GIRLESS & THE ORPHAN the circle and the barrel part 1

girless-and-the-orphan-the-circle

È uscito il nuovo ep dei Girless & The Orphan, si chiama The Circle and The Barrel Part 1 (Stop Records, Fallo Dischi, To Lose La Track), è la prima parte di un album intero e prevede una Part 2.
Si, a me i Girless piacciono, quindi scriverò bene e dirò che le nuove canzoni sono belle. Ma non sono solo belle, sono migliori, rispetto a Nothing to be worried about except everything but you, che comunque era il mio disco di Natale 2012.
The Circle and The Barrel Part 1 è stato registrato allo Stop Studio di RIMINI, come Ntbwaeeby. Ci sono dischi che non suonano, che non raggiungono quel grado d’insieme che ti permette di sentire un respiro, sottile o più corposo, una vita. The Circle And The Barrel Part 1 parte con Hodmen And Ghost Writers, una ballata, poi vola con F.A.S.C., scelto come singolo mica per il cazzo. Vola nel senso che l’album inizia davvero a prendere corpo in quel momento, con un suono così impastato da dare il gusto di un bel piatto di tagliatelle, in nostalgia, con un bicchiere di rosso. Le chitarre di The Circle and The Barrel escono in modo meno diretto e brutale, il basso è meno rigido rispetto Ntbwaeeby.
The Circle and The Barrel è pieno di ballate acustiche (quattro canzoni su sei), esclusa F.A.S.C., e poi c’è A Nice GuyOpen Books mi ricorda che, in qualsiasi stagione mi trovi, se arriva il disco giusto, quella stagione la trasforma nella stagione ideale, entrandomi dentro e modellando la percezione delle cose, caldo o freddo non importa perché quella musica mi fa sentire a casa, e in casa, alla temperatura giusta. Adesso è estate, l’altra volta era inverno, casa mia è leggermente cambiata rispetto a 2 anni fa, ma la sensazione di sicurezza è la stessa.
Rubo e interpreto un pezzo della tag line dei Girless, acoustic & anarchic rock: dentro la Part 1 prevale l’acustico, ma acustico non è per forza solo intimistico, è anche anarchico. Probabilmente fino a Nice Guy acustico è intimistico. Con Nice Guy si cambia registro, l’anarchico e l’acustico diventano una cosa sola, e quando parte la batteria acustica l’intimistico viene sotterrato, anche solo per poco, ma in modo brutale, con quella rabbia (anticipata in F.A.S.C) che Girless mette nel modo di cantare e attraverso la quale riesce a sfogare una melodia pop che non vuole esserlo completamente (pop) perché la voce stride come quella di un gruppo emo dei più disperati, e sotto c’è una chitarra acustica che non molla gli stessi accordi per tutta la canzone. Andando oltre la separazione, che non esiste, tra acustico e anarchico, i Girless & The Orphan rendono tutto quello che suonano con un gusto musicale inattaccabile. Continuano a ricordarmi Hey There Delilah, Sodastream e Motorphsyco tutti insieme, continuano a essere solo loro. Toccano accordi riconducibili a stili diversi (emo, punk, folk), sempre mettendoci dentro quella sensibilità che serve per rendere una canzone vera, anche nei dettagli. Come le doppie voci e le spazzole in 27 and counting.

The Circle And The Barrel è diviso in due parti pubblicate in momenti diversi quindi. In casi come questo mi chiedo cosa succede. Che peso ha il tempo che trascorre tra la creazione della Part 1 e della Part 2, e il lavoro fatto per la prima influenza, cambia o in qualche modo incide sulla seconda parte? Ho saputo da facebook che ieri hanno registrato le chitarre della Part 2, quindi le due parti non sono state registrate insieme. Nella mia testa romantica mi piace pensare (ma sbaglio tutto di sicuro) che, se delle idee sono venute dopo da una canzone registrata prima, forse sono finite dentro un pezzo della Part 2, anche diversissimo da tutta la Part 1. Così le due parti sarebbero quasi una cosa sola, perché poi questa mossa di dividere in due il disco non è che mi piaccia troppo, mi divide a metà la fotta. M’hanno detto che la seconda parte sarà molto diversa dalla prima, quindi il mio discorso potrebbe anche avere senso. Boh, per ora so di sicuro che dal vivo, le prossime volte, i Girless & The Orphan suoneranno The Circle and The Barrel con la batteria, finalmente.

[streaming]

Mi piacciono le parole semplici.

caso, bart cosmetic, goldaline my dear al brainstorm di fusignano

La letteratura italiana è piena di parole semplici che descrivono robe complesse. E iniziando così ho già perso metà dei lettori possibili. Però era davvero necessario come incipit, perchè è un po’ che sono in fissa con sta roba, con le parole semplici che dicono cose enormi intendo. Sono talmente in fissa che adesso come adesso un testo di una canzone o è scritto così oppure lo vorrei scannellare con la gomma. Non molto tempo fa nella migliore libreria d’Italia mi hanno fatto scoprire una poesia in dialetto romagnolo di Raffaello Baldini; è scritta sulla copertina di una sua raccolta di poesie pubblicata da Einaudi, quindi non è che io sia proprio un Archimede della poesia. Il dialetto romagnolo non è del tutto semplice per chi non è romagnolo, ma la traduzione in italiano si. Non l’avete mai letta, dovete leggerla.

Mo acsè
Mo acsè, dal vólti, quant a tòurn a chèsa,
la sàira, préima d’infilé la cèva,
a sòun, drin, drin,
u n’arspònd mai niseun.

(Ma così, delle volte, quando torno a casa,
la sera, prima d’infilare la chiave,
suono, drin, drin,
non risponde mai nessuno.)

All’inizio per dare una spiegazione di semplice volevo scrivere non ermetico. Dire non ermetico sarebbe stato come dire il contrario di ermetico ma l’ermetismo poetico non c’entra niente, perché è più complesso del non facilmente comprensibile. Io invece volevo dire esattamente non facilmente comprensibile. Il collegamento all’attitudine di quei poeti di inizio 900 sarebbe stato immediato, ma sbagliato. Ermetico nel linguaggio di tutti i giorni ha preso proprio il significato di non facilmente comprensibile, ma parlando di testi scritti la definizione sarebbe stata ambigua. Quindi, non tiriamo in ballo l’ermetismo poetico. Semplice significa semplice. Ed è il contrario di difficile o elevato.

C’è stato un momento in cui volevo spaccarmi solo di testi difficili. Pensavo che lasciassero più spazio all’immaginazione, e che il loro livello fosse più alto. Stronzate. Quando a scuola o all’università studi la letteratura italiana è bellissimo, perché se hai un po’ d’interesse, trovi tempo e voglia di conoscere cose, più o meno istituzionali, più o meno nuove, più o meno due coglioni da aggrapparsi al lampadario. Per esempio, all’università ti dicono che “Sto / con le quattro / capriole / di fumo / del focolare” (Ungaretti) sono tra i versi più semplici ma enormi mai scritti. Ed è vero, a parte le capriole (perché tu non dici oh stasera non voglio seghe voglio passare la serata con le mie capriole di fumo), solo che dopo magari conosci Montale e finisce che leggi le poesie di tuo nonno che parlano della Seconda Guerra Mondiale e ti spaccano in due, ma dici che le parole sono troppo semplici. Montale e Ungaretti sono entrambi considerati modelli dai poeti ermetici, quindi vedete che quel gruppo è complesso. È una specie di lotta in cui tu sei la parte contesa: leggi, le parole semplici ti piacciono, ma ormai hai conosciuto Dino Campana e pensi che il suo modo di scrivere sia più completo. Non è che apprezzi i poeti perché sono difficili, ma una parte del processo di conoscenza dei testi è la fase dello studio del significato, e questo percorso rende ancora più affascinante il messaggio. Tutto vero.
Ungaretti però diceva che gli piaceva farsi le storie da solo, davanti al camino, alla ricerca della solitudine che lo tranquillizza. In Mo acsè Baldini usa un campanello per dire che si sente solo, e triste nel momento in cui prende consapevolezza di esserlo. Due modi diversi di porsi di fronte alla solitudine, e di esprimerla, con parole semplici. E qui la svolta, la curva a U, il salto della quaglia.

Per essere più dinamico, sposto l’attenzione dai poeti ai cantautori. Nel 2014 sono tanti quelli quasi nuovi usciti con un disco. Come se non bastasse, i gruppi CANTAUTORALI dei vecchi non mollano anche se dovrebbero: pochi giorni fa è uscito il reloaded di Hai paura del buio? degli Afterhours, l’anno scorso è uscito l’ultimo album dei Marlene Kuntz. Nella musica italiana sono proprio questi i signori che mi ha fatto apprezzare i testi non immediati. Per quanto mi riguarda, la storia di quali testi mi piacciono ha raggiunto di recente il proprio momentaneo epilogo: è arrivato qualcun altro e il modo di scrivere kuntziano della prima ora l’ho messo in cantina insieme al SuperTele sgonfio e sporco di murcia. Non credo più che sia necessario rimanere stupito di una parola o di una metafora complessa, ho bisogno che un testo dica qualcosa, e che lo dica sparandomelo in faccia senza mezzi termini. Perché in fondo le parole ricercate per esprimere cose enormi, che si potrebbero esprimere anche con parole semplici, sono mezzi termini, perché per raggiungere il loro significato devi percorrere una strada indiretta. Mi serve ascoltare e riascoltare, leggere e rileggere, ma parole semplici significano che l’autore non ha voluto usare altre armi per conquistarti se non quello che vuole dire. Non ci sono cazzi. Non è buono solo l’uno o l’altro modo di scrivere, ma è la mia posizione adesso.

Dicevo, è arrivato qualcuno che mi ha risvegliato dal letargo del termine complesso. È arrivato Raudo dei Gazebo Penguins, dove il testo sembra buttato giù così, oh questo ci sta bene mettiamolo, e forse lo è, a volte è metaforico, ma in modo diretto, e mi spacca in quattro.
Poi è arrivato Caso, con La linea che sta al centro (To Lose La Track). Caso mi commuove fino alle lacrime, o mi fa venire la pelle d’oca, che è poi quello che chiedo di fare a un cantautore. I suoi testi li ho capiti tutti subito, e che cosa bella è che una canzone ti entri dentro senza fare troppi giri nel cervello. Caso usa le metafore, ed è subito chiaro il legame con quello che vuole dire. E questo mi fa sentire umano, non uno studioso. Caso non usa parole per sentirsi e farti sentire figo e per darsi un fascino trasgressivo, come la figa e il cazzo di Manuel Agnelli; usa parole che scrivono una storia, attorno a una gioia o a un dolore, o a non so cos’altro. Non è per forza una storia raccontata alla maniera di uno storyteller, o per lo meno non lo è sempre, ma spesso è un percorso fatto di ricordi, persone, metafore, salti semantici e fisici, cose piene di roba insomma, non immagini che usano la sensazionalità di termini che pensano a se stessi, a essere belli, e non a comunicare. Comprendere una poesia è un processo non per forza difficile, il significato deve essere significativo (avanti così), perché la bellezza del testo non deve consistere solo nella ricerca della sua comprensione. Caso ti dice le cose, sono grandi, e il cd lo ascolti mille volte. #casomania

Di parole ne usa un sacco (una sola difficile: palindromo), anzi si mangia la musica con le parole, cioè a volte mette più parole di quelle che ce ne dovrebbero stare, e questo modo di metterle giù ti fa correre dietro ai testi. Schianta un modo di scrivere definito molto bene dai Marlene in passato: fare aderire perfettamente il testo alla musica anche se il significato non è troppo chiaro; testi esteticamente belli, insomma. Non so se è meglio o peggio, ma quello di Caso è un modo molto diverso di fare. E lo trovo più figo.
Chi gode del riflesso della mancanza di tempi morti o di momenti in cui, come succede per altri cantautori, tipo Brunori Sas, pensi che non sei solo tu ad annoiarti ma anche lui, è la chitarra, che poi è l’unico strumento nella maggior parte delle canzoni. Motore e Andata e ritorno cambiano il ritmo dell’album (in Motore c’è anche la batteria) e Caso sembra i 7 Seconds. Non è poi così facile cantare le sue canzoni. Dal vivo di solito è solo con la sua ombra, cioè con la sua chitarra, e con le parole corre ancora di più, quindi sono proprio lui e la sua ombra a scheggiare più di tutti.

E dal vivo li potete vedere tra non molto tempo, il 4 aprile al Brainstorm di Fusignano, nella formula descritta a meraviglia dal flyer. Oltre a loro suonano Bart dei Cosmetic (La Tempesta) di Sogliano, che esistono più o meno da quando esiste Sogliano, e Goldaline, my dear (Stop Records), che viene dai Girless & The Orphan, di cui è il bassista. Autori belli, musica bella, una serata che mi immagino fatta da tutta la gente in platea, e in mezzo alla gente Caso, Bart e Goldaline che suonano senza jack come se fossimo tutti a bere un drink e a stare bene insieme.
Come sempre io amo il Brainstorm e questa volta lo amo di più perché organizza queste serate acustiche in un momento in cui sono preso molto bene dalle cose acustiche. Certi locali ti fanno bene, il Brainstorm per esempio mi fa bene.

Io Caso l’avevo anche intervistato.

Caso+Bart Cosmetic+Goldaline, my dear: l’evento su fb

URALI

urali stop records

URALI no, URALI si. Chi lo stronca, chi il contrario. Io sono tra i secondi. URALI non ha una sola briciola di malessere, non esprime noia, la noia l’avete voi dentro, se avete pensato che vi annoi. URALI (si chiama Ivan Tonelli ed è una parte consistente di Stop Records e Stop Studio) che presenta le sue canzoni dal vivo, oppure che risponde alle domande delle interviste, è un tipo tutt’altro che noioso, va molto dritto al problema: deve fare un pezzo, parla poco e fa il pezzo; deve dire una cosa, fa pochi giri di parole e la dice. Con le sue canzoni, URALI fa una cosa altrettanto semplice e immediata: prende una chitarra molto distorta e canta. Con un’idea semplice, mette all’angolo gli altri cantautori contemporanei (il cantautorato italiano è rinato, è alla sua quindicesima vita) che vogliono essere molto bravi e per dimostrarlo si arrampicano su testi intelligentissimi e strumenti che fanno finta di usare. La soluzione musicale di URALI è fuori dallo schema ti scrivo testi un po’ incomprensibili un po’ comprensibili così pensi che siano poesia anche se tocco davvero superficialmente le tematiche e faccio anche il polistrumentista. Anche URALI è un cantautore si, anche se in Italia uno che suona così non viene normalmente definito cantautore perché può ricordare autori stranieri come, boh, Graham Coxon, che non vengono chiamati cantautori, perché i cantautori sono quelli italiani e fanno riferimento in qualche modo alla tradizione cantautorale italiana (negli USA sono folk singer, presumo); ma lo è, tecnicamente URALI è un cantautore. Tecnicamente significa che scrive e canta i pezzi. Non è un cantautore tradizionale, ma considerando come viene chiamata in causa e come viene interpretata adesso la tradizione dai nuovi cantautori (cioè come nel corsivo di 4 righe fa), preferisco l’idea che ha avuto URALI. A me piacciono i vecchi cantautori, quelli più tosti, De André e De Gregori, perché capisco quello che cantano, perché in quanto cantautori mi fanno tremare le vene dei polsi dicendomi qualcosa di universalmente vero, sull’amore, sulla vita, sulla politica, su molte cose. Molti, oggi, hanno la presunzione di saperlo fare ma non lo fanno, ma manco per il cazzo. CASO, lo fa. URALI si propone in modo diverso: tecnicamente è un cantautore, appunto, ma la sua forza sta da un’altra parte. Non m’importa se canta in inglese, e il suo messaggio non è immediato, m’importa che mi dica con chiarezza qual’è la sua idea. In qualche modo è molto più cantautore degli altri perché, fuori dal solco della tradizione, comunque dice la sua, lascia il segno, e stop.

Che poi magari a URALI dei cantautori non gliene frega un cazzo.

Ed ecco cosa mi dice URALI. Io ho pensato che volesse dire: io, con una chitarra in mano, faccio questo in questo modo. Il valore del suo album, che si chiama URALI, non sta solo nel suono distorto ma in tutti i movimenti della chitarra che s’infilano uno sotto l’altro. Si passa da un pezzo eseguito con la chitarra acustica (e uno con la classica) al drone; la chitarra non ha un attimo di tranquillità, ha la fregola, si muove sopra e sotto, passa da suonate più pop a giri dispersivi e psichedelici, e tutto è buttato dentro a un cd con 8 pezzi che scorrono più o meno lenti, pesanti, ma del tutto diversi l’uno dall’altro. Folk, ma anche shoegaze. La sensazione è la stessa di alcuni incipit o alcuni pezzi di Sons of Kyuss, e se io avessi fatto un disco e uno mi dicesse che quando lo ascolta gli ricorda quella pesantezza, io sarei contento. URALI non ha la batteria ma l’uovo che riesce a creare intorno a chi ascolta è quello.
URALI canta sopra alle chitarre senza troppe menate. Ecco perché è un disco bellissimo: perché unisce una chitarra a volte davvero scostante a una voce normale. Della chitarra ho già cercato di parlare, adesso tenterò di parlare della voce. La cosa più spiazzante che succede quando ti trovi di fronte a URALI che suona dal vivo è che la chitarra è disturbatissima e non va d’accordo con la voce, per niente proprio, tranne in alcuni momenti, come per esempio in The Lover (Mistress), cover dei Red House Painters, o in The Flux, una delle (due) canzoni acustiche. Ma non è la voce che non ci sta, è la chitarra, che raggiunge un livello di saturazione tale per cui sembra non esistere altro. E allora la voce va a farsi fottere, e te la dimentichi; ma nel momento in cui URALI parte col pezzo acustico, torna a essere presente e ti accorgi che in realtà è davvero una bella voce; al pezzo distorto successivo hai sanato la rottura e le senti entrambe, chitarra e voce. Su disco l’effetto scompare un po’, perché sconta forse un missaggio non perfetto, ma va bene lo stesso. Sono convinto del fatto che URALI vinca dal vivo, e questa è un ottima cosa. Perché comunque è anche empatico, lui suona e il pubblico lo ascolta col naso all’aria. Sembra semplice, ma alcune volte proprio non scatta.

urali.bandcamp.com – stoprecords.it