NUOVO DIE ABETE

Quando ti svegli alla mattina ti giri verso l’altra parte del letto e non c’è nessuno perché avete orari diversi e v’incrociate solo alla sera tardi, poi guardi l’orologio ed è tardissimo, così che non puoi fare neanche una pisciata con calma. Almeno ti lavi la faccia. Ora però, caffè. La moka è chiusa da ieri e sembra sigillata col silicone, tiri tiri ma niente. Allora prendi lo straccio sporco di fianco al lavello e riesci ad aprirla, vai per svuotare il filtro e il caffè bagnato ti casca a un centimetro dal bidone, tutto per terra. Porca troia, lo puoi urlare perché tanto sei solo in casa. Lasci tutto così com’è e riempi la caffettiera. Il caffè lo bevi e senti che ti arriva in testa. Era necessario. Mangi una frutta sul tavolo e un pezzo di pane lo mastichi mentre ti vesti ma mentre t’infili la seconda gamba dei pantaloni inciampi e caschi sul letto, con la testa di fianco al comodino coi libri che ancora non hai letto. Più che altro adesso sembri una scimmia, per questo continui a leggere qualcosa. Quella mattina ti capita anche quello che non dovrebbe capitarti mai: all’improvviso, devi andare in bagno: hai preso un frescone. Quando? Perché? La doppietta caffè-kiwi funziona, ma non pensavi così in fretta. Il ritardo di questa mattina era già scritto nelle stelle di ieri sera, quando pensavi a quanto sono buoni i kiwi mentre lavavi i piatti dopo aver cenato da solo. Caghi, quindi. Finalmente esci di casa, ti avvii. Dentro la macchina c’è puzza di olio perché c’era una perdita, l’hai portata dal meccanico un mese fa, lui l’ha messa a posto ma la puzza dentro c’è ancora. La frizione fa un rumore strano, potrebbe spaccarsi il cambio, 200 euro. Giri in macchina sperando che non succeda, vorresti pregare il signore per chiedergli che non succeda, ma succederà sicuro, quando – non so – devi prendere il treno e non ti aspetta. Ma come si fa a pregare. Pensando a tutto questo, arrivi in ufficio. Non ti sei preparato il pranzo e non hai preso su neanche la frutta. Toccherà mangiare un buonissimo tramezzino kebab e peperoni della macchinetta. Nella prima parte della mattinata vengono, in successione, a romperti i coglioni: il capo, il capo, il secondo capo, il terzo capo, il quarto, il capo. Ognuno di loro ha indetto almeno una riunione in giornata, però tutti devono andare via presto oggi e domani non ci sono quindi sono tutte riunioni indispensabili oggi. Riunioni. È una gioia sognare di appiccare fuoco a tutto. Ma poi bruceresti anche il tuo stipendio. Hai dieci minuti per finire un lavoro che avevi iniziato prima di raggiungere la prima sala della prima riunione, lo fai ascoltando i Marnero e pensando che è martedì e a fine settimana uscirà il nuovo Die Abete e la prossima settimana potrai ascoltare quello prima di andare in riunione. I dieci minuti finiscono, il capo ti chiama e inizia il vortice, sei carico come un marnero, dai qualche risposta del cazzo (però hai ragione) ma tutto sommato stai calmo. Parole fino alle 12:30, fanno tre ore e mezza in tutto. Arrivi che hai voglia di mangiare kebab e peperoni. In pausa vorresti solo dormire e invece tocca stare in ufficio perché c’è troppo poco tempo per fare qualsiasi cosa e ti devi ciucciare i colleghi. Alcuni sono simpatici, dai. Coup de theatre e chiedi se qualcuno di loro ti accompagna a prendere un caffè buono al bar, nessuno ti segue, la puzza in macchina è tossica e la scusa che hai usato altre volte per non prenderla su per andare a fare un cazzo di aperitivo dopo il lavoro ti si rivolta contro e ti lascia solo. Il caffè è buono lo stesso, comunque. Meriggiare pallido e assorto. D’inverno è caldo, d’estate si bolle davanti al computer. Ora è primavera e non c’è male. Tutti i capi sono fuori ma c’è in giro il collega zelante. È lì da più anni di te ed è così gentile e falso quando ti parla che è sicuro che da dietro t’incula. È successo. Parla male di tutti con te, parla male di te con tutti. Lo mandi a fare in culo in silenzio e gli dici scusa sono occupato (vattene di qui!) tutti i santi giorni. Lui se ne va chiedendo scusa come se ti avesse già dato una coltellata dietro alla schiena, cosa che succederà tra un minuto durante il quale tu lo vorresti ammazzare e seppellire sotto una stele di piombo. Il trend del declino continua: ti sbagli e clicchi sulla X sbagliata cancellando il lavoro dell’ora precedente. Niente di irrimediabile ma cazzo se ti fa girare i coglioni. Per il tempo rimanente guardi l’orologio ogni cinque minuti. Non la vivi bene. Sbrighi il resto dei lavori abbastanza bene, esci pensando che è bello andare a fare la spesa in quel supermercato pieno di commessi stronzi, ma assapori già la mela che ti mangerai mentre riempi il carrello senza pagarla. Stronzi ma rincoglioniti. Una mela al giorno toglie il medico di torno. Osservandomi dall’esterno, non mi suscito niente di diverso che sdegno. Lei torna tardi, quindi puoi fare la spesa che vuoi e mangiare una roba veloce senza impegno anche stasera. Oppure una schifezza surgelata. Perché sei giovane, tra qualche anno quella roba non la vorrai vedere neanche col binocolo, dicono. Paghi, butti il torsolo dalla tasca al cestino subito fuori, sali in macchina, ciao, domani prendo una Val Venosta Red Delicious, la mela di Biancaneve. È dura ma i denti li hai buoni, a parte quella carie a destra. Mangi tutto a sinistra e hai risolto. A casa fai tutto quello che devi fare, spazzare il caffè, docciare, mangiare, bere. E prosegui cercando di dare un senso alla tua giornata, pensando che molti anni sono passati col pensiero di dare un senso poi all’improvviso capisci che il tempo è passato davvero e solo adesso ti rendi conto di quanto ne hai perso. Vorresti leggere ma Facebook e Instagram ti assorbono per un’ora. Intanto, però, ascolti The Name Is Not the Named dei Gazebo, non sei tutto da buttare dai. All’improvviso senti il rumore della porta che si apre, è lei. Sono le undici e tre quarti infatti. Vi abbracciate, vi baciate, la guardi e pensi che qualcuno è più stanco di te che ti lamenti di un comodo lavoro d’ufficio. Quattro chiacchere che se sono buone possono valere anche tutta la giornata, ma non è sempre così, questa sera non è così. Il tempo brucerà anche la nostra casa amore. Adesso a letto, buonanotte. Di notte si dorme, a meno che tu non abbia preso il caffè dopo le 16. Cazzo, l’ho preso alle 5 e un quarto. Ti addormenti mezz’ora prima della sveglia. Ti svegli, giornata abbastanza terribile ieri, speriamo meglio oggi. Se siete d’accordo, azzeriamo tutto e ripartiamo da capo.

Senza denti, Die Abete: streaming
To Lose La Track, Sonatine produzioni, Shove Records, Tanato Records, Longrail Records
Copertina: Collettivo Canemorto

(il vecchio die abete)

Un Pajo di cose su Cherubs ELM Lleroy Cani Sciorrì Sodastream Papa M

Qualche settimana fa sono andato a un concerto noise e la prima cosa che ho notato è stato un gran profumo di shampoo. Com’è possibile a un concerto generalmente di uomini che generalmente puzzano? mi sono chiesto. Eppure, era in ogni angolo. Solo per un attimo ho sentito puzza di ascella, ma proveniva da un punto preciso. Ho individuato l’essere responsabile e ho girato al largo. Era uno che aveva suonato. Giustificato. La serata prevedeva i Fashion Week, i Lleroy, i Cani Sciorri e i Cherubs. I Fashion Week me li sono persi. Brent Prager, il batterista dei Cherubs, ha partecipato a ogni singolo cambio di palco. Ci credo, la batteria era la sua, ma non è una cosa così frequente. Quando per la fatica si è tolto la camicia bianca over size, che indossava sopra a un elegantissimo paio di jeans rosso pomodoro a tubo, ha sfoggiato la maglietta degli Elm, avanzo della sera prima a Torino (concerto insieme). Gli Elm sono piemontesi che suonano come se di piemontese non avessero niente e infatti non gli daresti del piemontese neanche dopo avergli fatto pronunciare la parola Barbera. Avete mai sentito un piemontese dire Barbera? È sexy, seppur gelido. Degli Elm parlo un po’ più sotto. Tra un cambio di palco e l’altro e prima di togliersi la camicia, Brent Prager è stato spesso sotto al palco a vedere i concerti degli altri. Più attenzione di tutti l’ha prestata ai Cani Sciorrì, ma solo perché sono andati in tour insieme in Europa. I Lleroy li ha cagati poco. Peccato,perché il loro set era meglio. Le loro canzoni sono più mud e meno metal, hanno una pasta meno definita e i testi sanno diventare certe volte incomprensibili, non danno mai un messaggio da dritti della vita consapevoli di tutto, cosa che i Cani Sciorrì tendono a fare rimanendo anchr un po’ incastrati in giri di basso e chitarra più prevedibili. Se si aprisse un contest di lyrics, sarebbe difficile non dare l’oro ai Cani Sciorrì per “voglio aprire un’edicola sotto a una chiesa” (Edicola), ma non m’interessa tanto quel tipo di attività e rimango dell’idea che i Lleroy siano meno immediati, in senso positivo, perché più creativi, e che i Cani Sciorrì risentano un po’ del classicismo metal. Canzoni rigide e importanti sono quello che vogliono fare, ma alcune volte suonano gonfissime, anche ammetto di intravvedere pure un po’ di ironia. Non è una guerra, il confronto non è necessario, li ho solo visti dal vivo uno dopo l’altro e mi è venuto. Come dicevo, sono arrivato troppo tardi per vedere i Fashion Week ma sono un buon gruppo emo noise metal. Non sono stato in grado neanche di individuare la fonte dello shampoo ma è stato un ossimoro.

I clienti che hanno acquistato i Lleroy hanno acquistato anche i Lucertulas e la Fuzz Orchestra.

I Cani Sciorrì sono spesso comprati insieme a Bachi da Pietra.

I Cherubs sono in tre e dal vivo vengono fuori con chiarezza le caratteristiche umane di ognuno di loro. Brent Prager è quello con la fregola, che si mette in prima fila ad ascoltare i gruppi spalla, che crede nel darsi una mano a vicenda senza troppe pippe istituzionali da personaggio storico del noise e così via, con l’amore che gli esce dagli occhi nei confronti di chi lo aiuta a fare fatica nel fare quello che fa lui, in particolare nei confronti dei batteristi. Kevin Whitley, vocina e chitarra, è un altro che partecipa, ma per i fatti suoi e fondamentalmente facendo la sua cosa in silenzio. Zero parole, zero commenti. Fare e basta. Owen McMahon è il nonno, oltre che il sosia di Timothy Spall, quello che suona per farti contento, che a casa ha una famiglia da cui non vede l’ora di tornare, perché il mondo è cambiato e non ha nessuna intenzione di tornare indietro a quando era giovane e suonava con piacere. Fino a quando non canta (Animator) e tira fuori la voce, un vocione che spazza via la vocina stridula di Kevin Whitley. Che comunque rimane lo sgorbio del palco, quello che ha in mano il timone nonostante gli altri due tengano il loro posto, ha il carisma innato.
Nel giro di due anni i Cherubs sono tornati con un disco, un ep e il tour europeo, all’improvviso, da quella volta in cui si erano sciolti nel 94 e io andavo ancora a Mirabilandia a giocare sulle montagne russe. Il disco del 2015 (2 Ynfynyty) non ha niente di diverso dai precedenti se non la necessità di sbatterci (a noi) le distorsioni ancora più sui denti, di continuo. Necessità dovuta al fatto che dopo anni per dimostrare che aveva senso riunirsi bisogna faticare e fare male. E allora loro scelgono questo suono più immediato che, oltre a trovare un senso nel fatto che il disco non è stato registrato negli anni ’90, funziona perché è il risveglio e se non fosse stato così avrebbero perso tutto. L’ep del 2016, Fist in the Air, è solo un po’ più acuto di tutto il resto, ma in misura accettabile. Se i Cherubs avessero fatto qualcosa di diverso rispetto al passato, mi sarei incazzato.

I Cherubs non usano il contrabbasso.

Lo usano i Sodastream, di cui da non molto è uscito il disco nuovo. Una volta ho parlato con Pete Cohen, il contrabbasso. Oggi è il post dei nomi veri dei componenti delle band. Mi ha attaccato una pezza non breve sui suoi parenti siciliani, mi ha firmato il disco scrivendomi qualcosa in italiano, così, per farsi accettare, e poi gli ho chiesto se conosceva i Mummies, per i quali in quel momento avevo una fissa, per poi sgonfiarmi qualche mese dopo. Li conosceva, e gli piacevano anche. Secondo me l’ha detto per farsi accettare ancora un po’ di più. Sapete, quello è australiano e suonava in un posto sul viale della stazione di Faenza.. Era il tour del secondo disco, The Hill for Company. Abbandonai i Sodastream all’altezza di A Minor Revival, il terzo. L’altro ieri mi è capitato di scaricare Little by Little e l’ho ascoltato. Ci sono canzoni che replicano esattamente quello che mi piaceva di più, i crescendo di armonie e gli scatti improvvisi dalla tranquillità quasi mortale alla reazione causata dal suo opposto, cioè dal nulla, dal vuoto emotivo espresso appena tre note prima (Moving, Colouring Iris, Three Sins, Tyre Iron). Questa reazione è meravigliosa, nel senso che è provocata dalla meraviglia. Per il resto non è che i Sodastream siano niente di speciale. Quella voce debole e nasale di Karl Smith… Di quegli archi che vanno e vengono ne abbiamo sentiti a tonnellate dai Mojave 3 e oltre. Di quelle chitarre dolci, altrettante dai Belle and Sebastian, di folk delicato e passive aggressive anche. Ma c’è qualcosa di loro che mi entra dentro, proprio quando fanno le cose più tipiche, non quando distorcono, e dopo più di dieci anni mi fa lo stesso effetto, senza essere il mio gruppo della vita, senza essere il gruppo che ogni nota che ha fatto ti dice un sacco di cose, ma riuscendo a essere qualcosa. Non è male la sensazione che danno i Sodastream, non è totalizzante ma parziale. Ha solo in parte significato, nella misura in cui riesce a replicare quello che mi aspetto da loro, non quando esce dal tracciato con melodie più scanzonate o con del folk allegro di cui non ho bisogno. Lì, sbagliano. State come siete.

E ok ok, lo scorso novembre Papa M ha fatto un album di merda, che non raggiunge i livelli degli Slint si dice in giro. Woo! Che scoperta. Quando mai Papa M o Aerial M, i King Kong o i For Carnation hanno raggiunto i livelli degli Slint, un disco a caso tra Squeez o Spiderland? Mai. Hanno fatto cose molto buone ma mai così buone. In più, ultimamente, David Pajo è fuori. Come si potrebbe pensare che ci stia dentro visto che ha tentato il suicidio poco più di un anno fa e che nelle foto di Instagram è sempre preso malissimo? Credo che saremo costretti a dire addio alla brillantezza di Whatever, mortal o Scream with me. L’ultimo Pajo ha inciso in pratica dei pezzi da tutorial metal su youtube o dei tutorial da chitarristi Riccardoni contenti di esserlo. Quando mi fermavo ad ascoltare i vecchietti sulla panchina davanti al Duomo a Cesena, ogni volta ce n’era uno che faceva un gran discorso tirato tutto d’un fiato e poi faceva un sospirone e diceva PAAAROO’, che in dialetto significa “però”. L’avversativo. Non so: Jozic ha smesso di giocare perché lo spogliatoio l’ha massacrato, Lippi gli ha rovinato la famiglia e lui non è stato abbastanza forte da resistere, ma un uomo non può comportarsi così, deve andare avanti e dimostrare superiorità, è così che si fa (sospiro) paaarooo’… Jozic resta un gran giocatore. David Pajo ha avuto molti problemi ultimamente e non va, non va, ha fatto un disco che non si avvicina neanche lontanamente a niente di quello che fece, però a me piace molto ascoltarlo. Non è l’attrazione per le cose brutte, è proprio che sentirlo mi dà la carica, mi piace tutto quello che c’è dentro. Ultimamente adoro anche i tutorial di chitarra classica.

Gli ELM escono per Bronson Recordings e fanno noise. Sono di Cuneo però legano la loro immagine al Texas e a gruppi americani di un certo tipo, alla Trance Syndicate o a Minneapolis e all’Amphetamine Reptile. L’ep in cassetta che hanno fatto recupera un mondo noise che esisteva quando ancora le cassette si usavano senza che fossero strane perché non erano ancora superate. Per quanto adesso sia weirdo ascoltare musica da una cassetta, e in alcuni casi difficile se non hai il mangianastri, è possibile dare un senso serio all’operazione degli ELM, proprio per la sua ricerca di coerenza, per il ricordo che innesca di una modalità di ascolto della musica, quando era uno sbattimento saltare le canzoni, perché dovevi mandare avanti con FF>>. Adesso è facilissimo, ed è bello che lo sia. Di fronte alla possibilità di usare i formati di adesso non c’è da alzare nessuna barriera. Sono tutti utilissimi, io li uso tutti, scarico, faccio streaming eccetera. Ma capisco l’operazione degli ELM – che comunque sono su bandcamp – che del resto fanno della musica da animali che era prorompente vent’anni fa ma non si preoccupava di esserlo e per questo riusciva a fare la sua cosa, non si preoccupa di esserlo neanche oggi e per questo lo è ancora. Uscire in cassetta è come darsi una zappata sui piedi, ma quello è il mondo a cui vogliono appartenere. In copertina hanno la cartina del Texas e per completare questa immagine da fissati è giusto uscire su nastro. Non sono contrari allo streaming, definiscono solo se stessi al meglio, con la musica, la copertina e il supporto. I riferimenti degli ELM non si fermano al noise ma proseguono verso il grunge, per dire. Non troppo in là: uno spettro d’azione limitato, ma definito e preciso, quadrato nella scelta di quel suono e di quei giri delle canzoni. È una cosa che adoro. Dal vivo sono molto potenti.

Recensioni generator the 3 pipponi serie: Tiger Shit, Blue Crime, Halfalib

Se uno ascolta Corners, l’ultimo disco dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (To Lose La Track), sembra l’album di un gruppo che fa la sua cosa da anni, ha le mani in pasta da sempre nel noise rock e riesce a riprodurne tutte sfumature senza difficoltà. E invece no, nel senso che non fanno la stessa cosa da anni e non c’è pilota automatico. È il primo disco in cui prendono con così tanta decisione quella strada. Nel 2013 hanno pubblicato Forever Young, che è un po’ un insieme indefinito di cose, più spostato verso i Male Bonding e in cui a volte le chitarre vanno in direzioni impreviste, già noise ok (Broken) ma anche math rock (The Smell) per dire. Lo stesso gioco intorno alla chitarra è in Whispers, del 2010, che suona più simile a Corners ma mai così pieno di distorsione, per le incursioni new wave e purtroppo anche di uno stile pulito e metallico alla Placebo (Vampire). Nel 2008 è uscito Be Yr Own Shit, che probabilmente è il disco della giovinezza, post punk e funk punk (Last Gang In Town), dove hanno fatto cose che hanno deciso di non fare mai più. Quindi, Corners ha il vantaggio di essere perfettamente dentro a suo stile e contemporaneamente di essere il primo esito noise rock così deciso di un percorso guadagnato col tempo. È fresco ma consapevole. I Tiger Shit vengono da una storia musicale insieme relativamente breve ma ascolti Corners e sembra l’unico modo possibile di fare noise rock adesso. Li guardi dal vivo e sono quello che ti aspetti da un gruppo che fa questo genere di musica. E questo mi fa sentire a casa. Non è sempre vero che bisogna ascoltare cose che vadano oltre i nostri confini, a volte è necessario soddisfare subito il desiderio di sentirsi assecondati dalla musica.
Corners procede senza prenderla di corsa, alternando canzoni più tirate a canzoni meno ed è un bel modo per evitare che la monotonia della chitarra che suona così prenda il sopravvento sulle canzoni e su tutto il disco: ecco perché funzionano le quattro all’inizio: Weird Times, Shamaless Pt. 1, Silver, Sacramento. Dopo un po’, anche l’alternanza rischierebbe di diventare monotona e quindi i Tiger Shit tirano fuori un pezzo un può scoglionato (Highland Park), un altro con un finale di chitarra da ascoltare con le orecchie a padiglione per i rivoli che inventa (Teen Forever) e poi Holidays, primo vero momento di riposo della chitarra. Ci sono delle volte in cui si fa tanto parlare delle chitarrone, chitarre grosse, chitarre di qui e di là, però poi c’è qualcosa che non torna, non fanno nessun effetto, non prendono. La chitarra di Corners è quella dei dischi noise rock ma ha una ragnatela tutta sua. Per iniziare, rimane sempre in superficie e crea una palude da cui non passerebbe neanche uno spillo, poi lascia che alle proprie spalle continui a suonare l’acqua melmosa e penetra nelle vene della terra sottostante. Fa una gran corsa all’inizio del disco e poi prende un respiro. Arrivata a BlowingFurther e Girls riparte con un andamento diverso, più veloce ma meno tormentato, come se si fosse sfogata prima e adesso volesse fermare la testa e andare solo sulle gambe. Sembra quasi una persona ed è la chitarra più viva che io abbia sentito ultimamente nei dischi di chitarre.

L’ep dei Blue Crime si chiama SubmarineBronson Recordings poco più di un mese fa ha fatto il suo primo party. Non so se lo sapete, ma sulla serata ho scritto questa cosa su Rumore. No, così per dire. Alla festa non hanno suonato i Blue Crime – che comunque saranno al Beaches Brew – ma gruppi che fanno roba completamente diversa. E questo è uno dei punti: l’etichetta del Bronson produce robe diverse, come altre etichette (Sonatine) ma non come tutte le altre etichette, quindi può essere considerato un motivo di vanto. Subamarine è un 7”, due canzoni che rimandano ad atmosfere precise, dream pop da un lato (Gypsy Cat) e Shannon Wright dall’altro (Blue Nocturnal), mischiando tutto con il noise rock e l’atmosfera dark. I punti di forza di Gypsy Cat sono la melodia, la struttura solida e il suono, bello deciso. La forza di Blu Nocturnal invece è quella di essere diversa da Gypsy Cat e più simile alle ballate psyco pop del lavoro precedente: per oscurità e paranoia lisergica ricorda Batman di Bunker. Sappiamo che la Bronson Recordings è di Ravenna. I Blue Crime invece vengono da Amsterdam e sono arrivati fino a Ravenna per trovarsi un’etichetta. O Ravenna è arrivata fino a loro per fargli il disco. Comunque sia, chi come me crede che la musica unisca le cose lontane non può pensare che sia casuale l’incontro delle acque di Amsterdam, ordinate e nordiche, con quelle di Ravenna, indomabili e spaventose, governate dal porto, che a vederlo da fuori sembra un posto così carico di incazzatura inespressa. Arrivando al punto, le chitarre di Gypsy Cat mi hanno ricordato quando nel 2015 l’acqua ha sommerso la campagna di Ravenna, rendendola immobile e piena di tensione. Blu Nocturnal invece mi ha ricordato la calma dei canali dell’Amstel ad Amsterdam. Sicuramente è una cosa mia, ma nell’ep trovano spazio questi due mondi, due espressioni diverse di una stessa matrice. Sono tutte e due riconducibili a qualcosa di dark, ma il primo lato è l’unione di tre cose (forza, pop, oscurità) che creano un tessuto più resistente, mentre il secondo non me l’aspettavo, e quindi è una cosa positiva, ma la tensione cala troppo. Vorrei che il prossimo disco fosse più come Gypsy Cat. Le acque calme possono far comodo nella vita vera, ma quando si trasformano in canzoni, se diventano tumultuose, fanno la differenza.

Halfalib è l’altro lato di Any Other: stessi componenti, risultati molto diversi, lo si nota da Malamocco (uscito per WWNBB). Alla guida di tutti c’è il bassista e questa è la grande carta in tavola che è stata cambiata nel passaggio da Any Other a Halfalib. In matematica, se cambi l’ordine degli addendi i risultato non cambia, in musica si.
Quando vedo per la prima volta un gruppo dal vivo, mi faccio delle domande sulle persone che suonano. È una cosa che va anche al di là della musica. Può succedere che mi fissi in particolare con uno di quelli che sono sul palco. Ci sono i casi in cui mi passa dopo tre minuti ma ci sono anche le volte in cui inizio a chiedermi chissà che musica ascolta a casa, come gli piace la pizza, se è astemio, se è uno stronzo o no. Non c’ho mai parlato, l’ho solo visto suonare dal vivo ma Marco (il bassista) sembra un tipo che si fa un sacco di cazzi suoi, riservato, ma che poi se lo conosci è fenomenale, una mente vulcanica e una personalità artistica ben definita. Si vede quando suona il basso: potrebbe anche non fare mai lo stesso giro se fosse per lui. Lo fa anche con Halfalib: infila strumenti, voci e idee tra le righe più nascoste delle canzoni, di continuo. In questo modo, è stato in grado di prendere gli Any Other e rovesciarli come un calzino, portando un trio chitarra basso e batteria a suonare cose diverse, passando dai Modest Mouse, o comunque da una musica che ha riferimenti precisi e dichiarati, a un altro posto. Non da una zona di conforto a una zona più complessa. A una zona nuova. E quali sono altri riferimenti di Malamocco? Questo disco fa un effetto strano. Le prime tre volte mi sembrava sperimentale, poi alla quarta è diventato pop, ma non tutto pop, cioè è pop ma a episodi circoscritti, come il pianoforte dolce che spicca all’improvviso, dopo aver latitato tutto il tempo ed essere stato sottomesso al sax, in Il troppo moltiplicarsi senza continuarsi conduce a, un pezzo che a volte è tribale (ma non triviale). Questa è la qualità migliore di Malamocco: unire le voci alla Jeff Tweedy a un mondo (appena sfiorato Wilco in The Whole Love) di dolcezza elettronica, per poi passare a svisate jazz: Human After Odd è l’esempio migliore per capire. Ma il massimo del disco è Liebe Fénix II Instant, che spiazza e sconfigge più di una volta il fronte che sostiene fino alla morte la necessità della risposta alla domanda si ma, che genere fa questa band?. In una sola canzone puoi trovare prima i Beatles, poi Yann Tiersen, l’ignoranza degli Aucan, il tiro senza filtro anti grattugia dei Death Grips, poi ancora i Beatles.
Tra l’altro, alla faccia dei sostenitori dell’importanza della definizione del genere, penso sia il caso di parlare d’altro, cioè del significato della parola Malamocco e di WWNBB. WWNBB vuol dire “We Were Never Being Boring” ed è il nome di un collettivo il cui motto su bandcamp dice “We want music to never turn into something boring for us. It would mean that we have become boring. Because music does not die with mp3′s or copyright: boredom is what brings it down, when it becomes a habit. All we need is a small do-it-yourself collective, as tiny as a simple smile“. Il rischio abitudine e noia è reale. Non è simpatico quando succede ma può succedere di stancarsi della musica, anche a uno che suona, che si può stancare di fare sempre le stesse canzoni. Lo diceva Capra nel suo disco solista. Ecco perché volevo parlare un attimo di WWNBB, perché la sua missione è difficile, si oppone alla natura dell’uomo, che ogni tanto smette di provare interesse, si allontana dalle cose e inizia a cercare soddisfazione in altro. L’abbandono della musica non porta per forza alla noia. Potrebbe. Ma potrebbe avere come conseguenza qualcosa di nuovo e diverso. Comunque, io credo che ascoltare musica salvi la vita quindi credo nel motto di bandcamp di WWNBB.
Parlando invece del significato di Malamocco, bisogna dire che è il nome di una piccola città al Lido di Venezia. Quindi ancora acqua. Voglio ufficilmente informarvi che non ho il trip dell’acqua, del nuoto o del mare, ma non sarei neanche scontento di averlo. Il nome antico di Malamocco è Metamauco e la leggenda narra che “l’antica Metamauco fosse localizzata in posizione più esterna dall’attuale Malamocco, verso il mare. Sussistono ancora dicerie locali secondo le quali, nei giorni di mare calmo, è possibile scorgere le rovine della città che, sempre la tradizione, vorrebbe distrutta da un devastante maremoto” (wiki). Sicuramente non sarà vero, ma è bellissimo, e alcuni passaggi del disco fanno un po’ quell’effetto lì: li senti, un attimo dopo scompaiono del tutto e ti chiedi se li hai sentiti veramente. Per fortuna che si può tornare indietro anche con l’mp3 e provare che non sei matto. E se puoi fare rewind, non è l’mp3 a uccidere la musica, ma il non ascoltare più musica. Comunque, arrivando al punto, da una “scena” che vive di math rock, emo, screamo e indie rock, viene fuori Halfalib che cambia le carte in tavola e guarda un po’ più in là, allontanandosi sia dal mondo che lo circonda tutti i giorni sia da se stesso. Malamocco è un disco insolito, il sorprendente rovescio del calzino di Any Other.