Belli i denti del lupo. Flaming Lips allo Sherwood Festival di Padova

Un concerto dei Flaming Lips può essere un buon acido, oppure può essere una visita al parco dei divertimenti. Alcuni dicono che sia paragonabile a un concerto degli U2 ai tempi di Pop: chè sei distratto dalla scenografia e la musica passa in secondo piano. Mah.
Un concerto dei Flaming Lips è una batteria, in questo tour arancione, trasparente e con scritto MCA sulla cassa, sempre presente, anche quando non suona. Poi è la voce flebile di Wayne Coyne, che a sentirla dal vivo è ancor più sottile, così fragile da meravigliarsi quando poi pensi che ti piace lo stesso.
Race For the Price è stata la prima canzone (anche) a Padova, il 16 luglio (neuronifanzine sempre sul pezzo, eh?). In effetti, sembrava proprio di stare al carnevale di Viareggio. Se hai la possibilità di vedere subito da vicino Wayne Coyne, ti rendi conto che ha già iniziato a sorridere: avrà quel sorriso fisso per tutta la durata del concerto. E questa è una cosa che ti fa sentire meglio, durante e dopo. Tanto meglio che il concerto diventa il contenuto di una parentesi (tra 2 ore di macchina all’andata e 2 al ritorno) che ti godi molto volentieri. Se hai fatto tutta quella strada per vedere un’ora e mezza di concerto, un motivo ci sarà. La prima volta lo speri, le volte successive lo sai.

Si, la ragione c’è, e sta nel fatto che un concerto dei Flaming Lips è (anche) uno spettacolo divertente, pieno di giochi, di coriandoloni, immagini di donne nude e musi di lupo, mani giganti e bolle di plastica, uno spettacolo dominato da un 51enne che ride e scherza con se stesso, con il pubblico e con gli altri suoi compari come se fosse la prima volta ogni volta. Se guardi su YouTube un video a caso degli anni ’90, vedi che l’espressione di Wayne Coyne è sempre la stessa, non è cambiata quella follia che brilla nei denti e negli occhi. Non è cambiata la droga, o forse ha lasciato un segno indelebile.
Ecco, in questa situazione, la batteria ti prende e ti riporta alla realtà della sua musica. A volte si assenta, ma poi torna. Quando non c’è, la aspetti mentre un altro suono ti occupa i pensieri, quando c’è è una cosa che pulsa sotto terra, esattamente sotto i tuoi piedi. Ci sono poi le chitarre, capaci di metterti sull’attenti!, capaci di farti amare questo gruppo al di là di qualsiasi colore, bolla di plastica o coriandolo sparato in cielo: non sono così su disco, dal vivo è tutta roba nuova, e buona.

Una menzione speciale per il bassista Michael Ivins, che è sempre su un altro pianeta. Arrivi alla fine del concerto che è come aver mangiato di nascosto lo zucchero a velo. Arrivi a Do You Realize??, l’ultima canzone, che non sei per niente stanco, anzi, sei carico di zuccheri.

One, two, three, four! Gli Other Lives all’Hana-Bi

Ruffiani. Abbiamo visto gli Other Lives (from Oklahoma) all’Hana-Bi, il 30 luglio, e abbiamo comprato il cd, in loco. Tanto per schiantare subito il desiderio di trovare sempre qualcosa che non va nella musica che all’improvviso piace a troppi, intoccabili esclusi, diciamo che gli Other Lives sono ruffiani. Lo sono quando si muovono nelle limacciose acque del cantato con effetto coro “alla Coldplay”. Recidivi. Sono anche recidivi gli Other Lives, perché pure l’omonimo album di debutto (2009) richiamava alla mente il Parachutes della band inglese.
Usciamo ora dall’angusto spazio della critica negativa per forza dicendo che, si, anche dal vivo ci sono zone coldplayose, ma sono più complete dell’originale, ormai smunto e stanco. Per esempio, le percussioni, sulle quali gli Other Lives innescano esaltanti marce, fanno dimenticare quel vizio di strusciare la gamba dell’ascoltatore con aerose riprese alla Chris Martin & Co. Gli Other Lives reggono ritmiche da paura e creano giri di basso e batteria trascinanti, senza stra-arrangiare. La title track del nuovo album (Tamer Animals) è un esempio; Dust Bowl III è invece probabilmente la canzone in cui il vortice tocca il vertice (scusate il gioco di parole), completato dalla chitarra.
Rispetto al disco, episodi come questi (e qui emerge una delle caratteristiche più brillanti del gruppo, una delle scoperte più piacevoli) sono molto più toccanti nel live, dove tutto è più rotondo. A tratti le ritmiche si trasformano in alternanze tra pieni e vuoti che risentono di vecchie modalità alla Mojave 3. La strumentazione un po’ allargata (quasi due batterie, percussioni varie, tastiere, voce femminile, violoncello), utilizzata con giovane sapienza, consente agli Other Lives di attribuire alle proprie canzoni anime diverse che, da un lato, si aggrappano un pò ai Radiohead un pò ai Gomez, dall’altro sconfinano nelle piacevoli Americhe, anche quelle dei Calexico. Al di là dei riferimenti alle maestranze, il live assume carattere nel momento in cui dimostra con decisione di avere una propria visione e una propria idea di canzone, con un proprio suono, sempre ben calibrato ma mai adagiato su facili soluzioni. Non sono mai veloci gli Other Lives. Le ritmiche sono sempre sotto le righe e sorreggono un cantato lento e lagnoso, ma spesso il risultato d’insieme è esaltante. Delicato è il risalto che la performance dal vivo dà all’unione di cori, percussioni, chitarre e tastiere.
Ci sono poi le volte in cui le ritmiche rompono il confine del basso e della batteria. Da questi momenti, nasce un’altra sorpresa: si approda a sonorità (Woodwind e Desert) in cui i violini e il pianoforte prendono il sopravvento e la musica degli Other Lives va verso una direzione nuova, cinematografica (il top è Heading East), dalla quale potrebbero nascere vie musicali interessanti per il futuro.
Ruffiani recidivi, ma splendidi, e anche teneri e imbarazzati, quando alla fine del concerto annunciano di non avere più pezzi pronti, e coverizzano Now I Wanna Sniff Some Glue dei Ramones. Una scelta interessante. La fanno acustica. Il pubblico canta con loro fino a sfumarla in un sottile bisbiglìo. Strana sensazione, su un pezzo così. Arriva il silenzio finale, e buona notte.
(Foto: Shiver)

I Wilco live a Bologna

Ieri, 9 marzo 2012, è successo. Li abbiamo visti. Jeff Tweedy è quadrato, John Stirratt è super basso, Glen Kotche è un bel tamarro che a un certo punto si è messo in piedi sulla batteria, Mikael Jorgensen è timido, Nels Kline si muove come uno stuzzicadenti spezzato e anche un pò come un derviscio, Patrick Sansone è giovane, risevato e si diverte.
Tutti insieme spaccano. Ecco come hanno aperto:

Ne ho sentite di tutti i colori, sulle chitarre, sulle bestie da palcoscenico, sugli arrangiamenti elettronici bruttissimi, sui fraseggi del chitarrista “alla Braido” (??!), sul batterista in piedi sulla batteria, sul rispetto, sulla carriera. Non ho sentito dire che il cantante Jeff Tweedy continua a ingrassare, ma sul palco ha la sicurezza di un animale padrone del proprio territorio. E non ho sentito dire neanche che i Wilco son passati attraverso un repertorio gigantesco senza uno sbaffo, con un bis che da solo era lungo come un concerto di quelle fichette degli Interpol (che hanno 4 album all’attivo). Mi limito ad aggiungere che i Wilco sanno essere delicati e leggeri, adesso, e fra due minuti diventano birri come il più classico dei rocker. Un concerto così quando il grunge era in auge avrebbe fatto urlare di gioia i fighini con i jeans strappati, perchè è un pò come un concerto di Neil Young: elettrico, acustico, dolce, incazzato. Ora vanno fortissimo, soprattutto in provincia, l’elettronica e i fraseggi contemporanei. Cito da fonte anonima: “I post umani possono andare a prenderlo nel posteriore. La musica non classica l’hanno invanteta i negri e, senza il groove, il cuore e la melodia, non è niente. Tra James Brown e Steve Albini non esiste paragone. O no?”. Io amo Steve Albini, ma non ho resistito e ho citato. Il post umano divenuto caricatura di sè stesso non mi ha mai fregato, i Radiohead per forza non mi piacciono. Voglio che il giudizio si regoli in base a ciò che abbiamo di fronte, a ciò che ascoltiamo “in un dato momento”, non che sia universale e che appiattisca tutto a essere bianco o nero. Il problema sta anche nel sapere riconoscere ciò che hai di fronte. I Wilco hanno percorso una buona parte della tradizione rock statunitense, il folk, il country, l’alt-country e via dicendo. Come fai a giudicarli in base ai loro inserti di elettronica che secondo te fanno schifo (secondo me, la loro Art of Almost di The Whole Love batte molte canzoni del King of Limbs dei Radiohead)? Lo dice anche -bastonate- a proposito del nuovo disco di Mark Lanegan. Sei a un concerto rock, giudica il rock. Sei a un concerto di liscio, giudica il liscio. Non giudicare il liscio perchè sei rock. O non sei in grado?
E, per chi odia gli assoli, beccatevi questo.