ehy tu! che eri all’italian party

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Due palchi vicinissimi, zero tempi morti e concerti di 30 minuti, ecco le regole dell’Italian Party 2015. Che possono anche non essere rispettate, e qualcuno può anche suonare in mezzo alla piazza, perché il palco grande è troppo grande o perché il palco piccolo è da finire, o per un altro motivo che non so. Fatto sta che far suonare per terra i Mood è stata la scelta giusta. In mezzo a Piazza San Francesco (di Umbertide), in mezzo a due amplificatori, in mezzo alla gente. Rullante spesso in controtempo, cassa spesso in quattro quarti, chitarra in loop, chitarra soprapposta, ricordano i Valerian Swing ma sono meno sinfonici e più militareschi. È stato il set più sorprendente del giorno, non perché è stato il primo, ma perché non li conoscevo o perché è stato potente. Queste sono le mie prime cose che direi sulla giornata di ieri, adesso scrivi le tue.

CAPRA / Sopra la panca

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La vita della rock star era bellissima. Donne, sesso, droga, musica. O anche solo musica. Comunque, ogni minuto era alla grande. Il musicista famoso non era umano, e conduceva una vita sempre al massimo. Non come quella degli uomini normali, fatta di problemi, noia, abitudini e la domenica riposo.

Poi nel 1984 i Minutemen hanno fatto uscire Double Nickels on the Dime. Dentro c’è History Lesson Part II che parla della loro vita normale, delle origini nella classe lavoratrice e dei loro sentimenti e modi di pensare, che sono quelli delle persone che ascoltano la loro musica. La prima frase della canzone è “Our band could be your life”, cioè noi siamo uguali a voi. Non hanno azzerato il modo di vivere sopra le righe di tutti i musicisti del mondo, ma hanno dato una diversa visione della cosa.

Facebook è il Male, lo sappiamo. Però in alcuni casi Facebook permette di conoscere un musicista come se ci scrivesse una lettera al giorno. Se sei suo amico su fb e se condivide status in cui parla anche di sé e della propria vita (stare in casa, portare a scuola la figlia, andare a mangiare dalla mamma, parlare con la moglie, fare la pizza, mangiare un panino, pulire il pavimento, non fare niente di particolare) quello è il suo modo per dire che la sua vita è uguale alla tua. Gianni Morandi lo fa.

I momenti de noia, normali, di riposo, li abbiamo tutti. Anche i musicisti. Basta avere il coraggio e la voglia di dirlo. Non tutti lo fanno. Capra lo fa. Usa Facebook parlando di sé, della musica, della famiglia, delle sue giornate. Nel suo disco solista Sopra la panca (To Lose La Track, Garrincha Dischi) dice una cosa molto sincera: delle sue canzoni e del suo lavoro, che per un po’ di tempo è stato portare intensamente in giro Raudo, l’album del suo gruppo, i Gazebo Penguins, a un certo punto ne avrebbe fatto anche a meno. Poi la voglia ritorna, ma può succedere di stancarsi di andare in tour come può succedere di stancarsi di fare dei timbri in un ufficio. La canzone si chiama Il lunedì è la domenica del rock e dice che a Capra il lunedì piace tantissimo perché è il giorno in cui fa altro rispetto a quello che fa durante la settimana. Il testo si muove sul filo dell’ambiguità, perché mentre un impiegato al lunedì mattina si alza dal letto per riprendere a lavorare dopo il week end, Capra se la dorme. Quindi Capra vive diversamente rispetto a un impiegato. Ma è anche vero che mentre l’impiegato si gratta la pancia durante il week end, Capra sposta degli ampli su e giù da un furgone. Ed è vero che se io avessi un negozio, sarei a casa durante la settimana, un pomeriggio, mentre gli altri lavorano. La differenza non è tra la professione del musicista e tutti gli altri lavori, ma tra tutti i lavori tra loro, compreso quello del musicista. Non è una cosa scontata da dire in un disco. E non è discorso solo bianco o solo nero, ha una sfumatura non definita che non permette di scegliere una cosa sola da fare. Se Capra dice che al lunedì è contento di cazzeggiare non vuol dire che si è stancato di suonare. E magari a volte è difficile conciliare l’attività che ami con la vita di tutti i giorni, ma si fa. Lo dice Scaletta.

Il disco contiene un’analisi personale, semplice ma definita, dell’assenza, proprio a partire da Il lunedì è la domenica del rock, dove l’assenza è il risultato del rigetto momentaneo di cose che hai fatto tante volte e che adesso stai meglio senza. Poi c’è un ritorno, un ripristino, una soluzione, che ti porta su strade diverse, che ti fanno respirare ancora di più, come un disco da solo, e poi magari ti riconducono ancora sulla strada da cui sei partito. Potrebbe essere così, oppure no, per Capra in parte sembra essere così.
Legata all’assenza c’è la fine. Santa Massenza ne parlava già. Là la fine era la morte, qui è la morte insieme ad altre cose, come la fine dell’amore (La fine non è la fine). All’inizio volevo che il mio articolo su Sopra la panca fosse solo su Mio padre faceva il fabbro. Poi ho capito che quella canzone non è solo sulla fine e che Capra descrive un passo più avanti rispetto a Santa Massenza, dove faceva fatica a dire la parola fine di fronte alla morte di una persona vicinissima. Nei due dischi parla di due persone diverse, qui è a uno stadio successivo di rielaborazione. E mi sono ricordato che una volta io e un mio amico ci siamo detti che più avanti guardando la foto dei nostri padri ci sarebbe venuta una gran forza. Capra dice che:

“la prima volta che sei svenuto ero a suonare e anziché smettere per sempre eccomi qua / ma poi col tempo ho imparato a fare a meno di te”.

(Tra l’altro, anche qui, come in Non morirò dei Gazebo Penguins, innesca questo corto circuito direttissimo tra il testo della canzone e la propria vita, dove il testo che sta cantando dimostra che quello che sta cantando è vero).

Così non ho più scritto un pezzo triste sulla fine ma ho spostato la mia attenzione su tutte le cose che ci sono nel disco e ho cercato di metterle insieme. Per esempio, ho pensato robe sul futuro, quello di cui parla Capra, che chiude il disco con Reset, dove non solo guarda in avanti e passa sopra alle paure, ma rende esplicito anche il motivo per cui riesce a cancellarle, cioè sua figlia. La frase è: “Non voglio illudermi ma guardarti addormentare cancella un po’ di paure”. E la cosa enorme è che ad accompagnare Capra a cantare questo verso, che chiude il disco, c’è sua moglie. Our band could be your life.

Non è facile scrivere testi sulla famiglia e sulle proprie ferite, e non testi vaghi o pipposi, da interpretare, ma che parlano chiaro e diretto (con parole dritte a raccontare cos’è successo e come stanno adesso le cose) e confrontano il presente col passato. A questo proposito e sempre a proposito di paura, dopo aver sentito Margherita di Savoia ho pensato lucidamente a quanto sono stupide la paura di affrontare le cose e la difficoltà di trovare il coraggio per affrontare le persone. Le parole, scritte da un amico di Capra, sono: “Mia nonna dice che non bisogna aver paura di niente che non sia fare del male. Oggi mi sento coraggioso e farò molti più chilometri” e mi hanno fatto venire in mente Parete Nord di Caso, che di sicuro è un testo più metaforico ma ha la stessa voglia di attaccare le cose difficili.

Sulle chitarre di Sopra la panca è stato fatto un lavoro pauroso. Ci sono quelle pese che riempiono tutto, poi ci sono quelle sotto, precise come le gocce d’acqua che cadono dove devono. La canzone è Pierre Menard, o anche Reset: le altre chitarre scalano dietro quella solista e intraprendono una strada diversa, su gradini diversi. Sono piccoli passi che si sentono come se fossero amplificati da un’eco. Quante metafore ho messo in un paragrafo. Oppure ci sono le chitarre tutte insieme come in MLVGRL, che è la canzone più garage di tutte, non un garage alla Ty Segall/Fuzz ma più alla Go!Zilla, cioè meno dispersivo o psych e più diretto, anche se l’uso della chitarra di Capra ricorda quello del garage, cioè l’accostamento spinto della chitarra solista che se ne va per la sua strada con quella ritmica è QUASI lo stesso della prima canzone di Fuzz dei Fuzz. La differenza sta nel fatto che Capra inverte la coppia, cioè la chitarra solista è sotto quella ritmica. Alcuni suoni della chitarra sono lontanissimi dai Gazebo ma altri sono proprio quelli (Il lunedì è la domenica del rock con Casa dei miei, Galline con Difetto). Le batterie sono diverse, qui sono asciuttissime, nei Gazebo Penguins sono più sporche, il basso non c’è ma ci sono le tastiere. La scrittura è quella libera di Capra che anche con due strofe e un ritornello fatto una sola volta ti butta giù una canzone che alla fine ti fa venire voglia di riascoltarla perché ti dà la sensazione di non finito ma che è una canzone fatta e finita perché dà voce a un testo dal significato enorme.

Sopra la panca è l’insieme di tutte queste cose e non so dire quale prevalga sulle altre. Accosta attimi seri a attimi divertenti (Diciottenni e Galline) e forse anche in questo è simile alla vita di tutti. A proposito di galline volevo dire anche che il mio interesse di ragazzo di città per loro e in generale per gli animali da cortile, anche se lui ha più spazio per tenerli, è affine all’interesse di Capra. Our band could be your life.

Bandcamp.

To Lose La Track ha 10 anni

gazebo al covo per la festa dei dieci anni di to lose la track

Questo articolo lo scrivo per festeggiare. Ma prima volevo raccontare una storia triste, che mi ha fatto scoprire una cosa bella, che è proprio quella che festeggio oggi: To Lose La Track. Una volta mi è successo di avere dubbi sui motivi per cui ascolto musica, cioè principalmente che è una necessità, mia come di altri, di quelli che non hanno altro da fare. Ascoltavo ma non trovavo niente, e alla fine ascoltavo poco o niente, una storia vecchia, quella dello zio annoiato. A un certo punto pensavo che quello che stava succedendo fosse normale perché così vuole l’evoluzione della specie. Un giorno ho letto su internet che c’era quest’etichetta dal nome che suonava benissimo e ho incominciato a cercare le sue cose. To Lose La Track è stata importante, perché ha ridefinito il mio interesse, anzi lo ha proprio ricreato. Nello specifico, mi ha fatto scoprire canzoni nuove in cui ho trovavo qualcosa di me, e da lì ho capito che la china che avevo preso era sbagliatissima. Non c’era solo qualcosa di me, c’erano tante altre cose. Era il 2011, e avevo appena scoperto anche che TLLT produce solo la musica di amici, una cosa molto bella, perché permette di conoscersi prima di tutto e prima di arrivare in studio. Poi col tempo ho notato la laboriosità: quella di Luca Benni è da prendere a esempio per la vita, fare uscire una marea di dischi, i festival e i concerti, senza fermarsi mai. Così in 10 anni ha fatto 80 dischi, alcuni dei quali sono diventati i miei preferiti, altri no. Mi piace moltissimo ascoltarli quando escono. E quando ho qualcosa che mi sembra vagamente intelligente da dire lo scrivo. Una delle cose che mi piace di più fare con i gruppi To Lose La Track è vederli dal vivo, perchè sono tutti bravissimi, e questa cosa che hanno in comune è incredibile.

Quel Luca Benni di prima è il ragazzo che ha inventato To Lose La Track. Nell’ultima busta che mi ha spedito poco più di una settimana fa c’era la compilation dei dieci anni dell’etichetta. L’ho aperta e mi sono sentito un po’ parte di qualcosa, è stata una bella sensazione, che mi ha fatto fare un sospiro di sollievo grande così per quella volta che ho conosciuto TLLT e mi ha tirato fuori dalla picchiata verso quella sottospecie di apatìa. Una volta in chat ho detto a Luca che quello che fa me la fa passare molto meglio. Ecco perché gliel’ho detto. Non sono un disperato, sono in buona salute, ho un lavoro, una famiglia che mi vuole bene, una macchina che tiene la botta, ma questo non vuol dire non avere bisogno di quella cosa che mi fa stare meglio, come solo lei sa fare. Non meglio come può fare una droga o la ragazza che ami. C’è un legame tra quella cosa dell’amicizia e la musica di TLLT, quando l’ascolto si sente, è una specie di simpatia che suona coi dischi, di cosa grande che contiene tutto, dentro la quale si scrivono le canzoni, si registrano, si stampa il disco, si fa uscire, lo ordini, ti arriva a casa e lo apri. Dopodiché ho questo desiderio di farlo sentire a più gente possibile, di far conoscere da dove viene. A più gente possibile. Prima di me tante persone hanno scoperto TLLT, altrettante dopo di me. È chiaro che fare tutto con quello spirito funziona. Stagione 2011-2012, La mano sinistraLegna e Lords of Tagadà li ho ascoltati tantissimo e sono state le mie tre punte d’attacco, o le mie rocce in difesa. E allora ecco, preso bene dalla metafora calcistica, che ho messo in piedi il mio 11 leoni tirandoli fuori dalla compilation più uno dal roster. (Leggila come leggeresti quella dei Mondiali dell’82): Chambers, Havah, Valeriani, Riviera, Donasci, Disquieted, Girless, Verme, Gazebo, L’Amo, Caso. Allena Johnny Mox, grande Maestro di Cerimonie. Stare bene.

to lose la track in campo

So che in futuro continueranno a uscire su TLLT altri dischi importanti. Lo so perché lo so. Oltre tutto, Luca Benni ha inventato anche un Memory per fare giocare chi va sul sito. Giocare è un modo per festeggiare insieme, sul web. Sabato sera invece c’è stata una festa molto fisica al Covo a Bologna, una delle 10 che TLLT ha organizzato in giro per l’Italia per il suo decimo compleanno, dove tutti possono andare a vedere i concerti e a comprare le magliette e i dischi, a fare queste cose insieme perché conoscono TLLT, che è il motivo per cui prendi su la macchina e vai. Vendere i dischi gli serve, a Luca Benni, per farne altri, farne altri gli serve per TLLT e TLLT serve tantissimo a migliorare la vita a me e a tutti quelli che erano là sabato. Ho riportato a casa tutte le ossa intere solo perché mi sono dovuto dare una calmata, ma c’era anche gente che si ammazzava sotto al palco e in faccia gli vedevi il sabato sera, la domenica di festa e la bellezza di essere lì. Per la prima volta nella mia vita ho visto una ragazza fare stage diving. Suonavano Gazebo Penguins, Valerian Swing, Delta Sleep e Majakovich. Capra ha raccontato di quando i Gazebo Penguins hanno spedito il demo a Luca Benni e ha reso in poche parole tutto il senso della festa. Che è stata molto bella, ed era indispensabile per me andare a vedere com’è. A un certo punto, proprio mentre Capra era in piedi sulla sedia, ho pensato: guarda che storia, nel 2010 non l’avrei mai detto che adesso sarei stato qui, auguri To Lose La Track.