Mi piacciono le parole semplici.

caso, bart cosmetic, goldaline my dear al brainstorm di fusignano

La letteratura italiana è piena di parole semplici che descrivono robe complesse. E iniziando così ho già perso metà dei lettori possibili. Però era davvero necessario come incipit, perchè è un po’ che sono in fissa con sta roba, con le parole semplici che dicono cose enormi intendo. Sono talmente in fissa che adesso come adesso un testo di una canzone o è scritto così oppure lo vorrei scannellare con la gomma. Non molto tempo fa nella migliore libreria d’Italia mi hanno fatto scoprire una poesia in dialetto romagnolo di Raffaello Baldini; è scritta sulla copertina di una sua raccolta di poesie pubblicata da Einaudi, quindi non è che io sia proprio un Archimede della poesia. Il dialetto romagnolo non è del tutto semplice per chi non è romagnolo, ma la traduzione in italiano si. Non l’avete mai letta, dovete leggerla.

Mo acsè
Mo acsè, dal vólti, quant a tòurn a chèsa,
la sàira, préima d’infilé la cèva,
a sòun, drin, drin,
u n’arspònd mai niseun.

(Ma così, delle volte, quando torno a casa,
la sera, prima d’infilare la chiave,
suono, drin, drin,
non risponde mai nessuno.)

All’inizio per dare una spiegazione di semplice volevo scrivere non ermetico. Dire non ermetico sarebbe stato come dire il contrario di ermetico ma l’ermetismo poetico non c’entra niente, perché è più complesso del non facilmente comprensibile. Io invece volevo dire esattamente non facilmente comprensibile. Il collegamento all’attitudine di quei poeti di inizio 900 sarebbe stato immediato, ma sbagliato. Ermetico nel linguaggio di tutti i giorni ha preso proprio il significato di non facilmente comprensibile, ma parlando di testi scritti la definizione sarebbe stata ambigua. Quindi, non tiriamo in ballo l’ermetismo poetico. Semplice significa semplice. Ed è il contrario di difficile o elevato.

C’è stato un momento in cui volevo spaccarmi solo di testi difficili. Pensavo che lasciassero più spazio all’immaginazione, e che il loro livello fosse più alto. Stronzate. Quando a scuola o all’università studi la letteratura italiana è bellissimo, perché se hai un po’ d’interesse, trovi tempo e voglia di conoscere cose, più o meno istituzionali, più o meno nuove, più o meno due coglioni da aggrapparsi al lampadario. Per esempio, all’università ti dicono che “Sto / con le quattro / capriole / di fumo / del focolare” (Ungaretti) sono tra i versi più semplici ma enormi mai scritti. Ed è vero, a parte le capriole (perché tu non dici oh stasera non voglio seghe voglio passare la serata con le mie capriole di fumo), solo che dopo magari conosci Montale e finisce che leggi le poesie di tuo nonno che parlano della Seconda Guerra Mondiale e ti spaccano in due, ma dici che le parole sono troppo semplici. Montale e Ungaretti sono entrambi considerati modelli dai poeti ermetici, quindi vedete che quel gruppo è complesso. È una specie di lotta in cui tu sei la parte contesa: leggi, le parole semplici ti piacciono, ma ormai hai conosciuto Dino Campana e pensi che il suo modo di scrivere sia più completo. Non è che apprezzi i poeti perché sono difficili, ma una parte del processo di conoscenza dei testi è la fase dello studio del significato, e questo percorso rende ancora più affascinante il messaggio. Tutto vero.
Ungaretti però diceva che gli piaceva farsi le storie da solo, davanti al camino, alla ricerca della solitudine che lo tranquillizza. In Mo acsè Baldini usa un campanello per dire che si sente solo, e triste nel momento in cui prende consapevolezza di esserlo. Due modi diversi di porsi di fronte alla solitudine, e di esprimerla, con parole semplici. E qui la svolta, la curva a U, il salto della quaglia.

Per essere più dinamico, sposto l’attenzione dai poeti ai cantautori. Nel 2014 sono tanti quelli quasi nuovi usciti con un disco. Come se non bastasse, i gruppi CANTAUTORALI dei vecchi non mollano anche se dovrebbero: pochi giorni fa è uscito il reloaded di Hai paura del buio? degli Afterhours, l’anno scorso è uscito l’ultimo album dei Marlene Kuntz. Nella musica italiana sono proprio questi i signori che mi ha fatto apprezzare i testi non immediati. Per quanto mi riguarda, la storia di quali testi mi piacciono ha raggiunto di recente il proprio momentaneo epilogo: è arrivato qualcun altro e il modo di scrivere kuntziano della prima ora l’ho messo in cantina insieme al SuperTele sgonfio e sporco di murcia. Non credo più che sia necessario rimanere stupito di una parola o di una metafora complessa, ho bisogno che un testo dica qualcosa, e che lo dica sparandomelo in faccia senza mezzi termini. Perché in fondo le parole ricercate per esprimere cose enormi, che si potrebbero esprimere anche con parole semplici, sono mezzi termini, perché per raggiungere il loro significato devi percorrere una strada indiretta. Mi serve ascoltare e riascoltare, leggere e rileggere, ma parole semplici significano che l’autore non ha voluto usare altre armi per conquistarti se non quello che vuole dire. Non ci sono cazzi. Non è buono solo l’uno o l’altro modo di scrivere, ma è la mia posizione adesso.

Dicevo, è arrivato qualcuno che mi ha risvegliato dal letargo del termine complesso. È arrivato Raudo dei Gazebo Penguins, dove il testo sembra buttato giù così, oh questo ci sta bene mettiamolo, e forse lo è, a volte è metaforico, ma in modo diretto, e mi spacca in quattro.
Poi è arrivato Caso, con La linea che sta al centro (To Lose La Track). Caso mi commuove fino alle lacrime, o mi fa venire la pelle d’oca, che è poi quello che chiedo di fare a un cantautore. I suoi testi li ho capiti tutti subito, e che cosa bella è che una canzone ti entri dentro senza fare troppi giri nel cervello. Caso usa le metafore, ed è subito chiaro il legame con quello che vuole dire. E questo mi fa sentire umano, non uno studioso. Caso non usa parole per sentirsi e farti sentire figo e per darsi un fascino trasgressivo, come la figa e il cazzo di Manuel Agnelli; usa parole che scrivono una storia, attorno a una gioia o a un dolore, o a non so cos’altro. Non è per forza una storia raccontata alla maniera di uno storyteller, o per lo meno non lo è sempre, ma spesso è un percorso fatto di ricordi, persone, metafore, salti semantici e fisici, cose piene di roba insomma, non immagini che usano la sensazionalità di termini che pensano a se stessi, a essere belli, e non a comunicare. Comprendere una poesia è un processo non per forza difficile, il significato deve essere significativo (avanti così), perché la bellezza del testo non deve consistere solo nella ricerca della sua comprensione. Caso ti dice le cose, sono grandi, e il cd lo ascolti mille volte. #casomania

Di parole ne usa un sacco (una sola difficile: palindromo), anzi si mangia la musica con le parole, cioè a volte mette più parole di quelle che ce ne dovrebbero stare, e questo modo di metterle giù ti fa correre dietro ai testi. Schianta un modo di scrivere definito molto bene dai Marlene in passato: fare aderire perfettamente il testo alla musica anche se il significato non è troppo chiaro; testi esteticamente belli, insomma. Non so se è meglio o peggio, ma quello di Caso è un modo molto diverso di fare. E lo trovo più figo.
Chi gode del riflesso della mancanza di tempi morti o di momenti in cui, come succede per altri cantautori, tipo Brunori Sas, pensi che non sei solo tu ad annoiarti ma anche lui, è la chitarra, che poi è l’unico strumento nella maggior parte delle canzoni. Motore e Andata e ritorno cambiano il ritmo dell’album (in Motore c’è anche la batteria) e Caso sembra i 7 Seconds. Non è poi così facile cantare le sue canzoni. Dal vivo di solito è solo con la sua ombra, cioè con la sua chitarra, e con le parole corre ancora di più, quindi sono proprio lui e la sua ombra a scheggiare più di tutti.

E dal vivo li potete vedere tra non molto tempo, il 4 aprile al Brainstorm di Fusignano, nella formula descritta a meraviglia dal flyer. Oltre a loro suonano Bart dei Cosmetic (La Tempesta) di Sogliano, che esistono più o meno da quando esiste Sogliano, e Goldaline, my dear (Stop Records), che viene dai Girless & The Orphan, di cui è il bassista. Autori belli, musica bella, una serata che mi immagino fatta da tutta la gente in platea, e in mezzo alla gente Caso, Bart e Goldaline che suonano senza jack come se fossimo tutti a bere un drink e a stare bene insieme.
Come sempre io amo il Brainstorm e questa volta lo amo di più perché organizza queste serate acustiche in un momento in cui sono preso molto bene dalle cose acustiche. Certi locali ti fanno bene, il Brainstorm per esempio mi fa bene.

Io Caso l’avevo anche intervistato.

Caso+Bart Cosmetic+Goldaline, my dear: l’evento su fb

Al Brainstorm, il 30 aprile: Rocky Votolato e Girless and The Orphan

Al Brainstorm, il 30 aprile: Rocky Votolato e Girless and The Orphan

Rocky Votolato

Nuova data che spacca per il Brainstorm di Fusignano: Rocky Votolato e Girless & The Orphan, il 30 aprile.
Girless & The Orphan, di cui ho già parlato altre volte, ma non credo di smettere di parlarne proprio adesso che finalmente riesco a vederli dal vivo, hanno una capacità innata di creare canzoni esaltanti. Ascoltando l’album Nothing to be worried about except everything but you (Stop Records) a qualche mese di distanza dall’uscita (ottobre 2012) acquista in valore e non c’è una canzone che si possa considerare un colpo sbagliato, nemmeno quella (l’unica) che mi convinceva di meno, Phony. Per convincermi di meno aveva impiegato un pò di tempo, comunque dopo la prima recensione scritta (questo link, che poi è quello sopra). Adesso tutto il disegno di Girless & The Orphan mi appare ben eseguito, sbavato al punto giusto e spontaneo. Intanto ho imparato a non distrarmi in macchina quando ascolto Bad Scene, Your Fault, ma non ho ancora imparato a non gridare. Il Brainstorm non è lontanissimo da casa mia, ma c’è tempo per ascoltare tutto o quasi Nothing… E non sono così frequenti i cd che attaccano da subito con canzoni di un livello così alto come Your Chest Is A Snuggery.

Dura Lex Sed Luthor è la canzone chitarra e voce dell’EP dei Girless & The Orphan del 2011, The Epic Epitaph Of Our Ephemeral Epileptic Epoch, che mi porta dritto a Rocky Votolato. Ricordavo malissimo le origini di Rocky Votolato, pensavo fosse nato nel Nord America, invece è nato a Dallas, in Texas, mai posto è stato più lontano dal Nord degli Stati Uniti. Poi si è trasferito a Seattle e nel ’98 ha formato i Waxwing, definitivamente definibili uno dei modi migliori per uscire dall’incanto delle band canoniche di Seattle, perchè i Waxwing suonavano un bel pò diversi e prendevano il meglio dei Green River rivoltandolo a volte come un calzetto, rallentandolo o sgrassandolo dalle distorsioni più ottuse e avvicinandolo ai Karate. I Waxwing hanno fatto un pò di album, l’ultimo nel 2002. Tutti da ascoltare. Il Master Piece che mi ricordo è All Of My Prophets, da One For the Ride (Second Nature Recordings, 2000).
Poi Rocky Votolato ha iniziato a farsi gli affaracci suoi e ha iniziato la carriera da solista, dal 1999. L’ultimo album Television of Saints è del 2012 e dio mi furmini se non è pieno di belle canzoni chitarra e voce, che si portano dietro un pò la desolazione e la forza che ha All Of My Prophets. Rocky Votolato ha lavorato anche con Matt Bayles, imbazzato ingegnere del suono di Pearl Jam, Deftones, Alice In Chains, Hayden e un sacco di altri nomi importanti.

Volendo, e voglio, descrivere la sua carriera da solista si possono dire queste parole: episodi sussurrati, delicati, semplici, ispirati ed emozionanti, nel solco della tradizione cantautorale folk americana e non solo. Il suo modo di esprimersi e scrivere canzoni è cupo e malinconico. Senza piegarsi troppo a esigenze meramente commerciali.
Quindi: dopo il successo dello scorso anno, ritorna in Italia per quattro appuntamenti, imperdibili. E il debutto di questo tour sarà proprio al Brainstorm di Fusignano, di cui Neuroni è grande fan, martedì 30 aprile. Di spalla, appunto, Girless & The Orphan.

Martedì 30 aprile
Circolo Arci Brainstorm
Piazza Corelli 14, Fusignano (RA)
in collaborazione con Gold Events e Blacknoise Agency

Brainstorm a Fusignano, Girless and The Orphan + The Clever Square + Fab (e i fiori) il 22 marzo

Brainstorm a Fusignano, Girless and The Orphan + The Clever Square + Fab (e i fiori) il 22 marzoTeniamo d’occhio il programma del Brainstorm di Fusignano (Ravenna) perchè tende a dare grosse soddisfazioni. Nell’inverno che volge al termine c’hanno suonato Johnny Mox e i Disquieted By, per fare due nomi così a caso, e in aprile suoneranno Rocky Votolato (Waxwing, oltre alle molte cose fatte in solo) e The Death of Anna Karina. Ma andiamo con ordine. Partiamo dal 22 marzo, quando al Brainstorm suoneranno Girless and The Orphan, The Clever Square e Fab (e i fiori).
Noi lo avevamo detto, i ragazzi sono proprio bravi, infatti li hanno presi a suonare al Braistorm, e lo confermano sbattenedosi non poco e andando in giro per l’Italia a fare concerti, salvo neve, o nevone: Girless and The Orphan (Stop records/ To Lose La Track), da Rimini, è fuzz-folk con punk, ma anche indie e pop. È rabbia, ma anche romanticismo. È polemica sociale, ma anche dolcezza strappamutande. È anima cantautorale, ma anche tecnica scadente. È urgenza, ma anche calma. È passione, senza mezzi termini.
Questo video forse l’ho già messo, ma è lo stesso.

The Clever Square (Ravenna) sono un power trio punk rock, che non rinuncia alle influenze lasciate dal grunge nelle nostre testoline giovani. Il suono è distorto, le ritmiche sono di quelle pestate con la batteria sfonda. A volte sembrano leggeri e viaggiano dritti con un’immediatezza super, altre volte ricorrono a sonorità più cupe, dando al sound quel risvolto introspettivo e profondo che completa il quadro della rock’n’roll band perfetta per questi anni disastrosi, ma pure fertili. Eccoli dal vivo.

Il loro primo EP su disco è Ask the Oracle, per Flying Kids Records.

Fab (e i fiori) vengono da Faenza, e fanno del Pop collinare. È un gruppo composto da quattro ragazzi che vogliono fare qualcosa di bello: canzoni artigianali prima che artistiche, e storie di personaggi piene di sfumature. Pop agrodolce come le colline della Romagna, leggermente nostalgico ma sorridente. Plasmati da chi ha saputo fare delle emozioni un’arte semplice (Dalla e Battisti) e da chi ha fatto musica come fosse cinema (Conte e Graziani), propongono canzoni italiane all’insegna del colore, senza velleità letterarie o poetiche. Niente da aggiungere, tranne che questo è il futuro del cantautorato italiano, che impara dal passato (da una parte di esso) l’ironia e la melodia. E sentite come vanno.

Venerdì 22 Marzo
si parte alle 21.30
al Circolo Arci Brainstorm (è su Facebook)
in Piazza Corelli 14, Fusignano (RA).

(E grazie ad Alberto Grandi per tutte le info)