Tab_ularasa è un cantautore sui generis

L’ultima volta è stata al bar, un tipo si è avvicinato al bancone, ha chiesto l’Amaro Unicum, il barista gli ha detto che non l’aveva e il tipo ha risposto: “Come non ce l’hai?! E qualcosa sui generis?”. Ecco, sbagliato, sui generis sarebbe corretto usarlo per indicare una cosa che proprio perché ha caratteristiche uniche non è paragonabile a niente. Io ero lì di fianco che aspettavo il caffè e ho avuto l’illuminazione: Unicum ha lo stesso significato di sui generis. Volevo parlare di questa incredibile scoperta al tipo ma ho lasciato perdere perché sono stato trascinato via da un pensiero: Tab_ularasa è un cantautore sui generis, quindi è Unicum, e quindi per la proprietà transitiva è anche Amaro.

UNICUM
In effetti, Tab_ularasa è molto diverso dagli altri cantautori italiani. Ogni cosa che ha fatto ha quel che di improvvisato, di buttato lì, di molto cantilenante e talmente solitario che lo rende unico. Adesso è uscito il nuovo disco Due mani e una pipa e un paio di queste carattestiche sono saltate. Prima di tutto, c’è meno spazio per l’improvvisazione. Poi, non c’è solo Luca Tanzini, ma anche Beppe Sordi all’elettronica. Ma non c’è pericolo, perchè Due mani e una pipa, anche se è meno improvvisato e meno solitario è uguale alle sue cose improvvisate e solitarie e quindi è sempre unicum. Mi spiego. Si sente che musicalmente il disco non è un biscione senza tracciato (come Faccia di fiori) perchè ha un giro di chitarra specifico per ogni canzone, che rappresenta lo scheletro, ed è prestabilito. Ma la registrazione è sempre in presa diretta e il taglio è sempre tipo “buona la prima”, le variazioni sugli accordi sono pochissime e la sensazione all’ascolto rimane sempre quella di essere di fronte a un uomo che canta, suona e scrive cercando di soddisfare l’urgenza di comunicare ma non riuscendoci del tutto, solo in parte, e questo provoca tra noi e lui un gap che è uno spazio vuoto, di fronte al quale ci sentiamo soli, sia noi che lui. 

La visione del mondo di ognuno di noi è soggettiva e non deve seguire per forza dei canoni prestabiliti o condivisi dagli altri. Se hai una visione del mondo simile a quella degli altri, allora sarà assolutamente ben accolta ma non aggiungerà niente di nuovo. Se hai una visione del mondo diversa, allora non sarà accolta con altrettanto entusiasmo – sicuramente non da tutti, pochi la troveranno interessante – ma aggiungerà un punto di vista differente. Visto che non piacerà, c’è il rischio che poche persone vengano a conoscenza del tuo punto di vista, ma il successo non è direttamente proporzionale al valore. Questa è la cosa più importante che m’insegna Tab_ularasa attraverso la sua unicità. Le sue canzoni sono così fuori dai canoni che non possono che essere quello che vuole fare. A dimostrazione di questo, lui continua sulla sua strada. Soprattutto, lui continua. A sfornare canzoni e canzoni, a fare dischi e a registrare. Durante l’ultima quarantena ha fatto tantissime dirette, musicalmente irregolari e con qualche tempo morto, ok, ma che erano la testimonianza di una fotta incredible, di una voglia instancabile di buttare fuori cose. Embrioni di pezzi, a volte neanche quello, a volte accenni senza nessun futuro, a volte accordi stanchi e svuotati, ma sempre con la speranza che qualcosa potesse o possa uscirne. E (cosa affascinantissima) con la grande capacità di farci intendere che il processo compositivo è un casino, ha momenti vuoti, fiacchi, deludenti, non è sempre uno sballo bellissimo, un viaggione assurdo, una cosa di cui ti senti soddisfatto. Non è che il musicista è sempre in forma, sempre ispirato e sempre al top. È sempre attento a dare una speranza di vita alle proprie idee, ma non è certo di riuscirci (visione esistenzialista della composizione musicale). Due mani e una pipa ti dà proprio sempre la sensazione di essere in bilico tra il finito e il non finito, quindi di fatto sembra non finito, ma in realtà è finito. Forse la decisione, questa volta, di non fare un disco totalmente improvvisato è dovuta alla volontà di fare un passo in avanti rispetto a Faccia di fiori, che sembrava solo non finito. Gli altri dischi degli altri musicisti o gruppi che escono sono finiti, hanno l’aspetto del finito, e di nient’altro. Tutto ciò che ha fatto Tab_ularasa è diverso, ma Due mani e una pipa è ancora più diverso, perchè mette sul tavolo l’idea del non finito, dell’incertezza del musicista, di un suo possibile passo falso, che però diventa lo stesso parte del disco. E forse, in questo senso, Tab_ularasa può essere paragonato solo a Daniel Johnston.

AMARO
Ok, è unicum, ma perchè è amaro? Proprio per il motivo per cui è unicum, anzi per la sua estremizzazione. Prima dicevo che ogni sua cosa ha quel che di buttato lì, di molto cantilenante (oltre che di solitario) che lo rende unico. Mi correggo: ogni sua cosa ha quel che di troppo buttato lì, di troppo cantilenante. E questa caratteristica lo rende un bel po’ straniante, a volte talmente tanto da mettermi in difficoltà nell’ascolto. La sua musica storta ti mette nella condizione di pensare se devo continuare ad ascoltarla oppure no, se devo andare avanti a sentire queste cantilene e queste chitarre. E a volte vorrei chiuderla lì, ma non lo faccio, perchè da dentro quella stortura viene fuori qualcosa che mi incuriosisce, mi piace e mi tiene ancorato. Ed è il senso di incompletezza e incertezza. 

Insomma in Due mani e una pipa c’è poca roba ma quella che c’è è ingombrante. Nel senso che ha uno stile importante, che si fa sentire nell’ascolto, non è che te lo bevi come un bicchier d’acqua. C’è la ripetizione, l’intonazione cantilenante, la monotonia, qualche rima (non troppissime) e testi eccezionali ma che ti fanno pensare a cose disturbanti e provocanti. Come quando dice SESSO ESPRESSO AL DISTRIBUTORE ESSO (creepy!) o PER DIVENTARE QUALCUNO DOVRESTI AGGIUNGERE UN UNO (che è molto demotivante, secondo me). Anche la musica è desolante: abituati al math rock, all’afro jazz, al collegamento musicale free, di fronte alla chitarra di Tab_ularasa mi sento abbandonato, ma mi sento anche a casa.

E questo stare lì ad ascoltare una cosa di questo tipo, sottoposto a tensioni contrastanti, è amareggiante perchè è spiazzante e disorientante e quando mi sento spiazzato e disorientato non sono mai in bolla, non sono mai sereno, c’è sempre qualcosa che non va. Non so quale sia il vero motivo per cui continuo ad ascoltar Tab_ularasa anche se lo so, e anche questa è una cosa francamente amareggiante, perchè è come se la mia volontà fosse gestita dalla sua musica, cosa che mi lascia un sapore amaro, non nel senso negativo del termine, nel senso di cattivo ma anche di buono. Tu ami i sapori amari, per esempio? Se li ami, sai che sono buonissimi, ma anche più difficili dei dolci, meno paraculi, meno disposti a tutto pur di conquistarti. Amaro = piacente, ma non paraculo. Ecco, credo che questa alla fine sia la definizione giusta di Due mani e una pipa di Tab_ularasa. Un disco pieno di idee (la voce della bambine in “il gattocane”, il setting con i rumori e le voci di un distributore di benzina in “Sesso espresso”, il blues storpiato del bluesman che si sbronza per amore di “Ciao ciao amore”, i titoli) e di invezioni. Un disco che si concentra moltissimo sulle idee e sulle invenzioni, più che su una forma compiacente. Anzi, si concentra anche sulla forma ma non vuole che sia compiacente.

Ora vado a bere dell’Amaro Unicum (se trovo un bar che ce l’ha) finchè non penso che “C’HO DUE PERSONE DENTRO E NON SO QUALE IO SIA” (scary). E la fusione tra amaro unicum e Tab_ularasa cantautore sui generis si completa, nella mia testa.

Due mani e una pipa lo trovi da ascoltare qui

Vivevo in tuta. Breve storia dei TAD

Tad Doyle Tuta Man in crowd surfing. Foto di Martyn Goodacre/Getty Images.

Negli anni ’90 una cosa era essere trasandati come Kurt Cobain o Eddie Vedder, un’altra era esserlo come i TAD. Pur cavalcando l’onda dei gruppi di Seattle, che iniziavano a spaccare il mondo, MTV nel ’90 respinse il video di Wood Goblins perchè era “too ugly”. C’è un limite a tutto.

In una famosa dichiarazione del ’91, Tad Doyle disse: “Faccio musica grande, grassa e orribile, proprio come me, e ne sono contento… Onestamente, non me ne frega un cazzo di tutto il resto. Non diventerò mai popolare, a meno che non perda un sacco di chili, e questo dovrebbe bastarti per capire in che stato si trova la musica contemporanea”. Un anno dopo esplose definitivamente il fenomeno Grunge ma i TAD, che erano di Seattle, rimasero sempre degli outsider. Hanno sempre fatto la stessa musica, senza mai andare incontro alle esigenze del mercato, ok, e questo è sicuramente uno dei motivi del non successo dei TAD, ma non è l’unico. La loro storia, lunga solo sei anni, è segnata da alcuni episodi che li portarono allo sfinimento, tre dei quali legati a delle immagini. 

Un giorno, nel 1991, alla Sub Pop Records suonò il telefono.

“Pronto?”
“Sei tu Bruce Pavid?
“Pavitt, PaviTT. Comunque si, sono io, chi parla?”
“Stronzo, hai usato la foto con la mia amante per la copertina di quel cazzo di gruppo di merda. Se la vede mia moglie m’incula. Io ti rovino”
“Oooh.. Quindi, fammi capire, tu sei il baffone fotografato con la baffona sulla copertina di 8 Way Santa? Wow, non ci credo. Gran scatto amico! Ahah”
“Gran scatto tua nonna. Non hai niente da ridere. Non mi pare di averti firmato nessuna autorizzazione, se non fai qualcosa per rimediare pianto un casino. E ne pianto uno più grosso se chiami ancora baffona la mia donna”
“Ok va bene, però stai tranquillo.. cosa vorresti che facessimo?”
“Dovete ritirare tutte le copie dal mercato”
“Ma te sei fuori”
“Si infatti, sono già fuori sulla strada che mi porta dal mio avvocato”
“Eh capirai il tuo avvocato sarà un hippie rincoglionito”
“Cosa? Va bene, ciao, vedrai com’è rincoglionito quando farà saltare in aria te e la tua casa discografica di morti di fame”
“No dai, aspetta”
Tu tu tu

Facciamo un passo indietro. In due parole andò così. Tad Doyle trovò una foto in un mercatino. “Che roba oscena! Mettiamola nel disco!” disse, la comprò e la piazzò sulla copertina di 8-Way Santa. A quei tempi i TAD erano una piccola band e la Sub Pop una piccola etichetta (Nevermind dei Nirvana, pubblicato insieme alla Geffen, doveva ancora uscire). Fu un caso se il baffo e la sua compagna scoprirono il disco, ma lo scoprirono. Alla fine, 8-Way Santa venne ritirato dal mercato e le copertine rifatte. Fu un costo, soprattutto per la Sub Pop. 

Il secondo episodio fu un casino più grande. Uno dei singoli di 8-Way Santa era Jack Pepsi. Per la sua promozione, i TAD e la Sub Pop usarono senza ritegno il logo della bibita, che poi, intenzionata a ricavare trilioni di trilioni di dollari da una realtà così schifosamente ricca come la Sub Pop, le fece causa e la minacciò: “vi facciamo fuori”, “è la vostra fine” (cit.) e così via. Quindi la canzone venne ribattezzata solo Jack. E dopo due dischi e un EP (God’s ball, 8-Way Santa e Salt Lick), i TAD uscirono dalla Sub Pop, per le tensioni che si erano create. Ma non credo che la Pepsi abbia tirato fuori molti soldi dalla faccenda.

L’immagine legata al terzo episodio è geniale. È un poster che l’agenzia di promozione stampò durante il tour di Inhaler, nel 1993.

Disruptive, senza alcun dubbio. Ma scoppiò un casino e la nuova casa discografica (la Giant/Warner bros) scaricò i TAD nel bel mezzo del tour. Tra l’altro i TAD non avevano deciso nulla di quel poster, l’agenzia si era mossa in totale libertà. Surprise! 

Insomma, loro che dell’immagine e dell’aspetto esteriore se ne fregavano si sono incasinati proprio per delle immagini. Immagini nel senso di fotografie, loghi, ok, ma comunque legati a questioni di apparenza, vanità o reputazione – insomma all’immagine – di altri. E queste immagini hanno messo in atto cambiamenti importanti per la band. La prima foto fu un intoppo e un guaio economico; il casino con la Pepsi è stata l’occasione dei TAD per abbandonare la Sub Pop e tentare il salto; il poster di Clinton (appena eletto) fu decisamente compromettente. Di male in peggio, ma pre gradi.

Una cosa bisogna dire a proposito del poster di Clinton. Se i TAD fossero stati un gruppo dietro cui aveva annusato i soldi veri, la Warner Bros avrebbe risolto l’incidente. Inhaler (prodotto da J. Mascis), che doveva essere il disco della svolta, non ottenne il successo sperato, nonostante il tour con i Soundgarden, e la Warner trovò nel poster un’ottima scusa per scaricarli. E fu solo l’inizio, perché altre due volte, nel post Sub Pop, la major di turno scaricò i TAD all’improvviso. Con ognuna fecero solo un disco: non ottennero i risultati di vendita sperati, quindi tanti saluti.

Tad Doyle e Kurt Danielson sono i due fondatori e unici elementi sempre fissi del gruppo, l’anima dei TAD. KD aveva dei capelli assurdi e una vaga somiglianza col mostro di Milwaukee. Di Tad, oltre alle caratteristiche che lui stesso sottolinea in quel virgolettato pieno di autostima, bisogna ricordare in particolare la grande eleganza, fatta tutta di semplicità: felpa e flanella. Non ti puoi vestire diversamente se ti senti a tuo agio così. Anche per suonare dal vivo, non puoi metterti i jeans se sei comodo con la tuta ascellare infilata nelle chiappe, non saresti te stesso. E Tad così si vestiva. E così era anche la musica dei TAD: non puoi buttare giù suoni più alla moda se in testa ti ronza la distorsione totale, metal, tagliente come la barba ispida e setosa di Tad. 
Il risultato dell’unione tra Tad e Kurt era la loro musica, una specie di rappresentazione sonora del loro aspetto fisico e del loro modo di essere. Esteticamente, erano troppo per il Grunge. Oltre agli incassi non sufficienti, c’era quel modo di presentarsi, che non aiutava i TAD in un periodo in cui andava di moda essere trasandati, ma con cura. Le grandi case discografiche vedevano nei pochi soldi ricavati un insuccesso e nell’aspetto esteriore un ostacolo a qualsiasi possibilità di recupero. La musica, seppur più noise metal, sarebbe stata ok se gli avesse fatto guadagnare di più. Non fu così. Quindi, appunto, tanti saluti.

Detto questo, in realtà non è vero che ai TAD non fregava niente di diventare famosi. Volevano diventare più famosi ma volevano diventarlo facendo la musica che volevano. Così, nelle parole di Tad Doyle c’è un po’ di verità e un po’ no. Prendiamo i Mudhoney, per esempio. Hanno fatto tre dischi con la Reprise, nel periodo in cui Seattle tirava di brutto (‘92-‘98, lo stesso in cui c’hanno provato i TAD) e uno con la BBC nel 2000, poi sono ritornati alla Sub Pop. Oppure i Melvins: anche loro negli anni ’90, da Houdini a Stag, sono usciti con la Universal, poi basta major. Altri gruppi, più o meno nello stesso periodo, come Love Battery o Blood Circus, minori ma sempre blasonati nel giro Seattle sound, non hanno mai firmato con una major. Al massimo hanno fatto un disco con un’etichetta più grande, per tornare a un’indipendente per quello successivo: Gato Negro delle 7 Year Bitch è uscito su Atlantic e Fast Stories From Kids Coma dei Truly con la Capitol, ma poi stop major. I TAD non hanno mai voluto percorrere questa strada. Non hanno mai capito che lo scopo non doveva essere diventare più famosi ma durare più a lungo, visto che avevano voglia e talento per suonare. A giudicare da quel che dicono in TAD: Busted Circuits and Ringing Ears – Found Tapes mi pare proprio che si possa dire che finchè sono esistiti c’hanno provato: a registrare il disco con la prima major si erano trovati bene, quindi ne provarono un’altra. A loro piacevano le major, erano loro a non piacere alle major. E si sono fatti un po’ mangiare dal desiderio di diventare più conosciuti. Da un lato non avevano alcuna intenzione di cambiare musica, e non lo fecero, dall’altro volevano rimanere nel giro major perchè non si sa mai. Ma quel giro li ha condotti alla fine.

Si drogavano anche, molto, non così tanto da restarci secchi, ma qualche conseguenza l’hanno pagata. La peggiore fu l’abbandono di Gary Thorstensen. Era nei TAD dall’inizio, era la loro chitarra, non fu sostituito neanche quando se ne andò. Era l’unico che non beveva, guidava sempre, faceva da babbo. Dopo un po’ si è stancato ed è uscito dal gruppo. Un duro colpo, che ha accelerato il crollo. Quindi possiamo mettere anche la droga e l’alcol nelle cause della loro fine.

Ridotti in tre, nel ‘95 i TAD fanno uscire Infrared Riding Hood con la EastWest (Warner). Un disco bellissimo, il loro più grande insuccesso. La casa discografica li scarica. E questa è la vera fine. Non si sono mai sciolti ma non hanno più fatto dischi nuovi.
Basta, hanno detto stop, come se essere scaricati da una major volesse dire che non valevano niente. È umano scoraggiarsi di fronte alle difficoltà, e forse è anche giusto che si siano sciolti perché sa dio se avrebbero fatto ancora bei dischi, ma è stato come smettere di provarci, è come se il loro unico scopo fosse stato fino a quel momento il successo e questo è senza dubbio deprimente. Lo capisco, ti trovi lì, le cose non girano, non vanno come vorresti, ti deprimi e molli tutto anche se in realtà non vorresti mollare. Smetti anche se in realtà non vorresti, è più forte e grande di te, non sai come gestirla. Alla fine il successo è davvero una questione di perseveranza, non solo di talento. Non voglio dire che avrei voluto per forza che fossero ancora attivi, ma c’è una cosa che mi dà fastidio: i TAD superarono gli abbandoni dei compagni ma non quelli delle case discografiche. Non danno mai una spiegazione della fine se non “alla major non piacque”. Non è bello.
Facevano la musica che gli pareva, che però non vendeva abbastanza. Avrebbero dovuto cambiarla e forse anche darsi una sistemata, ma non lo fecero mai. Erano loro stessi, non volevano cambiare per ottenere successo. E questa è la parte della storia senza compromessi. Che però è da mettere accanto al grande compromesso a cui si sono scesi, cioè smettere perché il non piacere alle major gli ha tolto le forze. Quindi, non scendere a compromessi per poi scendere a compromessi. Di fatto ci troviamo di fronte a un gruppo che da un lato non piaceva alle major perché non vendeva tanto ed era composto da zoticoni, dall’altro non capì che strada prendere. È umano essere disorientati, ma non li capirò mai fino in fondo.

Al netto di tutto questo, per i fan i TAD erano e sono il top. Una carriera simile, piena di incidenti e abbandoni, è stata anche la loro fortuna. È strano, ma ciò che li ha stremati gli ha anche permesso di fare la cosa migliore di tutte, forse in modo non del tutto consapevole e forse contro voglia, ok, ma gli ha permesso di farla: fermarsi sempre un attimo prima di diventare più famosi. E questo per la musica è positivo. Del resto siamo qui per la musica, no? Oggi, a distanza di anni, sono la migliore band dell’epoca grunge, la più fulminante. Quello che non gli ha permesso di essere la gallina dalle uova d’oro li ha resi adorabili agli occhi dei fan. In pratica erano dei boscaioli con gli amplificatori a palla, era il loro modo di essere, non potevano essere diversi e non lo sono mai stati. C’hanno anche provato a fare l’album della svolta, ma era uguale agli altri. Erano così, e così si sono sempre presentati, senza preoccuparsi che la loro immagine fosse più o meno accettabile per i canoni della moda o che la loro musica fosse più orecchiabile. Hanno continuato a vivere in tuta e a scorreggiarci dentro. È durata poco, ma che dischi che c’hanno lasciato. Ti amo ancora, Tuta Man.

Transspace, intertemporal: interrotte le rotte con Cemento Atlantico

Marocco, Vietnam, Perù, Cambogia, Colombia, India, Guatemala, Myanmar: sono i posti in cui è stato Toffolomusik. In ogni posto ha registrato frammenti della natura, della strada, dei luoghi sacri. Queste registrazioni, poi rielaborate con l’elettronica, sono alla base di Rotte Interrotte, il disco realizzato con il nome Cemento Atlantico. Le tracce raccolte in viaggio hanno lo stesso valore che hanno le foto: fissare un ricordo e di conseguenza un’emozione. Questo è il punto di partenza del progetto, che quindi è estremamente personale. Ma diventa anche molto di più.

Fare un disco con quella roba. Può essere stato un lavoro di cui Toffolo era già cosciente quando ha registrato i primi take, oppure no, può essere stata un’epifania nata nel contesto del lockdown che gli ha impedito di viaggiare. Comunque, a un certo punto la progettualità e il desiderio di organizzare le registrazioni si sono manifestati. Ed è una cosa che trovo incredibilmente affascinante, perchè mettere le mani dentro ai ricordi per riorganizzarli, e sonorizzarli, dev’essere molto soddisfacente. Le registrazioni rimangono le stesse ma vengono infiltrate con suoni e ritmi nuovi. Il passato viene modificato con le idee e la consapevolezza del presente, come se la post produzione fosse una macchina del tempo che ha permesso a Toffolo di tornare là, aggiungere cose, e farci ascoltare il risultato. La modifica e le interferenze col passato sono chiare solo a lui che quel passato l’ha vissuto. Ma l’idea che sta alla base dell’operazione è sconvolgente per tutti. Il passato è una cosa inerme, che è lì, e non può reagire, rimane uguale a se stesso. Esattamente come le registrazioni: una volta fatte, sono quelle. Il divieto assoluto di modificare il passato ci è stato insegnato sin dai tempi di Ritorno al Futuro, era un tabù totale, e Rotte Interrotte l’ha infranto: ha interrotto le rotte del passato. Recuperando le registrazioni pure, c’è sempre la possibilità di recuperare quelle rotte, così come Marty McFly ha avuto la possibilità di aggiustare il passato. Ma Rotte Interrotte rimane lì a rappresentare una possibile, e concreta, variazione.

Toffolomusik ha manipolato le regitrazioni attraverso l’elettronica e la costruzione di un ritmo. Elettronica e ritmo possono essere elementi di continuità o di rottura. Le differenze tra i rumori originali e i suoni sovraincisi sono tante ed evidenti, ma in alcuni passaggi le due parti si fondono prima gradualmente, alla fine perfettamente. In qualche modo, credo che questo dualismo tra unione e contrapposizione rispecchi le sensazioni di Toffolo provate di fronte a tante e tanto diverse situazioni durante i viaggi. Rotte Interrotte testimonia la volontà di conoscere quelle terre e di non dimenticarle, amalgamando l’elettronica occidentale con la vita di quei paesi. Non è un semplice interesse in quei paesi, ma una vera e propria voglia di incontro culturale e musicale, che passa attraverso lo scontro. In un futuro che non riusciamo a realizzare vorremmo che persone provenienti da culture, religioni, luoghi diversi, e con la pelle diversa, si confondessero tra loro a tal punto da non notarsi più a vicenda, esattamente come fanno tra loro le persone con la pelle dello stesso colore. Su Rotte Interrotte questa fusione avviene attraverso la sovraincisione delle tracce sonore, e quindi direi meccanicamente, ma i momenti di contrapposizione presenti nel disco rappresentano le difficoltà di incontro che diventano scontro, e quindi rappresentano il presente irrisolto, in cui tra popoli diversi non si va proprio d’accordo, mentre i passaggi di maggiore armonia rappresentano l’unione, e quindi il futuro, che non vediamo e non riusciamo a immaginarci, perchè è lontano anni luce e pare irrealizzabile. Ecco, l’unione si realizza ma anche no nel disco, che quindi si può definire sia distopico che utopico, distutopico.

Negli ultimi anni è cresciuto l’interesse per le musiche provenienti da Africa e India. Il contesto di riferimento è internazionale e i riferimenti sono tanti. Un’operazione simile ma non uguale a Rotte Interrotte è quella di Khalab, al secolo Raffaele Costantino, italiano, che ha fatto uscire da poco il nuovo disco M’Berra, realizzato raccogliendo suoni, canzoni e rumori durante un viaggio in Mauritania nel 2017 e rielaborandoli in seguito. La differenza tra Rotte Interrotte e M’Berra sta nel fatto che Khalab ha improvvisato sul posto un’orchestra composta da musicisti locali, la M’Berra Ensemble, che l’ha aiutato a raccogliere e realizzare il materiale là. Toffolo ha usato solo ed esclusivamente le proprie registrazioni, solitarie e occasionali. L’esito musicale è diverso: Toffolo sembra più interessato a fare interagire il ritmo con le tracce audio, sovrascrive solo con l’elettronica ed è più dirompente. Khalab aggiunge anche strumenti suonati ed è più soft, una fusione più fluida col suono della Mauritania: tornando al significato politico, Khalab si comporta quasi come se l’unione fosse già avvenuta e le difficoltà già superate. Non è così, ed è per questo che Rotte Interrotte è un’opera politica più lucida. In questo momento in cui l’interesse musicale per la Global Music ha preso il largo, ascoltare quella musica, suonarla, fingere che siamo uniti nella musica, purtroppo non significa superare le difficoltà di integrazione, i razzismi, i sovranismi, la cattiveria. Rotte Interrotte, con la sua interpretazione della doppia anima registrazione/rielaborazione, che si integrano con meno facilità, ci dà un punto di vista più concreto, che lascia spazio sia al realismo sia alla speranza.

L’elettronica e il ritmo diventano comunque il filo che collega gli anni ma anche i luoghi, diversi e più o meno lontani tra loro. E lo sguardo, il riascolto attento dei frammenti registrati, che prende in considerazione tanti frammenti diversi, è la coscienza di essere stato in quei posti e la volontà di non perderne le tracce, fissandole in un disco. La stessa funzione che ha la fotografia, appunto. Quindi Toffolo è come me che faccio foto quando vado in viaggio? No. Per due motivi.
Primo, perchè la registrazione innesca il ricordo ma lo fa attraverso il sonoro e il sonoro contiene in sé anche l’aspetto visivo. Viceversa non vale. Cioè, se ascolto una registrazione di un posto in cui sono stato, vedo anche quel luogo. La registrazione innesca questo passaggio in modo spontaneo: è una traccia sonora e visuale. La fotografia invece è una traccia visiva ma non sonora, l’immagine non fa venire in mente naturalmente il rumore, mentre il rumore porta dentro di sé l’immagine. Da questo punto di vista la registrazione sta un passo avanti rispetto alla fotografia.
Secondo, perchè Toffolomusik aggiunge l’elettronica alla registrazione e l’elettronica e il ritmo possono proiettare in un’altra dimensione la registrazione. In pratica la registrazione dà una prospettiva diversa sul passato, più ricca, e così post prodotta non scavalca solo il tempo ma anche lo spazio. Nel disco, ci sono beat alla Fat Boy Slim (Umm Bulgares) che ti portano indietro di trent’anni, non nel posto in cui Toffolo ha fatto la registrazione (Cambogia) ma in quello in cui tu ti sparavi Fat Boy Slim. Un casino spazio-temporale, insomma. Dunque, di mezzo ci si mette anche la tua memoria e la questione si fa ancora più complicata. E a questo livello la questione si fa più interattiva rispetto al motivo uno, dove tu non eri altro che spettatore. Qui sei parte in causa, sono i tuoi ricordi a entrare in azione, non solo quelli di Toffolomuzik.
Oppure, nel disco ci sono ritmiche Jazz avvicinabili per esempio a Nduduzo Makhatini di Modes of Communication: Letters from the Underworld (2020). Come Black’n’Red, che si ricollega alle correnti musicali africane degli ultimi anni e di oggi, pur reggendosi su una registrazione fatta in Guatemala e dedicata ai Garifuna, gruppo etnico misto discendente dagli indigeni Maya pellerossa e dagli schiavi neri africani. Altro viaggio, altro regalo, dove Africa e Sudamerica si mischiano, sempre non con facilità, sia livello sonoro sia a livello di racconto. Tutto questo, con una foto non lo ottieni.

A proposito, se andate sulla pagina facebook, su bandcamp e instagram, trovate la descrizione dell’origine delle registrazioni. Così, Rotte Interrotte diventa anche racconto scritto, aggiungendo una dimensione importante al racconto sonoro. 

Detto tutto ciò, ci sono motivi per cui non ascoltare (e leggere) Rotte Interrotte di Cemento Atlantico e viaggiare nel suo prisma spazio-temporale di realismo anti-sovranista? No.