21 facce (circa) per 21 gruppi: Italian Party 2017

Docente di storia della fotografia, il professor Marra non esprimeva mai un giudizio sulle cose che spiegava ma si sputtanava irrimediabilmente con il tono della voce. “Non c’è un modo migliore dell’altro, la fotografia concettuale non è meglio di quella classica” diceva, ma le 5 parole che separavano “concettuale” da “classica” erano per lui come un percorso verso l’inferno della noia. L’opinione sincera la lasciava al non detto, che più o meno era “ma se t’intrippi con la concettuale, ti cambia la vita”.

Visto che tra le sue malcelate fotte c’erano i ritratti, quelli senza tanti fronzoli, il giorno in cui ci parlò di Portraits di Thomas Ruff giuro che almeno un paio di volte gli è venuta la voce rotta. La lezione del prof. era: lo sguardo impassibile di TR rende i soggetti anonimi, aiutato dai fondali monocromatici, dai vestiti da Germania Est anni 80, da colori spenti ed espressioni neutre.

Non ricordo se li avevo anche allora, ma adesso ho dei dubbi su quell’interpretazione. Quei ritratti non sono solo piatti per come sono costruiti, sono anche esplosivi per l’effetto che fanno. È la confusione delle dimensioni: Thomas Ruff ha fatto di tutto per rendere le foto monodimensionali, ma l’ha fatto per ottenere qualcosa di penetrante. Questi ritratti non sono “anonimi”, perché c’è una cosa che rompe in modo continuativo e definitivo l’anonimato: ci sono le facce. E non solo perché sono “facce”, quelle che trovi anche nelle carte d’identità a identificare ognuno di noi. Il piattume di tutte le altre componenti delle foto ci permette di concentrarci solo sulle facce. Ed è a causa della faccia che un ritratto non può mai essere completamente inespressivo perché la faccia, anche con l’espressione più neutra del mondo, dice sempre qualcosa.

Tendo a fare foto alle persone di nascosto. C’è il pericolo che mi scoprano ed è piacevole, perché la percentuale di rischio che corro è molto bassa. Trovare il matto che mi becca e mi mena perché gli ho fatto una foto senza permesso è raro, al massimo mi guarda male. Al peggio, mi è capitato che mi inseguisse, per farmi a sua volta una foto come per, boh, spararmi con la stessa pallottola. La componente pericolo è niente se confrontata con l’ansia di chiedere il permesso. Il problema dei ritratti sta nel fatto che il permesso lo devo chiedere per forza. Quando si tratta di sconosciuti, a volte lo chiedo, altre rimango senza foto. Con gli amici, non ho grossi problemi. Sentirsi fare questo tipo di richiesta fa spesso scattare nella persona che deve essere fotografata un’emozione difficile da gestire, tra egocentrismo e vergogna, correnti opposte ma ugualmente selvagge che, scatenate in un unico momento, portano a un’indecisione folle. Alcuni la riescono a vincere, altri no. Tra quelli che la vincono, c’è chi dice comunque no. Ma ci sono anche quelli che dicono si.

Ho in mente come se fosse ieri il momento in cui Marra ha proiettato nel buio dell’aula il primo ritratto di Thomas Ruff che io abbia mai visto. S’intitola Peter Martin. Quando sono uscito dall’aula, mi sono infilato gli auricolari e ho ascoltato Sultans of Sentiment dei Van Pelt, quasi tutto, sulla strada di casa, con la faccia di Peter Martin davanti agli occhi. Quante cose ci sono al mondo così legate tra loro che se pensi a una ti viene in mente l’altra e viceversa? Non so, magari ce ne sono un treno, ma io sono particolarmente fiero di questa. Ogni tanto i ritratti di Ruff mi tornano in mente e mi torna in mente anche che sono legati a quel disco. E viceversa. Spesso riascolto quel disco e allora mi torna in mente Thomas Ruff. Poi, a volte, mi torna pure la voglia di fotografare delle facce.

Con abbastanza piacere, da qualche anno preparo qualcosa per parlare un po’ dell’Italian Party, il festival di To Lose La Track. Quando ho iniziato a pensare a cosa avrei potuto fare quest’anno, all’inizio non ne avevo idea, poi mi sono tornati in mente Sultans of Sentiment e Peter Martin. E all’inizio volevo fare delle magliette con i nomi dei gruppi che suonano al festival, una per gruppo, farle indossare a persone diverse e far loro una foto. I passaggi per raggiungere il risultato erano affrontabili, ma la percentuale di rischio che le magliette venissero uno schifo era molto alta. E ho rinunciato. Che poi perché le magliette, non so. Cioè, lo so, è perché adesso vanno tantissimo, ma alla fine vaffanculo. E se non fosse stata la mia fidanzata a darmi l’idea dei cartelli, forse avrei scritto un pippone sui gruppi e basta, che sarebbe stato sicuramente peggio, o forse no, anche perché il pippone l’ho scritto lo stesso. Comunque, abbiamo spiegato la cosa ad alcuni amici e gli abbiamo chiesto se avevano voglia di farsi fotografare. Hanno detto tutti Siiiii. Le idee migliori che mi vengono sono sempre quelle degli altri, anche perché hanno un senso. Quest’idea aveva un senso addirittura nei miei ricordi, dove i Van Pelt incontrano Thomas Ruff e la musica con le chitarre incontra il ritratto fotografico

Ad alcuni ho fatto io la foto, ad altri ho spedito il foglio e se la sono fatta da soli, o se la sono fatta fare. Band distribuite (più o meno) a caso, una sola regola: che si vedessero il nome del gruppo e la faccia. Alcuni mi hanno fregato ma l’idea c’è. Una faccia, un gruppo. Niente di concettuale quindi, ma la faccia è sempre la faccia. Scusa, Marra.

 

Una domanda a gruppo. L’Italian Party 2016.

maghina 2

La decisione l’ho presa col mio solito piglio deciso, si gliele mando, no non gliele mando, ma dai c’è poco tempo. All’inizio avrei voluto chiedere ai (tantissimi) lettori di neuroni di inviarmi le domande per l’Italian Party, poi le avrei girate a Luca Benni, lui le avrebbe girate ai gruppi, loro avrebbero risposto, forse. Avremmo finito a settembre. In più, non potevo sapere che domande sarebbero arrivate. E neanche quante. Ci voleva un incentivo, un regalo, una compilation, dei disegni, un gabbietto di fichi direttamente a casa. Difficile. Niente, no, non era una buona idea. C’è un articolo su Prismo che parla di farla finita col mito dell’autore. Io lì volevo arrivare. La prossima volta mi sveglio prima. Per questa volta, abbiamo fatto in un altro modo: ho mandato le domande a Luca Benni, lui le ha messe in un gruppo segreto di Facebook, tutti hanno risposto.
Contemporaneamente, si avvicinava il matrimonio di un mio amico, il 6 agosto. Se ne parlava con gli amici, naturalmente abbiamo fatto il gruppo su whatsapp “Addio al celibato di Gino”, il gruppo più inutile della storia, in cui per circa due mesi c’era solo un messaggio: “Dobbiamo decidere cosa fare”, e poi il silenzio. Non avevamo deciso neanche se fare qualcosa. Finchè non è arrivato Diego, aggiunto all’ultimo perché usa solo Telegram lui, ha messo lì un link a una compilation, questa, e ha scritto: “no io volevo dire solo una cosa… il Gino dei tempi d’oro era tutto concerti ballo e stage diving, quindi per me la miglior soluzione è andare tutti all’Italian Party per fargli fare crowd surfing coi Riviera”. Tutti d’accordo, sembra. Non facciamo chissà che agli addiii ai celibati, non siamo molesti, non ci ubriachiamo neanche, l’ultima volta abbiamo mangiato in un ristorante ad Ardiano di Montecudruzzo, poi siamo tornati a valle in un locale a Cesena. Era chiuso. Dove andiamo adesso? A casa. La volta prima eravamo in un ristorante brasiliano. In un ristorante brasiliano. La ballerina ha sgridato lo sposo perché non sapeva ballare, lo sposo si è rifugiato in una ventenne che voleva andare con lui al Rock Island in bici. Dopo un minuto in piedi sul portapacchi è sceso ed è tornato indietro.
Ogni volta che ci capita siamo in difficoltà, prima e durante, andiamo in cresi. Però questa volta addio al celibato all’Italian Party suona bene. Il cuore oltre l’ostacolo. Non so ancora se succederà davvero, l’incertezza ci governa, per ora però ecco le domande ai gruppi che suonano, una per gruppo.

(Delta Sleep)
Dopo la BrExit, ho letto che potrebbero cambiare alcune cose per i gruppi del Regno Unito che vogliono suonare nei paesi dell’UE. Una complicazione potrebbe essere l’aumento del costo di trasporto degli strumenti, o il visto obbligatorio. Sapete qualcosa di più preciso? Fino a che punto per voi queste conseguenze potrebbero rappresentare un problema? 
Grazie Luca! Yes that is a dark consequence of the shitty predicament of our country. But I don’t think those laws will come into action anytime soon. Maybe in a couple of years we’ll start seeing that. But for now… FACIAMO FESTA TUTTO INSIEME BITCHES!!!

(Giona
“Per tutti i giovani tristi” è molto più diretto rispetto ai dischi di L’Amo, che per alcune scelte erano più coraggiosi. Ti ho sempre visto come uno scrittore per niente circoscrivibile. Da questo punto di vista, mi sembra che il disco di Giona prenda un’altra direzione: ha un mondo preciso di riferimento, la new wave punk, ed è quindi più monotono nella scrittura e nel suono. È l’adeguamento a un genere o lo sviluppo dell’esperienza precedente con L’Amo?
Hey, mi hai fatto ragionare su una cosa su cui non mi ero mai soffermato. Credo che alla base della mia musica, della mia grammatica, ci sia la musica con cui sono cresciuto e che alla fine è rimasta. La New Wave/Post-Punk c’è sempre stata, c’è e credo che sempre ci sarà, mentre tutto il resto delle cose a cui m’interessavo fino a un paio d’anni fa, ora, non ci sono più. Insomma, se prima potevo passare da un disco Dark Ambient a uno Screamo, giusto per usare dell’etichette, oggi, piuttosto che cambiare disco, riascolto la discografia dei Vaselines. Forse questa cosa è strettamente connessa all’invecchiare, alla mia minore curiosità per tutto, anche per la musica, che si riflette nella pratica con il riascolto dei miei dischi preferiti in Mono, anziché seguire le nuove uscite. E’ un po’ brutto ammetterselo, ma non sono affascinato né dalla sola sostanza, né dalla sola forma, ma dalla sostanza dalle forme perfette, da quei personaggi che per tutta la vita hanno investigato la stessa sostanza, fino a esprimerla con la forma migliore. Il prossimo disco, soprattutto grazie alla presenza di Michele e di Nasty, ci stiamo lavorando assieme e siamo a un buon punto, sarà meno un blocco granitico di reverberi – che comunque ci saranno! – e più un prisma di melodie Pop. O almeno di quello che noi intendiamo per Pop.

(Dags!)
Associo l’emo a un periodo preciso della mia vita, passato da qualche anno. È come se il vostro disco nuovo guardasse a quel passato come a una stagione finita ma che avete dentro. Suona come l’età adulta del genere, rimanendogli fedele. I testi sembrano indicare una consapevolezza della fine, ma siete totalmente dentro al genere musicale. È plausibile o sono fuori strada?
La risposta è chiaramente nella domanda, e in un certo senso possiamo essere d’accordo, ma è tutto molto meno “calcolato” di come suggerisci tu; fondamentalmente cerchiamo di suonare quello che ci piace, senza dare particolare importanza ai canoni del genere.
Siamo un gruppo piccolo che vive di situazioni piccole, le spinte e le “pressioni” albergano solamente in saletta dove cerchiamo di migliorare di prova in prova con l’obiettivo di spingerci sempre un passo più in là, sia a livello compositivo che sul mappamondo.
Credo sia, di fatto, un approccio sano alla musica in cui si da maggiore rilevanza al piacere di suonare, senza dover a tutti i costi sentire il bisogno di fare un disco di genere con la speranza che venga accettato per questo.
Che il nostro poi sia un disco di genere o meno sta più a voi che a noi giudicarlo, dal nostro punto di vista la cosa bella resta esplorare, inciampare e costruire un po’ alla volta, partendo da punti anche inaspettati attraverso un iter esplorativo e compositivo che si autoalimenta; quello che è certo è che non ci sforzeremo di scostarci da quello che ci viene naturale fare per sentirci o non sentirci dentro a una storia già scritta.

(Labradors)
Adesso, quando ascolto “The Great Maybe”, lo trovo un po’ malinconico. All’inizio non era così, ho cambiato idea ascoltandolo. Come ascoltatore, posso dire che succede. Com’è invece dall’interno? La lettura di una canzone che avete scritto può cambiare nel tempo? Suonarla molte volte dal vivo cambia la prospettiva con cui la interpretate?
Ciao, siamo contenti che hai beccato questo aspetto della nostra musica! Specialmente nel disco nuovo ci sono pezzi che risentendoli fanno scendere la lacrimuccia anche a noi, un pò per le tematiche un pò per l’approccio melodico più malinconico, appunto. Ci capita di avere un sacco di nostalgia risentendo le nostre cose vecchie, per via dei tanti ricordi legati alle canzoni e tutto ciò si riverbera anche nei live. In generale penso che la musica invecchiando si porti dietro una sensazione di affetto e nostalgia come per un vecchio amico. Magari non quella dei Cattle Decapitation, ma non ci giurerei.

(Marnero)
In maggio avete suonato a “Bologna Brucia 2016”, la manifestazione di protesta seguìta allo sgombero dell’Atlantide, chiuso perché dichiarato “fuorilegge” dal sindaco Merola. Il Comune ha interrotto il dialogo all’improvviso e non si è comportato allo stesso modo in situazioni analoghe. Quelli dell’Atlantide, al contrario del Comune, hanno capito che, fallita la mediazione, è necessario trovare nuove strade di occupazione. Bologna ha rieletto lo stesso Sindaco, anche se al ballottaggio. C’era da aspettarselo perché alla gente, in fondo, non interessa o poteva essere un buon motivo per mandarlo a casa? Il fatto che una questione così indicativa del modo sbagliato di gestire il dissenso non abbia portato a niente è più frustrante o fa più incazzare?
Non siamo stupiti di niente, né dai risultati delle elezioni, figuriamoci dal comportamento delle istituzioni. Riguardo alla gestione del cosiddetto “caso Atlantide” è stata palese la non-volontà di prendere una posizione politica da parte dell’amministrazione Merola, che nella sua incapacità di interpretare un fenomeno complesso e vitale come Atlantide ha avuto atteggiamenti contraddittori e ambigui facendo alla fine prevalere la linea legalitaria/securitaria, riducendo il problema a una mera questione di ordine pubblico.
Noi, come individui e come band, siamo nati e cresciuti ad Atlantide e nei centri sociali occupati, e conosciamo bene l’arbitrarietà del confine stabilito fra il “legale” e l'”illegale”. L’illegale è spesso lo spazio in cui si conquista l'”Altrimenti”, una possibilità di fare qualcosa che ci è “necessario”; la legalizzazione di queste esperienze è spesso l’anestetizzazione della possibilità di fare le cose in quel modo (un “Come”). Ed è un po’ il percorso forzato del Punk, che è tale solo quando attua dei ribaltamenti.
Il Bologna Brucia è stato semplicemente l’epifania più clamorosa di questa demenziale miopia/cecità politica: la manifestazione è stata regolarmente autorizzata dalla questura come “manifestazione politica”, ma poi ci hanno denunciato perché abbiamo, guarda un po’, fatto della musica dicendo che era un “festino illegale”. Ed è proprio questo che rivendichiamo: la musica che abbiamo fatto in quella piazza era proprio una cosa politica, e dunque… fare della politica è illegale. Pensare è illegale. Esprimersi è illegale. Quella manifestazione era politica, e infatti i giornali ci hanno pure fatto una settimana di campagna elettorale sopra.
Bologna, con tutte le sue contraddizioni, è passata dall’essere incubatrice di sperimentazioni sociali e fermento creativo sotterraneo, a triste lunapark per erasmus e far west speculativo per i leader del capitalismo dal volto umano: l’idea di progresso del PD perfettamente incarnata dalla sostituzione di McDonald’s con Eataly, fast vs slow food, Farinetti e il suo baffo rassicurante vs la parrucca cotonata di Trump. E questo nuovo sistema prevede anche al suo interno spazi di antagonismo “legale”, autorizzato, per potersi sentire antagonisti mentre si balla in una discoteca alternativa, uguale identica a tutte le altre discoteche per lobotomizzati da schermaglie precoitali. Il trionfo del bispensiero di un mostro politico che sgombera, reprime e soffoca, e trent’anni dopo ti fa pagare il biglietto per una mostra fotografica sul ’77. E probabilmente, nel 2033, ti farà pagare un biglietto anche per una mostra su Atlantide.

(Minnie’s)
L’ultima volta che vi ho visto dal vivo Luca ha parlato della situazione in cui ti trovi quando fai un lavoro durante tutta la settimana e al venerdì sera fai 200 chilometri in macchina per andare a suonare. Non è facile ma lo fai perché è quello che ti tiene in vita. Voi avete una storia lunghissima, e alcuni progetti paralleli, ognuno dei quali (credo) vi soddisfa in modo diverso. Avete mai pensato di trasformare la musica in una professione? Quali aspetti positivi e quali aspetti negativi ci vedreste?
200 hai detto?! Magari… A volte capitano trasferte da 3/400km, di venerdì pomeriggio, con conseguente senso di disorientamento, di colpa e di responsabilità che si mischiano per il ritardo che inevitabilmente rischiamo di accumulare ogni volta e per la voglia di fare le cose per bene.
La fortuna è che quando si mette piede sul furgone è come staccare la spina con il resto del mondo. È un luogo sicuro per noi.
Piano, piano le distanze si assottigliano, il viaggio verso il concerto diventa l’unico pensiero. Perdiamo di vista i cellulari e ascoltiamo la musica, parliamo. Insomma torniamo “umani”.
Non so se trasformare la musica in una professione ci permetterebbe di fare canzoni migliori. Ogni volta che ci penso, mi domando “Perché dovremmo?” Ne abbiamo parlato tante volte in questi anni a dire il vero ma non ci abbiamo mai pensato veramente.
Ricordo ancora il primo tour in Germania, suonavamo di supporto a una punkrock band di Chicago, i Digger. Avevano pubblicato da poco un disco su Hopeless e ci guardavamo dai loro compagni di etichetta come ci si guarda da un nemico. Parliamo di gente come Samiam, Dillinger Four, Guttermouth. Band strepitose, eppure… era come se avere successo fosse l’unica molla che tenesse in piedi il gruppo. Avevano basato tutto il loro futuro su quel disco e su quel tour fatto di concerti in squat e club sui quali ci trovavamo a suonare insieme, quasi per caso. Ricordo la loro tensione nel desiderio di farcela con un po’ di terrore.
Non ho mai smesso di pensare un singolo giorno di fare musica che avesse valore per me e per i miei amici, per le persone a cui teniamo. Questo è quello che conta per noi!

(Riviera)
Siete stati un po’ di tempo senza fare concerti, ora siete tornati. Dall’esterno, questa cosa, quando succede, sottolinea forte il passare del tempo. Alcune volte mi sembra che il tempo che passa sia per forza sinonimo di un cambiamento musicale in corso. Naturalmente, aspetto il nuovo disco. Avete già idee? Musicalmente cambierà qualcosa rispetto a “Riviera”?
Per Riviera tornare significa sempre riprendere in mano qualcosa, una sfida dati i mille problemi logistici, e quando ci sembra di essere di nuovo in pista spesso succede qualcosa. accettiamo ogni cambiamento col sorriso, senza farci prendere del panico. Riviera è da sempre il risultato di quello che ci capita a livello personale, per questo è difficile pianificare qualcosa, vale anche per il discorso musicale. Un po’ di pezzi in cantiere, che rimangono sempre sul genere (che solo gli esperti del settore sanno definire esattamente), noi di base ci siamo, carichi.

(Leute)
A fine maggio è uscito il vostro disco. Ve l’ha prodotto Legno. Com’è nata e come è andata la collaborazione?
Abbiamo incontrato Jacopo e Marco a pranzo dal self service Il Picchio a marzo, perché gli era piaciuto il disco per davvero. Ci hanno detto che avrebbero voluto publicare con Legno per la prima volta un disco che non fosse dei FBYC, ed è stato un onore. Ci siamo trovati benissimo, abbiamo lavorato insieme all’uscita del vinile, alle grafiche e a tutto il resto, continuiamo tuttora a collaborare.

(Lags)
Voi siete di Roma. Il 6 maggio la Questura e il Prefetto hanno imposto la chiusura del Dalverme, associandolo ad attività delinquenziali, per disturbo alla quiete pubblica e perché sarebbe un’attività commerciale mascherata da culturale. Il circolo ha riaperto il 4 giugno. La Questura, interrogata anche dal V Municipio, non ha ancora fornito chiarimenti sulle accuse, infondate, aprendo così un periodo di incertezza che vede il Dalverme imputato in un processo penale. Il lavoro socio-culturale svolto, di natura associativa, e più volte sottoposto a verifiche, superate, non viene minimamente preso in considerazione. Voi cosa pensate della vicenda?
Che dire, la vicenda del Dal Verme è alquanto controversa, apre scenari inquietanti per il nostro territorio e crea dei precedenti pericolosissimi per qualsiasi realtà associativa in Italia (per chi non conoscesse i fatti, invito tutti a farsi una piccola ricerca su Google). Abbiamo cercato anche noi di supportare le iniziative a scopo benefico che sono seguite alla chiusura dello spazio e ci siamo impegnati insieme a Luca Benni ad organizzare un festival To Lose La Track nella capitale chiamato appunto #riapriamoildalverme.
In parte siamo cresciuti umanamente e musicalmente anche fra le 4 mura del Circolo Dal Verme, per cui è stato spontaneo per noi prendere una posizione netta.
Siamo consci che l’appoggio ricevuto da un’intera comunità di musicisti (non soltanto della capitale) abbia comunque messo in luce degli interrogativi importanti e siamo certi che i semi piantati negli ultimi mesi porteranno nuovi e buoni frutti; se così non fosse significa soltanto che dobbiamo fare di più, o che non abbiamo fatto abbastanza

(Shinebox)
Avete suonato in giro per l’Italia, con i Linea 77, quindi anche in situazioni create per un pubblico potenzialmente più ampio rispetto all’Italian Party. Cosa vi piace di più e cosa di meno di entrambe le situazioni?
Ciao e grazie per la domanda. Dobbiamo ammettere che in 9 anni di attività abbiamo raccolto molto più di quanto avessimo mai osato sperare agli inizi. Ci diamo una bella pacca sulle spalle, abbiamo avuto un po’ di fortuna conoscendo persone importanti per il nostro percorso, ma crediamo anche che gran parte dei meriti siano da attribuire alla nostra infinita passione e voglia di crederci sempre.
Esperienze come quella al Groezrock o con i Pianos Become The Teeth ci hanno regalato un sogno, la sensazione di essere parte di una scena enorme che abbiamo sempre seguito, amato e che ci ha ispirati fortemente. La possibilità di suonare in questi contesti e davanti ad un pubblico anche internazionale rappresenta una grande emozione e una grande occasione di crescita ma soprattutto offre la possibilità di far arrivare il proprio messaggio molto più facilmente ad un vasto numero di persone.
Siamo altrettanto fortemente debitori nei confronti dei “piccoli concerti”, sicuramente la stragrande maggioranza delle nostre esperienze. Concerti sudati, a volte arrangiati, ma pur sempre goduti.
Certamente dispiace quando molti sforzi di band e locali vengono vanificati da un pubblico esiguo e distratto, un danno enorme per tutta la scena.
Crediamo che questo Italian Party rappresenti un momento altrettanto bello nel nostro cammino, avendo grande stima sia per Luca e il suo lavoro che per tutte le band con cui avremo la fortuna di dividere il palco.

(Crtvtr)
Raccontatemi un po’ del tour in Europa. E di quello con i Muscle Worship. Come sono andati?
Oh, ho un sacco di confusione nel dividere le date in gruppi quest’anno perché ci abbiamo dato davvero dentro. Molto bene. Il tour europeo è il nostro quarto o quinto, ma sicuramente quello più completo, abbiamo fatto 15 concerti in 16 giorni, di cui due in un giorno solo. Abbiamo registrato un’improvvisazione con l’artista di musica concreta EMERGE che verrà pubblicato dalla sua etichetta Attenuation Circuit, E poi a Brno abbiamo registrato due pezzi live in studio con telecamere da cui trarremo dei video live per una realtà molto interessante che si chiama Black Tone Music, una sorta di youtube radio, che cura molto immagini e suoni. Oltre a questo le date, alcune memorabili come Berlino, Praga, Vienna, Biel o la stessa Brno. In alcuni paesi come la repubblica Ceca siamo tornati spesso e abbiamo un po’ di amici e seguito, più che in certe città Italiane. Ma dopotutto è giusto così, ci piace l’idea di muoverci lungo le maglie di una scena DIY internazionale, dove ci si sente sempre tutti a casa. Idem il tour con i Muscle Worship, con cui abbiamo girato gli Stati Uniti nel 2014: è stata prima di tutto una rimpatriata, la voglia di farli stare a casa nostra e presentargli amici e parenti. Anche se sono un gruppo della stramadonna e uno dei migliori live act che mi sia capitato di vedere. Sono state solo 5 date, ma tutte belle, e abbiamo registrato qualcosa insieme nel nostro studiolo, una sorta di Muscle Worship & Friends, con Pete, Giovanni alla batteria e io a supportare Sean alla chitarra. Anche questo quando sarà finito verrà pubblicato su uno split. Sono partiti da Genova mezz’ora fa, sono ancora coi lacrimoni . In fondo smuovere la gente è la ragione per cui facciamo tutto questo no?

(Urali)
Una volta mi hai scritto che l’interpretazione di un pezzo può essere più complessa di quanto non sia in realtà l’input da cui il pezzo è nato. Bello come punto di vista, sottolinea la distanza tra critica e pratica. Vorresti dirmi di più?
Sarà forse banale dirlo ma l’intenzione dell’atto creativo, se sincera e se potente a livello emotivo, rende superfluo quello di cui parla una canzone. Mi spiego meglio: per creare uno stato d’animo occorre che tu sia il primo a provare qualcosa, ed è questo qualcosa che ti deve spingere a creare. Poi le parole assieme al resto creano una piccola opera che funziona autonomamente, fuori da ogni contesto, tempo e spazio.
Per me è l’unica condizione creativa possibile, diciamo. È anche un limite a volte, perché con la fruizione iper veloce che c’è adesso, avere tempi di scrittura lunghi non è un bene a livello puramente promozionale, ma pazienza. L’input di cui parli è solo il principio, tramite il processo creativo anche l’autore stesso presumo scopra altre sfaccettature di sé, a livello musicale ma anche personale. Insomma questo input (che dev’essere giocoforza innato e spontaneo) va coltivato, accettato, a volte anche rinnegato.
Ed è un iter che poi si ripropone quando il prodotto è finito e arriva all’ascoltatore che se ha orecchie e testa per approfondire parte dalla superficie e poi approfondisce quello che ascolta.

(Baffodoro)
Ho visto che in marzo avete fatto alcune date. È difficile trovare da fare concerti? Per farlo, trovate spesso il supporto di altri gruppi o delle etichette?
A marzo tre belle date concentrate in pochissimi giorni, tra le quali la serata speciale alla Fermata 23 per il compleanno di To Lose La Track. Abbiamo sempre vissuto il live come un momento per aprirci e accrescere il nostro orizzonte… sia dal punto di vista musicale che umano. I concerti, prendendo spunto proprio dalla tua domanda, sono da sempre per noi il canale preferenziale per allacciare nuovi collegamenti, per non restare intrappolati in categorie predefinite, sforzandoci di lavorare per organizzare e condividere… e questo, sì, è difficile, c’è da tenersi costantemente attivi.
Per le date ci siamo sbattuti a fasi alterne, ultimamente (…diciamo pure anche ultimi due o tre anni!) abbiamo inevitabilmente rallentato presi dalle vite private, famiglie che crescono, attività lavorative, la quotidianità insomma… Malgrado questo, tante occasioni si sono presentate da sé, un segnale per noi che molti frutti arrivano anche a distanza di tempo.
Nella scelta delle date un elemento che ha rivestito via via sempre più importanza per noi è la disponibilità di uno spazio adatto per i visuals, che da tempo ormai rappresentano il nostro settimo strumento.
Negli ultimi anni un riferimento importante è stato il Red Noise di Reggio Emilia, che sotto la guida di Olivier Manchion e grazie al contributo di varie band ha portato nuova linfa in territorio emiliano.
Lo sforzo più impegativo è ovviamente quello di allargare il confine, portare i nostri suoni anche a platee geograficamente distanti. Dopo alcuni “microtour” autogestiti negli scorsi anni (Val d’Aosta, già Umbria, Puglia) questa dell’Italian Party è per noi una nuova opportunità, un grazie speciale va quindi a To lose la track, Luca Benni e Anna Migliorati.

(McKenzie)
Siete il gruppo che conosco meno tra quelli che suonano al Festival, a parte i Bennett. Mi raccontate un po’ chi siete?
McKenzie nasce nel 2015 e si compone di membri de icanidisara e DiCose. Registra il primo ep nel giugno 2015 in una casa di fronte al Mar Tirreno e pubblica 100 copie fatte a mano, con la copertina di Pasquale De Sensi e la grafica di Freshinkstain. Nel gennaio 2016 esce EP sotto La Lumaca Dischi e con la supervisione di Black Candy Records. McKenzie disfa il rock degli anni ’90 e lo miscela. Il suono è istintivo e sporco di saletta, i testi (in italiano) non sono proprio leggeri, nei nostri primi brani si parla di dinamiche relazionali che improvvisamente non funzionano più e lasciano con la nera incertezza del “cosa rimane”.

(Tante Anna)
Una domanda per Alessandro Baronciani. Come illustratore, negli anni, la tua platea si è allargata tantissimo. Da questo punto di vista i fumetti, Altro e Tante Anna sono tre progetti paralleli ma con intenzioni, o esiti, differenti. Tante Anna si può considerare il lato più oscuro della tua personalità e quindi quello rimasto più nascosto?
Risposta! Suonare in una band non è uguale a disegnare. Quando disegno sono da solo, non devo andare a prendermi all’aeroporto e so quando sono impegnato in qualche consegna; quindi riesco a gestirmi il lavoro e tutto diventa abbastanza facile. Quando suono, invece, c’è questa cosa magnifica che bisogna incontrarsi e andare d’accordo – in più persone – e anche contemporaneamente. È molto più difficile oggi con gli Altro che vivono ormai da un po’ di anni in tre nazioni differenti. È più semplice, invece, con Thomas con cui suono nei Tante Anna. È un gruppo più scuro e “sporco” degli Altro perché é la somma che fa il suono, l’intenzione e il divertimento. Siamo in più persone a decidere. Quando disegno decido tutto da solo e non è divertente. Quando suoniamo facciamo una cosa complicata, spesso quando facciamo canzoni nuove entrambi cambiamo nota quando è il momento di cambiare nota. Spesso con la nota giusta. Nello stesso momento. Questa “accordo” è eccezionale. Io e Thomas abbiamo iniziato facendo le cover dei gruppi dark che ci piacevano che avevano una batteria elettronica come base. Le cover non venivano mai bene, e allora abbiamo provato con delle basi default a fare delle canzoni nostre e poi ci siamo divertiti a crearne di nuove sperimentando. Entrambi siamo appassionati di musica dark e quando abbiamo iniziato non ci è venuto neanche un dubbio su come dovevano suonare i Tante Anna.

(Bennett)
Chi c’è dei Chambers e chi dei Disquieted By? Che roba fate?
Siamo io (Tommaso) e David dei Disquieted By, Gigi dei Chambers e Ale degli Autumn Leaves Fall In. Che roba facciamo, melodico e pesante.

Gli altri gruppi che non sono nella compilation sono tutti qui: Baffodoro, McKenzie e Tante Anna, a parte i Bennett il cui unico segno di vita in pubblico si trova solo su Neuroni, per il resto non esisteranno fino a domenica 17 luglio, il giorno dell’Italian Party a Umbertide.

Italian Party 16

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Si gioca tutto sul campo e durante quella giornata, e basta. Che se qualcosa per un attimo non va, si aggiusta il più in fretta possibile e si va avanti cercando di mangiarsi il ritardo. L’anno scorso l’Italian Party è stato una macchina da guerra, passavi dalla piazza alla corte lì attaccata, dalla corte alla piazza, fischiettando, bevendo una birra, e vedevi Capra che portava casse, in generale, bastava che avesse una forma cubica e fosse pesante e lui la portava da un palco all’altro. E in effetti un pelo coccolato ti sentivi.
Diverse le reazioni della folla, che cresceva di ora in ora, dalle 18 in avanti. A dare uno sguardo in giro, il concerto successivo c’era sempre qualcosa di diverso dal concerto precedente. La concentrazione una volta, più sorrisi un’altra, quelli che fanno casino sotto al palco coi Chambers. È un pubblico attento, a cui piace quello che sta succedendo. È lì apposta, direte voi. Ma.. è vero e non è vero perchè di gente che rompe i coglioni ai concerti ce n’è sempre.
Una giornata tranquilla, in cui possiamo ascoltare i nostri gruppi, quelli che sentiamo davvero più famigliari, e conoscerne di nuovi. Una giornata in cui possiamo farci un giro quattro o cinque volte nei banchetti e vedere cosa c’è. All’ora di cena siamo andati, e tornati subito, alla pizzeria al taglio che c’è dall’atra parte della strada. C’era anche una pizzeria convenzionata nella piazza dei concerti, ma noi Umbertide non l’avevamo mai vista, quindi.
Dietro all’Italian Party c’è la voglia di fare suonare i gruppi, di farlo con il tocco di To Lose La Track, che ha quel suo modo delicato di mantenere il basso profilo ma facendo le cose ultra bene, inquadrandole in un contesto cittadino giusto, bello, pratico e in un contesto di idee che vince in modo lampante: tu sai che quei gruppi sono lì perché fanno parte di qualcosa, alcuni escono con l’etichetta, altri no e sono stati chiamati da Luca Benni perché gli piacciono. Perchè comunque la musica è quella, la ascolti, se ti piace ok, sennò passi ad altro. La conosci attraverso To Lose La Track, il suo sito o il suo festival, ma la proposta è allargata, a tutte le etichette, o meglio ai gruppi, o più che altro alle persone che si conoscono. Alla fine sono le persone che fanno queste cose, dietro ci sono quelle.

E l’Italian Party è una cosa organizzata per il piacere di riempire una giornata come un palloncino d’acqua finché non usi tutta la plastica, la stiri per bene sul palloncino, lui diventa trasparentissimo e tiene la botta, non esplode. È questo che senti nell’aria.

C’è la musica dal vivo dei gruppi che vendono le loro cose al banchetto, c’è la spinta che viene dalla voglia di fare quella musica e continuare a farla. Quindi, se vuoi, ti compri qualcosa, perché così quella musica te la porti a casa ed è bello. In più, vuoi fare ascoltare la tua musica a chi ha una gran voglia di spostarsi per 1, 5, 100 chilometri per venire a sentirla. Questi sono i moventi.
In effetti l’Italian Party si fa a Umbertide, facilmente raggiungibile in auto grazie a quell’opera enorme che è l’e45 per me che vengo da Cesena, ma per molti distante chilometri.
La prima cosa che ho visto dell’Italian Party 2015 è stato l’uomo che suonava la chitarra nel cartellone di Rockin’ Umbria, quello che se ti mettevi dalla prospettiva giusta sembrava il componente in più di tutte le band. Siamo arrivati in Piazza San Francesco alle cinque e mezza, c’era gente che lavorava. Non ci siamo avvicinati troppo al Chiostro e con la spocchia tipica romagnola abbiamo deciso che ci voleva tempo prima che iniziassero. Siamo andati in centro e ci siamo seduti nel bar a bere una gassosa. Nel frattempo, Baronciani ha iniziato a presentare La distanza. Quella presentazione era stato uno dei punti forti di cui mi ero servito per convincere la mia morosa a venire con me al festival. Sfumato. Quando torniamo ci sono una batteria, due amplificatori e un’effettiera abbastanza grande in mezzo alla piazza. Già solo quella cosa monta su la tensione. La curiosità sale per quelle quattro cose, e un tappeto. Dopo di che arrivano i Mood, la band di cui ho comprato il cd a 10 euro. Sono convinto di aver fatto contentissimo il chitarrista quando sono andato al banchetto, perché mi ha fatto un sorriso proprio alla D. Boone, all’inizio. Io gli ho fatto OK col pollice e con la faccia e sono tornato a vedere i Lags. Sapevo che il cd costava 10, ma da quel momento mi è arrivata una gran paranoia sul fatto che forse costava di più e gli avevo dato di meno, perchè non gli avevo chiesto il prezzo esplicitamente. Torno da lui, gli chiedo “Costava dieci vero?” nel momento in cui gli rivolgo la domanda mi rendo conto di aver fatto la cazzata della giornata e che la mia domanda avrebbe potuto essere interpretata come “Devo avere del resto?”. Secondo me lui l’ha interpretata così. Lui ha detto no, poi si è girato dall’altra parte. Il primo incontro con i Mood è stata intenso: li ho sentiti suonare, ho comprato il cd, il chitarrista mi ha sorriso, poi l’ho fatto arrabbiare. Nel giorno dell’Italian Party c’è pure spazio per le paranoie, come gli altri giorni, perchè ti puoi portare dietro proprio tutto te stesso.
Dopo il concerto il batterista dei Mood era così sudato che sembrava un maratoneta in spiaggia alle due del pomeriggio. Ma zero secondi passano tra quando finiscono i Mood e quando inizia Urali, dentro al chiostro, e non c’è troppo tempo per ripensare a quei due, ci ripenserò a casa. Hey, ma Urali non era (al tempo) di To Lose La Track, e neanche i Mood. Ecco cosa intendevo.

Ma perché parlare dell’Italian Party dell’anno scorso, bisogna sempre guardare avanti. Il programma di quest’anno prevede

1. Delta Sleep
2. GIONA (pezzo)
3. DAGS! (pezzo)
4. Labradors (pezzo)
5. Marnero (pezzo)
6. MINNIE’S (pezzo)
7. Riviera (pezzo)
8. LEUTE
9. LAGS
10. SHINEBOX
11. Crtvtr
12. Urali (pezzo)
13. Baffodoro
14. McKenzie
15. Tante Anna
16. BENNETT

Il palloncino diventa sempre più trasparente e sottile. In poco meno di 8 ore 16 gruppi, dalle 16 e l’edizione è la 16esima, il.. 17 luglio. Nello stesso posto: Piazza San Francesco e Chiostro. Una volta andava la ghost song, quest’anno a Umbertide c’è la ghost band, i Bennett. Sempre perchè vale la regola che se non c’è su google non esiste, ma soprattutto che se non l’ha trovato Diego su google proprio non esiste, i Bennett ancora non esistono. Si terraformeranno sul palco il 17 luglio. Io so solo che ci sono membri dei Disquieted BY, e potrebbe bastare.

ehy tu! che eri all’italian party

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Due palchi vicinissimi, zero tempi morti e concerti di 30 minuti, ecco le regole dell’Italian Party 2015. Che possono anche non essere rispettate, e qualcuno può anche suonare in mezzo alla piazza, perché il palco grande è troppo grande o perché il palco piccolo è da finire, o per un altro motivo che non so. Fatto sta che far suonare per terra i Mood è stata la scelta giusta. In mezzo a Piazza San Francesco (di Umbertide), in mezzo a due amplificatori, in mezzo alla gente. Rullante spesso in controtempo, cassa spesso in quattro quarti, chitarra in loop, chitarra soprapposta, ricordano i Valerian Swing ma sono meno sinfonici e più militareschi. È stato il set più sorprendente del giorno, non perché è stato il primo, ma perché non li conoscevo o perché è stato potente. Queste sono le mie prime cose che direi sulla giornata di ieri, adesso scrivi le tue.

ITALIAN PARTY 2014

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Il 10 agosto a Umbertide c’è l’Italian Party. Umbertide è in provincia di Perugia, nell’alta valle del Tevere. Ci sono una rocca medievale e una tomba etrusca. Sui sussidiari c’era scritto che è un centro importante della metalmeccanica, dei tessuti e delle ceramiche. Dal 2005 è anche la città di To Lose La Track e per l’importanza che l’etichetta ha assunto in questi anni dal punto di vista culturale e perché ha dato ai ragazzi un modo farsela passare molto meglio, dovrebbero aggiungerla sui sussidiari. To Lose La Track ogni anno organizza l’Italian Party, e quest’anno è la 14esima edizione, suonano i suoi gruppi (ma non solo) su due palchi e si può mangiare, bere e dormire al campeggio.