Wovenhand, The Laughing Stalk: supasong

Dall’ultimo album The Laughing Stalk di Wovenhand (luglio 2012, Glitterhouse Records). Questa canzone inizia con suoni avvolgenti, risultato di un lavoro fantastico in sede di produzione, e prosegue appiattendo il sound da rimbombante a contenuto, per favorire l’ascolto della melodia, eccellente. Ascoltatela in cuffia.


www.wovenhand.com

To Lose La Track Night, le foto di quella notte al TPO

Boia de singuléri, eran tre giorni che pensavo a come iniziare un articolaccio sulla To Lose La Track Night di sabato scorso al TPO di Bologna con, in ordine di apparizione sul palco, Disquieted By, Chambers e Gazebo Penguins. Ma no, il cervello mio rispondeva solo vuoto spinto – niente di così strano in effetti. Poi, oggi, mangiavo abbattuto una merendina triste di fronte a un distributore silenzioso e sono all’improvviso tornato raggiante, perchè ho visto la luce. La inizio in ginocchio la recensione, ho pensato, la inizio in ginocchio per dire grazie iddio che ci mandi in terra ancora concerti come questi. L’atmosfera era bruciante, i climax non è stato uno, ma svariati. Ne cito solo alcuni, non per fare un elenco o una classifica, che non saprei proprio, ma per imbirirmi un pò: Argentina Mon Amour dei Disquieted By, o anche quando David (the voice) ha battezzato il pubblico con l’acqua minerale; Chiuso per fiere dei Chambers, oppure ogni volta che il bassista si metteva in piedi in cima al palco e faceva arrivare la sua ombra lunga fino al bar in fondo in fondo dall’altra parte del TPO; Ci mancherà dei Gazebo Penguins o anche tutte le volte che il batterista alzava il tiro e menava da paura con una faccia come dire alla prossima spacco ancor di più il sedere. Poi, devo ammettere, un pò facile come scelta, ma devo dirlo, anche quando i Gazebo Penguins hanno suonato Senza di te, cioè questo preciso momento che segue:

Mi piace il modo in cui hanno sistemato i microfoni per cantare, i Gazebo Penguins, e lo hanno fatto altre volte, in altre occasioni. Ora, dopo una marea di concerti nell’ultimo anno, si fermano (dal vivo) e speriamo di rivederli il prima possibile, con un disco nuovo. Live i Gazebo Penguins hanno un’energia formidabile, sono tre formiche laboriosissime. I due frontmen (!!!) hanno un’intesa magica. Magica, si, magica, ok?! Con le foto, partiamo dalla fine, cioè proprio da loro, visto che ci siamo.

I Chambers dal vivo fanno un suono saturo, come si dice, pieno come un uovo. Su disco sudano. Anche al TPO hanno sudato, suonando fino alla fine delle forze. Quelle chitarre che ronzano e si impastano con il basso punk e la batteria che sputa schegge (e le facce impagabili del batterista) sono roba forte. Il cantante è una specie di caverna da cui esce un’eco continua, lontana, che si intensifica quando vuole inchiodarti le orecchie. E quando si ferma, è perchè ti aspetta al varco, si condola un pò, ma ti aspetta lì. Una sensazione che si avverte anche dal disco, ma dal vivo l’effetto è triplicato. Beccatevi le foto.

Capitolo Disquieted By. È necessario bullarsi all’infinito di essere stati al TPO sabato 20. Ed è necessario bullarsi di aver sentito la potenza dei Disquieted By: questa è musica quadrata, coi fiocchi. È stato lui, David, con il Battesimo dei pargoli sotto al palco, a farmi venire voglia di mettermi in ginocchio di fronte a iddio. Passaggi perfetti, dinamiche divertenti (quelle sul palco) e una botta esplosiva, ed esclusiva, quella che usciva dalle casse. Ogni strumento apriva un divario notevole tra quello che deve essere (ed era) e quello che non deve essere. Che cosa vuol dire non lo so bene, ma rende l’idea della grandezza dei Disquieted By.

Se avete voglia leggetevi le recensioni degli ultimi album: Finalmente la rivincita sul tagadà, l’album dei Disquieted ByChambers, La mano sinistra del demanioLa Legna brucia, i Gazebo Penguins suonano. Ora, come si fa ogni volta che si assiste a uno spettacolo di questo tipo, da paura, viviamo di ricordi. Fino alla prossima volta.
www.toloselatrack.org

Arriva Jason Lytle (Grandaddy) con un nuovo album da solo

E quando l’evento arriva, arriva, e bisogna riconoscerlo. Jason Lytle (voce dei Grandaddy) è tornato con un nuovo album solista, Dept. Of Disappearance (Anti), uscito proprio proprio da poco, il 16 ottobre. Tornato lui, tornano anche i Grandaddy, visto che si sono riuniti, per fare alcuni concerti, l’estate scorsa. E allora chi era rimasto a bocca asciutta dal 2009, anno del debutto solista Yours Truly, The Commuter e di altre robe, ora ha di che cibarsi.
Dept. Of Disappearance potrebbe quasi a tutti gli effetti essere un nuovo album dei Grandaddy, perchè Jason Lytle gli ha dato quello stesso spessore e quella stessa tipologia di suoni. Quasi, perchè intervengono inevitabili cambiamenti e maturazioni.
L’uscita del primo dei Grandaddy Under the Western Freeway nel 1997 per V2 fu una piccola rivoluzione perchè non c’erano tanti gruppi che riuscivano a unire la forza di una chitarra distorta a quei suoni da bambino, poi tanto osannati con il lo-fi. C’erano anche gli Sparklehorse (un saluto e un omaggio a Mark Linkous da Neuroni..) che lo facevano, ma combinando soluzioni diverse rispetto ai Grandaddy. E poi c’era Smog, attivo già da qualche annetto.
Dicevo Under the Western Freeway fu una piccola rivoluzione per quegli anni. Il grunge si era già (un poco, per certi versi) ingentilito (nel ’94 era uscito Vitalogy e nel ’96 uscì No Code dei Pearl Jam) ma non si era per niente ingentilito il post-hard core-punk-screamo chiamatelo come vi pare: nel ’95 uscì Red Medicine dei Fugazi e il ’96 fu l’anno di Songs to Fan the Flames of Discontent dei Refused. In mezzo a tutta questa fottuta grande musica arrivò, mano nella mano con Vivadixiesubmarinetransmissionplot, primo degli Sparklehorse (1996), Under the Western Freeway. Il seguito fu The Sophtware Slump, poi SumdayJust Like The Fambly Cat. Dept. Of Disappearance riprende tutto quello che i Grandaddy ci hanno lasciato, dalle canzoni più ballabili (Your Final Setting Sun ha la stessa forza di quel pezzo della madonna che era Summer Here Kids in Under the Western Freeway) alle ballate stranianti (Laughing stock VS Hangtown). Non so se è perchè Lytle è invecchiato ma, in generale, ha guadagnato in gentilezza e delicatezza, se mai poteva guadagnare qualcosa da questo punto di vista. Certo acido che usciva dai suoi strumenti non esce più, certa rabbia soffocata non la sento più. Dall’altro lato, rimangono quelle aperture che ti catapultano da un’altra parte, altrove.
L’incipit del nuovo album è quasi horror, riequilibrato grazie alle chitarre, alla batteria e a un tappeto di cori (che tornerà in conclusione di disco) che ci fanno capire subito una cosa: l’album sarà una cosa seria, non un contentito per fan sbavanti.
Qualche riga, a parte, và spesa per Get Up And Go, che pare veramente un omaggio breve e meraviglioso a Mark Linkous, aka Sparklehorse, con il quale Lytle ha anche collaborato.
La seguente Last Problem Of The Alps arriva sulle vette di Deserter’s Song dei Mercury Rev e ha la forza di riconciliarmi definitivamente con tutta quella musica di qualche anno fa dalla quale mi ero un pò distaccato, solo per questioni personali, solo perchè non era nelle mie corde. Forse continuerà a non essere nelle mie corde (forse) ma il suo valore (grande) è tornato alla ribalta con prepotenza in Last Problem Of The Alps.
Ogni canzone di questo Dept. Of Disappearance (streaming sul You Tube di Anti Records) è una sorpresa perchè pare cristallizzata nel tempo, pare che non sia successo niente fuori da Lytle, ma solo dentro: la voce è sempre quella, sottile, al limite del possibile, la forza che esprime è diversa, accompagnata dalle batterie che non sono più “indietro” come una volta ma che ancora fanno il minimo, meraviglioso, indispensabile, e dalle chitarre che fanno capolino con aggressività a volte, ma più volentieri con classicità e consapevole riserbo. Aggiungo il pianoforte di Somewhere There’s A Someone: semplice e ben strutturato sin dall’incipit, si apre in seguito con gli archi, la batteria e la voce, nella canzone delle canzoni, talmente classica da ricordare i Beatles e il Neil Young più pacato e rilassato.
Sentirete, a un certo punto, anche Chopin.
Sumday si presentò come l’album più atarizzato, o meglio commodorizzato. Oggi è la drum machine che arriva a fare il solletico a Jason Lytle in Gimme Click Gimme Grid: lui le dà sfogo, ma poi la domina, e la riporta all’ordine trasformandola in una ballata elettrica. Le due anime si alternano in questo episodio conclusivo dell’album. Sentite come riparte il piano, seguito da un tappeto onirico di cori, dalla chitarra e da un arpicordo (forse) in coda alla canzone. E ditemi se c’era modo più esaltante di chiudere un fantastico ritorno.