Waxahatchee 2049

Quanti modi di raccontarci il futuro! Blade Runner con immagini e suoni pazzeschi(ssimi), Valerian con i giochini in 3D, David Bowie con i vestitoni, Kanye West senza supporto fisico, Billy Corgan e Marilyn Manson annientandolo quando sembrava eterno, Frank Ocean senza titolo, Stregoni facendoci vedere l’integrazione come dovrebbe essere, Pharmakon suonandolo e seppellendolo subito, Ghali… Ghali boh.

C’è una che secondo me il futuro lo racconta molto a modo suo: Waxahatchee. I suoi album sono tutti diversi uno dall’altro, nel senso che quello nuovo aggiunge sempre qualcosa a quello precedente, creando un percorso di cambiamento che tende sempre al futuro.

American Weekend (2012) è chitarra e voce, quattro accordi, sempre lo stesso modo di cantare e poco altro solo in Luminary Blake. C’è un poeta qui delle mie parti, che si chiama Baldini e ha scritto una poesia che si chiama Mo acsé (Ma così) e fa: “Ma così, delle volte, quando torno a casa, / la sera, prima di infilare la chiave, / suono, drin, drin, / non risponde mai nessuno”. Tutte le canzoni di American Weekend me la ricordano. L’unica differenza è che Baldini era davanti a casa sua, a Santarcangelo di Romagna, e Waxahatchee è in uno di quei corridoi dei licei americani che si vedono nei film. Qualcuno esce di classe durante le lezioni, confabula con qualcun altro, sa che non può farlo ed è teso perché il preside stronzo tra poco spunterà fuori e gli farà il culo. In quei momenti c’è una gran voglia di scappare e allo stesso tempo la paura di essere beccati. A volte c’è qualcuno da solo, dopo un party di fine anno, quando già certe aspettative si sono risolte in niente. Questo è American Weekend, che mette subito le cose in chiaro con il testo di Catfish: “Crave, desolate, you dive in / we follow along and I / contrive you with whiskey / and Sam Cooke songs and we / lay on our backs, soaking / wet below a static t.v. set / and conversation flows / counting shooting stars and / catfish but I’ll never make / a wish, barefoot parking lot / getting high in Portland, / Oregon we echo 17 and we / glue it back and poke fun / and it gets real quiet”. Waxahatchee è un ’89 e anche se quando esce il disco non è già più una teen ager che va al liceo, in quel corridoi ci sguazza ancora e alla grandissima. È un mondo piccolo e con un limite temporale per tutti ma abbastanza vulcanico nel generare suggestioni a cui pensare negli anni successivi. Crescere oppure no? Bisogna, ma per certi versi è un peccato, perché alcuni desideri rimangono inappagati e diventano un contratto di fedeltà vitalizio con il nulla. Per altri versi è bellissimo, perché l’adolescenza è un posto brutto, fatto di gente che prende per il culo gente sempre presa per il culo, di bambinacci molesti e rompi coglioni, oltre che di apparecchi ai denti che ti fanno sembrare un robot e ombre di baffi impresentabili. È normale che Waxahatchee se ne allontani nei dischi successivi, ma American Weekend è un totem delle paranoie dell’adolescenza. È il disco più bello che abbia mai fatto.

Di Cerulean Salt (2013)il secondo, tutto quello che è chitarra e voce mi incanta (Hollow Bedroom). In altre canzoni, come Brother Brian, Lips and Limbs o Lively, ha aggiunto la batteria, una seconda voce, i synth. Suona tutto molto personale, ma è come una rielaborazione di una cosa che era già personale, è come un livello in più ma ottenuto con troppo sforzo, e quindi non rende tanto quanto il livello precedente. I testi tendono alla descrizione di un futuro fatto di cose diverse. “Compassion we’ll lose with time and test” lo dice lei stessa: le cose e le persone cambiano, necessariamente e naturalmente, che non significa per forza in meglio. Diverso è anche il punto di vista da cui ognuno guarda le cose. Do per scontato che Waxahatchee sia stata abbastanza contenta del cambiamento avvenuto da Cerulean Salt a American Weekend. Molto bene, probabilmente non poteva andare diversamente. Ma ogni cosa che aggiunge alla voce e alla chitarra toglie spazio a tutto quello che era riuscita a tirare fuori con il primo disco e lei sembra già cambiata, nel giro di un anno. Il mio e il suo punto di vista, su un cambiamento inevitabile, sono diversi. È il suo secondo disco ed è il secondo disco più bello che abbia mai fatto.

Con Ivy Tripp, il terzo (2015), ho qualche problema. Canta molto da sola, anche se non solo. Il fatto è che lascia troppo spesso da parte la chitarra e usa altro. È quasi la stessa cosa ma quel “quasi” fa la differenza che c’è dal buio della notte alla luce di mezzogiorno. Il synth della stralodata Breathless la rende sinceramente disturbante, a metà tra la benedizione durante una messa e qualcosa di sensuale. Ma non è niente in confronto alla voce e alla chitarra di Blue. Ivy Tripp cerca soluzioni nuove ma tira fuori il massimo quando riprende i modi del primo disco. In fondo, non c’è più la sensazione continua di euforia e desolazione che si alternano come pazze in American Weekend ma c’è ancora qualcosa della lei del primo disco. A due anni da Cerulean Salt rallenta la corsa verso l’età adulta, fa un disco indeciso che per questo potrebbe essere il più bello di tutti ma è come se la lei cresciuta guardasse la lei di tre anni prima e cercasse di imitarla. Non poteva andare tutto bene. Waxahatchee non è completamente fuori dal corridoio, ma quasi. Testi da portare a esempio non ne ho. È il terzo disco più bello che abbia mai fatto, o anche il secondo più brutto.

Out In The Storm, l’ultimo disco, di quest’anno, è quasi tutto con la band. Il principio è lo stesso del primo album: nessuna complessità nella scrittura. Suoni bellissimi, voce incantevole, canzoni tra il pop e il Chris Brokaw più sfasciato, ma il corridoio è scomparso, sostituito da un muro di strumenti di cui potrei fare a meno. Anche Fade o A Little More, quasi solo chitarra e voce, sono lontane da American Weekend. Non è solo una questione di strumenti usati, ma proprio di perdita della volontà e della spinta a scrivere quel tipo di canzone, che faccia quell’effetto lì. È il cambiamento decisivo dopo il passo indeciso di Ivy Tripp. Io me la vedo, con il sorriso stampato che va in giro per il mondo a portare il disco nuovo, fa montare sulla band anche sua sorella, definitivamente, e mentre attaccano Never Been Wrong pensa guarda come spacchiamo. E ci sta, perché è così, è vero. Però ha perso tutto. “I took a train to Berlin today / When I called last night you felt so far away” (Sparks Fly). Credo che ci sia di meglio tra i versi delle altre canzoni di questo album, ma questi due sono più significativi. È lontana e Out In The Storm è il suo disco peggiore. Alla fine, ripete “I’m fading away” e lo so che parla del rapporto con un’altra persona, ma posso anche forzare il punto di vista e creare un contesto e significati nuovi. Per me sta parlando del fatto che è lontanissima dal 2012.

Prima di Out In The Storm, aveva fatto uscire Early Recordings ma è stata solo un’illusione.

Waxahatchee ha fatto così e questa è la sua storia, che vive dei testi che cambiano nel corso del tempo e raccontano spesso di un futuro diverso e delle necessità di suonare con qualcos’altro oltre a una chitarra. Finora è andata così per lei. In futuro potrebbe tornare nel bozzolo e continuare a sfornare canzoni alla American Weekend, oppure nel 2049 diventare una dj. Non saprei di preciso. Questo è il suo modo di parlarci del futuro: cambiare, tendere a qualcosa più che definirla in modo preciso. Ed è bello in generale con la musica, perché dopo il primo disco non sai che tipo di percorso tenterà di fare chi la scrive, per cui il futuro inizia al secondo album, quando si mette sul piatto qualcosa in più rispetto al primo. Waxahatchee sta seguendo questo tipo di percorso e a ogni disco il futuro rilancia se stesso.

Non è perché non mi piace Out In The Storm che non sono andato a Carpi a vederla. La colpa è stata del viaggio da solo in macchina. Pensare che ho in pratica 40 anni. E non so ancora capire i vantaggi di avere una band che suona con te o capire che le due cose (da solo o con la band) sono difficilmente paragonabili e non ce n’è una migliore e una peggiore. E una cantante a un certo punto si scazza con tutto quello che ha fatto prima, e cambia. Ma si può preferire una o l’altra cosa. Io preferisco la prima. Voglio dire, è ovvio che uno cresca e non rimanga uguale a se stesso per sempre. Ma ci sono cose in cui vorrei ritrovare sempre delle certezze e quando cambiano storco il naso. Il primo disco di Waxahatchee è una di quelle cose. È bene per lei che sia cambiata e che sia cresciuta come cantante, ma non è bene per me e visto che l’unico confronto che posso avere con lei è ascoltare la sua musica, vorrei che facesse per sempre la musica che ha fatto e che mi è piaciuta.

E non sono più capace di fare 150 chilometri di autostrada da solo per vedere un concerto che m’interessa. Che poi, al ritorno, che è il più brigoso, l’autostrada è un po’ come un corridoio lunghissimo, quindi dovrebbe piacermi no? Quanto mi lamento. Da qui in avanti, potrà essere solo peggio. Waxahatchee, torna nel corridoio. Potrai avere tutta la tensione al futuro che vuoi ma il primo disco, quando non esisteva né passato né futuro, era meglio.

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