Un Pajo di cose su Cherubs ELM Lleroy Cani Sciorrì Sodastream Papa M

Qualche settimana fa sono andato a un concerto noise e la prima cosa che ho notato è stato un gran profumo di shampoo. Com’è possibile a un concerto generalmente di uomini che generalmente puzzano? mi sono chiesto. Eppure, era in ogni angolo. Solo per un attimo ho sentito puzza di ascella, ma proveniva da un punto preciso. Ho individuato l’essere responsabile e ho girato al largo. Era uno che aveva suonato. Giustificato. La serata prevedeva i Fashion Week, i Lleroy, i Cani Sciorri e i Cherubs. I Fashion Week me li sono persi. Brent Prager, il batterista dei Cherubs, ha partecipato a ogni singolo cambio di palco. Ci credo, la batteria era la sua, ma non è una cosa così frequente. Quando per la fatica si è tolto la camicia bianca over size, che indossava sopra a un elegantissimo paio di jeans rosso pomodoro a tubo, ha sfoggiato la maglietta degli Elm, avanzo della sera prima a Torino (concerto insieme). Gli Elm sono piemontesi che suonano come se di piemontese non avessero niente e infatti non gli daresti del piemontese neanche dopo avergli fatto pronunciare la parola Barbera. Avete mai sentito un piemontese dire Barbera? È sexy, seppur gelido. Degli Elm parlo un po’ più sotto. Tra un cambio di palco e l’altro e prima di togliersi la camicia, Brent Prager è stato spesso sotto al palco a vedere i concerti degli altri. Più attenzione di tutti l’ha prestata ai Cani Sciorrì, ma solo perché sono andati in tour insieme in Europa. I Lleroy li ha cagati poco. Peccato,perché il loro set era meglio. Le loro canzoni sono più mud e meno metal, hanno una pasta meno definita e i testi sanno diventare certe volte incomprensibili, non danno mai un messaggio da dritti della vita consapevoli di tutto, cosa che i Cani Sciorrì tendono a fare rimanendo anchr un po’ incastrati in giri di basso e chitarra più prevedibili. Se si aprisse un contest di lyrics, sarebbe difficile non dare l’oro ai Cani Sciorrì per “voglio aprire un’edicola sotto a una chiesa” (Edicola), ma non m’interessa tanto quel tipo di attività e rimango dell’idea che i Lleroy siano meno immediati, in senso positivo, perché più creativi, e che i Cani Sciorrì risentano un po’ del classicismo metal. Canzoni rigide e importanti sono quello che vogliono fare, ma alcune volte suonano gonfissime, anche ammetto di intravvedere pure un po’ di ironia. Non è una guerra, il confronto non è necessario, li ho solo visti dal vivo uno dopo l’altro e mi è venuto. Come dicevo, sono arrivato troppo tardi per vedere i Fashion Week ma sono un buon gruppo emo noise metal. Non sono stato in grado neanche di individuare la fonte dello shampoo ma è stato un ossimoro.

I clienti che hanno acquistato i Lleroy hanno acquistato anche i Lucertulas e la Fuzz Orchestra.

I Cani Sciorrì sono spesso comprati insieme a Bachi da Pietra.

I Cherubs sono in tre e dal vivo vengono fuori con chiarezza le caratteristiche umane di ognuno di loro. Brent Prager è quello con la fregola, che si mette in prima fila ad ascoltare i gruppi spalla, che crede nel darsi una mano a vicenda senza troppe pippe istituzionali da personaggio storico del noise e così via, con l’amore che gli esce dagli occhi nei confronti di chi lo aiuta a fare fatica nel fare quello che fa lui, in particolare nei confronti dei batteristi. Kevin Whitley, vocina e chitarra, è un altro che partecipa, ma per i fatti suoi e fondamentalmente facendo la sua cosa in silenzio. Zero parole, zero commenti. Fare e basta. Owen McMahon è il nonno, oltre che il sosia di Timothy Spall, quello che suona per farti contento, che a casa ha una famiglia da cui non vede l’ora di tornare, perché il mondo è cambiato e non ha nessuna intenzione di tornare indietro a quando era giovane e suonava con piacere. Fino a quando non canta (Animator) e tira fuori la voce, un vocione che spazza via la vocina stridula di Kevin Whitley. Che comunque rimane lo sgorbio del palco, quello che ha in mano il timone nonostante gli altri due tengano il loro posto, ha il carisma innato.
Nel giro di due anni i Cherubs sono tornati con un disco, un ep e il tour europeo, all’improvviso, da quella volta in cui si erano sciolti nel 94 e io andavo ancora a Mirabilandia a giocare sulle montagne russe. Il disco del 2015 (2 Ynfynyty) non ha niente di diverso dai precedenti se non la necessità di sbatterci (a noi) le distorsioni ancora più sui denti, di continuo. Necessità dovuta al fatto che dopo anni per dimostrare che aveva senso riunirsi bisogna faticare e fare male. E allora loro scelgono questo suono più immediato che, oltre a trovare un senso nel fatto che il disco non è stato registrato negli anni ’90, funziona perché è il risveglio e se non fosse stato così avrebbero perso tutto. L’ep del 2016, Fist in the Air, è solo un po’ più acuto di tutto il resto, ma in misura accettabile. Se i Cherubs avessero fatto qualcosa di diverso rispetto al passato, mi sarei incazzato.

I Cherubs non usano il contrabbasso.

Lo usano i Sodastream, di cui da non molto è uscito il disco nuovo. Una volta ho parlato con Pete Cohen, il contrabbasso. Oggi è il post dei nomi veri dei componenti delle band. Mi ha attaccato una pezza non breve sui suoi parenti siciliani, mi ha firmato il disco scrivendomi qualcosa in italiano, così, per farsi accettare, e poi gli ho chiesto se conosceva i Mummies, per i quali in quel momento avevo una fissa, per poi sgonfiarmi qualche mese dopo. Li conosceva, e gli piacevano anche. Secondo me l’ha detto per farsi accettare ancora un po’ di più. Sapete, quello è australiano e suonava in un posto sul viale della stazione di Faenza.. Era il tour del secondo disco, The Hill for Company. Abbandonai i Sodastream all’altezza di A Minor Revival, il terzo. L’altro ieri mi è capitato di scaricare Little by Little e l’ho ascoltato. Ci sono canzoni che replicano esattamente quello che mi piaceva di più, i crescendo di armonie e gli scatti improvvisi dalla tranquillità quasi mortale alla reazione causata dal suo opposto, cioè dal nulla, dal vuoto emotivo espresso appena tre note prima (Moving, Colouring Iris, Three Sins, Tyre Iron). Questa reazione è meravigliosa, nel senso che è provocata dalla meraviglia. Per il resto non è che i Sodastream siano niente di speciale. Quella voce debole e nasale di Karl Smith… Di quegli archi che vanno e vengono ne abbiamo sentiti a tonnellate dai Mojave 3 e oltre. Di quelle chitarre dolci, altrettante dai Belle and Sebastian, di folk delicato e passive aggressive anche. Ma c’è qualcosa di loro che mi entra dentro, proprio quando fanno le cose più tipiche, non quando distorcono, e dopo più di dieci anni mi fa lo stesso effetto, senza essere il mio gruppo della vita, senza essere il gruppo che ogni nota che ha fatto ti dice un sacco di cose, ma riuscendo a essere qualcosa. Non è male la sensazione che danno i Sodastream, non è totalizzante ma parziale. Ha solo in parte significato, nella misura in cui riesce a replicare quello che mi aspetto da loro, non quando esce dal tracciato con melodie più scanzonate o con del folk allegro di cui non ho bisogno. Lì, sbagliano. State come siete.

E ok ok, lo scorso novembre Papa M ha fatto un album di merda, che non raggiunge i livelli degli Slint si dice in giro. Woo! Che scoperta. Quando mai Papa M o Aerial M, i King Kong o i For Carnation hanno raggiunto i livelli degli Slint, un disco a caso tra Squeez o Spiderland? Mai. Hanno fatto cose molto buone ma mai così buone. In più, ultimamente, David Pajo è fuori. Come si potrebbe pensare che ci stia dentro visto che ha tentato il suicidio poco più di un anno fa e che nelle foto di Instagram è sempre preso malissimo? Credo che saremo costretti a dire addio alla brillantezza di Whatever, mortal o Scream with me. L’ultimo Pajo ha inciso in pratica dei pezzi da tutorial metal su youtube o dei tutorial da chitarristi Riccardoni contenti di esserlo. Quando mi fermavo ad ascoltare i vecchietti sulla panchina davanti al Duomo a Cesena, ogni volta ce n’era uno che faceva un gran discorso tirato tutto d’un fiato e poi faceva un sospirone e diceva PAAAROO’, che in dialetto significa “però”. L’avversativo. Non so: Jozic ha smesso di giocare perché lo spogliatoio l’ha massacrato, Lippi gli ha rovinato la famiglia e lui non è stato abbastanza forte da resistere, ma un uomo non può comportarsi così, deve andare avanti e dimostrare superiorità, è così che si fa (sospiro) paaarooo’… Jozic resta un gran giocatore. David Pajo ha avuto molti problemi ultimamente e non va, non va, ha fatto un disco che non si avvicina neanche lontanamente a niente di quello che fece, però a me piace molto ascoltarlo. Non è l’attrazione per le cose brutte, è proprio che sentirlo mi dà la carica, mi piace tutto quello che c’è dentro. Ultimamente adoro anche i tutorial di chitarra classica.

Gli ELM escono per Bronson Recordings e fanno noise. Sono di Cuneo però legano la loro immagine al Texas e a gruppi americani di un certo tipo, alla Trance Syndicate o a Minneapolis e all’Amphetamine Reptile. L’ep in cassetta che hanno fatto recupera un mondo noise che esisteva quando ancora le cassette si usavano senza che fossero strane perché non erano ancora superate. Per quanto adesso sia weirdo ascoltare musica da una cassetta, e in alcuni casi difficile se non hai il mangianastri, è possibile dare un senso serio all’operazione degli ELM, proprio per la sua ricerca di coerenza, per il ricordo che innesca di una modalità di ascolto della musica, quando era uno sbattimento saltare le canzoni, perché dovevi mandare avanti con FF>>. Adesso è facilissimo, ed è bello che lo sia. Di fronte alla possibilità di usare i formati di adesso non c’è da alzare nessuna barriera. Sono tutti utilissimi, io li uso tutti, scarico, faccio streaming eccetera. Ma capisco l’operazione degli ELM – che comunque sono su bandcamp – che del resto fanno della musica da animali che era prorompente vent’anni fa ma non si preoccupava di esserlo e per questo riusciva a fare la sua cosa, non si preoccupa di esserlo neanche oggi e per questo lo è ancora. Uscire in cassetta è come darsi una zappata sui piedi, ma quello è il mondo a cui vogliono appartenere. In copertina hanno la cartina del Texas e per completare questa immagine da fissati è giusto uscire su nastro. Non sono contrari allo streaming, definiscono solo se stessi al meglio, con la musica, la copertina e il supporto. I riferimenti degli ELM non si fermano al noise ma proseguono verso il grunge, per dire. Non troppo in là: uno spettro d’azione limitato, ma definito e preciso, quadrato nella scelta di quel suono e di quei giri delle canzoni. È una cosa che adoro. Dal vivo sono molto potenti.

Recensioni generator the 3 pipponi serie: Tiger Shit, Blue Crime, Halfalib

Se uno ascolta Corners, l’ultimo disco dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger! (To Lose La Track), sembra l’album di un gruppo che fa la sua cosa da anni, ha le mani in pasta da sempre nel noise rock e riesce a riprodurne tutte sfumature senza difficoltà. E invece no, nel senso che non fanno la stessa cosa da anni e non c’è pilota automatico. È il primo disco in cui prendono con così tanta decisione quella strada. Nel 2013 hanno pubblicato Forever Young, che è un po’ un insieme indefinito di cose, più spostato verso i Male Bonding e in cui a volte le chitarre vanno in direzioni impreviste, già noise ok (Broken) ma anche math rock (The Smell) per dire. Lo stesso gioco intorno alla chitarra è in Whispers, del 2010, che suona più simile a Corners ma mai così pieno di distorsione, per le incursioni new wave e purtroppo anche di uno stile pulito e metallico alla Placebo (Vampire). Nel 2008 è uscito Be Yr Own Shit, che probabilmente è il disco della giovinezza, post punk e funk punk (Last Gang In Town), dove hanno fatto cose che hanno deciso di non fare mai più. Quindi, Corners ha il vantaggio di essere perfettamente dentro a suo stile e contemporaneamente di essere il primo esito noise rock così deciso di un percorso guadagnato col tempo. È fresco ma consapevole. I Tiger Shit vengono da una storia musicale insieme relativamente breve ma ascolti Corners e sembra l’unico modo possibile di fare noise rock adesso. Li guardi dal vivo e sono quello che ti aspetti da un gruppo che fa questo genere di musica. E questo mi fa sentire a casa. Non è sempre vero che bisogna ascoltare cose che vadano oltre i nostri confini, a volte è necessario soddisfare subito il desiderio di sentirsi assecondati dalla musica.
Corners procede senza prenderla di corsa, alternando canzoni più tirate a canzoni meno ed è un bel modo per evitare che la monotonia della chitarra che suona così prenda il sopravvento sulle canzoni e su tutto il disco: ecco perché funzionano le quattro all’inizio: Weird Times, Shamaless Pt. 1, Silver, Sacramento. Dopo un po’, anche l’alternanza rischierebbe di diventare monotona e quindi i Tiger Shit tirano fuori un pezzo un può scoglionato (Highland Park), un altro con un finale di chitarra da ascoltare con le orecchie a padiglione per i rivoli che inventa (Teen Forever) e poi Holidays, primo vero momento di riposo della chitarra. Ci sono delle volte in cui si fa tanto parlare delle chitarrone, chitarre grosse, chitarre di qui e di là, però poi c’è qualcosa che non torna, non fanno nessun effetto, non prendono. La chitarra di Corners è quella dei dischi noise rock ma ha una ragnatela tutta sua. Per iniziare, rimane sempre in superficie e crea una palude da cui non passerebbe neanche uno spillo, poi lascia che alle proprie spalle continui a suonare l’acqua melmosa e penetra nelle vene della terra sottostante. Fa una gran corsa all’inizio del disco e poi prende un respiro. Arrivata a BlowingFurther e Girls riparte con un andamento diverso, più veloce ma meno tormentato, come se si fosse sfogata prima e adesso volesse fermare la testa e andare solo sulle gambe. Sembra quasi una persona ed è la chitarra più viva che io abbia sentito ultimamente nei dischi di chitarre.

L’ep dei Blue Crime si chiama SubmarineBronson Recordings poco più di un mese fa ha fatto il suo primo party. Non so se lo sapete, ma sulla serata ho scritto questa cosa su Rumore. No, così per dire. Alla festa non hanno suonato i Blue Crime – che comunque saranno al Beaches Brew – ma gruppi che fanno roba completamente diversa. E questo è uno dei punti: l’etichetta del Bronson produce robe diverse, come altre etichette (Sonatine) ma non come tutte le altre etichette, quindi può essere considerato un motivo di vanto. Subamarine è un 7”, due canzoni che rimandano ad atmosfere precise, dream pop da un lato (Gypsy Cat) e Shannon Wright dall’altro (Blue Nocturnal), mischiando tutto con il noise rock e l’atmosfera dark. I punti di forza di Gypsy Cat sono la melodia, la struttura solida e il suono, bello deciso. La forza di Blu Nocturnal invece è quella di essere diversa da Gypsy Cat e più simile alle ballate psyco pop del lavoro precedente: per oscurità e paranoia lisergica ricorda Batman di Bunker. Sappiamo che la Bronson Recordings è di Ravenna. I Blue Crime invece vengono da Amsterdam e sono arrivati fino a Ravenna per trovarsi un’etichetta. O Ravenna è arrivata fino a loro per fargli il disco. Comunque sia, chi come me crede che la musica unisca le cose lontane non può pensare che sia casuale l’incontro delle acque di Amsterdam, ordinate e nordiche, con quelle di Ravenna, indomabili e spaventose, governate dal porto, che a vederlo da fuori sembra un posto così carico di incazzatura inespressa. Arrivando al punto, le chitarre di Gypsy Cat mi hanno ricordato quando nel 2015 l’acqua ha sommerso la campagna di Ravenna, rendendola immobile e piena di tensione. Blu Nocturnal invece mi ha ricordato la calma dei canali dell’Amstel ad Amsterdam. Sicuramente è una cosa mia, ma nell’ep trovano spazio questi due mondi, due espressioni diverse di una stessa matrice. Sono tutte e due riconducibili a qualcosa di dark, ma il primo lato è l’unione di tre cose (forza, pop, oscurità) che creano un tessuto più resistente, mentre il secondo non me l’aspettavo, e quindi è una cosa positiva, ma la tensione cala troppo. Vorrei che il prossimo disco fosse più come Gypsy Cat. Le acque calme possono far comodo nella vita vera, ma quando si trasformano in canzoni, se diventano tumultuose, fanno la differenza.

Halfalib è l’altro lato di Any Other: stessi componenti, risultati molto diversi, lo si nota da Malamocco (uscito per WWNBB). Alla guida di tutti c’è il bassista e questa è la grande carta in tavola che è stata cambiata nel passaggio da Any Other a Halfalib. In matematica, se cambi l’ordine degli addendi i risultato non cambia, in musica si.
Quando vedo per la prima volta un gruppo dal vivo, mi faccio delle domande sulle persone che suonano. È una cosa che va anche al di là della musica. Può succedere che mi fissi in particolare con uno di quelli che sono sul palco. Ci sono i casi in cui mi passa dopo tre minuti ma ci sono anche le volte in cui inizio a chiedermi chissà che musica ascolta a casa, come gli piace la pizza, se è astemio, se è uno stronzo o no. Non c’ho mai parlato, l’ho solo visto suonare dal vivo ma Marco (il bassista) sembra un tipo che si fa un sacco di cazzi suoi, riservato, ma che poi se lo conosci è fenomenale, una mente vulcanica e una personalità artistica ben definita. Si vede quando suona il basso: potrebbe anche non fare mai lo stesso giro se fosse per lui. Lo fa anche con Halfalib: infila strumenti, voci e idee tra le righe più nascoste delle canzoni, di continuo. In questo modo, è stato in grado di prendere gli Any Other e rovesciarli come un calzino, portando un trio chitarra basso e batteria a suonare cose diverse, passando dai Modest Mouse, o comunque da una musica che ha riferimenti precisi e dichiarati, a un altro posto. Non da una zona di conforto a una zona più complessa. A una zona nuova. E quali sono altri riferimenti di Malamocco? Questo disco fa un effetto strano. Le prime tre volte mi sembrava sperimentale, poi alla quarta è diventato pop, ma non tutto pop, cioè è pop ma a episodi circoscritti, come il pianoforte dolce che spicca all’improvviso, dopo aver latitato tutto il tempo ed essere stato sottomesso al sax, in Il troppo moltiplicarsi senza continuarsi conduce a, un pezzo che a volte è tribale (ma non triviale). Questa è la qualità migliore di Malamocco: unire le voci alla Jeff Tweedy a un mondo (appena sfiorato Wilco in The Whole Love) di dolcezza elettronica, per poi passare a svisate jazz: Human After Odd è l’esempio migliore per capire. Ma il massimo del disco è Liebe Fénix II Instant, che spiazza e sconfigge più di una volta il fronte che sostiene fino alla morte la necessità della risposta alla domanda si ma, che genere fa questa band?. In una sola canzone puoi trovare prima i Beatles, poi Yann Tiersen, l’ignoranza degli Aucan, il tiro senza filtro anti grattugia dei Death Grips, poi ancora i Beatles.
Tra l’altro, alla faccia dei sostenitori dell’importanza della definizione del genere, penso sia il caso di parlare d’altro, cioè del significato della parola Malamocco e di WWNBB. WWNBB vuol dire “We Were Never Being Boring” ed è il nome di un collettivo il cui motto su bandcamp dice “We want music to never turn into something boring for us. It would mean that we have become boring. Because music does not die with mp3′s or copyright: boredom is what brings it down, when it becomes a habit. All we need is a small do-it-yourself collective, as tiny as a simple smile“. Il rischio abitudine e noia è reale. Non è simpatico quando succede ma può succedere di stancarsi della musica, anche a uno che suona, che si può stancare di fare sempre le stesse canzoni. Lo diceva Capra nel suo disco solista. Ecco perché volevo parlare un attimo di WWNBB, perché la sua missione è difficile, si oppone alla natura dell’uomo, che ogni tanto smette di provare interesse, si allontana dalle cose e inizia a cercare soddisfazione in altro. L’abbandono della musica non porta per forza alla noia. Potrebbe. Ma potrebbe avere come conseguenza qualcosa di nuovo e diverso. Comunque, io credo che ascoltare musica salvi la vita quindi credo nel motto di bandcamp di WWNBB.
Parlando invece del significato di Malamocco, bisogna dire che è il nome di una piccola città al Lido di Venezia. Quindi ancora acqua. Voglio ufficilmente informarvi che non ho il trip dell’acqua, del nuoto o del mare, ma non sarei neanche scontento di averlo. Il nome antico di Malamocco è Metamauco e la leggenda narra che “l’antica Metamauco fosse localizzata in posizione più esterna dall’attuale Malamocco, verso il mare. Sussistono ancora dicerie locali secondo le quali, nei giorni di mare calmo, è possibile scorgere le rovine della città che, sempre la tradizione, vorrebbe distrutta da un devastante maremoto” (wiki). Sicuramente non sarà vero, ma è bellissimo, e alcuni passaggi del disco fanno un po’ quell’effetto lì: li senti, un attimo dopo scompaiono del tutto e ti chiedi se li hai sentiti veramente. Per fortuna che si può tornare indietro anche con l’mp3 e provare che non sei matto. E se puoi fare rewind, non è l’mp3 a uccidere la musica, ma il non ascoltare più musica. Comunque, arrivando al punto, da una “scena” che vive di math rock, emo, screamo e indie rock, viene fuori Halfalib che cambia le carte in tavola e guarda un po’ più in là, allontanandosi sia dal mondo che lo circonda tutti i giorni sia da se stesso. Malamocco è un disco insolito, il sorprendente rovescio del calzino di Any Other.

Il tributo a Mark Linkous tra egoismo, pallottole e un cambiamento

 

Il problema di partenza è che quanto più mi piace l’artista a cui è dedicato un tributo, tanto più divento suscettibile. Non come di fronte alle cover band, ma quanto basta da rendermi conto che, a prescindere, è difficile convincermi dell’utilità dell’operazione. Non è solo un problema di fare cover migliorative, ma è proprio il principio di andare a prendere un pezzo e reinterpretarlo. Non so se ha senso, ecco. Chi può dire quale sia il modo giusto di affrontare la cosa? Devi metterci più del tuo o devi essere fedele all’originale senza però farla del tutto uguale. Difficile. Di fronte a questa difficoltà, non è a cuor leggero che uno si mette a suonare una cover. Oppure la fa e basta, senza prendersi troppo sul serio. Non ho la più pallida idea di cosa voglia dire fare una cover, posso solo immaginare cosa può succedere nella testa di un musicista che decide di farlo. Credo che uno scelga il pezzo o l’artista in base a un’attrazione non dico irresistibile ma quasi. Voglio dire, non si sceglie a caso quale cover fare. Dentro deve esserci una parte di te, perché tu la possa tirare fuori, in qualsiasi modo tu decida di farlo. Dall’esterno, quando chi ascolta sente una cover di una canzone che adora, è come mettergli le mani nel sangue. E questo è un altro problema. La cover cambia gli equilibri che si sono creati in anni di ascolti, altera le linee sulle quali si è mosso il rapporto, cambia l’ordine delle cose. Più l’artista rifatto è tuo, più diventa difficile accettare qualsiasi soluzione, perché l’artista è quello che è o è stato, e basta. Non metto in dubbio che un’utilità per chi suona ci sia, ma faccio fatica a trovarla, dall’esterno. Chi riceve si trova di fronte a una versione che potrebbe essere sostituita da mille altre, perché mille altri avrebbero potuto farla in altrettanti modi diversi. Anche se uno riesce a tirare fuori una versione migliorativa, fatto sta che comunque avremmo potuto farne benissimo a meno, perché esiste l’originale, e quello è il nostro pezzo. E non sono mai stato d’accordo con chi giudica la cover dall’originale. Cose tipo: già il fatto che abbia rifatto questa canzone… No.
Amo Sparklehorse dal 1998, quando un amico più grande mi ha passato Good Morning Spider e Vivadixiesubmarinetransmissionplot. Ascoltare una cover di un pezzo che mi piace molto per me è come ricevere, in casa, una persona che si mette ai fornelli e propone un modo diverso di fare la piadina rispetto a quello di mia moglie. Il risultato può essere anche simile, ma le mani sono diverse e il mio cuore è tutto di là. Il caso dell’album tributo a Mark Linkous è difficile, almeno ai miei occhi: devo superare 19 anni di ascolti, strati di cose che si sono accumulate su quei pezzi, la presunzione di essere la persona al mondo a cui piace di più Sparklehorse. Queste cose varranno allo stesso modo per mille altre persone ma io di loro che ne so, io parlo per me. Per loro posso dire che li capisco, e che ascoltare un disco di cover di Sparklehorse non è facile. Il mio discorso è personale, ma anche universale. Mark Linkous si è ammazzato sparandosi nel 2010, dopo quattro dischi pieni di problemi e di intimità fatta di suonini ma marcia, e dopo aver cercato nell’ultimo periodo di vita nuove strade per la sua musica, collaborando con Fennesz e Danger Mouse. Forse andando avanti avrebbe fatto grossissime stronzate, ma la qualità di tutto quello che ci ha lasciato è altissima. Dal vivo, era una pallottola che ti entrava dalla punta del piede e percorreva lentamente tutto il corpo, fino a uscire dalla testa. Lui ha voluto che una pallottola diversa, non una sensazione ma una pallottola vera, ponesse fine alla sua esistenza e fermasse il tempo per sempre. Quello che si è fermato lì è Mark Linkous, punto. Interpretare la sua musica non è facile perché non è facile arrivare a esprimere le sue difficoltà, che erano invadenti, raccolte in quelle che ho spesso immaginato come cisterne arrugginite, perché tenevano un sacco di roba ma erano traballanti.
Quando ho saputo che Oh!Dear Records avrebbe fatto uscire un tributo a Mark Linkous, è andato in scena the angel vs the devil. Ho pensato: bell’idea. Poi però mi è venuto un brivido grandissimo lungo la schiena riflettendo su come persone che amano Sparklehorse sicuramente meno di me avrebbero potuto interpretare le sue canzoni senza sbagliare tutto. A quel punto si è risvegliato l’altro pezzo di cervello, quello buono, per dirmi che un musicista, per quanto mi piaccia, non può essere mio. Cresci un po’, una delle cose belle della musica è che unisce, ha aggiunto. Fanculo, ho pensato subito dopo, questo è davvero il mio Mark Linkous. E avanti così con questa recitina su me stesso. Che comunque aveva già cambiato, seppur di poco, il mio atteggiamento. Uno spiraglio di possibilità c’era, esattamente come le fessure di ruggine delle cisterne di Mark Linkous, che danno respiro a quello che c’è dentro, ma sono anche segno di malattia, significano che qualcosa sta cedendo, qualcosa non va. In me non c’è niente che non va, ma qualcosa sta cedendo: con questa compilation ho scoperto che forse non è utile essere così rigidi. Anche gli altri possono.
Oh!Dear Records ama Mark Linkous e ha condiviso il suo amore con 17 musicisti a cui ha chiesto di fare una cover, per regalarla ad altre persone che avessero eventualmente voglia di ascoltarla. Ecco il motivo per cui voglio stare solo con i giovani: riescono condividere con più facilità. Oh, ecco, non tutti, ma molti sì. Non è passato abbastanza tempo perché si siano potuti legare a un artista in modo così forte da pensarlo solo come santino personale, diventeranno anche loro egoisti nei confronti della musica, per un po’ di tempo o per sempre, l’essere umano fa schifo eccetera. O magari no, forse il terreno su cui stanno crescendo gli sta insegnando un atteggiamento diverso e basta. Sono cambiati i modi in cui la musica è disponibile ed è cambiato il modo di ascoltare. Tutto ha portato ad allargare la base ed è questo che deve succedere, non sperare che possa non crescere mai per sentirsi parte di qualcosa di più speciale. Molti giovani si sentono bene se condividono con gli altri, anche solo per mettersi in mostra, io no, io condivido perché in quel momento sono in fotta per una cosa. Ma le due prospettive non sono del tutto incompatibili, perché il punto è a monte, è prima della reazione verso l’esterno, è quella all’interno: se mi piace tantissimo Mark Linkous sono già dentro, lui è il terreno comune. Alla fine, di fronte a un disco tributo, ragioniamo sull’interpretazione della canzone originale, non importa che la migliori, ma che dia un senso a quei 3-4 minuti di Sparklehorse reinterpretandolo. Il senso chi lo decide. Non lo so chi lo decide. Nessuno lo decide in assoluto, ognuno lo decide per sé. Dal mio punto di vista questa decisione è tutto ma sono consapevole che non tutti siano d’accordo.
La compilation di Oh!Dear Records si chiama A Room Full of Sparkles, A Tribute to Mark Linkous. Il primo ascolto è andato male, l’ultima canzone ancora peggio, perché è lì che si è concretizzato il conflitto e se si è concretizzato vuol dire che non si è per niente risolto. Cow, rifatta da Gendo Ikari’s soup, all’inizio ha scatenato un e che cazzo fai ma come ti permetti con quella voce ma dove vai, ma nel momento in cui la voce diventa debole come quella di Linkous, incerta e tremante, Gendo Ikari’s soup vince tutto e capisco come devo fare ad ascoltare. Mi faccio schifo, perché non ha senso ascoltare per dimostrare una tesi già scritta e per assecondare le mie gelosie. Quindi riparto dall’inizio. E mi rendo conto che A Room Full of Sparkles dimostra che, se il messaggio è forte, non puoi recepirlo in modo personale. È quello. Se poi non sei in grado di sostenerlo con la tua cover, allora sei nella merda. Quasi tutti i gruppi hanno interpretato le canzoni a modo loro ma senza stravolgere il mondo creato da Sparklehorse, le hanno suonate con la delicatezza e la forza che ci volevano (manca la disperazione ma quella Mark Linkous non poteva lasciarla in eredità). Questo dimostra un approccio non invasivo ma ricettivo e dimostra anche la personalità di Linkous e la sua determinazione, che hanno scolpito il significato delle canzoni nella testa di chi le ha ascoltate. Oggi la musica di Sparklehorse è fuori dal mondo, è vintage, è la parte di un revival, un personaggio come lui adesso è storia, un modello del passato che ha perso non tanto in fascino quanto in contemporaneità. E forse ha perso la cosa più importante: la contingenza, quella cosa che ti faceva toccare con mano e sentire vicina la sua musica. Da lontano, non è possibile provare le stesse cose che si sentono da vicino. Forse manca questo ai più giovani che ascoltano Sparklehorse, anche se non conosco l’età di tutti quelli che hanno suonato in A Room Full of Sparkles. La sua debolezza e la sua bellezza sono leggenda, cosa di cui alcuni hanno solo sentito parlare. Anche la sua forza potrebbe svanire per questi motivi. Invece non succede. Ed è sorprendente sentire quasi tutti questi gruppi azzeccare il tiro.
Detto questo ce ne sono alcuni che toppano pesantemente. King of Nails di Konge Milo, che ha un tocco Depeche Mode di troppo. Everytime I’m with you di WAS, che è troppo gentile, troppo poco mannaia sul cuore. Gold Day di Beeside, troppo concentrata sulle doti di chi suona più che sulla voglia di descrivere l’avversità del mondo fuori e il desiderio di aggrapparsi alle cose cose più significative. Che se certe cose non le hai non le hai. Synthetic Trees che fa Weird Sisters fa tutto giusto ma non ha la voce adatta, troppo impostata e sicura di sé: per quanto l’arrangiamento sia delicato e azzeccato, chitarra e batteria giustissime, avrebbe dovuto lasciarla cantare a qualcun altro. Un altro che non mi è piaciuto è La bestia che fa Pig. E Revenge di Luigi Frassetto feat. Daniela Pes graffia un po’ troppo per finta, un po’ troppo a tavolino, mischiando i Portishead senza troppo pensare alle conseguenze, solo per il gusto di incrociare due musiche che sono state contemporanee e anche affini. Manca qualcosa nell’amalgama, in termini di sincerità.
Tutto il resto è buono. Homecoming Queen di Tyndall e Saturday di Lovers Turn to Monsters non sono canzoni che stravolgono l’originale ma nemmeno la replicano come una fotocopia, mantengono la stessa distanza da Sparklehorse e da chi le suona, creando quasi un mondo a parte che sta nel mezzo, dove Tyndall e Lovere Turner To Monsters sembrano aver recepito Linkous ma tirano anche fuori qualcosa da se stessi. Forse questa è la strada giusta, anche se non so dirlo con certezza. Perché per esempio Urali fa Someday I Will Treat You Good in modo totalmente suo e ci becca lo stesso, la melodia della voce è troppo lirica nel ritornello, ma l’arpeggio della chitarra, sempre uguale, ha un che di famigliare rispetto all’originale, ha quella flemma piena di tensione. La sua è la cover più personale, molto vicino ai dischi di Urali, molto lontana da quelli di Linkous ma giusta nel messaggio. Non c’è un modo giusto di fare le cose, bisogna solo riuscire a mantenere viva una sensazione e un mondo.

Normalmente sarei stato preso malissimo di fronte a un’operazione del genere, su Mark Linkous in particolare. Forse tra un po’ tornerò a essere preso male, ma A Room Full of Sparkles, A Tribute to Mark Linkous mi ha fatto pensare (strano direte voi) e cambiare un po’ la prospettiva con cui guardare la cosa. Prospettiva che non è per forza sempre quella giusta anche se ho delle certezze granitiche fissate dagli anni. Anzi, le certezze normalmente avvertite come positive possono diventare negative perché non mi fanno spostare di un millimetro. Poi basta poco almeno per provare a vedersi dall’esterno, basta che un’etichetta faccia uscire una compilation di cover di una delle tue band più mancarone in assoluto per farti capire che anche altri pensano ancora a Mark Linkous e che anzi altri hanno avuto la forza di muovere il culo e dimostrare la mancanza con qualcosa di concreto: un tributo, appunto. Non so, io rimango uno dei massimi estimatori, ma alla fine la cosa importante è che Sparklehorse sia arrivato fino a oggi e non si sia perso tra i mille lo-fi e i mille folk singer. Non c’avrei scommesso poi più di tanto in questa cosa, nel ’98, e c’avrei scommesso ancora meno oggi, in cui ogni cosa passa dalle foto, dalle immagini, perché a livello immagine, Mark Linkous, non aveva un granché da spendere. Però, hai visto, in questo mondo di merda e di gente brillante c’è ancora chi apprezza quella desolazione e quella debolezza pur magari non avendole vissute in prima persona. È la forza di Sparklehorse, un piccolo essere storto che è riuscito a diventare, oltre il tempo, un piccolo esempio mitico di musica dal basso profilo ma esplosiva. Questo lavoro di Oh!dear è lì a dimostrarlo.

Copertina di Gianluca Gallo

Streaming A Room Full of Sparkles, A Tribute to Mark Linkous