Giochi senza frontiere: split QUI e ULTRAKELVIN

QUI - ULTRAKELVIN - Split LP

I QUI sono di Los Angeles. Hanno fatto uno split con gli Ultrakelvin mettendoci una sola canzone, ma di 22 minuti. Si chiama Fuck Outer Space ed è ispirata alla Los Angeles lisergica, al lato allucinato di Venice Beach. È una suite di cinque (almeno io ne ho individuate cinque) porzioni diverse in una traccia unica. Le differenze tra una e l’altra sono notevoli, viaggiare è un modo per spaziare, e gli stacchi sono sempre bruschi. Partiamo in allegria, con rumori tra i Sonic Youth, Glenn Branca e i film horror alla Dario Argento. Continuiamo allegorici, con voci sussurrate che si sovrappongono a un pianoforte con la stessa cadenza della musica di Eyes Wide Shut. Il climax sonoro della prima parte si raggiunge con i piatti della batteria che sbattono contro il loop di sottofondo. Dopo, parte un vero e proprio pezzato prog-jazz, almeno così sembra all’inizio, perché poi diventa più sottile e meno Tim Buckley, si assottiglia si assottiglia, fino alla terza porzione, che ci porta nel deserto di Sergio Leone ma accompagnandoci con un flauto perso nei boschi di Twin Peaks. Più voci umane introducono la quarta parte, dominata senza rivali da una batteria elettronica. Bisogna fidarsi dei QUI e lasciare che Fuck Outer Space prosegua per scoprire tutte le sfumature della fantasia. Tra la quarta e la quinta c’è un bridge noise. La quinta è un pianoforte, che prende il via con una voce e un flauto e si conclude con la melodia dei Beach Boys sulla frase finale, che è appunto “fuck outer space. È un racconto a capitoli, un flusso di coscienza con alcuni switch ( -> parola del mese) prestabiliti. Non è sempre incubo, ha anche attimi di apertura solare. Il viaggio tra le cinque canzoni in una è lisergico, ma non solo: è senza preferenze per una sonorità o l’altra, non solo acido ma anche pieno di squarci di riflessione lucida, comunque sempre molto distante da un qualsiasi “qui”, anche dalla Los Angeles lisergica. Da cui i QUI si allontanano nel corso dei 22 minuti, portandoci completamente altrove. Anzi, in molti altrovi.

Poi ci sono gli Ultrakelvin, con sei canzoni che in tutto durano un po’ dei QUI. Prosegue la follia ma con un taglio più deciso: più chitarre e più botte da orbi. Il genere si sposta verso il noise con un po’ di blues, in ricordo di Putiferio e Kelvin da cui gli Ultrakelvin hanno origine, con simpatia verso METZ e Pissed Jeans. Gli Ultrakelvin suonano per non darti un attimo di respiro, sia quando si allontanano un po’ (III – Hellzabomber), usando il metodo “ti circondo da lontano e limito sempre più il tuo orizzonte visivo e uditivo soffocandoti lentamente”, sia quando si avvicinano tanto e invadono il tuo spazio vitale (IV – Boneless Teethless), adottando il metodo “ti dò sempre sui denti”. Tutto finisce con i 9 infernali minuti di I – Ham Slam, fatta di rumore, scariche elettriche, lamenti di animali nelle grotte e qualcosa di circolare che si è incantato. Non ho idea di che cosa abbiano usato per farli ma questi sono i rumori che sento. La ri-esplosione finale di I – Ham Slam! si distingue per lo stacchetto conclusivo alla Shift (inaspettato). Chiude il noise, lo stop and go, l’incastro chitarra e batteria e il post hard core di VI – Dwarf in Reverse. Alla fine non ci capisco più un cazzo, ma sono contento.

Il disco si chiude con un “boh”, sull’ultima nota degli Ultrakelvin, riassuntivo di tutti i 42 minuti, o forse è un “beeuh” (con “eu” pronunciato alla francese). Qualunque cosa sia, è una grande idea secondo me, non perché non so cosa pensare ma perché non c’è modo migliore di un boh per definire questo split, che non è definito, che non dà limiti, confini e frontiere al desiderio di cambiare, da un momento all’altro, senza preavviso, sempre. È il migliore anti-noia del 2017, ogni volta che riparto da capo ad ascoltarlo trovo robe nuove. Prodotto da MacinaDischi – un’etichetta che fa cose che spaccano, da seguire sempre – e Antena Krzyku, streaming a questo link.

Italia Fury Land: il raccoltone della musica che mi è arrivata sulla mail negli ultimi 2 mesi

 

erion_speaks_coverart

In da face di chi sostiene che l’Italia non produce musica nuova e fa un discorso vecchio sul quale non vuole arrendersi per noia e comodità, ho fatto un sussidiarione di quasi tutti i gruppi che mi sono arrivati nella mail in aprile e maggio. La quantità c’è.
Pastel hanno fatto L’acchiappanuvole. È un disco punk hard core con alcuni momenti molto poetici e di disperazione, alcune aperture soddisfacenti che alternandosi ad attimi di vera rage raccontano la storia di un salto nel buio dentro se stessi registrato con cura, compresi i sibili degli arti che precipitano. Possiamo godercelo sia in versione strumentale che cantata, un’urgenza artistica, una scelta imprescindibile dettata dal fatto che all’inizio i Pastel erano un duo strumentale, poi hanno aggiunto una voce nel buio. Il disco è uscito in aprile per una cordata irripetibile di etichette, 15 sono straniere 4 italiane.
Su YouTube uscito il video naturalista di El Xicano (Silvio Pasqualini dopo Le mele agre, Australia e Robot), si chiama I mostri, da La grande paura EP. El Xicano è musicalmente in quota Rimini (Stop records) ma è di Gambettola e mi ricorda molto un classico del circondario cesenate anni 90, i Pulsar. Una canzone che non fa bene, non fa male, passa.
Visti al Sidro, gli Hyperwulff, il gruppo del bassista dei Marnero, non erano stati furiosi come mi avevano predetto. Su disco (Volume One: Erion Speaks, Martire Dischi) mi sono piaciuti di più. Il concept, sul racconto delle gesta di Hyperwülff e della battaglia del pianeta Erion IX contro il terribile Robo-goat, invasore alieno distruttore di mondi, è cosmico e le grafiche di SoloMacello lo sono ancora di più. Suonano metal core, alcune volte sono belli lenti (Raging Hunger), altre no, altre mi ricordano i Torche (20 Pillar) e altre (In Ruins) le lande quasi desolate ma piene di morte dei film post apocalittici italiani come 2019 Dopo la caduta di New York o minchiate simili. Volume One: Erion Speaks però non è una minchiata, tutt’altro, ha la stessa carica difficilmente governabile di Mad Max Fury Road che ho visto settimana scorsa, o quella prima, suoni compattissmi, cambi di tempo belli. Soundcloud.
Per Maple Death Records, la stessa di Havah/His Electro Blue Voice e Stromboli, ho ascoltato per ora una sola canzone dell’EP dei Bed Meds di Liverpool. Il pezzo si chiama Hoax Apocalypse ed è una specie di corrente alternata tra i Mudhoney nella strofa, un modo peculiare d’interpretare i Boys Next Door nel ritornello, ma più distorsioni meno seriosoni, e i Pissed Jeans un po’ dappertutto. Ve lo consiglio (tutto il disco, lo farò anch’io) poi fate voi.

BM_TAPE_300

Mi è arrivato anche A Way Back, secondo album degli Other Voices, uscito per RBL Music Italia. L’ho ascoltato anche tutto, e sono sicuro che almeno una vaga somiglianza al modo di cantare (principalmente, impostatissimo) si ritrova in altri cantanti riconosciuti come ottimi interpreti e scrittori. Dal comunicato stampa il cantante in questione pare chiamarsi Vincezo. Vincezo. Quindi, perché non apprezzare anche gli Other Voice? A voi il piacere. Di sicuro hanno molte più probabilità e interesse di sfondare (fare successo) di altri che lo meriterebbero ma che non fanno di quella conquista la missione principale del proprio scrivere musica. Gli Other Voice hanno registrato il disco a Liverpool in uno studio in cui sono passati anche Coldplay, Paolo Nutini ed Echo and the Bunnymen. Fanno new wave pop con la peggiore batteria mai sentita e suoni anonimi ma in effetti amabilissimi. Alcune interessanti informazioni estratte dal comunicato stampa sono che David “Yorkie” Palmer (ex bassista degli Space) produce e Kevin Paul (Depeche Mode, Goldfrapp, The Horrors) fa il mastering. Grande la selezione dell’ufficio stampa sui nomi da sventolare per far intendere lo sborone che è KPaul. Ma suoi sono pure David Guetta, The Temper Trap, Kate Moss, omissione faziosissima. Insomma, per A Way Back un sacco di gente famosa ha fatto un lavoro mediocre per cercare di tirare fuori due lire da un disco svendibilissimo (agli amanti del genere? Agli sprovveduti?), per sbarcare il lunario delle proprie ex carriere. The Horrors sono il più fresco tentativo di Kevin Paul, che io non so chi sia, di fare merda profumatissima.

nocoverpergliothervoices.jpg

Il disco dei More Lemonade si chiama Like falling in love in September ’96. Ci sono i cori da braccia alzate e occhi chiusi al cielo e cose allineate all’emo, ma anche una bella scrittura. C’hanno i pezzi insomma, e soprattutto c’hanno la batteria, che più della chitarra fa il disco, con passaggi e dettagli non trascurabili. Il resto è una buona chitarra arpeggiata, un’ottima chitarra distorta, un buon basso e una voce che ogni tanto tira la corda verso il pop punk anni 90. Bandcamp.
Un anno fa circa avevo ascoltato Carne e non mi era piaciuto. Giungla è il secondo disco dei Gouton Rouge (V4V Records), che sono cambiati ma non mi piacciono lo stesso. Il (mio) problema dei Gouton Rouge è che neanche quando sono distorti riescono a convincermi delle loro distorsioni, non riescono a tirare fuori dalla musica lo stesso disagio che si suppone venire dai testi. Non che non ci provino, ma non ci credo. In questo disco, poi, i riverberi ci sono, ma sono lontani e lasciano molto spazio a un suono medioso produttissimo. Alcuni momenti new wave pop forse richiedono quel tipo di suono (Demoni di giorno) ma sembra un disco suonato coi guanti e in punta di piedi, per paura di prendere una direzione troppo decisa verso il disagio, anche quando si spingono (un po’) oltre coi suoni (Sulle mie labbra) sulle vie dello shoegaze emo. È un passo indietro, perché Carne era più vero. Spotify.
Gli Automa da Molfetta invece hanno fatto Demo, tre pezzi con un basso sempre invadente, non con violenza, con grazia. La precisione con cui è suonato il disco è evidente, ma gli toglie quella furia mathrock, genere al quale gli Automa potrebbero appartenere. Il suono pulitissimo, la chitarra spesso limpida e il rullante sfibrato ma secco fanno venire fuori pochi momenti di vera scaglia.

uno shot degli Other Voice dai, con quello col cappello che adesso batte le ciglia e ti fa scomparire

I pezzi dei 124C41+ (leggi One To Foresee For One Another), che escono per Stay Home: Gigs & Records e Dreamingorilla, si chiamano Tagma 1, 2 e 3 e sono dentro a EP. Possono essere un magma, nel senso che portano avanti l’idea più devastante dei Mogwai nella creazione di vuoti della vita riempiti con le chitarre dell’apocalisse, all’improvviso o dopo un crescendo, o nel senso che sono lenti. La lentezza diventa davvero soddisfacente quando si unisce alle voci screamo, in Tagma 2. Negli echi della chitarra di Tagma 3 mi trovo a mio agio un po’ questa mattina in cui ho bevuto poco caffè. EP è ambient, nel senso che sta creando un ambiente di concentrazione nella mia testa.
Probabilmente però le migliori chitarre di questo giro di mail e non solo le ho sentite in Tutto (Cloudhead-Records e V4V, lo ascolti qvi), il disco di questo gruppo che si chiama Le Sacerdotesse dell’isola del piacere e con questo nome richiama in vita desideri nati di fronte alle pellicole di cinema horror italiano degli anni 80 conturbantissime nel titolo, non allo stesso modo nello svolgimento. Del resto L’incoerenza della scienza lo dice: “se avessi più sogni scoperei di più”. “Vengo subito in una sola volta” (Tutto di corsa) è una frase che vale per tutti noi. Il sogno delle sacerdotesse sull’isola del piacere non è sufficiente, ci vuole più carne. Allora lo sfogo è in quelle chitarre e in questo disco, vago come lo shoegaze, triste come l’emo, con un istinto omicida dei testi da Verdena. Testi che spesso non hanno senso ed è lì che s’incaglia il sogno, che cerca uno sviluppo ma non lo trova. E le parole danno voce a questa condizione miserabile d’insoddisfazione, più quando non significano niente che quando significano qualcosa. Avevo ascoltato Tutto a settembre, quando è uscito, ed era scivolato via sul piano inclinato della mia indifferenza. Oggi, anzi ad Aprile, esce questo video, lo riascolto e mi piace tantissimo. Ieri sera sentivo Le armi (aka il pezzo jam) dei Uochi Toki, che è cattivissimo nei confronti del prossimo, e provavo un gusto enorme nell’ascoltare quelle parole. Tutto è un disco arrabbiato ma piagnone, e provo un gran piacere ad ascoltarne i testi. Non ho preferenze per un modo o per l’altro di scrivere, perché sono tutti e due dettati da un sentimento verso l’esterno che provo davvero. Due sentimenti diversi, possono entrambi far parte di una sola persona, non bisogna per forza scegliere quale scrittura preferire.
Grand DétourTripalium, un sacco di etichette italiane (DreaminGorilla Records, Shove Records, Drown Within Records e Rude Records Savona) e altre 1000 straniere. Loro sono francesi e questo è un disco perfetto, suonato meravigliosamente bene sui ritmi e i suoni canonici del post rock e del post hardcore: crescendo, cambi di tempo, arpeggi e botte di chitarre distorte, alcune volte noise. La perfezione in alcuni momenti gli permette di creare passaggi esaltanti (La Penibilite Et La Crasse). Bello da ascoltare, ma niente più di questo.

e questo è solo il fronte (Paper Resistance)

e questo è solo il fronte (di Paper Resistance)

Macina Dischi mi ha mandato due cose. La prima è La vita agra dei Santa Banana. La velocità è l’unica scelta possibile e ascoltandoli è così, a parte per quanto riguarda l’uscita del disco, registrato nel 2012 uscito nel 2014. Dentro a questo La vita agra c’è quel sentimento di ribellione erotica escatologica anticlericale porno che mi da una soddisfazione enorme. Canzoni brevissime ma che ti fanno pesare tutti i secondi che passano, alla Minutemen di Double Nickels on the Dime. Alcuni passaggi (per esempio in Mamma Roma o Valanga) sono molto rigidi, ma tutto l’insieme ha questo tocco violento che gli dà un significato-oltre i singoli momenti. Un grande piano di devastazione. Esaltanti come i Disquieted By, con la stessa freddezza dei Uochi Toki (e due) nelle parole e nell’analisi dello schifo che ci circonda come uomini in un mondo di uomini di merda. La voce è Luca Hot one dei Marnero, Si Non Sedes Is e Laghetto. I nomi degli Squadra Omega invece sono OmegaMatt, OmegaG8, OmegaDav, OmegaFrank, OmegaBu e OmegaMac. Il disco si chiama Altri occhi ci guardano (Macina con Outside Inside Records – streaming) ed è un trip che va dai suoni dell’afrobeat a quelli Krautrock. Ammetto di aver perso la concentrazione in alcuni momenti di questo viaggio e mi pare che i momenti più difficili siano stati quelli più dilatati e psico. Collettivo d’improvvisazione psichedelica si fanno chiamare e io mi ero spaventato molto all’inizio. In realtà poi su 67 minuti di disco sono più le parti durante le quali mi sono divertito ad ascoltare dove vanno a finire gli strumenti che si ripetono si ripetono si ripetono ma fanno anche percorsi cui posso stare dietro senza perdere la sveglia (la chitarra e la batteria in Sospesi nell’oblio). La mosca che vola all’inizio di La nube di Oort non è che il piacevole e denso di ricordi inizio verso un viaggio nuovo, dronizzato, pieno di suoni sussurrati da cui poi spunta fuori una batteria. Tutto in cinque minuti, poco ma abbastanza. La soluzione è la migliore: addensare la psichedelia in un lasso di tempo molto limitato, per fare in modo che il suono non abbia molto spazio per svilupparsi ma debba farlo subito. Per il cervello, questa soluzione di concentrazione può essere invasiva. È alternata al suo contrario. Tutto il disco è un alternarsi di pezzi lunghi e corti. Il labirinto, che dura 12min e 42sec, ha passaggi meno stressanti e stressati, con il basso che fa da timone per tutti gli altri strumenti che gli suonano intorno uno dopo l’altro fino a ridursi a delle vocine malate. Non disperate, o disperate anche di più, non c’è solo psichedelia: Hyoscyamus e Le rovine circolari sono pezzi arpeggiatissimi con la chitarra e Altri occhi ci guardano la title trackkk è un funkettone. Super trip fantascientifico, ma non credo che lo riascolterò a breve.
Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi. Sembra essere questo il messaggio di From Dawn To Dusk dei Repsel, prog rock con una voce femminile pulitissima e angoli metal o angoli di vuoto totale in cui vengono fuori dall’orizzonte lontano il basso che svisa e la chitarra che arpeggia o funkeggia. Il disco passa da attimi di leggerezza pianoforte e violino, come la primavera gentile che si posa sui nostri prati, a chitarroni dal suono crossover e synth rollanti, come un incontro al buio con l’uomo quarantenne più tamarro che abbiate mai visto. È il disco più cinghione di questo giro di email, con arrangiamenti rigidissimi costruiti come piccoli cassetti che apri e chiudi (I’ll erase one everyday o la title track, addirittura). Metal da vendere, tra Bon Jovi e gli Evanescence e sicuramente anche qualcosa di più recente ma rimasto indietro, gusto retrò e cinghonismo, From Dawn To Dusk è stato prodotto con Musicraiser, che non è per forza una cosa positiva, e ha avuto un grande successo live in Sri Lanka. Se c’è del cinghionismo, non sempre c’è il desiderio di fare musica per fare successo nella scena; se c’è il desiderio di fare successo non è detto che ci sia del cinghionismo; ma le due cose insieme sono una bomba.

vomitar

La stessa fotta di far sapere che hanno partecipato a prestigiosi festival internazionali ce l’hanno gli À l’auge fluorescente. La partecipazione a un festival non è sinonimo di qualità, anche se lo definisci internazionale, o prestigioso. Quello che tirano fuori gli À l’auge fluorescente si chiama Voci dal sud music festival che se non ho capito male è il nome cui fa capo una serie di concerti, tra i quali il MessApp Coast, la cui line up nel 2014 era Motel Connection, Mannarino, Alborosie e Almamegretta. Il disco degli À l’auge fluorescente si chiama Taking My Youth (Overdub Recordings). Sono comprensibili le esigenze di questi gruppi, che escono con dischi in linea con il gusto del pubblico che vogliono conquistare, quello dei festival internazionali, dove è sufficiente dare alla gente un po’ di generi musicali belli canonizzati facili da ascoltare e ballare, seppur con qualche deviazione personale ma comunque sputtanatissima. Qui siamo all’incrocio maledetto tra Alanis Morrisette e, sempre per citare sempre le stesse cose, Evanescence, che rappresentano uno dei più grossi nomi di riferimento per i gruppi che ancora adesso hanno la malaugurata idea di fare del gothic symphonic theatrical nu metal seconda metà 90- anni 2000 in chiave commerciale. A À l’auge fluorescente (che sono italianissimi) va dato atto che sporcano tutta quella roba là sopra e la trasformano più in emo dream rock, così come va dato atto ai Repsel che se gli piace Bon Jovi fanno bene a prendere ispirazione dall’eterno autore di it’s my life/it’s now and never/i ain’t gonna live forever. Va dato atto infine agli ucraini F@B di aver fatto un disco potentissimo di rapcore (Talmbout’Dat, Overdub Recordings) dove i grandi feelings frustranti e gotici nell’animo rimangono sempre al centro della questione, seppure con irrimediabili influenze più che di Korn e Limp Bizkit, di quelli che cantavamo uh!balena e che adesso non mi riesce di trovare su google.

Finiamola, con I .Muri che si sono autoprodotti Traffico mentale e sono Lorenzo Castagna, Valerio Pompei e Giulio Di Furia (anche se non mi sembra). Un album progpsychcountry in cui si parla di grémbo che fa rima con témpo, o di ménte e mòndo tòndo fòndoooeh, e dal punto di vista dei testi ho capito che non ci siamo. Via gli Afterhours da questo corpo. C’è qualcosa che non mi quadra nella batteria, che spesso è più avanti della chitarra (Tratti). Vuoti cosmici alcune volte prendono il sopravvento e la canzone gli si accartoccia dentro (Porotone). Molto meglio con Chiego – anche se per pochi attimijooo – che naturalmente parla di sesso associandolo al Vangélo, in pieno stile anticristologico agnelliano. Comunque, secondo me l’album andava un attimo rivisto. Mi sono divertito tantissimo invece, sin dal primo secondo, ad ascoltare quella bomba cotonosa di Insana mente EP dei Miwook (Dreamingorilla Records). Siamo (anzi sono, lontanissimi dalla terra) in territorio tra Subsonica e sclero acido, psichedelica pompatissima e pomposissima con il synth a manovella, in fase preghiera spaziale e un po’ diabolica lunga quasi quattro canzoni che si leva e si diffonde, salvatemi, però il ritornello di Ad ogni modo stavamo esplodendo non è male. Sembra di precipitare nella follia di una mente che non si può fermare, poi arriva il pianoforte di Doc. Frank a far rientrare un possibile malore. Ripartono quasi subito. Chissà come sono dal vivo. Fatti un giro sullo streaming.

(LUCERTULAS, ANATOMYAK) Un album bello da ritornare

lucertula-anatomyak-neuroni

La musica veloce non mi piace sempre. La musica veloce è come le giornate che passano veloci, alcune volte una cosa positiva, altre no. La velocità nella musica per me significa più o meno hardcore e se penso a qualcosa di veloce adesso penso a Minor Threat e Gorilla Biscuits. Ci sono stati anni in cui ascoltavo i Gorilla di continuo, in macchina, a casa, a correre. Poi per qualche motivo hanno perso quel calore al vitriolo e ho smesso. Quando facevo uso massiccio delle Playlist di iTunes ho scaricato i Gorilla, perché avevo anche cambiato casa e mio fratello col cazzo che mi ha dato i dischi, CIV compresi. Anni dopo il computer si è spaccato e ho perso tutto quello che c’era dentro. Era un po’ di tempo che non sentivo una nota dei Gorilla Biscuits, da allora, fino all’altro ieri. Ci sono altre cose veloci nel mondo, e il mio rapporto con loro corrisponde in modo molto preciso al mio rapporto con la musica veloce, ne ho voglia, non ne ho voglia. Il mio è l’atteggiamento della figa che scopre di averla e per anni conduce al massacro l’adolescente maschio che le piace più degli altri. “Ci sono posti da ritornare per la voglia” diceva mia nonna Lidia, che del verbo ritornare usava il significato intransitivo ma gli anteponeva la preposizione di quello transitivo, e io ho sempre voluto sentirmi libero e coraggioso come lei. Di ascoltare certi dischi ti ritorna la voglia. Stamattina ho ascoltato The Brawl dei Lucertulas, di cui poco tempo fa ho comprato copia fisica. È un disco teso, con un’inclinazione noise non tanto profonda quanto quella del precedente Tragol de Rova ma ancora presente, è quasi un respiro unico, fino alla sesta canzone, dopodiché c’è un attimo di riposo significativo poi si riparte. È un disco veloce che ritorna, ma non riesco ad ascoltarlo più volte di seguito. Anatomyak (di cui ho già scritto un po’ qui prima della pubblicazione ma su cui ho voglia di ritornare) è uscito in aprile quindi ritorna in modo diverso, più sorprendente, non solo perché è più nuovo, ma perché cambia i Lucertulas conosciuti fino a oggi. Messe da parte le scricchiolature noise, è più pestato e io adesso ho voglia delle cose che mi dà Anatomyak, = chitarre che cambiano tempo e che non è (sempre) corretto dire che rallentano, ma rimangono piene e lasciano suonare la distorsione, le danno più lunghezza, non la spezzano (The SailorA Good Father sono i pezzi in cui questo si sente meno, Sickness è IL PEZZO del disco). Non discuto la superiorità di uno di questi tre dischi sugli altri, ma penso alla capacità della musica di allontanarsi e avvicinarsi da/a te, cambiando con gli anni tu stesso e le sonorità di un gruppo, oppure no, e innescandosi un rincorrersi tra le due parti che è tanto più bello quanto è meno definito da scelte dettate dalla consapevolezza di un suono prediletto. Anatomyak è l’approdo, non posso dire se temporaneo o no, ma comunque un approdo, di un discorso che cambia e una parte del discorso sono io, che cambio, oppure no, ma in questo caso ho incontrato questo disco, l’ultimo dei Lucertulas, che è diverso dal penultimo e che continuo a riascoltare.

[Lucertulas, AnatomyakMacinaDischi / Robotradio Records, streaming].

16 marzo 2013, RobotMacinaFest 3 con Squadra Omega, Putiferio e Kelvin

16 marzo 2013, RobotMacinaFest 3 con Squadra Omega, Putiferio e Kelvin

Il terzo appuntamento con RobotMacinaFest, il festival concertoso organizzato da RobotRadio Records assieme a Macina Dischi. Fate spam.

Le foto del concertone, i Putiferio al Sidro

Allora, fate partire il video sotto e guardatevi le foto ancora più sotto. Hopileptic! vi accompagnerà dentro la galleria di scatti maldestri del concerto dei Putiferio al Sidro di Savignano sul Rubicone. Che idea, eh? I Putiferio hanno spaccato. Leggetevi anche le recensioni degli album: Ate Ate Ate e Lov Lov Lov.

Lov Lov Lov, Putiferio: ecco perchè voltare finalmente pagina

Può succedere (e questo incipit non è certo dei più originali ma è dovuto, per non cadere in una generalizzazione che sarebbe eccessivamente penalizzante) che sulle riviste specializzate italiane si trovino affermazioni che danno la scena musicale italiana come morta. Solitamente, la si mette sul piano classico del “non esistono più i gruppi di una volta”, anche se si afferma di non voler dire “che non esistono più i bei gruppi di una volta”, e il principio è quello che espletava la Paolino Paperino Band quando cantava Extracomunitario: “Io! Non sono mica razzista però! Ma quanti lo dicono! Io non sono mica razzista però basta che tornino tutti a casa loro e non mi fottano il lavoro…”. Cioè è come dire una cosa però dire che non la si dice.
Spesso, adesso, si parla dei tempi d’oro riferendosi ai Dischi del Mulo, al CPI, e poi ai CCCP/CSI e ai primi Marlene Kuntz e anche ai La Crus (sempre e solo i primi). Tempi splendidi, non lo nego. Conseguenza di questo discorso è il tirar merda sui protagonisti di quell’era, che oggi si sono conformati, sono degli stronzi, dicono cacate e via dicendo. Spesso si sbaglia anche bersaglio prendendo di mira per esempio più Cristiano Godano perchè è andato a Sanremo o perchè scrive sul Fatto Quotidiano e non Giovanni Lindo Ferretti che nel 2010 ha dichiarato “Meno male che c’è la Lega, altrimenti non avrei saputo per chi votare”. Al di là del fatto che si sbaglia vittima, non si tiene neanche in considerazione che quelli che avevano 30 anni nel 1994 (quando uscì Catartica, il primo dei Marlene) e che ascoltavano già i CCCP, i Litfiba o i Diaframma dicevano “non esiste più la musica di quando ero giovane io”. E così via dicendo fino al tempo in cui i romani dicevano che gli etruschi suonavano meglio le percussioni, e oltre ancora.
A cercare bene, c’è sempre qualcosa di buono, se non ottimo. L’ottimismo è il sapore della vita, lo dico anch’io.
Prendi per esempio tutto il Lato Oscuro della Costa e i progetti paralleli (qui Moder, ma c’è anche dell’altro che il Lato Oscuro ci propone), la Minoia Records, la To Lose La Track (neuronifanzine ha scritto di Chambers e Disquieted By ma i gruppi in casa To Lose La Track sono tanti e diversi tra loro), Robotradio Records e La Macina Dischi, oppure Fromscratch Records (Topsy the Great). Sono cambiati i tempi e le modalità, ma questo conta poco, quello che conta è che a fare certi discorsi ci si obbliga a chiudere gli occhi e ci si perde un sacco di robbba buona. Tra parentesi, le etichette e i gruppi nominati sono solo una parte di una ben più ampia galassia di buone produzioni (sono quelle che, in questo momento della mia vita preferisco) e sono in piedi già da alcuni anni. Tra l’altro, lode all’iniziativa di Hana-Bi/Bronson, che nelle serate Rifondazione Indie Rock fa suonare le meglio cose dell’indie italiano de oggi (prossimo appuntamento il 10 novembre).
Lov Lov Lov dei Putiferio (aprile 2012, Robotradio Records e La Macina Dischi) è una delle cose per cui vale non lagnarsi e aprire gli occhi. Prima di tutto dentro c’è Amazing Disgrace, che suona come un pezzo hc vecchia scuola ma aggiunge svise di chitarra e batteria che è un piacere stargli dietro ad ascoltarle. Perchè sono travolgenti. L’album unisce ritmiche sincopate a distorsioni corpose, ben costituite dalla perfetta amalgama chitarra-chitarra. Ed è infatti piuttosto il guitar noise (?!?) che dà carattere e corposità al tutto. Ma la chitarra sa anche regalarci momenti di poesia (uno, l’arpeggio in Hopileptic!). Bestiale il lavorìo della batteria, mai uguale a se stessa, attorcigliata alle canzoni e attorcigliante le ritmiche, pese e graziate allo stesso tempo. In senso contrario, Loss Loss Loss spezza, nel finale, l’andamento dell’album, rallentandolo un pò, ma dandogli anche quello schiaffo elettronico ben arrangiato e d’ambiente che sfida tutte le altre canzoni, e chi le ascolta, a osare di più. Ci sono gli echi dei PiL, dei Korn e di certi esperimenti di Lee Ranaldo. Industrial. Tracce di Industriale si trovano in Now The Knife Is My Shrink, dove il cantato lamentoso ti porta a una melodia e a un giro chitarre/batteria che genera un altro ritmo, e la voce prende a correre di più. A questo punto il muro delle distorsioni risulta insuperabile. Si tratta di una caratteristica estendibile a tutto l’abum: quando i ritmi della batteria insistono più su sè stessi, le distorsioni trionfano e non lasciano spazio al passaggio nemmeno di un filo. O di un moscerino. True Evil Black Medal chiude Lov Lov Lov con una drum machine che ha una storia a sé, nell’incipit: si intreccia con una chitarra noisy e poi si trasforma in batteria acustica, passando per un ritornello apertissimo e finendo per costituire una ritmica distante ma perfetta.
La cosa grandiosa in questo disco è che non si avvertono i passaggi dalla strofa al ritornello, anche se ci sono, non se ne avverte la ripetizione. I Putiferio suonano molto sulla struttura della canzone, non toccandone i pilastri “tradizionali”, ma distruggendone i passaggi con variazioni sul suono e sul ritmo. Non è possibile non avvertire l’apertura che alcune canzoni hanno, il carattere che assumono partendo da ritmi scheletrici ed esplodendo in un secondo momento in giri potentissimi. Void Void Void è forse l’esempio più adatto per ascoltare questo tipo di alto-basso, pieno-vuoto: secca come la gola nel deserto all’inizio, piena fino all’orlo dopo. E ogni volta il vuoto cambia, si modifica, così come il pieno, mai uguale a se stesso. Anche attraverso questo la struttura della canzone viene rimestata, confusa, grazie a sonorità aggressive e pungenti e a varianti impreviste.
I Putiferio sono Luca (batteria), Panda (voce), Mirco (chitarra), Jan (chitarra) e vengono da Padova. Lov Lov Lov è stato registrato e missato da Giulio Ragno Favero (One Dimensional Man, Il Teatro degli Orrori, Zu ma anche il primo disco dei Putiferio) e Andrea Cajelli (Ghost Records) ed è di una complessità musicale e sonora molto rare. Superiore, da questo punto di vista, allo splendido You Kill Me dei One Dimensional Man, al quale lo si può accostare per incisività e modalità di trattare il suono della chitarra. Ma Lov Lov Lov è più vario e più divertente. Impossibile non prenderlo in considerazione: ascoltatelo, sveglia, invece di tormentare i nostri vecchi (cari) amori musicali.

PS. Il precedente album dei Putiferio è Ate Ate Ate, al quale riserveremo un’altra recensione (eccola qui). Non bastano le poche righe in chiusura della presente.
Le foto dei Putiferio live al Sidro di Savignano sul Rubicone (FC), 17 novembre 2012.