Il tributo a Mark Linkous tra egoismo, pallottole e un cambiamento

 

Il problema di partenza è che quanto più mi piace l’artista a cui è dedicato un tributo, tanto più divento suscettibile. Non come di fronte alle cover band, ma quanto basta da rendermi conto che, a prescindere, è difficile convincermi dell’utilità dell’operazione. Non è solo un problema di fare cover migliorative, ma è proprio il principio di andare a prendere un pezzo e reinterpretarlo. Non so se ha senso, ecco. Chi può dire quale sia il modo giusto di affrontare la cosa? Devi metterci più del tuo o devi essere fedele all’originale senza però farla del tutto uguale. Difficile. Di fronte a questa difficoltà, non è a cuor leggero che uno si mette a suonare una cover. Oppure la fa e basta, senza prendersi troppo sul serio. Non ho la più pallida idea di cosa voglia dire fare una cover, posso solo immaginare cosa può succedere nella testa di un musicista che decide di farlo. Credo che uno scelga il pezzo o l’artista in base a un’attrazione non dico irresistibile ma quasi. Voglio dire, non si sceglie a caso quale cover fare. Dentro deve esserci una parte di te, perché tu la possa tirare fuori, in qualsiasi modo tu decida di farlo. Dall’esterno, quando chi ascolta sente una cover di una canzone che adora, è come mettergli le mani nel sangue. E questo è un altro problema. La cover cambia gli equilibri che si sono creati in anni di ascolti, altera le linee sulle quali si è mosso il rapporto, cambia l’ordine delle cose. Più l’artista rifatto è tuo, più diventa difficile accettare qualsiasi soluzione, perché l’artista è quello che è o è stato, e basta. Non metto in dubbio che un’utilità per chi suona ci sia, ma faccio fatica a trovarla, dall’esterno. Chi riceve si trova di fronte a una versione che potrebbe essere sostituita da mille altre, perché mille altri avrebbero potuto farla in altrettanti modi diversi. Anche se uno riesce a tirare fuori una versione migliorativa, fatto sta che comunque avremmo potuto farne benissimo a meno, perché esiste l’originale, e quello è il nostro pezzo. E non sono mai stato d’accordo con chi giudica la cover dall’originale. Cose tipo: già il fatto che abbia rifatto questa canzone… No.
Amo Sparklehorse dal 1998, quando un amico più grande mi ha passato Good Morning Spider e Vivadixiesubmarinetransmissionplot. Ascoltare una cover di un pezzo che mi piace molto per me è come ricevere, in casa, una persona che si mette ai fornelli e propone un modo diverso di fare la piadina rispetto a quello di mia moglie. Il risultato può essere anche simile, ma le mani sono diverse e il mio cuore è tutto di là. Il caso dell’album tributo a Mark Linkous è difficile, almeno ai miei occhi: devo superare 19 anni di ascolti, strati di cose che si sono accumulate su quei pezzi, la presunzione di essere la persona al mondo a cui piace di più Sparklehorse. Queste cose varranno allo stesso modo per mille altre persone ma io di loro che ne so, io parlo per me. Per loro posso dire che li capisco, e che ascoltare un disco di cover di Sparklehorse non è facile. Il mio discorso è personale, ma anche universale. Mark Linkous si è ammazzato sparandosi nel 2010, dopo quattro dischi pieni di problemi e di intimità fatta di suonini ma marcia, e dopo aver cercato nell’ultimo periodo di vita nuove strade per la sua musica, collaborando con Fennesz e Danger Mouse. Forse andando avanti avrebbe fatto grossissime stronzate, ma la qualità di tutto quello che ci ha lasciato è altissima. Dal vivo, era una pallottola che ti entrava dalla punta del piede e percorreva lentamente tutto il corpo, fino a uscire dalla testa. Lui ha voluto che una pallottola diversa, non una sensazione ma una pallottola vera, ponesse fine alla sua esistenza e fermasse il tempo per sempre. Quello che si è fermato lì è Mark Linkous, punto. Interpretare la sua musica non è facile perché non è facile arrivare a esprimere le sue difficoltà, che erano invadenti, raccolte in quelle che ho spesso immaginato come cisterne arrugginite, perché tenevano un sacco di roba ma erano traballanti.
Quando ho saputo che Oh!Dear Records avrebbe fatto uscire un tributo a Mark Linkous, è andato in scena the angel vs the devil. Ho pensato: bell’idea. Poi però mi è venuto un brivido grandissimo lungo la schiena riflettendo su come persone che amano Sparklehorse sicuramente meno di me avrebbero potuto interpretare le sue canzoni senza sbagliare tutto. A quel punto si è risvegliato l’altro pezzo di cervello, quello buono, per dirmi che un musicista, per quanto mi piaccia, non può essere mio. Cresci un po’, una delle cose belle della musica è che unisce, ha aggiunto. Fanculo, ho pensato subito dopo, questo è davvero il mio Mark Linkous. E avanti così con questa recitina su me stesso. Che comunque aveva già cambiato, seppur di poco, il mio atteggiamento. Uno spiraglio di possibilità c’era, esattamente come le fessure di ruggine delle cisterne di Mark Linkous, che danno respiro a quello che c’è dentro, ma sono anche segno di malattia, significano che qualcosa sta cedendo, qualcosa non va. In me non c’è niente che non va, ma qualcosa sta cedendo: con questa compilation ho scoperto che forse non è utile essere così rigidi. Anche gli altri possono.
Oh!Dear Records ama Mark Linkous e ha condiviso il suo amore con 17 musicisti a cui ha chiesto di fare una cover, per regalarla ad altre persone che avessero eventualmente voglia di ascoltarla. Ecco il motivo per cui voglio stare solo con i giovani: riescono condividere con più facilità. Oh, ecco, non tutti, ma molti sì. Non è passato abbastanza tempo perché si siano potuti legare a un artista in modo così forte da pensarlo solo come santino personale, diventeranno anche loro egoisti nei confronti della musica, per un po’ di tempo o per sempre, l’essere umano fa schifo eccetera. O magari no, forse il terreno su cui stanno crescendo gli sta insegnando un atteggiamento diverso e basta. Sono cambiati i modi in cui la musica è disponibile ed è cambiato il modo di ascoltare. Tutto ha portato ad allargare la base ed è questo che deve succedere, non sperare che possa non crescere mai per sentirsi parte di qualcosa di più speciale. Molti giovani si sentono bene se condividono con gli altri, anche solo per mettersi in mostra, io no, io condivido perché in quel momento sono in fotta per una cosa. Ma le due prospettive non sono del tutto incompatibili, perché il punto è a monte, è prima della reazione verso l’esterno, è quella all’interno: se mi piace tantissimo Mark Linkous sono già dentro, lui è il terreno comune. Alla fine, di fronte a un disco tributo, ragioniamo sull’interpretazione della canzone originale, non importa che la migliori, ma che dia un senso a quei 3-4 minuti di Sparklehorse reinterpretandolo. Il senso chi lo decide. Non lo so chi lo decide. Nessuno lo decide in assoluto, ognuno lo decide per sé. Dal mio punto di vista questa decisione è tutto ma sono consapevole che non tutti siano d’accordo.
La compilation di Oh!Dear Records si chiama A Room Full of Sparkles, A Tribute to Mark Linkous. Il primo ascolto è andato male, l’ultima canzone ancora peggio, perché è lì che si è concretizzato il conflitto e se si è concretizzato vuol dire che non si è per niente risolto. Cow, rifatta da Gendo Ikari’s soup, all’inizio ha scatenato un e che cazzo fai ma come ti permetti con quella voce ma dove vai, ma nel momento in cui la voce diventa debole come quella di Linkous, incerta e tremante, Gendo Ikari’s soup vince tutto e capisco come devo fare ad ascoltare. Mi faccio schifo, perché non ha senso ascoltare per dimostrare una tesi già scritta e per assecondare le mie gelosie. Quindi riparto dall’inizio. E mi rendo conto che A Room Full of Sparkles dimostra che, se il messaggio è forte, non puoi recepirlo in modo personale. È quello. Se poi non sei in grado di sostenerlo con la tua cover, allora sei nella merda. Quasi tutti i gruppi hanno interpretato le canzoni a modo loro ma senza stravolgere il mondo creato da Sparklehorse, le hanno suonate con la delicatezza e la forza che ci volevano (manca la disperazione ma quella Mark Linkous non poteva lasciarla in eredità). Questo dimostra un approccio non invasivo ma ricettivo e dimostra anche la personalità di Linkous e la sua determinazione, che hanno scolpito il significato delle canzoni nella testa di chi le ha ascoltate. Oggi la musica di Sparklehorse è fuori dal mondo, è vintage, è la parte di un revival, un personaggio come lui adesso è storia, un modello del passato che ha perso non tanto in fascino quanto in contemporaneità. E forse ha perso la cosa più importante: la contingenza, quella cosa che ti faceva toccare con mano e sentire vicina la sua musica. Da lontano, non è possibile provare le stesse cose che si sentono da vicino. Forse manca questo ai più giovani che ascoltano Sparklehorse, anche se non conosco l’età di tutti quelli che hanno suonato in A Room Full of Sparkles. La sua debolezza e la sua bellezza sono leggenda, cosa di cui alcuni hanno solo sentito parlare. Anche la sua forza potrebbe svanire per questi motivi. Invece non succede. Ed è sorprendente sentire quasi tutti questi gruppi azzeccare il tiro.
Detto questo ce ne sono alcuni che toppano pesantemente. King of Nails di Konge Milo, che ha un tocco Depeche Mode di troppo. Everytime I’m with you di WAS, che è troppo gentile, troppo poco mannaia sul cuore. Gold Day di Beeside, troppo concentrata sulle doti di chi suona più che sulla voglia di descrivere l’avversità del mondo fuori e il desiderio di aggrapparsi alle cose cose più significative. Che se certe cose non le hai non le hai. Synthetic Trees che fa Weird Sisters fa tutto giusto ma non ha la voce adatta, troppo impostata e sicura di sé: per quanto l’arrangiamento sia delicato e azzeccato, chitarra e batteria giustissime, avrebbe dovuto lasciarla cantare a qualcun altro. Un altro che non mi è piaciuto è La bestia che fa Pig. E Revenge di Luigi Frassetto feat. Daniela Pes graffia un po’ troppo per finta, un po’ troppo a tavolino, mischiando i Portishead senza troppo pensare alle conseguenze, solo per il gusto di incrociare due musiche che sono state contemporanee e anche affini. Manca qualcosa nell’amalgama, in termini di sincerità.
Tutto il resto è buono. Homecoming Queen di Tyndall e Saturday di Lovers Turn to Monsters non sono canzoni che stravolgono l’originale ma nemmeno la replicano come una fotocopia, mantengono la stessa distanza da Sparklehorse e da chi le suona, creando quasi un mondo a parte che sta nel mezzo, dove Tyndall e Lovere Turner To Monsters sembrano aver recepito Linkous ma tirano anche fuori qualcosa da se stessi. Forse questa è la strada giusta, anche se non so dirlo con certezza. Perché per esempio Urali fa Someday I Will Treat You Good in modo totalmente suo e ci becca lo stesso, la melodia della voce è troppo lirica nel ritornello, ma l’arpeggio della chitarra, sempre uguale, ha un che di famigliare rispetto all’originale, ha quella flemma piena di tensione. La sua è la cover più personale, molto vicino ai dischi di Urali, molto lontana da quelli di Linkous ma giusta nel messaggio. Non c’è un modo giusto di fare le cose, bisogna solo riuscire a mantenere viva una sensazione e un mondo.

Normalmente sarei stato preso malissimo di fronte a un’operazione del genere, su Mark Linkous in particolare. Forse tra un po’ tornerò a essere preso male, ma A Room Full of Sparkles, A Tribute to Mark Linkous mi ha fatto pensare (strano direte voi) e cambiare un po’ la prospettiva con cui guardare la cosa. Prospettiva che non è per forza sempre quella giusta anche se ho delle certezze granitiche fissate dagli anni. Anzi, le certezze normalmente avvertite come positive possono diventare negative perché non mi fanno spostare di un millimetro. Poi basta poco almeno per provare a vedersi dall’esterno, basta che un’etichetta faccia uscire una compilation di cover di una delle tue band più mancarone in assoluto per farti capire che anche altri pensano ancora a Mark Linkous e che anzi altri hanno avuto la forza di muovere il culo e dimostrare la mancanza con qualcosa di concreto: un tributo, appunto. Non so, io rimango uno dei massimi estimatori, ma alla fine la cosa importante è che Sparklehorse sia arrivato fino a oggi e non si sia perso tra i mille lo-fi e i mille folk singer. Non c’avrei scommesso poi più di tanto in questa cosa, nel ’98, e c’avrei scommesso ancora meno oggi, in cui ogni cosa passa dalle foto, dalle immagini, perché a livello immagine, Mark Linkous, non aveva un granché da spendere. Però, hai visto, in questo mondo di merda e di gente brillante c’è ancora chi apprezza quella desolazione e quella debolezza pur magari non avendole vissute in prima persona. È la forza di Sparklehorse, un piccolo essere storto che è riuscito a diventare, oltre il tempo, un piccolo esempio mitico di musica dal basso profilo ma esplosiva. Questo lavoro di Oh!dear è lì a dimostrarlo.

Copertina di Gianluca Gallo

Streaming A Room Full of Sparkles, A Tribute to Mark Linkous

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