mailatemi iddio, il venerdìssanto e gli dei della musica nella posta che implode e muore

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Spiegònia: ho ricevuto questi tre dischi e ho avuto come l’impressione che ciascuno di loro, chi da un verso chi dall’altro, chi per colpa dell’ufficio stampa chi per colpa dei testi chi della musica, chi più chi meno, mi volesse imporre una verità, e ne ho sofferto.

Un po’ di tempo fa mi è arrivato sulla mail un comunicato stampa sugli Incensurabili, che ho pubblicato perché il nome mi ricordava i Trascurabili, un gruppo di amici di Cesena di vent’anni fa che si è formato e sciolto in pochissimo tempo e così (sciolto) è rimasto per sempre, e ha fatto bene. Ieri mi è arrivata una mail sui The Rubbles, che rappresentano, come gli Incensurabili, tutto quello che non mi piace del rocco italiano, ma il rocco italiano di quello vecchio e indeciso tra il funk e i Guns and Roses, dove la batteria è proprio come quella di Matt Sorum, quattro bidoni senza gusto estetico. Si tratta di un gruppo nel suo complesso dalla personalità complicata, che nell’album omonimo e opera prima si muove tra la protesta contro i figli di papà, la simpatia da imbrocco e le canzoni fatte per andare in giro a suonarle nelle birrerie peggiori d’Italia, quelle che fanno della legna, per ora si sono limitati a quelle di Cagliari. C’è una canzone che si chiama Aiuola, che spende tutte le sue forze per arrivare a dire che quando da bambino calpestava le aiuole il cantante non era un coglione, questo il livello dei testi. Ti raserò l’aiuola quando ritorni da scuola ok ti voglio bene ma molla le tue amiche sceme. E un’altra è Brave ragazze, che non ho capito se parla di figa in modo velato e ironico oppure violento. Comunque critica le ragazze che si comprano le borse firmate coi soldi del babbo e dice parolacce come cagando e cesso. Un altro tema è l’alcol. Se per caso vi capita di ascoltarli, non dimenticatevi che la loro simpatia nasconde quattro cinghioni che non sono neanche cinghioni ma aspirano a diventarlo, perché il cinghione è il dio della musica e il rock puro a quello punta. Negli anni sono successe un sacco di cose dopo che la cosa più figa di una band di cui parlare era quanto era bagattato il chitarrista o quante donne si era portato a letto, è tempo di accorgersene, ma nei pub questa musica va benissimo, quindi non c’è motivo di smettere di farla. Oltre tutto sono anche lenti a suonare, il disco è prodotto e registrato da un bradipo, i giri di chitarra sono quelli crossover alla Fede Poggipollini. La musica risuona e ci emoziona, naturalmente, in una canzone che si chiama Ringo non era una starr. È il rock più brutto che si possa suonare in Italia e non è una novità. È il rock in cui il cantante fa un po’ di ironia su se stesso ma non davvero, è serioso ma musicalmente non si schiera, rimane medio, la butta lì, con ritmi che possono piacere alla media, musica per il successo, con le chitarre mediose che ti pungono le orecchie, un disco più rigido del cazzo duro che dice di avere, con ironia però. Un bel disco macaranzo, che è un disco maranza da paninari, però fatto oggi, dove tutta una serie di canoni estetici sono stati stravolti e il Moncler è diventato sottile e tesissimo, dove il suono della chitarra fa venire i brividi di eccitazione al contrario, dove si sa da sempre che i Negrita sono gli dei del rock suonato male col cattivo gusto ma si sa anche che influenzano e fanno ancora male alla gente, ai quelle persone che suonano e si sentono in dovere di dire che sono consapevoli del mondo, conoscenza tutto il mondo dei giovani, di come gira ma soprattutto di come dovrebbe girare.
Secondo gruppo pronto a rubarmi l’anima nei giorni scorsi, i Lorø pubblicano l’album omonimo (e opera prima) perchè il nome era così bello da sentirsi di replicarlo anche nel titolo del disco. Non basta risvegliarmi dal torpore rubblesiano per farmi pensare di essere ancora vivo. Non c’è niente di così sconvolgente nei Lorø, PER INTENDERCI, ma dalla presentazione nella mail pensavo che mi avrebbero strappato via la pelle dietro alle orecchie e invece sono la band math noise meno fantasiosa della Repubblica di Venezia, tutti batteria tutta uguale e chitarra che circumnaviga tutti gli altri strumenti. Droni a non finire, produzione del dio del noise. Non basta però, non basta ripetere senza spessore suoni e ritmiche. Devo ammettere che non avevo speranze di chiudere questa volta la rubrica, per mancanza di carnaccia, ma qui ce n’è una bella fornitura. Bella cosa ri-trovare i cinghioni sempre, anno dopo anno, mail dopo mail, prima nei Rubbles che fanno del rock alla Ligabue venuto male ma dicono che gli piacciono un sacco i Beatles e non si ispirano a loro, e poi nei Lorø, che fanno del Math Noise ossia del noise cinghione. E mentre suonano si autoricordano da soli di assomigliare agli Zu di Carboniferous che però era un’altra roba. Dai zo’. Amo le cose lente e peste ma sono arrivato a una canzone che si chiama Un gioco chiamato Dio e non so se si può proseguire. Il meno peggio dei tre, comunque.
Marco Spiezia fa del rock’n’roll steady blues jazzato con vene di The Jet. Niente è brutto come i Rubbles, anche perché quello di Spiezia è un genere così tradizionale e stereotipato che anche per me che non lo ascolto mai non è difficile immaginare il locale perfetto con la gente perfetta in cui farlo suonare. Esiste, quindi lasciamolo esistere. Life in Flip-Flops è il titolo del disco e OPERA PRIMA. La tarantella è dietro l’angolo però in inglese, che con Marco Spiezia arriva in modo incredibile ad assomigliare al pugliese. Lui dà la musicalità del pugliese all’inglese e quella dell’inglese la prende e la moltiplica tante volte quante sono le variazioni sui giri r’n’r che si possano fare fino a farsi seccare le orecchie. Questo è il suo modo di essere dio, la babele di due linguaggi lontanissimi, uno gelido ma musicale, l’altro caldo e cantilena. In questa babel di ritmo e volontà di parlare di tutto, di gipsy, di pino daniele e delle banche, sento che quello che è arrivato in posta questa volta è il dio dei cinquestelle, musica da cinquestelle, e corro ad ascoltare qualcosa che faccia ritornare il mio livello di ph leggermente acido, come il rumore delle ultime due dita di infasil rimaste nel barattolone. Libertà sole e indipendenza, viaggi, danze. È il paradiso come me lo spiega Marco Spiezia. E come in tutti i paradisi, è pieno di frutta, mele, banane (Apple Tree) da usare sempre per far danzare le gonnelle. E poi arriva il momento dell’amore e della morte, Cheese&Beans, con la sua pronuncia afte nùn. Mi piace molto meno la tarantella del rock’n’roll steady, il secondo è il genere dominante quindi tutto sommato mi è andata bene. Poi c’è lo ska, io odio lo ska. Alla fine arriva Let it come to me che è un episodio più unico che raro con un arpeggio alla Nothing Else Matters e una voce alla David Bowie, io cado in confusione per l’eccessivo crossover di generi e svengo. Uno sporco piccolo segreto è l’effetto stimulant che mi ci vuole per riprendermi con quel chitarrone in levare nella strofa e a tappeto di peli nel ritornello. Maschio, sex e voglia di vivere.

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