I Built To Spill al Magnolia il 18 novembre 2015

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Due sere fa ho visto i Built To Spill al Magnolia a Milano. Andare a Milano di mercoledì in fondo è facile, basta prendere le ferie la mattina dopo, come ho fatto io. Il mio copilota non ha potuto, ma ieri mattina aveva solo la testa un po’ pesante, niente di grave. Il viaggio è quello lì, che non facevo da tempo ma che avevo fatto ancora, magari non di recente, una volta anche per vedere Billy Scorra. Ci vogliono 3 ore da casa mia, all’andata liscissima, al ritorno un pezzo di fondente, un caffè e due mandarini è quello che serve. Siamo arrivati al Magnolia quasi puntualissimi, dopo aver fatto solo due giri della stessa rotonda, quella prima del parcheggio, di solito mi va peggio. Sono bravissimo a non trovare posti facilissimi da trovare. Più puntuale di noi è stato il locale, che ha spaccato l’ora. Quando siamo entrati, gli Any Other avevano iniziato a suonare da tre minuti, uno dei quali l’abbiamo visto nello schermo del bar perché non trovavamo la sala concerti. Il Magnolia d’inverno è fatto così, entri, a destra c’è un bar, a sinistra c’è un bar, in fondo ci sono i servizi (tra l’altro noi siamo andati in quello delle donne) e un tendone nero oltre al quale c’è un buco nero. A destra c’è anche un tendone trasparente, di quelli tagliati in grandi tagliatelle verticali, che si affaccia all’esterno e che la gente spinge forte per uscire a fumare. Ecco, proprio varcando tagliatelle di plastica, siamo arrivati davanti agli Any Other. Loro fanno canzoni tristi e arrabbiate, però a volte il bassista sorride, la cantante è abbastanza timida e la batterista suona ballando con le spalle, quindi s’innesca quella specie di cortocircuito tra le canzoni e tutto quello che mettono sul palco, che quello che viene fuori è il contrario di triste. E la percezione dall’esterno è una sensazione spiazzante che, a pensarci, è ciò che chiedo a un gruppo dal vivo. All’emisfero opposto ci sono i Disco Doom, meccanici, scolastici, svizzeri. Di Zurigo. Su mp3 mi avevano fatto un’altra impressione. Hanno scritto il loro compitino e se ne sono andati ringraziando tantissimo e lanciando, gratis, Franchi Svizzeri sul pubblico. Più o meno dopo venti minuti hanno iniziato i Built To Spill.
Discutiamo se spostarci più avanti o no, decidiamo di no, vado fuori a fumare una sigaretta, penso che magari d’estate quel posto non è così grigio ma probabilmente è sempre così scazzone, torno dentro, danno Bitter Sweet Symphony, racconto a Giovanni la storia veramente poco interessante di quella volta che a Imola avrebbero dovuto suonare i Verve invece hanno suonato i Kula Shaker – non gli ho detto quanto odiassi quella faccia da cazzo che camminava in mezzo alla folla dando spallate a tutti – sul palco arriva Doug Martsch con la papalina che accorda la chitarra e la gente fa gli urletti come se fosse David Beckham, danno mezza All Apologies, e la gente fa gli urletti come se fosse David Beckham, attaccano. Stab, The Plan, Liar, Strange, Never Be the Same, Living Zoo, Car come ultima sono alcune canzoni che hanno fatto e che mi vengono in mente in questo momento. Non li avevo mai visti, era la prima volta, a volte la vita ti porta a pensare cose che poi ti rimangi. Iniziano con Carry the Zero e io già non sono contento, ma sono convinto che il concerto sarà magnifico. Non è la canzone, è proprio la stanca che ci mettono. Passano quattro o cinque canzoni ma lo scazzo non mi si stacca di dosso: continuano a suonare come se non gli interessasse troppo. A volte si sono tirati su dalla bacinella in cui erano in relax a mollo con il piedoni di fuori, ma lì dentro c’hanno lasciato proprio il cuore. È come quando ti alzi alla mattina e vorresti stare nel letto però non puoi, per un po’ di tempo ti rimane il cervello sul cuscino, per un po’ di tempo però, non per tutta la giornata. Loro per tutto il concerto, a parte brevissimi momenti, era come se non vedessero l’ora di tornare a letto. La testa di Doug Martsch che si muove a scatti velocissima su ogni canzone un po’ mi indorava la pillola. Ma non è servito a tanto. Anche perché quei pochi momenti, adesso, non me li ricordo più. Sapevo, ma solo indirettamente, da amici – non potevo avere un’opinione mia – che live negli ultimi anni erano gne gne gne, ma a volte le canzoni belle dentro a un cd ti portano a pensare che tutto possa essere com’è dentro al cd, sempre, per sempre. E magari uno scivolone dal vivo può capitare, un momento non a fuoco, una serata storta. Volevo farmi un’opinione mia, volevo che le mie fonti avessero torto, pesantemente anche. E invece no, i Built To Spill dal vivo sono attualmente bolliti, e ti fanno la scaletta come te la farebbero i Television, grigi e gelidi. I Television, è possibile che il concerto dei Built To Spill mi abbia ricordato quello dei Television? No, però è successo.
Ma non è neanche tutto lì. Cosa molto peggiore è la sensazione del giorno dopo. Il giorno dopo i Built To Spill mi hanno lasciato un malcontento invincibile. Il malcontento ti rompe il cazzo tanto più tempo hai per pensarci. E in ferie hai molto tempo per pensarci, almeno nella condizione di vita in cui mi trovo io.
Mercoledì, il palco mi sembrava lontano duecento metri da che non li sentivo, non sentivo le canzoni che ho sempre sentito sui dischi. Sembrava che non esistessero più le mille volte in cui ho ascoltato Car. In effetti Brett Nelson se n’è andato, Andy Capps non ci potrà essere più e la formazione è stata stravolta nel corso del tempo, ma non è questo, non è la mancanza di qualcuno, un chitarrista in meno o uno in più, è che le canzoni erano davvero altro. Car è stata cortissima, di solito mi ci perdo dentro, a casa, sul mio divano. Dal vivo, pensavo, mi scaverà gli occhi. Mi è sembrata pure troncata alla fine. Non mi piaceva quello che stava succedendo, e non lo capivo. Nel senso che lo ricollegavo a quello che ho sempre conosciuto di loro, a quel modo di farmi il solletico dietro agli occhi e farli inumidire, solo con un giro di chitarra, uno a caso, tra quelli di There’s Nothing Wrong With Love, niente di neanche lontanamente simile stava succedendo e morivo di delusione. Niente è mai stato al livello di quell’album nella loro discografia (podio: 1. There’s Nothing Wrong With Love, 2. Perfect From Now On, 3. Ancient Melodies Of the Future) ed è dal 2001 che non mi convincono davvero con un disco, ma non è questo il punto. Il punto è che qualsiasi canzone avessero suonato, l’avrebbero fatta come quelle che hanno fatto. Le botte di Stop the Show, o di altre, non c’erano da nessuna parte, finite a una distanza non comprensibile.
Quelli al Magnolia non erano i Built To Spill che volevo sentire, e neanche quelli che ero sicuro avrei sentito. Me ne sono andato da Milano, sono tornato a casa come se niente fosse, come se avessi visto il film più freddo del mondo, l’unica cosa che pensavo era boh, ma non è possibile, nessuna canzone è stata una canzone dei Built To Spill.

Tutto, sbagliato, verità, pretese. Non c’è niente di sbagliato nell’amore dei Built to Spill

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io: “Ho preso un cd nuovo, dei Built to Spill”
lei: “Ah, fa vedere.. There is nothing wrong with love.. che poi non è vero”
io: “Cosa?”
lei: “Che non c’è niente di sbagliato nell’amore”

Questa è la seconda cosa che è successa nella mia vita che c’entra coi Built to Spill, dopo aver comprato il cd. Anzi la terza, dopo aver letto la recensione e comprato il cd. Lei è una ragazza che frequentavo allora, che qualche dubbio su di noi l’aveva. Brillante è quello che dice (c’era già questo sketch di parlare come Yoda, ma lei non apprezzava particolarmente Star Wars) e così vero. Però insomma, vaffanculo. Oltre a ricordarmi questo dialogo, There is nothing wrong with love è anche uno dei miei dischi preferiti, il loro disco migliore, che venerdì mi ha fatto incazzare. Ero in macchina verso il lavoro, l’avevo messo su e ha incominciato a saltare a tre quarti di ogni canzone. Mi era appena venuta in mente quella ragazza che mi aveva detto quella cosa e Reason è diventata improvvisamente una canzone senza sviluppo. Troncata. Quando le cose malvagie attaccano il tuo disco preferito nel momento in cui lo ascolti, possono diventare concrete da pazzi. Gli attacchi preventivi di solito servono a poco, hai tutto il tempo per far diventare il tuo cd preferito quello che ancora non è il tuo cd preferito, e di farlo da solo. Se il cd salta non c’è niente di più stupido e comune, ma anche frustrante come quando al cinema salta la pellicola durante il film. Quando succede una cosa brutta ascolto un disco violento per dare una specie di voce all’incazzo che ho addosso; quando vorrei ascoltare un disco per stare bene e non posso, inizio a esser preso male, e allora cambio disco, e metto su un disco che mi mandi via almeno una parte del fastidio. Alcune volte la musica che uso per me stesso può essere un cerchio sul quale gli input esterni si rincorrono, e il cambiamento troppo veloce è irritante, soprattutto quando non è volontario ed è contrario al desiderio.

There is nothing wrong with love è meglio di Ultimate Alternative Wavers perchè l’ho ascoltato di più e non ci sono cazzi che non si possa dire che un disco è meglio di un altro perché tu l’hai, o io l’ho, ascoltato di più. È meglio, anche perché dentro ci sono le chitarre usate in modo più subdolo, come se volessero giocare con te a Indovina da dove vengo fuori adesso? E la prima volta che l’ho sentito è stato divertentissimo, le volte successive più che divertente interessante, adesso ogni tanto scopro altre cose, non perché There is nothing wrong with love getti boccioli nuovi ogni anno, ma perché magari mi sono dimenticato di quella cosa, la sento, me la ricordo e mi piace ancora molto, non come la prima volta, ma come conseguenza di un ascolto maturato negli anni, passato attraverso cose brutte e cose belle. Ora sono un ometto, ma quel disco è ancora lì. A immaginarsi il tempo che passa come le nuvole che corrono nel cielo, ma una rimane ferma, si potrebbe anche dire che sia la metafora giusta. In copertina c’è una nuvola, quella che è rimasta ferma, è una nuvola bianca, che non deve buttar fuori il temporale, ed è per questo che di solito ascolto questo disco non quando sono incazzato, ma quando sto bene e quando ho bisogno di caricarmi.
Quella nuvola, però, è disegnata: per forza che rimane ferma. È un inganno, e infatti ho scoperto che anche il tuo cd preferito può fregarti e può fregarti per cause strettamente legate alla caducità della tecnologia: se salta è perché il supporto è vecchio e non regge. Ma quella musica esiste, e questa è una certezza.

In the Morning è la prima canzone. Mi piacciono le prime canzoni brevi che riescono a dare un’idea del disco in tempi limitati. Come mi piacciono gli articoli che nell’intro danno una vaga anticipazione, iniziano, dicono una cosa, chiudono. Lo capisci solo dopo che sono abstract, e quando succede senti un po’ la botta. Così fa anche In the Morning.
Reason è la canzone più bella mai scritta in tutto l’universo. È quella che tira fuori la parte più debole di me e dopo (o prima di) giornate passate in ufficio insieme a gente brutta che pensa solo al proprio vantaggio per un gloria personale e per una carriera che spera da anni di fare ma non fa mai, o che si nasconde dietro alle critiche agli altri, di fronte alla quale non posso e non voglio essere me stesso, sentire tornare in vita la parte più debole di me, in macchina, a fine giornata, giusto appena prima dell’ora di punta sulla via Emilia, mi fa molto piacere. E venerdì ho scoperto per la prima volta che i Riviera in alcuni passaggi suonano come i Built to Spill. Tutto il mondo in quel momento mi sembrava suonare come loro, in realtà i Riviera in modo particolare, non è il suono, è la cadenza, il modo di creare il ritmo. Anche i Riviera sembrano “built to spill”. C’erano arrivati prima i Pavement, i Grandaddy dissero la loro mettendoci i suonini carini, i Built to Spill dissero fanculo tutto il resto abbiamo queste chitarre. E tracciando una linea che salta tutto quello che c’è nel mezzo per evitare che, se qualcuno legge, vada in schiuma, i Riviera possono essere alla fine di quel percorso, che pure è costruito per crollare alla prima obiezione colta, ma è il collegamento, l’impressione che viene fuori quando sei dentro a una canzone ed è personale e più forte della voglia di parlare di musica e di vita in modo universale alla ricerca di una frase che racchiuda il segreto della saggezza.
Dall’estasi alle fogne, c’è sempre una parte in cui mi deprimo un po’ dentro a There is nothing wrong with love, quella di Flying e Cleo, ma è una cosa buona: non è un disco monotono.
Twin Falls mi fa pensare di scrivere una pippa sui Beatles o Neil Young, lo faccio, non lo faccio? Piacerà, chi la legge cosa penserà? La prima regola è quella di fregarsene della risposta a questa domanda ma non è sempre così naturale farlo. I’m so tired e Zuma hanno occupato uno spazio rilevante nella vita. C’è stato un periodo in cui mio fratello suonava il basso nel gruppo in cui ero anch’io, era un gruppo, nel senso di alcune persone che s’incontravano senza nessuna particolare pretesa se non quella di martellarsi le palle. Per mesi abbiamo provato praticamente solo I’m so tired dei Beatles, perché ci piaceva, e i grandi dicevano che era “la base” di tutta la musica lenta che ascoltavamo in quel periodo, a occhio tutta roba lenta e storta. È finita che adesso odio I’m so tired come odio la sambuca da quella volta che mi sono ubriacato solo di sambuca molinari. Secondo i grandi, anche Zuma era la base di tutta la musica storta e lenta che era venuta fuori negli anni 90, quindi in quel momento era la base di TUTTO. Io incominciavo a pensare che c’erano troppe basi di tutto e a dubitare delle affermazioni dal tono assoluto. Quello che è costruito per crollare mi ha insegnato che quando le cose vengono dette con magniloquenza nascondono una pretesa, quella di essere vere per tutti, ed è una pretesa che non può esistere. Le canzoni deboli, che sembrano lì per lì per cadere, non mi hanno mai dato l’impressione di avere quel tono, quindi ancora non capisco il valore universale che i grandi gli volevano dare. “Built to spill” un modo per vedere il mondo, per ascoltarlo, con un filtro di insicurezza ma anche con la sicurezza enorme che quello è il suono giusto per te, o almeno per me. Non è giusto o sbagliato, è ancora il suono per me, perché mi piace molto il disco degli Unhappy.
I Built to Spill potrebbero essere quello che mi mancava tra Weezer e Pavement. La cosa divertente è la chitarra. Prova a rifare Distopian Dream Girl. Come fai a starle dietro? Si fa, si fa, diceva il mio amico Mario Macerone, e la faceva. Non è difficile, sono più difficili i Pavement, diceva. I Pavement però erano meno ragni sulle corde, i Built to Spill furono una grande novità da questo punto di vista. Il testo di Distopian Dream Girl non ha troppo senso, forse parla d’amore per se stesso, in alcuni momenti è facile in altri è difficile dire cosa intende. Forse è una canzone d’amore per la madre e indirettamente per il padre, visto che c’è uno stepfather e viene preso un po’ in giro. L’amore si definisce e non si definisce. “My stepfather looks / Just like David Bowie but he hates David Bowie“. Nella vita tutto ha aspetti nuovi e divertenti a seconda del punto di vista. L’amore è giusto, l’amore è sbagliato, dipende dalla situazione di chi ne parla. Secondo il titolo di There is nothing wrong with love ogni cosa è bella ma nessuno può dire che sia così. Il mio amore per esempio oggi sembra essere (in piccola percentuale) concentrato sullo smartphone, e questo secondo me è sbagliato, ma se parli con il social media manager del posto in cui lavoro, ti dice che è l’uomo contemporaneo. Se ho lo smartphone in tasca, quando parte la chitarra di Big Dipper mi sembra di sentirlo vibrare, ma non è vero. È questo il modo in cui una canzone di 20 anni fa si collega a adesso, con i colpi della chitarra dentro uno smartphone, vibrazioni che, se arrivano dentro un aggeggio di plastica freddo e duro, figurati come vanno dritto a uno con poca pelle come me.

A quella tipa che mi ha detto quella cosa lassù, in una compilation che le avrei fatto pochi giorni dopo avrei messo Car per via di quell’inizio così dolce da far schifo, che dice “You get the car, I’ll get the night”. Non propriamente un’immagine chiara e diretta, ma quelle confuse e vagamente romantiche sono le frasi migliori. Quello era il momento in cui uscivano i dischi belli dei Built to Spill, devo ammettere che Untethered Moon e There Is No Enemy sono stati una delusione, perché frignano, e non frignano come frignavano una volta, con una chitarra a cui con la testa sarei andato dietro all’infinito secondo le linee dei pensieri che traccia (per esempio) Stab di There is nothing eccetera eccetera. Frignano come se avessero perso forza, distorsione potente e assolo (a-solo?) senza regole ma con la regola di sembrare quello che non era, cioè quasi improvvisato. In realtà faceva parte di un disco tutto fatto in quel modo, un’idea di estetica della musica. E un valore estetico dura poco tempo, perché si evolve. Infatti Ancient Melodies of the Future era già diverso. Ogni cosa è stata diversa, a ridare un contributo ai canoni della MUSICA STORTA che in quanto canoni della musica storta, cioè in qualche modo libera da altri canoni ancora, non dovevano esistere e durare, ma cambiare di anno in anno, fino a quest’anno e a Untethered Moon dove si sono schiantati contro la propria stanchezza. È per questo che fa piacere ancora di più il disco degli Unhappy, anche per l’idea che porta avanti bene. Non ho mai pensato ai Built to Spill come a un gruppo da divano, di solito mi muovevo sulle punte, questa volta invece mi sono proprio trovato sul sofà ad ascoltarlo. Io sono invecchiato, ma anche loro. Noncuranti della vecchiaia e dell’amore per il divano, che da sempre in molti professano, e che è sbagliato ma allo stesso tempo è giusto, una certezza c’è, a meno che il cd che salta non fosse colpa del cd ma il primo segnale della mia macchina che mi dice che sta morendo l’elettronica (e quando muore l’elettronica, dopo muore tutto): ci troveremo, di sicuro i Built to Spill e io, a Milano il 18 novembre.

Quando J Mascis stava per diventare un Nirvana e un Built to Spill

Questa mattina mi sono svegliato con un ronzio nelle orecchie. Doveva essere successo qualcosa di interessante. Accendo il Facebook, scorro le notizie e vedo l’articolo (del Guardian) condiviso dalla pagina Nirvana che dichiara una roba esplosiva: Kurt Cobain chiese due volte a J.Mascis di diventare un Nirvana. Il 1989 è l’anno, i Nirvana non erano quasi nessuno, avevano fatto uscire Bleach e Kurt Cobain si era già rotto le balle del chitarrista che aveva assunto, Jason Everman, accreditato nell’album ma che in realtà non suonò una nota. Lo voleva rimpiazzare. J.Mascis ha declinato l’offerta.
A questo punto della storia serve dire che J.Mascis suona anche la batteria.
La seconda richiesta di Cobain avvenne sotto il segno di Sliver.

Sliver è uscita nel ’90 come singolo, poi nel ’92 per promuovere Incesticide, raccolta di cover, singoli e bsides. Kurt Cobain nel ’90 aveva bisogno di un batterista per inciderla. In quella canzone la batteria la suona, alla fine, Dan Peters dei Mudhoney.
Nel 1989 J.Mascis aveva da poco fatto uscire Bug con i Dinosaur Jr, in effetti mi chiedo perchè avrebbe dovuto cercare un altro progetto. Il successo planetario i Nirvana non l’avevano ancora raggiunto nel ’90, ma a prescindere da questo, anche se la richiesta di Cobain fosse avvenuta dopo Nevermind, non vedo pechè J.Mascis avrebbe dovuto accettare: se uno ha un progetto ha un progetto.

Nel 1997 i Built to Spill dovevano registrare Perfect From Now On (Warner Bros.) e Doug Martsch voleva a tutti i costi che J.Mascis suonasse la batteria per lui. J.Mascis disse no. Nel ’97 i Dinosaur Jr, già da un pò in formazione non originale, anzi per l’ultima volta in formazione non originale, fanno uscire Hand it Over (Blanco Y Negro/Reprise/Warner). Magari Mascis c’ha pure pensato di diventare un Built To Spill, e a questo punto avrebbe anche potuto, visto dopo Hand it Over i Dino si sono sciolti. Ma già sapeva, che dopo 10 anni, avrebbe fatto uscire Beyond con Murph e Lou Barlow (leggi anche Dinosaur Jr, nuovo album a fine estate. Ricapitoliamo.).
Una cosa è certa: tra gli amici della cumpa, J.Mascis piace di più come batterista che non come chitarrista.
A questo punto però bisogna sottolineare che il Guardian in chiusura di articolo scrive almeno un paio di stronzate. Non si può affermare che “the high point” della carriera dei Dinosaur Jr sia Where You Been solo perchè ha scalato più di altri la classifica. Serve un giudizio critico serio. In Where You Been c’è Get Me che lo fece schizzare alle stelle, ma l’album non è nulla se paragonato a, che so, You’re Living Over Me. Non si può intendere “the high point” della carriera di una band come i Dinosaur Jr solo come “il momento in cui le vendite schizzarono”. Seconda panzana: I Bet On Sky è uscito a settembre 2012, non a giugno. Ma questa è meno grave.