Un mio amico aveva 101 tatuato sulla spalla. Era il numero che si otteneva se si sommavano le lettere del suo nome e quelle di Francesca, la sua ragazza. Io ero piccolo, lui molto più grande di me, e faceva palestra. Giocava a farsi dare i cazzotti sulla spalla e a dire quale punteggio raggiungevi a seconda della potenza e della precisione. Il massimo era 101. Lui e Francesca si sono lasciati qualche anno dopo. Questo è il primo ricordo che mi viene se mi dici 101. Da ieri sera 101 mi ricorda anche la centunesima data del tour di RAUDO.
Raccontare bene un concerto lo trovo impossibile, perché ti passano per la testa tante cose che vorresti dire a qualcuno o proprio a nessuno, e non è possibile ricordarsele tutte. Anche perché non tutte hanno un senso veramente compiuto, e per lo più si sovrappongono le une alle altre. Capita di fissarne qualcuna con un senso ma solo qualcuna. Ai concerti sarebbe bello scattare una foto per ogni cosa che pensi, ti aiuterebbe a ricordare quello che hai pensato, il giorno dopo. Però poi finisce che i tuoi vicini ti prendono a gomitate in faccia volontariamente.
a qui ho pensato che ero veramente vicino e che magari anche senza flash il mio SMARTPHONE avrebbe fatto una foto decente. movalà. ho pensato anche che bellissima canzone.
qui invece ho pensato una cosa che non mi ricordo ma che mi inventerò adesso, cioè che il tour due chitarre mi piace e che alla fine è il tour 12 corde, e anche due manici. da noi manico vuol dire anche “c’ha un manico!”, cioè è uno forte
I Pond sono le chitarre a vortice che fanno all’amore con la colonna sonora per un poliziottesco italiano, noto genere cinematografico per il quale avremmo potuto anche vergognarci e invece ne andiamo ben orgogliosi visto che il trend continua a tirare. I Pond dal vivo non li ho mai visti ma penso che il loro set potrebbe essere quello più capellone di tutti al Beaches Brew. Pond, Pond, Bardo Pond, sono nomi da non confondere. Questi Pond sono una parte dei Tame Impala, per i quali non ho una grande passione perché mi mandano in frittura le palle dopo qualche minuto tanto che l’anno scorso ho deciso di non andare a vederli dal vivo a Ravenna, forse ho sbagliato, forse no, mio fratello dice di si, ma comunque su disco preferisco Speedy Ortiz che mi ricorda molto Sleater Kinney, se non altro perché sono due nomi davanti ai quali spontaneamente mi viene da non mettere l’articolo. Tra l’altro loro hanno fatto anche, prima dell’album, una cassetta che si chiama The Death of Speedy Ortiz uscita per nessuna etichetta nel 2011, e lo trovo molto divertente. Non so se è perché è un po’ che si parla di anni 90 e perché a questo punto il mio cervello è con decisione ri-orientato in quella direzione ma Speedy Ortiz mi sembra in questo momento un bel minestrone di quel decennio, Nirvana, Pavement, Sonic Youth e pure Soundgarden (sono veramente troppo concentrato sugli anni 90). Non sono così originali, ma comunque più originali degli Yuck. Scopro anche che in Speedy Ortiz c’è un chitarrista che si chiama Matt Robiboux che suonava nei Lenny Kravitz. Poi trovo un twit del 4 maggio in cui Sadie Dupuis (la cantanta) spamma che il chitarrista si è preso uno hiatus indefinito perché ora suona nei Pony Bones ascoltando i quali potrei regredire alla più terribile disperazione emo non senza notare che però hanno anche altro da dire. Matt Robiboux non ci sarà, non ci aspettavamo che ci fosse, chi suonerà la chitarra allo stesso modo e al posto suo è Devin McKnight dei Grass is Green.
Take me down to the Paradise
City where the grass is green
and the girls are pretty.
Lee Ranaldo è il mio vecchio preferito, Steve Shelley pure, & The Dust sono la band più incredibile e polleggiata (quindi da non paragonare ai Deerhoof, i più incredibili ma non polleggiati, e neanche a Shannon Wright, incredibile ma tormentata) che ci sia in giro al momento, dopo i Clever Square è chiaro. Del nuovo Lee Ranaldo, per quanto troppo di nuovo non ci sia, preferisco sempre il primo disco (Between the Times and the Tides) al secondo, e il primo disco è quello meno nuovo.
I Grass is Green sono comunque questa cosa incredibile qui.
I Grass is Green non saranno al Beaches Brew 2014, ma ci saranno i Disappears, gruppo della manata post Sonic Youth nonché ex gruppo di Steve Shelley. Ai tempi (2010) Lux mi era piaciuto, era plasmato un po’ sopra ai Sonic Youth lato Thurston Moore con alcune chitarre (Pearly Gates) alla J. Mascis rallentate all’ennesima potenza. Era (2013) lo sfango molto meno perché a volte ha quel cantato alla Cramps senza però essere i Cramps, cioè usando i Cramps fuori dal contesto Cramps, il che mi fa sembrare tutto un po’ fuori luogo. Era perde ritmo rispetto a Lux, del quale ritmo non ha merito Shelley, che li ha raggiunti dopo il secondo disco (Guider) e li ha abbandonati nell’anno di e dopo aver registrato Pre Language (loro terzo) – “touring scheduling conflicts” o “touring conflicts” sono le due motivazioni dello split che si trovano in giro, il più realistico sarà di sicuro il primo motivo a meno che stasera non vogliano azzuffarsi sulla spiaggia per chiudere in rissa questioni irrisolte. In Era i Disappears sono più dark e hanno svoltato verso la morte. Se tutto sommato avessero senso come band è una domanda che mi sono sempre fatto, per quel loro modo di copiare e mancare totalmente l’obiettivo (per altro forse neanche mai ambìto) di un briciolo di personalità, che i Disappears dimostrano di avere più adesso di 4 anni fa, e se facciamo matcharequesta cosa col fatto che l’ultimo disco è un pippone, l’insieme non è un buon affare. Stooges, Liars, Sonic Youth, Cramps, Bauhaus arrotondati, International Noise Conspiracy annoiati, Interpol addirittura, li ho scomodati tutti ma mai una volta che abbia pensato che un disco dei Disappears è una roba alla Disappears. C’è come un vuoto cosmico dietro tutto questo. Dal vivo però potrebbero sconvolgermi.
E questo era il primo giorno del Beaches Brew. Il SECONDO GIORNO suonano Sunns, Cloud Nothings, Swearing At Motorist, Hallo Venray, Be Forest e Dj Fitz e mi sento di poter dire da casa che quelli che aspetto di più sono Swearing At Motorist per quanto poi io possa essere smentito alla prova dei fatti: l’anno scorso i Cloud Nothings hanno fatto un concerto di tutto rispetto. Swearing At Motorist che in qualche modo, si può dire, hanno a che fare con un passato che li ha definiti più o meno per sempre: con i Grandaddy di Under the Western Freeway e/o i Built To Spill di There’s Nothing Wrong With Love e/o gli Weezer di un qualsiasi album. Tornano tutti gli anni 90 e, nell’ottica di vederli di nuovo attuali, anche grazie a una certa opera (Non ti divertire troppo), è bene che l’Hana-Bi rivolga l’attenzione anche a quel filone, non solo facendo suonare i babbioni che ben rappresentano il periodo senza rappresentare un genere, ma nel contempo riportando a galla (gli Hallo Venray, anche con l’ultimo disco Show, 2014) quella pacatezza e quello scazzo che erano solo una parte di un tutto molto più variegato, mi verrebbe da dire che erano solo due delle nuvole di un cielo molto più grande e con molte più nuvole di 2. E molte di quelle nuvole sono in Non ti divertire troppo. In più, gli Hallo Venray sono olandesi. Insieme ai Teenage Fanclub non sono un’alternativa all’America ma l’ennesima dimostrazione del fatto che l’America ci ha in pugno non tanto dal punto di vista politico, quanto dal punto di vista musicale, e quando vuole, come volle dopo il 1994, molla un seme di cui arriva a raccogliere i frutti fino ai Paesi Bassi e alla Scozia. Per la serata di domani sulla carta si buttano tutti sul basso profilo, tranne i Cloud Nothing che faranno un set sicuramente molto punk con gole in raucedine. I Suuns e i Be Forest potrebbero rappresentare il blocco più soft della serata, gli Hallo Venray e Swearing At Motorist quello per gli anziani, i Cloud Nothing per i giovani che si fanno male. Dj Fitz, come ogni anno, per i turchi di passaggio.
“Mercoledì sera c’è anche uno che fa la musica turca”.
Dj Fitz si ferma lì anche per il TERZO GIORNO, quello dei NEUTRAL MILK HOTEL, dei quali, se volete leggere la storia, leggete qui, se invece volete leggere una cosa un pelo più stimolante leggete qui. Eppure in entrambi gli articoli c’è qualcosa, perché nel primo si parla di Jeff Mangum come bisogna parlarne, cioè legandone le vicende al suo cervello, nel secondo dalla sua musica si parte per trattare tutto quello che il cervello di un ascoltatore può raggiungere grazie a stimoli espliciti o impliciti dati dalla band. Jeff Magnum insieme a J. Mascis, a Evan Dando e probabilmente anche Steve Albini fanno la mucchia dei protagonisti televisivamente incapaci di cavarsela negli anni in cui la televisione aveva il potere di cementificare le menti, cioè negli anni 80 e 90. Chiunque di loro era più incapace di Kurt Cobain di fronte alla TELECAMERA. A Francolini Dischi (Cesena, chiuso da prima della crisi) il merito di avermi illuminato sul suono, proprio sul suono, degli anni 90, al di là dei personaggi, nell’istante in cui stavo per sganciare forse 25000 lire per Without A Sound dei Dinosaur Jr: tanti gruppi provengono dall’America in questo periodo, mi ha detto Francolini, ma hanno tutti un sound diverso, cos’hanno in comune gli Slint e i Dinosaur Jr? Niente, ma io me li ascolto tutti e due. E poi è andato avanti con una cosa come i generi esistono ancora ma non ci distinguono più come esseri viventi, cosa che succedeva negli anni 70, e deve aver detto anche tu non c’eri negli anni 70 ma io si, e in quegli anni tendevi, o almeno io tendevo, a far mio solo un genere, prima il punk poi la new wave, e non c’era altro. Adesso invece tutti questi gruppi sono un sacco di stimoli diversi, io sono cambiato molto, ho addirittura un negozio in cui vendo dischi. Con gli anni 90 il Beaches Brew c’entra un po’ ma c’entra molto con la non-specificità della propria offerta musicale, che è una bellissima cosa.
Damien Jurado è l’ultimo tassello che devo aggiungere a questa pippa che non voleva arrivare alla non-specificità dell’offerta di un festival musicale, che è roba vecchia e di cui non so dire più di quello che ho detto. La musica di Jurado è diversa da tutto quello che viene proposto nei tre giorni del Beaches Brew, lui è più o meno in piedi dal 1995 ed è uguale a quei personaggi come Jeff Magnum. Problematico. Nello specifico con problemi di alcol risolti o no. Oggi a partire da quei personaggi sono qui a tentare di capire qualcosa su me stesso e li amo con un distacco imprevisto ma che si è in effetti concretizzato, leggo le loro storie, mi piacciono e basta, ascolto ancora la loro musica e sono felice; però c’è stato un momento in cui, comunque meno di 20 anni fa, li ho un po’ odiati, perché rappresentavano tutto quello che non mi faceva bene ma che desideravo ricevere dalla musica, l’onestà che si porta appresso il disagio. Jeff Magnum era uno di loro.
ps. Mi ero scordato di Miles Cooper Seaton. In pausa dagli Akron Family, stasera (il 5, pps.) eseguirà con una voce, una chitarra processata e forse qualche base, musiche ispirate alla Monument Valley e al Grand Canyon, ai posti alti e ai posti depressi. Se ve la sentite.
Arrivo che ha già iniziato, la tettoia dell’Hana Bi è piena fino al bar, inizia a piovere, ma solo un po’. Comunque poi c’è questo tipo sul palco vestito come un hipster che ha rubato il giubbetto di jeans a un motociclista e ci ha attaccato sopra delle toppe da skater, lento, che sposta e risposta le sedie e inizia le canzoni poi le molla lì. C’è anche sua moglie che suona la batteria, che ne ha poca idea di come si possa fare a stargli dietro e lo guarda preoccupata e sorridente. A ogni battuta di lui lei sorride e io a quel punto incomincio a sentire davvero tutto il fottuto amore che c’è su quel palco. Lei sembra davvero uscita dalla prima casa del cazzo di Memphis e immagino il supporto che dà a lui quando lui strippa, in casa. Lo aspetta con pazienza seduta sullo sgabello della batteria quando è solo lui a suonare, io la fisso (non è bella, non è per quello) mentre ascolto lui che suona, non è una situazione che percepisco come normale, ma tanto di lui vedo la schiena, la toppa della Bones con le due ossa e quella più in basso Skateboarding is not a crime. Fisso quella ragazza e penso che o lui l’ha sedata con qualcosa o lei è la donna migliore che possa stare con Micah P. Hinson, che intanto continua a far battute oltre che a suonare e sembra che le faccia per lei, per farla ridere, per conquistarla. Sarò anche l’ultimo dei romantici ma è questo che ho visto. Più della gente che cantava a occhi chiusi in prima fila, ho visto due persone che se la intendevano alla grande sul palco, uno tirava fuori tutto il fottuto talento che si ritrova e faceva finta di fare gli onori di casa in realtà non ci stava dentro per niente, l’altra faceva finta di essere lì per caso, in realtà forse musicalmente lo era, ma aveva tutto sotto controllo e il suo supporto morale è quanto di più provvidenziale dio ci potesse mandare sulla terra l’altra sera. Lui sembra che suoni per lei e per questo tutto va liscio – anche se non va liscio – e il concerto è stato uno dei più intimi che io abbia mai visto. Il microfono cade sempre, è comico si, però guardate lei (che poi si chiama Ashley e l’ha sposato nel 2008), e poi gli occhi abbassati di lui che dice “OH”, e guardate che massa di volersi bene c’è tra quei due. Hinson ha pure il bocchino nella sigaretta, è pure non poco teatrale, e purtroppo ricorda un po’ l’attore che fa Sherlock Holmes nel telefilm, ma questo non mi distoglie da come cazzo ha cantato. Alla fine con la voce fa quello che vuole, la tira fuori alla Johnny Cash o la spacca a metà. E la chitarra elettrica la fa suonare, si può dire, non si può dire altrimenti, schitarrando. Per tutto il tragitto verso Marina di Ravenna ho tentato di pensare a qualcosa che rappresentasse tutta la personalità di Micah P. Hinson in un colpo solo, o in un album solo, e non l’ho trovata questa cosa. L’ho trovata dopo, in tutti i momenti in cui si è fatto girare attorno al collo e alle spalle la stracca della chitarra acustica, con la sigaretta col bocchino in bocca, la sciarpina per proteggere la gola, il giubbetto stretto, tutto sotto una stracca cortissima, e sembrava uno sfigato grandissimo. Ma quella stracca la metteva con grande classe e alla fine sfigato non lo è perché quando poi si mette a suonare la chitarra, quella che uccide i fascisti, intorno scompare tutto, pure la mogliettina, oltre alla gente che sussurra, e rimane solo lui che mi sfonda lo stomaco. E non lo è (sfigato) perché quando si mette alla tastiera, suona come se si credesse un incrocio tra Cash e Mark Linkous. E lo è. Di canzoni dell’ultimo album ne ha fatte, e alla fine sul palco schiacciate per terra c’erano cento sigarette mezze fumate, e ha fatto anche il bis. L’ultimo album, possono dire tutti che è una merda, ma a me è entrato dentro formando un grumo grosso e pesante che ritorna ogni volta che attacco a suonare il disco sullo stereo. Tra una gag che non sembrava una gag ma lo era, o tra una non gag che era una gag oppure no, ho visto un concerto di musica suonata davvero e ho visto pure l’amore trattenuto da quei due sul palco e lasciato andare al pubblico solo per finta. E sono andato a casa che mi ero dimenticato di aver cannato i primi 10 (o 20) minuti di concerto. Take Off That Dress For Me colonna sonora nella mia testa durante tutto il viaggio di ritorno.
Micah P. Hinson l’ho visto girare per l’Hana Bi dopo il concerto, con la moglie dietro, cercava qualcosa, sicuramente il cappotto. L’ho guardato un po’, come tutti quelli che erano lì, e lui era proprio quello che era sul palco. Io sarei curioso di vedere dove abita, cosa fa, ma so che è un pazzo e alla fine quello sguardo perso che fissa anche solo per un attimo il vuoto e poi se ne va col resto del corpo a cercare una sedia per mettersi al piano mi spaventa. L’altra sera mi sembrava solo uno sguardo accostabile a quello precedente, quello abbassato, concentrato, o a quello successivo. Ma non sono più così sicuro che sia uno sguardo qualsiasi, o che trovarselo accanto sia così rassicurante. Non andrò mai a cercarla la famiglia Hinson, rimango qui, e mi accontento di ascoltare e ritrovare tutto l’andirivieni, la confusione mentale e il male di stare al mondo che erano sul palco dentro all’ultimo disco, oppure dentro a Micah P. Hinson and the Gospel of Progress, che forse rimane il più bastardo di tutti. Non so se la trovo nei dischi sta roba, perché alla fine alcuni dicono che Micah P. Hinson dal vivo fa schifo, e invece sono due giorni che ci penso, a quelle chitarre, a quella voce, a quelle orecchie, e a sua moglie. E questo pensiero non mi dà una sensazione di pace, ma mi butta dentro a una specie di breve storia ambivalente, la storia del concerto di due giorni fa, raccontata da una parte come se il mondo fosse una merda ma anche no, dall’altra sapendo cantare questa cosa poco illuminante ma vera a volte con il sorriso altre con molta sicurezza altre ancora con la più disarmante insicurezza.