Due come due, EP come EP, due EP: The Smudjas e Ricordi?

camion

È uscito su cassetta per Cheap Life Records l’ep dei Ricordi?. Fanno punk rock, i pezzi sono secchi e decisi, i testi sono belli, anche le canzoni, alcune parti di chitarra soprattutto (Anni fa). Il nome è la traduzione di Husker Du senza il pronome diretto iniziale, e oltre agli Husker Du di Warehouse ricordano i Replecements di Sorry MaStink e la capacità di essere molto melodici dei Descendents di I don’t want to grow up, tranne che per il basso. Il nome di un gruppo non deve per forza rispecchiare rigidamente la sua musica, e infatti in questo caso non lo fa. Più che al gruppo che richiama direttamente, Ricordi? è un omaggio al periodo in cui quel gruppo è esistito. I modelli quindi sono chiari, ma le canzoni non si appiattiscono sui riferimenti perché, dal punto di vista strumentale, i Ricordi? ci mettono del loro (forza, spinta, gas). Il problema è la voce, sboccata alla Descendents di Milo Goes To College, alla qualcosa degli Husker Du (Something I Learn Today) e con quei finali di verso strascicati. Messa giù così la voce non suona come suonava in quei gruppi, per i quali tra l’altro era un recupero dal punk degli anni 70, e oggi funziona bene nel contesto dell’immaginario di due periodi finiti ma, recuperata, setta tutto su un’impostazione predefinita, molto punk nel senso di categoria a cui voler appartenere, molto a imitazione di, declinata in modo macchiettistico. Come i Rancid. Non ce n’era bisogno, le canzoni c’avrebbero guadagnato se fossero state cantate in modo diverso. Per esempio, già il secondo disco dei Replacement rinuncia in parte a quel modo di cantare. C’è speranza. E questo ep c’avrebbe guadagnato se fosse stato prodotto un po’ meglio, visto che in alcuni momenti (Nero e blu) il ritmo si perde e la batteria fa fatica a stare in riga, rincorre tutto il resto o gli passa davanti (Molly’s Lips). Duemila treni è un gran pezzo. L’ep.

La voce in February EP delle Smudjas (/di The Smudjas/delle The Smudjas, caso difficile) ricorda L7, Kim Gordon e Babes in Toyland. A volte invece diventa la voce delle Smudjas (Play that record) quindi in questo caso il problema è relativo. Il disco viaggia spedito, sembra registrato in due giorni, senza fermarsi mai per immortalare la potenza, il che comporta una fatica della madonna, e la fatica dà corpo al risultato. February EP è morbido nel tocco ma rigorosissimo nel suono e nel mantenere in piedi ritmo e intensità, con canzoni in cui il tempo non è sempre costante ma subisce accelerazioni e dilatazioni. C’è molto equilibrio tra gli strumenti, che hanno (tutti) caratteristiche forti che li mantengono allo stesso livello d’importanza. La batteria suona in modo equo tutte le sue parti – i miei preferiti sono i passaggi sui tom, l’attacco di Five Steps in particolare, perché parlandone posso tirare fuori gli Shift – decisa e calibrata; la chitarra alterna distorsioni apertissime a giri punknroll ed è sempre, sempre, una figata; il basso è di quelli spesso nascosti, ma se lo togli viene a mancare la metà della roba. In Away viene fuori di più. Le canzoni sono: gusto per la scelta dei suoni, scrittura che unisce strofe violente, giri dritti, vuoti sospesi carichi di tensione, emo animalo e pop distorto garage. Niente in comune col revival garage così come la maggior parte dei gruppi lo stanno facendo, pure nella varietà delle soluzioni. Piuttosto ci sono cose garage punk. Il revival garage ha un suo suono molto spesso influenzato da stoner e psych rock. The Smudjas cancellano totalmente stoner e psych per sfumare i ritmi e i suoni verso altro e suonare una commistione di riot girl punk ed emo core. Il risultato di questa commistione è l’emo animalo. Due parole sull’animalo: dall’ep viene fuori una furia fortissima, mossa dai pezzi suonati come una di quelle cose che senti la necessità di fare subitissimo (We’re restless, appunto). Ma, neanche troppo nascoste, un po’ nascoste dietro agli urli e allo strato di strumenti, ci sono inquietudine e malinconia, composte da elementi aggressivi e da elementi tristi, smascherate da non so precisamente cosa, forse dalle chitarre, o dal taglio violento ma sensibile e vulnerabile delle canzoni. Non so da cosa di preciso, e anche questo mi suscita un’inquietudine maledetta.

“It seems strange but now I’m feeling fine, I’m still alive, it’s not that obvious but it’s a good start. It’s ok to be confused, to feel the blues, stay by my side and we can play that record and you will feel fine. I’m sure we’re not gonna wake up alone I’m sure we’re not gonna bear this alone It will last over and over again Over years, cities and countries Over hearts, lives and lovers. Some friends are forever.” (Play that record)

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