Italia Fury Land: il raccoltone della musica che mi è arrivata sulla mail negli ultimi 2 mesi

 

erion_speaks_coverart

In da face di chi sostiene che l’Italia non produce musica nuova e fa un discorso vecchio sul quale non vuole arrendersi per noia e comodità, ho fatto un sussidiarione di quasi tutti i gruppi che mi sono arrivati nella mail in aprile e maggio. La quantità c’è.
Pastel hanno fatto L’acchiappanuvole. È un disco punk hard core con alcuni momenti molto poetici e di disperazione, alcune aperture soddisfacenti che alternandosi ad attimi di vera rage raccontano la storia di un salto nel buio dentro se stessi registrato con cura, compresi i sibili degli arti che precipitano. Possiamo godercelo sia in versione strumentale che cantata, un’urgenza artistica, una scelta imprescindibile dettata dal fatto che all’inizio i Pastel erano un duo strumentale, poi hanno aggiunto una voce nel buio. Il disco è uscito in aprile per una cordata irripetibile di etichette, 15 sono straniere 4 italiane.
Su YouTube uscito il video naturalista di El Xicano (Silvio Pasqualini dopo Le mele agre, Australia e Robot), si chiama I mostri, da La grande paura EP. El Xicano è musicalmente in quota Rimini (Stop records) ma è di Gambettola e mi ricorda molto un classico del circondario cesenate anni 90, i Pulsar. Una canzone che non fa bene, non fa male, passa.
Visti al Sidro, gli Hyperwulff, il gruppo del bassista dei Marnero, non erano stati furiosi come mi avevano predetto. Su disco (Volume One: Erion Speaks, Martire Dischi) mi sono piaciuti di più. Il concept, sul racconto delle gesta di Hyperwülff e della battaglia del pianeta Erion IX contro il terribile Robo-goat, invasore alieno distruttore di mondi, è cosmico e le grafiche di SoloMacello lo sono ancora di più. Suonano metal core, alcune volte sono belli lenti (Raging Hunger), altre no, altre mi ricordano i Torche (20 Pillar) e altre (In Ruins) le lande quasi desolate ma piene di morte dei film post apocalittici italiani come 2019 Dopo la caduta di New York o minchiate simili. Volume One: Erion Speaks però non è una minchiata, tutt’altro, ha la stessa carica difficilmente governabile di Mad Max Fury Road che ho visto settimana scorsa, o quella prima, suoni compattissmi, cambi di tempo belli. Soundcloud.
Per Maple Death Records, la stessa di Havah/His Electro Blue Voice e Stromboli, ho ascoltato per ora una sola canzone dell’EP dei Bed Meds di Liverpool. Il pezzo si chiama Hoax Apocalypse ed è una specie di corrente alternata tra i Mudhoney nella strofa, un modo peculiare d’interpretare i Boys Next Door nel ritornello, ma più distorsioni meno seriosoni, e i Pissed Jeans un po’ dappertutto. Ve lo consiglio (tutto il disco, lo farò anch’io) poi fate voi.

BM_TAPE_300

Mi è arrivato anche A Way Back, secondo album degli Other Voices, uscito per RBL Music Italia. L’ho ascoltato anche tutto, e sono sicuro che almeno una vaga somiglianza al modo di cantare (principalmente, impostatissimo) si ritrova in altri cantanti riconosciuti come ottimi interpreti e scrittori. Dal comunicato stampa il cantante in questione pare chiamarsi Vincezo. Vincezo. Quindi, perché non apprezzare anche gli Other Voice? A voi il piacere. Di sicuro hanno molte più probabilità e interesse di sfondare (fare successo) di altri che lo meriterebbero ma che non fanno di quella conquista la missione principale del proprio scrivere musica. Gli Other Voice hanno registrato il disco a Liverpool in uno studio in cui sono passati anche Coldplay, Paolo Nutini ed Echo and the Bunnymen. Fanno new wave pop con la peggiore batteria mai sentita e suoni anonimi ma in effetti amabilissimi. Alcune interessanti informazioni estratte dal comunicato stampa sono che David “Yorkie” Palmer (ex bassista degli Space) produce e Kevin Paul (Depeche Mode, Goldfrapp, The Horrors) fa il mastering. Grande la selezione dell’ufficio stampa sui nomi da sventolare per far intendere lo sborone che è KPaul. Ma suoi sono pure David Guetta, The Temper Trap, Kate Moss, omissione faziosissima. Insomma, per A Way Back un sacco di gente famosa ha fatto un lavoro mediocre per cercare di tirare fuori due lire da un disco svendibilissimo (agli amanti del genere? Agli sprovveduti?), per sbarcare il lunario delle proprie ex carriere. The Horrors sono il più fresco tentativo di Kevin Paul, che io non so chi sia, di fare merda profumatissima.

nocoverpergliothervoices.jpg

Il disco dei More Lemonade si chiama Like falling in love in September ’96. Ci sono i cori da braccia alzate e occhi chiusi al cielo e cose allineate all’emo, ma anche una bella scrittura. C’hanno i pezzi insomma, e soprattutto c’hanno la batteria, che più della chitarra fa il disco, con passaggi e dettagli non trascurabili. Il resto è una buona chitarra arpeggiata, un’ottima chitarra distorta, un buon basso e una voce che ogni tanto tira la corda verso il pop punk anni 90. Bandcamp.
Un anno fa circa avevo ascoltato Carne e non mi era piaciuto. Giungla è il secondo disco dei Gouton Rouge (V4V Records), che sono cambiati ma non mi piacciono lo stesso. Il (mio) problema dei Gouton Rouge è che neanche quando sono distorti riescono a convincermi delle loro distorsioni, non riescono a tirare fuori dalla musica lo stesso disagio che si suppone venire dai testi. Non che non ci provino, ma non ci credo. In questo disco, poi, i riverberi ci sono, ma sono lontani e lasciano molto spazio a un suono medioso produttissimo. Alcuni momenti new wave pop forse richiedono quel tipo di suono (Demoni di giorno) ma sembra un disco suonato coi guanti e in punta di piedi, per paura di prendere una direzione troppo decisa verso il disagio, anche quando si spingono (un po’) oltre coi suoni (Sulle mie labbra) sulle vie dello shoegaze emo. È un passo indietro, perché Carne era più vero. Spotify.
Gli Automa da Molfetta invece hanno fatto Demo, tre pezzi con un basso sempre invadente, non con violenza, con grazia. La precisione con cui è suonato il disco è evidente, ma gli toglie quella furia mathrock, genere al quale gli Automa potrebbero appartenere. Il suono pulitissimo, la chitarra spesso limpida e il rullante sfibrato ma secco fanno venire fuori pochi momenti di vera scaglia.

uno shot degli Other Voice dai, con quello col cappello che adesso batte le ciglia e ti fa scomparire

I pezzi dei 124C41+ (leggi One To Foresee For One Another), che escono per Stay Home: Gigs & Records e Dreamingorilla, si chiamano Tagma 1, 2 e 3 e sono dentro a EP. Possono essere un magma, nel senso che portano avanti l’idea più devastante dei Mogwai nella creazione di vuoti della vita riempiti con le chitarre dell’apocalisse, all’improvviso o dopo un crescendo, o nel senso che sono lenti. La lentezza diventa davvero soddisfacente quando si unisce alle voci screamo, in Tagma 2. Negli echi della chitarra di Tagma 3 mi trovo a mio agio un po’ questa mattina in cui ho bevuto poco caffè. EP è ambient, nel senso che sta creando un ambiente di concentrazione nella mia testa.
Probabilmente però le migliori chitarre di questo giro di mail e non solo le ho sentite in Tutto (Cloudhead-Records e V4V, lo ascolti qvi), il disco di questo gruppo che si chiama Le Sacerdotesse dell’isola del piacere e con questo nome richiama in vita desideri nati di fronte alle pellicole di cinema horror italiano degli anni 80 conturbantissime nel titolo, non allo stesso modo nello svolgimento. Del resto L’incoerenza della scienza lo dice: “se avessi più sogni scoperei di più”. “Vengo subito in una sola volta” (Tutto di corsa) è una frase che vale per tutti noi. Il sogno delle sacerdotesse sull’isola del piacere non è sufficiente, ci vuole più carne. Allora lo sfogo è in quelle chitarre e in questo disco, vago come lo shoegaze, triste come l’emo, con un istinto omicida dei testi da Verdena. Testi che spesso non hanno senso ed è lì che s’incaglia il sogno, che cerca uno sviluppo ma non lo trova. E le parole danno voce a questa condizione miserabile d’insoddisfazione, più quando non significano niente che quando significano qualcosa. Avevo ascoltato Tutto a settembre, quando è uscito, ed era scivolato via sul piano inclinato della mia indifferenza. Oggi, anzi ad Aprile, esce questo video, lo riascolto e mi piace tantissimo. Ieri sera sentivo Le armi (aka il pezzo jam) dei Uochi Toki, che è cattivissimo nei confronti del prossimo, e provavo un gusto enorme nell’ascoltare quelle parole. Tutto è un disco arrabbiato ma piagnone, e provo un gran piacere ad ascoltarne i testi. Non ho preferenze per un modo o per l’altro di scrivere, perché sono tutti e due dettati da un sentimento verso l’esterno che provo davvero. Due sentimenti diversi, possono entrambi far parte di una sola persona, non bisogna per forza scegliere quale scrittura preferire.
Grand DétourTripalium, un sacco di etichette italiane (DreaminGorilla Records, Shove Records, Drown Within Records e Rude Records Savona) e altre 1000 straniere. Loro sono francesi e questo è un disco perfetto, suonato meravigliosamente bene sui ritmi e i suoni canonici del post rock e del post hardcore: crescendo, cambi di tempo, arpeggi e botte di chitarre distorte, alcune volte noise. La perfezione in alcuni momenti gli permette di creare passaggi esaltanti (La Penibilite Et La Crasse). Bello da ascoltare, ma niente più di questo.

e questo è solo il fronte (Paper Resistance)

e questo è solo il fronte (di Paper Resistance)

Macina Dischi mi ha mandato due cose. La prima è La vita agra dei Santa Banana. La velocità è l’unica scelta possibile e ascoltandoli è così, a parte per quanto riguarda l’uscita del disco, registrato nel 2012 uscito nel 2014. Dentro a questo La vita agra c’è quel sentimento di ribellione erotica escatologica anticlericale porno che mi da una soddisfazione enorme. Canzoni brevissime ma che ti fanno pesare tutti i secondi che passano, alla Minutemen di Double Nickels on the Dime. Alcuni passaggi (per esempio in Mamma Roma o Valanga) sono molto rigidi, ma tutto l’insieme ha questo tocco violento che gli dà un significato-oltre i singoli momenti. Un grande piano di devastazione. Esaltanti come i Disquieted By, con la stessa freddezza dei Uochi Toki (e due) nelle parole e nell’analisi dello schifo che ci circonda come uomini in un mondo di uomini di merda. La voce è Luca Hot one dei Marnero, Si Non Sedes Is e Laghetto. I nomi degli Squadra Omega invece sono OmegaMatt, OmegaG8, OmegaDav, OmegaFrank, OmegaBu e OmegaMac. Il disco si chiama Altri occhi ci guardano (Macina con Outside Inside Records – streaming) ed è un trip che va dai suoni dell’afrobeat a quelli Krautrock. Ammetto di aver perso la concentrazione in alcuni momenti di questo viaggio e mi pare che i momenti più difficili siano stati quelli più dilatati e psico. Collettivo d’improvvisazione psichedelica si fanno chiamare e io mi ero spaventato molto all’inizio. In realtà poi su 67 minuti di disco sono più le parti durante le quali mi sono divertito ad ascoltare dove vanno a finire gli strumenti che si ripetono si ripetono si ripetono ma fanno anche percorsi cui posso stare dietro senza perdere la sveglia (la chitarra e la batteria in Sospesi nell’oblio). La mosca che vola all’inizio di La nube di Oort non è che il piacevole e denso di ricordi inizio verso un viaggio nuovo, dronizzato, pieno di suoni sussurrati da cui poi spunta fuori una batteria. Tutto in cinque minuti, poco ma abbastanza. La soluzione è la migliore: addensare la psichedelia in un lasso di tempo molto limitato, per fare in modo che il suono non abbia molto spazio per svilupparsi ma debba farlo subito. Per il cervello, questa soluzione di concentrazione può essere invasiva. È alternata al suo contrario. Tutto il disco è un alternarsi di pezzi lunghi e corti. Il labirinto, che dura 12min e 42sec, ha passaggi meno stressanti e stressati, con il basso che fa da timone per tutti gli altri strumenti che gli suonano intorno uno dopo l’altro fino a ridursi a delle vocine malate. Non disperate, o disperate anche di più, non c’è solo psichedelia: Hyoscyamus e Le rovine circolari sono pezzi arpeggiatissimi con la chitarra e Altri occhi ci guardano la title trackkk è un funkettone. Super trip fantascientifico, ma non credo che lo riascolterò a breve.
Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi. Sembra essere questo il messaggio di From Dawn To Dusk dei Repsel, prog rock con una voce femminile pulitissima e angoli metal o angoli di vuoto totale in cui vengono fuori dall’orizzonte lontano il basso che svisa e la chitarra che arpeggia o funkeggia. Il disco passa da attimi di leggerezza pianoforte e violino, come la primavera gentile che si posa sui nostri prati, a chitarroni dal suono crossover e synth rollanti, come un incontro al buio con l’uomo quarantenne più tamarro che abbiate mai visto. È il disco più cinghione di questo giro di email, con arrangiamenti rigidissimi costruiti come piccoli cassetti che apri e chiudi (I’ll erase one everyday o la title track, addirittura). Metal da vendere, tra Bon Jovi e gli Evanescence e sicuramente anche qualcosa di più recente ma rimasto indietro, gusto retrò e cinghonismo, From Dawn To Dusk è stato prodotto con Musicraiser, che non è per forza una cosa positiva, e ha avuto un grande successo live in Sri Lanka. Se c’è del cinghionismo, non sempre c’è il desiderio di fare musica per fare successo nella scena; se c’è il desiderio di fare successo non è detto che ci sia del cinghionismo; ma le due cose insieme sono una bomba.

vomitar

La stessa fotta di far sapere che hanno partecipato a prestigiosi festival internazionali ce l’hanno gli À l’auge fluorescente. La partecipazione a un festival non è sinonimo di qualità, anche se lo definisci internazionale, o prestigioso. Quello che tirano fuori gli À l’auge fluorescente si chiama Voci dal sud music festival che se non ho capito male è il nome cui fa capo una serie di concerti, tra i quali il MessApp Coast, la cui line up nel 2014 era Motel Connection, Mannarino, Alborosie e Almamegretta. Il disco degli À l’auge fluorescente si chiama Taking My Youth (Overdub Recordings). Sono comprensibili le esigenze di questi gruppi, che escono con dischi in linea con il gusto del pubblico che vogliono conquistare, quello dei festival internazionali, dove è sufficiente dare alla gente un po’ di generi musicali belli canonizzati facili da ascoltare e ballare, seppur con qualche deviazione personale ma comunque sputtanatissima. Qui siamo all’incrocio maledetto tra Alanis Morrisette e, sempre per citare sempre le stesse cose, Evanescence, che rappresentano uno dei più grossi nomi di riferimento per i gruppi che ancora adesso hanno la malaugurata idea di fare del gothic symphonic theatrical nu metal seconda metà 90- anni 2000 in chiave commerciale. A À l’auge fluorescente (che sono italianissimi) va dato atto che sporcano tutta quella roba là sopra e la trasformano più in emo dream rock, così come va dato atto ai Repsel che se gli piace Bon Jovi fanno bene a prendere ispirazione dall’eterno autore di it’s my life/it’s now and never/i ain’t gonna live forever. Va dato atto infine agli ucraini F@B di aver fatto un disco potentissimo di rapcore (Talmbout’Dat, Overdub Recordings) dove i grandi feelings frustranti e gotici nell’animo rimangono sempre al centro della questione, seppure con irrimediabili influenze più che di Korn e Limp Bizkit, di quelli che cantavamo uh!balena e che adesso non mi riesce di trovare su google.

Finiamola, con I .Muri che si sono autoprodotti Traffico mentale e sono Lorenzo Castagna, Valerio Pompei e Giulio Di Furia (anche se non mi sembra). Un album progpsychcountry in cui si parla di grémbo che fa rima con témpo, o di ménte e mòndo tòndo fòndoooeh, e dal punto di vista dei testi ho capito che non ci siamo. Via gli Afterhours da questo corpo. C’è qualcosa che non mi quadra nella batteria, che spesso è più avanti della chitarra (Tratti). Vuoti cosmici alcune volte prendono il sopravvento e la canzone gli si accartoccia dentro (Porotone). Molto meglio con Chiego – anche se per pochi attimijooo – che naturalmente parla di sesso associandolo al Vangélo, in pieno stile anticristologico agnelliano. Comunque, secondo me l’album andava un attimo rivisto. Mi sono divertito tantissimo invece, sin dal primo secondo, ad ascoltare quella bomba cotonosa di Insana mente EP dei Miwook (Dreamingorilla Records). Siamo (anzi sono, lontanissimi dalla terra) in territorio tra Subsonica e sclero acido, psichedelica pompatissima e pomposissima con il synth a manovella, in fase preghiera spaziale e un po’ diabolica lunga quasi quattro canzoni che si leva e si diffonde, salvatemi, però il ritornello di Ad ogni modo stavamo esplodendo non è male. Sembra di precipitare nella follia di una mente che non si può fermare, poi arriva il pianoforte di Doc. Frank a far rientrare un possibile malore. Ripartono quasi subito. Chissà come sono dal vivo. Fatti un giro sullo streaming.

Abbiamo cannato da dio gli Shellac

image

Quelli del Locomotiv lunedì avevano detto che i biglietti c’erano anche all’ingresso. Questa è la storia di quando ieri sera abbiamo cannato il concerto degli Shellac. Eravamo io, la mia ragazza e Giovanni, tanto per mettere i puntini sulle iii. Alle 9 e mezza la fila inizia a un centinaio di metri dall’ingresso. Ci accodiamo non veramente presi male, in quel momento nessuno si chiede davvero quanti di noi riusciranno a entrare. Non sono solo ma in quella coda di gente non conosco un cane. Arriva il buttafuori e ci getta nella confusione, dice: “Chi ha la tessera di là, chi ha il biglietto di qua”. E iniziano le questioni.

Oh ma tu ce l’hai?
La tessera o il biglietto?
Ma entro anche solo con la tessera?
Ma perché c’è una tessera? Quanto costa? 8 euro. Cazzo.
E chi non ha niente che fine fa?

Interrogativi senza grandi risposte si rincorrono per minuti d’attesa. Poi torna il buttafuori (tutti quelli che facevano il suo lavoro ieri sera, pareva, avevano il giubbottino con lo scudetto italiano sul petto) e ci dice: “Entrano solo quelli col biglietto”. Giovanni gli fa vedere la tessera e lui: “Cazzo ma tu avevi la tessera”, che suonava come “ma ti facevo entrare se me lo dicevi” (il ma non è avversativo, solo uso bolognese). Era veramente preoccupato per noi. È il sosia di Max Pezzali. Per cui, adesso che lo sapete, sapete anche che questo è il primo articolo della storia sugli Shellac a tema 883.

Piove. La nostra decisione saggia è aspettiamo, che ci fanno entrare lo stesso alla fine.
Iniziano gli Uzeda, dentro. Domande inquiete di uno non troppo simpatico di fianco a me, ma che voleva fare il simpatico a tutti i costi (la simpatia non è sempre una cura):

Ma sono italiani? Mi fingo fratello del bassista. Ma sono italiani? Di dove? Sardi, no siciliani. No il siciliano non lo so parlare perché c’è il portato culturale del Padrino e mi sento influenzato, sarebbe una pantomima.

Cose di livello.

Oh ma tu ce l’hai?
La chiesa vendeva le indulgenze, vendetemi un biglietto.
Un bagagrino qua?
Una volta che esco, ho detto dai allungo il fine settimana.
Ero quello a destra.
Dio bo abbiamo preso la prevendita per i Mineral, per i Mineral.
Gli ultimi saranno i primi.

Max: “Chi ha il biglietto??”. Voci lontane dicono io! “Alora vieni”.

C’è da dire che i toscani san sempre farsi sentire: Diobohia perhè non lo dihe prima hel bihetto, è du ore che so hui sotto la pioggia. La cosa esaltante è che è come se fossimo in fila per il pane nel mezzo di un romanzo storico. Io mi sentivo come Aru, sempre a due minuti da Contador.

Max: “Chi ha la prevendita e la tessera non venga, no, chi ha la tessera a casa, cioè chi ha biglietto e tessera di qui”. Il generatore automatico di confusione. Ma quindi? Max: “Ve l’ho detto, entra solo chi ha il biglietto, fisico, prenotato, prevendita. Dai su”.

Ma tu ce l’hai?
No ma dai spero di entrare lo stesso.
Domani arrivo a lavorare che non capisco pure un cazzo.
Gli Shellac dentro non stanno suonando ancora.
Cioè quanto tiene il Locomotiv?
Ho una moldava nel baule che mi finisce soffocata.
No no no cazzo.
La casta.
When you try your best but you dont’ succeed.

L’ultima parola è stata del duce con lo scudetto, il capo dei capi, ed è stata SE NON AVETE IL BIGLIETTO NON VI FACCIO ENTRARE NON ASPETTATE, ANDARE A CASA CAPITO?!

Siamo fuori, fine di ogni possibilità. Max: “Io vi facevo entrare anche senza niente, ma lui ha detto così. Mo poi voi fate quello che volete, se volete aspettare qui non sono io che vi devo dire cosa fare”.

Alla fine siamo una cinquantina gli esclusi, rimasti senza pane: 15% del totale secondo me. Da quel che diciamo, abbiamo ragione noi, che abbiamo 40 anni e non sappiamo stare al mondo. In una fila ormai sparuta, si continua a commentare.

No ma bellu stu miu viaggiu a Bologna. Non esiste Steve c’è solo il vuoto.
Oh magari fanno un altro tour st’estate
Oh magari fanno schifo stasera.
Dio bo quella volta c’era l’estraggone mezzo vuoto.
Quelli del Locomotiv non se l’aspettavano, non vedi com’erano disorganizzati.
No ma poi se entravamo eravamo delle sardine.
Con le pive nel sacco SHA LA LA.

Magari all’ingresso c’era qualche biglietto, per chi è arrivato prima. Ma non prendere la prevendita è una sfida, contro il pensiero che ti spinge a comprarla per evitare che il divano diventi troppo forte. Devi dimostrare a te stesso che anche senza sei in grado di spostarti agilmente. Uffizi non guardarmi così.

* rielaborato il lutto, ho cambiato il titolo.

Tutto, sbagliato, verità, pretese. Non c’è niente di sbagliato nell’amore dei Built to Spill

20150523_113807

io: “Ho preso un cd nuovo, dei Built to Spill”
lei: “Ah, fa vedere.. There is nothing wrong with love.. che poi non è vero”
io: “Cosa?”
lei: “Che non c’è niente di sbagliato nell’amore”

Questa è la seconda cosa che è successa nella mia vita che c’entra coi Built to Spill, dopo aver comprato il cd. Anzi la terza, dopo aver letto la recensione e comprato il cd. Lei è una ragazza che frequentavo allora, che qualche dubbio su di noi l’aveva. Brillante è quello che dice (c’era già questo sketch di parlare come Yoda, ma lei non apprezzava particolarmente Star Wars) e così vero. Però insomma, vaffanculo. Oltre a ricordarmi questo dialogo, There is nothing wrong with love è anche uno dei miei dischi preferiti, il loro disco migliore, che venerdì mi ha fatto incazzare. Ero in macchina verso il lavoro, l’avevo messo su e ha incominciato a saltare a tre quarti di ogni canzone. Mi era appena venuta in mente quella ragazza che mi aveva detto quella cosa e Reason è diventata improvvisamente una canzone senza sviluppo. Troncata. Quando le cose malvagie attaccano il tuo disco preferito nel momento in cui lo ascolti, possono diventare concrete da pazzi. Gli attacchi preventivi di solito servono a poco, hai tutto il tempo per far diventare il tuo cd preferito quello che ancora non è il tuo cd preferito, e di farlo da solo. Se il cd salta non c’è niente di più stupido e comune, ma anche frustrante come quando al cinema salta la pellicola durante il film. Quando succede una cosa brutta ascolto un disco violento per dare una specie di voce all’incazzo che ho addosso; quando vorrei ascoltare un disco per stare bene e non posso, inizio a esser preso male, e allora cambio disco, e metto su un disco che mi mandi via almeno una parte del fastidio. Alcune volte la musica che uso per me stesso può essere un cerchio sul quale gli input esterni si rincorrono, e il cambiamento troppo veloce è irritante, soprattutto quando non è volontario ed è contrario al desiderio.

There is nothing wrong with love è meglio di Ultimate Alternative Wavers perchè l’ho ascoltato di più e non ci sono cazzi che non si possa dire che un disco è meglio di un altro perché tu l’hai, o io l’ho, ascoltato di più. È meglio, anche perché dentro ci sono le chitarre usate in modo più subdolo, come se volessero giocare con te a Indovina da dove vengo fuori adesso? E la prima volta che l’ho sentito è stato divertentissimo, le volte successive più che divertente interessante, adesso ogni tanto scopro altre cose, non perché There is nothing wrong with love getti boccioli nuovi ogni anno, ma perché magari mi sono dimenticato di quella cosa, la sento, me la ricordo e mi piace ancora molto, non come la prima volta, ma come conseguenza di un ascolto maturato negli anni, passato attraverso cose brutte e cose belle. Ora sono un ometto, ma quel disco è ancora lì. A immaginarsi il tempo che passa come le nuvole che corrono nel cielo, ma una rimane ferma, si potrebbe anche dire che sia la metafora giusta. In copertina c’è una nuvola, quella che è rimasta ferma, è una nuvola bianca, che non deve buttar fuori il temporale, ed è per questo che di solito ascolto questo disco non quando sono incazzato, ma quando sto bene e quando ho bisogno di caricarmi.
Quella nuvola, però, è disegnata: per forza che rimane ferma. È un inganno, e infatti ho scoperto che anche il tuo cd preferito può fregarti e può fregarti per cause strettamente legate alla caducità della tecnologia: se salta è perché il supporto è vecchio e non regge. Ma quella musica esiste, e questa è una certezza.

In the Morning è la prima canzone. Mi piacciono le prime canzoni brevi che riescono a dare un’idea del disco in tempi limitati. Come mi piacciono gli articoli che nell’intro danno una vaga anticipazione, iniziano, dicono una cosa, chiudono. Lo capisci solo dopo che sono abstract, e quando succede senti un po’ la botta. Così fa anche In the Morning.
Reason è la canzone più bella mai scritta in tutto l’universo. È quella che tira fuori la parte più debole di me e dopo (o prima di) giornate passate in ufficio insieme a gente brutta che pensa solo al proprio vantaggio per un gloria personale e per una carriera che spera da anni di fare ma non fa mai, o che si nasconde dietro alle critiche agli altri, di fronte alla quale non posso e non voglio essere me stesso, sentire tornare in vita la parte più debole di me, in macchina, a fine giornata, giusto appena prima dell’ora di punta sulla via Emilia, mi fa molto piacere. E venerdì ho scoperto per la prima volta che i Riviera in alcuni passaggi suonano come i Built to Spill. Tutto il mondo in quel momento mi sembrava suonare come loro, in realtà i Riviera in modo particolare, non è il suono, è la cadenza, il modo di creare il ritmo. Anche i Riviera sembrano “built to spill”. C’erano arrivati prima i Pavement, i Grandaddy dissero la loro mettendoci i suonini carini, i Built to Spill dissero fanculo tutto il resto abbiamo queste chitarre. E tracciando una linea che salta tutto quello che c’è nel mezzo per evitare che, se qualcuno legge, vada in schiuma, i Riviera possono essere alla fine di quel percorso, che pure è costruito per crollare alla prima obiezione colta, ma è il collegamento, l’impressione che viene fuori quando sei dentro a una canzone ed è personale e più forte della voglia di parlare di musica e di vita in modo universale alla ricerca di una frase che racchiuda il segreto della saggezza.
Dall’estasi alle fogne, c’è sempre una parte in cui mi deprimo un po’ dentro a There is nothing wrong with love, quella di Flying e Cleo, ma è una cosa buona: non è un disco monotono.
Twin Falls mi fa pensare di scrivere una pippa sui Beatles o Neil Young, lo faccio, non lo faccio? Piacerà, chi la legge cosa penserà? La prima regola è quella di fregarsene della risposta a questa domanda ma non è sempre così naturale farlo. I’m so tired e Zuma hanno occupato uno spazio rilevante nella vita. C’è stato un periodo in cui mio fratello suonava il basso nel gruppo in cui ero anch’io, era un gruppo, nel senso di alcune persone che s’incontravano senza nessuna particolare pretesa se non quella di martellarsi le palle. Per mesi abbiamo provato praticamente solo I’m so tired dei Beatles, perché ci piaceva, e i grandi dicevano che era “la base” di tutta la musica lenta che ascoltavamo in quel periodo, a occhio tutta roba lenta e storta. È finita che adesso odio I’m so tired come odio la sambuca da quella volta che mi sono ubriacato solo di sambuca molinari. Secondo i grandi, anche Zuma era la base di tutta la musica storta e lenta che era venuta fuori negli anni 90, quindi in quel momento era la base di TUTTO. Io incominciavo a pensare che c’erano troppe basi di tutto e a dubitare delle affermazioni dal tono assoluto. Quello che è costruito per crollare mi ha insegnato che quando le cose vengono dette con magniloquenza nascondono una pretesa, quella di essere vere per tutti, ed è una pretesa che non può esistere. Le canzoni deboli, che sembrano lì per lì per cadere, non mi hanno mai dato l’impressione di avere quel tono, quindi ancora non capisco il valore universale che i grandi gli volevano dare. “Built to spill” un modo per vedere il mondo, per ascoltarlo, con un filtro di insicurezza ma anche con la sicurezza enorme che quello è il suono giusto per te, o almeno per me. Non è giusto o sbagliato, è ancora il suono per me, perché mi piace molto il disco degli Unhappy.
I Built to Spill potrebbero essere quello che mi mancava tra Weezer e Pavement. La cosa divertente è la chitarra. Prova a rifare Distopian Dream Girl. Come fai a starle dietro? Si fa, si fa, diceva il mio amico Mario Macerone, e la faceva. Non è difficile, sono più difficili i Pavement, diceva. I Pavement però erano meno ragni sulle corde, i Built to Spill furono una grande novità da questo punto di vista. Il testo di Distopian Dream Girl non ha troppo senso, forse parla d’amore per se stesso, in alcuni momenti è facile in altri è difficile dire cosa intende. Forse è una canzone d’amore per la madre e indirettamente per il padre, visto che c’è uno stepfather e viene preso un po’ in giro. L’amore si definisce e non si definisce. “My stepfather looks / Just like David Bowie but he hates David Bowie“. Nella vita tutto ha aspetti nuovi e divertenti a seconda del punto di vista. L’amore è giusto, l’amore è sbagliato, dipende dalla situazione di chi ne parla. Secondo il titolo di There is nothing wrong with love ogni cosa è bella ma nessuno può dire che sia così. Il mio amore per esempio oggi sembra essere (in piccola percentuale) concentrato sullo smartphone, e questo secondo me è sbagliato, ma se parli con il social media manager del posto in cui lavoro, ti dice che è l’uomo contemporaneo. Se ho lo smartphone in tasca, quando parte la chitarra di Big Dipper mi sembra di sentirlo vibrare, ma non è vero. È questo il modo in cui una canzone di 20 anni fa si collega a adesso, con i colpi della chitarra dentro uno smartphone, vibrazioni che, se arrivano dentro un aggeggio di plastica freddo e duro, figurati come vanno dritto a uno con poca pelle come me.

A quella tipa che mi ha detto quella cosa lassù, in una compilation che le avrei fatto pochi giorni dopo avrei messo Car per via di quell’inizio così dolce da far schifo, che dice “You get the car, I’ll get the night”. Non propriamente un’immagine chiara e diretta, ma quelle confuse e vagamente romantiche sono le frasi migliori. Quello era il momento in cui uscivano i dischi belli dei Built to Spill, devo ammettere che Untethered Moon e There Is No Enemy sono stati una delusione, perché frignano, e non frignano come frignavano una volta, con una chitarra a cui con la testa sarei andato dietro all’infinito secondo le linee dei pensieri che traccia (per esempio) Stab di There is nothing eccetera eccetera. Frignano come se avessero perso forza, distorsione potente e assolo (a-solo?) senza regole ma con la regola di sembrare quello che non era, cioè quasi improvvisato. In realtà faceva parte di un disco tutto fatto in quel modo, un’idea di estetica della musica. E un valore estetico dura poco tempo, perché si evolve. Infatti Ancient Melodies of the Future era già diverso. Ogni cosa è stata diversa, a ridare un contributo ai canoni della MUSICA STORTA che in quanto canoni della musica storta, cioè in qualche modo libera da altri canoni ancora, non dovevano esistere e durare, ma cambiare di anno in anno, fino a quest’anno e a Untethered Moon dove si sono schiantati contro la propria stanchezza. È per questo che fa piacere ancora di più il disco degli Unhappy, anche per l’idea che porta avanti bene. Non ho mai pensato ai Built to Spill come a un gruppo da divano, di solito mi muovevo sulle punte, questa volta invece mi sono proprio trovato sul sofà ad ascoltarlo. Io sono invecchiato, ma anche loro. Noncuranti della vecchiaia e dell’amore per il divano, che da sempre in molti professano, e che è sbagliato ma allo stesso tempo è giusto, una certezza c’è, a meno che il cd che salta non fosse colpa del cd ma il primo segnale della mia macchina che mi dice che sta morendo l’elettronica (e quando muore l’elettronica, dopo muore tutto): ci troveremo, di sicuro i Built to Spill e io, a Milano il 18 novembre.