NUOVO DIE ABETE

Quando ti svegli alla mattina ti giri verso l’altra parte del letto e non c’è nessuno perché avete orari diversi e v’incrociate solo alla sera tardi, poi guardi l’orologio ed è tardissimo, così che non puoi fare neanche una pisciata con calma. Almeno ti lavi la faccia. Ora però, caffè. La moka è chiusa da ieri e sembra sigillata col silicone, tiri tiri ma niente. Allora prendi lo straccio sporco di fianco al lavello e riesci ad aprirla, vai per svuotare il filtro e il caffè bagnato ti casca a un centimetro dal bidone, tutto per terra. Porca troia, lo puoi urlare perché tanto sei solo in casa. Lasci tutto così com’è e riempi la caffettiera. Il caffè lo bevi e senti che ti arriva in testa. Era necessario. Mangi una frutta sul tavolo e un pezzo di pane lo mastichi mentre ti vesti ma mentre t’infili la seconda gamba dei pantaloni inciampi e caschi sul letto, con la testa di fianco al comodino coi libri che ancora non hai letto. Più che altro adesso sembri una scimmia, per questo continui a leggere qualcosa. Quella mattina ti capita anche quello che non dovrebbe capitarti mai: all’improvviso, devi andare in bagno: hai preso un frescone. Quando? Perché? La doppietta caffè-kiwi funziona, ma non pensavi così in fretta. Il ritardo di questa mattina era già scritto nelle stelle di ieri sera, quando pensavi a quanto sono buoni i kiwi mentre lavavi i piatti dopo aver cenato da solo. Caghi, quindi. Finalmente esci di casa, ti avvii. Dentro la macchina c’è puzza di olio perché c’era una perdita, l’hai portata dal meccanico un mese fa, lui l’ha messa a posto ma la puzza dentro c’è ancora. La frizione fa un rumore strano, potrebbe spaccarsi il cambio, 200 euro. Giri in macchina sperando che non succeda, vorresti pregare il signore per chiedergli che non succeda, ma succederà sicuro, quando – non so – devi prendere il treno e non ti aspetta. Ma come si fa a pregare. Pensando a tutto questo, arrivi in ufficio. Non ti sei preparato il pranzo e non hai preso su neanche la frutta. Toccherà mangiare un buonissimo tramezzino kebab e peperoni della macchinetta. Nella prima parte della mattinata vengono, in successione, a romperti i coglioni: il capo, il capo, il secondo capo, il terzo capo, il quarto, il capo. Ognuno di loro ha indetto almeno una riunione in giornata, però tutti devono andare via presto oggi e domani non ci sono quindi sono tutte riunioni indispensabili oggi. Riunioni. È una gioia sognare di appiccare fuoco a tutto. Ma poi bruceresti anche il tuo stipendio. Hai dieci minuti per finire un lavoro che avevi iniziato prima di raggiungere la prima sala della prima riunione, lo fai ascoltando i Marnero e pensando che è martedì e a fine settimana uscirà il nuovo Die Abete e la prossima settimana potrai ascoltare quello prima di andare in riunione. I dieci minuti finiscono, il capo ti chiama e inizia il vortice, sei carico come un marnero, dai qualche risposta del cazzo (però hai ragione) ma tutto sommato stai calmo. Parole fino alle 12:30, fanno tre ore e mezza in tutto. Arrivi che hai voglia di mangiare kebab e peperoni. In pausa vorresti solo dormire e invece tocca stare in ufficio perché c’è troppo poco tempo per fare qualsiasi cosa e ti devi ciucciare i colleghi. Alcuni sono simpatici, dai. Coup de theatre e chiedi se qualcuno di loro ti accompagna a prendere un caffè buono al bar, nessuno ti segue, la puzza in macchina è tossica e la scusa che hai usato altre volte per non prenderla su per andare a fare un cazzo di aperitivo dopo il lavoro ti si rivolta contro e ti lascia solo. Il caffè è buono lo stesso, comunque. Meriggiare pallido e assorto. D’inverno è caldo, d’estate si bolle davanti al computer. Ora è primavera e non c’è male. Tutti i capi sono fuori ma c’è in giro il collega zelante. È lì da più anni di te ed è così gentile e falso quando ti parla che è sicuro che da dietro t’incula. È successo. Parla male di tutti con te, parla male di te con tutti. Lo mandi a fare in culo in silenzio e gli dici scusa sono occupato (vattene di qui!) tutti i santi giorni. Lui se ne va chiedendo scusa come se ti avesse già dato una coltellata dietro alla schiena, cosa che succederà tra un minuto durante il quale tu lo vorresti ammazzare e seppellire sotto una stele di piombo. Il trend del declino continua: ti sbagli e clicchi sulla X sbagliata cancellando il lavoro dell’ora precedente. Niente di irrimediabile ma cazzo se ti fa girare i coglioni. Per il tempo rimanente guardi l’orologio ogni cinque minuti. Non la vivi bene. Sbrighi il resto dei lavori abbastanza bene, esci pensando che è bello andare a fare la spesa in quel supermercato pieno di commessi stronzi, ma assapori già la mela che ti mangerai mentre riempi il carrello senza pagarla. Stronzi ma rincoglioniti. Una mela al giorno toglie il medico di torno. Osservandomi dall’esterno, non mi suscito niente di diverso che sdegno. Lei torna tardi, quindi puoi fare la spesa che vuoi e mangiare una roba veloce senza impegno anche stasera. Oppure una schifezza surgelata. Perché sei giovane, tra qualche anno quella roba non la vorrai vedere neanche col binocolo, dicono. Paghi, butti il torsolo dalla tasca al cestino subito fuori, sali in macchina, ciao, domani prendo una Val Venosta Red Delicious, la mela di Biancaneve. È dura ma i denti li hai buoni, a parte quella carie a destra. Mangi tutto a sinistra e hai risolto. A casa fai tutto quello che devi fare, spazzare il caffè, docciare, mangiare, bere. E prosegui cercando di dare un senso alla tua giornata, pensando che molti anni sono passati col pensiero di dare un senso poi all’improvviso capisci che il tempo è passato davvero e solo adesso ti rendi conto di quanto ne hai perso. Vorresti leggere ma Facebook e Instagram ti assorbono per un’ora. Intanto, però, ascolti The Name Is Not the Named dei Gazebo, non sei tutto da buttare dai. All’improvviso senti il rumore della porta che si apre, è lei. Sono le undici e tre quarti infatti. Vi abbracciate, vi baciate, la guardi e pensi che qualcuno è più stanco di te che ti lamenti di un comodo lavoro d’ufficio. Quattro chiacchere che se sono buone possono valere anche tutta la giornata, ma non è sempre così, questa sera non è così. Il tempo brucerà anche la nostra casa amore. Adesso a letto, buonanotte. Di notte si dorme, a meno che tu non abbia preso il caffè dopo le 16. Cazzo, l’ho preso alle 5 e un quarto. Ti addormenti mezz’ora prima della sveglia. Ti svegli, giornata abbastanza terribile ieri, speriamo meglio oggi. Se siete d’accordo, azzeriamo tutto e ripartiamo da capo.

Senza denti, Die Abete: streaming
To Lose La Track, Sonatine produzioni, Shove Records, Tanato Records, Longrail Records
Copertina: Collettivo Canemorto

(il vecchio die abete)

Perchè scrivo recensioni e qualche disco dalla mia mail

homelette

Uno dei motivi per cui continuo a scrivere recensioni è perché mi piace ascoltare dischi e poi ragionarci su. Come sono i passaggi della chitarra, ascoltare bene il basso, cosa mi ricorda il climax di una canzone, cose di questo tipo. Un altro motivo per cui continuo a scrivere recensioni è perché ne sento il bisogno, mi viene un’idea su un disco e non sono in pace finché non l’ho messa giù, non riesco a fare altro. Cioè si, posso anche fare altro ma poi l’idea me la scordo e mi arrabbio.
Due motivi personali quindi, che vanno al di là del discorso relativo a quante persone leggono gli articoli del blog. Neuroni letto da poche persone, più che altro i miei amici, e mi chiedo sempre, ogni volta che pubblico qualcosa, perché continuo e perdo tempo in questa cosa quando potrei farne altre, cento volte più utili. Poi passa qualche giorno a rimuginare, a lamentarmi di me stesso e a dire che non ho niente da dire di significativo (diverso, più approfondito, più acuto) rispetto ad altri, e nello stesso tempo continuo a pensare a quale potrebbe essere l’argomento della recensione successiva. È come un processo, sempre uguale, che va avanti da quando ho iniziato a scrivere su questo blog. L’utilità delle recensioni è cambiata per alcuni appassionati, per altri no, e sono convinto che questi altri, seppure siano in minoranza, le leggano ancora per capire cosa ascoltare tra le centinaia di dischi disponibili. Io lo faccio ancora, magari c’è qualcun altro che fa come me. Poi magari si fanno un’opinione loro e sono in totale disaccordo col giornalista, ma dal testo sono partiti. Ci sono alcuni giornalisti che sono ancora in grado di influenzare il mio pensiero, perché li leggo da anni, perché li leggo da un mese e mi hanno colpito, perché li stimo e so che amano la musica. Per quelle persone penso che valga ancora la pena leggere di musica.
Se penso a come sono cambiati i miei gusti musicali da quando ho iniziato a scrivere recensioni, posso dire che sono cambiati molto. Ci sono cose uscite 20 anni fa che ascolto ancora, ma ci sono cose che non ascolto più da tempo. Il cambiamento avrebbe avuto luogo anche se non avessi avuto la fissazione della scrittura, di sicuro. Ma scrivere ha decisamente reso più profondo il tentativo di capire cosa stavo ascoltando. È una cosa personale, estremamente legata ai miei limiti personali, che sono quelli di uno che non lo fa di professione, cosa che comporta anche dei vantaggi, come per esempio poter scrivere quello che voglio, come voglio, riportando le fonti che voglio oppure nessuna. Se uno mi legge e non gli piaccio, non torna più, se succede il contrario, torna un’altra volta. Ma, dopo i momenti di sconforto, penso chi se ne frega, e che posso fare di meglio. Non è che me ne frego di quello che pensano gli altri, solo che sta cosa è più forte. Se scrivo, vado più a fondo in quello che ascolto. E secondo me questo, quando avrò 70 anni, mi sarà stato utile. È una prospettiva che riguarda solo me, ma magari c’è qualcun altro che pensa a questo percorso quando pensa al perchè scrive recensioni. Se non ho capito male qualcuno c’è. Un percorso moltiplicato per 1000 volte. I risultati sono le recensioni, o le cose simili, che piacciono oppure no, ma prima del risultato c’è un percorso.

Questa intro è stata ispirata da La morte della recensione in generale e di quella del disco di oggi in particolare e Le recensioni di dischi sono morte, i blog sono morti e anche io non so bene perché continuo a leggere queste robe

Adesso, un altro motivo per cui continuo a scrivere: spaccarmi di ascolti delle cose che mi arrivano in posta, una dopo l’altra, e buttare giù qualche idea vagamente sensata a riguardo.

Mi è arrivato questo gruppo che si fa chiamare Nobody Cried for Dinosaurs e il loro Ten Billion Years Later EP (Dischi Mancini). Non è un problema loro, è un problema mio. Non ho mai sopportato il pop rock con le batterie che saltellano e s’incastrano perfettamente alle chitarre pulite che girano sempre su se stesse. Non mi piacciono le progressioni perfette. E quello che c’è di più lontano da quello che cerco nella musica è il suono limpido come inno alla gioia o il suono limpido che nasconde sentimenti non del tutto positivi (Mexico). Non sono mai riuscito ad apprezzare né la musica della spensieratezza né quella della spensierata malinconia. Preferirei la disperazione. AustraliA: del primo disco ne riconosco solo una parte, quella dei suoni saturi come gli Sparklehorse, che ormai sono diventati un classico, provenendo dagli anni ’90. Quello che non ritrovo in The Very Truth (secondo disco, diNotte Recs) sono le canzoni, ballabilissime ma senza nessuna idea sulla melodia. Quello che trovo in eccesso invece è la patina, che non permette di afferrare davvero le distorsioni della chitarra, i suoni e la varietà dei movimenti del synth, anche belli (le parti riuscite meglio del disco), ma privi di una profondità. Queste cose insieme non mi permettono di dire che il disco mi sia piaciuto. Questi bassi rotondi che reggono il ritmo come se fossero un reggiseno grande che regge du poppe, queste chitarre melodiose un po’ ribelli un po’ cielline un po’ epiche, questi rullanti così netti sono le cose che mi sono arrivate per prime all’orecchio di Buona musica! di La macchina di von Neumann (autoprodotto). La verità è che non tollero più i passaggi lenti (Bistecca) del post rock strumentale, che ti propongono musica come se quella malinconia fosse la verità. Vado meglio con le parti più incazzate. Faccio fatica a proseguire nell’ascolto del disco quando sento che è stato inserito uno che parla e mi dice che c’è chi ci vuole vendere una verità con cui lui non è d’accordo. In questo modo quella voce ci sta vendendo come verità il suo non essere d’accordo. Questo dire che quella non è la verità e che nessuno ha la verità in tasca con l’atteggiamento di chi in realtà crede di averla: lo trovo intollerabile. Questo atteggiamento non pervade in particolare tutto questo disco ma penso che sia un po’ il succo che mi ciuccio ogni volta che sento il post rock alla Mogwai (La supposizione è la madre di tutte le cazzate) o tutto quello che è venuto dopo. Aggiungo, in Buona musica!, un basso troppe volte eccessivamente cinghione e la classica chitarra post rock che pirulla, e diventa chiaro che non ho più niente a che spartire con questo tipo di musica. Mi è piaciuto molto il comunicato di Veleno & poesia (o Poesia & veleno, l’ordine non importa, a giudicare dalla mail che ho ricevuto) degli autoprodotti I DOTTORI che dice che le influenze della band sono Queens of the Stone Age, System of a Down, Faith No More, Rino Gaetano, Celentano e Gaber prima maniera, Fred Bongusto e Buscaglione, i Muse, con “l’obiettivo sonoro” di incrociare il rock potente e la canzone italiana, come se Rino Gaetano o De André incontrassero gli Who. Il fatto è che è tutto vero, io aggiungerei anche gli Stadio, per la triste malinconia dell’obiettivo sonoro, raggiunto dai Dottori. Il cantante ha la R alla Manuel Agnelli e questa alla fine è probabilmente la cosa più insopportabile del disco perché tutto il resto del desiderio che sta sotto al disco (fare breccia nel pubblico dei Negrita con una proposta meno sputtanata e più profonda dal punto di vista dei contenuti) si può comprendere.

“è probabile che se a nostra volta sbarcassimo su marte, non vi troveremmo altro che la terra stessa”

è lo scenario di impossibile fuga che i DOTTORI, ben lungi dal volerci curare, dipingono per noi. È un rock che si prende la briga di filosofeggiare e che attraverso i testi vuole insegnare a vivere la vita. I contenuti quindi mancano, ma possono colpire nel segno. Per quanto riguarda l’essere meno sputtanati dei Negrita, beh.
Potrebbe andare peggio solo se incrociassimo, a tutto quel popo’ di influenze dei DOTTORI, Il Teatro degli Orrori, il blues rock, un senso dell’umorismo alla Ligabue e la visione della vita di Morgan, cosa che succede solo con i John Holland Experience (Pronti? DreaminGorilla Records, Taxi Driver, TADCA, Electric Valley, Scatti Vorticosi, Brigante, Longrail, Edison Box, Omoallumato). Mi rendo conto che spesso questa rubrica si è trasformata album dopo album in una cosa comica e ha finito per mancare di analisi musicale privilegiando accostamenti verosimili ma allo stesso tempo scritti con quella mezza intenzione di far sorridere (lo ammetto). I Dottori e John Holland Experience sono l’esempio preciso di quello che sto dicendo. Si tratta di due album dello stesso genere, il Rock Italiano, definizione che individua le proprie influenze originarie nelle chitarre degli anni ’70 e nei testi dei cantautori italiani riconosciuti come regola. Gli anni ’70 non li ho mai ascoltati seriamente. Sui cantautori, nati come voci diverse e poi brutalizzati e sminuiti in citazioni superficiali e continue, penso che i loro messaggi di dissenso abbiano perso la forza proprio nel momento in cui hanno incontrato il favore di un pubblico vastissimo, perché in quel momento il loro dissenso non è stato più tale ma è diventato pensiero condiviso. Ne ha parlato diverse volte Francesco su Bastonate. È vero che al TARGET DI RIFERIMENTO del Rock Italiano non gliene frega niente e vuole ballare e cantare cose che, anche se non lo riguardano, appena le canta quello lì lo riguardano in automatico. Ma non c’è niente che mi piaccia in questi gruppi, mi va di scriverci su, perché quando li ascolto mi vengono in mente queste cose, anche se magari molti non li prendono neanche in considerazione: li considerano inferiori rispetto a gruppi magari meno famosi. Così come chi invece li ascolta considera inferiori gli artisti meno noti. Che complessità l’essere umano quando si tratta di gusti musicali.

C’è un’altra cosa. Quella dell’esplicitare il prendersi poco sul serio come una caratteristica fondamentale della band, come un suo plus. Succede a volte che il Rock Italiano che mi arriva nella mail si prenda poco sul serio e associ alle preziosissime solo guitars un atteggiamento da cazzone per missione. Non mi piace. SeM E Le Visioni Distorte dicono di incarnare lo spirito dei Motorhead prendendosi poco sul serio. Non sono mai stato un fan dei Motorhead e ho sentito dire che Lenny Kilmister era un simpaticone, ma sono sicuro che i Motorhead abbiano significato e significhino di più della dichiarazione d’intenti di SeM (dal comunicato stampa): “Come sei i Motorhead si fossero mangiati i Rats mentre Caparezza applaudiva”. Perché prendersi poco sul serio? Perché farne una caratteristica forte? Se uno ha qualcosa da dire, quando lo ascolto non mi preoccupo davvero se si prende molto sul serio o no. Questa cosa del prendersi poco sul serio è sopravvalutata. La fai perché ti viene, e basta, se non ce l’hai dichiararla non servirà a farla diventare reale. Non riguarda solo SeM, ma anche, per esempio, La macchina di von Neumann.
Allo stesso tempo, SeM porta avanti un discorso di sensibilizzazione molto importante che nemmeno negli ambienti più illuminati della musica è stato ancora capito del tutto: “SeM ha creato un format video esilarante che cerca di sdrammatizzare sull’eterno concetto dei generi musicali, del fatto che chi ama il metal odia il pop e chi ascolta Ligabue immagina che il rock sia solo rumore. È disponibile la seconda puntata in cui si svela come sarebbero gli Iron Maiden se strimpellassero come Edoardo Bennato” (fonte: comunicato stampa).

Dopo un incipit di Ice, Cold, Green Tea che è un incrocio tra True Blood e Banshee, gli Homelette partono con un folk vagamente country, completamente dilaniato, con voci sottili e stirate alla Elliot Smith e allucinazioni alla Tim Buckley. Ice, Cold, Green Tea mi ricorda tutti e due, Elliott Smith nell’arpeggio e nel ridurre a brandelli la serenità che la melodia creata potrebbe dare, Tim Buckley nel dilatarla. Gli Homelette mi ricordano anche Daniel Johnston in quella lievissima stortura da nastro vecchio di una musicassetta e nelle stonature della voce, che nei cori di Grey Days sono pure degne di un John Frusciante su cui però non insisto troppo su perché ultimamente (negli ultimi 24 anni) non mi piace più tantissimo. Tornando quindi a Johnston, di base gli Homelette hanno il suo stesso grande desiderio: essere pop, ma la testa (dentro) è un disastro. Io non posso pensare che gli Homelette siano ridotti come lui, ma i loro arpeggi così leggeri sulle corde e allo stesso tempo così pesanti nel riverbero che producono me lo ricordano. E oggi hanno reso l’ufficio un posto veramente intimo. Stasera, a casa, con Snowball era tornato il piacere del piccolo fuoco acceso per scaldare la sala di Sparklehorse, soprattutto grazie certe flessioni della voce.
Mornin’ Hollows è uscito per la More Letters Records, la stessa dei Big Cream, e io mi sono un po’ lasciando andare con gli accostamenti. Ma cosa c’è di più ragionevole del pensare alle altre cose che mi ricorda una canzone, cercare di capire se ha davvero un senso quello a cui sto pensando, un senso derivato dalle possibili influenze sul suono e sulla scrittura, e cercare di scriverlo? Mornin’ Hollows è curato nei dettagli, nella scelta delle sonorità e nei passaggi da strofa a ritornello, a volte bruschi, a volte morbidi e sereni. Un disco davvero bellone.

Come ogni episodio di Le recensioni nella mail, anche questo è una gara di copertine. Ha vinto quella degli Homelette, non perchè mi paccia particolarmente ma perchè le altre non avevano senso.