Dalla pittura rupestre ai Uochi Toki – Live al Déjà Vu di Cattolica

Uochi Toki live al Déjà Vu di Cattolica

Uochi Toki live, Déjà Vu di Cattolica, 11 gennaio 2013

Le pitture rupestri riempono la nostra vita di esseri umani sin dalla preistoria, già dall’Età della Pietra, quando avevamo appena imparato a utilizzare e lavorare il legno e la pietra; il metallo non ancora, solo dopo. Spesso esse rappresentano una valida espressione artistica, ma anche una sorta di saggistica sulla cultura e la vita della preistoria medesima. Cavalli, cervi e orsi sono i soggetti più rappresentati, ma anche mani di uomo.

Da giovanissimi studiamo le pitture rupestri nei sussidiari, da adolescenti poi veniamo proiettati, in alcuni casi, in un mondo che è quello dei graffiti sui treni e sui muri, o in situazioni che convivono piacevolmente con quel mondo, dei graffiti, espressione meravigliosa di una sottocultura enorme, anzi CULTURA! (Flash Art, agosto-settembre 2009, pagina 90), ed espressione di una parte di società. Ma possono i graffiti essere considerati un’evoluzione delle pitture rupestri, evoluzione che si differenzia dalle originali e più antiche per tecnica di esecuzione e soggetti rappresentati? Non so, forse si, in particolare se si parla di “murales” – il treno è un’evoluzione del muro, una superficie sempre percepita come bene di tutti, ma in movimento.

Uochi Toki live al Déjà Vu, Cattolica

Allo stesso modo, quando sono nate le penne digitali per brainstorming creativi, ci siamo chiesti: può il risultato ottenuto con queste penne essere considerato un discendente evoluto e contemporaneo delle pitture rupestri? Forse: senza soluzione di continuità, dopo il graffito, che si differenzia dalla rupestre per le tecniche e per i soggetti rappresentati, il pennino digitale si differenzia anche per il supporto, che non può che essere, infine, digitale. Si disegna su carta, si ottiene un file digitale, tramite il collegamento a un computer. Per simulare una pittura su muro, quello che si disegna con il pennino lo si può proiettare sul muro, utilizzando un semplice telo bianco come sfondo, e così ci si ri-avvicina un pò al supporto delle pitture rupestri preistoriche. Così fanno i Uochi Toki dal vivo.

Uochi Toki live al Déjà Vu di Cattolica

Il risultato del concerto dei Uochi Toki è un grande foglio, di cui lo spettatore vede solo il dettaglio disegnato sul momento, ma che contiene tutti gli schizzi eseguiti durante il live e che lo spettatore stesso può solo immaginare ricordando, aiutato di volta in volta dai dettagli degli altri schizzi che ritornano e si intravedono mentre il foglio gira e la musica va dritto. Nei Uochi Toki, Matteo Napo Palma disegna e contemporaneamente si occupa degli speach, sulle basi elettroniche di Riccardo Rico Gamondi. I pezzi vanno avanti come macchine, indisturbati, uno dopo l’altro, come componenti di un unico, grande sillogismo, o di una teoria scientifica, o di un’operazione matematica. Accanto, i disegni, scaturiti dalla macchina che genera la musica e le parole, escono come fogli con i buchi da una stampante da file. Potrei dire, giusto per dare uno straccio di continuità a quello che scrivo, come pitture digitali generate da un preistorico robot rinchiuso col suo pennino e col suo computer (la sua macchina pericolosa, isolata con lui) al buio di una grotta, prigioniero dell’uomo dell’Età della Pietra. E il robot preistorico raffigura immagini nuove, diverse da quelle dell’uomo a lui contemporaneo, quello della Pietra, immagini che l’uomo della Pietra non comprende, le ritiene sovversive. Per questo motivo rinchiude il robot.

Uochi Toki live a Cattolica, Déja Vu

Le tracce di Idioti vengono fuori così, meccanicamente, e con esse le parole. Quando scorrono le parole, non scorrono i disegni, perchè Matteo Napo Palma è uno, e lo spettatore si ritrova a seguire il concerto su due livelli che si svolgono alternati, più uno, tappeto di tutto: l’elettronica multidimensionale. E quindi, in questo caso, esistono tre tipi di “adesso”. Almeno in partenza. Perchè poi i testi ti portano altrove, in altri “adesso”, così come i disegni, piatti o bi e tridimensionali, così come l’elettronica, multilivello o multiritmica o multisuono. Che mi esaspera fino ad esplorare la realtà in molteplici adesso, da Cuore amore errore disintegrazione (La Tempesta Dischi, 2010), ce lo insegna, indirettamente, essendo mi pare stata esclusa dalla scaletta del concerto.

E scandagliando la realtà tramite tutti i tipi di “adesso” disponibili e creati dai Uochi Toki durante il live, la si visualizza, non la si comprende, ma la si analizza, più a fondo, se ne vede il negativo. E il margine diventa centro, come in Al Azif (Idioti, La Tempesta, 2012) che invece, mi pare, è stata inclusa nella scaletta del concerto. La musica, il suono e le parole hanno il ruolo di mezzo dell’indagine. E le pitture rupestri contemporanee assumono tutto un altro aspetto, un altro ancora, ancora più evoluto?

Idioti di Uochi Toki – Ancora questo album? Si, ancora questo album

Uochi Toki, Idioti (La Tempesta Records)Volevo scrivere un articolo come scrive Uochi Toki ma, caspita, è difficile. Ma va? Scrivere un articolo come un pezzo hip hop. Forse è anche un’idea ridicola. Non è solo una questione di ritmo delle parole, è un questione di ritmo dei temi e di scelta dei termini giusti nel posto giusto. E di voler smontare, ma farlo bene, tutta una serie di convenzioni. Non sono in grado.
I temi dunque. I temi non si affrontano con leggerezza in una canzone, e in un blog che vuole farsi bello perchè scritto bene. Cibo, gusto, animali, insetti, uomini robot, processori, lingua, parole vuote, scrittura, vita. Di qualsiasi cosa scelga di parlare Uochi Toki, viaggia e s’incaglia, riparte, viaggia e s’incaglia, riparte, viaggia e s’incaglia, riparte, poi conta e i numeri diventano i Numeri. Lui non usa le maiuscole solo perchè parla e noi la sua parola la sentiamo, non la vediamo, perchè non è più scritta, lo è stata, ma per noi non lo è più, è ormai diventata cantata, fissata su una base. Ma si sente la forza di certe parole, come se fossero stampatello. Io posso usare le maiuscole, i corsivi, i grassetti, per me è più facile. Idioti è una parola rischiosa, potrebbe essere associata a idioti televisivi. Ma noi quegli idioti lì li mandiamo a spendere. E poi idioti è una parola di tutti, come anche tutte le parole, e le parole difficili, tutte.

Aspide, è da marzo 2012 che è uscito ‘sto disco, e voi lo recensite solo ora? Si perchè ci piace essere sul pezzo.

Idioti di Uochi Toki (La Tempesta Records) gioca con le galline e con i bambini e discute di cose delle quali non discute nessuno e questa è una cosa positiva. Ma mi chiedo: sono cose per cui si arrabbiano solo gli adolescenti super-contrariati o sono temi di cui gli altri non parlano perchè non ne afferrano l’importanza e non sono in grado? Per esempio, gli insetti (Al Azif) e il robot (Ecce Robot). Splendida l’idea di porre al centro dell’attenzione ciò che di solito è al margine (in Al Azif gli insetti, ma in genere tutto ciò che è secondario) ma che senso ha (in Ecce Robot) farci capire cosa prova un essere con un corpo umano e un animo non umano quando già lo sappiamo, non da poco, da quando cioè abbiamo visto che il Terminator interpretato da Schwarzenegger in Terminator 2 provava qualcosa, amicizia, sentimenti paterni, simpatia?

L’edilizia speculativa (Venti centesimi di tappi per le orecchie) è l’esempio più chiaro per cercare di capire come scrive Uochi Toki. Tocca un tema e se ne va, parla d’altro. Un pò come Elio in La terra dei cachi. Solo che Elio vagava da un problema all’altro, nell’idiozia della sua canzone e nella mancanza di necessità e voglia di approfondire per il contesto canzone in cui si trovava. Uochi Toki parte da lì e se ne va, sì, ma va a sputare sulle parole, sui fatti che racconta, sui risvolti della realtà che i problemi di partenza nascondono. È il modo giusto di fare le cose? Non lo so, nessuno può definire il modo giusto di fare le cose, fatto sta che a seguire tutte le parole intelligenti, a volte difficili, mi viene mal di testa, e mi perdo, perchè non sono così intelligente, ma sono facile, facile al sorriso, facile al sonno, facile al broncio. Questo è un disco intelligente per gente intelligente, non facile, e quindi il fatto che le parole difficili siano per tutti, come dice Uochi Toki, è falso. Le parole facili sono per tutti. Comunque, questo è il segno che il flusso delle parole, il “frulla frulla” (Perifrastica), in questo caso del parleggio, ti consuma eccome, ma funziona, perchè fa frullare le rotelle.

Perifrastica gira sulle parole, gira le sillabe, “fa vocabolo”, “occulta la sintassi”, gira. Naviga attorno a un concetto che parebbe non significare nulla, in realtà è profondo come il significato della grammatica latina. Non a caso a caso la canzone si chiama Perifrastica, ma potrebbe anche essere chiamata Perfifrastica, perché include parolacce perfide, cioè dette così tanto per dirle e per dimostrare che le si dice, per dimostrarlo a quegli stronzi che le dicono per far ridere o chissà forse per piacere di più, per piacere, per piacersi, per dimostrare che a dirle non si guadagna niente.

Poi c’è Tigre contro tigre, che non dice niente di compiuto. Anti-climax è la parola chiave del pezzo, il suo scòpo.

Le parole sono importanti (La prima posizione della nostra classifica) ma conoscere il linguaggio non vuol dire correggere i modi verbali, conoscere il linguaggio vuol dire far volare le licenze, scollarsi dall’idea di avere parole sempre uguali, mai modificabili, dai significati variegati sì, ma sempre e solo quelle. Ora mi chiedo come cazzo faccio a scrivere una recensione utilizzando questi principi? Non lo so, perchè non so se poi avrebbe dopo il significato che volevo avesse prima. Ecco il punto: pensare un pensiero e farlo evolvere liberamente. Difficile. Ma gli spunti di Uochi Toki sono utili. La prima posizione della nostra classifica mette (anche) in discussione il concetto, l’orecchiabilità del “singolone” e la ricerca del consenso, li sfotte, li scarica, ne sviscera il significato e il non-significato. Fino a che proprio La prima posizione della nostra classifica si esaurisce come pezzo stesso in cui si parla di tutto questo.
Di nuovo, le basi sono tutto, come sono tutto le parole.

Nessuno riesce facilmente a trasformare l’esclamazione “Che schifo!” nell’affermazione “Che buono”, soprattutto certi radicali della cucina, certi problematici stomachini. Gli stomachini non cambiano. Quindi la trasformazione in questione non è possibile. Umami dice che è possibile, non è possibile.

Discussioni alte, principalmente sui concetti, fino a ora. Dubbi, domande, patrimoni di idee da mettere in discussione a volte, altre no. Poco da dire sulle basi, sull’elettronica, che spacca. Punto. Uochi Toki chiede la critica sincera, che scava, che capisce di più (La recensione di questo disco), ma le basi sono le Basi, e ancora una volta le maiuscole sono importanti. Sentite in cuffia le Basi esplodono e si dilatano e creano un gran brutto, ma discreto, viale alberato per la riflessione.

Usare la rampa senza essere Pro-Skadar (Tavolando il pattino con Antonio Falco) è quello che voglio fare anch’io per finire nella zon “tra gli insulti, gli sguardi increduli e quelli di sufficienza”, solo che non ho il coraggio di costruire le tavole da skate come hanno fatto i cinque disgraziati, con le ruote di sapone. Non ho tatuaggi, nemmeno nelle zone all’ombra. Sono proprio come loro, come i cinque disgraziati. Il messaggio è chiaro, Uochi Toki, lo raccolgo. Facciamoci male, ritocchiamo o distruggiamo le abitudini e divertiamoci alla faccia di tutti gli skater che fanno i tricky con le tavole in legno d’acero e ruotine wheels griffatissime. Per me questa canzone è campione d’ascolti, sul mio iTunes c’è scritto che l’ho sentita 32 volte.

Sono meno sensibile ai temi di Sberloni, ma forse perchè mangio per riempire lo stomaco. Anche se a un certo punto capisco che forse la canzone parla proprio di quelli che mangiano per stare in piedi, le pessime forchette. Devo ancora decidere il mio regime alimentare. Di sicuro, l’elettronica è qui un fottuto capolavoro. Prima forte poi piano, prima pieno poi vuoto, poi sempre pieno.

E mi piacerebbe chiudere la recensione in una maniera così brillante da dare senso a tutto quello che ho appena scritto, come fa Uochi Toki in Al Azif, ma mi rendo conto che la cosa più importante da fare ora è capire se questa recensione è tosta, mediocre oppure una recensione di merda.

La lingua degli antichi, sperimentale. È in elfico, l’ho scoperto.

I Uochi Toki sono Rico e Napo. Dopo Idioti è uscito Distopi EP per Corpoc. Prima un sacco di cose.