Perchè scrivo recensioni e qualche disco dalla mia mail

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Uno dei motivi per cui continuo a scrivere recensioni è perché mi piace ascoltare dischi e poi ragionarci su. Come sono i passaggi della chitarra, ascoltare bene il basso, cosa mi ricorda il climax di una canzone, cose di questo tipo. Un altro motivo per cui continuo a scrivere recensioni è perché ne sento il bisogno, mi viene un’idea su un disco e non sono in pace finché non l’ho messa giù, non riesco a fare altro. Cioè si, posso anche fare altro ma poi l’idea me la scordo e mi arrabbio.
Due motivi personali quindi, che vanno al di là del discorso relativo a quante persone leggono gli articoli del blog. Neuroni letto da poche persone, più che altro i miei amici, e mi chiedo sempre, ogni volta che pubblico qualcosa, perché continuo e perdo tempo in questa cosa quando potrei farne altre, cento volte più utili. Poi passa qualche giorno a rimuginare, a lamentarmi di me stesso e a dire che non ho niente da dire di significativo (diverso, più approfondito, più acuto) rispetto ad altri, e nello stesso tempo continuo a pensare a quale potrebbe essere l’argomento della recensione successiva. È come un processo, sempre uguale, che va avanti da quando ho iniziato a scrivere su questo blog. L’utilità delle recensioni è cambiata per alcuni appassionati, per altri no, e sono convinto che questi altri, seppure siano in minoranza, le leggano ancora per capire cosa ascoltare tra le centinaia di dischi disponibili. Io lo faccio ancora, magari c’è qualcun altro che fa come me. Poi magari si fanno un’opinione loro e sono in totale disaccordo col giornalista, ma dal testo sono partiti. Ci sono alcuni giornalisti che sono ancora in grado di influenzare il mio pensiero, perché li leggo da anni, perché li leggo da un mese e mi hanno colpito, perché li stimo e so che amano la musica. Per quelle persone penso che valga ancora la pena leggere di musica.
Se penso a come sono cambiati i miei gusti musicali da quando ho iniziato a scrivere recensioni, posso dire che sono cambiati molto. Ci sono cose uscite 20 anni fa che ascolto ancora, ma ci sono cose che non ascolto più da tempo. Il cambiamento avrebbe avuto luogo anche se non avessi avuto la fissazione della scrittura, di sicuro. Ma scrivere ha decisamente reso più profondo il tentativo di capire cosa stavo ascoltando. È una cosa personale, estremamente legata ai miei limiti personali, che sono quelli di uno che non lo fa di professione, cosa che comporta anche dei vantaggi, come per esempio poter scrivere quello che voglio, come voglio, riportando le fonti che voglio oppure nessuna. Se uno mi legge e non gli piaccio, non torna più, se succede il contrario, torna un’altra volta. Ma, dopo i momenti di sconforto, penso chi se ne frega, e che posso fare di meglio. Non è che me ne frego di quello che pensano gli altri, solo che sta cosa è più forte. Se scrivo, vado più a fondo in quello che ascolto. E secondo me questo, quando avrò 70 anni, mi sarà stato utile. È una prospettiva che riguarda solo me, ma magari c’è qualcun altro che pensa a questo percorso quando pensa al perchè scrive recensioni. Se non ho capito male qualcuno c’è. Un percorso moltiplicato per 1000 volte. I risultati sono le recensioni, o le cose simili, che piacciono oppure no, ma prima del risultato c’è un percorso.

Questa intro è stata ispirata da La morte della recensione in generale e di quella del disco di oggi in particolare e Le recensioni di dischi sono morte, i blog sono morti e anche io non so bene perché continuo a leggere queste robe

Adesso, un altro motivo per cui continuo a scrivere: spaccarmi di ascolti delle cose che mi arrivano in posta, una dopo l’altra, e buttare giù qualche idea vagamente sensata a riguardo.

Mi è arrivato questo gruppo che si fa chiamare Nobody Cried for Dinosaurs e il loro Ten Billion Years Later EP (Dischi Mancini). Non è un problema loro, è un problema mio. Non ho mai sopportato il pop rock con le batterie che saltellano e s’incastrano perfettamente alle chitarre pulite che girano sempre su se stesse. Non mi piacciono le progressioni perfette. E quello che c’è di più lontano da quello che cerco nella musica è il suono limpido come inno alla gioia o il suono limpido che nasconde sentimenti non del tutto positivi (Mexico). Non sono mai riuscito ad apprezzare né la musica della spensieratezza né quella della spensierata malinconia. Preferirei la disperazione. AustraliA: del primo disco ne riconosco solo una parte, quella dei suoni saturi come gli Sparklehorse, che ormai sono diventati un classico, provenendo dagli anni ’90. Quello che non ritrovo in The Very Truth (secondo disco, diNotte Recs) sono le canzoni, ballabilissime ma senza nessuna idea sulla melodia. Quello che trovo in eccesso invece è la patina, che non permette di afferrare davvero le distorsioni della chitarra, i suoni e la varietà dei movimenti del synth, anche belli (le parti riuscite meglio del disco), ma privi di una profondità. Queste cose insieme non mi permettono di dire che il disco mi sia piaciuto. Questi bassi rotondi che reggono il ritmo come se fossero un reggiseno grande che regge du poppe, queste chitarre melodiose un po’ ribelli un po’ cielline un po’ epiche, questi rullanti così netti sono le cose che mi sono arrivate per prime all’orecchio di Buona musica! di La macchina di von Neumann (autoprodotto). La verità è che non tollero più i passaggi lenti (Bistecca) del post rock strumentale, che ti propongono musica come se quella malinconia fosse la verità. Vado meglio con le parti più incazzate. Faccio fatica a proseguire nell’ascolto del disco quando sento che è stato inserito uno che parla e mi dice che c’è chi ci vuole vendere una verità con cui lui non è d’accordo. In questo modo quella voce ci sta vendendo come verità il suo non essere d’accordo. Questo dire che quella non è la verità e che nessuno ha la verità in tasca con l’atteggiamento di chi in realtà crede di averla: lo trovo intollerabile. Questo atteggiamento non pervade in particolare tutto questo disco ma penso che sia un po’ il succo che mi ciuccio ogni volta che sento il post rock alla Mogwai (La supposizione è la madre di tutte le cazzate) o tutto quello che è venuto dopo. Aggiungo, in Buona musica!, un basso troppe volte eccessivamente cinghione e la classica chitarra post rock che pirulla, e diventa chiaro che non ho più niente a che spartire con questo tipo di musica. Mi è piaciuto molto il comunicato di Veleno & poesia (o Poesia & veleno, l’ordine non importa, a giudicare dalla mail che ho ricevuto) degli autoprodotti I DOTTORI che dice che le influenze della band sono Queens of the Stone Age, System of a Down, Faith No More, Rino Gaetano, Celentano e Gaber prima maniera, Fred Bongusto e Buscaglione, i Muse, con “l’obiettivo sonoro” di incrociare il rock potente e la canzone italiana, come se Rino Gaetano o De André incontrassero gli Who. Il fatto è che è tutto vero, io aggiungerei anche gli Stadio, per la triste malinconia dell’obiettivo sonoro, raggiunto dai Dottori. Il cantante ha la R alla Manuel Agnelli e questa alla fine è probabilmente la cosa più insopportabile del disco perché tutto il resto del desiderio che sta sotto al disco (fare breccia nel pubblico dei Negrita con una proposta meno sputtanata e più profonda dal punto di vista dei contenuti) si può comprendere.

“è probabile che se a nostra volta sbarcassimo su marte, non vi troveremmo altro che la terra stessa”

è lo scenario di impossibile fuga che i DOTTORI, ben lungi dal volerci curare, dipingono per noi. È un rock che si prende la briga di filosofeggiare e che attraverso i testi vuole insegnare a vivere la vita. I contenuti quindi mancano, ma possono colpire nel segno. Per quanto riguarda l’essere meno sputtanati dei Negrita, beh.
Potrebbe andare peggio solo se incrociassimo, a tutto quel popo’ di influenze dei DOTTORI, Il Teatro degli Orrori, il blues rock, un senso dell’umorismo alla Ligabue e la visione della vita di Morgan, cosa che succede solo con i John Holland Experience (Pronti? DreaminGorilla Records, Taxi Driver, TADCA, Electric Valley, Scatti Vorticosi, Brigante, Longrail, Edison Box, Omoallumato). Mi rendo conto che spesso questa rubrica si è trasformata album dopo album in una cosa comica e ha finito per mancare di analisi musicale privilegiando accostamenti verosimili ma allo stesso tempo scritti con quella mezza intenzione di far sorridere (lo ammetto). I Dottori e John Holland Experience sono l’esempio preciso di quello che sto dicendo. Si tratta di due album dello stesso genere, il Rock Italiano, definizione che individua le proprie influenze originarie nelle chitarre degli anni ’70 e nei testi dei cantautori italiani riconosciuti come regola. Gli anni ’70 non li ho mai ascoltati seriamente. Sui cantautori, nati come voci diverse e poi brutalizzati e sminuiti in citazioni superficiali e continue, penso che i loro messaggi di dissenso abbiano perso la forza proprio nel momento in cui hanno incontrato il favore di un pubblico vastissimo, perché in quel momento il loro dissenso non è stato più tale ma è diventato pensiero condiviso. Ne ha parlato diverse volte Francesco su Bastonate. È vero che al TARGET DI RIFERIMENTO del Rock Italiano non gliene frega niente e vuole ballare e cantare cose che, anche se non lo riguardano, appena le canta quello lì lo riguardano in automatico. Ma non c’è niente che mi piaccia in questi gruppi, mi va di scriverci su, perché quando li ascolto mi vengono in mente queste cose, anche se magari molti non li prendono neanche in considerazione: li considerano inferiori rispetto a gruppi magari meno famosi. Così come chi invece li ascolta considera inferiori gli artisti meno noti. Che complessità l’essere umano quando si tratta di gusti musicali.

C’è un’altra cosa. Quella dell’esplicitare il prendersi poco sul serio come una caratteristica fondamentale della band, come un suo plus. Succede a volte che il Rock Italiano che mi arriva nella mail si prenda poco sul serio e associ alle preziosissime solo guitars un atteggiamento da cazzone per missione. Non mi piace. SeM E Le Visioni Distorte dicono di incarnare lo spirito dei Motorhead prendendosi poco sul serio. Non sono mai stato un fan dei Motorhead e ho sentito dire che Lenny Kilmister era un simpaticone, ma sono sicuro che i Motorhead abbiano significato e significhino di più della dichiarazione d’intenti di SeM (dal comunicato stampa): “Come sei i Motorhead si fossero mangiati i Rats mentre Caparezza applaudiva”. Perché prendersi poco sul serio? Perché farne una caratteristica forte? Se uno ha qualcosa da dire, quando lo ascolto non mi preoccupo davvero se si prende molto sul serio o no. Questa cosa del prendersi poco sul serio è sopravvalutata. La fai perché ti viene, e basta, se non ce l’hai dichiararla non servirà a farla diventare reale. Non riguarda solo SeM, ma anche, per esempio, La macchina di von Neumann.
Allo stesso tempo, SeM porta avanti un discorso di sensibilizzazione molto importante che nemmeno negli ambienti più illuminati della musica è stato ancora capito del tutto: “SeM ha creato un format video esilarante che cerca di sdrammatizzare sull’eterno concetto dei generi musicali, del fatto che chi ama il metal odia il pop e chi ascolta Ligabue immagina che il rock sia solo rumore. È disponibile la seconda puntata in cui si svela come sarebbero gli Iron Maiden se strimpellassero come Edoardo Bennato” (fonte: comunicato stampa).

Dopo un incipit di Ice, Cold, Green Tea che è un incrocio tra True Blood e Banshee, gli Homelette partono con un folk vagamente country, completamente dilaniato, con voci sottili e stirate alla Elliot Smith e allucinazioni alla Tim Buckley. Ice, Cold, Green Tea mi ricorda tutti e due, Elliott Smith nell’arpeggio e nel ridurre a brandelli la serenità che la melodia creata potrebbe dare, Tim Buckley nel dilatarla. Gli Homelette mi ricordano anche Daniel Johnston in quella lievissima stortura da nastro vecchio di una musicassetta e nelle stonature della voce, che nei cori di Grey Days sono pure degne di un John Frusciante su cui però non insisto troppo su perché ultimamente (negli ultimi 24 anni) non mi piace più tantissimo. Tornando quindi a Johnston, di base gli Homelette hanno il suo stesso grande desiderio: essere pop, ma la testa (dentro) è un disastro. Io non posso pensare che gli Homelette siano ridotti come lui, ma i loro arpeggi così leggeri sulle corde e allo stesso tempo così pesanti nel riverbero che producono me lo ricordano. E oggi hanno reso l’ufficio un posto veramente intimo. Stasera, a casa, con Snowball era tornato il piacere del piccolo fuoco acceso per scaldare la sala di Sparklehorse, soprattutto grazie certe flessioni della voce.
Mornin’ Hollows è uscito per la More Letters Records, la stessa dei Big Cream, e io mi sono un po’ lasciando andare con gli accostamenti. Ma cosa c’è di più ragionevole del pensare alle altre cose che mi ricorda una canzone, cercare di capire se ha davvero un senso quello a cui sto pensando, un senso derivato dalle possibili influenze sul suono e sulla scrittura, e cercare di scriverlo? Mornin’ Hollows è curato nei dettagli, nella scelta delle sonorità e nei passaggi da strofa a ritornello, a volte bruschi, a volte morbidi e sereni. Un disco davvero bellone.

Come ogni episodio di Le recensioni nella mail, anche questo è una gara di copertine. Ha vinto quella degli Homelette, non perchè mi paccia particolarmente ma perchè le altre non avevano senso.

 

Italia Fury Land: il raccoltone della musica che mi è arrivata sulla mail negli ultimi 2 mesi

 

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In da face di chi sostiene che l’Italia non produce musica nuova e fa un discorso vecchio sul quale non vuole arrendersi per noia e comodità, ho fatto un sussidiarione di quasi tutti i gruppi che mi sono arrivati nella mail in aprile e maggio. La quantità c’è.
Pastel hanno fatto L’acchiappanuvole. È un disco punk hard core con alcuni momenti molto poetici e di disperazione, alcune aperture soddisfacenti che alternandosi ad attimi di vera rage raccontano la storia di un salto nel buio dentro se stessi registrato con cura, compresi i sibili degli arti che precipitano. Possiamo godercelo sia in versione strumentale che cantata, un’urgenza artistica, una scelta imprescindibile dettata dal fatto che all’inizio i Pastel erano un duo strumentale, poi hanno aggiunto una voce nel buio. Il disco è uscito in aprile per una cordata irripetibile di etichette, 15 sono straniere 4 italiane.
Su YouTube uscito il video naturalista di El Xicano (Silvio Pasqualini dopo Le mele agre, Australia e Robot), si chiama I mostri, da La grande paura EP. El Xicano è musicalmente in quota Rimini (Stop records) ma è di Gambettola e mi ricorda molto un classico del circondario cesenate anni 90, i Pulsar. Una canzone che non fa bene, non fa male, passa.
Visti al Sidro, gli Hyperwulff, il gruppo del bassista dei Marnero, non erano stati furiosi come mi avevano predetto. Su disco (Volume One: Erion Speaks, Martire Dischi) mi sono piaciuti di più. Il concept, sul racconto delle gesta di Hyperwülff e della battaglia del pianeta Erion IX contro il terribile Robo-goat, invasore alieno distruttore di mondi, è cosmico e le grafiche di SoloMacello lo sono ancora di più. Suonano metal core, alcune volte sono belli lenti (Raging Hunger), altre no, altre mi ricordano i Torche (20 Pillar) e altre (In Ruins) le lande quasi desolate ma piene di morte dei film post apocalittici italiani come 2019 Dopo la caduta di New York o minchiate simili. Volume One: Erion Speaks però non è una minchiata, tutt’altro, ha la stessa carica difficilmente governabile di Mad Max Fury Road che ho visto settimana scorsa, o quella prima, suoni compattissmi, cambi di tempo belli. Soundcloud.
Per Maple Death Records, la stessa di Havah/His Electro Blue Voice e Stromboli, ho ascoltato per ora una sola canzone dell’EP dei Bed Meds di Liverpool. Il pezzo si chiama Hoax Apocalypse ed è una specie di corrente alternata tra i Mudhoney nella strofa, un modo peculiare d’interpretare i Boys Next Door nel ritornello, ma più distorsioni meno seriosoni, e i Pissed Jeans un po’ dappertutto. Ve lo consiglio (tutto il disco, lo farò anch’io) poi fate voi.

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Mi è arrivato anche A Way Back, secondo album degli Other Voices, uscito per RBL Music Italia. L’ho ascoltato anche tutto, e sono sicuro che almeno una vaga somiglianza al modo di cantare (principalmente, impostatissimo) si ritrova in altri cantanti riconosciuti come ottimi interpreti e scrittori. Dal comunicato stampa il cantante in questione pare chiamarsi Vincezo. Vincezo. Quindi, perché non apprezzare anche gli Other Voice? A voi il piacere. Di sicuro hanno molte più probabilità e interesse di sfondare (fare successo) di altri che lo meriterebbero ma che non fanno di quella conquista la missione principale del proprio scrivere musica. Gli Other Voice hanno registrato il disco a Liverpool in uno studio in cui sono passati anche Coldplay, Paolo Nutini ed Echo and the Bunnymen. Fanno new wave pop con la peggiore batteria mai sentita e suoni anonimi ma in effetti amabilissimi. Alcune interessanti informazioni estratte dal comunicato stampa sono che David “Yorkie” Palmer (ex bassista degli Space) produce e Kevin Paul (Depeche Mode, Goldfrapp, The Horrors) fa il mastering. Grande la selezione dell’ufficio stampa sui nomi da sventolare per far intendere lo sborone che è KPaul. Ma suoi sono pure David Guetta, The Temper Trap, Kate Moss, omissione faziosissima. Insomma, per A Way Back un sacco di gente famosa ha fatto un lavoro mediocre per cercare di tirare fuori due lire da un disco svendibilissimo (agli amanti del genere? Agli sprovveduti?), per sbarcare il lunario delle proprie ex carriere. The Horrors sono il più fresco tentativo di Kevin Paul, che io non so chi sia, di fare merda profumatissima.

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Il disco dei More Lemonade si chiama Like falling in love in September ’96. Ci sono i cori da braccia alzate e occhi chiusi al cielo e cose allineate all’emo, ma anche una bella scrittura. C’hanno i pezzi insomma, e soprattutto c’hanno la batteria, che più della chitarra fa il disco, con passaggi e dettagli non trascurabili. Il resto è una buona chitarra arpeggiata, un’ottima chitarra distorta, un buon basso e una voce che ogni tanto tira la corda verso il pop punk anni 90. Bandcamp.
Un anno fa circa avevo ascoltato Carne e non mi era piaciuto. Giungla è il secondo disco dei Gouton Rouge (V4V Records), che sono cambiati ma non mi piacciono lo stesso. Il (mio) problema dei Gouton Rouge è che neanche quando sono distorti riescono a convincermi delle loro distorsioni, non riescono a tirare fuori dalla musica lo stesso disagio che si suppone venire dai testi. Non che non ci provino, ma non ci credo. In questo disco, poi, i riverberi ci sono, ma sono lontani e lasciano molto spazio a un suono medioso produttissimo. Alcuni momenti new wave pop forse richiedono quel tipo di suono (Demoni di giorno) ma sembra un disco suonato coi guanti e in punta di piedi, per paura di prendere una direzione troppo decisa verso il disagio, anche quando si spingono (un po’) oltre coi suoni (Sulle mie labbra) sulle vie dello shoegaze emo. È un passo indietro, perché Carne era più vero. Spotify.
Gli Automa da Molfetta invece hanno fatto Demo, tre pezzi con un basso sempre invadente, non con violenza, con grazia. La precisione con cui è suonato il disco è evidente, ma gli toglie quella furia mathrock, genere al quale gli Automa potrebbero appartenere. Il suono pulitissimo, la chitarra spesso limpida e il rullante sfibrato ma secco fanno venire fuori pochi momenti di vera scaglia.

uno shot degli Other Voice dai, con quello col cappello che adesso batte le ciglia e ti fa scomparire

I pezzi dei 124C41+ (leggi One To Foresee For One Another), che escono per Stay Home: Gigs & Records e Dreamingorilla, si chiamano Tagma 1, 2 e 3 e sono dentro a EP. Possono essere un magma, nel senso che portano avanti l’idea più devastante dei Mogwai nella creazione di vuoti della vita riempiti con le chitarre dell’apocalisse, all’improvviso o dopo un crescendo, o nel senso che sono lenti. La lentezza diventa davvero soddisfacente quando si unisce alle voci screamo, in Tagma 2. Negli echi della chitarra di Tagma 3 mi trovo a mio agio un po’ questa mattina in cui ho bevuto poco caffè. EP è ambient, nel senso che sta creando un ambiente di concentrazione nella mia testa.
Probabilmente però le migliori chitarre di questo giro di mail e non solo le ho sentite in Tutto (Cloudhead-Records e V4V, lo ascolti qvi), il disco di questo gruppo che si chiama Le Sacerdotesse dell’isola del piacere e con questo nome richiama in vita desideri nati di fronte alle pellicole di cinema horror italiano degli anni 80 conturbantissime nel titolo, non allo stesso modo nello svolgimento. Del resto L’incoerenza della scienza lo dice: “se avessi più sogni scoperei di più”. “Vengo subito in una sola volta” (Tutto di corsa) è una frase che vale per tutti noi. Il sogno delle sacerdotesse sull’isola del piacere non è sufficiente, ci vuole più carne. Allora lo sfogo è in quelle chitarre e in questo disco, vago come lo shoegaze, triste come l’emo, con un istinto omicida dei testi da Verdena. Testi che spesso non hanno senso ed è lì che s’incaglia il sogno, che cerca uno sviluppo ma non lo trova. E le parole danno voce a questa condizione miserabile d’insoddisfazione, più quando non significano niente che quando significano qualcosa. Avevo ascoltato Tutto a settembre, quando è uscito, ed era scivolato via sul piano inclinato della mia indifferenza. Oggi, anzi ad Aprile, esce questo video, lo riascolto e mi piace tantissimo. Ieri sera sentivo Le armi (aka il pezzo jam) dei Uochi Toki, che è cattivissimo nei confronti del prossimo, e provavo un gusto enorme nell’ascoltare quelle parole. Tutto è un disco arrabbiato ma piagnone, e provo un gran piacere ad ascoltarne i testi. Non ho preferenze per un modo o per l’altro di scrivere, perché sono tutti e due dettati da un sentimento verso l’esterno che provo davvero. Due sentimenti diversi, possono entrambi far parte di una sola persona, non bisogna per forza scegliere quale scrittura preferire.
Grand DétourTripalium, un sacco di etichette italiane (DreaminGorilla Records, Shove Records, Drown Within Records e Rude Records Savona) e altre 1000 straniere. Loro sono francesi e questo è un disco perfetto, suonato meravigliosamente bene sui ritmi e i suoni canonici del post rock e del post hardcore: crescendo, cambi di tempo, arpeggi e botte di chitarre distorte, alcune volte noise. La perfezione in alcuni momenti gli permette di creare passaggi esaltanti (La Penibilite Et La Crasse). Bello da ascoltare, ma niente più di questo.

e questo è solo il fronte (Paper Resistance)

e questo è solo il fronte (di Paper Resistance)

Macina Dischi mi ha mandato due cose. La prima è La vita agra dei Santa Banana. La velocità è l’unica scelta possibile e ascoltandoli è così, a parte per quanto riguarda l’uscita del disco, registrato nel 2012 uscito nel 2014. Dentro a questo La vita agra c’è quel sentimento di ribellione erotica escatologica anticlericale porno che mi da una soddisfazione enorme. Canzoni brevissime ma che ti fanno pesare tutti i secondi che passano, alla Minutemen di Double Nickels on the Dime. Alcuni passaggi (per esempio in Mamma Roma o Valanga) sono molto rigidi, ma tutto l’insieme ha questo tocco violento che gli dà un significato-oltre i singoli momenti. Un grande piano di devastazione. Esaltanti come i Disquieted By, con la stessa freddezza dei Uochi Toki (e due) nelle parole e nell’analisi dello schifo che ci circonda come uomini in un mondo di uomini di merda. La voce è Luca Hot one dei Marnero, Si Non Sedes Is e Laghetto. I nomi degli Squadra Omega invece sono OmegaMatt, OmegaG8, OmegaDav, OmegaFrank, OmegaBu e OmegaMac. Il disco si chiama Altri occhi ci guardano (Macina con Outside Inside Records – streaming) ed è un trip che va dai suoni dell’afrobeat a quelli Krautrock. Ammetto di aver perso la concentrazione in alcuni momenti di questo viaggio e mi pare che i momenti più difficili siano stati quelli più dilatati e psico. Collettivo d’improvvisazione psichedelica si fanno chiamare e io mi ero spaventato molto all’inizio. In realtà poi su 67 minuti di disco sono più le parti durante le quali mi sono divertito ad ascoltare dove vanno a finire gli strumenti che si ripetono si ripetono si ripetono ma fanno anche percorsi cui posso stare dietro senza perdere la sveglia (la chitarra e la batteria in Sospesi nell’oblio). La mosca che vola all’inizio di La nube di Oort non è che il piacevole e denso di ricordi inizio verso un viaggio nuovo, dronizzato, pieno di suoni sussurrati da cui poi spunta fuori una batteria. Tutto in cinque minuti, poco ma abbastanza. La soluzione è la migliore: addensare la psichedelia in un lasso di tempo molto limitato, per fare in modo che il suono non abbia molto spazio per svilupparsi ma debba farlo subito. Per il cervello, questa soluzione di concentrazione può essere invasiva. È alternata al suo contrario. Tutto il disco è un alternarsi di pezzi lunghi e corti. Il labirinto, che dura 12min e 42sec, ha passaggi meno stressanti e stressati, con il basso che fa da timone per tutti gli altri strumenti che gli suonano intorno uno dopo l’altro fino a ridursi a delle vocine malate. Non disperate, o disperate anche di più, non c’è solo psichedelia: Hyoscyamus e Le rovine circolari sono pezzi arpeggiatissimi con la chitarra e Altri occhi ci guardano la title trackkk è un funkettone. Super trip fantascientifico, ma non credo che lo riascolterò a breve.
Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi. Sembra essere questo il messaggio di From Dawn To Dusk dei Repsel, prog rock con una voce femminile pulitissima e angoli metal o angoli di vuoto totale in cui vengono fuori dall’orizzonte lontano il basso che svisa e la chitarra che arpeggia o funkeggia. Il disco passa da attimi di leggerezza pianoforte e violino, come la primavera gentile che si posa sui nostri prati, a chitarroni dal suono crossover e synth rollanti, come un incontro al buio con l’uomo quarantenne più tamarro che abbiate mai visto. È il disco più cinghione di questo giro di email, con arrangiamenti rigidissimi costruiti come piccoli cassetti che apri e chiudi (I’ll erase one everyday o la title track, addirittura). Metal da vendere, tra Bon Jovi e gli Evanescence e sicuramente anche qualcosa di più recente ma rimasto indietro, gusto retrò e cinghonismo, From Dawn To Dusk è stato prodotto con Musicraiser, che non è per forza una cosa positiva, e ha avuto un grande successo live in Sri Lanka. Se c’è del cinghionismo, non sempre c’è il desiderio di fare musica per fare successo nella scena; se c’è il desiderio di fare successo non è detto che ci sia del cinghionismo; ma le due cose insieme sono una bomba.

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La stessa fotta di far sapere che hanno partecipato a prestigiosi festival internazionali ce l’hanno gli À l’auge fluorescente. La partecipazione a un festival non è sinonimo di qualità, anche se lo definisci internazionale, o prestigioso. Quello che tirano fuori gli À l’auge fluorescente si chiama Voci dal sud music festival che se non ho capito male è il nome cui fa capo una serie di concerti, tra i quali il MessApp Coast, la cui line up nel 2014 era Motel Connection, Mannarino, Alborosie e Almamegretta. Il disco degli À l’auge fluorescente si chiama Taking My Youth (Overdub Recordings). Sono comprensibili le esigenze di questi gruppi, che escono con dischi in linea con il gusto del pubblico che vogliono conquistare, quello dei festival internazionali, dove è sufficiente dare alla gente un po’ di generi musicali belli canonizzati facili da ascoltare e ballare, seppur con qualche deviazione personale ma comunque sputtanatissima. Qui siamo all’incrocio maledetto tra Alanis Morrisette e, sempre per citare sempre le stesse cose, Evanescence, che rappresentano uno dei più grossi nomi di riferimento per i gruppi che ancora adesso hanno la malaugurata idea di fare del gothic symphonic theatrical nu metal seconda metà 90- anni 2000 in chiave commerciale. A À l’auge fluorescente (che sono italianissimi) va dato atto che sporcano tutta quella roba là sopra e la trasformano più in emo dream rock, così come va dato atto ai Repsel che se gli piace Bon Jovi fanno bene a prendere ispirazione dall’eterno autore di it’s my life/it’s now and never/i ain’t gonna live forever. Va dato atto infine agli ucraini F@B di aver fatto un disco potentissimo di rapcore (Talmbout’Dat, Overdub Recordings) dove i grandi feelings frustranti e gotici nell’animo rimangono sempre al centro della questione, seppure con irrimediabili influenze più che di Korn e Limp Bizkit, di quelli che cantavamo uh!balena e che adesso non mi riesce di trovare su google.

Finiamola, con I .Muri che si sono autoprodotti Traffico mentale e sono Lorenzo Castagna, Valerio Pompei e Giulio Di Furia (anche se non mi sembra). Un album progpsychcountry in cui si parla di grémbo che fa rima con témpo, o di ménte e mòndo tòndo fòndoooeh, e dal punto di vista dei testi ho capito che non ci siamo. Via gli Afterhours da questo corpo. C’è qualcosa che non mi quadra nella batteria, che spesso è più avanti della chitarra (Tratti). Vuoti cosmici alcune volte prendono il sopravvento e la canzone gli si accartoccia dentro (Porotone). Molto meglio con Chiego – anche se per pochi attimijooo – che naturalmente parla di sesso associandolo al Vangélo, in pieno stile anticristologico agnelliano. Comunque, secondo me l’album andava un attimo rivisto. Mi sono divertito tantissimo invece, sin dal primo secondo, ad ascoltare quella bomba cotonosa di Insana mente EP dei Miwook (Dreamingorilla Records). Siamo (anzi sono, lontanissimi dalla terra) in territorio tra Subsonica e sclero acido, psichedelica pompatissima e pomposissima con il synth a manovella, in fase preghiera spaziale e un po’ diabolica lunga quasi quattro canzoni che si leva e si diffonde, salvatemi, però il ritornello di Ad ogni modo stavamo esplodendo non è male. Sembra di precipitare nella follia di una mente che non si può fermare, poi arriva il pianoforte di Doc. Frank a far rientrare un possibile malore. Ripartono quasi subito. Chissà come sono dal vivo. Fatti un giro sullo streaming.

3 Fingers Guitar, Rinuncia all’eredità

3 fingers guitar, rinuncia all'eredità

Altre volte ho cercato di parlare di questa uggiosa problematica della crisi del cantautorato maschile italiano proprio nel momento in cui ritorna. Se non fosse tornato non sarebbe entrato in crisi. Ma il destino ha voluto che un numero non irrilevante di cantautori facessero uscire il primo o il secondo album nell’arco del triennio 2012-2014 uno dopo l’altro: Colapesce, Dimartino, Nicolò Carnesi hanno dato corpo alla rinascita del cantautorato italiano; con loro Brunori SAS, Mannarino, Le luci della centrale elettrica e Dente, un po’ più vecchi ma ugualmente corrotti. Tutti loro hanno avuto un discreto successo ultimamente, pur proponendo una musica appiattita, perché la fanno sembrare profonda con soluzioni (anche testuali) ricercate, ma comode. Alla fine si assomigliano un pò tutti e nessuno si differenzia davvero. Non sto parlato di quella diversità per cui Mannarino canta in romanesco e sembra più Capossela. Intendo una diversità che mi permetta di dire Questo mi tormenta il cervello con le sue canzoni, perché si sente che sono vere. Diversità in questo caso è la sincerità. Tra i nomi riportati sopra non c’è nessuno che la usa. Il cantautorato italiano adesso sembra rinato perché dà solo l’impressione di essere un passo avanti. Ma alla fine non racconta niente di differente, e arricchisce il proprio niente o quasi niente (di Brunori SAS c’è qualcosa che mi piace un po’) solo con un testo metaforico che risulta più tosto di quello che realmente è. Se cerco un denominatore comune, salta fuori il non essere in grado di svolgere il compito più (penso) soddisfacente e difficile allo stesso tempo dei cantautori, cioè illuminare con le parole la strada dell’ascoltatore, farlo sentire parte di una canzone, dal punto di vista politico o personale che sia. I nuovi cantautori invece ci assecondano, ci danno più o meno quello che vogliamo, in termini di musiche ma soprattutto di testi. Questo atteggiamento funziona molto bene e serve per guadagnare consensi e premi. Però un cantautore non deve essere cool, deve sputare sentenze col cuore e con lo stomaco.

Altri, invece, sanno dirci quella che in quel momento pensiamo sia la verità, che magari il prossimo anno non lo sarà più, ma in quel momento lo è, oppure creano altro, un proprio modo di scrivere i testi o di cantarli. L’ho già detto, CASO è uno di questi altri. E URALI è una specie di cantautore con una proposta solo sua che magari si evolverà diversamente ma che ha già un’impronta votata a fornirci il punto di vista di un ragazzo che si scrive i pezzi e se li canta, con una chitarra distortissima e la voce da bambino che mi portano non so dove ma di sicuro altrove.

Nell’essere autore che propone qualcosa di nuovo, di non allineato, 3 Fingers Guitar (Simone Perna) ci sta dentro. Rinuncia all’eredità (Snowdonia Dischi, Dreamingorilla Records, Neverlab, Rude Records, Audioglobe) unisce lo screamo ai Dead Dennedys agli Interpol al post punk dei Gang Of Four ai CSI al blues al noise con ritmi che arrancano e mediamente lunghe code o incipit o intermezzi strumentali. Il suo modo di cantare è, con sfumature personali, l’eredità che ci hanno lasciato il Manuel Agnelli più carico (no di sicuro l’ultimo), il Pierpaolo Capovilla più invecchiato e apparentemente saggio (proprio quello di quest’anno), Mauro Ermanno Giovanardi, Ferretti e Godano. Molti di quelli per i quali, ancora, avevamo fatto ricorso al NUOVO CANTAUTORATO ITALIANO. Aggiungo i Massimo Volume.
La volontà di 3 Fingers Guitar non è di scrivere canzoni immediate, ma di alzare il tiro rispetto alla media: gli arrangiamenti si chiudono in se stessi per diventare ossessivi, i testi sono dialoghi ma anche monologhi. 3 Fingers Guitar è molto lontano dai cantautori piaccioni, la sua scelta stilistica è estremamente personale. Ho letto in giro che 3 Fingers Guitar ti porta dentro un labirinto, un percorso mentale. Succede a partire dalle chitarre, bellissime, della prima canzone (Ingresso), è vero; ma più che un semplice labirinto per me Rinuncia all’eredità è la tela di un ragno in cui effettivamente mi sono incastrato. Sono giorni che tento di venire a capo di questa recensione e non ci riesco, perché da una parte trovo molto interessante l’unione tra la poesia dei testi e gli arrangiamenti chitarrosi e spezzati, dall’altra sono sempre stato molto lontano, e lo sono ancora, da un certo modo di fare musica un po’ sopra le righe. C’è una dimensione teatrale invadente in Rinuncia all’eredità: non solo il cantato spesso recitato, ma anche gli arrangiamenti, che all’ascolto danno come la sensazione di guardare una pièce fatta di battute che si ripetono a lungo e cambiano di tanto in tanto (Riproduzione), con gli attori concentrati non tanto nel far passare il messaggio quanto su se stessi. A tratti gli strumenti di Rinuncia all’eredità appaiono meccaniche e rigide e sembrano incastrate, come tasselli estranei tra loro e alla voce; in generale il disco fatica a suonare tutto insieme (L’unica via) perché procede ingabbiato negli arrangiamenti, trame più o meno complesse che lo chiudono in se stesso. La voce e i testi vanno in questa direzione, perché sembrano dare più importanza a se stessi che non all’insieme. Riconosco da questo punto di vista un miglioramento rispetto al recente passato. E oggi 3 Fingers Guitars mi piace di più rispetto a Rough Brass (Dreaming Gorilla Records, 2013) – è migliorato anche nella pronuncia inglese. Là la voce e gli strumenti non riuscivano proprio a suonare bene insieme (Polka Dot Shirt) e la voce peccava di acerbità (credo si dica); in Rinuncia all’eredità questi difetti tendono a risolversi (tendono), la struttura delle canzoni scorre un po’ meglio e 3 Fingers Guitars è sicuramente in crescita. Ma la mia idea di musica non mi porta ad apprezzare sempre su disco l’unione di musica e recitazione e, ma è solo una mia necessità, vorrei che un disco suonasse più di così. Forse il problema è il risultato di un eccesso di teatralità e della mancanza della sincerità vera di cui parlavo all’inizio.

Rinuncia all’eredità in streaming qui.