Tre per il Brainstorm di Fusignano, anzi quattro

Alla fine ci sono arrivato. Fusignano è subito dopo Lugo di Ravenna, si raggiunge facile, dall’A14, prendendo lo svincolo per Ravenna. C’è gente che ha scommesso che mi sarei perso. Ho vinto. Il Brainstorm è in Piazza Corelli, nel centro sputato di Fusignano, ed è un bel posto, dove fanno concerti sani e di musica bella (pagina Facebook). L’8 febbraio hanno suonato Action Dead Mouse, Lantern e Disquieted By.
Dovevano esserci anche i Combo Disaster, ma non c’erano, anche se c’erano, nell’aria, col cuore. Sono stato bacchettato perchè non li ho ricordati sin dall’inizio (tutte le parole tra “dovevano” e “intervista” le ho aggiunte in un secondo momento), e avevano ragione a bacchettarmi. I Combo Disaster hanno una pagina Facebook e stanno registrando un mini album. C’è un link che secondo me è da vedere, un’intervista.

Al Brainstorm ho fatto i video con il mio cellulare ma la maggior parte sono improponibili e quindi (due) li prendo dal Tubo di Roberto Trioschi. In tutto sono quattro cose per il Brainstorm, di cui

una per gli Action Dead Mouse, il cui ep Perché questa casa ci esplode negli occhi? (T R I S T E records) è una bomba di idee, nei testi e negli arrangiamenti, con loop di chitarre, basso e batteria incrociati alla perfezione in ritmi indecisi e storti; Ginocchia è uno dei pezzi dell’ep. Ora è uscito anche il nuovo vinile ä (trovate tutto qui actiondeadmouse.wordpress.com):

una per i Lantern, manca il cantante ma c’era, con lo screamo dai testi sinceri e filosofici, e metto una foto perchè il mio video non rendeva giustizia a quanto sono potenti loro; scaricate gratis qui NOICOMETE, l’ep dei che hanno fatto per Twotwocats:

Lantern al Brainstorm

una per i Disquieted By, supremi:

una per i Disquieted By che preparano il palco con Va tutto malone del VERME, e per il VERME che accompagna i Disquieted By. Ogni cosa è molto giusta, la musica del migliore gruppo punk rock italiano degli ultimi anni, il video prima della tempesta del migliore gruppo del 2012, proclamato da neuronifanzine, per quel che ve ne frega:

Dalla pittura rupestre ai Uochi Toki – Live al Déjà Vu di Cattolica

Uochi Toki live al Déjà Vu di Cattolica

Uochi Toki live, Déjà Vu di Cattolica, 11 gennaio 2013

Le pitture rupestri riempono la nostra vita di esseri umani sin dalla preistoria, già dall’Età della Pietra, quando avevamo appena imparato a utilizzare e lavorare il legno e la pietra; il metallo non ancora, solo dopo. Spesso esse rappresentano una valida espressione artistica, ma anche una sorta di saggistica sulla cultura e la vita della preistoria medesima. Cavalli, cervi e orsi sono i soggetti più rappresentati, ma anche mani di uomo.

Da giovanissimi studiamo le pitture rupestri nei sussidiari, da adolescenti poi veniamo proiettati, in alcuni casi, in un mondo che è quello dei graffiti sui treni e sui muri, o in situazioni che convivono piacevolmente con quel mondo, dei graffiti, espressione meravigliosa di una sottocultura enorme, anzi CULTURA! (Flash Art, agosto-settembre 2009, pagina 90), ed espressione di una parte di società. Ma possono i graffiti essere considerati un’evoluzione delle pitture rupestri, evoluzione che si differenzia dalle originali e più antiche per tecnica di esecuzione e soggetti rappresentati? Non so, forse si, in particolare se si parla di “murales” – il treno è un’evoluzione del muro, una superficie sempre percepita come bene di tutti, ma in movimento.

Uochi Toki live al Déjà Vu, Cattolica

Allo stesso modo, quando sono nate le penne digitali per brainstorming creativi, ci siamo chiesti: può il risultato ottenuto con queste penne essere considerato un discendente evoluto e contemporaneo delle pitture rupestri? Forse: senza soluzione di continuità, dopo il graffito, che si differenzia dalla rupestre per le tecniche e per i soggetti rappresentati, il pennino digitale si differenzia anche per il supporto, che non può che essere, infine, digitale. Si disegna su carta, si ottiene un file digitale, tramite il collegamento a un computer. Per simulare una pittura su muro, quello che si disegna con il pennino lo si può proiettare sul muro, utilizzando un semplice telo bianco come sfondo, e così ci si ri-avvicina un pò al supporto delle pitture rupestri preistoriche. Così fanno i Uochi Toki dal vivo.

Uochi Toki live al Déjà Vu di Cattolica

Il risultato del concerto dei Uochi Toki è un grande foglio, di cui lo spettatore vede solo il dettaglio disegnato sul momento, ma che contiene tutti gli schizzi eseguiti durante il live e che lo spettatore stesso può solo immaginare ricordando, aiutato di volta in volta dai dettagli degli altri schizzi che ritornano e si intravedono mentre il foglio gira e la musica va dritto. Nei Uochi Toki, Matteo Napo Palma disegna e contemporaneamente si occupa degli speach, sulle basi elettroniche di Riccardo Rico Gamondi. I pezzi vanno avanti come macchine, indisturbati, uno dopo l’altro, come componenti di un unico, grande sillogismo, o di una teoria scientifica, o di un’operazione matematica. Accanto, i disegni, scaturiti dalla macchina che genera la musica e le parole, escono come fogli con i buchi da una stampante da file. Potrei dire, giusto per dare uno straccio di continuità a quello che scrivo, come pitture digitali generate da un preistorico robot rinchiuso col suo pennino e col suo computer (la sua macchina pericolosa, isolata con lui) al buio di una grotta, prigioniero dell’uomo dell’Età della Pietra. E il robot preistorico raffigura immagini nuove, diverse da quelle dell’uomo a lui contemporaneo, quello della Pietra, immagini che l’uomo della Pietra non comprende, le ritiene sovversive. Per questo motivo rinchiude il robot.

Uochi Toki live a Cattolica, Déja Vu

Le tracce di Idioti vengono fuori così, meccanicamente, e con esse le parole. Quando scorrono le parole, non scorrono i disegni, perchè Matteo Napo Palma è uno, e lo spettatore si ritrova a seguire il concerto su due livelli che si svolgono alternati, più uno, tappeto di tutto: l’elettronica multidimensionale. E quindi, in questo caso, esistono tre tipi di “adesso”. Almeno in partenza. Perchè poi i testi ti portano altrove, in altri “adesso”, così come i disegni, piatti o bi e tridimensionali, così come l’elettronica, multilivello o multiritmica o multisuono. Che mi esaspera fino ad esplorare la realtà in molteplici adesso, da Cuore amore errore disintegrazione (La Tempesta Dischi, 2010), ce lo insegna, indirettamente, essendo mi pare stata esclusa dalla scaletta del concerto.

E scandagliando la realtà tramite tutti i tipi di “adesso” disponibili e creati dai Uochi Toki durante il live, la si visualizza, non la si comprende, ma la si analizza, più a fondo, se ne vede il negativo. E il margine diventa centro, come in Al Azif (Idioti, La Tempesta, 2012) che invece, mi pare, è stata inclusa nella scaletta del concerto. La musica, il suono e le parole hanno il ruolo di mezzo dell’indagine. E le pitture rupestri contemporanee assumono tutto un altro aspetto, un altro ancora, ancora più evoluto?

Mission of Burma live, Bologna – A volte basta un pò di pomata

Mission of Burma live al Locomotive a BolognaC’è chi la chiama ruggine, c’è chi la chiama difficoltà. Qualunque cosa sia, i Mission of Burma ne hanno un pò. Io la chiamo artrite, ammetto che la paternità di tanto slancio linguistico non è mia, e che l’incipit di questa recensione è un pò ultras, ma va bene così, come diceva Vasco Rossi. Ammetto anche che in me vive una parte trash, che non vorrei, ma che si manifesta ogni tanto. Per esempio una settimana fa tornando a casa dopo il concerto dei Mission of Burma al Locomotiv di Bologna, nella tristezza più totale, mi è piaciuta molto la canzone di Rihanna e Chris Martin, dal titolo agghiacciante Princess of China. La trasmettevano alla radio.
Quindi, la notizia è: ho visto i Mission of Burma dal vivo, il 9 dicembre. La scaletta ha preso pezzi dal confusionario ultimo album Unsound e dai lavori realizzati nel XX secolo e in principio del XXI. Non è stato triste, come forse ho dato a intendere, ma c’è voluto tempo, c’è voluta pazienza per apprezzare le doti del trio dinosauro. Che poi, voglio dire, in giro ci sono ancora i Jethro Tull e Paul Maccartney a rantolare sui palcoscenici, di cosa mi lamento.
I Mission of Burma sono prossimi a Caronte. Del resto le luci sul palco avevano un che di aldilà piuttosto eloquente, un che di infermeria del Paradiso. Insomma questo concerto non decolla, pensavo, ci sono delle ossa da impomatare: i ragazzi (si fa per dire) erano molto irregolari nel produrre il suono che mi aspettavo. Vedevo in difficoltà il batterista Peter Prescott in particolare. Strano, perchè comunque è quello che fa sempre più movimento degli altri. Certo, nemmeno Roger Miller era un fuscello al vento. Se escludiamo qualche espressione di dolore, Clint Conley è quello che se la portava meglio.
Dopo un pò, la pomata per gli arti anchilosati ha incominciato a fare effetto e sul palco sembrava ci fossero gli One Direction. E Roger Miller era come il Neil Young più ciondolante e meno inchiodato. Alle sue spalle, una sezione ritmica che più sudava più si rigenerava. Al suono c’era chi spossava le manopoline del mixer per far uscire una valanga di propedeutiche distorsioni, elementari e più che efficaci: Bob Weston, il basso degli Shellac, non la chitarra dei Fleetwood Mac. Ecco il massimo che ho saputo fare per avvicinarlo.

Bob Weston (Shellac), ingegnere sul suono dei Mission of Burma

Martin Swope è andato in pensione nel 1983, alla separazione dei Mission of Burma, in seguito ai problemi di udito di Miller, Weston l’ha sostituito come tape manipulator e ingegnere del suono nel 2002, alla reunion, dopo aver contribuito a registrare gente come Rachel’s, Sebadoh, Polvo, Chavez e Nirvana, in compagnia dell’amico Steve Albini. Weston è sembrato l’unico lucido da subito, dall’inizio del concerto, anche senza pomata, e senza sudare.
Da Trem Two, la rivoluzione: quella canzone ha segnato la resurrezione e i Mission of Burma hanno incominciato a girare alla perfezione, come un diesel, come si diceva una volta, fino alla conclusiva That’s When I Reach For My Revolver, uno dei migliori pezzi punk rock mai scritti, coverizzato anche dalle band degli scout, e da Graham Coxon. Ed è con That’s When I Reach For My Revolver che i Mission of Burma hanno sputato il sangue, e l’hanno fatto alla grande, per presentarsi poi freschi e indossando magliette pulite al banco delle T-shirt e dei cd, per venderli. Per venderli.
Insomma, queste poche righe sono in effetti troppo poche per esprimere appieno quanto ho desiderato che il concerto decollasse il prima possibile e quanto alla fine, dopo la pomata, ho amato il loro live, anche perchè: 1) di album come VS. (XX secolo) ne ho sentiti pochi; 2) ho apprezzato tantissimo il gesto della maglietta pulita, quando l’hanno indossata per scendere in mezzo al pubblico.