marco Pasini, www.forthekidsxxx.blogspot.it

Potevamo noi di Neuroni esimerci dal presenziare al primo festival targato Bronson Recordings, interamente dedicato alle band dell’etichetta ravennate (anche se ovviamente quelle presenti nel roster sono molte di più rispetto a quelle che han suonato) diretta emanazione del Bronson e dell’Hana Bi? Certo che no, e infatti il sottoscritto era presente per raccontarvi un po’ come è andata. Ovviamente il tutto sotto l’occhio vigile e attento del supremo imperatore di questo blog, che si è sincerato che il sottoscritto non si distraesse troppo.

Giungo in loco con un leggerissimo ritardo, dovuto al fatto di non aver ben compreso l’inizio del live set, ma tant’è. Sul palco gli Elm di Cuneo, un quartetto che mi riporta immediatamente ai ’90’s, con quel suono noise/alternative che fece la fortuna di Helmet, Prong e compagnia bella. Sono rimasto molto impressionato dalla loro prestazione: quadrati, energici e davvero ispirati. I temi che affrontano sono l’amore per il Texas (avrei dovuto capirlo dal cappello sfoggiato dal chitarrista, che io confondo con il classico panama. Fortuna che c’è il boss di questo blog a spiegarmi l’intera faccenda), con chitarroni pastosi e un muro di suono non indifferente. Il cantante si muove con consumata maestria, e la sua voce pesantemente effettata si fonte alla perfezione con tutto il resto. Non a caso, finito il loro concerto, dalle casse fuoriescono gli Helmet. Promossi a pieni voti, nient’altro da aggiungere.

istvan

Istvan

Dopo un rapido cambio palco e una Red Bull da parte mia, salgono su gli Istvan di Forlì. Qui cambiamo radicalmente lidi, e ci troviamo sospesi tra l’aridità di una spiaggia e la rocciosità della montagna. Gli Istvan suonano quasi interamente strumentale (rare le incursioni vocali dal parte del chitarrista), ma sanno come farci stare bene. Il loro sound imbevuto di psichedelia, progressive, un tocco di space rock e una punta di stoner/doom me li ha fatti apprezzare sin dalla prima volta che li vidi dal vivo. Carlo alla chitarra si muove come tarantolato, tra sinuosi riff e assoli caldi e dal retrogusto seventies. Sabbione dà una prova muscolare dietro alle pelli: è un piacere per i miei occhi vederlo dipanare la matassa percussionista della band, in un crescendo di pathos e coinvolgimento audio-visivo. Infine Rex, molto più compassato nelle movenze, ma dotato di quello stile che gli permette di irrobustire al punto giusto il sound degli Istvan. Una certezza.

sunday

Sunday Morning

Giungiamo alla fine con i Sunday Morning da Cesena, freschi freschi di quel Let It Burn che ha generato pareri anche contrastanti. I nostri stasera appaiono in gran spolvero, con una prova che mi fa dimenticare quella un po’ acerba del loro release party di qualche mese prima sempre al Bronson. I quattro alfieri dell’indie rock non sentono stasera la pressione della volta precedente e appaiono molto compatti e rilassati. Andrea, voce e chitarra, gigioneggia col pubblico come suo solito, ma in maniera estremamente easy. La sua prova vocale è convincente sotto tutti gli aspetti. Federico alla batteria suona in maniera eccellente: senza mai strafare, si prodiga in tutta una serie di filler, con fluidità e semplicità. Luca all’altra chitarra è un po’ il ponte di collegamento fra i vari strumenti: come un abile direttore d’orchestra, indirizza il suono nella giusta direzione. Jacopo al basso è asciutto e preciso e impreziosisce i brani dei Sunday Morning con le tastiere, all’occorrenza. Davvero convincenti, come per me lo è stato Let It Burn, pur essendo un album che si muove su coordinate diverse dalle precedenti release.

La conclusione? Un gran bel festival che, sebbene minato dalla defezione di Confrontational per colpa di malanni vari, ha dimostrato come suoni anche molto diversi tra loro possano tranquillamente convivere. Un plauso va al Bronson, che con tenacia porta avanti un certo tipo di discorso, in un paese come il nostro, in cui il deserto culturale e attitudinale sembra esser all’ordine del giorno. P.s.: attendo anche una versione estiva, in cui crogiolarmi bello abbronzato con una Fritz Cola in mano..

STREAMALI TUTTI bronsonrecordings.bandcamp.com

Al Bronson: Chambers, La Quiete e The Death Of Anna Karina – foto a caso

No ijr, cl’étddé
l’era paséda la mezanòta da un po
a s’era cuntent c’a s’era in che pòst che lé.
L’era par un live, mica una ròba nova.
La voja ad fé e sciòc l’è andéda
e l’è arvanzé che sapour: fora
la starléda giazéda, dentra cla roba
forta, roba bona, cl’am pé una sacagnéda.
(Mario Macerone)

Oggi, foto. Sabato al Bronson ho notato un pò di movimento sul palco e così ho voluto fare un pò di foto. Però per me le recensioni hanno ancora un valore.

Sopra: Chambers (Leggi la recensione di La mano sinistra).
Sotto: La Quiete (Ascolta La fine non è la fine).

Sotto: The Death Of Anna Karina (Video di Sparate sempre prima di strisciare).

Deppiù: chambersband.wordpress.comlaquiete.org, www.thedeathofannakarina.com

Al Bronson, The Death Of Anna Karina, La Quiete e Chambers

Forse è tardi, forse non lo è mai, preparatevi a un post filosofico, ma questa sera al Bronson saltano sul palco The Death Of Anna Karina, La Quiete e Chambers. Dopo accadono cose grandi, con dj quotati. Non scrivere nemmanco un rigo mi sembrava una bestemmia. E per par condicio, qui sotto ci attacco un video di La Quiete.

E siccome le locandine in questi casi non mancano mai, io credo che sia il caso di mostrare quelle di questa sera. Release, come si dice oggi dappertutto, purtroppo anche a Milano, spettacolari.

Dopo aver utilizzato un discutibile termine la contrarietà al quale concentra tutta l’avversione scaturita da certe situazioni nei confronti della capitale lombarda, mea culpa, veniamo ora a un pensiero profondo. Questa sera si fa della legna e l’emozione di assistere a concerti simili, a distanza di un metro dal palco, o anche sopra al palco se si ha abbastanza coraggio, non capita tutti i giorni. Oddio, se uno si potesse spostare tutti i giorni in giro per l’Italia, capiterebbe tutti i giorni, e sarebbe una benezione, un pò come il battesimo di David voce dei Disquieted By al TPO. Ma… la passione se la alimenti otto ore al giorno tutti i giorni diventa lavoro e non è più passione, ma due palle così. Trattasi di un pensiero simpatico, sentito da qualche parte nel riminese, che non potrebbe trovarmi meno d’accordo. Concerti live con gruppi come questi me li sparerei ognissanto giorno. Per ora, accontentiamoci di quello che possiamo avere, del doman non v’è certezza, e vediamoci quello di stasera. Sabato prossimo (il 17) Putiferio al Sidro di Savignano.

Finalmente la rivincita sul tagadà, l’album dei Disquieted By

Argentina Mon Amour è uno dei pezzi più dritti che io abbia sentito negli ultimi anni, è una sorta di perfetta soluzione armoniosa composta da un ritornello di tre parole geniali, perché suonano benissimo insieme, e una musica più classica con stacchi travolgenti. E Join Us Cops ha un paio di giri di chitarra che ti bruciano. Inizia così, dopo la velocissima Pirates, l’album dei Disquieted By, che ha un titolo fantastico, Lords Of Tagadà, per To Lose La Track (cliccate per scheda e download gratuito dell’album).
Tutte le volte che andavi sul tagadà, quando arrivava in città, a fine giugno nel mio caso, c’era qualcuno che stava al centro, in piedi, mentre tu stavi incollato come una lumaca al ferro sopra la schiena del sedile. Il massimo che ti potevi permettere erano i guantini, per non farti venire le veschichine. Quelli che stavano in mezzo erano i veri duri, e di solito cuccavano alla grande. A fine giro, sconsolato e con gli ormoni a palla, te ne andavi alle macchinine a scuzzo.
L’incipit di Lords Of Tagadà è la partenza per un giro senza soste su un ottovolante che va molto più veloce della Ferrari del tamarro che ti supera da destra in autostrada. Sarà così anche il live all’Hana-Bi di Marina di Ravenna, insieme a Raein e Riviera sabato 25 agosto (www.bronsonproduzioni.com/lab/hanabi)? Spero di si.

Il quinto pezzo, Too Seriously, ha qualcosa di radicalmente originale, a partire dal grido iniziale che ti mette subito in una prospettiva di divertimento, prospettiva che non viene tradita, ce lo dicono in particolare le due chitarre che s’intrecciano a metà canzone. Superi il piacere liberatorio, che provi nel momento in cui salti a ritmo, quando ti blocchi per ascoltare il cambio di tempo di Aquaplanning: come in buona parte del disco la chitarra ha un suono rock’n’roll assoluto, e dietro c’è una batteria di una precisione folle. Le soluzioni chitarristiche sono sempre molto originali, come in Protogone, dove la seconda chitarra diventa una mosca enorme che si muove impazzita sulla chitarra ritmica. In Marcetta s’incontrano i PiL, i 108, gli Shelter… non è un meeting da tutti i giorni, secondo me. Un groove pazzesco ce l’ha il giro chitarra/batteria poi anche basso e seconda chitarra all’inizio di Ekiona: si tratta di una soluzione ritmica notevolmente spezzata, soprattutto per l’arrangiamento della batteria e del basso, che si aprono poi nel ritornello, leggermente più dritto ma ugualmente incalzante.
Torniamo a divertirci un bel po’ con Mamimami Corazon e dallo stereo escono i Fuzztones rivisti sotto la luce dei Dead Kennedys e in particolare di Jello Biafra. Non so se è perché ne parlavo pochi giorni fa con un amico ma ritornano alla mente anche i Faith No More di Mike Patton, per la miscela che si viene a creare grazie alla velocità di batteria e voce, che fuggono, corrono corrono e non c’è modo di pigliarle. Come in Piero Fear. Paura fa anche il pezzo successivo, l’ultimo dell’album, Drug: un ritmo dettato pesantemente dal basso, reso simpatico da un vocione suadente e accompagnato alla conclusione da una chitarra e una batteria che ti fanno decollare, ti lanciano decisamente fuori dal tagadà.
Il lancio è un sollievo, perché la musica è quella giusta, quella con la quale verremo ad assordare voi maranza che state in piedi al centro, con l’ascella pezzata dal sapore acido misto all’odore malsano di un profumo machissimo, sempre pronti a limonare duro. La potenza dei Disquieted By vi arriva in faccia, divertente, veloce, inarrestabile e musicalmente ineccepibile: non siete più voi i signori del tagadà.