PERSONA, il secondo disco di URALI

2015-04-26 14.57.37

Nel 2015 Urali ha fatto alcuni concerti acustici, tornando al suo primo amore, dando una lettura diversa dei pezzi di Urali che portava in giro da un po’ e un respiro totalizzante alle parti acustiche del disco. (Non capisco molto di chitarra ma) penso che Urali sia un bravo chitarrista, in grado di riadattare bene le canzoni e tenere un concerto anche spogliato degli amplificatori potenti. In acustico però perde la metà della forza, perde lo strato della chitarra, che non è il modo con cui copre le imperfezioni ma in cui restituisce quel suono che vicino a quella voce fa venire fuori Urali. Urali è quello che canta con la voce sottile (che ha qualcosa di Elliott Smith) e con la distorsione sporca e surrounding, se gliene togli una delle due non è proprio lui. Se gli togli la chitarra gli togli l’idea geniale che avuto da mettere vicino a una voce molto riconoscibile. E non è più l’autore inconsueto tra i cantautori italiani chitarra e voce, che normalmente non hanno quel suono lì.
Canta in inglese, se qualcuno mai (davvero non so se è successo ma è quasi certo) avesse obiettato che non va bene e che dovrebbe cantare in italiano perché è più difficile, come se ci fosse una legge linguistica per gli autori tricolore, a questo punto potrebbe risultargli chiaro che non è una via da percorrere per forza. Magari in futuro ne sentirà l’esigenza ma non per forza. Non avverto come problema il problema dei cantanti italiani che cantano in inglese. Urali lo fa con un accento a volte rigido a volte trascinato, non così tanto da essere imperfezione. Lasciando da parte la lingua, ma pensando al concetto di straniero in terra straniera, potrebbe suonare a quei festival all’estero in cui al pomeriggio vedi questo tipo che sale sul palco a fare la sua cosa tra le chiacchiere generali e alla sera per ultimo suona un gruppo grandissimo ma già sputtanato per un qualche motivo. Magari non è la situazione ideale in cui si immagina lui però io me lo vedo lì, in pochi lo ascoltano davvero, ma potrebbe essere il momento qualitativamente più alto di tutto il festival. Mi è successo con Eels, e i Green Day come headliner.

Urali e Persona (2016) sono entrambi pop, ma in Persona il pop definisce di più il suono, non ci sono fughe noise e gole così scure e profonde come in Urali, dove le canzoni sono più tristi. Alcune volte Persona è un po’ quiet is the new loud (CatherineLZ, Mary Anne). Ma lo spazio e la forza della distorsione sono più grandi e nelle prime 5 canzoni schiacciano tutto il resto. Persona diventa un modo diverso di leggere la tristezza, addosso agli altri, non solo a se stesso, un modo fatto anche di alcuni (non di più) momenti più sereni, spesso spezzati da quel suono distortissimo che diventa ancora più significativo. Uno dei momenti migliori del primo disco è quello con la voce di Bill Hicks (The End of All the Things We Knew), divertente ma anche spietato, spietato almeno tanto quanto la chitarra che c’è sotto, che concretizza solitudine e vuoto. Uno dei momenti più belli di Persona è quello in cui è stato inserito il dialogo (in mezzo a Immanuel), per l’ironia del dolore. Capacità di Urali di creare anche uno spazio visivo: 1) mentre quei personaggi parlano, li vedo; 2) tutte le canzoni del disco tranne 2 hanno il nome di una persona e Urali te la disegna di fronte agli occhi. Il sottotitolo tra parentesi aiuta.

George (My King)
George è una persona alta e con pochi capelli, è antipatico ma per la maggior parte della vita è stato soprattutto egoista. C’è qualcosa nel presente che lo rende debole e da cui non riesce a scappare, perché ci pensa sempre, perché non è una persona completamente mediocre: il niente, a cui gli capita di paragonarsi, gli fa capire che bisogna fare qualcosa da lasciare a quelli che vivranno quando non ci sarà più. Pochi giorni fa discuteva con suo figlio del fatto che da anni ha abbandonato i campi che una volta curava. Prima teneva tutto il ricavo per comprare cose che nessuno ha mai potuto vedere e agli operai dava due lire, poi all’improvviso un giorno ha licenziato tutti e ha smesso. Adesso bisognerebbe iniziare daccapo. “Fallo tu” dice George a suo figlio. Ma suo figlio non ha nessuna passione per quel tipo di lavoro e non vuole accontentare il padre solo perché dovrebbe farlo. “Tra qualche anno morirò e ti pentirai” gli dice George quando litigano, e innesca nel ragazzo un senso di colpa gigantesco.

Immanuel (We Don’t Have To Work In Dreams)
Immanuel non c’è più e ormai, a parte i ricordi, di lui sono rimasti solo i sogni, che nei giorni di festa si ricordano più lucidamente. In quei giorni, magari quando ti capita di andare in spiaggia, vedi Immanuel là in fondo, in piedi sulla linea tra mare e cielo, magro com’è sempre stato. E per fortuna, altrimenti quella linea la sfonderebbe. Sotto, c’è il rumore delle onde, che è anche dolce, ma non consolatorio. Non lo è per colpa della paura, dovuta a una mania di controllo che aveva, sempre, e che gli dava una frustrazione enorme perché, pur di controllare, non faceva le altre cose. Immanuel aveva bisogno di scappare, di andare in un posto in cui respirare. Non è andata così, ma c’è ancora la possibilità che sia successo, al di fuori di qualsiasi tipo di controllo. Era una specie di artista, che non riusciva a concretizzare la sua arte per questa sua mania di dare le definizioni precise di ogni cosa. Questo era lui, non poteva mentire e non ammetterselo, questa cosa era parte della sua arte e forse prima o poi si sarebbe anche dimostrato in grado di fare qualcosa di forte, se avesse avuto il tempo di smettere di avere paura delle bugie degli altri, contro le quali aveva costruito tutta la sua paranoia. Non sembrava soffrirne più di tanto, accusava gli altri, si autoaccusava ma ci scherzava anche sopra. Adesso non è morto, è scomparso, nessuno lo vede più da mesi. È stato rapito? Chi avrebbe potuto rapire una persona così rigida e portarselo dietro? Secondo me è scappato da solo e adesso è là, in piedi su quella linea e quando immaginiamo di vederlo non immaginiamo, c’è davvero. Alla fine della canzone, Urali apre la chitarra e se non fosse stato per questo cambiamento improvviso avrei pensato a Immanuel dentro a una tomba più che in piedi sulla linea dell’orizzonte.
Someday i’ll give you a ride 
where the wind blows hard, on the border line 
where our life may end 
and you will find that there’s no one there“.

Frances (A New Neighbor)
“A glance from your eyes and my life will be yours
I’ll give it you cause I cannot manage it, no more”.
Lei è chiaramente irresistibile. Non riesco a definirne l’aspetto fisico, perchè la canzone è piena di immagini di una luce troppo abbagliante per focalizzare sul personaggio. Ma una delle sensazioni legate a lei è la vergogna di aver iniziato a vivere – e vivere nel senso di Vivere – che era prestissimo ed eri piccolissimo (pochi centimetri) ma di essere sempre stato in ritardo. È una cosa che riguarda molti, ma nessuno ci pensa. Il lui della canzone è arrivato tardi e l’ha persa. Lei è anche irraggiungibile: l’unico posto in cui può stare è nella testa. Sotto, le note sono poche ma lunghissime e rendono la delusione che si prova di fronte a un proprio ritardo. C’è stato un altro episodio tempo fa, ma era come se non fosse successo prima di leggere i versi centrali, viene fuori all’improvviso: lei è tornata poi se n’è andata di nuovo, ha invaso un territorio che non doveva invadere. È più grave questa cosa o quel ritardo? Facciamo finta che lei lo stia aspettando nel parco che c’è lungo il fiume della loro piccola città. Lui non arriva e lei se ne va, non prima di aver lasciato un biglietto piantato con una puntina sulla panchina di legno. Arriva lui e trova solo quel biglietto, sul quale c’è scritto qualcosa di molto offensivo, come non “sei un figlio di puttana, fanculo”. Ce n’è per dare la colpe a entrambi.

Hector (Horror Vacui) + Hector (A Friend)
Hector deve essere una persona importante: al suo nome è legata la reazione agli errori del passato e un’amicizia importante. A lui sono dedicati due titoli. Tutto quello che sto scrivendo può non aver nessun senso perché non posso mai essere certo che tutto sia chiaro nei testi di Persona, o che andrà tutto sicuramente bene. Come posso pensare di non dubitare di niente davanti a una frase come “cause we are the features of the same face / the workings of the same mind”? Non c’è nessun legame tra l’amicizia e la stabilità eterna. La canzone finisce con “How does it feels to walk alone?“: l’amicizia è finita nel tempo di 4 minuti e questo potrebbe essere il testo più cinico e realistico di tutto il nuovo disco di Urali. Di sicuro questo finale è quello in cui la distorsione risulta più invadente, perché spezza non solo l’equilibrio tra gli amici ma anche una specie di quiete raggiunta di nascosto. Hector era la faccia della salute, una volta. Adesso non lo è più, e mi sta pure un po’ sul cazzo.

Catherine (How To Manage Anger)
È la seconda canzone che parla di una camera da letto, è definitivamente una canzone d’amore e vira Urali in un cantautore positive metal.

your hair, they were branches 
and they overlooked the rooftops 
I took an endless sleep underneath their shadow

Non è facile immaginare come sia Catherine: “I’ve always painted you as a leafy forest / limitless for the eyes” può solo avere un significato simbolico rispetto all’atteggiamento nei confronti della vita, il carattere o l’intelligenza e l’ispirazione che lei dà a lui stando insieme a lei. Non descrive niente di fisico. Ma non è importante che mi dia elementi che mi permettano di immaginare com’è, è sufficiente che tracci una prospettiva. Dopo le prime persone dipinte su uno sfondo dispiaciuto, questa canzone – la più quiet is the new loud di tutto il disco – si scopre un lato sconosciuto del cantautore: la compresenza improvvisa di un presente e di un futuro positivi compare per la prima volta e forse Catherine è davvero la via per gestire la rabbia.

LZ (A Year Of Living Dangerously)
La canzone è una lettera, o per lo meno è più lettera di tutte le altre canzoni. Quindi LZ può essere il nome di una persona. È il momento di dare spazio a un’altra sfumatura del rapporto di sé con gli altri. A volte è difficile chiudere i conti con chi non ti vuole più. Altre volte il non volersi è reciproco ma il rapporto non si chiude mai e diventa totalmente negativo per chi è nella posizione del più debole. LZ non è il più debole (la lettera dice per lui/lei “Dear darling, I miss you terrible / even if you moved away / even if you never ever cared about me“) ma alla fine si becca un vaffanculo che diventa il sinonimo della novità e del riuscirci, a chiudere i conti. Un anno vissuto pericolosamente è il titolo di un film di Peter Weir del 1982. È la storia di un reporter (Mel Gibson) spedito in Indonesia nel periodo del governo indipendentista di Sukarno e poi del colpo di Stato che lo rovescia. C’è una storia d’amore. L’innamorata di Mel a un certo punto lo abbandona, in fondo perché vogliono cose molto diverse dalla vita. Questa storia potrebbe avere come epilogo l’inizio della lettera di cui sopra. La chitarra distorta della prima parte della canzone è il senso di pericolo che la parola fine proietta sui protagonisti. La malinconica chitarra classica che fa un buco al centro della canzone è la sicurezza di un futuro di separazione. Queste cose potrebbero valere per tutte e due le storie: quella raccontata da Peter Weir e quella di Urali. Ma il finale è diverso: Mel rinuncia a tutto per lei, Urali la manda affanculo. E non gli importa se non lo ama più. Alcune volte, anche se ci affidiamo ai registi più amati e sensibili, alle loro storie non ci troviamo dentro neanche un pezzo di quello che succede realmente. Ci sono invece alcuni piccoli autori italiani che raccontano come stanno le cose, come veramente reagiscono gli esseri umani.

Mary Anne (The Tailor)
Al contrario del testo, il giro della chitarra è uno dei più gradevoli del disco. Come il testo, la chitarra ha quel tono malinconico che la rende così piacevole da ascoltare. C’è un ospedale, ci sono le preoccupazioni, le gambe rotte e alcune lacrime: non è un testo che racconta una storia che fa piacere avere tra i ricordi. Ma è una storia finita, risolta in parte, cancellando le distanze ma non recuperando quello che c’è stato. Quindi l’unica soluzione è creare la speranza che Mary Anne rimanga e che il passato ritorni: “Should I plant your legs in the soil? / Will you bloom again?“. Ma è solo il testo che lo dice, è un intervento dell’autore per dare speranza ai personaggi, non è la storia com’è davvero andata.

Meadow (Nightwalk In Rome)
Il secondo giro di chitarra più bello del disco e un altro testo diversamente triste, questa volta senza un briciolo di speranza finale.

Niente mi dice che questi testi dicano queste cose, non definiscono niente di tutto questo. In realtà i contorni che tracciano intorno alle storie e alle persone sono piuttosto indefiniti. Alcune volte le strofe conclusive sembrano staccarsi all’improvviso da quelle precedenti e parlare d’altro, per seguire il movimento della chitarra, che alla fine esplode senza controllo ma soprattutto sembra venire fuori dal nulla. Alla fine le cose che rimangono coerenti sono sempre due e prescindono dai testi: la chitarra e la voce. Quindi forse i testi non hanno tutto il significato che gli ho dato. Ma una cosa che Urali fa è creare personaggi che diventano veri, non importa se ben definiti o no, tra le righe del testo e dei suoni. L’altra volta mi ero concentrato sul come Urali si distingueva dagli altri cantautori in Italia. Lo fa ancora – musicalmente, Persona non è tanto diverso dal primo disco – ma questa volta occupano molto spazio le storie che racconta, che di sicuro non coincidono con le mie, ma le hanno fatte esistere.

FINE

PS. Urali su disco in realtà ha un gruppo: Michael Barletta, Steve Strovmik (entrambi sia nel primo che in Persona), Andrea Muccioli (nel primo produce, nel secondo suona) e Dimitri Reali (solo nel secondo). Andrea Muccioli ritorna se mi chiedo anche – oltre a chi sono George, Mary Anne e gli altri – chi è URALI? È quel ragazzo che suona la chitarra nei Cosmetic ed è quello di stoprecords, etichetta e studio di registrazione di Rimini fondata insieme ad Andrea Muccioli, appunto.

bandcamp

2 pensieri su “PERSONA, il secondo disco di URALI

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