UNO A CRANIO #2: DAGS!

DAGS! disegno di Salaparto

salaparto

Uno sta per due cose, un disegno e un’intervista, cranio sta per gruppo, band, amici che suonano insieme, e nel caso specifico lo fanno al Prime Open Air. M sta per Marca, V per Viole, F per Fabio, loro tre sono i DAGS! e il disegno è di salaparto.

Dire DAGS! è come dire COTS!. C’è qualcosa da raccontare dietro al nome?
M
: Trovare il nome alla propria band è sempre un dramma o almeno lo è sempre stato per me.
Agli inizi vai in sala, tiri giù le prime cose, poi se tutto funziona ti trovi con dei pezzi finiti e vuoi provare il live, dove per forza di cose, devi trovare un nome.
Qualche anno fa, leggevo un’intervista ai TROPICS (ex Meet me in St. Louis) in cui parlavano di quanto fosse difficile trovare un nome valido, soprattutto se non accade naturalmente, e di come non importasse troppo il significato del nome, che fosse tutto in secondo piano rispetto al binomio che poi si creava tra nome e suono.
Ecco quello era ed è un modo di vedere le cose con cui mi trovo molto d’accordo.
Ci sono ottime possibilità che un nome tipo Nation of Ulysses, non ti esca così (io aggiungo Cold War Kids, And you will know us by the trail of dead etc) per cui scegline uno che serva lo scopo, ovvero: farti portare in giro la tua musica.
DAGS! per quanto io mi possa ricordare ha una radice differente da quella più semplice. Non é di suo né legato ai cani né alla scena di The Snatch. È semplicemente una parola che è stata gettata li, in maniera abbastanza naturale e aveva un bel suono.
Penso che l’aneddoto che ha scaturito il tutto sia stato il racconto in cui il mio amico Doug, ordinò un panino in uno di quei posti alla moda in cui ti chiedono il nome, ritrovandosi il nome scritto nel modo sbagliato, ovvero DAG, ho ancora in mente la scritta e la sua espressione meravigliata.
Da li aggiungi una lettera ed ecco il nome, il rimando a cani e la scena del caravan han trovato strada molto all’interno del nome facilmente fornendo ulteriori spunti. Per dirne altre il punto esclamativo o il nome della pagina bandcamp/facebook etc fanno parte di un nostro personale tributo/gag ai 1994!. Provare per credere.

Il Prime Open Air è la vostra prima data. Partite a presentare l’ep. Quello del release party dev’essere un momento emozionante (… And they crashed against technology, did that hurt mi pare un ottimo modo per festeggiare). Cos’è che vi preoccupa di più per il primo live? Cosa potrebbe andare storto, e quindi cosa richiede particolare attenzione?
M
: Diciamo che le canzoni sono in giro da qualche tempo, son state rodate nei nostri live precedenti e sono quasi del tutto assimilate, penso che il difficile sarà suonare con il disco ancora nelle orecchie, e soprattutto ora che tutti sanno cosa stai ‘cercando’ di fare. Detto questo a parte l’emozione che si può provare per ogni live, c’è forse più la curiosità di sapere cosa ne pensa la gente del disco, se qualcuno ha imparato i testi o canterà.
Sarebbe una cosa bellissima.

F: Concordo con Marca, ora che il disco è ufficialmente fuori la cosa che mi incuriosisce maggiormente è l’apporto che il pubblico potrà dare ai live in termini di partecipazione; un po’ di emozione c’è sempre, si sa, ma in fin dei conti stare ai concerti significa stare tra amici, se qualcosa andrà storto probabilmente la prenderemo sul ridere cercando il modo migliore per risolvere la situazione.

V: La bellezza di fare concerti come quelli del Prime Open Air (per me è la seconda volta dopo l’anno scorso con i Minnie’s, conosco il campo di gioco, diciamo!) è che ci siano persone che sono lì per passare un momento insieme, tra di loro e con chi suona – la cosa che mi aveva più stupito dell’edizione dell’anno scorso era questo senso di familiarità e buonumore che si respirava sotto gli alberi del parco nonostante la fatica e gli sbattimenti che sono inevitabili nell’organizzare un festival con più palchi e più realtà coinvolte, di sentirti tra amici anche se ti eri sentito solo via mail.. Insomma, “le cose” (indefinite per scaramanzia, probabilmente!) possono succedere, la nostra attenzione deve essere rivolta interamente a fare un bel concerto per chi ci viene a sentire!

Dico una cosa, ditemi se può avere un senso oppure no. Vi piacciono i cani e la pizza. I cani sono i migliori amici dell’uomo, la pizza è il mio comfort food preferito. A volte tendete a smontarvi come i Cap’n Jazz, altre siete precisi come i Karate, ma in ogni modo siete rassicuranti, almeno per me. Quindi la situazione ideale per ascoltarvi è avervi in cuffia e mangiare una pizza accanto al tuo cane, e magari dargliene una fetta. Al primo ascolto mi avete fatto pensare subito a questo: c’è qualcosa di molto famigliare nella vostra musica.
M
: Tu dici delle belle cose. Io personalmente, non sono sicuro di arrivare alla tua stessa conclusione. Il punto penso sia fare musica che riascoltata tra qualche anno continui a soddisfarci. Mi piace che ognuno prenda cose diverse e faccia proprio il significato di certe parole o note.
In questo caso la tua è sicuramente una bella sensazione, la sicurezza, il calore e il fatto di sentirsi a casa al sicuro. Chiaramente le influenze aiutano a ricreare quell’effetto, anche perché parliamo di band che hanno praticamente inventato i rispettivi generi e che hanno influenzato a cascata qualsiasi cosa sia nata dopo. Detto questo trovo che per quanto ci possano essere delle atmosfere, o dei rimandi, il prodotto finale sia figlio della somma delle parti, che alle mie orecchie ci rende differenti da quello che può rientrare nello standard o nella definizione.
Ci sono tante cose dentro, ma ognuno ci può sentire quello che vuole.

Si dice che facciate emo. È sicuramente vero, ma nel vostro ep (uscito da pochissimo per To Lose La Track e Neat Is Murder) ci sono moltissime deviazioni. Quali sono gli ultimi dischi che avete ascoltato e che vi hanno influenzato di più?
M
: Ascoltiamo tutti un sacco di musica e non per forza é musica emo. Si passa dal rap all’elettronica al math rock con una discreta facilità e come dicevo prima, questo ci porta a ottenere risultati a mio avviso differenti.
Io posso dire di ascoltare quasi quotidianamente: Pswingset, Anathallo, Pity Sex, Delta Sleep, Adults the Elderly and Children, Calories, Tangled Hair, Joshua, Dios Trios, HYMNS, MEW, Shudder to Think, Vasco da Gama, Screaming Maldini e così via. Hanno tutti un posto speciale e un significato particolare, ma non saprei dirti se qualcosa mi ispiri a tal punto da diventare un’influenza effettiva sulla nostra musica.
Tra l’altro non penso di essere abbastanza bravo da tramutare le influenze in suoni, altrimenti farei un bel gruppo cover a 2000 euro a concerto.

F: Spesso in ascolto mi capita di affiancare gli ALL ai Telefon Tel Aviv, i Promise Ring a Andy Stott, i Title Fight a Kim Hiorthøy, Lee Fields a Fuck Buttons… capirai che stilare una classifica delle influenze è abbastanza complicato.
Indubbiamente in passato personaggi come Bill Stevenson, Brendan Canty, Stewart Copeland hanno inciso molto sul mio modo di suonare e questo per quanto mi riguarda è una delle poche certezze che posso darti in materia di influenze. Influenze evidenti sul gruppo non ne ho mai trovate, trovo molto divertente quando ce le affibbiano gli altri, questo sì.

V: Qua in fondo farò la figura della copiona! Siamo onnivori – io credo di dovere molto a tutto il punk rock e l’hardcore nel senso dello spirito, quello da studiare sui dischi SST, Merge, Dischord, Jade Tree, No idea, ANTI- e Fat Wreck, più tutto l’emo, quello buono però! Con un ciuffo moderato, diciamo. Ultimamente ho consumato anche io Tangled Hair, Fucked Up, Superchunk, Pity Sex, Title Fight, You Blew it!, poi parliamo dell’ultimo dei Braid?

E quali sono i vostri tre gruppi preferiti adesso? Domani potete cambiare idea, ma in questo preciso momento?
M: Domanda a cui è praticamente impossibile rispondere, ascoltando un mare di cose ho sempre dei nuovi gruppi preferiti, è un problema, comunque faccio tre nomi: Tangled Hair, PostMadonna, Anathallo.

F: Tangled Hair, Charles Bradley e The British Expeditionary Force? Se me lo richiedi probabilmente sono cambiati.

V: Braid, Fucked Up, Torche (Tangled Hair lo posso aggiungere! tanto lo avrete capito, no?).

(grazie)

UNO A CRANIO #1: URALI

URALI_COLORE

Fabrizio Baldoni

Venerdi c’è il Prime Open Air 4. Abbiamo chiesto a 5 amici che sapevamo essere in grado di farlo bene di illustrare i 5 gruppi che suonano, uno a cranio. Poi ho fatto delle interviste che se non fosse per le risposte sarebbero come calarsi del ghiaccio sul collo a gennaio. Questo è URALI e il disegno è di Fabrizio Baldoni.

Adesso c’è ancora un nuovo cantautorato italiano, che è un po’ un flusso continuo, sono anni che c’è il nuovo cantautorato italiano. Il tuo disco è tutt’altro ma basta un passo piccolo così perché ti ci trovi infilato dentro, anche non volendo: ti basta cantare italiano. Non credo che la lingua italiana sia indispensabile nelle canzoni italiane. Hai mai pensato di fare un disco in italiano? Credi che possa essere un’evoluzione o cambia poco?
Onestamente no e non credo succederà almeno sotto il moniker Urali.
A questo punto e in questo momento storico passare all’italiano sarebbe solo una ruffianata per rimediare più pubblico, preferisco fare solo ed esclusivamente come pare a me.
Sono dunque d’accordo con te: non è indispensabile l’italiano nelle canzoni italiane, dipende tutto dalla propria confidenza con le lingue e attraverso quale si esprimono meglio i concetti.
Non disprezzo a prescindere chi canta in italiano ovviamente, solo non mi ci rimedio a scrivere cose che mi soddisfino.

Sei nei Cosmetic e lavori anche con i Girless&TheOrphan. Ma come Urali sei solo. Quali sono le prime differenze che ti vengono in mente tra suonare solista o in un gruppo e le cose per cui ti piace fare musica nel primo o nel secondo modo?
Per prima cosa mi pesa troppo la solitudine dei viaggi in macchina quando si va a suonare in giro, magari lontano.
Alla fine la parte più bella del tour è stare in furgoncino tutti insieme.
Quindi ecco odio viaggiare da solo, amo farlo con la band, in compagnia.
Dal punto di vista compositivo invece, come solista, la totale libertà decisionale sulla scrittura, arrangiamenti e registrazione dei pezzi all’inizio mi spaventava, ora inizio a godermela.
In fondo stare in una band è una continua ricerca del compromesso perfetto limando il tuo ego per non farlo cozzare con quello degli altri.
Con Urali ho dovuto raggiungere e impormi livelli di severità altissimi, passando momenti di incertezza totale sulle mie capacità apparentemente irrisolvibili, non avendo nessuno che potesse impormi altre idee o tanto meno consigliarmi. Autogestione e poca auto-indulgenza uniche vie.
Quindi questa “sfida” nel suonare da soli diciamo è affascinante, ma la puzza di quattro amici che suonano in un garage è comunque una delle cose migliori al mondo, ecco.

Il suono della tua chitarra mi ricorda gli Weezer, Graham Coxon, i Kyuss, dal vivo e su disco. Mark Kozelek è un essere strano. In Mistress (di cui fai la cover) vi incontrate perfettamente, per il suono che date alla canzone e per la gioia di vivere. Cos’altro avete in comune? C’è un motivo particolare per cui hai scelto di rifare quella canzone?
A ridosso della chiusura del disco uscito a gennaio ho ascoltato tantissimo sia i Red House Painters sia i Sun Kil Moon e mi hanno entrambi influenzato tantissimo. Credevo che la versione che avevo in testa e che poi ho registrato funzionasse bene assieme alle altre mie canzoni così l’ho buttata dentro senza pensarci troppo. Poi come dici tu Kozelek è un essere strano.
Un artista vero, forse l’essere umano che ho più studiato dal punto di vista artistico cercando di portargli via qualche segreto: impossibile. Ha una classe impareggiabile, ha veramente trovato un corrispettivo musicale allo spleen, alla presamale. Quindi in comune forse non abbiamo niente, lui è un genio, io no!

A Rimini c’è un posto che si chiama Stop Studio, di cui sei il 50%. Parlamene un po’.
Stop Studio è una stanza di qualche metro quadro costruita dal mio socio Andrea dentro ad un garage ed era il nostro punto di lancio per conquistare il mondo. Ci divertiamo a registrare le band in particolare i ragazzini da svezzare musicalmente e i nostri amici coi quali ci divertiamo sempre un sacco. È una specie di lavoro per il tempo che ti occupa. Testa bassa e passione per ora, ma è bello starci dentro.

(buona la prima, domani i DAGS!).