Mark Kozelek con Ben Boye e Jim White. Una specie di appunti.

Vaffanculo, il disco nuovo di Kozelek con Ben Boye e Jim White è il disco dell’anno e come disco dell’anno gli faccio ‘sta cosa. Non che a nessuno freghi niente, però questo post che ho scritto non ha alcun senso. Nel senso che sono tutti paragrafi a sé, forse a volte neanche conclusivi, anche se avrei voluto lo fossero. Li ho buttati giù mentre ascoltavo il disco, o anche mentre non lo ascoltavo. Dicevo che è così bono e sexy che il discorso che lo riguarda non volevo fosse concluso in una recensione, ma che rimanesse aperto per cui adesso pubblico il post, ma nei prossimi giorni magari aggiungerò e/o cambierò paragrafi. Correrete tutti a leggerli immagino. Qualche mese fa ho scritto una cosa sulle recensioni liquide, migliaiardi di voi mi hanno chiesto di passare alla pratica dopo la teoria e allora ecco. Non per tutti i dischi dell’anno attacco ste pezze ma questo di Kozelek si presta da dio. Anche lui, se fosse Kanye West, aggiungerebbe pezzi alle canzoni e canzoni quando ha già pubblicato il disco. Lo ripubblicherebbe aggiornato perché potrebbe aggiungere parole e parole e chitarre e farebbe aggiungere spazzole e piatti e tutto quanto. Perché mi immagino questo disco, come anche quello prima, come una cosa finita ma perché a un certo punto ha detto “o bona raga, facciamo basta sennò non finiam più qui”. Tutti i dischi del mondo potenzialmente potrebbero esseri cosi ma questo è un fiume e si sente quando lo ascolti, te ne accorgi proprio. Almeno, io ho la sensazione che Kozelek dica quelle parole ma potrebbe dirne altre, magari con lo stesso significato, ma altre. La parte strumentale mi sembra più solida e vincolata anche se non sempre. Migliaia di dischi improvvisati o mezzi improvvisati che non hanno la struttura rigida strofa ritornello e che potrebbero durare all’infinito sono stati pubblicati nella storia della musica terrarum, ma non m’interessano quelli, al momento m’interessa questo. Mi immagino Kozelek come uno che se dovesse riscrivere lo stesso disco tra due mesi lo farebbe diverso per lo meno al 40%, perché sembra uno a cui il cervello va a mille. E rifatto, sto disco potrebbe pure fare cagare, quindi per ora mi sono divertito a scrivere cose su questo, com’è adesso, che non si sa mai che non gli venga davvero in mente di diventare il Kanye West del folk.

Sarà anche solo per piccole cose ma ogni volta che Mark Kozelek fa un disco riesce a metterci cose nuove. Questa volta fa il verso dell’aspiratore di saliva del dentista subito dopo un pianoforte che ricorda dritto per dritto quello di Eyes Wide Shot un attimo dopo aver nominato un sacco di personaggi, con velocità media, ma con tono importante, come se fosse il biografo ufficiale di tutti. Sarà che a un certo punto si mette a diire miao miao miao all’infinito, o Trump Trump Trump, ma crea dei suoni nuovi, a metà tra il beatbox e un giradischi incantato. Poi ci mette sotto una batteria jazzata o l’emo triste alla Red House Painters e il gioco è fatto: disco dell’annus domini 2017.

L’ossessione per Trump l’avrei anch’io se fossi un americano. È come quando avevamo l’ossessione per Berlusconi. Tutti parlavano male di lui, l’oposizione c’ha perso la credibilità nel tentativo di abbatterlo e lui, pochi giorni fa, ha fatto un’altra battuta sulla figa. Kozelek lo ripete spesso, in più canzoni, forse Trump durerà meno di Berlusconi (e adesso a Kozelek gliela sto tirando) e anche questa bambola voodoo avrebbe funzionato. Mmm, questa non si capisce molto (ndr).

Senza offesa, ma la sua calma e la sua fermezza mi ricordano quelle di Ed Kemper, il serial killer della seconda puntata di Mindhunter. A un certo punto, il tipo dell’FBI lo va a trovare in carcere e inizia a parlare con lui di tutto. Non si capisce se Kemper lo sta prenendo in giro oppure no, esattamente come Mark Kozelek dal vivo fino a qualche anno fa, tipo quella volta al Bronson. Lì era ancora cattivo. Nello stesso periodo trovava da dire con i War on Drugs e diceva cose. Poi è cambiato, è diventato più mansueto. E nel disco nuovo le sue invettive contro sono decise ma sembrano prive di astio fine a se stesso. Non dice cose belle, le dice come se non fosse affatto coinvolto, forse tutto è il frutto del suo free style. Con il free style arriva anche a creare momenti di dolore funesto, come quando si fa la conta dei morti, come un elenco puntato, che però va più a segno di molte altre celebrazioni. Non ho mai giudicato il dolore urlato, o preferito quello non urlato: ognuno lo esprime come gli viene, non sono io a dire come fare. Ma la voce di Kozelek è come quella di un confessore, non per forza un prete, che parla e tiene molto bassa la voce ma dice quei nomi e li verga nelle tue orecchie. Non urla, verga. Il basso profilo, per questo disco uscito un po’ in silenzio, è una specie di comune denominatore delle canzoni.

Me lo immagino, che si siede sulla sedia con i cuscini sdruciti, non di fronte al camino, che è troppo romantico, ma di fronte al tagliaerba (spento), e inizia a cazzeggiare con la chitarra. Non pensa a caso, però, e gli viene fuori una sporta di parole. Alla fine della serata, un po’ spazientito, pensa “e adesso cosa ci faccio io con tutti ‘sti testi?”. Cioè, immagino che sappia cosa farci: un album. Ma forse non lo sa da subito. Gira un po’ per la casa in tuta, con lo sguardo scazzato, si fa un caffè, gioca con il cane, ma non troppo. A un certo punto gli viene in mente cosa fare. Chiama Ben Boye e Jim White per farsi seguire mentre ripete e cambia quelle parole che gli giravano da prima in testa e ne inventa altre. L’umore è diverso da mezz’ora prima, e allora le cose vengono diverse ma i due ragazzi sotto la mandano, non c’è bisogno che li sgridi, poi sono lontani i tempi in cui sgridava gente. Alla fine, magari qualche giorno dopo, chiudono tutto, disco fatto, ciao. Lui lo riascolta, “è uguale a molte altre cose che ho fatto”. E torna a fare un po’ di concerti. Mentre fa i concerti ogni tanto si apparta e fa delle altre canzoni, che poi vanno a finire in un altro disco, simile o no. Ma che comunque è il disco dell’anno. Ultimamente è sempre andata così.

Per quanto sia un personaggio mai contento, la sua poetica è semplice. Le parole a volte sono tristi, a volte arrabbiate, a volte famigliari. Direi che non sono mai felici. Le uscite degli ultimi anni ci hanno abituato a un personaggio che dice cose, poi la volta dopo è tranquillo. Non ci stupiamo più se una sera a un concerto è stronzo. All’inizio era divertente. Adesso, se mai dovessi vederlo un’altra volta, spero che non faccia nessuna delle sue gag, né da buono né da cattivo, che non faccia il gigante. Vorrei che cantasse e suonasse, spogliandosi di tutto il personaggio che si è costruito. È così bravo a suonare e cantare, perché deve aggiungere cose inutili? Abbiamo le canzoni, la voce, delle batterie che vanno dai Red House Painters al jazz, giri di parole che resterei ad ascoltarle per mesi. Mark Kozelek with Ben Boye and Jim White un disco costruito benissimo, in bilico sempre tra improvvisazione e passaggi che sembrano piazzati lì dopo mille prove, e per questo dà l’impressione di essere pressoché perfetto. Ma senza darti la certezza che le cose stiano così. Direi che è sufficiente, cos’altro serva non so.

Gli piace il rap e ce ne mette sempre un pezzettino. Il suo più che un rap è uno che crede di rappare in realtà sta parlando. Comunque, il suo incedere è sempre significativo, sia che canti sia che rappi. Anche nel caso in cui il suo modo di cantare ti annoi a morte, c’è una punta di fastidio che si insinua.

Ho appena scoperto che Ben Boye suona nei Chivalrous Amoekons, che discogs definisce “un gruppo che suona canzoni dei The Mekons”, con Angel Olsen (uuuuuuuu) e Will Oldham. Come tastierista aveva suonato anche nei dischi di Sun Kil Moon, Bonnie Prince Billy e Ryley Walker. Jim White è il batterista dei Dirty Three.

Pensate che Mark Kozelek possa davvero essere un serial killer? Il mostro di Massillon? A parte quest’ipotesi impossibile, l’inizio di Topo Gigio dice “ieri sera abbiamo provato a vedere per la seconda volta Manchester by the sea e per la seconda volta di siamo addormentati”. Per quanto sia lontana l’ipotesi del serial killer, c’è comunque una cosa spaventosa nel modo di scrivere di kozelek: la sua capacità di entrare nell’intimità delle persone che ascoltano, di mettersi sul loro divano proprio, di dire cose famigliari e vicine agli aspetti più deludenti, o normali, della vita. Tipo provare a vedere un film e addormentarsi.

Blood test è una canzone french touch con Califone alla batteria. Kozelek parla stanco di Facebook, di Adam Sandler, di Twitter, gmail, e la base è sempre la stessa. E se altre volte la sua monotonia portava a fare un pisolino, questa volta ti induce a concentrarti sulle parole. Il suo modo di scrivere i testi impone attenzione perché parla di un sacco di cose una dopo l’altra, non c’è un tema, non c’è un’idea tranne l’idea di dire tutto, ogni parola è una sorpresa. E quando il modello rischia di non essere più interessante, al minuto 7, la canzone cambia, in pratica ne inizia un’altra, un rap con un organetto che lega la voce alla batteria. Abbiamo un Kozelek molto sveglio e attento a non distruggerci di roba pesante e musi lunghi. È interessato alla nostra attenzione, ci lavora su, gli frega qualcosa di noi.

Waxahatchee 2049

Quanti modi di raccontarci il futuro! Blade Runner con immagini e suoni pazzeschi(ssimi), Valerian con i giochini in 3D, David Bowie con i vestitoni, Kanye West senza supporto fisico, Billy Corgan e Marilyn Manson annientandolo quando sembrava eterno, Frank Ocean senza titolo, Stregoni facendoci vedere l’integrazione come dovrebbe essere, Pharmakon suonandolo e seppellendolo subito, Ghali… Ghali boh.

C’è una che secondo me il futuro lo racconta molto a modo suo: Waxahatchee. I suoi album sono tutti diversi uno dall’altro, nel senso che quello nuovo aggiunge sempre qualcosa a quello precedente, creando un percorso di cambiamento che tende sempre al futuro.

American Weekend (2012) è chitarra e voce, quattro accordi, sempre lo stesso modo di cantare e poco altro solo in Luminary Blake. C’è un poeta qui delle mie parti, che si chiama Baldini e ha scritto una poesia che si chiama Mo acsé (Ma così) e fa: “Ma così, delle volte, quando torno a casa, / la sera, prima di infilare la chiave, / suono, drin, drin, / non risponde mai nessuno”. Tutte le canzoni di American Weekend me la ricordano. L’unica differenza è che Baldini era davanti a casa sua, a Santarcangelo di Romagna, e Waxahatchee è in uno di quei corridoi dei licei americani che si vedono nei film. Qualcuno esce di classe durante le lezioni, confabula con qualcun altro, sa che non può farlo ed è teso perché il preside stronzo tra poco spunterà fuori e gli farà il culo. In quei momenti c’è una gran voglia di scappare e allo stesso tempo la paura di essere beccati. A volte c’è qualcuno da solo, dopo un party di fine anno, quando già certe aspettative si sono risolte in niente. Questo è American Weekend, che mette subito le cose in chiaro con il testo di Catfish: “Crave, desolate, you dive in / we follow along and I / contrive you with whiskey / and Sam Cooke songs and we / lay on our backs, soaking / wet below a static t.v. set / and conversation flows / counting shooting stars and / catfish but I’ll never make / a wish, barefoot parking lot / getting high in Portland, / Oregon we echo 17 and we / glue it back and poke fun / and it gets real quiet”. Waxahatchee è un ’89 e anche se quando esce il disco non è già più una teen ager che va al liceo, in quel corridoi ci sguazza ancora e alla grandissima. È un mondo piccolo e con un limite temporale per tutti ma abbastanza vulcanico nel generare suggestioni a cui pensare negli anni successivi. Crescere oppure no? Bisogna, ma per certi versi è un peccato, perché alcuni desideri rimangono inappagati e diventano un contratto di fedeltà vitalizio con il nulla. Per altri versi è bellissimo, perché l’adolescenza è un posto brutto, fatto di gente che prende per il culo gente sempre presa per il culo, di bambinacci molesti e rompi coglioni, oltre che di apparecchi ai denti che ti fanno sembrare un robot e ombre di baffi impresentabili. È normale che Waxahatchee se ne allontani nei dischi successivi, ma American Weekend è un totem delle paranoie dell’adolescenza. È il disco più bello che abbia mai fatto.

Di Cerulean Salt (2013)il secondo, tutto quello che è chitarra e voce mi incanta (Hollow Bedroom). In altre canzoni, come Brother Brian, Lips and Limbs o Lively, ha aggiunto la batteria, una seconda voce, i synth. Suona tutto molto personale, ma è come una rielaborazione di una cosa che era già personale, è come un livello in più ma ottenuto con troppo sforzo, e quindi non rende tanto quanto il livello precedente. I testi tendono alla descrizione di un futuro fatto di cose diverse. “Compassion we’ll lose with time and test” lo dice lei stessa: le cose e le persone cambiano, necessariamente e naturalmente, che non significa per forza in meglio. Diverso è anche il punto di vista da cui ognuno guarda le cose. Do per scontato che Waxahatchee sia stata abbastanza contenta del cambiamento avvenuto da Cerulean Salt a American Weekend. Molto bene, probabilmente non poteva andare diversamente. Ma ogni cosa che aggiunge alla voce e alla chitarra toglie spazio a tutto quello che era riuscita a tirare fuori con il primo disco e lei sembra già cambiata, nel giro di un anno. Il mio e il suo punto di vista, su un cambiamento inevitabile, sono diversi. È il suo secondo disco ed è il secondo disco più bello che abbia mai fatto.

Con Ivy Tripp, il terzo (2015), ho qualche problema. Canta molto da sola, anche se non solo. Il fatto è che lascia troppo spesso da parte la chitarra e usa altro. È quasi la stessa cosa ma quel “quasi” fa la differenza che c’è dal buio della notte alla luce di mezzogiorno. Il synth della stralodata Breathless la rende sinceramente disturbante, a metà tra la benedizione durante una messa e qualcosa di sensuale. Ma non è niente in confronto alla voce e alla chitarra di Blue. Ivy Tripp cerca soluzioni nuove ma tira fuori il massimo quando riprende i modi del primo disco. In fondo, non c’è più la sensazione continua di euforia e desolazione che si alternano come pazze in American Weekend ma c’è ancora qualcosa della lei del primo disco. A due anni da Cerulean Salt rallenta la corsa verso l’età adulta, fa un disco indeciso che per questo potrebbe essere il più bello di tutti ma è come se la lei cresciuta guardasse la lei di tre anni prima e cercasse di imitarla. Non poteva andare tutto bene. Waxahatchee non è completamente fuori dal corridoio, ma quasi. Testi da portare a esempio non ne ho. È il terzo disco più bello che abbia mai fatto, o anche il secondo più brutto.

Out In The Storm, l’ultimo disco, di quest’anno, è quasi tutto con la band. Il principio è lo stesso del primo album: nessuna complessità nella scrittura. Suoni bellissimi, voce incantevole, canzoni tra il pop e il Chris Brokaw più sfasciato, ma il corridoio è scomparso, sostituito da un muro di strumenti di cui potrei fare a meno. Anche Fade o A Little More, quasi solo chitarra e voce, sono lontane da American Weekend. Non è solo una questione di strumenti usati, ma proprio di perdita della volontà e della spinta a scrivere quel tipo di canzone, che faccia quell’effetto lì. È il cambiamento decisivo dopo il passo indeciso di Ivy Tripp. Io me la vedo, con il sorriso stampato che va in giro per il mondo a portare il disco nuovo, fa montare sulla band anche sua sorella, definitivamente, e mentre attaccano Never Been Wrong pensa guarda come spacchiamo. E ci sta, perché è così, è vero. Però ha perso tutto. “I took a train to Berlin today / When I called last night you felt so far away” (Sparks Fly). Credo che ci sia di meglio tra i versi delle altre canzoni di questo album, ma questi due sono più significativi. È lontana e Out In The Storm è il suo disco peggiore. Alla fine, ripete “I’m fading away” e lo so che parla del rapporto con un’altra persona, ma posso anche forzare il punto di vista e creare un contesto e significati nuovi. Per me sta parlando del fatto che è lontanissima dal 2012.

Prima di Out In The Storm, aveva fatto uscire Early Recordings ma è stata solo un’illusione.

Waxahatchee ha fatto così e questa è la sua storia, che vive dei testi che cambiano nel corso del tempo e raccontano spesso di un futuro diverso e delle necessità di suonare con qualcos’altro oltre a una chitarra. Finora è andata così per lei. In futuro potrebbe tornare nel bozzolo e continuare a sfornare canzoni alla American Weekend, oppure nel 2049 diventare una dj. Non saprei di preciso. Questo è il suo modo di parlarci del futuro: cambiare, tendere a qualcosa più che definirla in modo preciso. Ed è bello in generale con la musica, perché dopo il primo disco non sai che tipo di percorso tenterà di fare chi la scrive, per cui il futuro inizia al secondo album, quando si mette sul piatto qualcosa in più rispetto al primo. Waxahatchee sta seguendo questo tipo di percorso e a ogni disco il futuro rilancia se stesso.

Non è perché non mi piace Out In The Storm che non sono andato a Carpi a vederla. La colpa è stata del viaggio da solo in macchina. Pensare che ho in pratica 40 anni. E non so ancora capire i vantaggi di avere una band che suona con te o capire che le due cose (da solo o con la band) sono difficilmente paragonabili e non ce n’è una migliore e una peggiore. E una cantante a un certo punto si scazza con tutto quello che ha fatto prima, e cambia. Ma si può preferire una o l’altra cosa. Io preferisco la prima. Voglio dire, è ovvio che uno cresca e non rimanga uguale a se stesso per sempre. Ma ci sono cose in cui vorrei ritrovare sempre delle certezze e quando cambiano storco il naso. Il primo disco di Waxahatchee è una di quelle cose. È bene per lei che sia cambiata e che sia cresciuta come cantante, ma non è bene per me e visto che l’unico confronto che posso avere con lei è ascoltare la sua musica, vorrei che facesse per sempre la musica che ha fatto e che mi è piaciuta.

E non sono più capace di fare 150 chilometri di autostrada da solo per vedere un concerto che m’interessa. Che poi, al ritorno, che è il più brigoso, l’autostrada è un po’ come un corridoio lunghissimo, quindi dovrebbe piacermi no? Quanto mi lamento. Da qui in avanti, potrà essere solo peggio. Waxahatchee, torna nel corridoio. Potrai avere tutta la tensione al futuro che vuoi ma il primo disco, quando non esisteva né passato né futuro, era meglio.

Rifare tutto e rifarlo più ostile. Montana, un’anteprima del nuovo disco

Nel 2015 tre quarti della vecchia formazione si è dispersa, nel 2016 la loro storia è ripartita. Adesso i Montana sono tornati, accuditi e guidati da mani concrete. Arrivati in studio nella primavera di quest’anno con il carico di fatica spesa nel rifare tutto daccapo, l’hanno buttata tutta dentro ai microfoni. Hanno fatto la loro cosa, senza pugnette si dice dalle mie parti. Nessuna perdita di tempo: ricomporsi, scrivere e provare, registrare. Farlo bene, non fare in fretta ma arrivare dritti al punto. Correre, potenti e controllati. Il resto non conta. La costanza nelle gambe gli è rimasta dai tempi dell’hard core, la forza dall’era del metallo. In questo periodo di ricostruzione hanno urlato solo quando hanno registrato le voci, per il resto hanno fatto tutto mantenendo basso il profilo. E quando ho infilato negli auricolari il nuovo disco, è stata l’esplosione finale di una rinascita ottenuta senza disperdere energie all’esterno ma scaricandole tutte nel risultato finale.

Qualche giorno fa ho letto un’intervista ad Adam Granduciel dei War On Drugs che parlava della forza curativa della musica, in cui lui vede un processo utile a capire te stesso e il mondo. Io non ci credo. Una canzone deve dire come stanno le cose, punto. Chi la scrive non deve sperare di trovarci la cura ma un canale in cui parlarsi e parlare chiaramente. Non serve per guarire ma per capire. Chi la ascolta si deve aspettare di trovarci la verità. Niente di consolante, c’è sempre il risvolto ostile che non puoi non considerare. Per esempio, A Crow Looked At Me di Mount Eerie non c’entra nulla coi Montana ma è bellissimo perché parla della morte senza tante menate ed è molto reale. Biografico. I Montana sono sempre stati spaventosi da quanto sono diretti, nella musica e nei testi. Lo sono ancora di più nel disco nuovo, che non poteva essere diverso, visto che è il risultato di mesi di scornate testarde per ricomporre il gruppo.

È il disco migliore che abbiano fatto finora. La chitarra e la batteria non mollano un attimo, come sempre, ma questa volta hanno un suono più impastato, contrapposto a una scrittura lucidissima, come sempre, ma questa volta di più. Il suono mi ha ricordato la ruvidità di Legless Bull dei Governement Issue. Per altre cose invece il disco dei Montana gli è molto distante. Legless Bull ha molte parti di hard core, 10 minuti 10 canzoni. Praticamente 10 improvvisi schizzi di follia. I Montana mantengono le velocità e la foga del punk rock, raramente si scaricano con l’hard core, piuttosto allargano le chitarre e i ritmi verso il post hard core. Mancano totalmente di voci sboccate, per fortuna: vanno dritto in generale e vanno dritto anche lì, senza pugnette (appunto). Nessuno schizzo di follia, è tutto sotto controllo. Il controllo non porta rigidità, i giri del basso e la cassa della batteria che a volte intervengono con più evidenza a spezzare l’andamento delle canzoni sono i mezzi attraverso i quali le maglie dei dischi precedenti si sbrancano. Per colpire ancora di più, i Montana hanno detto ciao quasi del tutto ai passaggi rock’n’roll di Spergiuro (2015) e li hanno stretti nella morsa di un punk rock chitarra, basso e batteria, diretto e cinico ma capace di costruire dinamiche notevoli. I testi sono in linea, più franchi, fermi e reali di sempre. Non serve altro per dire le cose che bisogna dire.

Si chiama La stagione ostile, esce per Crapoulet Records, To Lose La Track e Sonatine Produzioni tra un mese spaccato in digitale, il 10 novembre in vinile. Ma qui puoi ascoltare subito Giudizio in anteprima assoluta mondiale.