Rifare tutto e rifarlo più ostile. Montana, un’anteprima del nuovo disco

Nel 2015 tre quarti della vecchia formazione si è dispersa, nel 2016 la loro storia è ripartita. Adesso i Montana sono tornati, accuditi e guidati da mani concrete. Arrivati in studio nella primavera di quest’anno con il carico di fatica spesa nel rifare tutto daccapo, l’hanno buttata tutta dentro ai microfoni. Hanno fatto la loro cosa, senza pugnette si dice dalle mie parti. Nessuna perdita di tempo: ricomporsi, scrivere e provare, registrare. Farlo bene, non fare in fretta ma arrivare dritti al punto. Correre, potenti e controllati. Il resto non conta. La costanza nelle gambe gli è rimasta dai tempi dell’hard core, la forza dall’era del metallo. In questo periodo di ricostruzione hanno urlato solo quando hanno registrato le voci, per il resto hanno fatto tutto mantenendo basso il profilo. E quando ho infilato negli auricolari il nuovo disco, è stata l’esplosione finale di una rinascita ottenuta senza disperdere energie all’esterno ma scaricandole tutte nel risultato finale.

Qualche giorno fa ho letto un’intervista ad Adam Granduciel dei War On Drugs che parlava della forza curativa della musica, in cui lui vede un processo utile a capire te stesso e il mondo. Io non ci credo. Una canzone deve dire come stanno le cose, punto. Chi la scrive non deve sperare di trovarci la cura ma un canale in cui parlarsi e parlare chiaramente. Non serve per guarire ma per capire. Chi la ascolta si deve aspettare di trovarci la verità. Niente di consolante, c’è sempre il risvolto ostile che non puoi non considerare. Per esempio, A Crow Looked At Me di Mount Eerie non c’entra nulla coi Montana ma è bellissimo perché parla della morte senza tante menate ed è molto reale. Biografico. I Montana sono sempre stati spaventosi da quanto sono diretti, nella musica e nei testi. Lo sono ancora di più nel disco nuovo, che non poteva essere diverso, visto che è il risultato di mesi di scornate testarde per ricomporre il gruppo.

È il disco migliore che abbiano fatto finora. La chitarra e la batteria non mollano un attimo, come sempre, ma questa volta hanno un suono più impastato, contrapposto a una scrittura lucidissima, come sempre, ma questa volta di più. Il suono mi ha ricordato la ruvidità di Legless Bull dei Governement Issue. Per altre cose invece il disco dei Montana gli è molto distante. Legless Bull ha molte parti di hard core, 10 minuti 10 canzoni. Praticamente 10 improvvisi schizzi di follia. I Montana mantengono le velocità e la foga del punk rock, raramente si scaricano con l’hard core, piuttosto allargano le chitarre e i ritmi verso il post hard core. Mancano totalmente di voci sboccate, per fortuna: vanno dritto in generale e vanno dritto anche lì, senza pugnette (appunto). Nessuno schizzo di follia, è tutto sotto controllo. Il controllo non porta rigidità, i giri del basso e la cassa della batteria che a volte intervengono con più evidenza a spezzare l’andamento delle canzoni sono i mezzi attraverso i quali le maglie dei dischi precedenti si sbrancano. Per colpire ancora di più, i Montana hanno detto ciao quasi del tutto ai passaggi rock’n’roll di Spergiuro (2015) e li hanno stretti nella morsa di un punk rock chitarra, basso e batteria, diretto e cinico ma capace di costruire dinamiche notevoli. I testi sono in linea, più franchi, fermi e reali di sempre. Non serve altro per dire le cose che bisogna dire.

Si chiama La stagione ostile, esce per Crapoulet Records, To Lose La Track e Sonatine Produzioni tra un mese spaccato in digitale, il 10 novembre in vinile. Ma qui puoi ascoltare subito Giudizio in anteprima assoluta mondiale.

Love at first Fig: Bennett

E chi sono i Bennett? È già un anno che mi sono fatto questa domanda. Adesso la risposta la sanno tutti, ma allora non la sapeva nessuno. Quel nome mi è apparso per la prima volta sul programma dell’Italian Party 2016. Tramite risposte stitiche a un paio di domande ho scoperto qualcosa. 1) Che si tratta di alcuni avanzi della mossa toscana: bassista dei Chambers, chitarrista e cantante dei Disquieted By, batterista degli Autumn Leaves Fall In. 2) Che fanno musica melodica e pesante. 3) Nient’altro. Su YouTube c’era già un video di un live in un locale, era buio e sembrava che il cantante avesse appena squartato un uomo, nel retro, e stesse scaricando l’adrenalina nel post hard core. Il video aveva un sacco di visualizzazioni. Non so per gli altri ma per me è stato amore a prima vista. Comunque, questi Bennett avevano già fatto un concerto in giro e per trovare uno straccio di qualcosa bisognava guardare su You Tube. Mattacchioni.

Il mese dopo, compaiono sul palco piccolo dell’Italian Party. Era un caldo pomeriggio d’estate e l’aria era fermissima, come se anche lei stesse aspettando in pace qualcosa che le piaceva molto. Non c’è stato nessuno che ha urlato STANNO PER SUONARE I BENNETT ma è come se ci fosse stato. L’attesa era palpabile. La ballotta toscana stava generando la fotta. Del resto, una simile super band (e qui faccio finta di conoscere da sempre gli Autumn Leaves Fall In) non poteva che creare amore. E infatti. I Disquieted By hanno fatto il mio disco preferito del 2012 (giuro). Dopo un po’ hanno cessato di esistere, lasciando un grande vuoto. Andare a vedere i Bennett era andare a vedere il nuovo gruppo del tipo (David) dei Disquieted By: la cosa era buona anche solo per questo.

Del concerto all’Italian Party ricordo che ogni canzone fu un ripigliarsi dopo un periodo di astinenza, perché i Bennett avevano proprio tutta la forza beffarda e ignorante ma precisa dei Disquieted By. Il cantante sembrava una statua quando si bloccava negli stop, proprio come faceva una volta, ma non suonava più indossando solo un paio di culotte. Era tutto vestito. Un mio amico l’ha abbracciato. L’atmosfera era famigliare, come quando arrivi al pranzo di Natale e inizi a salutare tutti e, dopo i 35 anni, ti lasci andare perché ti fa un gran piacere.

Il giorno dopo ho scritto BENNETT su facebook e ho preso un sacco di like. Dopodiché, silenzio per nove mesi. Non io, loro. Lo faranno o non lo faranno questo disco, boh. Poi sono tornati, a marzo 2017, credo, con un video dedicato a Jean Louis Bennett. Sono andato a vederli al Magazzino Parallelo, a uno degli Heavy Show organizzati dal tipo dei Riviera. Ho tentato di fare una foto alla faccia di David pietrificato durante uno stop prima di un go, non è venuta un granché ma l’ho messa lo stesso su Instagram con un po’ di filtri. E ho preso un sacco di like.

Passano le settimane, e niente disco. Poi, il messaggio. I Bennett mandano una mail in cui chiedono agli amici di fare un trailer promozionale, la mail gira e arriva in qualche modo anche a me, ci provo due o tre volte, faccio schifo e rinuncio. Dopo un po’, del trailer non si sa ancora nulla. C’è un motivo, hanno cambiato strategia: Luca Benni, il mio uomo alla Bennett, mi chiede di filmarmi mentre dico una cosa tipo i Bennett fanno cagare, sono molto contento, lo faccio e glielo mando. Sulla porta del mio bagno di casa c’è la targhetta “toilette” e solo dopo un po’ di giorni mi viene in mente che avrei potuto usare quella, come scenografia. Troppo tardi, pazienza. Il 20 maggio il video ESCE: in sottofondo c’è Confidence e tutti dicono che i Bennett fanno cagare. Il mio video non l’hanno messo, perchè oltre a far cagare sono pure degli stronzi. Il promo gira un bel po’ e monta l’attesa del disco, attesa per il 16 giugno. Intanto, su Instagram, loro iniziano a seguire tutti e a un certo punto la mia ragazza mi dice “i Bennett hanno iniziato a seguirmi su Instagram”. Oh_oh. Mi parte subito l’immagine di David senza culotte.

Su TheNewNoise esce l’intervista e vengono fuori le prime date. Lo streaming su Rumore arriva il 12 giugno: eccolo, il disco. È stato come una montagna all’alba. Lentamente è venuto fuori dal buio e si è mostrato. Grande e grosso. Non fa mica cagare, è bellissimo. Believe the hype, non dare retta a quelli del trailer. Ti piace la roba melodica e pesante? I Bennett sono cattivi e simpatici. Non cattivi simpatici come quei personaggi dei film che fanno la battuta e un minuto dopo commettono il crimine peggiore dell’universo (prima scherzavo con la storia dell’uomo fatto a pezzi), cattivi simpatici perché la loro musica è molto pesa, con picchi di satanismo, ma sembra fatta per cullarti. Si capisce meglio quando li vedi dal vivo. Gli vuoi bene e li vorresti abbracciare anche tu, ma intanto ti arriva la chitarra sui denti. È difficile scansarla perché ha quel movimento circolare infinito che t’imbambola.

Dicevo, per me è stato amore a prima vista. Love at first sight, come diceva Kilye Minogue, o Love at first fight, come dicono loro, o love at the first fig, cosa che mi succede ogni anno, dopo un anno di attesa, quando raccolgo il primo fico (in realtà, matalone, quello viola, grande) dall’albero di mio suocero. Quando arriva fine maggio vado e chiedo “Mario! Quando arrivano i mataloni?”, risposta: “Eeeeeh”, che vuol dire che devo portare ancora un po’ di pazienza. Dalla finestra della sala lo vedo, l’albero, ogni tanto lo guardo, ogni tanto vado giù e mi ci metto sotto a controllare a che punto sono. Quando arrivano è una droga. La natura è così meravigliosa che al secondo giro l’albero cambia genere, fa i fichi normali (quelli verdi, che mi piacciono ma non c’è paragone) perché se ti disse troppi mataloni ti stancheresti e l’anno dopo non fremeresti più come quello precedente. I mataloni durano poco quindi, l’attesa rinizia presto. E, quest’anno, il primo matalone è arrivato insieme al primo disco dei Bennett: si sono fatti aspettare uguale, lo stesso tempo, con la stessa intensità. E te ne hanno data poco per volta. Alla fine, sono finiti addirittura su Repubblica.

La promozione dei Bennett non è paragonabile a quella di macchine da guerra del marketing, come i Radiohead o gli U2, che inventano rompicapo quasi ogni volta che fanno uscire qualcosa. In quei casi la percezione di chi assiste è di fastidio nei confronti di un meccanismo che fa finta di giocare e di essere geniale in realtà spinge un prodotto. È musica, ma la stessa strategia potrebbe essere utilizzata per qualsiasi altra cosa. Lo scopo è fare promozione, ok, ma per riuscire davvero serve qualcosa di meno pensato, di almeno apparente spontaneo, di meno fastidioso, e che faccia parlare di musica, non del gruppo allo stesso modo in cui si potrebbe parlare di sigarette o di una macchina. Non c’è nessuna differenza nel dire “i Radiohead hanno oscurato il sito” rispetto a “la Marlboro ha oscurato il sito” perché al centro c’è un marchio, non un contenuto. BRAND. I Bennett hanno promosso il disco in modo simpatico e con tempistiche perfette. Per budget, dimensione e tipo di pubblico questi gruppi non sono paragonabili tra loro, ma a volte i colossi potrebbero copiare dai gruppi indipendenti per apparire più credibili. Oppure, facciano come vogliono, tanto in fondo, chissene, io ascolto ti Bennett. Che mentre scrivevo hanno pubblicato un altro spot.

Non confonderlo con bennettband.bandcamp.com, il bandcamp che t’interessa si chiama pigliabennett.bandcamp.com. E il disco è uscito per To Lose La track e Sonatine.

NUOVO DIE ABETE

Quando ti svegli alla mattina ti giri verso l’altra parte del letto e non c’è nessuno perché avete orari diversi e v’incrociate solo alla sera tardi, poi guardi l’orologio ed è tardissimo, così che non puoi fare neanche una pisciata con calma. Almeno ti lavi la faccia. Ora però, caffè. La moka è chiusa da ieri e sembra sigillata col silicone, tiri tiri ma niente. Allora prendi lo straccio sporco di fianco al lavello e riesci ad aprirla, vai per svuotare il filtro e il caffè bagnato ti casca a un centimetro dal bidone, tutto per terra. Porca troia, lo puoi urlare perché tanto sei solo in casa. Lasci tutto così com’è e riempi la caffettiera. Il caffè lo bevi e senti che ti arriva in testa. Era necessario. Mangi una frutta sul tavolo e un pezzo di pane lo mastichi mentre ti vesti ma mentre t’infili la seconda gamba dei pantaloni inciampi e caschi sul letto, con la testa di fianco al comodino coi libri che ancora non hai letto. Più che altro adesso sembri una scimmia, per questo continui a leggere qualcosa. Quella mattina ti capita anche quello che non dovrebbe capitarti mai: all’improvviso, devi andare in bagno: hai preso un frescone. Quando? Perché? La doppietta caffè-kiwi funziona, ma non pensavi così in fretta. Il ritardo di questa mattina era già scritto nelle stelle di ieri sera, quando pensavi a quanto sono buoni i kiwi mentre lavavi i piatti dopo aver cenato da solo. Caghi, quindi. Finalmente esci di casa, ti avvii. Dentro la macchina c’è puzza di olio perché c’era una perdita, l’hai portata dal meccanico un mese fa, lui l’ha messa a posto ma la puzza dentro c’è ancora. La frizione fa un rumore strano, potrebbe spaccarsi il cambio, 200 euro. Giri in macchina sperando che non succeda, vorresti pregare il signore per chiedergli che non succeda, ma succederà sicuro, quando – non so – devi prendere il treno e non ti aspetta. Ma come si fa a pregare. Pensando a tutto questo, arrivi in ufficio. Non ti sei preparato il pranzo e non hai preso su neanche la frutta. Toccherà mangiare un buonissimo tramezzino kebab e peperoni della macchinetta. Nella prima parte della mattinata vengono, in successione, a romperti i coglioni: il capo, il capo, il secondo capo, il terzo capo, il quarto, il capo. Ognuno di loro ha indetto almeno una riunione in giornata, però tutti devono andare via presto oggi e domani non ci sono quindi sono tutte riunioni indispensabili oggi. Riunioni. È una gioia sognare di appiccare fuoco a tutto. Ma poi bruceresti anche il tuo stipendio. Hai dieci minuti per finire un lavoro che avevi iniziato prima di raggiungere la prima sala della prima riunione, lo fai ascoltando i Marnero e pensando che è martedì e a fine settimana uscirà il nuovo Die Abete e la prossima settimana potrai ascoltare quello prima di andare in riunione. I dieci minuti finiscono, il capo ti chiama e inizia il vortice, sei carico come un marnero, dai qualche risposta del cazzo (però hai ragione) ma tutto sommato stai calmo. Parole fino alle 12:30, fanno tre ore e mezza in tutto. Arrivi che hai voglia di mangiare kebab e peperoni. In pausa vorresti solo dormire e invece tocca stare in ufficio perché c’è troppo poco tempo per fare qualsiasi cosa e ti devi ciucciare i colleghi. Alcuni sono simpatici, dai. Coup de theatre e chiedi se qualcuno di loro ti accompagna a prendere un caffè buono al bar, nessuno ti segue, la puzza in macchina è tossica e la scusa che hai usato altre volte per non prenderla su per andare a fare un cazzo di aperitivo dopo il lavoro ti si rivolta contro e ti lascia solo. Il caffè è buono lo stesso, comunque. Meriggiare pallido e assorto. D’inverno è caldo, d’estate si bolle davanti al computer. Ora è primavera e non c’è male. Tutti i capi sono fuori ma c’è in giro il collega zelante. È lì da più anni di te ed è così gentile e falso quando ti parla che è sicuro che da dietro t’incula. È successo. Parla male di tutti con te, parla male di te con tutti. Lo mandi a fare in culo in silenzio e gli dici scusa sono occupato (vattene di qui!) tutti i santi giorni. Lui se ne va chiedendo scusa come se ti avesse già dato una coltellata dietro alla schiena, cosa che succederà tra un minuto durante il quale tu lo vorresti ammazzare e seppellire sotto una stele di piombo. Il trend del declino continua: ti sbagli e clicchi sulla X sbagliata cancellando il lavoro dell’ora precedente. Niente di irrimediabile ma cazzo se ti fa girare i coglioni. Per il tempo rimanente guardi l’orologio ogni cinque minuti. Non la vivi bene. Sbrighi il resto dei lavori abbastanza bene, esci pensando che è bello andare a fare la spesa in quel supermercato pieno di commessi stronzi, ma assapori già la mela che ti mangerai mentre riempi il carrello senza pagarla. Stronzi ma rincoglioniti. Una mela al giorno toglie il medico di torno. Osservandomi dall’esterno, non mi suscito niente di diverso che sdegno. Lei torna tardi, quindi puoi fare la spesa che vuoi e mangiare una roba veloce senza impegno anche stasera. Oppure una schifezza surgelata. Perché sei giovane, tra qualche anno quella roba non la vorrai vedere neanche col binocolo, dicono. Paghi, butti il torsolo dalla tasca al cestino subito fuori, sali in macchina, ciao, domani prendo una Val Venosta Red Delicious, la mela di Biancaneve. È dura ma i denti li hai buoni, a parte quella carie a destra. Mangi tutto a sinistra e hai risolto. A casa fai tutto quello che devi fare, spazzare il caffè, docciare, mangiare, bere. E prosegui cercando di dare un senso alla tua giornata, pensando che molti anni sono passati col pensiero di dare un senso poi all’improvviso capisci che il tempo è passato davvero e solo adesso ti rendi conto di quanto ne hai perso. Vorresti leggere ma Facebook e Instagram ti assorbono per un’ora. Intanto, però, ascolti The Name Is Not the Named dei Gazebo, non sei tutto da buttare dai. All’improvviso senti il rumore della porta che si apre, è lei. Sono le undici e tre quarti infatti. Vi abbracciate, vi baciate, la guardi e pensi che qualcuno è più stanco di te che ti lamenti di un comodo lavoro d’ufficio. Quattro chiacchere che se sono buone possono valere anche tutta la giornata, ma non è sempre così, questa sera non è così. Il tempo brucerà anche la nostra casa amore. Adesso a letto, buonanotte. Di notte si dorme, a meno che tu non abbia preso il caffè dopo le 16. Cazzo, l’ho preso alle 5 e un quarto. Ti addormenti mezz’ora prima della sveglia. Ti svegli, giornata abbastanza terribile ieri, speriamo meglio oggi. Se siete d’accordo, azzeriamo tutto e ripartiamo da capo.

Senza denti, Die Abete: streaming
To Lose La Track, Sonatine produzioni, Shove Records, Tanato Records, Longrail Records
Copertina: Collettivo Canemorto

(il vecchio die abete)