(Vai nei negozi di dischi): Vieri Dischi di Arezzo

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Norina on the left

Una sera di tanti anni fa guardavo Telefono Giallo con Corrado Augias e mia mamma. Parlando di un omicidio violentissimo e noi eravamo un pubblico attentissimo. C’erano gli ospiti in studio che uscivano dalla Tv a tubo catodico e ci parlavano con convinzione delle loro teorie e c’era Corrado Augias prima che si mettesse a scrivere le rubriche su Repubblica e i libri sui misteri delle città, come coso di Super quark e suo figlio, bravissimi, soprattutto il padre, ma nulla se paragonati alla tensione scaraventata dentro alla mia adolescenza da Corrado Augias. Omicidio provinciale violento e pubblico rapito, dicevo. A un certo punto un ospite ruba completamente la scena e la mia attenzione, non solo per quello che dice, anche per il suo nome: Pesce Delfino. Pesce è il nome. Io neanche rido quando lo sento, rimango muto. Pesce Delfino (psicologo, criminologo) aveva una pelata enorme e i capelli solo sopra alle orecchie: come Bersani, ma bianchi e un po’ più lunghi. È come se quella puntata di Telefono Giallo l’avessero trasmessa ieri. Pesce Delfino è rimasto incastrato nella mia testa. E ogni tot mi torna in mente, stavolta forse perché è passato da poco il primo aprile e lui ai tempi mi sembrava uno scherzo dentro al tubo: di solito su Rai 3 erano tutti seri, pettinati bene e avevano nomi normali. Quanti italiani potranno chiamarsi Pesce di nome di battesimo? Solo lui. E poi quali genitori, sapendo di fare Delfino di cognome, danno al figlio il nome Pesce? Due mostri.

Pesce: “Ciao Franco, a domani e buona serata”
Franco: “Ciao Pesce, grazie, buona serata anche a te”.

Strano eh? Magari all’estero il nome Fish è diffuso. Rob Fish ce l’ha come cognome. Ci sono molti gruppi che si chiamano qualcosa-fish o fish-qualcos’altro. Il primo che mi è venuto in mente è Three Fish. Ma perché? Non potevano venirmi i Lungfish? Su discogs ce n’è per sette castighi, più di 20.000 risultati di artisti che si chiamano Black-stocazzo, e quasi 3.000 che si chiamano Fish-stocazzo (comprendono anche i nomi e i cognomi di persona). Per fish è un gran risultato, un’ottima proporzione di fronte a “black”, l’invincibile.

Fin qui il mio contributo al 1° aprile, passato da 4 giorni. Volevo pubblicare questa cosa dei nomi 4 giorni fa in una extended version ma sono arrivato lunghissimo e alla fine l’ho fatta corta.

Solo 4 giorni prima del primo aprile quest’anno era Pasquetta. E del resto Pasqua quest’anno è venuta molto presto. A Pasquetta facciamo sempre una gita sul porto canale di Cesenatico a vedere la nebbia lontana resa fumosa dal sole primaverile, o una gita fuori porta. A casa mia le gite fuori porta iniziano sempre per caso. La loro imprevedibilità le rende sicuramente brevi: neanche un giorno intero, qualche ora, si parte alle 11 e si torna alle 21 al massimo. Quest’anno c’era il sole, quindi siamo partiti sicuri verso la meta: Montevarchi. Abbiamo preso una strada che ho nel cuore, l’E45, che ti permette di arrivare dappertutto senza mai beccare traffico neanche a ferragosto, gratis, da Ravenna a Roma, passando per Sarsina – dove dai tempi di Plauto e dei miei compagni di classe delle superiori scorrono ancora i più portentosi litri di alcool mai visti dalle nostre parti – poi per la Toscana e l’Umbria.

Ma cosa c’è a Montevarchi. L’outlet di Prada. Siamo arrivati dopo circa due ore e venti, passando da tutte le stagioni: partiti con la primavera, attraversato l’autunno a San Piero in Bagno, l’inverno scozzese di Verghereto, la stagione delle piogge della primissima Toscana e poi dritti fino al sole timido di Arezzo. A Montevarchi era grigio: un velo di tristezza circondava l’hub di Prada. Siamo entrati in quella scatola piena di aria viziata, memori dell’altra volta in cui la mia ragazza, che aveva proposto ardentemente la trasferta, era uscita con niente, io – che mi ero opposto con decisione al viaggio – con un paio di mocassini marroni da nonno ma della vita, pagati 80 euro perché fallati (mai capito dove). Erano di quei mocassini di cui si dice “quelli se li tratti un po’ bene ti durano tutta la vita”, allora ho deciso di comprarli. Ho già detto che saranno quelli che vorrò nella tomba. A pasquetta siamo usciti a mani vuote, sono viaggi che le donne fanno soprattutto perché piace dare un’occhiata.

Arezzo. Il negozio di dischi di Arezzo centro si chiama Vieri Dischi. Quando compri qualcosa in Italia chiedi una bustina, che in Romagna corrisponde alla SPORTINA. Sulla sportina di Vieri Dischi c’è scritto Vieri Norina Dischi, dove Norina è tutt’ora la titolare. Vieri è un nome validissimo per tutti noi, chiunque abbia visto il genio pre-Sweet Years all’opera con il riflesso della rete che si gonfia negli occhi non può che amarlo. L’alberto tomba del calcio. Norina, inveizi, l’era e nom dla zia dla mi murousa. Hohra, l’è diventato altro.

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Vieri Dischi è un posto classico, dove puoi trovare Vasco Rossi sia in cd che in vinile e dove davvero chiunque sia appassionato di musica di cui si parla in giro può trovare cose da portare a casa. Le novità la Norina le ha soprattutto in cd, all’ingresso a sinistra. Di fronte, i vinili, qualche novità ma soprattutto catalogo sempreverde. Poco prima di noi era entrato un ragazzo, che poteva avere 15 anni, che ha supplicato sua mamma di comprargli un cd. Alla fine, dai e dai ancora, ce l’ha fatta. Ho tentato in tutti i modi di allungare il collo il più possibile ma non sono riuscito a capire che album fosse. Posti come questo, con una fornitura tosta di cd nuovi, quindi in controtendenza rispetto alla moda dei vinili iper gadgettosi e più alla portata anche di chi non ha un giradischi ma ama ascoltare musica lo stesso, permettono di far succedere scene come questa: un 15enne vuole tantissimo un cd. Da grande, magari, torna da Vieri da solo a comprarne un altro, poi un altro. Quello che gli piace, qualsiasi cosa, che si porterà a casa e ascolterà mille volte e quando smetterà di ascoltarlo lo metterà in mezzo ad altri 50/100/500 cd che avrà collezionato, perché negli anni, magari, avrà continuato a provare gusto nel comprare musica su un supporto fisico. Non so sotto quale forma la musica ci verrà proposta quando avrà 35 anni, ma lui potrà guardare la sua collezione di cd, che non avrà rivenduto per tirare su 3 euro, e ricorderà qualcosa i suoi cambiamenti, gli scazzi, i momenti migliori e quelli normali.

Quando la mamma aveva già fatto lo scontrino ed era uscita dal negozio con un figlio felice, è entrato un gruppo di diciottenni, molto gasati dal momento. Tra loro, una ragazza che guardandosi intorno a un certo punto ha detto “Si, ma che tristezza”. Il negozio della Norina non è dei più allegri, ok, ma io ho pensato che il suo non fosse un commento all’ambiente ma più un “si, ok, mi avete fatto vedere un posto che vende dischi, ma è triste e non mi dà niente in più rispetto a spotify, anzi mi dà qualcosa in meno, me ne vado”. E infatti è schizzata fuori. Il desiderio forte del 15enne si è infranto di fronte ai miei occhi nel modo diverso di ascoltare musica di una ragazza poco più grande di lui. Lui è un giovane vecchio, che pur non essendo di una volta, apprezza non tanto i piaceri di una volta ma quello che una volta era normale e che oggi non lo è. Non solo i giovani comprano la musica, e questo non l’ha mai negato nessuno, ma lo fanno secondo le proprie voglie ed esigenze. Quindi vanno oltre la moda, o ai momenti di entusiasmo collettivo del branco.

O magari tra un mese il 15enne se ne sbatterà già il cazzo di comprare cd. Se la sua voglia di ascoltare musica svanisse nel nulla, lui si perderebbe tantissime cose, la madre perderebbe una cosa con cui avrebbe potuto di sicuro fare felice suo figlio: regalargli un disco. Consideriamo sempre che il mio discorso si basa su età attribuite a cazzo a due campioni d’indagine, che ho avuto davanti agli occhi per cinque minuti.

All’ingresso di Vieri dischi, quindi, ci sono le novità in cd (15-20 euro), i vinili nuovi (20-25) e quelli da catalogo (20). A destra, la cassa, sommersa di dischi, tra cui Il Volo Christmas Edition, un sacco di copie, rimaste sul groppo alla Norina. In seconda linea, reparti (metal e altro che non ricordo) differenziati per posizione ma non segnalati con un cartellino, un biglietto, una targa, un vaffanculo, un qualcosa cazzo. In fondo, sulla parete, i cd a catalogo, sistemati in espositori risalenti al boom economico dietro a un vetro, non chiusi a chiave, ma abbastanza nascosti, in ordine alfabetico ma senza lettere a facilitare la ricerca. Se vuoi qualcosa, te devi scannà a trovarlo.

Ed è lì, davanti a quegli scaffali, che la mia ragazza e io, insieme, quindi è vero, abbiamo percepito quel disagio. Non nostro, ma di Vieri dischi. Quel disagio che in un negozio di dischi é il succo del discorso, serve quando Norina riempie gli scaffali, a metterci dentro quello che ci mette dentro, a far trovare ai clienti quello che trovano. E a me quello che ho trovato me. Ero già conquistato da quel sentimento, quando mi volto e vedo uno scaffalino di cassette (ok le cassette stanno cercando in tutti i modi di tornare, ma lì è tutto come a casa mia, con la scatolina appesa al muro fatta su misura) e (colpo di grazia) gli espositori di plastica per altri cd. Cd ovunque, bello perché è un supporto da cui non posso staccarmi, sentimentalmente e quindi nella vita. In realtà, gli espositori plasticoni sono ancora abbastanza diffusi, probabilmente perché nessun negoziate vuole investire altro tempo, spazio o soldi per risistemare un supporto che la gente compra sempre meno, ma ogni volta che li vedo per me è come se fosse la prima. Quello che volevo, però, l’ho trovato dentro agli scaffali del boom economico: The Lemonheads, che avevo solo masterizzato, a 20 euro, e Loud di Rihanna a 10 euro. E da quello che ho visto sono rispettivamente il prezzo più alto e il prezzo più basso per i cd a catalogo.

Vieri dischi non è il mio negozio di dischi ideale, che limitandomi a cose che ho scritto corrisponde a un ibrido di Les Yper Sound e Rev Up, ma è un posto in cui andrei regolarmente se fosse vicino a casa mia, perché quando c’è uno spazio così ampio dedicato ai cd in catalogo, di tutti i generi, tutti insieme, vuole dire che c’è un continuo rifornimento e si possono trovare robe sempre.

Alla cassa, comunque, Norina non ha fatto una piega per il mio acquisto old but variegato. Del resto, Evan dando è sempre stato in bilico tra distruzione e bellezza, come Rihanna.

CRONACA LOCALE. Dopodomani Oscar cambia gestione.

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Ci sono stati altri negozi di dischi a Cesena, ma nessuno è stato come Rev Up. Double Drake. Oscar. C’è stato Francolini, ma era uno che gonfiava molto i prezzi con la scusa di essere affilliato Dimar Rimini. C’era Righi, ma era uno che se gli chiedevi i Fugazi ti voleva vendere Jamiroquai perchè magari i Fugazi in quel momento non li aveva. È l’inventore dei ti potrebbe interessare anche di Amazon. C’era Sound&Vision: Giovanni prima di Oscar è arrivato a un tanto così da essere come Oscar ma a un certo punto si è sposato.

Oscar è precipitato in città all’improvviso, dicono da Londra o direttamente da una gita al mare con Pete Townsend, in un pomeriggio di fine estate se non sbaglio. Di quanti anni fa, non mi ricordo di preciso, ma secondo me una quindicina.

Sono passati diversi anni, adesso il negozio non chiude all’improvviso come era arrivato, sono mesi che gira la voce. Ma soprattutto il negozio non chiude, cambia solo gestione, lo rileva un ragazzo che suonava nei Nabat, a partire già da fine ottobre circa, dopo un normale momento di transizione durante il quale verrà sistemato anche l’interno del negozio. Io continuo ad andarci. La fornitura sarà sempre simile, con più metal e più street punk a quanto pare, forse, chissà.

Oscar era il poliziotto cattivo, mi mancherà (dicono che nei primi tempi sarà ancora là dentro, per il passaggio di consegna da vero aziendalista). Mi mancheranno le male parole e i mugugni. Ho passato ore senza accorgermene dentro a quel posto e forse proprio lì ho imparato che stare dentro a un negozio di dischi mi fa stare bene. Ho imparato anche che il talento di dj audio-video di Oscar è innegabile. Si sparava (si spara tutt’ora) film e musica quasi a tutte le ore, entravi e ti stordiva con il volume stratosferico delle pallottole di un cazzo di western o con Manu Dibango a tutto volume, o con tutte e due le cose. I momenti di silenzio erano surreali, attimi dallo spazio. Quei silenzi, a volte erano tali e quali alle risposte ai miei “ciao” appena entrato. Niente. Ok, forse ho esagerato, non teneva sempre la musica alta. Ma alla fine era bello quando lo faceva, entravi e saltavi sulla porta perché da fuori non è che si sentisse poi tantissimo, ti prendeva alla sprovvista.

Poi, ci sono i giorni in cui si sente tenero, e mette su i Beach House, tu entri e lui è tranquillo, sereno, t’impezza. L’atmosfera è rarefatta, volano sorrisi. Mai capito del tutto quell’uomo. Ma gli ho comprato il mondo, e ce l’ho ancora tutto a casa, il mondo. So che uno deve comprare dischi con misura, valutando bene cosa prendere su e cosa lasciare lì, soprattutto oggi che si può ascoltare tutto prima, ma io ho sempre comprato dischi che volevo comprare, qualche pacco l’ho preao, si, ma è da mettere in conto. ERA da mettere in conto, dai, adesso muovendo le chiappe sul computer ci si può informare bene. È una condanna, una malattia, una tosse del falegname, il raffreddore dell’eterno margusone. Non so. Ma l’ultimo disco da Oscar l’ho comprato sabato pomeriggio. Il primo, un tot di anni fa.

I sabato pomeriggio. Incontravo un sacco di gente là dentro, persone che non sopportavo e persone con cui mi davo appuntamento proprio lì. E persone che non vedevo da tempo. Non era male. Disco migliore comprato da Oscar: il primo dei Jesus Lizard, disco peggiore: il secondo dei Turin Brakes.

Se volete, domani c’è ancora il 4X2. Poi, un attimo di pausa e si riparte per… un altro giorno di gloria (gag).

#28 vai nei negozi di dischi scrausi

Il mio negozio di dischi scrauso preferito di sempre è La discoteca del Savio, vicino al Ponte di San Martino a Cesena. Adesso non esiste più, però era figo andarci perché, entrarci, era come tornare indietro di 30 anni (ha chiuso prima del 2000, secondo me). Ogni cosa era lì dentro da 30 anni, gli scaffali, lo stereo, la cassa, alcuni dischi. Non ci trovavi quasi mai le novità, perché il target era di nostalgici. Era gestito da marito e moglie. Il criterio con cui acquistavano dischi recenti era “se mi ricorda quand’ero giovane”. Ma la cosa più incredibile è che il vecchio conosceva tutti i gruppi nuovi, leggeva Blow Up, che allora era nata da poco, e una volta mi disse che i Flaming Lips erano retro’. Verità purtroppo ormai senza più una voce.
Al centro commerciale del Pilastro di Bologna c’è, di sicuro c’era fino a 2 anni fa, un negozio di dischi scrauso. Si chiama Master Blaster. Il profilo twitter (@MasterBlasterRS) è fermo all’11 aprile 2013 e il sito dà un DNS grandissimo. Temo non esista più. Non ci si può più andare.