Italia Fury Land: il raccoltone della musica che mi è arrivata sulla mail negli ultimi 2 mesi

 

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In da face di chi sostiene che l’Italia non produce musica nuova e fa un discorso vecchio sul quale non vuole arrendersi per noia e comodità, ho fatto un sussidiarione di quasi tutti i gruppi che mi sono arrivati nella mail in aprile e maggio. La quantità c’è.
Pastel hanno fatto L’acchiappanuvole. È un disco punk hard core con alcuni momenti molto poetici e di disperazione, alcune aperture soddisfacenti che alternandosi ad attimi di vera rage raccontano la storia di un salto nel buio dentro se stessi registrato con cura, compresi i sibili degli arti che precipitano. Possiamo godercelo sia in versione strumentale che cantata, un’urgenza artistica, una scelta imprescindibile dettata dal fatto che all’inizio i Pastel erano un duo strumentale, poi hanno aggiunto una voce nel buio. Il disco è uscito in aprile per una cordata irripetibile di etichette, 15 sono straniere 4 italiane.
Su YouTube uscito il video naturalista di El Xicano (Silvio Pasqualini dopo Le mele agre, Australia e Robot), si chiama I mostri, da La grande paura EP. El Xicano è musicalmente in quota Rimini (Stop records) ma è di Gambettola e mi ricorda molto un classico del circondario cesenate anni 90, i Pulsar. Una canzone che non fa bene, non fa male, passa.
Visti al Sidro, gli Hyperwulff, il gruppo del bassista dei Marnero, non erano stati furiosi come mi avevano predetto. Su disco (Volume One: Erion Speaks, Martire Dischi) mi sono piaciuti di più. Il concept, sul racconto delle gesta di Hyperwülff e della battaglia del pianeta Erion IX contro il terribile Robo-goat, invasore alieno distruttore di mondi, è cosmico e le grafiche di SoloMacello lo sono ancora di più. Suonano metal core, alcune volte sono belli lenti (Raging Hunger), altre no, altre mi ricordano i Torche (20 Pillar) e altre (In Ruins) le lande quasi desolate ma piene di morte dei film post apocalittici italiani come 2019 Dopo la caduta di New York o minchiate simili. Volume One: Erion Speaks però non è una minchiata, tutt’altro, ha la stessa carica difficilmente governabile di Mad Max Fury Road che ho visto settimana scorsa, o quella prima, suoni compattissmi, cambi di tempo belli. Soundcloud.
Per Maple Death Records, la stessa di Havah/His Electro Blue Voice e Stromboli, ho ascoltato per ora una sola canzone dell’EP dei Bed Meds di Liverpool. Il pezzo si chiama Hoax Apocalypse ed è una specie di corrente alternata tra i Mudhoney nella strofa, un modo peculiare d’interpretare i Boys Next Door nel ritornello, ma più distorsioni meno seriosoni, e i Pissed Jeans un po’ dappertutto. Ve lo consiglio (tutto il disco, lo farò anch’io) poi fate voi.

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Mi è arrivato anche A Way Back, secondo album degli Other Voices, uscito per RBL Music Italia. L’ho ascoltato anche tutto, e sono sicuro che almeno una vaga somiglianza al modo di cantare (principalmente, impostatissimo) si ritrova in altri cantanti riconosciuti come ottimi interpreti e scrittori. Dal comunicato stampa il cantante in questione pare chiamarsi Vincezo. Vincezo. Quindi, perché non apprezzare anche gli Other Voice? A voi il piacere. Di sicuro hanno molte più probabilità e interesse di sfondare (fare successo) di altri che lo meriterebbero ma che non fanno di quella conquista la missione principale del proprio scrivere musica. Gli Other Voice hanno registrato il disco a Liverpool in uno studio in cui sono passati anche Coldplay, Paolo Nutini ed Echo and the Bunnymen. Fanno new wave pop con la peggiore batteria mai sentita e suoni anonimi ma in effetti amabilissimi. Alcune interessanti informazioni estratte dal comunicato stampa sono che David “Yorkie” Palmer (ex bassista degli Space) produce e Kevin Paul (Depeche Mode, Goldfrapp, The Horrors) fa il mastering. Grande la selezione dell’ufficio stampa sui nomi da sventolare per far intendere lo sborone che è KPaul. Ma suoi sono pure David Guetta, The Temper Trap, Kate Moss, omissione faziosissima. Insomma, per A Way Back un sacco di gente famosa ha fatto un lavoro mediocre per cercare di tirare fuori due lire da un disco svendibilissimo (agli amanti del genere? Agli sprovveduti?), per sbarcare il lunario delle proprie ex carriere. The Horrors sono il più fresco tentativo di Kevin Paul, che io non so chi sia, di fare merda profumatissima.

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Il disco dei More Lemonade si chiama Like falling in love in September ’96. Ci sono i cori da braccia alzate e occhi chiusi al cielo e cose allineate all’emo, ma anche una bella scrittura. C’hanno i pezzi insomma, e soprattutto c’hanno la batteria, che più della chitarra fa il disco, con passaggi e dettagli non trascurabili. Il resto è una buona chitarra arpeggiata, un’ottima chitarra distorta, un buon basso e una voce che ogni tanto tira la corda verso il pop punk anni 90. Bandcamp.
Un anno fa circa avevo ascoltato Carne e non mi era piaciuto. Giungla è il secondo disco dei Gouton Rouge (V4V Records), che sono cambiati ma non mi piacciono lo stesso. Il (mio) problema dei Gouton Rouge è che neanche quando sono distorti riescono a convincermi delle loro distorsioni, non riescono a tirare fuori dalla musica lo stesso disagio che si suppone venire dai testi. Non che non ci provino, ma non ci credo. In questo disco, poi, i riverberi ci sono, ma sono lontani e lasciano molto spazio a un suono medioso produttissimo. Alcuni momenti new wave pop forse richiedono quel tipo di suono (Demoni di giorno) ma sembra un disco suonato coi guanti e in punta di piedi, per paura di prendere una direzione troppo decisa verso il disagio, anche quando si spingono (un po’) oltre coi suoni (Sulle mie labbra) sulle vie dello shoegaze emo. È un passo indietro, perché Carne era più vero. Spotify.
Gli Automa da Molfetta invece hanno fatto Demo, tre pezzi con un basso sempre invadente, non con violenza, con grazia. La precisione con cui è suonato il disco è evidente, ma gli toglie quella furia mathrock, genere al quale gli Automa potrebbero appartenere. Il suono pulitissimo, la chitarra spesso limpida e il rullante sfibrato ma secco fanno venire fuori pochi momenti di vera scaglia.

uno shot degli Other Voice dai, con quello col cappello che adesso batte le ciglia e ti fa scomparire

I pezzi dei 124C41+ (leggi One To Foresee For One Another), che escono per Stay Home: Gigs & Records e Dreamingorilla, si chiamano Tagma 1, 2 e 3 e sono dentro a EP. Possono essere un magma, nel senso che portano avanti l’idea più devastante dei Mogwai nella creazione di vuoti della vita riempiti con le chitarre dell’apocalisse, all’improvviso o dopo un crescendo, o nel senso che sono lenti. La lentezza diventa davvero soddisfacente quando si unisce alle voci screamo, in Tagma 2. Negli echi della chitarra di Tagma 3 mi trovo a mio agio un po’ questa mattina in cui ho bevuto poco caffè. EP è ambient, nel senso che sta creando un ambiente di concentrazione nella mia testa.
Probabilmente però le migliori chitarre di questo giro di mail e non solo le ho sentite in Tutto (Cloudhead-Records e V4V, lo ascolti qvi), il disco di questo gruppo che si chiama Le Sacerdotesse dell’isola del piacere e con questo nome richiama in vita desideri nati di fronte alle pellicole di cinema horror italiano degli anni 80 conturbantissime nel titolo, non allo stesso modo nello svolgimento. Del resto L’incoerenza della scienza lo dice: “se avessi più sogni scoperei di più”. “Vengo subito in una sola volta” (Tutto di corsa) è una frase che vale per tutti noi. Il sogno delle sacerdotesse sull’isola del piacere non è sufficiente, ci vuole più carne. Allora lo sfogo è in quelle chitarre e in questo disco, vago come lo shoegaze, triste come l’emo, con un istinto omicida dei testi da Verdena. Testi che spesso non hanno senso ed è lì che s’incaglia il sogno, che cerca uno sviluppo ma non lo trova. E le parole danno voce a questa condizione miserabile d’insoddisfazione, più quando non significano niente che quando significano qualcosa. Avevo ascoltato Tutto a settembre, quando è uscito, ed era scivolato via sul piano inclinato della mia indifferenza. Oggi, anzi ad Aprile, esce questo video, lo riascolto e mi piace tantissimo. Ieri sera sentivo Le armi (aka il pezzo jam) dei Uochi Toki, che è cattivissimo nei confronti del prossimo, e provavo un gusto enorme nell’ascoltare quelle parole. Tutto è un disco arrabbiato ma piagnone, e provo un gran piacere ad ascoltarne i testi. Non ho preferenze per un modo o per l’altro di scrivere, perché sono tutti e due dettati da un sentimento verso l’esterno che provo davvero. Due sentimenti diversi, possono entrambi far parte di una sola persona, non bisogna per forza scegliere quale scrittura preferire.
Grand DétourTripalium, un sacco di etichette italiane (DreaminGorilla Records, Shove Records, Drown Within Records e Rude Records Savona) e altre 1000 straniere. Loro sono francesi e questo è un disco perfetto, suonato meravigliosamente bene sui ritmi e i suoni canonici del post rock e del post hardcore: crescendo, cambi di tempo, arpeggi e botte di chitarre distorte, alcune volte noise. La perfezione in alcuni momenti gli permette di creare passaggi esaltanti (La Penibilite Et La Crasse). Bello da ascoltare, ma niente più di questo.

e questo è solo il fronte (Paper Resistance)

e questo è solo il fronte (di Paper Resistance)

Macina Dischi mi ha mandato due cose. La prima è La vita agra dei Santa Banana. La velocità è l’unica scelta possibile e ascoltandoli è così, a parte per quanto riguarda l’uscita del disco, registrato nel 2012 uscito nel 2014. Dentro a questo La vita agra c’è quel sentimento di ribellione erotica escatologica anticlericale porno che mi da una soddisfazione enorme. Canzoni brevissime ma che ti fanno pesare tutti i secondi che passano, alla Minutemen di Double Nickels on the Dime. Alcuni passaggi (per esempio in Mamma Roma o Valanga) sono molto rigidi, ma tutto l’insieme ha questo tocco violento che gli dà un significato-oltre i singoli momenti. Un grande piano di devastazione. Esaltanti come i Disquieted By, con la stessa freddezza dei Uochi Toki (e due) nelle parole e nell’analisi dello schifo che ci circonda come uomini in un mondo di uomini di merda. La voce è Luca Hot one dei Marnero, Si Non Sedes Is e Laghetto. I nomi degli Squadra Omega invece sono OmegaMatt, OmegaG8, OmegaDav, OmegaFrank, OmegaBu e OmegaMac. Il disco si chiama Altri occhi ci guardano (Macina con Outside Inside Records – streaming) ed è un trip che va dai suoni dell’afrobeat a quelli Krautrock. Ammetto di aver perso la concentrazione in alcuni momenti di questo viaggio e mi pare che i momenti più difficili siano stati quelli più dilatati e psico. Collettivo d’improvvisazione psichedelica si fanno chiamare e io mi ero spaventato molto all’inizio. In realtà poi su 67 minuti di disco sono più le parti durante le quali mi sono divertito ad ascoltare dove vanno a finire gli strumenti che si ripetono si ripetono si ripetono ma fanno anche percorsi cui posso stare dietro senza perdere la sveglia (la chitarra e la batteria in Sospesi nell’oblio). La mosca che vola all’inizio di La nube di Oort non è che il piacevole e denso di ricordi inizio verso un viaggio nuovo, dronizzato, pieno di suoni sussurrati da cui poi spunta fuori una batteria. Tutto in cinque minuti, poco ma abbastanza. La soluzione è la migliore: addensare la psichedelia in un lasso di tempo molto limitato, per fare in modo che il suono non abbia molto spazio per svilupparsi ma debba farlo subito. Per il cervello, questa soluzione di concentrazione può essere invasiva. È alternata al suo contrario. Tutto il disco è un alternarsi di pezzi lunghi e corti. Il labirinto, che dura 12min e 42sec, ha passaggi meno stressanti e stressati, con il basso che fa da timone per tutti gli altri strumenti che gli suonano intorno uno dopo l’altro fino a ridursi a delle vocine malate. Non disperate, o disperate anche di più, non c’è solo psichedelia: Hyoscyamus e Le rovine circolari sono pezzi arpeggiatissimi con la chitarra e Altri occhi ci guardano la title trackkk è un funkettone. Super trip fantascientifico, ma non credo che lo riascolterò a breve.
Non rimandare a domani quello che puoi fare oggi. Sembra essere questo il messaggio di From Dawn To Dusk dei Repsel, prog rock con una voce femminile pulitissima e angoli metal o angoli di vuoto totale in cui vengono fuori dall’orizzonte lontano il basso che svisa e la chitarra che arpeggia o funkeggia. Il disco passa da attimi di leggerezza pianoforte e violino, come la primavera gentile che si posa sui nostri prati, a chitarroni dal suono crossover e synth rollanti, come un incontro al buio con l’uomo quarantenne più tamarro che abbiate mai visto. È il disco più cinghione di questo giro di email, con arrangiamenti rigidissimi costruiti come piccoli cassetti che apri e chiudi (I’ll erase one everyday o la title track, addirittura). Metal da vendere, tra Bon Jovi e gli Evanescence e sicuramente anche qualcosa di più recente ma rimasto indietro, gusto retrò e cinghonismo, From Dawn To Dusk è stato prodotto con Musicraiser, che non è per forza una cosa positiva, e ha avuto un grande successo live in Sri Lanka. Se c’è del cinghionismo, non sempre c’è il desiderio di fare musica per fare successo nella scena; se c’è il desiderio di fare successo non è detto che ci sia del cinghionismo; ma le due cose insieme sono una bomba.

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La stessa fotta di far sapere che hanno partecipato a prestigiosi festival internazionali ce l’hanno gli À l’auge fluorescente. La partecipazione a un festival non è sinonimo di qualità, anche se lo definisci internazionale, o prestigioso. Quello che tirano fuori gli À l’auge fluorescente si chiama Voci dal sud music festival che se non ho capito male è il nome cui fa capo una serie di concerti, tra i quali il MessApp Coast, la cui line up nel 2014 era Motel Connection, Mannarino, Alborosie e Almamegretta. Il disco degli À l’auge fluorescente si chiama Taking My Youth (Overdub Recordings). Sono comprensibili le esigenze di questi gruppi, che escono con dischi in linea con il gusto del pubblico che vogliono conquistare, quello dei festival internazionali, dove è sufficiente dare alla gente un po’ di generi musicali belli canonizzati facili da ascoltare e ballare, seppur con qualche deviazione personale ma comunque sputtanatissima. Qui siamo all’incrocio maledetto tra Alanis Morrisette e, sempre per citare sempre le stesse cose, Evanescence, che rappresentano uno dei più grossi nomi di riferimento per i gruppi che ancora adesso hanno la malaugurata idea di fare del gothic symphonic theatrical nu metal seconda metà 90- anni 2000 in chiave commerciale. A À l’auge fluorescente (che sono italianissimi) va dato atto che sporcano tutta quella roba là sopra e la trasformano più in emo dream rock, così come va dato atto ai Repsel che se gli piace Bon Jovi fanno bene a prendere ispirazione dall’eterno autore di it’s my life/it’s now and never/i ain’t gonna live forever. Va dato atto infine agli ucraini F@B di aver fatto un disco potentissimo di rapcore (Talmbout’Dat, Overdub Recordings) dove i grandi feelings frustranti e gotici nell’animo rimangono sempre al centro della questione, seppure con irrimediabili influenze più che di Korn e Limp Bizkit, di quelli che cantavamo uh!balena e che adesso non mi riesce di trovare su google.

Finiamola, con I .Muri che si sono autoprodotti Traffico mentale e sono Lorenzo Castagna, Valerio Pompei e Giulio Di Furia (anche se non mi sembra). Un album progpsychcountry in cui si parla di grémbo che fa rima con témpo, o di ménte e mòndo tòndo fòndoooeh, e dal punto di vista dei testi ho capito che non ci siamo. Via gli Afterhours da questo corpo. C’è qualcosa che non mi quadra nella batteria, che spesso è più avanti della chitarra (Tratti). Vuoti cosmici alcune volte prendono il sopravvento e la canzone gli si accartoccia dentro (Porotone). Molto meglio con Chiego – anche se per pochi attimijooo – che naturalmente parla di sesso associandolo al Vangélo, in pieno stile anticristologico agnelliano. Comunque, secondo me l’album andava un attimo rivisto. Mi sono divertito tantissimo invece, sin dal primo secondo, ad ascoltare quella bomba cotonosa di Insana mente EP dei Miwook (Dreamingorilla Records). Siamo (anzi sono, lontanissimi dalla terra) in territorio tra Subsonica e sclero acido, psichedelica pompatissima e pomposissima con il synth a manovella, in fase preghiera spaziale e un po’ diabolica lunga quasi quattro canzoni che si leva e si diffonde, salvatemi, però il ritornello di Ad ogni modo stavamo esplodendo non è male. Sembra di precipitare nella follia di una mente che non si può fermare, poi arriva il pianoforte di Doc. Frank a far rientrare un possibile malore. Ripartono quasi subito. Chissà come sono dal vivo. Fatti un giro sullo streaming.

mailatemi iddio, il venerdìssanto e gli dei della musica nella posta che implode e muore

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Spiegònia: ho ricevuto questi tre dischi e ho avuto come l’impressione che ciascuno di loro, chi da un verso chi dall’altro, chi per colpa dell’ufficio stampa chi per colpa dei testi chi della musica, chi più chi meno, mi volesse imporre una verità, e ne ho sofferto.

Un po’ di tempo fa mi è arrivato sulla mail un comunicato stampa sugli Incensurabili, che ho pubblicato perché il nome mi ricordava i Trascurabili, un gruppo di amici di Cesena di vent’anni fa che si è formato e sciolto in pochissimo tempo e così (sciolto) è rimasto per sempre, e ha fatto bene. Ieri mi è arrivata una mail sui The Rubbles, che rappresentano, come gli Incensurabili, tutto quello che non mi piace del rocco italiano, ma il rocco italiano di quello vecchio e indeciso tra il funk e i Guns and Roses, dove la batteria è proprio come quella di Matt Sorum, quattro bidoni senza gusto estetico. Si tratta di un gruppo nel suo complesso dalla personalità complicata, che nell’album omonimo e opera prima si muove tra la protesta contro i figli di papà, la simpatia da imbrocco e le canzoni fatte per andare in giro a suonarle nelle birrerie peggiori d’Italia, quelle che fanno della legna, per ora si sono limitati a quelle di Cagliari. C’è una canzone che si chiama Aiuola, che spende tutte le sue forze per arrivare a dire che quando da bambino calpestava le aiuole il cantante non era un coglione, questo il livello dei testi. Ti raserò l’aiuola quando ritorni da scuola ok ti voglio bene ma molla le tue amiche sceme. E un’altra è Brave ragazze, che non ho capito se parla di figa in modo velato e ironico oppure violento. Comunque critica le ragazze che si comprano le borse firmate coi soldi del babbo e dice parolacce come cagando e cesso. Un altro tema è l’alcol. Se per caso vi capita di ascoltarli, non dimenticatevi che la loro simpatia nasconde quattro cinghioni che non sono neanche cinghioni ma aspirano a diventarlo, perché il cinghione è il dio della musica e il rock puro a quello punta. Negli anni sono successe un sacco di cose dopo che la cosa più figa di una band di cui parlare era quanto era bagattato il chitarrista o quante donne si era portato a letto, è tempo di accorgersene, ma nei pub questa musica va benissimo, quindi non c’è motivo di smettere di farla. Oltre tutto sono anche lenti a suonare, il disco è prodotto e registrato da un bradipo, i giri di chitarra sono quelli crossover alla Fede Poggipollini. La musica risuona e ci emoziona, naturalmente, in una canzone che si chiama Ringo non era una starr. È il rock più brutto che si possa suonare in Italia e non è una novità. È il rock in cui il cantante fa un po’ di ironia su se stesso ma non davvero, è serioso ma musicalmente non si schiera, rimane medio, la butta lì, con ritmi che possono piacere alla media, musica per il successo, con le chitarre mediose che ti pungono le orecchie, un disco più rigido del cazzo duro che dice di avere, con ironia però. Un bel disco macaranzo, che è un disco maranza da paninari, però fatto oggi, dove tutta una serie di canoni estetici sono stati stravolti e il Moncler è diventato sottile e tesissimo, dove il suono della chitarra fa venire i brividi di eccitazione al contrario, dove si sa da sempre che i Negrita sono gli dei del rock suonato male col cattivo gusto ma si sa anche che influenzano e fanno ancora male alla gente, ai quelle persone che suonano e si sentono in dovere di dire che sono consapevoli del mondo, conoscenza tutto il mondo dei giovani, di come gira ma soprattutto di come dovrebbe girare.
Secondo gruppo pronto a rubarmi l’anima nei giorni scorsi, i Lorø pubblicano l’album omonimo (e opera prima) perchè il nome era così bello da sentirsi di replicarlo anche nel titolo del disco. Non basta risvegliarmi dal torpore rubblesiano per farmi pensare di essere ancora vivo. Non c’è niente di così sconvolgente nei Lorø, PER INTENDERCI, ma dalla presentazione nella mail pensavo che mi avrebbero strappato via la pelle dietro alle orecchie e invece sono la band math noise meno fantasiosa della Repubblica di Venezia, tutti batteria tutta uguale e chitarra che circumnaviga tutti gli altri strumenti. Droni a non finire, produzione del dio del noise. Non basta però, non basta ripetere senza spessore suoni e ritmiche. Devo ammettere che non avevo speranze di chiudere questa volta la rubrica, per mancanza di carnaccia, ma qui ce n’è una bella fornitura. Bella cosa ri-trovare i cinghioni sempre, anno dopo anno, mail dopo mail, prima nei Rubbles che fanno del rock alla Ligabue venuto male ma dicono che gli piacciono un sacco i Beatles e non si ispirano a loro, e poi nei Lorø, che fanno del Math Noise ossia del noise cinghione. E mentre suonano si autoricordano da soli di assomigliare agli Zu di Carboniferous che però era un’altra roba. Dai zo’. Amo le cose lente e peste ma sono arrivato a una canzone che si chiama Un gioco chiamato Dio e non so se si può proseguire. Il meno peggio dei tre, comunque.
Marco Spiezia fa del rock’n’roll steady blues jazzato con vene di The Jet. Niente è brutto come i Rubbles, anche perché quello di Spiezia è un genere così tradizionale e stereotipato che anche per me che non lo ascolto mai non è difficile immaginare il locale perfetto con la gente perfetta in cui farlo suonare. Esiste, quindi lasciamolo esistere. Life in Flip-Flops è il titolo del disco e OPERA PRIMA. La tarantella è dietro l’angolo però in inglese, che con Marco Spiezia arriva in modo incredibile ad assomigliare al pugliese. Lui dà la musicalità del pugliese all’inglese e quella dell’inglese la prende e la moltiplica tante volte quante sono le variazioni sui giri r’n’r che si possano fare fino a farsi seccare le orecchie. Questo è il suo modo di essere dio, la babele di due linguaggi lontanissimi, uno gelido ma musicale, l’altro caldo e cantilena. In questa babel di ritmo e volontà di parlare di tutto, di gipsy, di pino daniele e delle banche, sento che quello che è arrivato in posta questa volta è il dio dei cinquestelle, musica da cinquestelle, e corro ad ascoltare qualcosa che faccia ritornare il mio livello di ph leggermente acido, come il rumore delle ultime due dita di infasil rimaste nel barattolone. Libertà sole e indipendenza, viaggi, danze. È il paradiso come me lo spiega Marco Spiezia. E come in tutti i paradisi, è pieno di frutta, mele, banane (Apple Tree) da usare sempre per far danzare le gonnelle. E poi arriva il momento dell’amore e della morte, Cheese&Beans, con la sua pronuncia afte nùn. Mi piace molto meno la tarantella del rock’n’roll steady, il secondo è il genere dominante quindi tutto sommato mi è andata bene. Poi c’è lo ska, io odio lo ska. Alla fine arriva Let it come to me che è un episodio più unico che raro con un arpeggio alla Nothing Else Matters e una voce alla David Bowie, io cado in confusione per l’eccessivo crossover di generi e svengo. Uno sporco piccolo segreto è l’effetto stimulant che mi ci vuole per riprendermi con quel chitarrone in levare nella strofa e a tappeto di peli nel ritornello. Maschio, sex e voglia di vivere.

Le e-mail e la musica brutte rovinano tutto

2015-03-12 16.44.12

Stamattina mi sono svegliato presto, ho mangiato i biscotti buonissimi che ha fatto ieri sera la Fede, ho bevuto una caffettiera da due, ho scritto un po’ letto un po’ e sono andato a lavorare. Al lavoro sono riuscito a dire con calma una cosa che avrei voluto dire abbaiando, ho risposto con gentilezza a un collega che mi prendeva in giro e faceva il macho, ho sbrigato tutte le faccende che dovevo sbrigare. Sono uscito dall’ufficio prima (facevo mezza giornata), tornato a casa e mangiato molto bene. Durante il pranzo ho dialogato, ho guardato negli occhi la gatta che voleva mangiare quello che avevo nel piatto, per farle un po’ fastidio ho dato tre piccoli calci alla sedia su cui si era messa dopo aver capito che non le avrei dato una briciola, perché mangia di continuo e le fa male, ho avuto un intenso e più simpatico scambio di sguardi con l’altra micia, memore di ieri sera, quando mi ha scaldato tutto sul divano. Una giornata felice. Dopo pranzo controllo la posta e ho una voglia di scrivere una recensione che non ci sto più dentro. Apro una mail che non posso dire perché c’era scritto che non si potevano pubblicare recensioni fino al mese prossimo, ma intanto ascolto il disco, mi fa schifo, inizio a scrivere l’articolo in cui dico che la giornata era bellissima e poi ho ascoltato della musica brutta che me l’ha rovinata e leggo che non posso scrivere niente fino al mese prossimo. Ci sta, mi mandi il disco in anteprima, mi dici però di non scrivere niente perché c’è il coprifuoco, era una cosa che si faceva di più qualche hanno fa, poi qualcuno ha pubblicato lo stesso, per l’ansia di dare l’anteprima, perché se n’è sbattuto o non ha letto oltre la seconda riga della tua mail, questa metodologia di lavoro è andata a puttane, però ci sta che tu lo faccia ancora. M’incazzo, chiudo la mail, ne apro un’altra. Clicco sul dropbox per scaricare il disco, viene fuori che il file che sto cercando è stato spostato o eliminato. Cazzo, non è difficile spedire il link giusto, ed è ancora più facile ricordarsi di aver spostato i file. È possibile la prossima volta ricevere una mail di avviso che quei file lì in quel posto non ci sono più ma sono stati spostati là? Non dovevi inviare tutto il disco, perché esce il 16 marzo, ma solo una canzone, e te l’han detto dopo. Allora ascolto il link subito sotto, quello col singolo, questo funziona, e la canzone è bruttissima. Sono i Mustek, il pezzo si chiama Crudele, è estratto da Notturno che era dentro al link che non c’è più e io credo che non ci siano parole migliori di quelle della mail per descrivere anche solo Crudele, visto che l’album non l’ho sentito e forse è stato meglio: “tra soluzioni old style (Depeche Mode), qualche tocco IDM (Boards Of Canada) e chill-out (Thievery Corporation), ed un inevitabile gusto ‘emiliano’ (Ustmamò)”. (A parte la d eufonica che odio). Le mie orecchie gridano vendetta e si protendendo nel tentativo di fuggire fuori dalla finestra, verso il sole che oggi risplendeva lucente, ma adesso s’è oscurato, pure lui. Questo modo di essere poeti forzando le immagini e le parole a essere molto poetiche, quando si sente che sono venute fuori a fatica col cavatappi, non dal cuore o dallo stomaco, o per lo meno dal cervello, ma da una riserva in un cesto di parole poetiche, non mi piace, non funziona. Il cantante inizia malissimo, prosegue meglio nel ritornello, ma è appena uscito da una colluttazione in cui hanno cercato di strozzarlo a mano. La base è quella che sentivo da bambino alle giostre dei russi vicino alla chiesa. Testi un po’ evocativi un po’ discorsivi, muri che piangono (ripetuto ben due volte perché piace tantissimo agli autori), “una pioggia di fiori bianchi si sollevano”, un maggio crudele, un finalone seriosissimo, giornali che grondano sangue, “come un tipografo che esce il giornale”. Esci il cane che lo piscio, che stamattina era una bellissima giornata e adesso sono arrabbiato perché ho letto delle mail scritte alla cazzo che remano contro ai gruppi che dovrebbero promuovere (sospetto che i Mustek stessi abbiano scritto la mail) e ho ascoltato una canzone bruttissima. Il caso ha voluto che appena ho pubblicato questo post sia arrivato il secondo giro di mail dei Mustek, col link giusto. Sperano nell’oblìo.

mustek.bandcamp.com (c’è solo Crudele e l’ep prima dove un tipo piscia davvero il cane)