Il liscio sul palco dell’indie, Stregoni e il resto: Tafuzzy days 2017

L’estate è la stagione in cui i miei mi portavano al mare. Il nostro posto era Tagliata, vicino a Pinarella di Cervia, dove pochi anni dopo si sarebbe trasferito il Rock Planet a spezzare le notti silenziose della provincia della provincia della riviera. A Tagliata c’era la pineta e sulla pineta ho sentito raccontare le prime storie terrificanti, prima ancora dello Zio Tibia su Italia 1. Esisteva già la fobia dello straniero e ogni estate iniziavano a circolare le voci tanto incontrollate quanto infondate dei “neri” che si aggiravano sotto gli alberi nelle zone più nascoste, violentavano le ragazze e picchiavano i bambini. Storie assurde, di una violenza inaudita per le orecchie di un ragazzino al quale venivano raccontate non perché fossero vere ma solo per evitare che andasse in pineta da solo, anche di giorno. La violenza degli adulti nei confronti dei figli, per difenderli, a volte è cieca.
Tagliata è il posto in cui ho visto per la prima volta i venditori ambulanti, i vu cumprà come venivano chiamati a quel tempo, senza nessun tipo di remora o timore di essere offensivi. Una coscienza, ancora, non l’avevamo sviluppata. La superiorità con cui alcuni dei grandi si ponevano nei loro confronti era sfacciata e venature grosse così di disprezzo, compassione infame e violenza si disegnavano di fronte ai miei occhi, tracciate dagli sguardi e dal tono di voce di alcuni adulti, tutte le volte che un ragazzo veniva a proporci un tappeto o una borsa. I miei genitori erano bravi, devo ammetterlo. I peggiori erano i nostri vicini di ombrellone, una gelida famigliola del nord, col figlio maggiorenne e lampadato.
Ma Tagliata è anche il posto in cui ho giocato in riva al mare fino a distruggermi di stanchezza, quello in cui ho seguito le prime Notti Horror, quello in cui ho letto Avventura con gli orsi e Ventimila leghe sotto i mari. Quello in cui mi sono puppato Italia Argentina ai Mondiali del ’90. In quelle quattro vie si concentrano i caldi più micidiali che io abbia mai sofferto, quelli da fare venire le visioni dopo le pedalate folli sulla bicicletta, che mi portava fuori dalla spiaggia, senza meta e, con il passare degli anni, quando già non credevo più alle leggende dei neri stupratori, anche senza controllo dei grandi. Uno spasso. Sulle più grandi braciole grattate con le gambe sull’asfalto c’è la firma di Tagliata.
È un luogo terrificante ma allo stesso tempo grandioso e, per me, è l’estate. Tutto quello che si può fare in questa stagione, l’ho fatto là. Alla fine di agosto, quando tornavamo in città, era tutto più triste. Per qualche ora, poi riprendevo a cazzeggiare alla grande.

Quando all’inizio di agosto mi arriva su Facebook la notifica del Tafuzzy Days per l’ultimo week end del mese, il Tafuzzy Days lo odio. È la fine dell’estate. Nei primi giorni di agosto è una cosa lontana a cui penserò, poi, non so come, dopo un’ora è il 20 agosto e il Tafuzzy Days è dietro l’angolo, stasera e domani. Stesso posto: il rock tra le colline della house delle discoteche, durante il week end. Vado in sbattimento, ma con distacco, e guardo chi c’è. C’è Stregoni.

“Abbiamo deciso di conoscere chi arriva nel nostro Paese andando oltre gli stereotipi e i ritratti macchiettistici. Incontriamo i ragazzi nei centri di accoglienza e chiediamo loro di portarci una canzone contenuta nei loro cellulari, strumenti di salvezza, troppo spesso strumentalizzati dagli ultras dell’ignoranza di casa nostra. Poi ne estrapoliamo un frammento, lo mandiamo in loop e lo usiamo come base cui si aggiungono via via nuovi ingredienti. Il risultato è una canzone creata ex novo grazie ai contributi di tutti i partecipanti”
(Johnny Mox a proposito di Stregoni a globalist.it, qui)

Stregoni è un progetto di Johnny Mox e Above the Tree di cui ho parlato anche qui ma è passato del tempo e intanto quel progetto ha dimostrato altre cose. Una delle più interessanti/inquietanti è che al contrario di altri progetti musicali, Stregoni rimane sempre attuale, anzi lo diventa sempre di più. Stasera al Tafuzzy Days lo sarà tantissimo, dopo lo sgombero di Roma di ieri. Di fronte a quei fatti, Stregoni prende forza. Di fatto, offre un modello di coinvolgimento e integrazione vera degli immigrati. La musica è il linguaggio comune e il suo utilizzo in Stregoni c’insegna che, nella realtà, dobbiamo insegnare la lingua a chi arriva, perché senza non si può vivere. Suonare insieme significa che queste persone possono essere integrate, inserite, non isolate. Non è facile, e infatti a volte il concerto s’inceppa. Ci vuole impegno, l’impegno che c’hanno messo Johnny Mox e Above the Tree a girare l’Italia nei centri di accoglienza per coinvolgere gli immigrati e mettere in piedi le serate di Stregoni. Che ha un valore sociale, non solo musicale. E che sarà anche un documentario, così ce l’abbiamo lì e possiamo guardarlo ogni volta che vogliamo, caso mai ci venisse il dubbio se un’integrazione sia possibile o no. Quel film sarà un monito per non dimenticare come dobbiamo comportarci, noi che abbiamo la possibilità di scegliere cosa fare, di fronte a persone che invece questa possibilità non ce l’hanno.
Dall’altra parte, è difficile guardare Stregoni con serenità, perché se esiste Stregoni significa che esiste il problema, e il problema della gestione dell’accoglienza non è né da poco né di facile risoluzione. Quindi, Stregoni dimostra quanta voglia abbiano gli immigrati di essere coinvolti veramente, dimostra che è possibile comunicare con loro, è una festa, si vede anche solo dai filmati su You Tube. Ma la festa si fa perché c’è un problema e il sentimento di fronte allo spettacolo è contrastante: ti diverti ma senti anche l’evidenza di una situazione molto critica. Però, è uno spettacolo utile. E se solo i politici italiani fossero più attenti, si accorgerebbero che Stregoni è modello a cui ispirarsi per creare intergrazione.

Ma Johnny Mox e Above the Tree sono volti noti della musica indipendente italiana, e io voglio scrivere dei giovanissimi, quelli che rovesceranno i palchi nei prossimi mesi con la forza dei nervi. Al TDays suonano i

che sono romagnoli e sono super giovani con un sacco di input, input che vanno a finire tutti insieme dentro alle canzoni. On line non c’è troppo. La prima cosa che ho sentito è stata Sonic Ratio e mi sono sembrati un misto della parte migliore dei Verdena per le ritmiche, con il noise di Zen Arcade degli Husker Du, le distorsioni dei Jesus Lizard e qualsiasi cosa Amphetamine Reptile. Cioè, praticamente, una cosa eccezionale. Ascoltando altro (Clutter) viene fuori una specie di post punk con una vena funk punk, privo di un ritmo di chitarra in primo piano e sparato a ripetizione, dominato da una specie di urlo molto grosso e quasi grunge e da una batteria che più che altro viene usata come un tamburo, tirato come gli zigomi di Nina Moric. Complice anche la non buona qualità delle registrazioni, l’impressione generale è di confusione dei generi, ma in senso positivo, cioè di confusione delle cose che vengono mescolate tra loro con spontaneità e velocità per cercare di trovare una direzione in un momento in cui si pensa che è lo stesso anche se una direzione non c’è. Le cose vengono fuori bene lo stesso.

Halfalib (di cui ho parlato qui) è Any Other rovesciata. Stessi componenti, unica differenza: il bassista che comanda al posto della cantante. Si possono fare cose nuove con le stesse persone, si cambiano gli equilibri e se ne trovano altri. Anche questa è integrazione ideale. In realtà, giusto per contraddirmi subito, nelle ultime date e stasera c’è il batterista degli Asino. Che (forse, non so) sarà il corpo del reato, quello che butterà all’aria la mia idea secondo cui anche senza cambiare l’orchestra puoi cambiare sia l’ordine dei componenti sia la musica e tutto va bene.

I Mareina non mi stanno tanto simpatici, ma è facile anche che mi sbagli, perché non li ho mai visti dal vivo e ho sentito solo una canzone, Cardine, che mi sembra usare con grande maestria quella disperazione e tristezza che servono giusto per fare colpo sulle ragazze. Inoltre, c’è dietro SaturninoCelani. I Regata li ho visti al Sammaurock e fanno quella easy wave con il synth che di solito non mi dice niente e anche questa volta è stata una conferma. Però sono sicuro che ci sono un sacco di persone che, se ancora non l’hanno fatto, sono pronte a impazzire per i Regata. I Ricordi? erano usciti con una canzone e un ep tra 2014 e 2015, in realtà spaccavano, a parte la voce, che aveva un po’ quel modo di essere del cattivo di Blood Drive o dei cattivi di Suicide Squad, cioè: guarda come sono cattivo ahahah! Il cantante dei Ricordi? non è cattivo, almeno che io sappia, ma canta come se dicesse “ehi, senti come sono punk”. Melodie meravigliose però. A inizio anno si sono fermati per un po’ e dopo qualche mese di silenzio è comparsa una foto su Facebook con loro in studio. Sul fatto che Facebook sia la mia unica fonte di informazione si potrebbe discutere a lungo e dire che i social non hanno rovinato solo i giovani ma anche quelli di mezza età, però io non ho effettivamente altre fonti e dalla foto si vede che: a sinistra è riconoscibilissimo Urali, poi c’è il cantante, la foto l’ha fatta il batterista che quindi non si vede e a destra c’è una ragazza che non faceva parte della formazione precedente. La domanda è: il batterista sarà invece lo stesso? Hanno pronto un nuovo ep, dicono su fb. Sarà bello? Tutte le risposte al Tafuzzy.

Alla faccia di chi dice che internet fa solo vittime, ci sono testimonianze di persone che continuano a giovare degli stimoli raccolti sul web anni fa. Tipo me. L’immaginario si arricchisce ogni volta e talvolta riesce a sfondare il muro di fronte al quale si era fermato la volta prima. Per esempio, c’è su Bastonate una recensione del primo ep dei San Leo che racconta della prima gita a San Leo dell’autore, da bimbo. La rocca come luogo minaccioso, custode di violenze e decorsi disumani di epidemie. I dettagli della costruzione come i canini di un lupo, le cose che ti rimangono più impresse quando con tutta la sua ferocia ti si scaglia addosso affamato, in sogno o più realisticamente in un film che hai visto da piccolo e che ti accompagna per tutta la vita. Le feritoie come occhi verso l’interno del castello, la prigione come ultimo posto prima della bara. Ecco, quella recensione dice queste cose, mi si è piantata nel cervello e ogni volta che vedo il nome San Leo mi parte il viaggio dentro al castello. Quando posso metto su il bandcamp e sono di nuovo nel castello, a sentire le urla e a vedere il sangue.
Questo l’immaginario. Nella realtà, l’ho visitata una volta sola la rocca, non da bambino. Poco tempo prima, nel 2014, una frana della rupe su cui si trova ha causato il crollo delle mura, mostrando il lato più debole della fortezza, impotente di fronte alla natura che decide di cedere sotto al peso invadente e sotto alle malefatte dell’uomo. La ferita era stata curata da poco, quando ci sono andato. Le violenze e le follie interne sembravano sopite. Sicuramante solo per un momento. Ho visto che i San Leo suonano al Tafuzzy e ho attaccato il bandcamp. E l’impressione è quella: chitarra e batteria che alternano la pace all’inferno, la tranquillità all’esplosione, sia nel primo sia nel secondo ep. E dentro queste montagne russe d’intensità, c’è l’animale nei suoi momenti di forza e nei suoi attimi di debolezza, quando tutto si ferma per un po’. Ma sai che alla ripresa tutto sarà ancora più cruento. Questo riescono a ricreare i San Leo. Lo rifaranno dentro a un altro castello, meno cupo, e porteranno tra le colline delle discoteche l’ingestibile lunaticità della bestia montanara. Chiuderanno il festival con i Sonic-3, dopo Extraliscio.

Lo stesso batterista che gestisce, il più delle volte genera e silenzia, le tormente nei San Leo, suona anche negli Hofame. Ma qui è molto più tranquillo, si rilassa, nel senso che va dritto, è più regolare, non c’è la tempesta e la quiete, ma solo il nuvolo. Fa un genere completamente diverso ed è più pop. La chitarra sotto si lamenta come un piccolo smigol e crea rivoli di paranoie niente male. Testi sulla vita. Boh, vedremo là.

Colombre, mi dispiace, ma non ce la faccio. Nelle canzoni trovo poco sentimento, solo quello tanto per cantare, e molta spocchia. L’unica cosa di cui ci ha stimolato a parlare durante un suo concerto recente è stata la domanda “ma sta ancora con Maria Antonietta?” e ce ne siamo andati in disattenzione per trovare la risposta. Forse si, ci sta ancora, visto che Kalporz a marzo diceva sie anche DLSO, e visto che lei ha firmato l’artwork del disco e la regia del primo video. O forse no, visto che i testi parlano di abbandona e di fine. Indecifrabile Colombre.
L’album è di quelli gentili e piangenti e il suo “fottetevi voi e tutto il mondo” (Sveglia) aggressivo si confonde perfettamente con l’idea forte di accettazione passiva del fallimento e di reazione tarda allo stimolo, a posteriori, generando suoni midi di musicisti midi-impostati perfetti. Non lo capisco, perché per esempio in T.S.O. a un amico che si è fatto il trattamento sanitario obbligatorio dice “sei cambiato, non sei più quello di una volta”, gliela fa pesare un sacco e poi gli dice “fregatene, come una volta”.

“C’è una cosa molto positiva in quella canzone (Deserto ndr). Alla fine ci si rivolge a questa persona dicendogli di tenere stretta la propria diversità, di non avere paura. Mi premeva dire che il fallimento c’è, c’è stato e ci sarà sempre perché alla fine sono cose umane. Il fallimento è anche il fallimento di un rapporto che tu hai con una persona che magari per te era molto importante, però a un certo punto capisci che il rapporto è finito oppure magari prende altre pieghe, e anche quello è un piccolo fallimento personale. Un grande fallimento personale, se vuoi, ma un piccolo fallimento nei confronti del macrosistema. Però si, la riflessione di quel testo è non arrendersi alle cose che possono girare un po’ male. E quindi, se sbagli dovrai ancora sbagliare tanto” (thesubmarine.it). Tutto giusto. Ma lo sapevamo già.

Mancano all’appello su internet i Tracis, che vengono dal cuore storico della riviera, Cattolica, fanno dell’electroblob, come dice – ancora unica fonte – il Facebook del festival. Non hanno nulla in streaming. Misteriosi, oscuri creatori di suoni da ballare.

Extraliscio è stato inserito come gruppo di chiusura del sabato sera. Badate bene: in un festival di musica indie. È la prima volta ed è un tassello importante di un percorso di cui già qualche anno fa (2014) hanno scritto Blow Up e Bastonate. I due dischi Canzoni da ballo (2016, Garrincha) e Imballabilissimi Ballabilissimi (2017, sempre Garrincha) hanno aperto a nuovi generi e nuovi suoni e non dico che sia stata la prima volta, perché il liscio lo fa dagli anni ’20 col jazz, ma se a questa attitudine particolarmente spiccata di Moreno il biondo Conficconi, Mauro Ferrara e Mirco Mariani aggiungete la data in un festival come il Tafuzzy Days, avete il momento d’incontro definitivo tra i due mondi. Nessuno dei due (liscio e indie) si era mai mostrato così aperto. Extraliscio al massimo aveva suonato di spalla a Goran Bregovich. A Colombre non era mai successo di finire di cantare i suoi falsetti e un secondo dopo sentire lì accanto una potente mazurca, e neanche ai San Leo era mai successo di riempire l’atmosfera di negatività dopo tre quarti d’ora di valzer. Ora succede, hanno deciso di incontrarsi sul palco del Tafuzzy, grazie a chi il festival lo organizza. Impareranno l’uno dall’altro o forse no e non s’incontreranno mai più. Comunque, non sarà più la stessa cosa, perché ci sarà il precedente e nella storia verrà segnata questa data, 26 agosto, come il giorno della condivisione e dell’incontro. Da domani, sapremo per certo che è possibile, perché sarà successo. Tutto sotto il cielo di Riccione, dove non si schiaffeggiano solo le onde o si mangiano solo mezzi panini, anche interi (all’Hops li fanno buonissimi). Vai di mix delle strofe e, The Giornalisti, puppate la fava.

Il concerto di Oddisee

articolo di davide b – foto di Chiara Viola Donati

Ciao, sono Davide e per anni ho scritto (abbastanza male) su qualche blog. Per un bel po’ di tempo non ho più avuto voglia di scrivere nulla, ma Diego mi ha chiesto di buttare giù due righe riguardo al concerto di Oddisee all’Hana-Bi di settimana scorsa quindi eccomi qua. Non so bene se quello che è venuto fuori sia propriamente un live report o uno scritto su un concerto visto. È più tipo una serie di appunti. Secondo me ci sta comunque. Una piccola premessa: di rap non so nulla, quindi ecco, nel caso mi fosse scappato uno strafalcione grosso non fatemene una colpa così grande, ok? Potrei iniziare estrapolando la definizione di Vacanza da un qualsiasi dizionario online, ma evito volentieri poiché questa settimana è stata discretamente distante dall’essere condita dagli elementi che connoterebbero positivamente quel lasso di tempo pieno di relax, calma, tranquillità e quieto vivere. Il mio obiettivo era quello di stare dai miei per sette o otto giorni, fare un po’ di mare e bere dei gin tonic. Non è andata proprio così, ma amen, sono cose che capitano, tipo un’allergia al pelo del gatto che torna dopo secoli e mi fa stare malissimo – dai miei ci sono numero 2 gatti. Il risultato è stato girare in casa con una mascherina da dottore e diventare campione di apnea casalinga con 50 gradi percepiti all’ombra. Sono comunque cose che capitano e non sono qui per lamentarmene.

Ogni volta che arrivo a Marina di Ravenna ad agosto e la trovo vuota – trovo vuoto il viale dei bagni e riesco a parcheggiare molto vicino all’Hana-Bi – mi viene un nodo allo stomaco, tipo quando ti ritrovi addosso quel senso di scadenza che ti fa capire che è ora di andare via. È sicuramente normale che un mercoledì post ferragosto sia meno movimentato dei sabati degli happy hour, per fortuna forse, ma è un po’ come se dalle macchinette dei parcheggi uscisse un foglietto con una foto (tipo quello che succede in quell’episodio di Curb Your Enthusiasm in cui Larry David prende la multa) che mi ricordasse di aver visto gente vomitare per strada mentre, nel momento in cui camminavo, dentro al Campeggio Piomboni c’era lo spettacolo degli Sciucaren che rimbombava e una tizia in bici dall’altra parte della strada ne mimava con il braccio destro le movenze. E basta. Non presenziavo all’Hana-Bi da un tot, non sono nemmeno andato al Beaches Brew quest’anno e ho pure chiesto in giro a che ora iniziassero i concerti in media perché non lo ricordavo più. Durante gli ultimi giorni di ufficio, la settimana precedente, avevo controllato il calendario deli concerti di quella settimana perché volevo cogliere l’occasione essendo geograficamente vicino a Marina di Ravenna e, escludendo la notte di ferragosto, per cui avevo già dato l’ok al partecipare a qualcosa che mi era stavo venduto come il tomorrowland dei block parties con falò sulla spiaggia ma che in realtà è stata solo una serata noiosa, ero sempre praticamente libero. Questa estate è stata quella dei gin tonic (bevanda dell’anno) e del rap, quindi perché non andare a vedere Oddisee? Nonostante l’impatto malinconico dei primi cinque minuti ero abbastanza carico e curioso: sarebbe stato il mio primo concerto rap a livello alto, non considerando Inoki ad XM qualche mese fa, che nemmeno sapevo avrebbe presenziato.

Ho compiuto 30 anni tipo un mese fa, la musica è una cosa di cui parlo spesso, forse è ai primi posti degli argomenti trattati, ma è una cosa che esiste tra mille altre. Quest’anno, probabilmente bussando per ultimo alla porta di una festa ancora nel pieno del suo momento più alto, sono arrivato al rap in modo consistente, non più come consumatore occasionale ma come ascoltatore infoiato. Il disco di Tyler, The Creator uscito a luglio, Flower Boy, rischia di essere il mio disco dell’anno. L’ho divorato. Ho recuperato l’ultimo di Kendrick e di Frank Ocean (che mine), recuperato Asap Rocky, dato un ascolto veloce ad altri della crew Odd Future e segnato una serie di nomi da sentire. Mi sono fatto dare consigli (6LACK sembra molto figo), ne ho parlato con amici e mi sono reso conto che questa cosa è effettivamente il nuovo nero (ok, forse è la definizione sbagliata da usare con l’hip hop, ma non voleva esserlo). Ho parecchia strada ancora da fare per recuperare le uscite belle di questi anni – che sono, tipo, un centinaio: per Highsnobiety, Pitchfork e compagnia bella sembra esca un disco INCREDIBILE di musica black ogni settimana. Non ho mai avuto infatuazioni, prima di oggi, per quella roba, importata o autoctona che fosse. Non ho mai ascoltato il Fibra pre-mainstream, non ho mai avuto la febbre da Sangue Misto, non ho mai preso la sbandata per quel tipo di musica. I motivi? Non ne ho idea, e non che siano poi così importanti, a oggi. Per me è una cosa ancora molto nuova e tutta da scoprire.

Quando sono entrato all’Hana-Bi e ho visto le ultime 4 o 5 canzoni di Moder mi sono fermato a lato del palco per evitare la calca di persone davanti a lui, impegnando anche un po’ del tempo durante il suo live per scambiare chiacchiere con un amico incontrato a caso. È stato un set bello ma normale, se mi si passa il giudizio privo di know-how e forse già introiettato dal non certamente avanguardistico live di Oddisee successivo, ma incredibilmente di impatto. I pezzi girano bene, il disco è molto molto bello e gioca su caratteristiche che alle mie orecchie ancora ingenue risultano classiche dello stile musicale, ma con una personalità e sensibilità che pizzicano il petto. Credo di aver letto o sentito dire mille volte che nel rap sia un fattore tanto importante e fondamentale quanto la musica la tua provenienza: chi sei, che gavetta hai fatto, in che crew hai presenziato o cose del genere. Essendo osservatore esterno e anche un po’ alieno, mi è sempre sembrato un discorso da bar, ma a cui allo stesso tempo non ho voglia di trovare un’antitesi. Rimane che mi suona nelle orecchie come una mezza cazzata, perdonandomi il francese. Moder arriva dal Lato Oscuro Della Costa, che io ho ascoltato un paio di volte o forse poco più. Con calma recupererò pure loro.

Fra Moder e Oddisee non è accaduto molto. Ho incontrato amici, cercato di non morire a causa delle mie limitate capacità respiratorie e mi sono guardato un po’ attorno. Davanti al palco c’era movimento. Moder ha cantato davanti a un bel po’ di persone prese da Dio e il timore che l’opening facesse più teste ciondolanti dell’artista principale iniziava a balenarmi per la testa. Non è stato così. All’apparenza mi è sembrato che qualcuno avesse spinto il tasto switch del pubblico: davanti chi era stato in disparte con il primo, un pelo dietro o ai lati chi ha tenuto il braccio in aria per Moder. Non sono così sicuro sia andata così, perché poi sotto alla tettoia c’erano un botto di persone a muovere i fianchi e cantare i ritornelli delle canzoni.

A un certo punto la crew di Oddisee ha iniziato a spostare gli strumenti in avanti: un tizio ha dato gli ultimi giri di accordatura ai tamburi e si è riempito il palco. Quando ho notato un tizio con una certa stazza e dei rasta che scendevano a grappolo dietro la nuca – o forse erano semplici capelli lunghi, non ricordo bene –, probabilmente uscito da un provino per l’Arkestra di Sun Ra, con un basso a sei corde, la mia attenzione è stata richiamata e ho pensato ‘ok, qua si fa sul serio allora’. Ora, invece, mi chiedo: non sarebbe stato lo stesso se non avesse avuto una band moooooolto brava, ma solo il dj/tizio che spingeva i tasti di quella che credo fosse una loop station? Non avrebbero fatto sul serio comunque?

Esiste una certa forma mentis in ambito della performance musicale che rischia di inculcarsi in testa se cresci in una famiglia di musicisti. Questo modo di pensare è quello che ha come protagonista la figura del turnista, apprezzato carattere della storia che ha abbandonato la proprie velleità per fare del proprio hobby un lavoro. Tipo il tizio con l’attaccatura dei capelli alta, l’impermeabile di pelle nera e le Nike molleggiate che fa gli assoli sul palco con Michele Zarrillo e tradisce un passato malinconico di band thrash metal di provincia rappresenta bene il personaggio del turnista ‘arrivato’, quello che ce l’ha fatta, che vive con la musica e non deve ‘mai svegliarsi alle sette del mattino per andare in fabbrica’. Non sono io a pensarla così, ma è un ragionamento più che lecito che, come per l’ex metallaro, tradisce talvolta un rosicamento ingenuo e involontario di chi ha, che ne so, dipinto miniature di Warhammer per una vita a Cotignola con la minuzia e la bravura di un professionista americano, ma non ha mai avuto la possibilità di farlo diventare un lavoro vero e proprio. I fattori complici sono un casino e contestualizzare per creare un precedente di base su cui partire sarebbe un po’ improbabile, quindi la smetto. La figura del turnista conferisce però un plusvalore e ricombina i meccanismi di base della fruizione della musica da parte di queste categorie. Il grandissimo che suona con il popolarissimo che passa per la radio frequentemente è gamechanging: il musicista nazionalpopolare capita sotto al radar degli interessati di strumenti musicali, dell’appassionato, e ne consegna a questi un plusvalore che in termini di vendite porta a un piccolo aumento dei biglietti strappati/click dei dischi su Spotify perché ‘c’era tal dei tali allo strumento a piacere’ e, soprattutto, trasforma la visione del cantante/datore di lavoro in modo rivoluzionario: da qualcuno da ignorare/criticare a qualcosa che si vuol vedere in quelle riprese dei tour estivi di Radio Italia a luglio per comprendere come suona la band. Crescere in un contesto non dissimile da questo – anzi, uno che a grandi linee potrebbe essere ricondotto a tale – ha permesso che questa scorciatoia di pensiero abbia afflitto il mio modo di ragionare tutta quella frangia di musica che non mi coinvolgesse emotivamente e che fosse distante dai miei interessi, ma che fosse comunque ambito di interesse, fino al momento in cui ho avuto qualcosa di concreto in mezzo alle spalle: la musica nera, l’hip hop, la musica che fondamentalmente non avesse cambi di registro a un certo punto dell’esecuzione, la musica elettronica – qualcuno per favore mi dia un centesimo per tutte le volte che ho sentito accostare i Daft Punk a ‘formazione rock’, ‘mentalità rock’ o altre locuzioni che strizzassero l’occhio al voler sotterrare la musica elettronica nei meandri della cultura bassa più becera. Da lì in poi, a ritroso, non ero così distante dal cadere in concetti come ‘il percussionista di Santana’ o ‘la band tutta di colore di Giorgia’. Sono solo scorciatoie di pensiero, però un commento a un concerto rap suonato e non mixato sfocerebbe in un ‘ah ok allora, allora sicuramente è stato figo’. Alla fine sono arrivato al concetto, forse.

È davvero brutto suonare le macchine? Vedendo questo live della mia canzone preferita di Flower Boy mi sono accorto che la resa della canzone non sia proprio granché. È bella, eh, però manca di mordente – ma chi cazzo sono io, comunque, per giudicarlo? Magari la qualità audio non è decisamente la migliore e i volumi sono un po’ a caso, però ecco, manca qualcosa. Vedendo una video lista – quelle cose tipo BuzzFeed – ho scoperto che il ritornello di 911 è una sorta di cover di una a me sconosciuta canzone black anni ‘80. Con una svolta gambinesca, forse, avrebbe reso meglio, ma non è tutto poi così funky, quindi a che servirebbe una band intera? Ricordo quando ho visto i primi live di Timberlake solista su Mtv, con il batterista di colore di 100 kg e tutto il groove dei sample ricostruiti live. Mi era sembrata una roba incredibile.

Al netto di tutto questo pippone che nessuno ha chiesto di leggere – giusto per mandare affanculo tutto – la differenza la band l’ha fatta. Quando avevo visto i live di Oddisee su youtube per capire un po’ che roba sarei andato a vedere mi aveva incuriosito l’idea di arrangiamento – il disco è tutto elettronico/sampleato, mi pare – ma non avevo percepito una resa sonora così potente. Avevo visto il live da Tiny Desk e l’idea che mi ero fatto era di uno spoken word con molto flow su basi suonate da una scheletrica combinazione batteria–tastiera incomprensibili/non interamente godibili per chi non conosce la materia di base. Tipo andare a vedere il film di Watchmen senza sapere la storia dei pirati. Mercoledì scorso invece è stata una festa. Il livello di coinvolgimento con il pubblico – un pubblico che non ti conosce e non riesce a seguire tutto quelli che spari nel microfono – è stato incredibile. La resa delle canzoni era diversa dal disco ma comunque fedelissima, nessun musicista ha avuto la sindrome di Thomas Pridgen (prima o poi creerò una pagina wiki sull’argomento) e i virtuosismi da turnista tutto matto non ci sono stati. Oddisee ha rappato e cantato su sincopati in levare che partivano dopo stop and go tutti matti pure loro. I pezzi trap – uno solo intero, una rivisitazione di una canzone appena suonata in versione funk/rap – sono comunque andati giù per la gola con lo stesso sapore degli altri, anche se resi il più electro possibili. Non c’è stato nessun discorso troppo lungo su Trump (me lo sarei aspettato da lui più di tanti altri a cui l’ho sentito nominare ultimamente), ma è stato solo introduzione a una canzone che, mi pare, parlasse di Washington e del DIY, o così ho estrapolato da quanto ha rappato. Mentre cercavo di alzarmi in punta di piedi per vedere che caspita stessero facendo quei pazzi della Good Company (così si chiama la band che lo supporta) mi sono reso conto che quel modo di pensare alla fine non è così nocivo. Il concerto è finito con un pezzo gogo, con Oddisee che ha invitato il pubblico a cercare su youtube che roba sia. Se avete visto l’episodio di Washington DC di Sonic Highways forse lo sapete già, ma cercate comunque perché è l’unico modo in cui potreste rendervi conto del tipo di atmosfera si è creata sotto alla tettoia. Oppure andrebbe da Dio leggere una recensione scritta da qualcuno con più cognizione di causa, indubbiamente.

Le ferie senza wi-fi.

foto: achille

A luglio il futuro immediato si prospettava nero. Tutto ebbe inizio un anno fa, quando decidemmo di passare da TIM a Fastweb. Non è che TIM non andasse bene, era solo per risparmiare due lire. All’inizio era tutto bello, il nuovo router era un’astronave dalle luci grandissime verdi che di notte non davano fastidio (quelle di TIM sì). La nuova connessione non era una scheggia, ma lo streaming funzionava a meraviglia, quindi le cose andavano bene tra noi. La storia dei tentativi di vedere qualcosa in streaming da casa di Gatteo è, infatti, una lunga scia di insuccessi, motivo ufficiale di sempre dalle autorità della telefonia: “perché la centralina è lontanissima, è a Savignano”. Dieci minuti a piedi. Quindi, avere uno streaming buono per noi era una conquistona. Le cose andavano proprio bene insomma.

Poi dev’essere successo qualcosa, dev’essersi spostata ancora più lontano la centralina, perché è arrivata la bolletta di aprile maggio ed era spropositata, tipo più di tre volte tanto quanto avremmo dovuto pagare. Da quel momento, siamo entrati nella giungla delle segnalazioni all’192193: il 5 luglio è la data ufficiale della prima. L’192193 è il numero che chiami quando hai una gran voglia di provare quella bellissima sensazione, dopo 30 minuti di attesa almeno, della cornetta che non si stacca, si scolla, da un orecchio sudato e bollente, che poi è il tuo. Solo in quel momento riesci a dare al tempo libero il valore che ha davvero. Fino al 1° agosto quella che solitamente provavo solo durante le telefonate con mia mamma, un paio di volte a settimana non di più, è diventata un’emozione quotidiana. Troppa energia per noi, troppa grazia, abbiamo pensato a casa, io e la mia ragazza, che conviviamo. Già viviamo nel peccato, così ci siamo distribuiti le telefonate per non andare all’inferno per lussuria, o per lo meno per andarci insieme. I nostri problemi erano due: internet era fermo (e le luci del router erano diventate rosse, si vedevano di notte); il telefono non è che non andava, la linea c’era ma il tu tu tu era diventato un Bonghin’1000, una grande festa di merda con mille bonghi che suonavano e un digiridù che procurava un fastidioso e ininterrotto fruscio di fondo. Impossibile parlare. Praticamente, tutti i problemi che potevamo avere, li avevamo.

Quelli di Fastweb hanno una strategia infallibile per cui quando li chiami fanno tutto quello che è in loro potere, lo fanno sempre, ma non serve mai a niente. Chiami e vieni messo in attesa, minino 10 minuti, poi ti passano un operatore, di cui ti danno un nome inventato e il numero di matricola che però non si sente mai perché in quell’istante salta sempre la voce. Ogni volta, spieghi daccapo quello che ti sta succedendo, ti fanno staccare e riattaccare anche il cavo del phon se per caso l’hai lasciato nella presa di corrente, ti danno una speranza, seppur piccola, che tutto torni a funzionare, ma alla fine è vana. E ogni volta che riattacchi oltre all’orecchio devi recuperare anche la fiducia nel web. È terribile. Ti fanno arrabbiare un po’ e, alla fine di tutto, fai la segnalazione di guasto. Se non fai le verifiche, niente ticket. È tutto necessario, nulla è superfluo. L’operatore solitamente sta a Durazzo ma se per caso ti richiama al cellulare, per completare i logici controlli che hai già fatto dieci volte, il prefisso è di Milano. Incuriosito, chiedi perché e John parte con un discorso sui server, tu rispondi “ah ok” perché di base non ti frega un cazzo, vuoi solo che ti funzioni la linea, lui percepisce la tua noncuranza, s’innervosisce e ti ripete la storia del server però leggermente diversa, così, per confonderti, nella speranza che ti dimentichi il vero motivo della chiamata. Ma non succede. John è anche quello che a un certo punto mi ha chiesto se gentilmente potevo staccare la spina a cui era attaccato l’elettrodomestico più grande di casa perché c’era il caso che interferisse.

Un’altra tattica che usano è quella di fare finta che la tua segnalazione precedente non esista. C’è poco da fare, loro nel terminale non la vedono. Poi, se insisti, all’improvviso gli salta fuori sullo schermo. In un modo o nell’altro, ed è una regola scritta sulla pietra visto che queste telefonate hanno una sceneggiatura di ferro, le segnalazioni valgono un lasso di tempo preciso: se entro 72 non è intervenuto il tecnico, si può rifare un nuovo ticket, altrimenti assolutamente no. Dal 5 luglio al 1° agosto ogni tre giorni abbiamo fatto una segnalazione e le uniche due volte in cui s’è visto, anzi sentito, un tecnico sono state: la prima, quando ha telefonato, dopo 30 secondi è caduta la linea e lui è scomparso per sempre; la seconda, quando ci ha detto che che era impossibile risolvere il nostro problema. Nel frattempo, quasi ci spiassero e ascoltassero tutto, gli squali TIM telefonavano per dirci che era impossibile che i tecnici Fastweb risolvessero il problema, perché le linee sono TIM e Fastweb non sa intervenire. Tornate a TIM, il prezzo è stracciato (alla prima telefonata), no è un po’ più alto (alla seconda), ma signore! chi le ha detto questa tariffa, è impossibile, il prezzo è lo stesso di sempre (alla fine).

Chiude la vicenda un operatore, credo Willy, che ci ha detto che i rumori erano dovuti al fatto che sulla centralina vicina a casa nostra (forse l’avevano spostata ancora) c’era stata una grande tempesta che aveva incasinato tutto e che era difficilissimo per il tecnico risolvere il problema. Era il 20 luglio e la tempesta era stata così forte che nessuno di noi ne conservava memoria. Quella è stata la scintilla che ha fatto scattare l’orgoglio, il BASTA PRESE IN GIRO, basta bonghi. Per evitare di cascare dentro al tifone successivo, che avrebbe potuto portare via la casa, non solo la linea telefonica, e dopo una decina di segnalazioni valide 72 ore, all’alba del 3 agosto abbiamo mandato un fax all’Amministrazione di Fastweb, che deve funzionare un po’ come gli Affari Interni perchè dopo due giorni è venuto un tecnico e ha sistemato tutto. Fino all’altro ieri, ci hanno telefonato tutti il giorni per chiederci se andava tutto bene. Tutto sommato, non si può dire che non abbiano un buon servizio clienti. Nel 2018 disdiciamo senza pagare i costi di disattivazione, che ti toccano per forza se mandi tutto in vacca prima di due anni di contratto.

Prima del fax, all’improvviso, in una notte caldissima, di quelle che solo questa lunga estate della telefonia bollente ci ha saputo regalare, le luci del router sono tornate verdi e internet ha ripreso a funzionare. Ma, anche dopo, ogni giorno si viveva nell’incertezza, tra una tempesta invisibile ma fortissima e una linea telefonica strafatta di digiridù che avrebbe potuto abbandonarci per sempre, da un momento all’altro, lasciandoci per tutto agosto senza web e soprattutto senza la possibilità di seguire su Instagram l’Athens Popfest 2017. Ok, avrei potuto farlo dallo smartphone ma succhiando del credito e succhiare credito quando sono in casa mi sembra una cosa stupida.

E si, questa è una storia di denuncia.

Concludendo, sono stato all’Athens Popfest nel boh, durante un viaggio negli Stati Uniti in cui siamo stati anche a Savannah. Suonarono The Music Tapes, c’andammo su consiglio del commesso di Wuxtry, dove comprai anche un poster di Real Emotional Trash, quindi era sicuramente almeno il 2008. Mi piacerebbe abbastanza tornarci. Quest’anno, da qui, la mia classifica dei quattro gruppi migliori, oltre a Lingua Franca, è 4) Schande, 3) Saline 2) Antlered Aunt Lord, 1) The Foresters, ma QUI c’è un post più dettagliato sull’Athens Popfest 2017. Da là proprio.