Il liscio sul palco dell’indie, Stregoni e il resto: Tafuzzy days 2017

L’estate è la stagione in cui i miei mi portavano al mare. Il nostro posto era Tagliata, vicino a Pinarella di Cervia, dove pochi anni dopo si sarebbe trasferito il Rock Planet a spezzare le notti silenziose della provincia della provincia della riviera. A Tagliata c’era la pineta e sulla pineta ho sentito raccontare le prime storie terrificanti, prima ancora dello Zio Tibia su Italia 1. Esisteva già la fobia dello straniero e ogni estate iniziavano a circolare le voci tanto incontrollate quanto infondate dei “neri” che si aggiravano sotto gli alberi nelle zone più nascoste, violentavano le ragazze e picchiavano i bambini. Storie assurde, di una violenza inaudita per le orecchie di un ragazzino al quale venivano raccontate non perché fossero vere ma solo per evitare che andasse in pineta da solo, anche di giorno. La violenza degli adulti nei confronti dei figli, per difenderli, a volte è cieca.
Tagliata è il posto in cui ho visto per la prima volta i venditori ambulanti, i vu cumprà come venivano chiamati a quel tempo, senza nessun tipo di remora o timore di essere offensivi. Una coscienza, ancora, non l’avevamo sviluppata. La superiorità con cui alcuni dei grandi si ponevano nei loro confronti era sfacciata e venature grosse così di disprezzo, compassione infame e violenza si disegnavano di fronte ai miei occhi, tracciate dagli sguardi e dal tono di voce di alcuni adulti, tutte le volte che un ragazzo veniva a proporci un tappeto o una borsa. I miei genitori erano bravi, devo ammetterlo. I peggiori erano i nostri vicini di ombrellone, una gelida famigliola del nord, col figlio maggiorenne e lampadato.
Ma Tagliata è anche il posto in cui ho giocato in riva al mare fino a distruggermi di stanchezza, quello in cui ho seguito le prime Notti Horror, quello in cui ho letto Avventura con gli orsi e Ventimila leghe sotto i mari. Quello in cui mi sono puppato Italia Argentina ai Mondiali del ’90. In quelle quattro vie si concentrano i caldi più micidiali che io abbia mai sofferto, quelli da fare venire le visioni dopo le pedalate folli sulla bicicletta, che mi portava fuori dalla spiaggia, senza meta e, con il passare degli anni, quando già non credevo più alle leggende dei neri stupratori, anche senza controllo dei grandi. Uno spasso. Sulle più grandi braciole grattate con le gambe sull’asfalto c’è la firma di Tagliata.
È un luogo terrificante ma allo stesso tempo grandioso e, per me, è l’estate. Tutto quello che si può fare in questa stagione, l’ho fatto là. Alla fine di agosto, quando tornavamo in città, era tutto più triste. Per qualche ora, poi riprendevo a cazzeggiare alla grande.

Quando all’inizio di agosto mi arriva su Facebook la notifica del Tafuzzy Days per l’ultimo week end del mese, il Tafuzzy Days lo odio. È la fine dell’estate. Nei primi giorni di agosto è una cosa lontana a cui penserò, poi, non so come, dopo un’ora è il 20 agosto e il Tafuzzy Days è dietro l’angolo, stasera e domani. Stesso posto: il rock tra le colline della house delle discoteche, durante il week end. Vado in sbattimento, ma con distacco, e guardo chi c’è. C’è Stregoni.

“Abbiamo deciso di conoscere chi arriva nel nostro Paese andando oltre gli stereotipi e i ritratti macchiettistici. Incontriamo i ragazzi nei centri di accoglienza e chiediamo loro di portarci una canzone contenuta nei loro cellulari, strumenti di salvezza, troppo spesso strumentalizzati dagli ultras dell’ignoranza di casa nostra. Poi ne estrapoliamo un frammento, lo mandiamo in loop e lo usiamo come base cui si aggiungono via via nuovi ingredienti. Il risultato è una canzone creata ex novo grazie ai contributi di tutti i partecipanti”
(Johnny Mox a proposito di Stregoni a globalist.it, qui)

Stregoni è un progetto di Johnny Mox e Above the Tree di cui ho parlato anche qui ma è passato del tempo e intanto quel progetto ha dimostrato altre cose. Una delle più interessanti/inquietanti è che al contrario di altri progetti musicali, Stregoni rimane sempre attuale, anzi lo diventa sempre di più. Stasera al Tafuzzy Days lo sarà tantissimo, dopo lo sgombero di Roma di ieri. Di fronte a quei fatti, Stregoni prende forza. Di fatto, offre un modello di coinvolgimento e integrazione vera degli immigrati. La musica è il linguaggio comune e il suo utilizzo in Stregoni c’insegna che, nella realtà, dobbiamo insegnare la lingua a chi arriva, perché senza non si può vivere. Suonare insieme significa che queste persone possono essere integrate, inserite, non isolate. Non è facile, e infatti a volte il concerto s’inceppa. Ci vuole impegno, l’impegno che c’hanno messo Johnny Mox e Above the Tree a girare l’Italia nei centri di accoglienza per coinvolgere gli immigrati e mettere in piedi le serate di Stregoni. Che ha un valore sociale, non solo musicale. E che sarà anche un documentario, così ce l’abbiamo lì e possiamo guardarlo ogni volta che vogliamo, caso mai ci venisse il dubbio se un’integrazione sia possibile o no. Quel film sarà un monito per non dimenticare come dobbiamo comportarci, noi che abbiamo la possibilità di scegliere cosa fare, di fronte a persone che invece questa possibilità non ce l’hanno.
Dall’altra parte, è difficile guardare Stregoni con serenità, perché se esiste Stregoni significa che esiste il problema, e il problema della gestione dell’accoglienza non è né da poco né di facile risoluzione. Quindi, Stregoni dimostra quanta voglia abbiano gli immigrati di essere coinvolti veramente, dimostra che è possibile comunicare con loro, è una festa, si vede anche solo dai filmati su You Tube. Ma la festa si fa perché c’è un problema e il sentimento di fronte allo spettacolo è contrastante: ti diverti ma senti anche l’evidenza di una situazione molto critica. Però, è uno spettacolo utile. E se solo i politici italiani fossero più attenti, si accorgerebbero che Stregoni è modello a cui ispirarsi per creare intergrazione.

Ma Johnny Mox e Above the Tree sono volti noti della musica indipendente italiana, e io voglio scrivere dei giovanissimi, quelli che rovesceranno i palchi nei prossimi mesi con la forza dei nervi. Al TDays suonano i

che sono romagnoli e sono super giovani con un sacco di input, input che vanno a finire tutti insieme dentro alle canzoni. On line non c’è troppo. La prima cosa che ho sentito è stata Sonic Ratio e mi sono sembrati un misto della parte migliore dei Verdena per le ritmiche, con il noise di Zen Arcade degli Husker Du, le distorsioni dei Jesus Lizard e qualsiasi cosa Amphetamine Reptile. Cioè, praticamente, una cosa eccezionale. Ascoltando altro (Clutter) viene fuori una specie di post punk con una vena funk punk, privo di un ritmo di chitarra in primo piano e sparato a ripetizione, dominato da una specie di urlo molto grosso e quasi grunge e da una batteria che più che altro viene usata come un tamburo, tirato come gli zigomi di Nina Moric. Complice anche la non buona qualità delle registrazioni, l’impressione generale è di confusione dei generi, ma in senso positivo, cioè di confusione delle cose che vengono mescolate tra loro con spontaneità e velocità per cercare di trovare una direzione in un momento in cui si pensa che è lo stesso anche se una direzione non c’è. Le cose vengono fuori bene lo stesso.

Halfalib (di cui ho parlato qui) è Any Other rovesciata. Stessi componenti, unica differenza: il bassista che comanda al posto della cantante. Si possono fare cose nuove con le stesse persone, si cambiano gli equilibri e se ne trovano altri. Anche questa è integrazione ideale. In realtà, giusto per contraddirmi subito, nelle ultime date e stasera c’è il batterista degli Asino. Che (forse, non so) sarà il corpo del reato, quello che butterà all’aria la mia idea secondo cui anche senza cambiare l’orchestra puoi cambiare sia l’ordine dei componenti sia la musica e tutto va bene.

I Mareina non mi stanno tanto simpatici, ma è facile anche che mi sbagli, perché non li ho mai visti dal vivo e ho sentito solo una canzone, Cardine, che mi sembra usare con grande maestria quella disperazione e tristezza che servono giusto per fare colpo sulle ragazze. Inoltre, c’è dietro SaturninoCelani. I Regata li ho visti al Sammaurock e fanno quella easy wave con il synth che di solito non mi dice niente e anche questa volta è stata una conferma. Però sono sicuro che ci sono un sacco di persone che, se ancora non l’hanno fatto, sono pronte a impazzire per i Regata. I Ricordi? erano usciti con una canzone e un ep tra 2014 e 2015, in realtà spaccavano, a parte la voce, che aveva un po’ quel modo di essere del cattivo di Blood Drive o dei cattivi di Suicide Squad, cioè: guarda come sono cattivo ahahah! Il cantante dei Ricordi? non è cattivo, almeno che io sappia, ma canta come se dicesse “ehi, senti come sono punk”. Melodie meravigliose però. A inizio anno si sono fermati per un po’ e dopo qualche mese di silenzio è comparsa una foto su Facebook con loro in studio. Sul fatto che Facebook sia la mia unica fonte di informazione si potrebbe discutere a lungo e dire che i social non hanno rovinato solo i giovani ma anche quelli di mezza età, però io non ho effettivamente altre fonti e dalla foto si vede che: a sinistra è riconoscibilissimo Urali, poi c’è il cantante, la foto l’ha fatta il batterista che quindi non si vede e a destra c’è una ragazza che non faceva parte della formazione precedente. La domanda è: il batterista sarà invece lo stesso? Hanno pronto un nuovo ep, dicono su fb. Sarà bello? Tutte le risposte al Tafuzzy.

Alla faccia di chi dice che internet fa solo vittime, ci sono testimonianze di persone che continuano a giovare degli stimoli raccolti sul web anni fa. Tipo me. L’immaginario si arricchisce ogni volta e talvolta riesce a sfondare il muro di fronte al quale si era fermato la volta prima. Per esempio, c’è su Bastonate una recensione del primo ep dei San Leo che racconta della prima gita a San Leo dell’autore, da bimbo. La rocca come luogo minaccioso, custode di violenze e decorsi disumani di epidemie. I dettagli della costruzione come i canini di un lupo, le cose che ti rimangono più impresse quando con tutta la sua ferocia ti si scaglia addosso affamato, in sogno o più realisticamente in un film che hai visto da piccolo e che ti accompagna per tutta la vita. Le feritoie come occhi verso l’interno del castello, la prigione come ultimo posto prima della bara. Ecco, quella recensione dice queste cose, mi si è piantata nel cervello e ogni volta che vedo il nome San Leo mi parte il viaggio dentro al castello. Quando posso metto su il bandcamp e sono di nuovo nel castello, a sentire le urla e a vedere il sangue.
Questo l’immaginario. Nella realtà, l’ho visitata una volta sola la rocca, non da bambino. Poco tempo prima, nel 2014, una frana della rupe su cui si trova ha causato il crollo delle mura, mostrando il lato più debole della fortezza, impotente di fronte alla natura che decide di cedere sotto al peso invadente e sotto alle malefatte dell’uomo. La ferita era stata curata da poco, quando ci sono andato. Le violenze e le follie interne sembravano sopite. Sicuramante solo per un momento. Ho visto che i San Leo suonano al Tafuzzy e ho attaccato il bandcamp. E l’impressione è quella: chitarra e batteria che alternano la pace all’inferno, la tranquillità all’esplosione, sia nel primo sia nel secondo ep. E dentro queste montagne russe d’intensità, c’è l’animale nei suoi momenti di forza e nei suoi attimi di debolezza, quando tutto si ferma per un po’. Ma sai che alla ripresa tutto sarà ancora più cruento. Questo riescono a ricreare i San Leo. Lo rifaranno dentro a un altro castello, meno cupo, e porteranno tra le colline delle discoteche l’ingestibile lunaticità della bestia montanara. Chiuderanno il festival con i Sonic-3, dopo Extraliscio.

Lo stesso batterista che gestisce, il più delle volte genera e silenzia, le tormente nei San Leo, suona anche negli Hofame. Ma qui è molto più tranquillo, si rilassa, nel senso che va dritto, è più regolare, non c’è la tempesta e la quiete, ma solo il nuvolo. Fa un genere completamente diverso ed è più pop. La chitarra sotto si lamenta come un piccolo smigol e crea rivoli di paranoie niente male. Testi sulla vita. Boh, vedremo là.

Colombre, mi dispiace, ma non ce la faccio. Nelle canzoni trovo poco sentimento, solo quello tanto per cantare, e molta spocchia. L’unica cosa di cui ci ha stimolato a parlare durante un suo concerto recente è stata la domanda “ma sta ancora con Maria Antonietta?” e ce ne siamo andati in disattenzione per trovare la risposta. Forse si, ci sta ancora, visto che Kalporz a marzo diceva sie anche DLSO, e visto che lei ha firmato l’artwork del disco e la regia del primo video. O forse no, visto che i testi parlano di abbandona e di fine. Indecifrabile Colombre.
L’album è di quelli gentili e piangenti e il suo “fottetevi voi e tutto il mondo” (Sveglia) aggressivo si confonde perfettamente con l’idea forte di accettazione passiva del fallimento e di reazione tarda allo stimolo, a posteriori, generando suoni midi di musicisti midi-impostati perfetti. Non lo capisco, perché per esempio in T.S.O. a un amico che si è fatto il trattamento sanitario obbligatorio dice “sei cambiato, non sei più quello di una volta”, gliela fa pesare un sacco e poi gli dice “fregatene, come una volta”.

“C’è una cosa molto positiva in quella canzone (Deserto ndr). Alla fine ci si rivolge a questa persona dicendogli di tenere stretta la propria diversità, di non avere paura. Mi premeva dire che il fallimento c’è, c’è stato e ci sarà sempre perché alla fine sono cose umane. Il fallimento è anche il fallimento di un rapporto che tu hai con una persona che magari per te era molto importante, però a un certo punto capisci che il rapporto è finito oppure magari prende altre pieghe, e anche quello è un piccolo fallimento personale. Un grande fallimento personale, se vuoi, ma un piccolo fallimento nei confronti del macrosistema. Però si, la riflessione di quel testo è non arrendersi alle cose che possono girare un po’ male. E quindi, se sbagli dovrai ancora sbagliare tanto” (thesubmarine.it). Tutto giusto. Ma lo sapevamo già.

Mancano all’appello su internet i Tracis, che vengono dal cuore storico della riviera, Cattolica, fanno dell’electroblob, come dice – ancora unica fonte – il Facebook del festival. Non hanno nulla in streaming. Misteriosi, oscuri creatori di suoni da ballare.

Extraliscio è stato inserito come gruppo di chiusura del sabato sera. Badate bene: in un festival di musica indie. È la prima volta ed è un tassello importante di un percorso di cui già qualche anno fa (2014) hanno scritto Blow Up e Bastonate. I due dischi Canzoni da ballo (2016, Garrincha) e Imballabilissimi Ballabilissimi (2017, sempre Garrincha) hanno aperto a nuovi generi e nuovi suoni e non dico che sia stata la prima volta, perché il liscio lo fa dagli anni ’20 col jazz, ma se a questa attitudine particolarmente spiccata di Moreno il biondo Conficconi, Mauro Ferrara e Mirco Mariani aggiungete la data in un festival come il Tafuzzy Days, avete il momento d’incontro definitivo tra i due mondi. Nessuno dei due (liscio e indie) si era mai mostrato così aperto. Extraliscio al massimo aveva suonato di spalla a Goran Bregovich. A Colombre non era mai successo di finire di cantare i suoi falsetti e un secondo dopo sentire lì accanto una potente mazurca, e neanche ai San Leo era mai successo di riempire l’atmosfera di negatività dopo tre quarti d’ora di valzer. Ora succede, hanno deciso di incontrarsi sul palco del Tafuzzy, grazie a chi il festival lo organizza. Impareranno l’uno dall’altro o forse no e non s’incontreranno mai più. Comunque, non sarà più la stessa cosa, perché ci sarà il precedente e nella storia verrà segnata questa data, 26 agosto, come il giorno della condivisione e dell’incontro. Da domani, sapremo per certo che è possibile, perché sarà successo. Tutto sotto il cielo di Riccione, dove non si schiaffeggiano solo le onde o si mangiano solo mezzi panini, anche interi (all’Hops li fanno buonissimi). Vai di mix delle strofe e, The Giornalisti, puppate la fava.

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